Unicredit ha venduto il Pavillon

Stefano Neri finanzareport.it 22 maggio 2018

A comprarlo Coima Res, prezzo nella parte alta delle previsioni. La strategia di investimento prevede la potenziale conversione in uffici e retail


Anche il Pavillon di Porta Nuova, come previsto, rientra nei progetti che non interessano più all’ad di Unicredit Jean Pierre Mustier.

La banca ha venduto la struttura situata nella piazza Gae Aulenti a Milano, dove sorge la sede di Unicredit, a Coima Res per 45 milioni (46,5 milioni incluse le tasse e i costi di due diligence) più un potenziale earn-out (supplemento) fino a 5 milioni. Il closing dell’operazione è previsto entro fine anno.

La notizia era stata preceduta da alcune indiscrezioni nei mesi scorsi e il prezzo è in linea e nella parte alta delle previsioni, così come l’acquirente, visto che il gruppo Coima di Manfredi Catella aveva un diritto di prelazione.

Il Pavillon è un centro polifunzionale disegnato dall’architetto Michele De Lucchi e capace di ospitare un auditorium da 700 posti, spazi per esposizioni, una lounge sul tetto dell’edificio e un asilo nido per 50 bambini. Uno spazio “messo a disposizione” della città, secondo quanto aveva dichiarato all’inaugurazione l’allora amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni.

La strategia di investimento – indica una nota di Coima Res – prevede la potenziale conversione in uffici e retail.

Il caffè del soldato Johnny Riotta

Damiano Rossi lintellettualedissidente.it 20 maggio 2018

Il miglior italiano d’America ne ha detta un’altra delle sue, la battaglia per la libertà prosegue senza sosta a colpi di tweet affilati

«Minchia!» esclama d’impulso dal tavolino di uno Starbucks della Grande Mela il siciliano d’America Gianni Riotta, figlio della voluttuosa Trinacria ma cittadino adottato dal Nuovo Mondo. Sotto il tondo vitreo occhialuto del cowboy Riotta scorre, nel riflesso nero opaco dello schermo made in Silcon Valley, il titolo albionico dell’irrinunciabile Finalcial Times: Five Star and League strike Italy government deal. Con circospezione colpevole il buon Johnny si accorge immediatamente della deplorevole sicula coprolalia e pronto censura il vergognoso gergo con un censorio «Oh My God».

Yankee Riotta non crede ai propri occhi pieni di sdegno e soprassedendo sulle immagini dei corpi e il sangue di Gaza, la sua attenzione si concentra sull’Italia e sul governo M5S-Lega. Sarà per il suo coraggio e per il suo essere ormai americano ma il soldato Riotta comprende l’importanza della battaglia per la libertà e dal suo smartphone, al pensiero trattenuto in gola di “fetusi”, bombarda gli avversari delle democrazia con tweet affilati attraverso la cote della sua sagacia.

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Il buon Johnny inebriato allora da grattacieli di acciaio e vetro, dal rumoreggiare della vita operosa della modernità a stelle e strisce, estrae dal cilindro della sua intelligenza cretina – parafrasando Sciascia – l’allocuzione spot di superficiale genialità: Strapaese non passerà! Camminando nello stato di minoranza, senza lumi a guidarlo, Johnny inciampa in Strapaese con tutta la forza della vulgata, del flatus voci di chi parla di una “italietta” mai esistita o teorizzata se nelle sue paure litotiche di un modernista pronto a negare tradizione e comunità. Pensando di offrire appiglio contro il probabile nuovo esecutivo il buon Riotta giunge infine a rivelare l’assenza di sostanza delle sue posizioni, schernendo con l’ingenuo pensiero del finto apolide una piattaforma culturale storicamente centrale nella storia d’Italia.

Sudato per lo sforzo che richiede essere un progressista nei tempi bui del populismo, finalmente Johnny può chiamare deciso il cameriere e ordinare il meritato ristoro del caffè: lungo, americano si intende. Nell’aria si ode una musica lontana e famigliare:

Tu vuo’ fa’ ll’americano Mericano, mericano, ma si’ nato in Italy.

Minchia… che bella l’America mormora il fu siciliano divenuto parvenu di oltre Oceano.

