Germania vuole uscire dall’Euro e incassare 923 miliardi da Italia e Spagna

imolaoggi.it 27 maggio 2018

Si inventano i crediti e pretendono di incassarli.
La Germania vuole uscire dall’Euro e pretende di sottrarre 923 miliardi a Italia e Spagna. Ci hanno defraudati per entrare nell’euro. Lo faranno ancora per uscirne.

Gli economisti tedeschi vicini a Merkel, Fuest, Sinn e Schmidt, preparano il piano B per uscire dall’euro e incassare i 923 miliardi di credito della Bundesbank verso BCE.

 

CARLO MESSINA NEL GIORNO DELLA DECISIONE SUL GOVERNO: ATTENZIONE AL DEBITO E AL COLLOCAMENTO DEI TITOLI PUBBLICI ITALIANI, ANCORA 181 MILIARDI QUEST’ANNO E 340 L’ANNO PROSSIMO, MA L’ECONOMIA ITALIANA È IN RIPRESA – IL CAPO DELLA PIÙ IMPORTANTE BANCA ITALIANA NON PARLA DI SAVONA, NÈ DI DI MAIO O SALVINI, MA CHIEDE “FIGURE AUTOREVOLI NELLE POSIZIONI CHIAVE A LIVELLO EUROPEO ED INTERNAZIONALE”

dagospia.com 27 maggio 2018

Dagonota

carlo messinaCARLO MESSINA

Carlo Messina non pronuncia mai il nome di Sergio Mattarella, meno che mai quelli di Paolo Savona, Luigi Di Maio o Matteo Salvini. Ma nel giorno decisivo per la formazione del governo, il capo della prima banca italiana dice che “il nostro Paese deve darsi l’obiettivo di avere figure autorevoli nelle posizioni chiave a livello europeo e internazionale per essere adeguatamente rappresentato nelle sedi internazionali” e  ricorda con la chiarezza dei numeri qual è  la situazione italiana:

“Pensi, dice a Daniele Manca che lo ha intervistato per il Corriere della Sera, che solo quest’anno ci sono ancora 93 miliardi di titoli a breve da collocare, oltre a 88 miliardi di titoli a lungo termine. L’anno prossimo ci sono scadenze per un totale di 340 miliardi. Sono risorse fondamentali. Servono per pagare pensioni, sanità, stipendi. E riusciamo a farlo grazie ad una completa interconnessione con i mercati finanziari mondiali, per questo preservare la fiducia guadagnata significa tutelare la nostra economia reale, la ricchezza delle nostre famiglie e delle imprese italiane”.

tardelli botTARDELLI BOT

Messina aggiunge due punti molto importanti. Il primo: “per battere la disoccupazione dobbiamo puntare ad una maggiore crescita. L’obiettivo è raggiungibile a condizione di liberare ulteriori risorse riducendo il debito pubblico e non aumentandolo. Non può esserci crescita con un aumento del debito pubblico ma solo un indebolimento della nostra economia a scapito delle categorie più deboli”.

Il secondo: “un’Italia affidabile con un’economia forte ha le stesse  prospettive di Germania, Francia e Spagna. Si tratta di tre paesi che hanno temi aperti da affrontare: la Germania ha il suo surplus commerciale, la Francia e la Spagna hanno un deficit più elevato del nostro. Inoltre presentano tutti punti di debolezza nei rispettivi sistemi bancari ancora da affrontare. Noi invece possiamo affermare di avere aggredito un nodo complesso come quello delle sofferenze bancarie, come ci era stato richiesto dal regolatore”.

Di Maio SalviniDI MAIO SALVINI

carlo MESSINA E LADYCARLO MESSINA E LADY

Messina non sottovaluta i segnali come lo spread che arrivano dalla finanza internazionale (“noi siamo un paese di persone abituate a risparmiare, tanto che oggi possiamo contare su di una ricchezza finanziaria pari a diecimila miliardi di euro, seimila se si escludono gli immobili. Affinché questa ricchezza non perda di valore, affinché gli italiani non vengano danneggiati, abbiamo bisogno di stabilità. Se tra Borsa e spread il peggioramento è solo del 10 per cento, siamo noi italiani a perdere 600 miliardi”) ma sottolinea che “l’economia italiana è in ripresa, le aziende registrano dei buoni risultati, oltre che nella manifattura anche nel settore dei servizi.

conte di maio salviniCONTE DI MAIO SALVINI

L’export cresce a ritmi superiori a quelli di Germania e Francia. Le imprese che investono e innovano, in particolare nel digitale, hanno ripreso ad assumere. C’è fiducia a livello internazionale nei confronti del nostro Paese, è un circolo virtuoso di cui dobbiamo approfittare. E’ una crescita da rafforzare ulteriormente e che può fare affidamento sui 50 miliardi di credito a medio e lungo termine che la nostra banca eroga ogni anno e su uno stock complessivo di crediti che supera i 400 miliardi”.

