Pasta Zara? E’ in garanzia alla banca cinese

Giorgio Barbieri tribunatreviso.geolocal.it 22 maggio 2018

Riese. L’azienda minimizza: rapporti pregressi. Il vicepresidente Umberto Bragagnolo: «Non entrerò più nei locali produttivi»

RIESE PIO X. Ci potrebbe essere la Cina nel futuro di Pasta Zara, l’azienda con sede a Riese che sta vivendo un momento di difficoltà tanto da aver fatto richiesta di concordato al tribunale di Treviso. Ed è proprio in questa fase convulsa della vita del principale esportatore di pasta italiana nel mondo che filtrano due indiscrezioni. La prima è che tutta la quota di controllo del gruppo, di proprietà della holding della famiglia Bragagnolo, è in pegno alla Bank of China, di proprietà statale, la quale avrebbe anche altre garanzie patrimoniali su magazzini e marchio. La seconda è che a far precipitare la situazione sarebbe stato un decreto ingiuntivo ottenuto dalla Sace per 21 milioni di credito.

La pista cinese, resa pubblica da un articolo del Corriere della Sera, non viene smentita dall’azienda di Riese. Filtra però quello che, per la famiglia Bragagnolo, è il reale significato del rapporto con Bank of China. Infatti si sottolinea come la Ffauf, holding che controlla il 75% di Pasta Zara, avesse da tempo rapporti finanziari con l’istituto cinese e che le garanzie non significhino che la società sia già nelle mani dei cinesi.

E nelle stesse ore in cui si discute del futuro della società il vicepresidente di Pasta Zara, Umberto Bragagnolo, ha informato i lavoratori che da ieri non frequenterà più i locali produttivi del quartier generale di Riese Pio X attraverso una comunicazione affissa nei locali dell’azienda. Umberto, fratello del presidente Furio, rimarrà comunque nel Consiglio di amministrazione dove ricopre la carica di vicepresidente.

E ieri pomeriggio si è anche svolta un’assemblea fra le organizzazioni sindacali ed i dipendenti del sito trevigiano (gli altri due stabilimenti sono a Muggia, in provincia di Trieste, e a Rovato, nel Bresciano) in cui sono stati illustrati i contenuti di un incontro fra gli stessi sindacati e presidente e amministratore delegato, lo scorso venerdì. Pasta Zara è infatti in attesa che il Tribunale fallimentare di Treviso conceda il concordato preventivo “in bianco” chiesto alcune settimane fa e nomini un commissario incaricato di avviare un nuovo piano industriale finalizzato al rilancio industriale della società, pesantemente indebitata nei confronti di banche e fornitori.

Ora l’attenzione è però sul rapporto tra la controllante Ffauf e la società Pasta Zara. Ffauf è la holding della famiglia e poco più di un mese fa è stata trasferita in Italia dal Lussemburgo. Anche nella holding c’è un debito di circa 50 milioni di euro che pesano visto che, di fatto, non ci sono ricavi ma una partecipazione in Pasta Zara iscritta per 63 milioni. È qui che la Bank of China ha una consistente posizione creditoria garantita, come si diceva, dal 74% di Pasta Zara e dai magazzini. In teoria, se andasse a escutere le garanzie potrebbe impossessarsi del gruppo e avere la regia del concordato.

La crisi dell’azienda di Riese è deflagrata con la comunicazione dello scorso 3 maggio dell’azienda, firmata dal presidente, in cui si è resa nota l’impossibilità di saldare la cedola di un bond scaduta il 31 marzo, parte di un prestito quinquennale di cinque milioni di euro. La famiglia Bragagnolo ha scelto di non commentare, le forze sociali hanno però raccontato di una proprietà che non ha mai nascosto ai dipendenti la situazione di difficoltà e che finora ha regolarmente saldato le competenze.

Veneto Banca, respinto ricorso Consoli: sì a sequestri di villa e conti

Vvox.it 22 maggio 2018

Il tribunale del Riesame di Treviso ha respinto il ricorso presentato dall’ex amministratore delegato di Veneto Banca, Vincenzo Consoli, contro il sequestro della villa di Vicenza a Campo Marzo e il blocco dei conti correnti. Come scrive Giorgio Barbieri su La Tribuna a pagina 21, la richiesta di dissequestro era stata avanzata dall’avvocato di Consoli, Ermenegildo Costabile, a cui si era però opposto il pubblico ministero Massimo De Bortoli.

Proprio De Bortoli è ora alle prese con l’organizzazione dell’udienza preliminare del processo sul dissesto dell’ex popolare di Montebelluna. I tempi sono stretti: il processo era infatti inizialmente radicato a Roma prima che pochi mesi fa venisse dichiarata la competenza di Treviso sul procedimento a carico degli ex vertici di Veneto Banca per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Una delegazione di magistrati si era recata sabato scorso al Vicenza per studiare il metodo applicato dal tribunale berico nell’ambito del processo parallelo contro gli ex vertici della BpVi.

