Confindustria a M5S-Lega, Boccia: industria torni al centro, rischiamo Italia povera e agricola. Nemico rimane debito

Laura Naka Antonelli finanzaonline.com 23 maggio 2018

Bisogna andare avanti “lungo la strada della crescita e del lavoro” e rimettere al centro l’industria, “scomparsa dal dibattito di questi mesi”. Altrimenti il rischio è di “fare passi indietro” e “tornare a un’Italia povera e agricola che i nostri nonni e i nostri genitori hanno saputo trasformare, dalle macerie del Dopoguerra, nell’Italia che tutti c’invidiano, patria del bello e del ben fatto”. Così ha detto Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, in occasione dell’assemblea annuale degli industriali.

Boccia ha parlato rivolgendosi espressamente al nuovo governo M5S-Lega (che deve ricevere ancora il via libera del Colle).

“Non ci può essere una politica forte senza un’economia forte e se la politica pensa di essere forte creando le condizioni per indebolire l’economia, lavora in realtà contro se stessa”.

“Non è più tempo di inflazione e il nostro nemico rimane il debito pubblico”, 2.300 miliardi che “ci costano 63 miliardi l’anno”, ha affermato Boccia, ricordando l’importanza, dell’Italia, di tenere sotto controllo i conti pubblici.

“Per questo occorre una politica che rassicuri sulla graduale riduzione del debito pubblico, creando le precondizioni per la crescita e la creazione di lavoro, vera missione del paese”.

Il “mondo nuovo” diserta Confindustria

Gianni Del VecchioCondirettore L’HuffPost 23 maggio 2018

ANSA

Non c’era Luigi Di Maio. Non c’era Matteo Salvini. Non c’era il presidente della Camera, Roberto Fico. All’assemblea di Confindustria il “mondo nuovo” della politica, almeno ai suoi massimi livelli, non c’era. Il governo giallo-verde che verrà era rappresentato solo da seconde file, e cioè da qualche sparuto deputato o senatore. La maggior parte dei quali hanno anche fatto lo “sgarbo” al presidente degli industriali, Vincenzo Boccia, di andar via prima della fine della mattinata di lavori.

Si sono alzati e se ne sono andati – come riporta il cronista della agenzia Dire – i senatori pentastellati Daniele Pesco e Mario Turco: un forte segnale di dissenso e fastidio, questo, nei confronti delle stilettate da parte di Boccia su tanti temi caldi come Tav, Ilva e Grandi opere. Ha lasciato in anticipo la sala Santa Cecilia dell’Auditorium romano anche la mente economica della Lega, il parlamentare Claudio Borghi, peraltro ancora prima che finisse la relazione del presidente degli industriali. Gli unici a restare fino alla fine sono stati Lorenzo Fioramonti e Vincenzo Spadafora, entrambi deputati e consiglieri di Di Maio, ma solamente per motivi di cortesia.

Chi c’era allora? Sostanzialmente tutto il “mondo vecchio” della politica, quello che è uscito sconfitto dalle ultime elezioni: governo, tanto Pd e Forza Italia. Mondo che innegabilmente il sistema imprenditoriale sente più vicino, sulla stessa lunghezza d’onda. Basti pensare alla standing ovation che gli industriali hanno tributato al premier Paolo Gentiloni quando Boccia – appena prima di pronunciare la sua relazione – ha fatto gli onori di casa. Per non parlare dei tanti applausi che hanno spezzato il discorso conclusivo del ministro allo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, soprattutto in quei passaggi dove ha esortato “a far muro contro i populismi distruttivi”. Ma a muoversi a loro agio fra le prime file della platea c’erano tanti altri ministri (Madia, Poletti, Pinotti, Padoan, Lorenzin, De Vincenti, Alfano), tanti esponenti Pd (Martina, Boschi, Delrio, Rosato) e tanta Forza Italia (la presidente del Senato Casellati, Gelmini, Carfagna, Polverini, Ravetto e l’eterno Gianni Letta).

Mondo vecchio sì, mondo nuovo no. La conta dei presenti e degli assenti spiega plasticamente quello che sarà il rapporto fra Confindustria e nascente governo. Gli industriali si preparano infatti alla traversata del deserto dell’opposizione. Cosa abbastanza inusuale per l’associazione, visto che per lunghi anni è sempre stata vicina o comunque non ostile al governo, quasi per sua intrinseca natura. Anche negli anni di difficile rapporto fra l’allora premier Berlusconi e l’allora presidente Montezemolo, il sistema confindustriale nei fatti ha continuato a lavorare a stretto contatto col governo di centrodestra. Adesso invece per la prima volta qualcosa è cambiato. Appena dopo le elezioni Boccia – come fatto dai suoi predecessori – non ha lesinato l’apertura di credito di prammatica ai vincitori, M5s in primis. Ma è bastato poi dare un’occhiata al contratto di governo firmato dal duo Salvini-Di Maio per cambiare totalmente atteggiamento. Non è un caso che la relazione odierna abbia vivisezionato e criticato aspramente i punti caratterizzanti di quella intesa.

A partire dall’Ilva, che per Boccia non deve chiudere assolutamente. Cosa che invece per Pesco e Turco è solamente “una difesa miope di un sistema industriale fuori dai tempi”, come si legge in una nota dettata alle agenzie dopo aver abbandonato l’Auditorium. Ma le divergenze sono tante e toccano questioni rilevanti per lo sviluppo industriale del paese come la linea ferroviaria Tav Torino-Lione, il gasdotto Tap, il Terzo valico, il futuro di Alitalia e la creazione di una banca pubblica per gli investimenti. Per non parlare poi dell’argomento per eccellenza: i rapporti con l’Europa. Boccia ha deciso di far precedere la sua relazione filo-europeista con un filmato ancor più europeista, citando poi la famosa frase di Gianni Agnelli, “per essere italiani nel mondo dobbiamo essere europei in Italia”. A Salvini e al popolo leghista che tifa per un’uscita dall’euro e un ritorno alla piena sovranità nazionale saranno fischiate le orecchie. Insomma, fra industriali e governo giallo-verde per ora c’è davvero poco o nulla in comune.

Questa forte divergenza ci prepara sicuramente a una stagione di grosse turbolenze. E non stiamo parlando di mercati o spread. Stiamo parlando del fatto che è molto probabile che Lega e 5 stelle risponderanno agli attacchi delegittimando sempre di più i cosiddetti corpi intermedi – come Confindustria certo, ma sulla lista ci sono anche i sindacati – e puntando sempre di più a un rapporto diretto ed esclusivo con le masse. Magari presentandosi come “gli unti dal popolo” che lottano contro le élite corrotte, e anzi prendendo forza da questa rappresentazione. Se così sarà, però, è forte il rischio che il “mondo nuovo” – una volta occupate tutte le caselle di governo e sottogoverno, sia politico che economico – possa finire per assomigliare a quello “vecchio” appena sconfitto nelle urne.

Sogin: il buco nero del nucleare italiano

Che fine hanno fatto le quattro centrali nucleari italiane chiuse dopo il referendum del 1987? Dove sono i rifiuti radioattivi che hanno prodotto? Sono ancora lì, affidate alla Sogin-Società gestione impianti nucleari, l’azienda dello Stato (100% del Tesoro ma supervisione del ministero dello Sviluppo) nata nel 1999 per smantellare le centrali di Caorso, Trino, Latina e Garigliano, e gli impianti ex-Enea. Con una caratteristica non trascurabile: tutti i costi sono coperti dalla bolletta elettrica pagata ogni bimestre dai consumatori.
Cosa (non) ha fatto la Sogin

Nei primi anni 2000 le vengono conferite tutte le centrali, gli impianti e la realizzazione e gestione del deposito nazionale dove stoccare in sicurezza – e per 300 anni – i rifiuti a bassa e media attività. Viene definita una tabella di marcia: trattamento e stoccaggio dei rifiuti radioattivi entro il 2014 e smantellamento di centrali e impianti entro il 2020. E il costo: 4,5 miliardi di euro. Nel 2013 si slitta in avanti, fino al 2025, e la previsione di spesa sale a 6,48 miliardi di euro. Passano altri quattro anni, si insedia un nuovo consiglio di amministrazione (quello attuale) e a novembre 2017 viene partorito un ennesimo piano industriale, che fissa al 2036 (11 anni di ritardo sul precedente!) la fine dei lavori (in gergo «prato marrone»), mentre i costi lievitano a 7,25 miliardi. Stavolta lo slittamento è accompagnato da un impegno solenne: «Entro il 2019 si smonterà il primo bullone del contenitore di acciaio che circonda il reattore nucleare della centrale di Garigliano». Insomma, a 32 anni dal referendum si promette di partire finalmente con la parte impegnativa del decommissioning. Mentre attendiamo vediamo quanto ci è costata fino ad oggi questa società.