Crack Malaspina: l’hotel Ca’ Sagredo di Venezia nel mirino dei magistrati di Monza

http://vincenzochierchia.blog.ilsole24ore.com/2018/05/21/

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ANSA) – MILANO, 21 MAG – Giuseppe Malaspina e gli altri
indagati nell’inchiesta della Procura di Monza che ha portato a
21 arresti per reati fallimentari e altri sono accusati di aver
predisposto atti “finalizzati a una apparente legittimità
formale” per sottrarre dalla massa fallimentare della Ideo, la
società di cui l’imprenditore era amministratore, le
partecipazioni nelle società proprietarie dell’hotel Gritti di
Milano e Ca’ Sagredo di Venezia.
Tra questi atti – è scritto nel capo d’imputazione – anche il
verbale di assemblea della Ideo in cui era stata deliberata la
cessione delle quote dell’hotel Ca’ Sagredo alla ‘scatola vuota’
Duomo, intestata a una collaboratrice di Malaspina. Per la
cessione della “partecipazione totalitaria nella società Ca’
Sagredo Hotel srl”, la società Duomo aveva pattuito 10mila euro,
peraltro mai versati nelle casse sociali, mentre il valore
stimato dalla curatela fallimentare era pari a oltre sette
milioni. Stessa operazione avvenne per la società Gritti srl che
gestiva l’omonimo hotel a Milano, ceduta dalla Ideo alla
Sant’Agostino srl, sempre riconducibile a Malaspina, per 51.840
euro mentre il valore stimato fu di oltre tre milioni. (ANSA).

L’hotel Ca’ Sagredo ha una gestione indipendente e disgiunta da quella legata ai beni del
geometra Giuseppe Malaspina“: lo precisa all’ANSA Lorenza Lain,
direttore dell’albergo veneziano, in relazione alla notizia che
tra i beni sequestrati dalle fiamme gialle nell’ambito
dell’inchiesta Domus Aurea c’è anche la struttura ricettiva
lagunare. “L’attuale gestione – sottolinea – fa capo a me e l’hotel è
pienamente operativo con un bilancio in attivo. I rapporti con i
curatori fallimentari – aggiunge – sono ottimi e vi è una buona
collaborazione al fine di mantenere la piena operatività e
l’autonomia dell’hotel”.(ANSA).

Finpiemonte, Gatti esce dal carcere

Andrea Giambartolomei lospiffero.com 21 maggio 2018

L’ex presidente della finanziaria della Regione ai domiciliari. Restano in cella i due presunti complici, gli imprenditori Piccini e Pichetti. L’accusa di aver sottratto sei milioni da un conto svizzero

È ai domiciliari Fabrizio Gatti, l’ex presidente di Finpiemonte arrestato il 6 aprile scorso per peculato aggravato. Il gip Rosanna La Rosa, che aveva firmato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere, ha disposto stamattina l’attenuamento della misura cautelare dopo la richiesta formulata giovedì dagli avvocati Luigi Chiappero e Luigi Giuliano. I pmFrancesco Pelosi ed Enrica Gabetta hanno dato il loro ok per gli arresti domiciliari. Secondo il giudice non ci sono più i presupposti per la custodia in carcere, sia per le esigenze dell’inchiesta, sia per il comportamento tenuto da Gatti in oltre un mese di arresti.

Nel frattempo l’inchiesta del pm Pelosi e della polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza prosegue per accertare l’eventuale presenza di complici interni. Restano ancora in carcere due dei presunti complici di Gatti, gli imprenditori Pio Piccini e Massimo Pichetti. L’avvocato del primo, Manlio Morcella, presenterà l’istanza di scarcerazione nelle prossime ore. I difensori di Pichetti, Francesco Emanuele Salamone ed Emilio Ricci, provvederanno nel corso della settimana. I tre, insieme ad altre due persone indagate a piede libero, sono accusati di aver sottratto sei milioni di euro dai conti da 45 milioni di euro aperti da Finpiemonte nella banca elvetica Vontobel. Secondo le ipotesi investigative quelle somme sarebbero andate alle società di Piccini e Picchetti per rilevare l’azienda di Gatti, la Gem immobiliare, e saldare i debiti con i creditori. Tuttavia questi ultimi non hanno ricevuto il denaro e sulla Gem pende un istanza di fallimento.

