La salita dello spread e dei Cds ha penalizzato Intesa Sanpaolo, il peggior titolo della settimana a Piazza Affari

proiezionidiborsa.it 25 maggio 2018

Settimana da incubo per Intesa San Paolo che lascia sul terreno oltre il 12%.

L’aspetto preoccupante della settimana appena conclusasi è la rottura del supporto fornito dal I° obiettivo naturale in area 2.67€. A questo punto, a meno di pronti recuperi, sono aperte le porte a discese fino al II° obiettivo naturale in area 2.3577€.

Giuseppe Castagna e la Waterloo -BancoBPM maglia nera al FTSEMib …

soldi online.it 25 maggio 2018 EdoardoFagnani

Il BancoBPM ha ceduto il 7,34% a 2,41 euro. Gli analisti di Goldman Sachs hanno tagliato da 4 euro a 3,3 euro il target price sull’istituto. Gli esperti hanno anche peggiorato il giudizio, portandolo da “Buy” (acquistare) a “Neutrale”. Intanto, dalle comunicazioni giornaliere diffuse dalla Consob si apprende che il 24 maggio Marshall Wace ha ridotto dal 2,49% al 2,33% lo “short” sul BancoBPM. Sempre, dalle comunicazioni della Consob sulle partecipazioni rilevanti emerge che dallo scorso 18 maggio 2018 Invesco ha portato al 5,131% la sua quota nel capitale di BancoBPM; in precedenza l’investitore era accreditato di una quota del 4,976% nel capitale dell’istituto guidato da Giuseppe Castagna.

segue ulteriore grana:

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GRUPPO BANCOBPM NAPOLI, SCIOPERO GENERALE IL 25 IN SOLIDARIETÀ DEL COLLEGA LICENZIATO

BancoBPM

GRUPPO BANCOBPM, FISAC-CGIL E FIRST-CISL PROCLAMANO LO SCIOPERO GENERALE PER IL 25 CONTRO I PROVVEDIMENTI INFLITTI AI COLLEGHI E IN SOLIDARIETÀ DI UN COLLEGA LICENZIATO

Fissata per venerdì 25 maggio la giornata di sciopero dei lavoratori del Gruppo Banco BPM di Napoli e provincia. Ne danno notizia con un comunicato la FISAC-CGIL e la FIRST-CISL a firma delle Segreterie R.S.A., dopo che è fallito il tentativo di conciliazione svoltosi presso l’ABI, lunedì 14.

Tutto è iniziato, secondo i Sindacati, dopo la fusione societaria, che ha interessato anche la Popolare di Novara presente a Napoli, che è risultata carente di “un’adeguata formazione ed informazione dell’attività”.

LA LETTERA APERTA ALL’A.D.

In una lettera aperta, a firma delle Segreterie RSA di Napoli, all’A.D. Giuseppe Castagna, del 3 aprile, i Sindacati lamentavano “i ritardi e le mancanze subite nell’applicazione degli accordi sottoscritti”. Il testo sottolinea, inoltre, le “innumerevoli incertezze operative, l’assenza di mansionari… i continui rimandi a norme…mai definite”.

Secondo le sigle sindacali CGIL e CISL ciò ha comportato un’incertezza nell’operatività, riversata dall’Azienda sui lavoratori, comminando “provvedimenti disciplinari sproporzionati”.

Tutto ciò è scaturito finanche nella decisione di licenziare un dipendente. Nella lettera aperta all’AD Castagna, i Sindacati, tra l’altro, sottolineano che “questo clima… non pone le condizioni affinché si possa lavorare sereni”.

Fisac-CGIL e First-CISL, esprimendo il loro dissenso, hanno fatto comunque appello alle capacità manageriali della dirigenza del Banco BPM per porre rimedio alle scelte praticate.

LA PROCLAMAZIONE DELLO SCIOPERO

Lunedì 14 maggio il tentativo di conciliazione svoltosi a Milano presso l’ABI secondo i Sindacati “non è servito a modificare le posizioni aziendali, rispetto alle motivazioni avanzate dalle OO.SS.”. CGIL e CISL hanno, pertanto, proclamato lo sciopero generaledel personale del Gruppo di Napoli e provincia per l’intera giornata del 25.

Intanto, i Sindacati in preparazione dello sciopero hanno organizzato un presidio in occasione del road show del BancoBpm a Napoli del 17 per sensibilizzare ulteriormente la dirigenza aziendale.

È intenzione, inoltre, delle OO.SS. avviare una raccolta fondi per aiutare anche economicamente il collega licenziato e la sua famiglia.

LA DICHIARAZIONE

Sulla questione abbiamo sentito il rappresentante sindacale della Fisac del BancoBpm di Napoli Francesco D’Apuzzo, componente della delegazione trattante nazionale, che ci ha dichiarato: “La mobilitazione dei dipendenti del BancoBpm di Napoli e provincia, cresce ad ogni momento. La pressione sui dirigenti aziendali è forte. Si chiedono garanzie sull’operatività quotidiana, per lavorare senza dubbi di future sanzioni. Ci sentiamo tutti esposti come il collega Giuseppe, che ha subito un provvedimento disciplinare non commisurato ai fatti. Chi sbagli nel lavoro, senza dolo, non può essere licenziato” .

CANTONATE / TOGHE ECCELLENTI A CACCIA DELL’OVVIO

Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it 25 maggio 2018

Super toghe alla scoperta dell’acqua calda.

Sul fronte dei lavori per la ricostruzione nel dopo terremoto di Amatrice punta l’indice il numero uno dell’Anac Raffaele Cantone: “C’è il rischio di infiltrazioni criminali”. Accipicchia.

A Palermo suona le trombe il procuratore generale Roberto Scarpinato: “C’è una parte della storia nelle stragi di mafia che è una storia segreta, ma purtroppo non è una novità, perchè è cominciata con Portella della Ginestra”. Mamma mia.

Ma al primo posto della special hit si piazza di diritto Piero Grasso, oggi a capo della truppa di Liberi e Uguali: “Dobbiamo tornare all’antimafia che si occupa e fa cose semplici, ma concrete. Come le lenzuola esposte nel quartiere di Palermo Passo Rigano in ricordo della strage di Capaci”. 

Ottime e abbondanti, le lenzuola, per combattere le mafie.

GRASSO CHE COLA

Guardiamo più da vicino queste istantanee dell’Antimafia prossima ventura.

Partiamo dalle ultime frasi pronunciate dall’ex numero uno di palazzo Madama, Grasso. Che in occasione della commemorazione dell’eccidio in cui persero la vita Giovanni Falcone, la compagna e la scorta, trova il tempo per esprimere tutto il suo profondo dolore per il caso Montante: “per me si tratta di un vero lutto”, le sue commosse parole. 