Quanto abbiamo pagato con la bolletta della luce

Dal 2001 ad oggi 3,7 miliardi di euro sono stati pagati dagli utenti dentro la bolletta elettrica, però solo 700 milioni sono stati utilizzati per lo smantellamento. Il resto è stato speso per i costi di gestione (1,8 miliardi per mantenere in sicurezza i siti, far funzionare la struttura e pagare il personale) e per il trattamento in Francia e nel Regno Unito del combustibile radioattivo (1,2 miliardi). Considerando che resta da eseguire più del 70% delle attività, e che negli ultimi due anni l’avanzamento dei lavori è stato del 2% l’anno, se non ci sarà un’improvvisa accelerata è facile prevedere che il «prato marrone» non lo vedremo prima del 2050. E ogni anno in più porterà con sé un inevitabile incremento dei costi. Le spese di gestione (che si aggiungono al costo dei lavori) sono oggi di circa 130 milioni l’anno. Solo dal 2010 al 2015, per fare un esempio, il personale è passato da 650 a 1030 unità e oggi si è stabilizzato intorno a mille. Il trend dei costi totali potrebbe così addirittura superare quota 10 miliardi, tutti pagati a piè di lista dalle bollette della luce.

Chi doveva vigilare

L’Autorità per l’energia ha sempre rimborsato senza battere ciglio, nonostante siano previste penalità nel caso di mancato raggiungimento degli obiettivi. Anche il Ministero dello Sviluppo economico, che deve vigilare, finora non è parso particolarmente attivo. Risulta, peraltro, che a seguire le vicende Sogin dentro al Ministero sia da un decennio lo stesso direttore generale, e che nella divisione V della stessa direzione uno dei tre funzionari che se ne occupa sia un dipendente della società stessa, lì distaccato.

Rischi per la popolazione

Intanto a Trisaia, in Basilicata, la magistratura ha posto sotto sequestro alcuni impianti di trattamento acque. Da almeno tre anni venivano riversati in mare dei solventi utilizzati negli anni ‘60 e ‘70 per il combustibile della centrale nucleare di Latina, mentre nei contenitori vecchi di 50 anni, custoditi nei capannoni, ci sono nitrati di uranio-235, nitrati di torio e altri prodotti da fissione nucleare. Sempre nell’impianto Itrec di Trisaia ci sono anche 64 barre di combustibile torio-uranio, che si sommano ad altri 4 metri cubi di rifiuti liquidi acidi ad alta attività contenenti uranio arricchito. I lavori in questo impianto dovevano essere conclusi nel 2023. Oggi Sogin ha spostato la scadenza al 2036. Quei contenitori reggeranno per altri diciotto anni? Ma il sito che presenta in assoluto i rischi maggiori è quello di Saluggia, a Vercelli. Nell’impianto Eurex, che si trova in riva alla Dora Baltea, e sopra la falda dell’acquedotto del Monferrato, giacciono circa 230 metri cubi di rifiuti liquidi ad alta attività, anche qui dentro a bidoni di 50 anni fa. Dopo l’alluvione del 2000 (che per la terza volta allagò l’impianto) l’allora commissario Enea e premio Nobel Carlo Rubbia, dichiarò che si era «sfiorata una catastrofe planetaria». Anche per Saluggia nessuna fretta: possiamo solo sperare che nel frattempo non ci siano altre alluvioni.

E i rifiuti dove li mettiamo?

Anche il deposito nazionale in cui confluire rifiuti e scorie ancora non c’è, ma sappiamo che la spesa prevista è di 2,5 miliardi. Nelle stanze romane ci si ricorda ancora la rivolta di Scanzano Jonico nel 2003, quando si annunciò dall’oggi al domani che un Deposito sarebbe stato costruito lì. Forse è per questo che la mappa dei luoghi possibili è chiusa da anni nei cassetti dei ministeri dello Sviluppo e dell’Ambiente, mentre ogni giorno si aggiungono ai rifiuti radioattivi delle centrali e impianti, quelli prodotti dai centri di ricerca e dai reparti di medicina nucleare degli ospedali. Prima di dire «si fa qui» occorre aver incassato l’ok della regione, comune, popolazione locale e un accordo sull’indennizzo. Ma la politica è così debole che non riesce far capire che un deposito è ben più sicuro rispetto ai rischi a cui tutta la popolazione oggi è esposta. E preferisce fare finta di niente, come se il problema non esistesse più.

Rosneft e gli affari misteriosi di Intesa Sanpaolo con Putin

Pubblicato il da Gianni Dragoni.it

Dove sono finiti i 5,2 miliardi prestati dalla banca?

Aleggia il mistero negli affari tra Intesa Sanpaolo e la Russia. I rapporti tra la banca che ha le maggiori dimensioni in Italia e il presidente russo Vladimir Putin si sono rafforzati negli ultimi mesi. Questo nonostante le sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti contro Mosca dopo l’annessione della Crimea e la sanguinosa invasione in Ucraina nel 2014.

L’accordo annunciato ieri dal gruppo cinese Cefc per acquistare il 14,16% di Rosnfet, colosso petrolifero russo guidato da un amico di Putin, Igor Sechin, riporta l’attenzione sul maxi-finanziamento che la banca italiana ha concesso all’inizio di quest’anno per aiutare il governo russo a vendere una quota di Rosneft. Operazione dai contorni ancora misteriosi.

Il maxi-prestito a Qatar e Glencore

In gennaio un consorzio formato dal Qatar e da Glencore, colosso anglosvizzero di trading minerario, ha comprato dal governo russo il 19,5% di Rosneft, per circa 10,2 miliardi di euro. I due compratori hanno costituito per questo una joint venture con sede a Singapore, Qhg.

La banca italiana è stata il consulente (advisor) di Putin per la cessione. Ma il suo ruolo è stato ben più ampio. Intesa Sanpaolo ha anche finanziato l’acquisto con un prestito di 5,2 miliardi di euro a favore di Qatar e Glencore, cioè ha coperto un po’ più di metà del costo del pacchetto azionario. Pertanto la banca ha avuto un ruolo decisivo nella riuscita della privatizzazione, che ha aiutato Putin a tappare i buchi del bilancio russo. Di questo Poteri Deboli ha parlato in un articolo del 25 giugno 2017 (“Banca Intesa, quanto ci costi”).

Londra accusa: “accordo opaco”

“Un accordo opaco” lo ha definito la stampa britannica, raccogliendo le perplessità di ambienti finanziari e analisti. Soprattutto Reuters e Financial Times hanno sollevato domande alle quali non è stata data risposta, neppure dalla banca guidata da Carlo Messina.

La domanda principale è chi siano i destinatari finali delle azioni comprate da Qatar e Glencore in una società petrolifera di cui il governo di Mosca mantiene il controllo con il 51 per cento.

Soci alle Cayman

Secondo Reuters, benché la joint venture Qhg abbia sede a Singapore, alcuni azionisti avrebbero sede alle isole Cayman, un paradiso fiscale, pertanto la loro vera identità sarebbe schermata.

Il secondo azionista di Rosneft è il gruppo petrolifero britannico Bp, con il 19,75%, poco più della partecipazione ceduta a Qatar-Glencore con l’aiuto di Intesa. Questo potrebbe spiegare l’allarme della stampa britannica. Rosneft è quotata in Borsa. In base al prezzo attuale di Borsa il valore dell’intero capitale (la capitalizzazione di Borsa) è pari a 57 miliardi di dollari.

Grandi affari nel petrolio e nel gas. Il presidente russo Vladimir Putin
Grandi affari nel petrolio e nel gas. Il presidente russo Vladimir Putin

I cinesi pagheranno 9,1 miliardi di dollari

Ieri Reuters è tornata a parlare di “accordo opaco”. Secondo l’annuncioi, il gruppo dell’energia privato cinese Cefc (China Energy Corporation) comprerà il 14,16% di Rosneft dalla joint venture tra Qatar e Glencore. China Energy pagherà 9,1 miliardi di dollari per il 14,16% di Rosneft. Ai venditori resterà pertanto poco più del 5,2% del colosso petrolifero russo, diviso tra il 4,7% del Qatar (che agisce con il fondo sovrano Qatar Investment Authority, Qia) e lo 0,5% di Glencore.