Vi spiego i mini-Bot abbozzati dalla Lega (e da Claudio Borghi)

 startmag.it 21 maggio 2018

Lo Stato si libererebbe dei propri obblighi verso i fornitori accreditando loro dei mini-bot. L’approfondimento dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Dibattito politico infuocato, la scorsa settimana, sulla ipotesi di uscire dall’euro e sulla possibilità di ridurre il debito pubblico con misure straordinarie. Nella serata di martedì, a sorpresa, è stata diffusa una bozza di Contratto per il Governo di Cambiamento elaborata dai delegati del Movimento 5 Stelle e della Lega, in cui si auspicavano “specifiche procedure tecniche di natura economica e giuridica” che consentano ai singoli Stati di uscire dall’euro e di “recuperare la propria sovranità monetaria”, e si proponeva il congelamento/cancellazione dei titoli acquistati dalla Bce con il Qe, che valgono per l’Italia all’incirca 250 miliardi di euro (10% del pil). A latere, c’era la costituzione di Fondi immobiliari da vendere prioritariamente alle famiglie, “impacchettando” quote di patrimonio pubblico per un importo di circa 200 miliardi di euro. Il debito pubblico italiano, ormai di poco superiore ai 2.300 miliardi di euro (131,5% del pil) si sarebbe attestato a 1.850 miliardi (105%), tornando ai livelli del 2008, quando fu del 102,4%.

La cancellazione dei titoli comprati con il Qe, avrebbe implicazioni enormi: la Bce dovrebbe effettuare un write-off del proprio attivo accusando una perdita corrispondente, che in questo caso sarebbe superiore al proprio capitale netto. Sulle conseguenze di questo evento straordinario, non c’è unanimità di vedute neppure tra i più esperti: c’è chi sostiene che la Bce deve comportarsi come qualsiasi altro soggetto economico, e dunque chiedere alle Banche centrali aderenti all’SEBC il ripiano delle perdite e la ricostituzione del capitale; ma c’è anche chi afferma che una Banca Centrale, finché mantiene il monopolio legale della moneta circolante, può benissimo avere un capitale netto negativo. Anzi, non avrebbe neppure bisogno di un capitale proprio. A differenza dei vecchi sistemi monetari con base aurea, infatti, oggi la circolazione è esclusivamente fiduciaria: chi detiene la moneta non può chiederne la conversione in oro alla banca centrale che l’ha emessa. L’unico limite alla emissione di moneta sarebbe invece rappresentato dalla stabilità dei prezzi.

Il dibattito accademico è sterile: le polemiche, invece, hanno immediatamente sortito il loro effetto, con una netta marcia indietro. E’ stato comunicato che la questione dell’euro era già stata espunta, e che per i titoli acquistati con il Qe si sarebbe chiesto in sede europea di escluderli dal calcolo del rapporto debito-PIL Alla fine, anche questa ultima questione è stata espunta: non si fa più alcun cenno né alla possibilità di uscire dall’euro, né all’abbattimento del debito con misure straordinarie, quali che siano.

Le polemiche, che sembravano placarsi, sono divampate ancora più violentemente sulla questione dei mini-bot. Il responsabile economico della Lega, Claudio Borghi, in una intervista ha dichiarato che il nuovo governo rimedierebbe in modo radicale ai ritardi nei pagamenti della PA corrispondendo “titoli, con un valore equivalente, che potranno essere spesi ovunque, per comprare qualsiasi cosa. E lo Stato non dovrà fare debito aggiuntivo, perché si darà semplicemente forma a un debito che già c’è”. Né si violerebbero i Trattati europei, che individuano nell’euro l’unica moneta a corso legale, in quanto non si tratta di moneta: secondo Borghi, “tecnicamente è un debito cartolarizzato. L’ alternativa sarebbe non pagare i creditori dello Stato, quello sì sarebbe un default”.