E a proposito delle lenzuola, osserva: “sono un bell’esempio di come alcuni familiari reagiscono. Se ancora culturalmente non tutto è stato fatto, sono stati fatti molti passi avanti”. Nell’uso dell’italiano ancora no.

Passiamo ad altre parole pesanti, come quelle pronunciate da un’altra icona antimafia, Scarpinato, sempre in occasione dell’anniversario del tritolo di Capaci. Ecco alcuni tra i passaggi salienti: “Tutta la sequenza delle stragi che hanno insanguinato la storia italiana hanno una parte che non è stata svelata e non credo che, a questo punto, emergerà”. Incoraggiante, per cominciare. 

“Penso che questo paese abbia un grave problema, non riesce a fare i conti con il suo passato. E, quindi, non può capire il presente”. Diagnosi degna di Tucidide.

Poi un toccante amarcord: “Sono del ’52 e quando frequentai il liceo non si poteva parlare di fascismo perchè tanti professori e presidi erano coinvolti e non si sapeva come raccontare queste storie alle giovani generazioni”. Boh.  

Quindi i timori odierni: “E’ inquietante che ci sono tante, troppe cose ed è ancora più inquietante che ci sono tante persone che sanno e continuano a tacere. Perchè?”. Andrebbe chiesto a qualche magistrato. 

Ricorda poi il caso di un mafioso pentito che avrebbe potuto portare alla cattura di Bernardo Provenzano: si tratta di Luigi Ilardo: “Ci fece arrestare 15 capi di Cosa Nostra e avrebbe potuto rivelare gli scenari politici dietro le stragi. Ma è stato assassinato dopo poco”. 

Andrebbe chiesto a quei magistrati che si guardarono bene dal raccogliere la sua verbalizzazione e lo mandarono al massacro.

Un profondo commento: “C’è una parte della storia che è segreta, ma non è una novità”. 

Un altro interrogativo grosso come una casa: “E i Graviano perchè stanno in silenzio?”. 

Andrebbe chiesto a quei magistrati che hanno appena negato a Fiammetta Borsellino, la figlia di Paolo, l’autorizzazione ad un secondo colloquio con i fratelli Graviano. Per paura di un ‘depistaggio’…

I ricordi si moltiplicano e Scarpinato riflette: “Documenti spariti, la famosa agenda rossa di Borsellino, c’è qualcuno che lucidamente prende la borsa e poco dopo la rimette nell’auto in fiamme. Non si capisce perchè, se la prendi la dai ai magistrati come corpo di reato”. 

Andrebbe chiesto a quei magistrati che hanno costruito i processi Borsellino e, soprattutto, hanno taroccato il pentito Vincenzo Scarantino, con un depistaggio in piena regola, come ha più volte ribadito Fiammetta.

ANAC, MEGLIO TARDI CHE MAI

Passiamo alla terza toga eccellente, oggi al vertice dell’Autorità Nazionale Anti Corruzione. “C’è il rischio di infiltrazioni criminali nei subappalti per il dopo sisma ad Amatrice e in quelle zone terremotate”, sottolineano all’Anac. 

Fa eco Repubblica che titola: “Sisma, l’allarme di Cantone. ‘Controllate tutti i subappalti’”. 

A quanto pare nel mirino ci sono le Regioni, colpevoli di non aver puntato i riflettori proprio sulle catene dei subappalti. Puntualizza il quotidiano diretto da Mario Calabresi: “si scopre oggi che due regioni, Marche e Umbria, non hanno fatto tutto quello che erano chiamate a fare: vigilare. Assicurarsi cioè che gli operai dei cantieri fossero veramente quelli delle aziende subappaltatrici”. 

E poi: “poche settimane fa Cantone ha scritto di nuovo e questa volta la lettera è arrivata anche alla Presidenza del Consiglio e al ministero delle Infrastrutture. Contiene le controdeduzioni delle Regioni che per giustificarsi si sono appellate alle procedure d’urgenza. ‘Le cautele non sono state seguite’, scrive Cantone. Così ‘si incrementa il pericolo di infiltrazioni criminali’”. 

Sanno ormai anche le pietre, e da decenni, che le mafie trovano le loro grandi occasioni nelle emergenze, non solo quelle naturali (come terremoti e alluvioni) ma anche quelle comodamente inventate a tavolino,  ad esempio in occasione di eventi sportivi o meeting internazionali. A partire dal terremoto del 1980 che colpì Campania e Basilica, passando per tutte le altre calamità naturali e non solo, appunto, mafiosi e faccendieri l’hanno fatta sempre più da padroni. 

Attraverso i facili strumenti messi a disposizione dalle ‘normative’ (sic): appalti e relativi subappalti a raffica, varianti in corso d’opera, revisioni prezzi, sorprese geologiche e via di questo passo per macinare quantità sempre più gigantesche di danari pubblici, senza che nessuno muova un dito.

Adesso arrivano gli allarmi e i concitati Sos dell’Anac. Ma dove sono stati, fino ad oggi, lorsignori? A prendere la tintarella?  

PREMIER, IL PRIMO IMPEGNO E’ CON I RISPARMIATORI

reteveneta.it 25 maggio 2018

La storia lo ricorderà come il primo impegno del premier incaricato: l’avvocato difensore del popolo italiano, come si definisce Giuseppe Conte, ha accolto i risparmiatori feriti dal crac di BpVi e Veneto Banca. Ecco le foto dell’incontro. Ce le manda Patrizio Miatello, in tempo reale da Montecitorio: la tecnologia annulla le distanze, ed il nuovo corso della terza repubblica riparte proprio dai social, dagli annunci online, dalla trasparenza digitale: Giuseppe Conte fa capire subito che a Roma l’aria è cambiata e chiude la sua prima giornata da premier incaricato stravolgendo gli schemi ed aprendo le porte alla delegazione di risparmiatori. L’avvocato del popolo italiano mette in chiaro che: «Queste persone hanno diritto ad essere ascoltate dalle istituzioni, chiedono il rispetto dei loro diritti e che il loro risparmio venga tutelato, essendo frutto spesso di sacrifici: questa tutela sarà uno dei principali impegni di questo Governo, il Governo del cambiamento: chi ha subìto truffe o raggiri sarà risarcito». Musica per le orecchie degli ex soci di BpVi che hanno spiegato l’urgenza di un fondo per affrontare le emergenze più gravi, i casi più disperati. L’incontro dura un’ora e mezza, ed è il preludio del faccia a faccia di oggi tra il futuro Premier ed il Governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco. Inizia a muoversi qualcosa: dalla Capitale, Patrizio Miatello promotore delle associazioni unite per il fondo, invia a Rete Veneta questo video pieno di speranza:

VIDEO

Gli incubi nazionalisti di Borghi

Vito Foschi lo spiffero.com 25 maggio 2018

Claudio Borghi, economista di riferimento del partito della Lega ha dichiarato qualche giorno fa che la banca Monte dei Paschi di Siena non deve essere privatizzata e deve bloccare il piano di chiusura degli sportelli ed essere usata, dopo un cambio di governance, per non ben chiari scopi di pubblica utilità. Le lezioni del passato non si vogliono imparare: la banca senese è sempre stata una banca pubblica e i risultati si sono visti, il fallimento. Quando la politica entra nella gestione delle imprese i risultati che si perseguono non sono più economici, ma politici. Non dimentichiamo che il Monte è stato usato per comprare la Banca del Salento e l’Antonveneta a prezzi esorbitanti, operazioni che hanno pesato in maniera importante sui bilanci. Questo solo per indicare gli errori più clamorosi, ma non bisogna dimenticare la gestione clientelare e politica e non economica della banca che risultava essere la banca privata di una ben precisa parte politica.

Il Monte dei Paschi di Siena è fallito perché gestito non con l’obiettivo del profitto, ma con quello politico di aumentare il consenso: il credito veniva erogato più con questo criterio che non con quello del merito creditizio del cliente. Per evitare il fallimento lo Stato ha dovuto nazionalizzare la banca mettendoci circa 7 miliardi dei cittadini per ricapitalizzarla. Il fatto che il governo fosse della stessa parte politica di chi ha gestito la banca è passato sotto silenzio. Ora il Monte è proprietà statale e gli amministratori sono decisi dal governo. L’idea di Borghi di non vendere la banca e di cambiarne la gestione, non vuol dire altro che mettere i propri uomini al comando a posto degli attuali e farla diventare un dominio privato della propria parte politica. Se la gestione pubblica del Banco lo ha portato sull’orlo del fallimento, non si capisce come una nuova gestione pubblica non lo possa portare di nuovo nella stessa situazione. Il problema non è nella qualità degli amministratori che siano del Pd o di Lega e dei Cinque Stelle, ma nel fatto che la proprietà pubblica non può che imporre degli obiettivi politici che non necessariamente coincidono con quelli economici. Lo abbiamo ribadito in altre occasioni, lo Stato lavora per costruire consenso, e la gestione di un’impresa pubblica non può che seguire questa regola. Come si possono redarguire dei dipendenti di un’impresa pubblica, quando questi vanno poi a votare e possono mandarti a casa? Nessuno sega il ramo su cui è seduto.

Lo stesso salvataggio del Monte è stato un errore: doveva essere lasciato fallire e la rete di sportelli e relativi dipendenti essere venduti ad altre banche come è stato fatto con le banche venete. È necessario notare che la modalità di gestione clientelare era uso e costume della dirigenza della banca senese e cambiare vecchie abitudini non è immediato. Il cambiamento della cultura aziendale richiede tempo e lo smembramento della rete sportelli con l’assegnazione dei dipendenti ad altre imprese bancarie avrebbe favorito questo processo.

Oltre alla dichiarata volontà di prendere il controllo del Monte per fantomatici scopi pubblici, le dichiarazioni di Borghi sono agghiaccianti anche per quanto riguarda la volontà di bloccare la chiusura delle filiali. Può apparire una semplice operazione volta alla riduzione dei costi la chiusura delle filiali, ma in realtà è necessaria per le novità tecnologiche avvenute negli ultimi anni. Di fatto gli sportelli sono diventati del tutto inutili per gran parte delle operazioni bancarie. Molte operazioni che vent’anni fa si facevano allo sportello, ormai si fanno online o alle casse automatiche. Le filiali ormai resisteranno solo per servizi di consulenza su mutui, prestiti e investimenti e le casse rimarranno solo per particolari operazioni. Alcune banche già stanno procedendo all’eliminazione delle casse con operatore umano, mentre altre banche per giustificare la rete di sportelli stanno affiancano alle tradizionali operazioni anche quelle immobiliari.

Non si capisce quale scopo si voglia raggiungere non chiudendo gli sportelli inutili, se non scopi puramente clientelari.

Conti correnti salvi con il fondo tutela

genovapost.it 25 maggio 2018

Conti correnti salvi con il fondo tutela

Liguria – Al giorno d’oggi si sente sempre più spesso parlare di offerte e promozioni per quanto riguarda i conti correnti, ma spesso ci si dimentica che è anche necessario tutelarli. Ed è proprio per questo che c’è il Fitd, che è l’acronimo di “Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi”, un consorzio riconosciuto dalla Banca d’Italia e la cui adesione, dal 2011, è obbligatoria per tutti gli istituti di credito aventi la forma di società per azioni (per le banche di credito cooperativo esiste un analogo fondo specifico). La funzione del Fitd è quella di rimborsare i clienti del settore bancario nel caso in cui l’istituto con il quale intrattengono determinati rapporti di credito sia sottoposto ad amministrazione controllata ovvero a liquidazione coatta amministrativa (due procedure concorsuali derivanti dallo stato d’insolvenza dell’istituto stesso). In pratica, una volta avviata la procedura concorsuale, nel caso in cui vi sia carenza di liquidità per rimborsare i clienti, interviene il Fitd; il fondo garantisce un risarcimento fino a 100.00 euro per ciascun depositante.

Quali rapporti di credito sono tutelati dal Fitd?

Il Fondo di Tutela interviene su tutti i depositi nominativi, quali: buoni fruttiferi, conti correnti, conti deposito (anche vincolati) e certificati di deposito. Restano escluse dalla copertura del Fitd: tutti i depositi al portatore, i fidi, i castelletti e gli investimenti che hanno per oggetto azioni e/o obbligazioni anche se emesse dallo stesso istituto di credito di cui si è correntisti. Tuttavia, i recenti crack delle banche venete (Veneto Banca e Popolare di Vicenza) nonché delle 4 ”bad bank” italiane (Banca Marche, CariChieti, Banca Etruria e CariFe), hanno visto intervenire il Fitd – su richiesta del Governo in carica – anche per il rimborso dell’80% dei risparmi investiti dai correntisti in obbligazioni subordinate emesse dai suddetti istituti.