Il governo M5S-Lega proverà ad uscire dall’euro?

Cesare Sacchetti lacrunadellago.net 22 maggio 2018

Probabilmente dovranno ancora passare 24 ore di tempo prima di veder nascere il nuovo governo gialloverde formato da M5S e Lega. Dopo il pomeriggio di ieri, le delegazioni dei due partiti hanno fatto l’atteso nome del premier al quale vorrebbero affidare la guida del futuro governo, e le anticipazioni hanno confermato quanto previsto.

Il nome indicato da Salvini e Di Maio è quello di Giuseppe Conte, professore di diritto privato all’Università di Firenze. Le notizie dal Quirinale raccontano che Mattarella abbia preferito prendersi una pausa di riflessione prima di decidere se accettare l’indicazione dei due leader politici.

Ma le tensioni e i dubbi del Colle non sembrano essere solamente sul nome di Giuseppe Conte, tanto anche su quello di alcuni ministri.

Tra questi si fa insistentemente largo l’ipotesi che Paolo Savona, noto economista e accademico della LUISS molto critico nei confronti della moneta unica, possa andare al ministero dell’Economia. Il professore non ha smentito questa notizia, e ha parlato di una “tenzone” intorno al suo nome. Non è difficile immaginarne le ragioni.

Savona è stato uno dei primi economisti in Italia ad esprimere tutte le perplessità sulla struttura dell’unione monetaria già fin dal 1992, all’alba del Trattato di Maastricht che diede vita all’Unione Europea.

Il professore, ministro dell’industria nel governo Ciampi nel 1993, caldeggiò apertamente per l’Italia la soluzione dell’opting out, ovvero l’opzione nei trattati esercitata già da Gran Bretagna e Danimarca, che ha consentito ai due paesi di restare fuori dall’euro.

La storia purtroppo è nota. Il suggerimento di Savona non venne ascoltato e i successivi governi di centro sinistra degli anni’90, Prodi prima e D’Alema poi, proseguirono dritti sulla strada dell’unione monetaria senza nemmeno tentare di negoziare condizioni più favorevoli.

Ma il professore non si arrese e le sue perplessità sull’adesione all’euro per l’Italia finirono in un saggio del 1996 intitolato “L’Europa dai piedi di argilla”.

Negli ultimi anni il professore ha continuato a definire l’euro come “un cappio europeo che si va stringendo attorno al collo dell’Italia.”

Le regole europee soffocano l’economia italiana ed è quindi l’ora di “esaminare l’opportunità di restare o meno nell’Unione o nella sola euro area, come ha fatto e fa il Regno Unito”, aggiunse l’economista.

Dunque le fibrillazioni intorno al suo nome sono perfettamente comprensibili, specialmente da parte del Colle che nelle ultime settimane è sembrato più preoccupato a chiedere il rispetto dei trattati europei che quello della Costituzione italiana.

Se Savona riuscirà ad entrare a via XX Settembre, la tensione probabilmente salirà ancora. Per la prima volta da molti anni, ci potrebbe essere un ministro dell’Economia che ha suggerito apertamente di prendere in considerazione l’uscita dall’euro.

Washington pronta a sostenere il governo gialloverde?

E’ una partita che potrebbe giocarsi con ogni probabilità su opposte sponde dell’Atlantico e che vedrebbe fronteggiarsi da un lato Washington, con l’amministrazione Trump critica delle politiche della Germania che continua ad accumulare enormi surplus commerciali, e dall’altro l’asse franco-tedesco, più spostato verso Berlino, che non ammette deviazioni dalla sacra linea del rigore.

In mezzo, l’Italia, che giocherà ancora una volta un ruolo chiave per i destini dell’eurozona e probabilmente delle relazioni internazionali.

Se dunque Parigi e Berlino speravano in un governo formato da PD e M5S, molto più spostato verso l’asse preferito da Bruxelles, questo esecutivo targato M5S-Lega sembra pendere molto di più verso Washington ed anche Mosca, dal momento che è c’è la possibilità che possano essere rimosse le sanzioni alla Russia.

Un eventuale asse Washington-Roma-Mosca avrebbe sicuramente tutto il peso necessario per rimettere in discussione non solo le politiche economiche dell’UE a guida tedesca che hanno portato ad un aumento del debito pubblico di 15 punti percentuali dall’avvento di Mario Monti a Palazzo Chigi e ad una disoccupazione costantemente a doppia cifra, ma la stessa appartenenza dell’Italia all’euro.