Alla luce dell’ultimo annuncio, si può ipotizzare che fosse già previsto dall’inizio il passaggio della quota in mano cinese? Se così fosse, perché non dirlo subito? O ci sono altri risvolti segreti? In ogni caso resta una fetta di Rosneft del 5,2% ancora in mano a Qatar e Glencore, che potrebbe essere ricollocata successivamente presso nuovi proprietari. Il giornale russo Vedomosti ha parlato anche del possibile ingresso di un secondo gruppo cinese, Nnk, che non ha fatto commenti.

Le onorificenze di Putin ai vertici di Intesa

Quello che è certo è che l’operazione perfezionata tra dicembre e gennaio scorsi ha dato una bella mano a Putin. Il presidente della Federazione Russa ha ricevuto al Cremlino il 25 gennaio  i vertici di Intesa Sanpaolo, ringraziandoli per l’aiuto prezioso e in aprile li ha premiati con alte onorificenze. Il responsabile della banca a Mosca, Antonio Fallico, un manager potente che per la sua attività è a conoscenza di molti segreti, ha ricevuto da Putin l’Ordine dell’Onore. L’a.d. di Intesa Calo Messina e il presidente della controllata Banca Imi, Gaetano Miccichè, hanno ricevuto l’Ordine dell’Amicizia.
Nuove sanzioni degli Usa
Per i russi l’operazione con la Cina segna un rafforzamento dei rapporti nell’energia, ai quali potrebbero seguire altri accordi strategici nell’energia. Gazprom sta costruendo un gasdotto di 4.000 km con la Cina.
In luglio gli Stati Uniti hanno inasprito le sanzioni alla Russia. In parte è una risposta alle conclusioni dei servizi segreti americani che la Russia si sia intromessa nelle elezioni presidenziali. Ieri il presidente di Rosneft, Sechin, ha detto che Qia e Glencore hanno ridotto la loro quota a causa dell’indebolimento del dollaro rispetto all’euro, che ha reso più costoso il pagamento degli interessi sul debito contratto per l’acquisizione.

Al Cremlino. L’incontro tra il presidente Vladimir Putin e i vertici di Intesa Sanpaolo, al centro l’a.d. Carlo Messina
Al Cremlino. L’incontro tra il presidente Vladimir Putin e i vertici di Intesa Sanpaolo, al centro l’a.d. Carlo Messina
Il tentativo di spalmare il rischio su altre banche
Le sanzioni hanno avuto un impatto anche su Intesa. Infatti la banca italiana non è riuscita a sindacare, cioè a suddividere con altre banche il rischio sul finanziamento di 5,2 miliardi di euro concesso in gennaio ai compratori del 19,5% di Rosneft. Il 2 giugno a San Pietroburgo il presidente di Banca Imi, Miccichè, aveva detto _ come riferito dall’Ansa _ che il processo di sindacazione del prestito da 5,2 miliardi concesso da Intesa Sanpaolo al consorzio Qia-Glencore per l’acquisizione del 19,5% di Rosneft “è iniziato” e l’obiettivo era distribuire i prestiti “entro luglio”.
Miccichè aveva precisato che “c’è molto interesse”. Le banche selezionate erano 15, tra cui istituti “americani, francesi, cinesi e di altri paesi Ue”. Assenti le banche russe. La sindacazione interessa il 50% del prestito complessivo. Ma l’operazione non è mai stata conclusa. Il 26 agosto Il Sole 24 Ore ha scritto, riportando notizie dell’agenzia Reuters, che la sindacazione era in sospeso, per il timore delle banche di un impatto negativo dell’ultimo giro di vite imposto da Washington con le sanzioni contro la Russia.

Dove sono finiti i soldi di Intesa?

Visti i misteri sull’operazione, la domanda, implicita, riguardante Intesa è: dove sono finiti i soldi del prestito di 5,2 miliardi? La banca guidata da Messina non lo ha mai spiegato. A fine febbraio a Sochi il responsabile della banca a Mosca, Fallico, ha definito i 5,2 miliardi “spiccioli”.
Nei comunicati ufficiali di Intesa non abbiamo trovato cenno al maxi-finanziamento, neppure nella relazione sui conti del primo semestre 2017 ci sono riferimenti. Ieri un portavoce di Intesa Sanpaolo, come riporta anche Il Sole 24 Ore, ha detto: «A seguito della cessione al Fondo Cefc del 14,16% della quota di Rosneft, da parte del consorzio formato da Qia e Glencore, il finanziamento rilasciato da Intesa Sanpaolo al consorzio – pari a 5,2 miliardi di euro – sarà interamente rimborsato». Quando questo avverrà non lo sappaimo. La dichiarazione non chiarisce esattamente cosa sia avvenuto.
Passerà ancora tempo prima che l’operazione annunciata ieri venga perfezionata. Settimane? Forse mesi. Nel frattempo, potrebbero esserci altre sorprese.

Banca Intesa, quanto ci costi

Pubblicato il da Gianni Dragoni

Quanto guadagna Carlo Messina, il banchiere che vuole comprare con un euro le due banche venete disastrate, Popolare di Vicenza e Veneto banca?

L’altra faccia di questa “offerta” è un costo che potrebbe arrivare ad oltre 10 miliardi a carico dello Stato, quindi di tutti coloro che pagano le tasse. Perché Intesa Sanpaolo, la banca guidata da Messina, vuole solo la parte buona delle due banche venete. Invece non prenderà in carico più di 20 miliardi di crediti tra sofferenze lorde (9,6 miliardi), inadempienze probabili (8,3 miliardi), crediti scaduti (238 milioni), più i crediti in bonis “ad alto rischio” (almeno altri 2,5 miliardi, stimano gli analisti), secondo calcoli pubblicati dal Sole 24 Ore.

Questa zavorra finirebbe in una bad bank e il costo sarebbe in buona parte a carico dello Stato. Quanto? Non lo sappiamo con precisione. Secondo stime di Repubblica il costo potrebbe essere di 10-12 miliardi. Al ministero dell’Economia invece si aspettano un costo inferiore a 10 miliardi. La storia dei salvataggi bancari nel nostro paese insegna però che spesso i costi sono destinati a salire rispetto alle prime stime.

Non è un caso che una condizione per l’intervento di Intesa è una modifica legislativa per rendere utilizzabile il fondo pubblico di 20 miliardi stanziato da Paolo Gentiloni appena diventato presidente del Consiglio, lo scorso dicembre. Non vorremmo che alla fine il conto per lo Stato e per le nostre tasche dovesse arrivare proprio a 20 miliardi.

Intesa in genere è descritta come la banca italiana più in salute. Nel bilancio 2016 ha realizzato un utile netto consolidato di 3,1 miliardi e ha distribuito ai soci un dividendo per complessivi 3 miliardi. Di certo i suoi risultati sono migliori dell’altra grande banca italiana che ha una dimensione europea, Unicredit.

La banca di sistema

Intesa ha fatto molte operazioni come “banca di sistema”. Cioè ha partecipato e sostenuto iniziative che non si giustificherebbero con il semplice calcolo economico, né rientrano nell’attività ordinaria di una banca, che dovrebbe dare credito alle finanziare famiglie e alle imprese, sulla base di progetti che abbiano una validità economica. Si tratta quindi di operazioni con un risvolto politico, intendendo con questo anche la politica delle relazioni nel capitalismo italiano.

Possiamo ricordare l’intervento in Alitalia nel 2008 con la cordata berlusconiana dei Capitani coraggiosi, i “patrioti”. Oppure il precedente intervento (2001), insieme a Unicredit e a Benetton, a sostegno di Pirelli nell’acquisto del pacchetto di controllo di Telecom Italia, venduto dalla Bell di Roberto Colaninno, a capo di una cordata di altri Capitani coraggiosi. Operazioni in forte perdita per i bilanci della banca.