Come opera il risarcimento del Fitd

Con l’avvio di una procedura di amministrazione controllata o di liquidazione coatta amministrativa di un istituto di credito, la Banca d’Italia è autorizzata a prelevare immediatamente dagli accantonamenti dello stesso le somme necessarie per risarcirne i correntisti. In caso di carenza di liquidità, ecco che interviene il Fitd, che risarcisce subito i correntisti e poi chiede soddisfazione del proprio esborso alla banca dichiarata insolvente. Il risarcimento del Fitd ha un limite massimo di 100.000 euro per ogni depositante e per banca: questo significa che se un correntista, persona fisica o giuridica, ha due rapporti di credito con lo stesso istituto, riceverà al massimo 100.000 euro di rimborso mentre, se ha due conti in due istituti diversi ed entrambi vengono dichiarati insolventi, avrà un rimborso massimo complessivo di 200.000 euro.

Risarcimento del Fitd in caso di conti cointestati e liquidità aggiuntive

Nel caso di conto cointestato presso una banca sottoposta ad amministrazione controllata o liquidazione coatta amministrativa, ogni intestatario può ricevere un risarcimento massimo dal Fitd pari a 100.000 euro. Tale tetto massimo può essere sforato solo in un caso, ossia quando, nei nove mesi antecedenti all’intervento del Fitd, il correntista abbia depositato della liquidità aggiuntiva di ingente importo, magari derivante da un profitto straordinario di investimenti, da situazioni inerenti lo status personale o lavorativo (pensionamento licenziamento divorzio o indennizzi per sopraggiunta grave invalidità) o dalla vendita di un immobile. In tale ipotesi, oltre al rimborso massimo di 100.000 euro il depositante può richiedere un plus al Fitd che, solitamente, non eccede il limite dell’80% della somma complessiva. La garanzia del Fitd opera solo se il correntista rinuncia all’arbitrato bancario (un metodo alternativo al ricorso al tribunale volto a dirimere, in modo irrituale, le controversie tra banca e cliente).

Indennizzo del Fitd

Per ottenere un risarcimento dal Fitd non è necessario inoltrare alcuna richiesta, poiché la copertura e la liquidazione del rimborso da parte del Fondo avvengono automaticamente. Il Fitd ha infatti ovviamente accesso alle informazioni inerenti i clienti della banca dichiarata insolvente e quindi provvederà a recuperare i nominativi degli aventi diritto al rimborso, a calcolarne l’importo e a liquidarlo.

Il rimborso avviene entro i sette giorni lavorativi successivi a quello in cui si producono gli effetti della dichiarazione di liquidazione coatta amministrativa della banca. L’efficacia della procedura inizia dalla data del provvedimento del tribunale che ne sentenzia l’avvio. Per tutte le informazioni dettagliate sul Fitd e sul suo funzionamento, si rinvia al sito ufficiale del consorzio, http://www.fitd.it.

Si ringrazia Qualeconto.net per la collaborazione.

Crac Banche, Intesa San Paolo in Prefettura

„Redazione“trevisotoday.it 25 maggio 2018

Crac Banche, Intesa San Paolo in Prefettura
„Il Prefetto di Treviso Laura Lega ha incontrato i vertici di Intesa San Paolo, la S.G.A. Spa (Società di Gestione Attività) e le categorie produttive sul tema degli effetti della crisi bancaria in provincia“

Crac Banche, Intesa San Paolo in Prefettura

TREVISO L’incontro, al quale hanno preso parte anche il Presidente della Camera di Commercio, il Direttore della Banca d’Italia di Venezia ed il Presidente di Veneto Sviluppo ha consentito di fare il punto della situazione sugli effetti della crisi bancaria che ha interessato la provincia di Treviso e fornire soprattutto una informazione completa e corretta alle categorie rappresentative del mondo produttivo. Queste hanno rappresentato la forte esigenza di una gestione dei crediti da parte dei nuovi gestori – Intesa San Paolo e Sga – che sia attenta all’economia del territorio, peraltro in un momento di ripresa confermata dai più recenti indici in materia, ed hanno offerto una qualificata collaborazione affinchè le decisioni siano prese sulla base di approfondite conoscenza dei singoli casi ed in tempi rapidi.

Crac Banche, Intesa San Paolo in Prefettura
„Da parte loro sia Intesa San Paolo che la SGA hanno confermato l’importanza di un’azione di gestione dei crediti che, rispettosa dei limiti normativi in materia, tenga conto delle peculiarità del territorio trevigiano che ad oggi si propone come uno dei più dinamici d’Italia. In particolare sono in corso di attuazione le necessarie riorganizzazioni interne che consentano di realizzare al contempo l’obiettivo di disporre di una approfondita conoscenza della situazione dei singoli casi e di fornire risposte in tempi celeri, tenuto conto della grande mole di rapporti esistenti. Il Prefetto Laura Lega ha ringraziato i presenti perché il tavolo odierno, che costituisce il primo di prossimi sulla materia, possa costituire un utile luogo di confronto e di soluzione delle situazioni problematiche, nel perseguimento dell’obiettivo di garantire la massima coesione sociale.“

 

 

 

Banche Venete, Conte autorizza la speranza?

vicenzareport.it 25 maggio 2018

banche venete

Vicenza – Il presidente del consiglio incaricato, Giuseppe Conte, ha incontrato oggi le associazioni dei risparmiatori truffati dalle banche negli ultimi anni, in particolare quelli che hanno perso i loro soldi nel crack delle popolari venete. I media nazionali riportano parole di Conte che aprono speranze per chi aspetta un riscarcimento, e tutti speriamo che alle parole del futuro premier seguano le azioni concrete.  Tra le associazioni che  hanno incontrato Conte però non c’era la vicentina Noi che credevamo nella Banca Popolare di Vicenza

“La delegazione della associazione di risparmiatori più numerosa d’Italia – si legge nella nota che i suo dirigenti hanno diffuso – non scende a Roma oggi. Vogliamo dare un segnale forte. Questo è sicuramente un momento importante per il paese, ma assolutamente delicato per i risparmiatori e le decisioni del nuovo governo sono fondamentali per ristabilire equità e dignità. Scenderemo a Roma quando l’euforia di insediamento lascerà il posto a proposte e confronto”.

Il presidente dell’associazione Vicentina, Luigi Ugone, ricorda infatti che sono ancora troppi i nodi da sciogliere. “Crediamo – sottolinea – nell’impegno di Salvini, ad oggi incontrato più volte, sia direttamente che tramite suoi delegati, ma molte e non tutte ancora trasparenti sono le anime che compongono la maggioranza. Auguriamo buon lavoro a Conte e attendiamo inviti ufficiali alla soluzione di una crisi enorme che ha colpito il nord e molti cittadini aziende e risparmiatori”.

Sempre l’associazione Noi che credevamo nella Banca Popolare di Vicenza osserva che “il plafond che faceva parte del fondo governativo Pd-Baretta-Miatello comincia a perdere i pezzi, a iniziare dai decreti attuativi, mai arrivati, e dai fondi a disposizione che cominciano a mancare, come si capisce dalle ultime decisioni di Intesa che ritira i 100 milioni messi a disposizione”.