Savona se riceverà la nomina, potrebbe essere proprio l’uomo ideale per guidare questa transizione. La sua lunga esperienza e le sua profonda conoscenza degli equilibri internazionali sono gli strumenti migliori per  gestire quello che potrebbe essere un delicatissimo passaggio.

La sua appartenenza all’Aspen Institute, il noto think tank di ispirazione atlantista, potrebbe anche rivelarsi utile per cercare di utilizzare delle divisioni che da tempo ci sono all’interno dell’establishment politico ed internazionale.

Divisioni che si possono vedere nello stesso Aspen Institute, dove ci sono da un lato Mario Monti, l’uomo che si è fatto portavoce ed esecutore del rigore di Berlino a Roma, e Romano Prodi, uno dei padri dell’euro, e dall’altro Giulio Tremonti e lo stesso Savona, i più euroscettici tra i membri italiani del gruppo.

Si sta consumando quindi una durissima battaglia tra le èlite sulle sorti della Penisola e la sua appartenenza all’euro? Probabilmente sì, e questo esecutivo che sta per nascere potrebbe trovarsi proprio al centro di questa “tenzone” come l’ha definita lo stesso Paolo Savona.

Governo M5S-Lega: titoli bancari tramortiti dai sell, pagano esposizione BTP ma non solo

Laura Naka Antonelli finanzaonline.com 22 maggio 2018

Il forte sell off che sta mettendo KO gli asset italiani non risparmia i titoli bancari

D’altronde la paura è sempre la stessa: le banche italiane detengono in portafoglio debito sovrano italiano per quasi 350 miliardi di euro, il 10% degli asset investiti in media sui titoli di debito pubblici in generale. Si tratta di una esposizione decisamente più incisiva rispetto alla quota del 3,7% e del 2,2% detenute, stando ai dati di Bloomberg Intelligence, rispettivamente dalla Germania e dalla Francia.

In questo contesto, gli analisti di BI sottolineano che, nonostante le basse valutazioni che detengono rispetto alle altre banche europee, i titoli bancari italiani potrebbero comunque non risultare appetibili agli occhi degli investitori, “a causa della minaccia, che rimane, rappresentata delle politiche fiscali che M5S e Lega vogliono lanciare”.

Minaccia che si riversa soprattutto sui BTP e di conseguenza sullo spread BTP-Bund. I tassi decennali italiani balzano al record dal novembre del 2014 e, ai livelli attuali, sono inferiori rispetto ai tassi sui Treasuries Usa di appena 70 punti base.

Ma attenzione anche al trend dei tassi dei bond a due anni che, alla vigilia, hanno riportato il balzo più forte dall’ottobre del 2014, ovvero in quasi quattro anni.

Di conseguenza, oltre allo spread BTP-Bund a 10 anni, che siamo abituati a monitorare sugli schermi ogni giorno, e che ha sfiorato quota 190 punti, con un rally monstre dell’11%, finisce sotto i riflettori anche il differenziale tra tassi italiani e tedeschi a due anni, che indica praticamente il maggior rischio di breve termine dell’Italia sulla Germania. Questo spread ora oscilla attorno a 90 punti base, quattro volte circa il livello considerato normale.

A questo punto, si può dire che i mercati si sono risvegliati, dopo la lunga parentesi di calma e, secondo la stessa Goldman Sachs, di compiacenza, che hanno vissuto nel periodo post elezioni politiche italiane.

Riguardo a quello che in passato è stato definito abbraccio mortale tra banche italiane e BTP (presenti nei loro bilanci), tra i titoli bancari che sono capitolati nelle ultime ore, a Piazza Affari, si è messo in evidenza, come riporta Reuters, soprattutto quello di Credito Valtellinese. Le quotazioni sono scivolate di oltre -6%. La perdita non è stata sicuramente un caso se si considera che Creval è una delle banche italiane quotate in Borsa a detenere la maggiore esposizione ai BTP in relazione sia al valore totale degli asset che a quello del capitale.

I sell sui titoli bancari si spiegano anche con il contratto di governo M5S-Lega. In particolare, il capitolo 5 “Banche per gli investimenti e il risparmio” ha già messo le banche sull’attenti, laddove recita che, “in materia di recupero forzato dei crediti da parte di banche e società finanziarie, intendiamo sopprimere qualunque norma che consenta di poter agire nei confronti dei cittadini debitori senza la preventiva autorizzazione dell’autorità giudiziaria”.

Come ha fatto già notare un articolo di Reuters, la nota non è di facile interpretazione. O meglio, quanto scritto è suscettibile di diverse interpretazioni.