Intesa ha anche finanziato con generosità Luca Cordero di MontezemoloDiego Della Valle e Gianni Punzo nell’impresa con la quale hanno dato l’assalto alle tratte più ricche dell’alta velocità ferroviaria, la società Ntv e il treno Italo (ho descritto l’operazione nell’ebook Alta rapacità, editore Chiarelettere, 2012). Intesa oggi è azionista della società ferroviaria e ha in pegno le quote di tutti gli altri soci di Ntv, a garanzia dei crediti.

L’anno scorso Intesa ha sostenuto Urbano Cairo nella vittoriosa scalata a Rcs Mediagroup, la casa editrice del Corriere della Sera e della Gazzetta dello sport e questa, a differenza delle precedenti, è un’operazione che finora si è rivelata positiva anche per i conti della banca. Questo consente inoltre alla banca, azionista storico di Rcs, di esercitare una discreta influenza sul giornale di via Solferino.

Negli ultimi mesi Intesa si è mossa dietro le quinte a sostegno di Emma Marcegaglia nella cordata guidata da Arcelor Mittal (con l’85% del capitale) per l’acquisto della polpa buona del gruppo siderurgico Ilva. La banca milanese rileverà una fetta, tra il 5 e il 10%, della quota del 15% dell’Ilva spettante all’ex presidente di Confindustria, così alleggerirà l’impegno del gruppo Marcegaglia, già molto indebitato con le banche.

Con questo dispiegamento di iniziative e di mezzi è ovvio che chi è al vertice di Intesa Sanpaolo sia in grado di esercitare una forte influenza nelle vicende italiane e anche all’estero. Intesa ha una presenza molto forte in Russia.

L’incontro con Putin

In gennaio Messina è stato ricevuto dal presidente russo Vladimir Putin, come ringraziamento dopo che la banca ha finanziato con 5,2 miliardi un’operazione da complessivi 10 miliardi di euro, la “privatizzazione” del 19,5% del colosso dell’energia Rosneft. Ufficialmente il pacchetto venduto da Mosca è stato comprato da una joint venture con sede a Singapore tra il fondo sovrano del Qatar (Qia) e il gruppo di trading minerario anglo-svizzero Glencore. Sull’operazione non è stata fatta piena trasparenza. Soprattutto la stampa inglese, il Financial Times, la Reuters e altre testate hanno sollevato molte domande. Domande finora senza risposta.

Messina è nato a Roma nel 1962 e si è laureato in economia alla Luiss, l’università privata della capitale controllata dalla Confindustria. Nel 1995 è entrato nel Banco Ambroveneto guidato da Giovanni Bazoli, l’avvocato bresciano che ha pilotato il salvataggio del vecchio Banco Ambrosiano. Molti giornalisti descrivono Bazoli come se avesse l’aureola del santo. E’ Bazoli che, a forza di acquisizioni, dalle ceneri della banca distrutta da Roberto Calvi ha costituito il gruppo con la forza di Intesa Sanpaolo.

Dal crac dell’Ambrosiano alla banca di sistema. Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo

 

Messina, banchiere ottimista

Descritto come uno sgobbone, allergico ai salotti, Messina _ racconta chi ha lavorato con lui _ si è guadagnato la stima di tutti i capi della banca, non solo il “vate” Bazoli, ma anche Corrado Passera, che è stato a lungo amministratore delegato fino al novembre 2011, quando diventò ministro nel governo di Mario Monti.

Messina è a.d. e direttore generale di Intesa dal 29 settembre 2013. Ha conquistato il comando con un blitz culminato nella sfiducia al successore di Passera, Enrico Cucchiani, visto da molti dirigenti della banca come un corpo estraneo. Messina era il capo dei congiurati anti-Cucchiani.

I punti di riferimento di Messina sono diversi da quelli del cattolico Bazoli. E’ considerato vicino a Forza Italia. Nell’ultimo incontro con gli analisti, il 5 maggio scorso, ha espresso ottimismo per le prospettive dell’economia italiana in seguito al ritorno al vertice del Pd di Matteo Renzi. “Il governo sta facendo il lavoro giusto, poi ora abbiamo anche un leader in lizza come Matteo Renzi e questo è positivo”, ha detto Messina, secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore il 6 maggio 2017. “E’ vero che abbiamo il problema del debito pubblico ma la ripresa economica in atto fa ben sperare per il futuro”. Parole che saranno suonate come musica per le orecchie di Renzi.

Un banchiere ottimista, insomma. Del resto, se guarda alla sua busta paga, l’ottimismo di Messina è più che motivato.

Lo stipendio fisso di Messina è di circa due milioni di euro all’anno, al lordo delle tasse. Ma nel 2016 con il bonus di 873mila euro e altri compensi pari a 338mila euro la sua busta paga è stata di 3,1 milioni, esclusi i fringe benefit, che valgono 59mila euro all’anno. Nei guadagni sono compresi 219mila euro per ferie arretrate non godute. Inoltre il banchiere ha ricevuto azioni gratuite della banca assegnate come incentivo negli anni passati per un valore di 514mila euro. In totale Messina nel 2016 ha quindi guadagnato 3,624 milioni lordi.

L’anno precedente Messina aveva guadagnato 3,138 milioni, di cui 502mila di bonus. Negli ultimi due anni pertanto il banchiere che offre un euro per “salvare” (almeno così dice) le due popolari venete ha guadagnato 6,724 milioni lordi.

Micciché il più pagato

Il banchiere più pagato di Intesa Sanpaolo però è un altro. Secondo la relazione sulla remunerazione Messina è stato superato da Gaetano Micciché. Nato a Palermo nel 1950, è fratello di Gianfranco, che è entrato in politica con Forza Italia, è stato anche viceministro dell’economia in un governo Berlusconi.

Gaetano è stato direttore generale di Intesa fino al 25 aprile 2016. Dal 31 marzo dell’anno scorso è presidente di Banca Imi, la banca d’affari del gruppo. Nel 2016 ha ricevuto uno stipendio di 1,7 milioni lordi, compresi 495mila euro di bonus, in più azioni gratuite per un valore di 432mila euro. Nel compenso è compreso il pagamento di ferie non godute per 438mila euro. Inoltre, avendo terminato il rapporto di lavoro come dirigente della banca, Micciché ha ricevuto una buonuscita di 2,38 milioni. In totale pertanto nel 2016 Micciché ha percepito 4,513 milioni lordi. Nel 2015 aveva ricevuto dalla banca 2,19 milioni lordi. Negli ultimi due anni Micciché ha quindi guadagnato 6,7 milioni lordi.

Picca e Del Punta tra i milionari

Compensi milionari anche per il Chief risk officer Bruno Picca, che è anche consigliere di amministrazione della banca, con busta paga di 2,39 milioni lordi nel 2016. La somma comprende la buonuscita di 1,5 milioni e azioni gratuite per 213mila euro. Nel 2015 Picca aveva ricevuto 1,46 milioni lordi.

Milionario anche il direttore finanziario (Cfo) Stefano Del Punta, l’anno scorso ha ricevuto 1,817 milioni lordi, di cui 447mila come bonus e 300mila in azioni gratuite. Nel 2015 Del Punta aveva guadagnato 1,633 milioni lordi.

I presidenti Bazoli e Gros-Pietro

Bazoli è stato presidente del consiglio di sorveglianza fino al 27 aprile 2016, per quest’incarico per quattro mesi l’anno scorso ha ricevuto 292mila euro lordi. Dal 27 aprile 2016 è presidente “emerito”, non riceve compensi, i documenti della banca spiegano che è una “carica non retribuita”. Il presidente del consiglio di amministrazione è l’economista torinese Gian Maria Gros-Pietro, con un compenso in tutto il 2016 di 906mila euro lordi.

Tra i superstipendi della banca ci sono anche i dirigenti “con responsabilità strategiche”, le prime linee della banca, 20 dirigenti nel corso del 2016, a fine anno erano 19. I nomi non sono indicati nei documenti pubblicati da Intesa, i compensi vengono pubblicati solo nell’aggregato della categoria, non a livello individuale.

Lucchini

Tra questi superdirigenti c’è Stefano Lucchini, romano come Messina, del quale è coetaneo e amico, hanno studiato insieme alla Luiss. Il numero uno di Intesa lo ha richiamato nella banca nel 2014 come direttore degli “International and Regulatory affairs”, dopo che Lucchini era stato alla guida delle relazioni esterne all’Enel e all’Eni con l’a.d. Paolo Scaroni.