Le cifre in ballo sono colossali: l’Eurostat, in una nota di aprile scorso redatta sulla base di informazioni ufficiali provenienti dall’Italia, ha comunicato che nel 2017 i soli debiti commerciali della Pa sono arrivati a 40,4 miliardi di euro (2,8% del pil). Si tratta di un debito potenziale: alla contabilizzazione formale come debito si procede solo quando il pagamento avvenga a fronte di emissione di titoli. A questa somma vanno aggiunti i crediti fiscali, per i quali vigono limiti ferrei alle compensazioni, per evitare evasioni fiscali. Nella Contratto per il Governo si prevede di ampliare le forme di compensazione tra debiti e crediti fiscali e di procedere alla “cartolarizzazione dei crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di stato di piccolo taglio, anche valutando nelle sedi opportune la definizione stessa di debito pubblico.”

E’ una prospettiva rivoluzionaria: lo Stato si libererebbe dei propri obblighi verso i fornitori accreditando loro dei mini-bot. La moneta perderebbe la esclusività in quanto strumento legittimamente liberatorio della obbligazione: lo Stato non dovrebbe più ricorrere previamente al mercato per procurarsi la moneta che gli occorre.

La reazione è stata immediata, e feroce: il Financial Times, con un articolo a firma John Dizard in cui si ricorda l’esperienza del ‘Patacon’ argentino, ha rilevato che “banchieri centrali e ministri delle finanze sono stati equilibrati nella loro reazione. Un equilibrio tra lo sdegno e il colpo apoplettico”. Non si tratterebbe, a suo avviso, solo di titoli di debito che anticipano, in termini ricardiani, la tassazione futura: “Se fossero introdotti su larga scala, le pressioni politiche con il tempo forzerebbero o l’Italia o la Germania fuori dall’euro, e avendo prodotto il danno questo strumento sarebbe alla fine liquidato”.

Siamo ad un nuovo snodo nella storia della moneta, dopo la fine dell’ancoraggio all’oro, di cui il florilegio delle criptovalute è un chiaro sintomo: le banche centrali, rese autonome dai governi negli anni Ottanta per bilanciare le spinte inflazionistiche indotte dalla spesa pubblica in disavanzo, che falcidiavano i risparmi e gli investimenti obbligazionari mentre i salari recuperavano potere di acquisto con la contrattazione, dopo la crisi del 2008 sono divenute istituzioni sovrane. Non si limitano a fornire liquidità al sistema bancario, ma effettuano veri e propri investimenti in titoli di debito pubblico, in obbligazioni di privati, e talora anche in azioni. L’aumento dei corsi azionari, suscitato dalla immensa liquidità immessa, non rappresenta lo stato di salute delle imprese ma un fenomeno inflazionistico: è la moneta con cui si acquistano che vale di meno, non i titoli che valgono di più. Le Banche centrali si sono sostituite così agli Stati nella creazione e nella distribuzione di reddito e ricchezza.

La partita dei mini-bot vale dunque, in via di principio, più dell’intero debito pubblico: deciderà chi è sovrano, se lo Stato o la moneta.

Complimenti al nuovo governo per il blocco alla TAV: secondo molti (…) serviva solo per scavare un laboratorio nucleare francese in Italia!

 scenarieconomici.it 22 maggio 2018

Riprendo un articolo di relativamente poco tempo fa di uno stimato “insider” nonché amico di lunga data per spiegare i veri motivi EUropei che spingono al completamento forzoso della TAV, facendo pagare gli italiani per un progetto non solo inutile ma anche dannoso. Motivi che molto probabilmente non sono economici – a quanto sembra -, come per altro dimostrato da interessanti inchieste giornalistiche, vedasi in calce. Anzi, le ragioni sembrano addirittura geostrategiche, con il forte dubbio che la Francia voglia anche stoccare i rifiuti delle sue centrali nucleari di fatto in territorio italiano!!!

Non ci credete? Leggete il pezzo, ci sono le fonti a supporto. Certo, con la sinistra al potere certe cose non si potevano nemmeno pensare… [vi ricordo infatti che un ex primo ministro italiano del PD – Enrico Letta – casualmente oggi lavora a Parigi pagato dallo Stato francese nell’universita dei servizi segreti d’oltralpe, Science Po].

Aberrante (ambascsiator non porta pena, tutte le Fonti sono citate).

W Pietro Micca (dubito che Mattarella sappia chi era, ndr). Spero solo che a nessuno a Roma venga in mente di bloccare il governo più sinceramente unitario Nord-Sud dall’Unita d’Italia.