Tuttavia, il suo contenuto è stato più che sufficiente a scatenare i timori tra chi opera nel settore recupero crediti. E a chi continua a guardare alla mole di NPL, ergo di crediti deteriorati, che tuttora, nonostante gli indiscutibili miglioramenti, si conferma la spina conficcata nel fianco delle banche italiane.

Se è vero, così come sembra, che il M5S e la Lega vogliono lanciare un iter più soft del recupero forzato dei crediti, tutelando in questo modo i “cittadini debitori”, allora per gli istituti di credito italiani la notizia non è affatto buona, in quanto ciò significa che la maggiore inevitabile difficoltà che incontreranno nel cercare di riavere indietro i soldi prestiti aumenterà la probabilità che il carico degli asset non performanti presente nei loro bilanci aumenti.

Non per niente, tra i titoli bancari affossati dalle perdite, oltre a Creval, si è messa in evidenza anche la flessione di DoBank, principale società in Italia attiva nel recupero crediti per conto di banche e industrie, che ha visto ieri le quotazioni scendere del 4,5%: perdita che ha portato il trend dell’ultima settimana a una flessione del 20%.

Banche, ora l’urgenza sono gli incagli

Andrea Greco repubblica.it 22 maggio 2018

<p>«T re anni fa, per conto di un’impresa del Nord, andai in una banca quotata a dire che il mio cliente, esposto per 20 milioni, non sarebbe riuscito a rimborsarli, e forse era il caso di avviare una procedura. Il dirigente con cortesia mi disse: torni a casa e stia tranquillo». L’aneddoto (nomi omessi), spiega con quale benevolente pazienza sianostati trattati alcuni crediti incerti in Italia. L a merce bancaria in deperimento per un decennio è stata tenuta più possibile sotto il tappeto, per evitare che le due recessioni, che ha moltiplicato per cinque i prestiti inesigibili oltre i 200 miliardi di euro lordi, facesse fiorire troppo le sofferenze ( Non performing loans), capaci di azzerare utili e patrimoni di tanti istituti. Ma in tal modo, miliardi di altre esposizioni, classificate in bonis o incagli (ora la Bce vuole che si chiamino Utp, Unlikely to pay) restava sommerso nei bilanci, e gestito in sordina. Dal 2016 è cambiato tutto. Spinte dai diktat di vigilanza e dall’esigenza di dare redditività al capitale immesso dagli azionisti, le banche hanno avviato importanti operazioni di pulizia, creando uno dei primi mercati mondiali del credito deteriorato. Nel 2017 sono passati di mano circa 70 miliardi di sofferenze nette: una cifra simile si stima sarà negoziata quest’anno, sull’onda delle cartolarizzazioni di Npl con garanzia statale (Gacs) che valgono per tre quarti dei volumi attesi 2018. Le sofferenze, che per le prime 10 banche nostrane sono ormai svalutate al 70 per cento medio e ridotte a 37 miliardi di valore netto, sono quasi rientrate nella norma. È sul fronte dei vecchi incagli che siamo alle prime pagine del libro. Perché, se una sofferenza è un credito inevaso poi trasformato in procedura legale, un incaglio è materia viva: c’è dietro un’impresa, che bisogna decidere se far vivere – anche con nuova finanza – o morire. Sarebbe l’essenza del mestiere bancario, ma in questo tempo di rivolgimenti normativi, pressioni di vigilanza e fretta di pompare redditività, diversi istituti si paralizzano davanti alla mole degli Utp come certi animali nella savana fiutando il pericolo. Secondo Pwc, che ha dedicato uno studio al tema, sono gli Utp «la priorità delle banche italiane per il 2018». E se il buon giorno si vede dal mattino, l’analisi dei conti a fine marzo mostra come, pur in assenza di significative cessione di crediti incagliati, le banche stiano facendo spazio nei bilanci ai futuri smaltimenti. Le prime 10 hanno ridotto da 48 a 43 miliardi gli Utp netti, e aumentato la loro copertura dal 34,9 al 38 per cento medio. Il calo trimestrale è frutto di rimborsi, passaggi a sofferenze e aumento di coperture, in buona parte favorito dal principio contabile Ifrs 9, che nella sua prima adozione ha consentito di non far passare a conto economico i nuovi accantonamenti, salvaguardando gli utili. Finora solo Mps ha ceduto 200 milioni di incagli, con effetti non significativi sui conti: il che implica un valore di cessione di 60 su 100. La banca di Marco Morelli, che ne ha ancora per 6 miliardi netti, ha un programma strutturato di cessione di 1,5 miliardi quest’anno, e ha alzato da 2 a 4 miliardi l’obiettivo 2019 di vendite di Utp. Anche Carige sta trattando per venderne per 500 milioni: ha ricevuto 30 offerte non vincolanti «di primissimo livello», ha detto l’ad Paolo Fiorentino, fiducioso di chiudere entro l’anno. Mentre i gestori francesi di Cariparma confidano di venderne entro l’estate 450 milioni. «Vedremo prezzi e impatto di tali transazioni dal secondo semestre – dice Luca Penna, partner di Bain & Company – ma mi aspetto che ne partano altre, anche perché il differenziale tra copertura delle sofferenze e degli Utp continua a salire, e alle banche conviene sempre meno imbarcare nei conti la volatilità che arriva dagli Utp». Se, infatti, le sofferenze generano pochi effetti di costo del rischio, ogni volta che un Utp diventa sofferenza – in media accade al 15 per cento del totale – va accantonato un altro 32 per cento del suo valore, per il fatto che gli Npl sono coperti in media al 70, gli Utp al 38 per cento. Anche Pwc ha notato «pochi movimenti e limitati passi avanti» sugli Utp, che pure nel 2017 hanno superato per valore netto le sofferenze (66 miliardi contro 64 sui dati 2017). «Siamo convinti che nei prossimi mesi vedremo una crescente attenzione nella ricerca delle migliori soluzioni strategiche per rispondere alla sfida – dice Pier Paolo Masenza, partner di Pwc -. Un ruolo potenzialmente rivoluzionario potrebbero essere le cartolarizzazioni di Utp». Per arrivarci, Pwc consiglia di prepararsi con «una segmentazione del portafoglio e una specifica perizia su ogni singola posizione, per comprendere l’asset quality e individuare la soluzione ottimale» tra la gestione interna dei dossier incagliati, l’appalto a servicer terzi o la loro vendita. Finora, tra idee e propositi, sono in pochi a metterli a terra, perchè la questione è tanto promettente quanto complessa. Difficile è trovare investitori disposti a fare un mestiere da private equity, più che da fondo specializzato, che presuppone capacità di valutare le prospettive dell’azienda indebitata, disegnare la sua ristrutturazione e procurarle nuova finanza. I rendimenti possono arrivare al 15-25 per cento annuo, il doppio di chi compra Npl: ma servono capacità manageriali e giuridiche, per negoziare con imprenditori e dirigenti (anche rimuoverli, nel caso), trattare coi consorzi bancari, valutare procedure stragiudiziali. Tra i candidati allo sbarco nella gestione di Utp si prepara la Spaxs di Corrado Passera, che si è messo in proprio per offrire soluzioni finanziarie alle Pmi, e dopo l’acquisto di Banca Interprovinciale attende l’ok di Bankitalia per avviare un gruppo da 6-7 miliardi di attivo, che sfrutti la leva bancaria per investire nel segmento, e in seguito formare alleanze. Anche Kruk, gruppo polacco forte nel gestire sofferenze sui crediti al consumo non garantiti, sta investendo in Italia (nel 2016 con un servicer a La Spezia, ora con l’acquisto della Agecredit di Cesena) per offrire alle banche la gestione di Npl e Utp di piccola taglia. «Uno dei canali di crescita più importanti, come servicer, sono gli proprio Utp – dice Alessandro Scorsone, il manager di Kruk che ha assunto la carica di ad di Agecredit -. Già dal 2018 gestiremo crediti Utp delle banche, con il meccanismo della success fee. Nel giro di 12-18 mesi, quando sarà più chiara la loro composizione, puntiamo a comprarne in proprio». </p>