La categoria dei dirigenti strategici ha ricevuto nel complesso 16,39 milioni di compensi monetari nel 2016, più azioni gratuite per un controvalore di 1,97 milioni. In totale, i compensi hanno raggiunto i 18,565 milioni lordi, pari in media a 928.500 euro a testa per i 20 superdirigenti “strategici”.

Chiudiamo con una domanda molto semplice. Se Intesa interviene per “salvare” banche disastrate e una parte consistente dei costi dell’operazione vengono sostenuti dallo Stato, non sarebbe opportuno anche mettere un limite ai superstipendi dei banchieri?

Confindustria, Messina (Intesa): “Ridurre debito per garantire risparmi degli italiani”

finanza.repubblica.it 23 maggio 208

23 maggio 2018 – 18.06

(Teleborsa) – Ridurre il debito per far crescere l’Italia, non perché ce lo chiede l’EuropaE il saliscendi dello Spread per ora non impensierisce. Così si è espresso l’AD di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, rispondendo alle domande dei giornalisti all’uscita dall’Assemblea annuale di Confindustria.

“Credo che il Paese è fondato sul risparmio degli italiani, la vera forza di questo paese è avere sei trilioni di risparmi delle famiglie“, ha detto Messina, rispondendo ad una domanda se fosse preoccupato per i cambiamenti che stanno intervenendo verso l’Europa.

Poi, il banchiere ha sottolineato che questi risparmi “vedono come garanzia la possibilità di ridurre il debito pubblico di questo Paese”, perché è “l’unico fattore che può metterli a rischio”.

“Prima di parlare di polemica con l’Europa dobbiamo guardare alle cose che dobbiamo fare nell’interesse del paese”, ha affermato Messina.

“Se noi dobbiamo lavorare e ridurre il debito pubblico – ha spiegato – lo dobbiamo fare per l’Italia, non perché ce lo dicono i burocrati in Francia o in Germania, che è bene che guardino i punti di debolezza del loro Paese, però è altrettanto vero che se vogliamo salvaguardare la forza dell’Italia non possiamo far crescere il debito pubblico, anzi è nostro dovere farlo scendere “.

Ad una domanda sul programma del nuovo governo, che sembra andar contro l’Europa, Messina ha risposto “sono convinto che come qualsiasi governo quello che vada visto sono i programmi”.

“E’ evidente che, se a fronte di provvedimenti, non vanno trovate delle coperture, questo rappresenta poi un fattore di ulteriore debolezza della condizione strutturale-finanziaria del debito pubblico italiano”, ha commentato il banchiere, aggiungendo “è certo che chiunque parli di uscita dall’Euro e di incremento del debito pubblico mette a rischio il risparmio delle famiglie italiane”.

Glissando una domanda su Savona quale possibile ministro dell’Economia, Messina ha risposto ad una domanda se la riforma della tassazione avrà un impatto sui bilanci delle banche.

“Io credo che le manovre che devono portare allo sviluppo del paese devono essere concentrate sulle famiglie e sulle imprese”, ha detto il banchiere.

Nessuna preoccupazione per la recente crescita dello Spread e le incertezze politiche. L’Ad di Intesa Sanpaolo rispondendo ad una domanda su questo tema ha spiegato “nelle fasi d’incertezza i parametri finanziari tendono normalmente a muoversi in senso negativo.

“Finché c’è incertezza lo Spread avrà una certa variabilità”, ha affermato Messina, ribadendo “quello che è essenziale è essere in grado di proporre delle soluzioni che portino ad una contrazione del debito pubblico e non ad una crescita, in quel caso vedrete che gli spread ritorneranno verso il basso”.

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MESSINA, THE EXTERNATOR.

“Noi siamo una banca e in quanto tale siamo interessati allo stato dell’economia reale, più che alla politica”. Carlo Messina, romano, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, è stato molto esplicito quando il 23 marzo scorso ha svolto una Lectio Magistralis alla Said Business School dell’Università di Oxford. Di fatto però il banchiere è moltissimo interessato alla politica come dimostra una sua lunga serie di interventi pubblici tutti avvenuti quest’anno, con un’insolita accelerazione.

E’ il 16 gennaio scorso e uscendo dalla riunione del Comitato Esecutivo dell’Abi Messina dice: “Il prossimo governo, a prescindere da quale saranno i partiti che comporranno la maggioranza dopo le elezioni, dovrà necessariamente ridurre il debito e spingere sulla crescita economica”. “Qualunque sia il governo che verrà formato, dovrà affrontare le priorità che sono: ridurre il debito pubblico, accelerare la crescita e ridurre altri fattori di rischio, come sono le sofferenze bancarie, con l’accelerazione dei tempi di recupero. Sono priorità per il Paese che chiunque deve affrontare”.

Il 6 febbraio scorso, presentando il piano industriale di Intesa Sanpaolo, Messina interviene anche in un campo “politico” europeo attaccando la Bce. “L’interesse del regolatore a ridurre i crediti deteriorati è giusto, ma sono completamente in disaccordo con il metodo. La mia impressione è che la posizione della Bce sugli npl sia giusta, perciò noi abbiamo fatto i nostri compiti a casa, ma ora è arrivato il momento di affrontare anche altri problemi delle banche, come per esempio le attività di level 3, pezzi di carta valutati sulla base di modelli, mentre gli npl sono spesso garantiti da collaterale. C’è qualcosa che non funziona su questo fronte a livello europeo. Non si stanno facendo le cose uguali per tutti perché i regolatori sono francesi e tedeschi.

L’1 marzo scorso Messina è intervistato dall’Handelsblatt e dice: “E’ vero che l’Italia deve ridurre il suo debito pubblico, ma al momento non ci sono dubbi sulla sua capacità di sostenere questo debito, visto che la durata media dei titoli di Stato è pari a sette anni. La verità è che molti investitori considerano l’Italia una opportunità di investimento, specie quelli americani, che continuano a comprare le nostre azioni perché vedono Intesa Sanpaolo come rappresentazione del paese, e vogliono beneficiare della ripresa dell’economia italiana”.

Il 5 marzo scorso all’indomani delle elezioni, Messina al Congresso nazionale Fabi torna a interessarsi di politica italiana e dice: “Mi chiedete cosa deve fare il nuovo governo? Innanzi tutto evitare qualsiasi riferimento a un’uscita dall’euro, perché chi lo fa mette il paese a rischio rispetto ai mercati finanziari internazionali. Poi decide la maggioranza, ma non bisogna né citare né avanzare l’ipotesi di un’uscita dalla moneta unica. Inoltre, deve affrontare il nodo del debito pubblico e lavorare per recuperare sul fronte dell’occupazione”.

Poi a Oxford Messina a chi dalla platea inglese gli chiedeva quali sono le possibilità che l’Italia esca dall’euro o dall’Unione Europa, viste le uscite propagandistiche dei due grandi vincitori delle elezioni del 4 marzo, ha risposto: “Nessuna, zero. Sono sorpreso che fuori dall’Italia si possa pensare a questa eventualità. Anche il M5S e la Lega hanno cambiato la loro posizione. Un’uscita dell’Italia dall’Ue ha le stesse possibilità di un addio della Francia e della Germania. Quando si parla di ascesa dei nazionalismi, si deve parlare anche degli errori della amministrazione europea. È chiaro che a livello europeo sono stati commessi degli errori nel modo in cui si è gestita la crescita, la sicurezza e l’immigrazione. Ora, se la risposta di questi movimenti si inquadra in una cornice democratica, bisogna capire quali saranno le soluzioni adottate per affrontare i problemi che li hanno portati alla ribalta: in primis la disoccupazione. Se, dunque, questi movimenti riusciranno a risolvere queste questioni, ci potrebbe essere anche uno sviluppo positivo, ecco. I nazionalismi non sono negativi per definizione, lo sarebbero se si esprimessero contro i valori della comunità”.

Infine il 2 aprile scorso a Milano Messina ha detto, sempre commentando il voto: “Il trend è europeo e si è manifestato anche in Italia. Si sono spostati i pesi verso le forze politiche che hanno interpretato meglio le richieste di crescita più equa e di maggiore sicurezza».