BUONI DEL TESOROBUONI DEL TESORO

L’intervista dell’amministratore delegato di Banca Intesa pone con grande chiarezza i termini della questione Italia rispetto ai mercati internazionali, ma evita accuratamente di inoltrarsi nelle scelte tutte politiche del dialogo tra i partiti che hanno avuto il voto degli italiani (e stanno preparando il governo che chiederà la fiducia alle Camere) e il Presidente della Repubblica nell’esercizio delle sue prerogative. Oggi sapremo come il Paese si presenterà ai mercati domattina.

Savona ha fatto il suo. Ora prevalga l’interesse nazionale (quello vero)

Roberto Arditti formiche.net 27 maggio 2018

Savona ha fatto il suo. Ora prevalga l’interesse nazionale (quello vero)

Gli alibi sono finiti per tutti. Il governo si può fare. Chi non lo pensa, quale che sia il ruolo ricoperto, deve dirlo chiaramente spiegandone i motivi. Il corsivo di Roberto Arditti

La nota di poco fa del prof. Savona è utile ed opportuna, perché sgombra il campo da molti equivoci esplosi con fragore in queste ultime settimane. Ne esce il profilo che conosciamo, cioè quello di un intellettuale, uomo di governo e di potere, che conferma il suo forte spirito di adesione al progetto europeo, chiarendo però che l’Europa che vuole (o che sogna) è ben diversa da quella che c’è.

Nei propositi di Savona vi sono aspetti di enorme rilevanza, come l’auspicio di incremento dei poteri della Banca centrale europea o l’attribuzione al Consiglio europeo della funzione di controllo sul rispetto dei contenti previsti dai trattati (che sottintende la nascita di una alleanza tra governi “sovranisti”).

Va detto però che la nota è soprattutto utile in chiave interna, poiché rende molto difficile sostenere che il prof. Savona covi propositi “eversivi “. A questo punto però l’interesse nazionale deve prendere il sopravvento su tutti i calcoli politici e su tutte le rivalità (personali e non).

Il governo Conte deve essere messo in condizione di partire perché ne ha la forza parlamentare, requisito unico ed insostituibile ai sensi della lettera (e dello spirito) della Costituzione. Si componga dunque la situazione in modo virtuoso, anche perché abbiamo già esposto troppo il Capo dello Stato, la cui suprema magistratura non deve mai essere trascinata nella polemica politica (facciano di questo mea culpa in molti tra i protagonisti del dibattito e anche qualcuno nello staff del Quirinale).

La maggioranza Lega-M5S non è stata votata dagli italiani, ma si è formata dopo le elezioni del 4 marzo. Ha programmi ambiziosi che richiederanno risorse imponenti, tutt’altro che disponibili nel nostro bilancio.

Savona dice che sarà rigoroso sui conti pubblici e non abbiamo motivo di non credergli: quindi è giusto che si passi dalla teoria alla pratica. Si trovi dunque la “quadra” entro stasera per consentire al governo di andare al voto di fiducia all’inizio della settimana, anche perché sul fronte dei mercati finanziari abbiamo già pagato pegno a sufficienza.

Così l’Italia tornerà alla fisiologia democratica (maggioranza e opposizione che si confrontano) e potremo così affrontare anche le prossime scadenze internazionali. Gli alibi sono finiti per tutti. Il governo si può fare. Chi non lo pensa, quale che sia il ruolo ricoperto, deve dirlo chiaramente spiegandone i motivi. Anche chi vuole andare a votare subito è pregato di abbandonare ogni ambiguità. Nelle prossime ore ci giochiamo la faccia, non c’è spazio per balletti di genere, trabocchetti o amenità varie.