Unicredit ha venduto il Pavillon

Stefano Neri finanzareport.it 22 maggio 2018

A comprarlo Coima Res, prezzo nella parte alta delle previsioni. La strategia di investimento prevede la potenziale conversione in uffici e retail


Anche il Pavillon di Porta Nuova, come previsto, rientra nei progetti che non interessano più all’ad di Unicredit Jean Pierre Mustier.

La banca ha venduto la struttura situata nella piazza Gae Aulenti a Milano, dove sorge la sede di Unicredit, a Coima Res per 45 milioni (46,5 milioni incluse le tasse e i costi di due diligence) più un potenziale earn-out (supplemento) fino a 5 milioni. Il closing dell’operazione è previsto entro fine anno.

La notizia era stata preceduta da alcune indiscrezioni nei mesi scorsi e il prezzo è in linea e nella parte alta delle previsioni, così come l’acquirente, visto che il gruppo Coima di Manfredi Catella aveva un diritto di prelazione.

Il Pavillon è un centro polifunzionale disegnato dall’architetto Michele De Lucchi e capace di ospitare un auditorium da 700 posti, spazi per esposizioni, una lounge sul tetto dell’edificio e un asilo nido per 50 bambini. Uno spazio “messo a disposizione” della città, secondo quanto aveva dichiarato all’inaugurazione l’allora amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni.

