QUANT’È RIDICOLA L’ACCUSA DI ESTREMISMO RIVOLTA DAL SALOTTO BUONO A PAOLO SAVONA

Marco Verruggio 25 maggio 2018

gliStatiGenerali.com

Leggendo il curriculum dell’anziano professore c’è da chiedersi come per 60 anni non ci sia accorti di aver proiettato ai vertici dello Stato e dell’economia nazionale un personaggio così pericoloso. O forse la spiegazione è un’altra.

Al di là dell’esito finale che avrà questa polemica, il fatto che sia assurto a principale spauracchio per la stabilità dell’UE, se non dell’economia mondiale, un ottuagenario professore liberale moderato come Paolo Savona è rivelatore del livello di preoccupazione che alberga nell’establishment politico-economico internazionale per le evidentemente non ‘magnifiche e progressive sorti’ della costruzione europea. Ripercorrere in breve la carriera di Savona può essere utile non soltanto per capire quanto poco sia credibile l’estremismo attribuito all’81enne esperto di economia monetaria, ma anche e soprattutto per capire qual è la vera ragione della polemica che divampa in queste ore attorno al suo nome.

Sardo, amico di Francesco Cossiga, Savona durante la prima repubblica ha avuto sempre come riferimento l’area repubblicana e come leader politico Giorgio La Malfa, che conobbe e con cui fece amicizia negli anni ’60 negli Stati Uniti, dove insieme frequentavano i corsi dell’economista Franco Modigliani al Massachussets Institute of Technology. Nel 1963 entrò alla Banca d’Italia, dove fece parte dell’Ufficio Studi e qui venne notato dall’allora governatore Guido Carli, di cui divenne in breve tempo il pupillo. Carli, diventato presidente di Confindustria, nel 1976 lo portò con sé nominandolo direttore generale dell’associazione degli industriali. Dopo un breve periodo al Credito Industriale Sardo, sotto l’egida di La Malfa, allora Ministro del Bilancio, Savona venne nominato Segretario Generale alla Programmazione Economica del Ministero, la sua prima esperienza politica importante, prima di essere nominato Ministro dell’Industria nel governo di Carlo Azeglio Ciampi. Nel corso della sua carriera Savona è stato presidente del Fondo Interbancario di Tutela Depositi, di Impregilo, Gemina, Aeroporti di Roma, del Consorzio Venezia Nuova, consigliere d’amministrazione di RCS e Tim Italia, amministratore delegato della Banca Nazionale del Lavoro, vicepresidente di Capitalia e in seguito di Banca di Roma, Ministro dell’Industria di Ciampi appunto, ma anche Capo del Dipartimento delle Politiche Comunitarie della Presidenza del Consiglio dei Ministri con Berlusconi, membro di varie commissioni OCSE e di una commissione sulla riforma dei servizi segreti italiani e, infine, tra i fondatori della LUISS, prestigiosa università per i migliori ragazzi di buona famiglia, nonché presidente della Fondazione Ugo La Malfa. Scoprire ora che il salotto buono della borghesia italiana per circa 60 anni avrebbe covato una tale serpe in seno, permettendogli di percorrere il cursus honorum riservati ai suoi figli più fedeli, ma senza rendersene conto, fa rabbrividire o, al contrario, sorridere.

Spulciando nella biografia di Savona però si scopre qualcosa che forse aiuta in modo più verosimile a spiegare l’alone di paura che oggi sembra circondare l’anziano professore. Già all’epoca in cui era Ministro dell’Industria di Ciampi infatti Savona si scontrò con personaggi come Romano Prodi, Franco Bernabé, Sabino Cassese, a proposito della privatizzazione dell’IRI, in particolare di alcuni grandi gruppi come STET ed ENEL, della gestione dell’ENI e della regolamentazione del settore assicurativo. Che sia stato, come suggerisce qualcuno, per la sua presunta vicinanza a Enrico Cuccia, allora padre padrone di Mediobanca, che sia stato invece per meri convincimenti di politica economica, Savona si distinse come alfiere di un modello di controllo del mercato da parte di pochi grandi soggetti privati – Mediobanca appunto, FIAT, Pirelli – e in particolare sui ‘gioielli di famiglia’ delle partecipazioni statali e contro la logica della liberalizzazione e dell’azionariato diffuso sostenuta da Prodi. Con lo Stato che rimane comunque protagonista e mantiene un ruolo forte. È la polemica tra i sostenitori del ‘nocciolo duro’ e quelli della public company (tra cui Prodi appunto), che furoreggiò in uno scorcio degli anni ’90.