Così parlò Messina: le nostre banche temono un governo anti-Ue

• di Giovanna Faggionato lettera43.it

5 marzo 2018

Prima del voto aveva rassicurato i tedeschi. Ora richiama i politici italiani. Per paura delle loro dichiarazioni sulla moneta unica. Così il primo banchiere d’Italia interviene sulla politica. 

Si dice non preoccupato dalla reazione dei mercati al voto, Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa SanPaolo. E non è chiaro se la sua sia convizione radicata o semplice scaramanzia, ma su una cosa l’uomo alla guida dell’ultima banca di sistema rimasta, o almeno l’erede di chi l’ha concepita come tale, ha una preoccupazione chiarissima: che chiunque vada al governo, e sicuramente tra loro ci deve essere o il Movimento 5 Stelle o la Lega, seppure in coalizione con qualche altro partito, la smetta di parlare di abbandonare l’Eurozona. «Chiunque parla di uscire dall’euro mette il nostro Paese a rischio, poi la maggioranza decide e si vedrà», ma occorre evitare di «citare o portare avanti l’ipotesi di uscita dalla moneta unica», ha dichiarato al Congresso della Fabi, il principale sindacato dei bancari.

La dichiarazione arriva però dopo un interventismo notato da molti. Alla vigilia del voto infatti l’amministratore delegato di Intesa aveva rilasciato un’intervista al quotidiano finanziario Handelsblatt in cui rassicurava sul piano di smaltimento dei crediti deteriorati da parte di Ca’ de Sass, ma anche e in maniera articolata sulla sostenibilità del debito pubblico italiano. Arrivando a prevedere che coloro che in campagna elettorare promettevano spese che avrebbero gonfiato debito e deficit si sarebbero rimangiati tutto: «Se l’Italia vuole parlare con i suoi partner in Europa, dobbiamo affrontare il problema del debito. I politici sanno che hanno bisogno di investire per determinare una crescita maggiore, e possono farlo solo se non spendono così tanto per il rimborso del debito». Allora il momento era forse più semplice, essendo la Germania ancora appesa al referendum della Spd che proprio il 4 marzo ha approvato il nuovo governo di coalizione e l’amministratore delegato poteva dichiarare serenamente che «l’Italia non è in una situazione peggiore di altri Paesi in Europa». Ora invece le rassicurazioni e le stoccate all’opinione pubblica e all’establishment tedesco hanno lasciato il posto ai richiami ai politici italiani, che alle banche sembrano aver iniziato a fare più paura dei primi.

Investimento in diamanti, chi è stato indotto a investire ha ancora speranza di recuperare i denari perduti

diritto.net 18 maggio 2018

Investimento in diamanti in banca

Sembrava che dopo il disastro Lehman Brothers i guai per i risparmiatori, che già avevano perso denaro con i titoli Parmalat, Cirio, Giacomelli e così via, fossero terminati. Purtroppo non è stato così.

Prima è stato il turno di chi aveva messo i risparmi in obbligazioni c.d. subordinate – una vera e propria truffa – di alcune banche finite in stato d’insolvenza, ossia Cariferrara, Carichieti, Banca Marche e Banca Etruria, nonché a seguire Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. Poi sono arrivati i guai per chi pensava di aver messo al sicuro i propri soldi con l’acquisto di diamanti. È questa un’operazione consigliata da diverse banche, quali MPS e Unicredit, le quali dicevano ai propri clienti che i titoli, quali azioni ed obbligazioni, non erano più sicuri e che l’unica strada, per sottrarsi all’inflazione e ai rischi finanziai, era l’acquisto di diamanti per il tramite di società specializzate come IDB (Intermarket Diamon Business). È, peraltro, accaduto che quei “brillanti” siano stati alienati, di comune accordo tra gli istituti di credito, che li offrivano ai clienti, e le società che li vendevano, a prezzi “gonfiati”. Tant’è che oggi, anche a causa della diminuzione del valore di mercato di quei beni, quell’operazione si sia rivelata un pessimo affare.

Arrivati a questo punto, non resta che chiedersi se i consumatori hanno armi per recuperare il denaro investito. Ed è questa la stessa domanda che ci si era posti per l’investimento in azioni ed obbligazioni di società, quali Parmalat e Cirio, finite in default.
La risposta, a parere di chi scrive, è positiva.
Deve, in primo luogo, ricordarsi che a conclusione della sua attività istruttoria, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nella sua adunanza del 20.9.17, ha ritenuto gravemente ingannevoli e omissive le modalità di offerta dei diamanti da investimento da parte di Intermarket Diamond Business, anche attraverso le banche con le quali operava, ossia: Unicredit e Banco BPM.