MD

Chiusura sportelli Banco BPM, intervengono Montani e Borghi

vcoazzurratv.it 21 maggio 2018

I comuni interessati sono Baceno, Bannio Anzino, Varzo, Vogogna, Premosello Chiovenda e Cambiasca

 

banca

 

Chiusura degli sportelli del Banco BPM a Baceno, Bannio Anzino, Varzo, Vogogna, Premosello Chiovenda e Cambiasca a fine giugno : intervengono l’onorevole Enrico Borghi e il senatore Enrico Montani.

Borghi ha presentato un’ interrogazione al Ministro dell’Economia e delle Finanze, descrivendo una riorganizzazione messa in campo senza nessuna concertazione con il territorio che rischia di creare pesanti ripercussioni in particolare nei confronti delle popolazioni anziane, dei commercianti e dei turisti. Lo stessso richiede al titolare del dicastero di Via XX Settembre quali misure intenda adottare al fine di evitare tale chiusura.Sempre il parlamentare ossolano ha depositato una specifica interrogazione con la quale si informa Palazzo Chigi della richiesta avanzata dai 76 comuni del VCO di proclamare lo stato di emergenza in ordine alla situazione della viabilità sull’intero territorio provinciale. Infine, la situazione di criticità di cassa della Provincia del VCO è stata oggetto di una lettera che l’on. Borghi ha inviato al Ragioniere Generale dello Stato e ai vertici tecnici del Ministero dell’Economia e del Ministero dell’Interno.

Tornando al Banco BPM, anche il senatore Montani parla di una scelta calata dall’alto e che penalizza soprattutto gli anziani. E mentre i sindaci dei Comuni interessati manifestano l’intenzione di incontrare i responsabili delle banche che hanno deciso i provvedimenti sopra citati, anche il Montani dichiara la propria intenzione di collaborare in prima persona per cercare d’invertire la rotta. «La politica non ha competenza nelle banche – dice ancora Montani – ma non per questo non mi muoverò per tentare di capire se ci sono ancora margini d’intervento; l’auspicio è che la decisione presa – termina la nota – possa assumere connotati diversi da quelli che ci sono stati prospettati».

SPY FINANZA/ Le mosse della Francia per comprarsi i gioielli italiani

La pace tra Usa e Cina è una brutta notizia per l’Europa, dove la Francia sembra pronta a evidenziare le debolezze dell’Italia per approfittarne. MAURO BOTTARELLI

Emmanuel Macron (Lapresse)Emmanuel Macron (Lapresse)

La coalition antisystéme en Italie alarme l’Europe. E non basta: Théatre à l’italienne. Quelli che ho appena citato sono i titoli di prima pagina di ieri di Le Figaro, il quotidiano conservatore francese, quello per capirci meno duro e più in linea con l’esecutivo che fa capo a Emmanuel Macron. Insomma, in Francia è partita l’offensiva. E lo si è capito chiaramente l’altro giorno, quando il ministro dell’Economia d’Oltralpe si è sentito in dovere di ricordare al nascendo esecutivo che sui conti pubblici Roma non può scherzare, chiunque la guidi, pena la messa a rischio della stessa eurozona. 

Ora, che il nostro debito pubblico sia alto non è materia che rappresenti una novità o una sorpresa. Ma, esattamente come quello giapponese, l’unico fra le economie avanzate a batterci in questa poco lusinghiera classifica, è anche fra i più stabili, paradossalmente. Forse proprio grazie alla natura sistemica dell’Italia, al suo essere too big to fail o forse per una messa in pratica ormai storica del detto chi disprezza, compra, alla fine gli scossoni davvero pesanti sono stati pochi. E, spesso, se non eterodiretti, sicuramente “stimolati”, stile 2011. E a Parigi lo sanno benissimo, non fosse altro per l’idolatria immotivata che nutrono nei confronti del nostro espatriato di lusso, quell’Enrico Letta che spesso e volentieri viene ospitato sui giornali, nelle trasmissioni o nei convegni a parlare del Paese che ha guidato, prima che l’uomo di Rignano lo invitasse a stare sereno. Perché quindi questo attivismo francese, quasi Parigi fosse una sede sussidiaria ufficiale di Bruxelles, di suo già intervenuta in grande stile per metterci in guardia da alzate di ingegno anti-europeista da parte del nuovo esecutivo? 