La strategia di investimento – indica una nota di Coima Res – prevede la potenziale conversione in uffici e retail.

Il caffè del soldato Johnny Riotta

Damiano Rossi lintellettualedissidente.it 20 maggio 2018

Il miglior italiano d’America ne ha detta un’altra delle sue, la battaglia per la libertà prosegue senza sosta a colpi di tweet affilati

«Minchia!» esclama d’impulso dal tavolino di uno Starbucks della Grande Mela il siciliano d’America Gianni Riotta, figlio della voluttuosa Trinacria ma cittadino adottato dal Nuovo Mondo. Sotto il tondo vitreo occhialuto del cowboy Riotta scorre, nel riflesso nero opaco dello schermo made in Silcon Valley, il titolo albionico dell’irrinunciabile Finalcial Times: Five Star and League strike Italy government deal. Con circospezione colpevole il buon Johnny si accorge immediatamente della deplorevole sicula coprolalia e pronto censura il vergognoso gergo con un censorio «Oh My God».

Yankee Riotta non crede ai propri occhi pieni di sdegno e soprassedendo sulle immagini dei corpi e il sangue di Gaza, la sua attenzione si concentra sull’Italia e sul governo M5S-Lega. Sarà per il suo coraggio e per il suo essere ormai americano ma il soldato Riotta comprende l’importanza della battaglia per la libertà e dal suo smartphone, al pensiero trattenuto in gola di “fetusi”, bombarda gli avversari delle democrazia con tweet affilati attraverso la cote della sua sagacia.

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Il buon Johnny inebriato allora da grattacieli di acciaio e vetro, dal rumoreggiare della vita operosa della modernità a stelle e strisce, estrae dal cilindro della sua intelligenza cretina – parafrasando Sciascia – l’allocuzione spot di superficiale genialità: Strapaese non passerà! Camminando nello stato di minoranza, senza lumi a guidarlo, Johnny inciampa in Strapaese con tutta la forza della vulgata, del flatus voci di chi parla di una “italietta” mai esistita o teorizzata se nelle sue paure litotiche di un modernista pronto a negare tradizione e comunità. Pensando di offrire appiglio contro il probabile nuovo esecutivo il buon Riotta giunge infine a rivelare l’assenza di sostanza delle sue posizioni, schernendo con l’ingenuo pensiero del finto apolide una piattaforma culturale storicamente centrale nella storia d’Italia.

Sudato per lo sforzo che richiede essere un progressista nei tempi bui del populismo, finalmente Johnny può chiamare deciso il cameriere e ordinare il meritato ristoro del caffè: lungo, americano si intende. Nell’aria si ode una musica lontana e famigliare:

Tu vuo’ fa’ ll’americano Mericano, mericano, ma si’ nato in Italy.

Minchia… che bella l’America mormora il fu siciliano divenuto parvenu di oltre Oceano.

Crack Malaspina: l’hotel Ca’ Sagredo di Venezia nel mirino dei magistrati di Monza

http://vincenzochierchia.blog.ilsole24ore.com/2018/05/21/

casagredo

ANSA) – MILANO, 21 MAG – Giuseppe Malaspina e gli altri
indagati nell’inchiesta della Procura di Monza che ha portato a
21 arresti per reati fallimentari e altri sono accusati di aver
predisposto atti “finalizzati a una apparente legittimità
formale” per sottrarre dalla massa fallimentare della Ideo, la
società di cui l’imprenditore era amministratore, le
partecipazioni nelle società proprietarie dell’hotel Gritti di
Milano e Ca’ Sagredo di Venezia.
Tra questi atti – è scritto nel capo d’imputazione – anche il
verbale di assemblea della Ideo in cui era stata deliberata la
cessione delle quote dell’hotel Ca’ Sagredo alla ‘scatola vuota’
Duomo, intestata a una collaboratrice di Malaspina. Per la
cessione della “partecipazione totalitaria nella società Ca’
Sagredo Hotel srl”, la società Duomo aveva pattuito 10mila euro,
peraltro mai versati nelle casse sociali, mentre il valore
stimato dalla curatela fallimentare era pari a oltre sette
milioni. Stessa operazione avvenne per la società Gritti srl che
gestiva l’omonimo hotel a Milano, ceduta dalla Ideo alla
Sant’Agostino srl, sempre riconducibile a Malaspina, per 51.840
euro mentre il valore stimato fu di oltre tre milioni. (ANSA).