I profili di scorrettezza riscontrati riguardano le informazioni ingannevoli e omissive diffuse attraverso il sito e il materiale promozionale predisposto dalla stessa. Concernono, altresì, il prezzo qualificato, come si diceva, eccessivo rispetto al valore dei beni venduti. Incontestabile, di conseguenza, la necessità di risolvere tutti gli acquisti ai sensi dell’art. 1453 c.c. e, comunque, condannare IDV e BPM al risarcimento del danno, pari, quantomeno, alla perdita di valore rispetto all’acquisto. Ma, a ben vedere, non è questa lil solo motivo che consentirà di ottenere la restituzione delle somme investite. Non deve, infatti, dimenticarsi che per la Cassazione (Cass. n. 2736/13) siamo di fronte ad un’operazione d’intermediazione finanziaria, soggetta alle norme del TUF (Testo Unico Finanziario), ossia del d.lgs. n. 58/98.

Tra le norme di tale decreto vi è l’art. 23, il quale richiede la preventiva o contemporanea stipulazione per iscritto del contratto generale d’investimento, ossia del c.d. contratto quadro. Essendo la stessa sempre mancata – si credeva di vendere solo brillanti -, dal che discende la nullità per difetto di forma degli investimenti. Tra quelle da considerare vi è pure anche l’art. 30, ai sensi del quale in caso di offerta fuori sede di strumenti finanziari l’efficacia del contratto è sospesa per sette giorni entro i quali l’investitore può comunicare il proprio recesso.

Dispone, inoltre, il settimo comma che: “’omessa indicazione della facoltà di recesso nei moduli o formulari comporta la nullità dei relativi contratti, che può essere fatta valere solo dal cliente”. Ora, se si tiene presente che tutti gli acquisti sono stati fatti in filiale e non presso un ufficio del venditore, è incontestabile la violazione dell’art. 30, comma 7, TUF, violazione da cui discende l’obbligo della venditrice di restituire il prezzo versatole dagli acquirenti.

Riassumendo sono da citare in giudizio tanto le banche, quanto i venditori, per ottenere la declaratoria di nullità della vendita ai sensi degli artt. 23 e 30 TUF e, in caso di mancato accoglimento di tale domanda, per il risarcimento del danno in forza di quanto statuito dall’Antitrust. Non essendo necessaria alcuna attività istruttoria per la declaratoria di nullità ex artt. 23 o 30 e la condanna delle società venditrici alla restituzione del prezzo riscosso, maggiorato degli interessi legali la stessa potrà essere pronunciata mediante ordinanza ex art. 702 bis c.p.c., che comporta un giudizio molto breve.

Contributo dell’Avv. Giovanni FranchiAvvocato Giusconsumerista in Parma, Italy

Un commento su “Investimento in diamanti, chi è stato indotto a investire ha ancora speranza di recuperare i denari perduti”

Comunicato stampa

INIZIANO LE PRIME CAUSE PER LA TUTELA DI RISPARMIATORI CHE HANNO EFFETTUATO INVESTIMENTI BANCARI IN DIAMANTI

Gli avvocati Giovanni Franchi ed Emilio Graziuso, dopo aver depositato a Parma diverse istanze di mediazione obbligatoria (prescritta dalla legge per dare corso ad una causa civile) che non hanno ottenuto risultati, hanno promosso alcune cause civili per risparmiatori che hanno investito denari in diamanti.

È questa, come noto, l’ultima forma d’investimento consigliata da diverse banche, quali BPM, multate dall’Antitrust insieme a venditori come Intermarket Diamond Business s.p.a. (IDB), per avere alienato ai propri clienti pietre preziose, presentandole come operazioni sicure, senza informarli sui rischi reali.

La prima, proposta con un ricorso ex art. 702 bis c.p.c., per la quale è già stata fissata l’udienza di discussione per il giorno 7 novembre 2018, riguarda una famiglia di tre persone, padre, madre e figlia, che hanno effettuato tale “investimento” in diamanti, per €. 30.398,41= uno, per €. 22.709,00= l’altro ed €. 14.375,00 il terzo, consistito appunto nell’acquisto di queste pietre dall’Intermarket Diamond Business s.p.a. (IDB) presso un’Agenzia di Parma del Banco Popolare, oggi Banco BPM s.p.a.