“Per continuare – aggiunge con ironia – con la serie noi lo avevamo detto… La nostra associazione sta lavorando ad un fondo più ampio, e di soldi veri, per risparmiatori e aziende che hanno creduto nelle due banche venete e che ora hanno perso tutto. Importante è ora la condivisione con i rappresentanti delle attività produttive del territorio, e dopo le parole di Conte un buon risultato è oggi possibile”.

Vittime banche: ecco (per ora) i numeri certi sui rimborsi

Giuseppe Cordasco panorama.it 25 maggio 2018

Il ministro Padoan ha fornito i dati ufficiali sui risarcimenti. Per il futuro spazio al fondo speciale la cui dotazione però è criticata dal M5S

padoan

 

L’incontro a sorpresa che ieri si è avuto tra una rappresentanza delle vittime delle banche e il presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte, ha riportato con forza all’attenzione dell’opinione pubblica il tema dei rimborsi per quei consumatori che hanno subito vere e proprie truffe finanziarie dal sistema degli istituti di credito.

Una scelta, quella dell’incontro che è avvenuto al termine della girandola dei faccia a faccia con i leader degli schieramenti politici, che per molti ha avuto un po’ il sapore di una boutade propagandistica, ma che se non altro è servita a sottolineare quale peso possa avere nell’agenda politica del nuovo governo, almeno per quel che riguarda la matrice Cinque Stelle, proprio l’argomento dei risarcimenti ai creditori vittime di frodi.

Ma vediamo allora quale sia al momento lo stato dell’arte su questa questione e cosa propone invece per il futuro il Movimento Cinque Stelle.

I numeri di Padoan

A fare testo sulla triste vicenda dei consumatori truffati dalle banche sono, per il momento almeno, i numeri ufficiali forniti in materia dal ministro uscente dell’Economia Pier Carlo Padoan.

Per i casi di risoluzione e per quelli di liquidazione delle banche venete, si legge a questo proposito in un documento ufficiale appunto, gli investitori al dettaglio che possono dimostrare la violazione delle regole di correttezza da parte della banca possono ottenere il rimborso grazie al Fondo di solidarietà alimentato dal sistema bancario.

Proprio grazie a questo meccanismo infatti, afferma Padoan, “sono già stati rimborsati, per quattro banche regionali (CariChieti, CariFerrara, Cassa Marche e Banca Etruria), circa 167 milioni di euro a fronte della liquidazione di più di 14mila istanze sulle circa 16mila pervenute”. In particolare, per Veneto Banca e Popolare Vicenza sono state comunicate 8.090 istanze per poco meno di 50 milioni.

Per Mps poi, è stata introdotta una forma di compensazione basata su una transazione proposta dalle banche, che interessa strumenti finanziari subordinati per circa 2,2 miliardi.

Il Fondo speciale per i rimborsi

A questo quadro bisogna aggiungere un altro tassello importante. Nei mesi scorsi infatti è stata messa a punto una legge che prevede la costituzione di un ulteriore fondo speciale con una dotazione di 100 milioni di euro in 4 anni, che dovrebbe servire proprio a soddisfare le nuove richieste di rimborso che saranno presentate.

Un provvedimento questo che necessita però ancora dei cosiddetti decreti attuativi, un impegno questo che ora ricadrà sulle spalle del nuovo governo Lega-M5S qualora dovesse effettivamente nascere.

Ma è proprio su questo punto che si vanno a inserire le richieste, ventilate anche in campagna elettorale, da parte dei grillini, che in sostanza ritengono insufficiente lo stanziamento deciso e prospettano un suo consistente aumento. Quel che è poco chiaro però è come questo aumento dovrà essere coperto finanziariamente.

Le istanze del M5S

A chiarire bene quale sia la posizione dei pentastellati ci pensa Elio Lannutti, senatore del M5S e da tempo tra i più coriacei rappresentanti dei consumatori. Lannutti giudica innanzitutto il gesto di Conte, che come detto ha voluto incontrare una delegazione delle vittime delle banche, “un atto di grande coraggio, un primo atto simbolico”.

Sottolinea poi che in effetti le perdite subite dai consumatori sarebbero dell’ordine di decine di miliardi di euro e riguarderebbero circa 500mila famiglie. Queste ultime potranno dunque essere, almeno in parte, risarcite quando i fondi per i rimborsi raggiungeranno i “tre o quattro miliardi di euro”. Un obiettivo che si potrebbe ottenere utilizzando “risorse provenienti da assicurazioni e polizze dormienti“.

Una voce quest’ultima, sulla cui effettiva entità finanziaria si è discusso molto in questi ultimi mesi, ma che in effetti nessuno è riuscito davvero a quantificare con certezza.

Restano dunque forti dubbi su quello che sarà l’atteggiamento che il nuovo governo Lega-M5S vorrà tenere su questa questione: approvare i decreti attutivi della legge che mette sul piatto cento milioni sicuri, oppure stravolgere tutto andando alla ricerca dirisorse nuove, dell’ordine come detto di qualche miliardo di euro, senza però avere certezze su una sua reale copertura di bilancio? Staremo a vedere.

Per saperne di più

Alilaguna, le liason di Brugnaro e i fratelli Zuin

Marco milioni25 maggio 2018

http://supporto01.blogspot.it/2018/05/alilaguna-le-liason-di-brugnaro-e-i.html?m=1

m.m.) Il comune di Venezia come verrà a capo della scomoda situazione che contraddistingue Alilaguna? La società, che si occupa di trasporto marittimo opera in regime di monopolio, che le deriva dal periodo in cui la compagnia era di proprietà del capoluogo. Da tempo però la compagine azionaria è in mano ai privati. E non si capisce ancora se e come l’amministrazione di centrodestra capitanata dal civico Luigi Brugnaro abbia intenzione di uscire da questa impasse.

Il 28 di gennaio Alganews.it aveva delineato lo scenario che riguardava i trasporti nella città di Marco Polo affrescando quella situazione come una sorta di «Leviatano giuridico per cui ad una società privata è concesso un regime di monopolio de facto, affidato senza gara per giunta, tipico delle società pubbliche». E ancora chi scrive sottolineò che «il comune per uscire da un cul de sac che si protrae da anni starebbe mettendo a punto un bando di gara la cui lentezza però sta spazientendo alcuni potenziali partecipanti. Tra questi c’è un raggruppamento capitanato dal gruppo navale Lauro che il 10 febbraio del 2017 aveva inviato al comune una diffida affinché le gare fossero bandite nel più breve tempo possibile: quattro pagine in punta di diritto vergate dall’avvocato Ippolito Matrone di Boscoreale nel Napoletano. Nelle quali si sollecitava l’amministrazione ad annullare gli atti che avrebbero causato questa situazione di stallo e a redigere quelli utili a sbloccarla».