L’hotel Ca’ Sagredo ha una gestione indipendente e disgiunta da quella legata ai beni del
geometra Giuseppe Malaspina“: lo precisa all’ANSA Lorenza Lain,
direttore dell’albergo veneziano, in relazione alla notizia che
tra i beni sequestrati dalle fiamme gialle nell’ambito
dell’inchiesta Domus Aurea c’è anche la struttura ricettiva
lagunare. “L’attuale gestione – sottolinea – fa capo a me e l’hotel è
pienamente operativo con un bilancio in attivo. I rapporti con i
curatori fallimentari – aggiunge – sono ottimi e vi è una buona
collaborazione al fine di mantenere la piena operatività e
l’autonomia dell’hotel”.(ANSA).

Finpiemonte, Gatti esce dal carcere

Andrea Giambartolomei lospiffero.com 21 maggio 2018

L’ex presidente della finanziaria della Regione ai domiciliari. Restano in cella i due presunti complici, gli imprenditori Piccini e Pichetti. L’accusa di aver sottratto sei milioni da un conto svizzero

È ai domiciliari Fabrizio Gatti, l’ex presidente di Finpiemonte arrestato il 6 aprile scorso per peculato aggravato. Il gip Rosanna La Rosa, che aveva firmato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere, ha disposto stamattina l’attenuamento della misura cautelare dopo la richiesta formulata giovedì dagli avvocati Luigi Chiappero e Luigi Giuliano. I pmFrancesco Pelosi ed Enrica Gabetta hanno dato il loro ok per gli arresti domiciliari. Secondo il giudice non ci sono più i presupposti per la custodia in carcere, sia per le esigenze dell’inchiesta, sia per il comportamento tenuto da Gatti in oltre un mese di arresti.

Nel frattempo l’inchiesta del pm Pelosi e della polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza prosegue per accertare l’eventuale presenza di complici interni. Restano ancora in carcere due dei presunti complici di Gatti, gli imprenditori Pio Piccini e Massimo Pichetti. L’avvocato del primo, Manlio Morcella, presenterà l’istanza di scarcerazione nelle prossime ore. I difensori di Pichetti, Francesco Emanuele Salamone ed Emilio Ricci, provvederanno nel corso della settimana. I tre, insieme ad altre due persone indagate a piede libero, sono accusati di aver sottratto sei milioni di euro dai conti da 45 milioni di euro aperti da Finpiemonte nella banca elvetica Vontobel. Secondo le ipotesi investigative quelle somme sarebbero andate alle società di Piccini e Picchetti per rilevare l’azienda di Gatti, la Gem immobiliare, e saldare i debiti con i creditori. Tuttavia questi ultimi non hanno ricevuto il denaro e sulla Gem pende un istanza di fallimento.

Vi spiego i mini-Bot abbozzati dalla Lega (e da Claudio Borghi)

 startmag.it 21 maggio 2018

Lo Stato si libererebbe dei propri obblighi verso i fornitori accreditando loro dei mini-bot. L’approfondimento dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Dibattito politico infuocato, la scorsa settimana, sulla ipotesi di uscire dall’euro e sulla possibilità di ridurre il debito pubblico con misure straordinarie. Nella serata di martedì, a sorpresa, è stata diffusa una bozza di Contratto per il Governo di Cambiamento elaborata dai delegati del Movimento 5 Stelle e della Lega, in cui si auspicavano “specifiche procedure tecniche di natura economica e giuridica” che consentano ai singoli Stati di uscire dall’euro e di “recuperare la propria sovranità monetaria”, e si proponeva il congelamento/cancellazione dei titoli acquistati dalla Bce con il Qe, che valgono per l’Italia all’incirca 250 miliardi di euro (10% del pil). A latere, c’era la costituzione di Fondi immobiliari da vendere prioritariamente alle famiglie, “impacchettando” quote di patrimonio pubblico per un importo di circa 200 miliardi di euro. Il debito pubblico italiano, ormai di poco superiore ai 2.300 miliardi di euro (131,5% del pil) si sarebbe attestato a 1.850 miliardi (105%), tornando ai livelli del 2008, quando fu del 102,4%.

La cancellazione dei titoli comprati con il Qe, avrebbe implicazioni enormi: la Bce dovrebbe effettuare un write-off del proprio attivo accusando una perdita corrispondente, che in questo caso sarebbe superiore al proprio capitale netto. Sulle conseguenze di questo evento straordinario, non c’è unanimità di vedute neppure tra i più esperti: c’è chi sostiene che la Bce deve comportarsi come qualsiasi altro soggetto economico, e dunque chiedere alle Banche centrali aderenti all’SEBC il ripiano delle perdite e la ricostituzione del capitale; ma c’è anche chi afferma che una Banca Centrale, finché mantiene il monopolio legale della moneta circolante, può benissimo avere un capitale netto negativo. Anzi, non avrebbe neppure bisogno di un capitale proprio. A differenza dei vecchi sistemi monetari con base aurea, infatti, oggi la circolazione è esclusivamente fiduciaria: chi detiene la moneta non può chiederne la conversione in oro alla banca centrale che l’ha emessa. L’unico limite alla emissione di moneta sarebbe invece rappresentato dalla stabilità dei prezzi.