Messina a favore di un governo M5S-Lega, come la scelta editoriale di quel “Corriere della Sera” che Urbano Cairo ha strappato a Mediobanca e rilevato proprio grazie ai massicci finanziamenti di Intesa Sanpaolo? Messina “politico” perché prepara un’alleanza con BlackRock, il più grande gestore del mondo che tanto conta in Italia? Sono solo retroscena di un’altra storia che prima o poi varrà la pena raccontare. Per ora si può solo constatare la distanza siderale di Messina dal siciliano Enrico Cuccia, padre di Mediobanca, per il quale il peccato veniale di un banchiere era fuggire con la cassa, ma quello mortale era di parlare.

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L’operazione Intesa-banche venete costa almeno 100 euro a testa

Il salvataggio delle banche venete ci è già costato circa 100 euro a testa. Ma, considerando tutte le garanzie e gli impegni assunti dallo Stato, alla fine il costo potrebbe arrivare a 320 euro a testa.

Sono questi i costi per i contribuenti dell’operazione che ha portato Intesa Sanpaolo a comprare, alle sue condizioni, le due banche fallite, Popolare di Vicenza e Veneto banca, secondo calcoli in base ai dati disponibili.

La grande banca milanese guidata da Carlo Messina ha offerto un euro per comprare la parte buona delle due banche (50 centesimi ciascuna!), ma in realtà non si può neppure dire che abbia pagato. Al contrario, Intesa è stata pagata per comprare gli attivi buoni dei due istituti. E siccome i soldi sono arrivati dallo Stato, attraverso il ministero dell’Economia, a pagare siamo tutti noi, almeno quelli che pagano le tasse e non sono evasori fiscali.

Una dote di 5,2 miliardi

Nella loro drammaticità (per le nostre tasche), i calcoli sono semplici. Lo Stato ha versato a Intesa un contributo di 5,2 miliardi,in denaro sonante, “cash” come direbbero gli anglosassoni. Questo importo è composto da tre voci:

(1) 3,5 miliardi per non far abbassare i coefficienti patrimoniali della banca (c’è un livello minimo richiesto dalla Bce)  in seguito all’acquisizione degli attivi delle due venete, altrimenti Intesa avrebbe dovuto chiedere ai soci un aumento di capitale; i soldi li ha dati lo Stato, ma non come aumento di capitale riservato che gli avrebbe attribuito un bel pacchetto di azioni di Intesa e quindi un peso nel governo della società (come invece lo Stato ha deciso di fare per Mps), questa è una dote, sono soldi regalati a Intesa.

(2) 1,3 miliardi sono stati dati per pagare gli esodi del personale che Intesa non vuole tenere. La banca di Messina ha annunciato 3.900 esuberi, ufficialmente “volontari”, a partire dalle venete e poi anche fra i suoi dipendenti. Ma senza incentivi è immaginabile che nessuno se ne andrebbe, e questi incentivi li paga sempre lo Stato, cioè noi. In pratica la somma corrisponde a circa 330mila euro per ogni lavoratore considerato in esubero. Non è detto però che tutti questi soldi arrivino al lavoratore. Se la banca spende di meno per cacciare i dipendenti né avrà un guadagno, come se fosse una plusvalenza. Una plusvalenza da esubero.

(3) 400 milioni per i crediti dubbi delle due banche da assorbire.

E questi, ripetiamo, sono i 5,2 miliardi versati dallo Stato a Intesa, aggiungendovi qualche altro costo come vedremo più avanti corrispondono a circa 100 euro per ogni cittadino italiano, compresi neonati, ottuagenari, nullatenenti.

Garanzie statali per 12 miliardi

L’operazione però non si esaurisce con questo conto, già molto salato. In più, come ha spiegato il ministro Pier Carlo Padoan domenica 25 giugno, dopo la fulminea approvazione del decreto legge “banche venete” in Consiglio dei ministri, lo Stato dà delle garanzie per 12 miliardi alla banca guidata da Messina, per la copertura del rischio di crediti che dovessero risultare non “in bonis”, cioè non recuperabili.

Le garanzie scatteranno solo a determinate condizioni e, secondo quanto affermano il ministero e la Banca d’Italia, in teoria potrebbero non scattare mai. Ma siccome le garanzie sono state date, un motivo ci sarà, e il rischio grava interamente sullo Stato, cioè su noi contribuenti, non sulla banca che si è protetta come se avesse un’assicurazione, pagata però dallo Stato. Ed è calcolando anche il rischio di un esborso di questi ulteriori 12 miliardi che si arriva a un costo del salvataggio di circa 320 euro a testa.

L’a.d. di Intesa, Carlo Messina, non vuol sentir parlare di regalo. In un‘intervista a Repubblica del 27 giugno Messina ha detto: “Nessun regalo, voglio essere chiaro. La nostra banca non ha chiesto di comprare le attività delle venete, ma è arrivata a questa operazione dopo essere stata chiamata dall’advisor del Tesoro a partecipare a un’asta. A quell’asta si sono presentate altre primarie banche internazionali”. C’erano stati anche due gruppi francesi, Bnp-Paribas che controlla la Bnl, Crédit Agricole, e Unicredit, ma tutti si sono tirate indietro. “E da noi è arrivata l’unica offerta completa“, ha puntualizzato Messina.

Diktat. Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo

In questo il banchiere ha ragione. Non gli si può addebitare la colpa di aver fatto una trattativa che tuteli al meglio gli interessi di Intesa, la seconda banca italiana per dimensioni, in genere descritta come la più solida, quotata in Borsa e con un bilancio 2016 in attivo per 3,1 miliardi, quasi interamente distribuiti ai soci come dividendo (per 3 miliardi complessivi).

Messina ha dettato le condizioni

La questione che solleviamo però è un’altra: siccome Intesa è rimasta da sola al tavolo con Padoan e con la Banca d’Italia, per il salvataggio delle venete ha dettato le sue condizioni, che sono condizioni durissime per la controparte pubblica. Condizioni uniche, che non sono state concesse a nessun’altra banca che abbia salvato altri istituti in crisi. Come mai a Intesa questo è stato consentito?

Il precedente più prossimo in Italia è quello di Ubi Banca, l’istituto che ha radici tra Brescia e Bergamo, ben visto negli ambienti della Banca d’Italia. Ubi ha comprato tre delle quattro banche fallite e messe in risoluzione nel novembre 2015: Banca Marche, Etruria e CariChieti.

Anche Ubi per le tre banche ha pagato solo un euro, ormai questo pare il prezzo per queste operazioni, ma non ha ricevuto una dote patrimoniale. Anzi, Ubi ha dovuto fare un aumento di capitale di 400 milioni per ricostituire adeguati coefficienti patrimoniali in conseguenza dell’ampliamento degli attivi. Intesa invece no, come abbiamo visto.

In Spagna qualche settimana fa il Banco Popular è stato salvato dal Banco Santander, che l’ha comprato per un euro. Il compratore però ha dovuto lanciare un aumento di capitale di 7 miliardi per ristabilire adeguati coefficienti patrimoniali.

Un’altra questione importante riguarda le obbligazioni subordinate, cioè i titoli ad alta rischiosità che sono un credito dei sottoscrittori verso la banca.

Abbiamo visto nel caso di Etruria e delle altre banche fallite migliaia di risparmiatori che credevano di avere titoli sicuri scoprire che erano ridotti a carta straccia, come se fossero azioni delle banche fallite. Poi il governo ha cercato di mettere in piedi un meccanismo di rimborso per i risparmiatori truffati, un rimedio parziale, la cui efficacia è ancora da verificare a fondo.

Nel fallimento delle due banche venete hanno perso tutto i circa 200mila azionisti dei due istituti. Sono salvi i correntisti. Anche qui ci sono le obbligazioni subordinate possedute da piccoli risparmiatori, il cosiddetto retail, per un valore di quasi 200 milioni, la cifra che viene citata più spesso sui giornali, in particolare nelle ricostruzioni fatte sul Sole 24 Ore, è di 180 milioni.

Solo 60 milioni per i bond subordinati

Qui Messina ha piazzato un altro colpo.

Non si è preso l’impegno di rimborsare tutte le obbligazioni subordinate. La banca milanese si è detta disponibile a rimborsare solo fino a 60 milioni di subordinate (30 milioni per ciascuna banca), sarebbe a dire il 30% o poco più. Anche queste sono condizioni che in precedenti casi di salvataggio di banche italiane non sono state consentite al compratore.