Il problema che in questi mesi poco o nulla è cambiato. E allora forse potrebbe essere utile guardare più da vicino nel ventre di Alilaguna per capire se ci sono o ci sono state eventuali liason con ca’ Farsetti. In questo quadro il primo elemento da prendere in esame riguarda la spa che controlla Alilaguna, ovvero la Situv (alias Società investimenti turistici Venezia). Nel collegio sindacale di quest’ultima figura il dottore commercialista Maurizio Zuin. Il quale altri non è che il fratello di Michele Zuin, potentissimo assessore al bilancio della giunta Brugnaro. I due tra l’altro compaiono nel caso «Agenzia per l’innovazione». Una storia di emolumenti chiacchierati di cui peraltro si occupò Il Fatto quotidiano del 6 luglio 2012. I due per di più fanno lo stesso mestiere e lavorano pure nello stesso studio.

Ma le liason non si esauriscono qui. E tirano in ballo anche il sindaco Brugnaro. Alilaguna infatti è sponsor della Reyer, la squadra di basket che primeggia nel panorama nazionale della quale Brugnaro dal 2006 è divenuto dominus indiscusso. A questo punto le domade nascono spontanee. Ma è pensabile che questo stato di cose abbia influito rispetto alla prudenza (o alla lentezza) con la quale l’amministrazione ha deciso di affrontare o non affrontare questo nodo? Come spiega il sindaco (i dati da un punto di vista temporale fanno riferimento alla fine di gennaio) che nella galassia di quella società privata di trasporti che opera in uno stranissimo regime di monopolio pubblico figura quale membro del collegio dei sindaci il fratello del suo assessore al bilancio? E come spiega il sindaco il fatto che tra gli sponsor di Reyer (almeno stando alla pagina di riferimento della stessa società cestistisca) ci sia proprio quella Alilaguna il cui status non viene toccato da anni? L’assessore al patrimonio Renato Boraso sa qualcosa di queste liason oppure le ignora? Il fatto che Michele Zuin a ca’ Farsetti venga considerato il braccio destro di Brugnaro e che lo stesso Zuin sia considerato vicinissimo al deputato azzurro Renato Brunetta ha un qualche significato? Quando Brugnaro, infilzato di continuo nell’ambito dell’affiare Pili, decise di abbandonare una rovente seduta del consiglio comunale lasciando sulla sua sedia al posto suo una coppa della squadra di Basket era a conoscenza di tutto ciò? E i tifosi che lo spalleggiavano in aula sapevano?

Marco Milioni a 18:40

QUANT’È RIDICOLA L’ACCUSA DI ESTREMISMO RIVOLTA DAL SALOTTO BUONO A PAOLO SAVONA

Marco Verruggio 25 maggio 2018

gliStatiGenerali.com

Leggendo il curriculum dell’anziano professore c’è da chiedersi come per 60 anni non ci sia accorti di aver proiettato ai vertici dello Stato e dell’economia nazionale un personaggio così pericoloso. O forse la spiegazione è un’altra.

Al di là dell’esito finale che avrà questa polemica, il fatto che sia assurto a principale spauracchio per la stabilità dell’UE, se non dell’economia mondiale, un ottuagenario professore liberale moderato come Paolo Savona è rivelatore del livello di preoccupazione che alberga nell’establishment politico-economico internazionale per le evidentemente non ‘magnifiche e progressive sorti’ della costruzione europea. Ripercorrere in breve la carriera di Savona può essere utile non soltanto per capire quanto poco sia credibile l’estremismo attribuito all’81enne esperto di economia monetaria, ma anche e soprattutto per capire qual è la vera ragione della polemica che divampa in queste ore attorno al suo nome.

Sardo, amico di Francesco Cossiga, Savona durante la prima repubblica ha avuto sempre come riferimento l’area repubblicana e come leader politico Giorgio La Malfa, che conobbe e con cui fece amicizia negli anni ’60 negli Stati Uniti, dove insieme frequentavano i corsi dell’economista Franco Modigliani al Massachussets Institute of Technology. Nel 1963 entrò alla Banca d’Italia, dove fece parte dell’Ufficio Studi e qui venne notato dall’allora governatore Guido Carli, di cui divenne in breve tempo il pupillo. Carli, diventato presidente di Confindustria, nel 1976 lo portò con sé nominandolo direttore generale dell’associazione degli industriali. Dopo un breve periodo al Credito Industriale Sardo, sotto l’egida di La Malfa, allora Ministro del Bilancio, Savona venne nominato Segretario Generale alla Programmazione Economica del Ministero, la sua prima esperienza politica importante, prima di essere nominato Ministro dell’Industria nel governo di Carlo Azeglio Ciampi. Nel corso della sua carriera Savona è stato presidente del Fondo Interbancario di Tutela Depositi, di Impregilo, Gemina, Aeroporti di Roma, del Consorzio Venezia Nuova, consigliere d’amministrazione di RCS e Tim Italia, amministratore delegato della Banca Nazionale del Lavoro, vicepresidente di Capitalia e in seguito di Banca di Roma, Ministro dell’Industria di Ciampi appunto, ma anche Capo del Dipartimento delle Politiche Comunitarie della Presidenza del Consiglio dei Ministri con Berlusconi, membro di varie commissioni OCSE e di una commissione sulla riforma dei servizi segreti italiani e, infine, tra i fondatori della LUISS, prestigiosa università per i migliori ragazzi di buona famiglia, nonché presidente della Fondazione Ugo La Malfa. Scoprire ora che il salotto buono della borghesia italiana per circa 60 anni avrebbe covato una tale serpe in seno, permettendogli di percorrere il cursus honorum riservati ai suoi figli più fedeli, ma senza rendersene conto, fa rabbrividire o, al contrario, sorridere.

Spulciando nella biografia di Savona però si scopre qualcosa che forse aiuta in modo più verosimile a spiegare l’alone di paura che oggi sembra circondare l’anziano professore. Già all’epoca in cui era Ministro dell’Industria di Ciampi infatti Savona si scontrò con personaggi come Romano Prodi, Franco Bernabé, Sabino Cassese, a proposito della privatizzazione dell’IRI, in particolare di alcuni grandi gruppi come STET ed ENEL, della gestione dell’ENI e della regolamentazione del settore assicurativo. Che sia stato, come suggerisce qualcuno, per la sua presunta vicinanza a Enrico Cuccia, allora padre padrone di Mediobanca, che sia stato invece per meri convincimenti di politica economica, Savona si distinse come alfiere di un modello di controllo del mercato da parte di pochi grandi soggetti privati – Mediobanca appunto, FIAT, Pirelli – e in particolare sui ‘gioielli di famiglia’ delle partecipazioni statali e contro la logica della liberalizzazione e dell’azionariato diffuso sostenuta da Prodi. Con lo Stato che rimane comunque protagonista e mantiene un ruolo forte. È la polemica tra i sostenitori del ‘nocciolo duro’ e quelli della public company (tra cui Prodi appunto), che furoreggiò in uno scorcio degli anni ’90.