Il dibattito accademico è sterile: le polemiche, invece, hanno immediatamente sortito il loro effetto, con una netta marcia indietro. E’ stato comunicato che la questione dell’euro era già stata espunta, e che per i titoli acquistati con il Qe si sarebbe chiesto in sede europea di escluderli dal calcolo del rapporto debito-PIL Alla fine, anche questa ultima questione è stata espunta: non si fa più alcun cenno né alla possibilità di uscire dall’euro, né all’abbattimento del debito con misure straordinarie, quali che siano.

Le polemiche, che sembravano placarsi, sono divampate ancora più violentemente sulla questione dei mini-bot. Il responsabile economico della Lega, Claudio Borghi, in una intervista ha dichiarato che il nuovo governo rimedierebbe in modo radicale ai ritardi nei pagamenti della PA corrispondendo “titoli, con un valore equivalente, che potranno essere spesi ovunque, per comprare qualsiasi cosa. E lo Stato non dovrà fare debito aggiuntivo, perché si darà semplicemente forma a un debito che già c’è”. Né si violerebbero i Trattati europei, che individuano nell’euro l’unica moneta a corso legale, in quanto non si tratta di moneta: secondo Borghi, “tecnicamente è un debito cartolarizzato. L’ alternativa sarebbe non pagare i creditori dello Stato, quello sì sarebbe un default”.

Le cifre in ballo sono colossali: l’Eurostat, in una nota di aprile scorso redatta sulla base di informazioni ufficiali provenienti dall’Italia, ha comunicato che nel 2017 i soli debiti commerciali della Pa sono arrivati a 40,4 miliardi di euro (2,8% del pil). Si tratta di un debito potenziale: alla contabilizzazione formale come debito si procede solo quando il pagamento avvenga a fronte di emissione di titoli. A questa somma vanno aggiunti i crediti fiscali, per i quali vigono limiti ferrei alle compensazioni, per evitare evasioni fiscali. Nella Contratto per il Governo si prevede di ampliare le forme di compensazione tra debiti e crediti fiscali e di procedere alla “cartolarizzazione dei crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di stato di piccolo taglio, anche valutando nelle sedi opportune la definizione stessa di debito pubblico.”

E’ una prospettiva rivoluzionaria: lo Stato si libererebbe dei propri obblighi verso i fornitori accreditando loro dei mini-bot. La moneta perderebbe la esclusività in quanto strumento legittimamente liberatorio della obbligazione: lo Stato non dovrebbe più ricorrere previamente al mercato per procurarsi la moneta che gli occorre.

La reazione è stata immediata, e feroce: il Financial Times, con un articolo a firma John Dizard in cui si ricorda l’esperienza del ‘Patacon’ argentino, ha rilevato che “banchieri centrali e ministri delle finanze sono stati equilibrati nella loro reazione. Un equilibrio tra lo sdegno e il colpo apoplettico”. Non si tratterebbe, a suo avviso, solo di titoli di debito che anticipano, in termini ricardiani, la tassazione futura: “Se fossero introdotti su larga scala, le pressioni politiche con il tempo forzerebbero o l’Italia o la Germania fuori dall’euro, e avendo prodotto il danno questo strumento sarebbe alla fine liquidato”.

Siamo ad un nuovo snodo nella storia della moneta, dopo la fine dell’ancoraggio all’oro, di cui il florilegio delle criptovalute è un chiaro sintomo: le banche centrali, rese autonome dai governi negli anni Ottanta per bilanciare le spinte inflazionistiche indotte dalla spesa pubblica in disavanzo, che falcidiavano i risparmi e gli investimenti obbligazionari mentre i salari recuperavano potere di acquisto con la contrattazione, dopo la crisi del 2008 sono divenute istituzioni sovrane. Non si limitano a fornire liquidità al sistema bancario, ma effettuano veri e propri investimenti in titoli di debito pubblico, in obbligazioni di privati, e talora anche in azioni. L’aumento dei corsi azionari, suscitato dalla immensa liquidità immessa, non rappresenta lo stato di salute delle imprese ma un fenomeno inflazionistico: è la moneta con cui si acquistano che vale di meno, non i titoli che valgono di più. Le Banche centrali si sono sostituite così agli Stati nella creazione e nella distribuzione di reddito e ricchezza.

La partita dei mini-bot vale dunque, in via di principio, più dell’intero debito pubblico: deciderà chi è sovrano, se lo Stato o la moneta.

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