La risposta appare ed è scontata, visto l’attivismo in sede europea e globale di Emmanuel Macron: l’Eliseo punta alla primazia nell’Ue, ora che Angela Merkel è quanto mai politicamente debole e tentata dallo strappo russo dettato da Nord Stream 2 e delle minacce del Dipartimento di Stato e Londra è, almeno formalmente, sul punto di dire addio all’Unione. Roma, di fatto, è vista da Parigi come una colonia e poco più, gente che mette a repentaglio la predominanza culturale del Louvre, quella enologica dello champagne e quella gastronomica della buona cucina. Per il resto, non sono cambiati dai tempi della risatina di Nicolas Sarkozy: politicamente, ci ritengono dei minus habens da quando sono spariti dalla piazza Craxi e Andreotti. Nulla di nuovo, quindi. 

C’è però un qualcosa di inedito e che non viene, a mio avviso, debitamente sottolineato: il silenzio di Berlino e della Bundesbank, di solito la prima a fare da cane da guardia del rigore europeista. Bene, come vi anticipavo nel mio articolo di ieri, la Germania ha preso giocoforza per prima consapevolezza dei nuovi assetti globali che si stanno delineando, a partire dagli scontri commerciali fino alle politiche monetarie della Banche centrali e arrivando agli scenari geopolitici, dalla Siria all’Iran, dalla Corea del Nord alla Turchia, Paese che vi invito a tenere sott’occhio nelle prossime settimane. E nel tumulto generale, accadono cose. Prima l’esenzione Usa dai dazi nei confronti di Pechino, non solo la sconfessione di fatto di tutte le accuse di Donald Trump verso il Dragone che gli hanno garantito l’elezione alla Casa Bianca (al netto degli hacker russi che piacciono tanto ai nostri intellettuali di sinistra), ma di fatto la conferma di un’offensiva bipolare verso l’Europa, intesa come entità economica e verso l’euro come potenziale valuta globale, nuovo benchmark forte a fronte di dollaro gravato dal debito e yuan che sconta l’assenza di una reale economia di mercato come sottostante. 

Poi, di colpo, il ministero della Giustizia Usa che nel fine settimana apre un’inchiesta sull’operato dell’Fbi dell’ultima era Obama, accusata nientemeno che di aver infiltrato la campagna di Donald Trump alle presidenziali del novembre 2016 per danneggiare il candidato repubblicano a favore di Hillary Clinton. Di fatto, non solo la sconfessione della pantomima del Russiagate, carrozzone politico-mediatico valso il Pulitzer al New York Times, tanto per capire come siano messi Oltreoceano, ma il suo esatto ribaltamento. Sul fronte dei grandi sommovimenti geopolitici, poi, siamo alla più classica delle strategie di stop-and-go: prima la questione nordcoreana era esiziale, praticamente la Terza guerra mondiale pronta a esplodere. Poi, di colpo, bastano le Olimpiadi invernali a Seul per far scoppiare la pace fra i due nemici storici e gettare le basi per l’incontro del disgelo fra Donald Trump e Kim Jong-un a Singapore il 12 giugno, prodromo alla denuclearizzazione totale della penisola. La settimana scorsa, poi, tutto in discussione di nuovo: Seul compie esercitazioni congiunte con l’esercito Usa, quindi Pyongyang, che sapeva di quelle manovre militari da mesi, annulla il vertice bilaterale per protesta e rimette in dubbio anche il meeting con l’inquilino della Casa Bianca. E la Siria? Dopo la false flag di Douma e il conseguente raid punitivo di Usa, Gran Bretagna e Francia, è calato il silenzio. 