Nel 2006, celebrando un economista ‘moderatamente socialista’ come Paolo Sylos Labini, Savona spiegava la propria filosofia economica con queste parole:

Condivido con Sylos l’idea che, sul piano teorico, la libera concorrenza è il regime economico capace di garantire il miglior uso delle risorse scarse, ma anche che questa forma di mercato non è quella ‘naturale’ (cioè osservabile in pratica), mentre lo è quella dell’oligopolio ‘concentrato’ (poche imprese con prodotti analoghi) o ‘differenziato’ (poche imprese – o, al limite, anche molte, come il caso del made in Italy – con prodotti differenti pur nella stessa industria). Prendendo atto di questa realtà, Sylos, sulla scia di Piero Sraffa (che ha conosciuto in questa stessa sede), sottolinea che i più elevati profitti dovuti alle rendite oligopoliste possono svolgere un ruolo positivo nello sviluppo a condizione che le imprese investano in ricerca e sviluppo, imprimendo alle innovazioni tecnologiche un moto di crescita continua. Allo stesso tempo, però, Sylos avverte che lo Stato deve svolgere una seria politica di produzione di public goods per sostenere la domanda globale necessaria all’intrapresa privata e per innalzare il benessere sociale.

E aggiungeva, a corollario di queste considerazioni generali: Da questo ampio spettro di analisi e di conclusioni di Sylos ho tratto la conseguenza che la politica della concorrenza che si pratica nell’Unione Europea e in Italia non ha chiaro il suo compito di propiziare uno sviluppo equilibrato delle forme oligopolistiche di impresa, ma si ispira in modo confuso a un’innaturale libera concorrenza. Questa politica, unitamente a quella di tutela dei ‘campioni nazionali’, concorre all’attuale perdita di competitività dell’economia europea.

Qui sta, mi sembra, il problema. Il timore non è quello di mettere all’Economia un sovversivo che farebbe votare gli italiani sull’uscita dall’euro e schizzare alle stelle, più di quanto non sia, il debito pubblico. Edward Luttwak, che non è forse il massimo della simpatia, ma non è certo uno sprovveduto, qualche giorno fa dichiarava che, anzi, Savona all’Economia sarebbe una garanzia in termini di competenze e di curriculum. Tutto questo agitar di stracci sembra piuttosto riflettere uno scontro, al momento sotterraneo, tra un settore della borghesia italiana (anche del salotto buono) che comincia a sentire come un peso l’egemonia tedesca e, con l’ascesa di Macron, teme che l’Italia si ritrovi manzonianamente a fare il ‘vaso di coccio tra i vasi di ferro’, e un altro che invece vede nell’apertura dell’economia nazionale agli investimenti stranieri la garanzia comunque di una rendita di posizione per cui valga la pena di pagare un prezzo, anche svendendo qualche gioiello di famiglia e qualche pezzo di sovranità economica. A dimostrazione che il ‘sovranismo’ non è una malattia adolescenziale del ‘popolo’ né una malattia senile del povero Savona e che il populismo, sotto la chincaglieria della ‘caccia al negher’, delle ruspe e della democrazia 4.0, nasconde l’aspirazione a rappresentare politicamente quel nazionalismo padronale che per il PD e i partiti del liberalismo con la erre moscia non è abbastanza politically correct da avere il coraggio di sostenerlo. Salvo che chi spinge avanti i populisti, una volta scagliato il sasso, nasconde la mano lasciando ricadere la colpa della loro avanzata sull’elettorato ignorante che vota ‘con la pancia’ invece che ‘con la testa’.

Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps e non solo. Ecco gli effetti del fisco M5S-Lega sulle banche

Luigi Pereira startmag,it 25 maggio 2018

Prime valutazioni sull’impatto del programma fiscale del “Contratto per il governo del cambiamento” firmato dal Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio e dalla Lega di Matteo Salvini sul sistema bancario in generale e su singole banche in particolare come Intesa Sanpaolo, Unicredit e Mps

La Flat tax giallo-verde presenta più rischi che vantaggi per le banche. Almeno nel breve-medio periodo. E’ questa la valutazione pressocché unanime di analisti e osservatori alla luce della parte fiscale del “Contratto per il governo di cambiamento” firmato da Movimento 5 Stelle e Lega in vista del governo di Giuseppe Conte in fieri.

Ecco fatti, numeri, report e scenari che riguardano anche grandi banche come Intesa Sanpaolo e Unicredit.

IL PROGRAMMA M5S-LEGA

Prendendo per buone le due righe riservate alla nuova tassazione per le imprese riportate nel «Contratto per il Governo del cambiamento», l’impatto della «Dual tax», come sarebbe meglio definirla, potrebbe determinare una perdita per il sistema creditizio che oscilla tra i 5,3 miliardi e i 3,1 miliardi di euro., è la stima oggi del Sole 24 Ore. Inoltre, l’effetto negativo del taglio dell’aliquota Ires, senza una corretta gestione del periodo transitorio, ha riflessi negativi anche sul patrimonio di vigilanza valido ai fini di Basilea III.

IL REPORT DI EQUITA

Ma è stato un report di Equita a far sobbalzare addetti ai lavori e banchieri. Non per il giudizio complessivo sul comparto: nonostante un primo trimestre incoraggiante, con un utile di 3,2 miliardi rispetto ai 2 attesi) e il relativo aumento delle stime 2018-2020 del 6%, gli analisti di Equita Sim hanno confermato infatti la visione neutrale sul settore bancario italiano.

IL BRANO PREOCCUPANTE

E’ un altro passo del report di Equita a preoccupare gli istituti di credito: la sim ha infatti simulato l’eventuale impatto negativo sulle banche che potrebbe essere determinato dal contratto di governo con un ribasso del 12%, ovvero di 12 miliardi di euro sul settore rispetto al calo del 6% registrato nelle ultime due settimane in borsa. L’allargamento dello spread sovrano nelle ultime due settimane (meno 60 punti base) ha avuto un impatto negativo del 2% sulle valutazioni (meno 2 miliardi).