Il resto delle obbligazioni subordinate delle venete in mano ai piccoli risparmiatori dovrebbe essere rimborsato dal Mef, secondo quanto ha detto Padoan, quindi di nuovo dallo Stato, con un esborso di almeno 120 milioni che si va a sommare ai 5,2 miliardi di dote già assegnata a Intesa, come detto sopra.

Per salvare le venete ed evitare la prospettiva del “bail in”, temuto dal governo e dalla Banca d’Italia per il rischio che si creasse il panico tra i risparmiatori e ci fosse un impatto sull’intero sistema bancario italiano, Messina è stato durissimo nell’imporre le condizioni di Intesa.

Eppure, un esborso di 180 milioni per rimborsare le subordinare, per una banca delle dimensioni di Ca’ de Sass, sono una somma modesta. Ecco quindi un altro aspetto che dimostra come il banchiere romano che spesso elogia Matteo Renzi, quando era premier lo si vedeva spesso a Palazzo Chigi, abbia imposto ogni condizione come in un Diktat.

Poi ci sono le subordinate in mano agli investitori istituzionali, per un valore pari a un miliardo di euro. E queste invece non le rimborserà nessuno, sono soldi persi.

Spiazzato. Il governatore della banca d’Italia, Ignazio Visco

Banche in rialzo in Borsa

Avendo spuntato queste condizioni estremamente favorevoli, non c’è da sorprendersi se il titolo di Intesa è stato immediatamente premiato dalla Borsa. Nella settimana terminata il 30 giugno il titolo ha guadagnato il 6,1%, ha chiuso a 2,776 euro rispetto ai 2,616 di venerdì 23 giugno.

Grazie alla fine dell’incertezza sulla sorte delle due banche venete, quasi tutto il comparto delle banche è andato bene in Borsa. Banco Bpm ha fatto meglio di Intesa, +8,76% (da 2,694 a 2,93 euro).  Mediobanca ha guadagnato il 4,5%, da 8,265 a 8,64 euro. Hanno guadagnato il 3,5% sia Unicredit (da 15,77 a 16,35 euro) sia Ubi (da 3,638 a 3,766 euro). Settimana in flessione invece per Popolare di Sondrio (-2,49%), Banca Generali (-2,36%), Fineco (-1,99%).

 

Aiuto di Stato

Altro versante sul quale tutto è andato liscio, l’autorizzazione della Ue.

Neppure Bruxelles ha sollevato problemi, solo qualche alzata di sopracciglio rientrata in poche ore, su una possibile forma di aiuto di Stato, come ad esempio aveva ipotizzato un articolo del Wall Street Journal del 23 giugno, dal titolo eloquente: “A sweet deal to aid Italy’s Banks”

“E’ difficile dire che Intesa non riceverebbe un aiuto di Stato, almeno indirettamente, e pertanto guadagnerebbe un ingiusto vantaggio competitivo”, ha scritto il Wall Street Journal. “I rivali locali di Intesa è improbabile che si lamentino, perché eviteranno di dover sborsare loro altri soldi. Ma altre banche in Europa, perfino il Santander, possono pensare che questo accordo va troppo lontano”.

Il Santander, come detto, ha dovuto lanciare un aumento di capitale di 7 miliardi in occasione del salvataggio del Banco Popular, ufficialmente pagato solo un euro. Intesa invece i soldi per questo li ha avuti dallo Stato, come dote.

Secondo indiscrezioni il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, avrebbe provato disappunto per come l’operazione si è conclusa. E’ stato spiazzato dal ritiro di Unicredit. Perché quando Intesa è rimasta sola al tavolo del negoziato Visco non è stato in grado di chiedere condizioni migliori, ma ha dovuto subire quelle di Messina.

I tagli

Anche sul versante sociale tappeti srotolati davanti a Messina. Intesa chiuderà 600 delle 900 filiali delle due banche venete, in pratica Messina sceglierà le filiali che vuole prendersi.

Il gruppo ha annunciato 3.900 esuberi, di cui secondo i sindacati 1.100 riguardano le banche venete. Esuberi “volontari, prioritariamente per le banche vente, con l’applicazione del fondo di solidarietà”, ripete la banca di Ca’ de Sass, come riferisce anche oggi il Corriere della sera. “Per chi resta c’è l’ipotesi di spostamento territoriale per la chiusura di 600 filiali entro il 30 giugno del 2019”, aggiunge il Corriere. Insomma, in tutto questo di volontario pare non ci sia molto.

Intesa aveva lavorato da mesi a questa operazione e, quando le si è presentata l’occasione di trattare da sola con Visco e Padoan, aveva tutto pronto. Persino l’approvazione di Bruxelles, a quanto pare.

Bravura di Messina e della sua squadra, dai tecnici della finanza ai lobbisti, questo è indubitabile.

Ma come si fa a dire che Intesa Sanpaolo non è un potere debole?

“Nessun ripensamento sulla Tav”

lo spiffero.com 23 maggio 2018

Appello di 60 politici francesi a Macron. “Di fronte alle incertezze dell’Italia garantisca la realizzazione di questo grande cantiere d’avvenire”. Nel contratto di governo la revisione degli accordi

Nel giorno in cui il governo “carioca” a guida Cinquestelle Lega sembra definitivamente correre verso un varo in tempi brevi, la Francia torna a farsi sentire sull’alta velocità. Oltre 60 personalità politiche transalpine, tra cui deputati, senatori e governatori di regione di tutte le forze politiche, hanno lanciato un forte appello al presidente francese Emmanuel Macron, affinché “garantisca la realizzazione” della Tav Torino-Lione, “un grande cantiere d’avvenire”, dinanzi alle “incertezze politiche in Italia”. Preoccupa l’ostilità della principale forza del nuovo esecutivo italiano all’opera, l’intenzione, inserita nel contratto di governo, di rivedere gli accordi e le recenti dichiarazioni, spesso contraddittorie, su come procedere.

L’appello, contenuto in una missiva inviata all’Eliseo, è stato coordinato dal Comité pour la Transalpine Lyon-Turin presieduta da Jacques Gounon. “Il collegamento Torino-Lione – affermano i 63 firmatari – contiene allo stesso tempo una visione dell’Europa, un’ambizione economica internazionale per la Francia, una potente aspirazione alla transizione ecologica e una strategia di sviluppo del territorio per tutto il sud del continente”. “In un contesto di incertezze politiche in Italia – si conclude nella lettera rivolta a Macron – speriamo vivamente che si farà garante della realizzazione di questo grande cantiere d’avvenire”.

Marine Le Pen: “Le prossime elezioni europee saranno un terremoto, saremo maggioranza euroscettica”

Ismaele Rognoni ilpopulista.it 23 maggio 2018

La leader di Front National, ora con la denominazione ‘Rassemblement National’, è entusiasta dell’avanzata di Matteo Salvini che porterà al governo un partito dichiaratamente contro l’Europa delle banche e dei massoni

Salvini con Marine Le Pen il 1 maggio a Nizza

Foto ANSA

“Fino a poco tempo fa la Lega faceva il 4% e oggi è al governo, questo ci incoraggia. Trovo questa situazione entusiasmante perché le prossime elezioni europee potranno essere un vero terremoto: una maggioranza euroscettica a Strasburgo potrebbe decretare la fine di questa corsa folle dell’Unione Europea”. Per Marine Le Pen, intervistata dal Corriere della Sera, l’equilibrio si sposta a favore del gruppo di Visegrad: “è la concezione che si afferma dopo che anche in Francia queste posizioni mi hanno fatto arrivare a quasi il 35% alle ultime elezioni. Ogni speranza oggi è permessa”.

“L’avanzata di Salvini è importante perché mostra al popolo francese – dice – che non è solo nel rifiutare l’immigrazione di massa e nel desiderio di tornare libero. L’Europa delle nazioni è più vicina”.

Ritiene anche che il presidente francese Macron ne risulti indebolito: “I popoli stanno rifiutando l’UE e Macron ne è in qualche modo l’ultimo difensore. Io penso che ci sia un senso della storia, e Macron va contromano, non solo in Europa. Tutte le grandi nazioni oggi stanno voltando le spalle alla globalizzazione selvaggia, Macron fa parte di un mondo superato”.

Sostenendo il ritiro delle sanzioni a Mosca “l’Italia – aggiunge – potrebbe essere l’avanguardia di un ristabilimento di relazioni normali con la Russia, che è un grande Paese. E mi permetta di esprimere il rimpianto che non sia la Francia a rappresentare questa avanguardia”.