Nel 2006, celebrando un economista ‘moderatamente socialista’ come Paolo Sylos Labini, Savona spiegava la propria filosofia economica con queste parole:

Condivido con Sylos l’idea che, sul piano teorico, la libera concorrenza è il regime economico capace di garantire il miglior uso delle risorse scarse, ma anche che questa forma di mercato non è quella ‘naturale’ (cioè osservabile in pratica), mentre lo è quella dell’oligopolio ‘concentrato’ (poche imprese con prodotti analoghi) o ‘differenziato’ (poche imprese – o, al limite, anche molte, come il caso del made in Italy – con prodotti differenti pur nella stessa industria). Prendendo atto di questa realtà, Sylos, sulla scia di Piero Sraffa (che ha conosciuto in questa stessa sede), sottolinea che i più elevati profitti dovuti alle rendite oligopoliste possono svolgere un ruolo positivo nello sviluppo a condizione che le imprese investano in ricerca e sviluppo, imprimendo alle innovazioni tecnologiche un moto di crescita continua. Allo stesso tempo, però, Sylos avverte che lo Stato deve svolgere una seria politica di produzione di public goods per sostenere la domanda globale necessaria all’intrapresa privata e per innalzare il benessere sociale.

E aggiungeva, a corollario di queste considerazioni generali: Da questo ampio spettro di analisi e di conclusioni di Sylos ho tratto la conseguenza che la politica della concorrenza che si pratica nell’Unione Europea e in Italia non ha chiaro il suo compito di propiziare uno sviluppo equilibrato delle forme oligopolistiche di impresa, ma si ispira in modo confuso a un’innaturale libera concorrenza. Questa politica, unitamente a quella di tutela dei ‘campioni nazionali’, concorre all’attuale perdita di competitività dell’economia europea.

Qui sta, mi sembra, il problema. Il timore non è quello di mettere all’Economia un sovversivo che farebbe votare gli italiani sull’uscita dall’euro e schizzare alle stelle, più di quanto non sia, il debito pubblico. Edward Luttwak, che non è forse il massimo della simpatia, ma non è certo uno sprovveduto, qualche giorno fa dichiarava che, anzi, Savona all’Economia sarebbe una garanzia in termini di competenze e di curriculum. Tutto questo agitar di stracci sembra piuttosto riflettere uno scontro, al momento sotterraneo, tra un settore della borghesia italiana (anche del salotto buono) che comincia a sentire come un peso l’egemonia tedesca e, con l’ascesa di Macron, teme che l’Italia si ritrovi manzonianamente a fare il ‘vaso di coccio tra i vasi di ferro’, e un altro che invece vede nell’apertura dell’economia nazionale agli investimenti stranieri la garanzia comunque di una rendita di posizione per cui valga la pena di pagare un prezzo, anche svendendo qualche gioiello di famiglia e qualche pezzo di sovranità economica. A dimostrazione che il ‘sovranismo’ non è una malattia adolescenziale del ‘popolo’ né una malattia senile del povero Savona e che il populismo, sotto la chincaglieria della ‘caccia al negher’, delle ruspe e della democrazia 4.0, nasconde l’aspirazione a rappresentare politicamente quel nazionalismo padronale che per il PD e i partiti del liberalismo con la erre moscia non è abbastanza politically correct da avere il coraggio di sostenerlo. Salvo che chi spinge avanti i populisti, una volta scagliato il sasso, nasconde la mano lasciando ricadere la colpa della loro avanzata sull’elettorato ignorante che vota ‘con la pancia’ invece che ‘con la testa’.