Nel frattempo, però, l’ex spia Serghei Skripal ha lasciato l’ospedale di Salisbury dopo era ricoverato da settimane in seguito all’avvelenamento da agente nervino: pare stia benissimo, tutto risolto. Quindi, o non era stato avvelenato da quel tipo di sostanza o voglio il Nobel per la Medicina al nosocomio inglese. Tertium non datur, se non la figuraccia globale del governo May, il quale però in quel momento doveva alzare un po’ di cortina fumogena per nascondere le fallimentari trattative sul Brexit e, soprattutto, l’escalation di crimini violenti a Londra, divenuta di fatto più pericolosa di New York. Non una bella pubblicità per una delle mete turistiche più visitate d’Europa, la quale però ora rischia noie come la questione di visti e documenti di entrata e sta già facendo i conti con gli addii di grandi banchi e multinazionali, Unilever in testa, alla City in favore di Francoforte, Amsterdam o Parigi. Milano non pervenuta, nemmeno per l’Agenzia del farmaco. Roma non ne parliamo proprio. 

Ed ecco il vero punto nodale, la vera questione. In questo momento, l’Ue corre due pericoli enormi: primo, la volontà Usa e cinese di guadagnare quote di mercato a nostro discapito. Secondo, la rinnovata grandeur francese, la quale grida ai rischi per l’eurozona rappresentati dai nostri conti pubblici e dalle ricette del neonato governo, ma non vede il gioco suicida cui sta prestandosi, di fatto diventando giorno dopo giorno sempre più un proxy delle mire statunitensi. Ovviamente, con un coté molto appetitoso per Parigi: rimandare l’Italia in modalità 2011, in modo da poter terminare a prezzo ulteriormente di saldo il suo shopping dei nostri gioielli di famiglia, garantendosi inoltre l’ennesimo posto in prima fila per Total, ora che il petrolio torna a ruggire, grazie all’atteggiamento da cane da pantofola verso Washington. 

E se la Cina ha sì problemi di sostenibilità strutturale, legati soprattutto a quel casinò chiamato sistema bancario ombra e al suo addentellato nel mercato immobiliare, Pechino gode ancora di libertà monetaria e liquidità sufficiente a poter tenere il banco. E, quindi, dettare le regole in ossequio all’impulso creditizio globale che garantisce. Gli Usa, invece? Al netto delle panzane che leggete sulla grande stampa e, purtroppo, a volte anche su queste pagine (grazie al cielo, sempre di meno, perché alla fine ci arrivano a capirla, anche i più eminenti fra i propagatori di cantonate), questi grafici racchiudono plasticamente la situazione: morosità retail sulle carte di credito e cartolarizzazione di prestiti al consumo per acquisti di automobili che hanno superato il picco del 2008, richiesta di nuovi prestiti ai minimi e, dulcis in fundo, a ricordarci i fasti di dieci anni fa con qualche mese di anticipo sull’anniversario del crollo Lehman, ecco che la correlazione fra bond e titoli azionari ha appena toccato il suo livello di negatività maggiore appunto dall’ottobre del 2008. Ecco l’America oggi, altro che il film di Robert Altman: di fatto, uno Stato fallito basato su una moneta e della carta sovrana fallita e in grado di finanziare unicamente altro debito e altro deficit. 

Ma Parigi teme che siano i conti italiani e magari il no alla Tav a far saltare l’eurozona, non le mosse sempre più disperate ed estreme che gli Usa metteranno in campo da qui in avanti, anche giocando particolarmente sporco, per sopravvivere e far sopravvivere la loro assicurazione sulla vita, ovvero la primazia del dollaro come moneta di riferimento del commercio e della finanza globale. Ecco lo scontro reale, qualcosa di storico. Qualcosa che potrebbe cambiare il corso economico e geopolitico dei prossimi 50 anni almeno e che noi, invece, nemmeno vediamo arrivare in lontananza. Sarà un’estate caldissima e piena di novità e sorprese, in primis relative agli assetti politici ed economici: temo italiani in testa, temo. 

Staremo a vedere. Per ora vi saluto, oggi mi ricoverano per quello che spero essere l’ultimo atto del mio percorso di rinascita. Se tutto andrà bene, ci saranno novità al mio ritorno: l’ho promesse a me stesso e intendo mantenere la promessa. Per scaramanzia, non dico nulla, ma sarete i secondi a sapere, quando e se sarà il caso. Per adesso, mi congedo e spero di ritornare a voi la prossima settimana. Statemi bene. E occhi aperti, sempre sotto il pelo dell’acqua. Dove si nascondono gli iceberg.