IL CASO UNICREDIT

Unicredit, assicura l’analista di Equita, Giovanni Razzoli, è fra le banche meno sensibili all’allargamento del differenziale di rendimento tra Germania e Italia grazie anche ai 14 miliardi di euro di Bund in portafoglio. L’aumento dello spread dovrebbe avere un impatto negativo di 15bps sul Cet1 contro una media del settore di 22bps. “Invece, l’eventuale introduzione di una flat tax del 2% sui ricavi generati in Italia dalle banche dovrebbe avere un impatto negativo decisamente più consistente: -10% sulle valutazioni, in soldoni -10 miliardi di euro, a fronte di un nuovo gettito fiscale di circa 900 milioni di euro l’anno”, riporta Mf/Milano Finanza.

EFFETTO DUAL TAX SUL CREDITO

Oggi è il Sole 24 Ore a fare simulazioni che non entusiasmano affatto il settore bancario. L’effetto «Dual Tax» tradotto in numeri sui bilanci dei principali istituti di credito sarebbe pari a una svalutazione di 5,3 miliardi – scrive il giornalista Marco Mobili del Sole – “nel caso di una (improbabile) tassa piatta al 15% per le banche e calcolata in base al rapporto tra gli oltre 11 miliardi di Dta, ancora da trasformare in crediti d’imposta, e il differenziale di 12,5 punti percentuali, frutto del taglio di aliquota dal 27,5 attuale, e la nuova soglia del 15% che si vorrebbe introdurre”.

L’IMPATTO SULLE SINGOLE BANCHE

La perdita si ridurrebbe a 3,1 miliardi se l’aliquota per banche fosse del 20 per cento: “Se si volesse applicare questo rapporto agli ultimi bilanci dei primi 8 istituti italiani, il conto più salato in termini di svalutazione sarebbe quello di Banca Intesa con oltre 1,2 miliardi. A seguire Unicredit con una perdita di oltre 600 milioni e, a chiudere il podio, sarebbe Mps con più di 400 milioni di svalutazione (si veda la tabella in pagina)”, aggiunge il Sole 24 Ore.

L’ANALISI DEL SOLE 24 ORE

Ecco l’ulteriore approfondimento del Sole 24 Ore: “Oltre alla svalutazione, la Dual tax, come detto, avrebbe pesanti ripercussioni sul patrimonio di vigilanza e i rigidi paletti fissati da Basilea III. Gli istituti di credito hanno incamerato consistenti quote di Dta che sono state rilevate in bilancio. La trasformabilità delle Dta in crediti d’imposta, già iscritte in bilancio sia per Ires che per Irap, ha consentito alle banche italiane di rispettare i più restrittivi paletti imposti da Basilea III. Il documento del Comitato di Basilea del 16 dicembre 2010 ha previsto, infatti, l’esclusione della fiscalità differita dal patrimonio di vigilanza in quanto le imposte differite attive non sono recuperabili in caso di emergenza o di liquidazione forzata della banca. Il loro recupero può avvenire solo in presenza di utili e relativi imponibili fiscali. Con il taglio “secco” dell’aliquota Ires, senza una corretta gestione del periodo transitorio magari mantenendo l’aliquota al 27,5%, a farne le spese sarebbe dunque il patrimonio di vigilanza valido ai fini di Basilea III”.

CGIA DI MESTRE: L’ITALIA PER COLPA DELLA UE E’ IL PAESE PIU’ TARTASSATO D’EUROPA E CON IL WELFARE PIU’ STRIMINZITO

il nord.it 24 maggio 2018

Con tasse record in Ue e con una spesa sociale tra le più basse d’Europa, in Italia il rischio povertà o di esclusione sociale ha raggiunto livelli di guardia molto preoccupanti. L’analisi è stata realizzata dall’Ufficio studi della CGIA. In questi ultimi  anni di crisi, infatti, alla gran parte dei Paesi mediterranei sono state  “imposte” una serie di misure economiche di austerità e di rigore  volte a mettere in sicurezza i conti pubblici.  In via generale questa operazione è stata perseguita  attraverso uno smisurato aumento delle tasse, una fortissima contrazione degli investimenti pubblici e un corrispondente taglio del welfare state.

“Da un punto di vista sociale – fa sapere il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo –  il risultato ottenuto è stato drammatico: in Italia, ad esempio, la disoccupazione continua a rimanere sopra l’11 per cento, mentre prima delle crisi era al 6 per cento. Gli investimenti, inoltre, sono scesi di oltre 20 punti percentuali e il rischio povertà ed esclusione sociale ha toccato livelli allarmanti. In Sicilia, Campania e Calabria praticamente un cittadino su 2 si trova in una condizione di grave deprivazione. E nonostante i sacrifici richiesti alle famiglie e alle imprese, il nostro rapporto debito/Pil è aumentato di oltre 30 punti, attestandosi l’anno scorso al 131,6 per cento”.

In questi ultimi anni  la crisi ha colpito indistintamente tutti i ceti sociali, anche se le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva ha registrato, statisticamente, i risultati più preoccupanti. Il ceto medio produttivo, insomma,  ha pagato più degli altri gli effetti negativi della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa. “A differenza dei lavoratori dipendenti – fa notare il Segretario della CGIA  Renato Mason  – quando un autonomo chiude l’attività non beneficia di alcun ammortizzatore sociale. Perso il lavoro ci si rimette in gioco e si va alla ricerca di una nuova occupazione.

In questi ultimi anni, purtroppo, non è stato facile trovarne un altro: spesso l’età non più giovanissima e le difficoltà del momento hanno costituito una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso impieghi completamente in nero”. Ritornando ai dati della ricerca, In Italia la pressione tributaria (vale a dire il peso solo di imposte, tasse e tributi sul Pil) si attesta al 29,6 per cento (anno 2016). Tra i nostri principali paesi competitori presenti in Ue nessun altro ha registrato una quota così elevata. La Francia, ad esempio, ha un carico del 29,1 per cento, l’Austria del 27,4 per cento, il Regno Unito del 27,2 per cento i Paesi Bassi del 23,6 per cento, la Germania del 23,4 per cento e la Spagna del 22,1 per cento.

Al netto della spesa pensionistica, il costo  della spesa sociale sul Pil (disoccupazione, invalidità, casa, maternità, sanità, assistenza, etc.) si è attestata all’11,9 per cento. Tra i principali paesi Ue presi in esame in questa analisi, solo la Spagna ha registrato una quota inferiore alla nostra (11,3 per cento del Pil), ma la pressione tributaria nel paese iberico è 7,5 punti inferiore di quella dell’Italia. Tutti gli altri, invece, presentano una spesa nettamente superiore alla nostra. In buona sostanza siamo i più tartassati d’Europa e con un welfare “striminzito”  il disagio sociale e le difficoltà economiche sono aumentate a dismisura.