Chiusura Bpm. Cristina : ” Opportunità per altre banche “

http://www.vcoazzurratv.it Maria Elisa Gualandris 23 maggio 2018

premosello bpm
La parlamentare forzista ha scritto agli altri istituti del territorio per sollecitarli a coprire il vuoto lasciato da Bpm
Chiusura degli sportelli della Bpm nei Comuni di Baceno, Bannio Anzino, Cambiasca, Premosello Chiovenda, Varzo e Vogogna, il territorio si mobilita. La deputata di Forza Italia Mirella Cristina ha lanciato un’iniziativa: «Purtroppo la politica, a qualunque livello, non può decidere nulla riguardo un istituto di credito privato – spiega -. Pertanto, invece che scrivere una sterile interrogazione parlamentare, che oltretutto senza un governo che possa fornire una risposta resterà lettera morta per chissà quanto tempo, sto contattando tutte le banche già presenti nel Vco per segnalare quella che di fatto si rivela essere un’opportunità commerciale».
E aggiunge: «Questi centri, chi più chi meno, godono inoltre di un buon flusso turistico e sul loro territorio vi sono numerose seconde case che nei periodi delle festività e in estate fanno aumentare, anche sensibilmente, la popolazione. Insomma – rileva Mirella Cristina -, i clienti non mancano e non è detto che qualche istituto di credito non valuti di estendere in queste zone la propria rete di filiali o perlomeno di bancomat, al servizio della cittadinanza e dell’utenza turistica».
Sono una decina le banche contattate, a cominciare da Intesa San Paolo, conclude Cristina, “che avendo rilevato Veneto banca dovrebbe aver ereditato quel ruolo di “banca del territorio” che un tempo, purtroppo oramai lontano, apparteneva alla Banca popolare di Intra. Ruolo al quale invece sembra aver abdicato l’ex Banca popolare di Novara, dopo l’ennesima fusione che ha portato alla creazione di un unico gruppo con la Popolare di Milano». Intanto i sindaci di Baceno Stefano Costa, di Premia Fausto Braita e di  Formazza Bruna Papa hanno scritto una lettera a Bpm: “Per gli utenti risulta incomprensibile la strategia di un istituto bancario, da sempre punto di riferimento per le esigenze quotidiane della gente della valle che vuole continuare a vivere in montagna, ma che costantemente si vede deprivata di servizi essenziali. Tale scelta può essere interpretata solo come un’arida strategia economica che non tiene in nessun conto un rapporto di fiducia consolidato nel tempo”.

Quell’Italia che dice no alle lobby. (Di Davide Amerio)

 scenarieconomici.it 23 maggio 2018

Italia anno zero: al secolo, Terza Repubblica. Quella che molti di noi sognano da tempo immemore. Da almeno 25 anni, dopo l’illusione di Tangentopoli. Allora sperammo che la cancellazione della Prima Repubblica per mano della magistratura ci consentisse di approdare sulle rive di un paese normale.

Invece la Seconda, quanto, e forse più della Prima, ci ha impaludato in una situazione svilente, di a-moralità diffusa, di prevaricazione, corruzione, e ingiustizie sociali. Il colpo di grazia lo ricevemmo con l’Euro. Una classe politica neghittosa, dedita ai propri interessi e non a quelli del paese, ci consegnò nelle mani di una Europa burocratica, e di una moneta unica vorace della nostra sovranità.

Non ostante gli sforzi bellici dell’informazione mediatica venduta al “nemico”, la realtà dei fatti è sempre crudelmente sovrana. Così anche i più ostinati e fiduciosi sudditi del sistema, hanno via via riconosciuto, a proprie spese, la distanza tra i proclami politici e il muro ostico della propria quotidianità, su cui hanno sbattuto la faccia.

“Abbiamo” digerito di tutto.

  • La lezioncina sulla matematica dell’Euro: gli Italiani non sanno contare, il problema dell’Euro è una questione di “percezione”. Come se almeno 40 milioni di persone non sapessero fare una moltiplicazione per 2. Diversamente da questo principio, la realtà ci dimostra che anche il più ottimista nel credere (come gli è stato raccontato dagli esperti) che una carota è uguale a una supposta, la prova dei fatti lo convince della differenza. Sopratutto se per entrambe si utilizza lo stesso pertugio.
  • Una crisi economica planetaria, le cui radici si immergono in quel mondo della finanza creativa che ha costruito le scatole mostruose dei derivati e le ha infilate nelle tasche dei risparmiatori, annunciando l’era del guadagno facile per tutti. La disillusione è costata cara.
  • Risparmiatori umiliati e derubati dalle banche dei propri beni, mentre i colpevoli politici hanno continuato a non rispondere delle proprie responsabilità
  • Aziende nazionali importanti distrutte dalla politica o cedute a stranieri.
  • Tentativi ripetuti di modificare e mortificare la nostra Carta Costituzionale, e la sovranità politica. Dall’inserimento della follia del pareggio di bilancio, alle de-forme costituzionali targate Renzi-Boschi-Verdini. Quelle riforme che, a sentire Confindustria, se non approvate, avrebbero precipitato il paese del baratro, inseguito dalle cavallette.
  • Aziende sane che han chiuso per troppi crediti nei confronti di uno stato insolvente. E quelle storiche sane e profittevoli, nate in Italia, esportate all’estero per fare maggiori profitti, lasciando i lavoratori disoccupati e dopo aver pure usufruito di soldi statali.
  • La falsa filastrocca per cui tutti i problemi dell’Italia avrebbero origine nella dimensione del Debito Pubblico. Mai una parola sul vero problema: la qualità del debito. Ovvero l’incapacità di una classe politica di agire con onestà nella gestione del denaro pubblico. Nemmeno un afflato di autocritica sulle grandi opere, inutili, costose e dannose; su cui inevitabilmente indaga la magistratura ex-post, sulle cose che si sapevano già ex-ante.
  • Le false promesse della precarizzazione, della perdita dei diritti dei lavoratori, come strumento per favorire la ripresa e il benessere. Quelle della mondalizzazione delle merci e dei servizi, per avere merci che costano di meno, di pessima qualità, perché non abbiamo più denaro per permetterci quelle di buona fattura.

In questi giorni, e in queste ore. C’è chi teme un governo Lega-M5S. Possiamo raccontarci del paradosso, di questa situazione; di una strana alleanza tra soggetti piuttosto distanti. Non è certo la soluzione migliore possibile. nemmeno quella immaginata dalla maggioranza dei rispettivi sostenitori.

Ma è la conseguenza di tre, dicasi tre! leggi elettorali vergognose che non hanno eguali nei sistemi democratici europei; oltre ad aver promulgata l’ultima in barba alle disposizioni europee che vietano di cambiare legge elettorale a sei mesi dalle elezioni.

Quindi, per cambiare, transitare da un sistema a una nuova speranza, rimangono, dopo le punizioni inflitte (giustamente) dal corpo elettorale, le due forze politiche che tentano di creare un nuovo inizio. Per spezzare le catene della furbizia e dell’impunità, favorire la solidarietà sociale, l’inclusione, l’istruzione, prepararci alle sfide del futuro ma con i piedi saldi all’interno delle comunità, che non devono essere merce svenduta sull’altare del libero mercato

Sull’Europa, sulla crisi mondiale, i grandi “dissidenti economisti” che prevederono la grande crisi e i pericoli dell’euro, sono gli stessi; sarà un caso? oppure c’è qualcuno che guarda con occhi sinceri all’evolversi delle vicende e intuisce i rischi reali per le persone?

Al netto dei divini Otelma che si sperticano in questi giorni a prevedere le peggio sciagure, delle Cassandre abbandonate dai propri elettori, vigileremo, criticheremo, contribuiremo. Misureremo sul campo il lavoro.

Si poteva scrivere meglio il contratto? Fare, dire di più, o diversamente? certo che si! Ci sono eccessi o questioni delicate che potrebbero creare discussioni? Assolutamente si! Il punto è che non si vedeva un punto di inizio da decenni, in questo paese; impaludato a sinistra con i renziani  e a destra con i berlusconiani, e tutto ciò che ne è conseguito negli ultimi 20 anni.

Davide Amerio- Tgvallesusa