Secondo gli avvocati Franchi e Graziuso vi sono diverse ragioni per agire in giudizio nei confronti sia dell’istituto di credito che del venditore sulla base dei rilievi contenuti nella decisione dell’Antitrust. Ma soprattutto non deve dimenticarsi che per la giurisprudenza della Cassazione si è al cospetto di un’attività d’intermediazione finanziaria, regolata dalla disposizione del TUF (Testo Unico Finanziario – D.Lgs. n. 58/98), molte delle quali sono state violate nel caso di specie, così da consentire un ricorso ex art. 702 bis c.p.c., che permette di ottenere una rapida decisione.

“I diamanti sono una operazione di investimento a tutti gli effetti e che la propone deve rispettare le leggi in vigore, sopratutto quella che prevede un consenso informato sui rischi che comporta. Ancora una volta dei cittadini risparmiatori a nostro avviso sono stati coinvolti in investimenti senza questa adeguata informazione e siamo quindi convinti che potranno vedere riconoscete le proprie ragioni ed ottenere il risarcimento delle somme perdute ingiustamente.” – hanno dichiarato gli avvocati Franchi e Graziuso.

 

http://www.diritto.net/investimento-in-diamanti-chi-e-stato-indotto-a-investire-ha-ancora-speranza-di-recuperare-i-denari-perduti/

Treviso, prefetto convoca Intesa e Sga: «rischio illegalità»

Vvox.it 26 maggio 2018

Il prefetto di Treviso Laura Lega (in foto) ha convocato ieri un vertice con esponenti alti dirigenti di Banca Intesa, subentrata a Veneto Banca e Popolare di Vicenza dopo il loro fallimento, Sga, società dello Stato che ha acquistato i crediti deteriorati, l’Associazione bancaria italianaBanca d’Italia, Banche di Credito Cooperativo, e poi Veneto Sviluppo, consorzi fidi, le associazioni di categoria della provincia di Treviso, la Camera di commercio e ordini professionali, imprenditoriali e di categoria. Forse il prefetto aveva in mente l’incontro del premier incaricato Giuseppe Conte e le associazioni dei soci truffati. Come scrive Silvia Madiotto sul Corriere del Veneto nell’edizione di Vicenza e Bassano a pagina 2, il prefetto è preoccupato dei danni al tessuto sociale a seguito del crac delle banche venete. «Ho sollecitato gli istituti bancari a garantire le aziende» ha dichiarato.

«Ho chiesto tempestività nell’esame delle diverse posizioni, caso per caso, perché i nostri imprenditori che hanno più bisogno di supporto siano conosciuti e vissuti dall’interno, di modo da valutare il potenziale di chi oggi vive un momento di difficoltà ma può rinascere e concorrere allo sviluppo del territorio. Il rischio che si può correre – ha spiegato Lega – rientra nell’ottica della legalità. Se le piccole imprese non vengono accompagnate, anche con il credito, si possono generare conflitti e illeciti. Per questo serve potenziare un credito sano, una filiera pulita e trasparente, istituzionale, che possa alimentare il tessuto produttivo. Ho chiesto – ha concluso il prefetto dopo un incontro durato circa 3 ore – di dedicare risorse, in modo specifico, ai territori e ho avuto delle rassicurazioni. Ho chiesto che le risorse non siano gestite da Milano o Torino, ma dalle banche qui, localmente, con il concorso informativo del territorio, delle istituzioni e delle associazioni che lo vivono».

Processo BPVi rischia di finire a Trento, gli avvocati di Zonin & c.: a Vicenza clima di odio, anche da parte del… vescovo

Rassegna Stampa  vicenzapiu.com 27 maggio 2018

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“Le difese ne hanno chiesto lo spostamento: «A Vicenza clima d’odio, manca serenità di giudizio». Duro scontro con la Procura”: questo il sommario de Il Mattino di Padova della cui puntuale cronaca commenteremo i contenuti a seguire dopo avervela proposta qui di seguito.

Dopo lo spostamento del processo Veneto Banca da Roma a Treviso (per motivi tecnici di competenza territoriale, ndr), il rischio di “trasloco” a Trento incombe ora su quello Bpvi. Nell’udienza preliminare di ieri, le difese di quattro imputati (Gianni ZoninEmanuele GiustiniPaolo Marin e Giuseppe Zigliotto), hanno depositato l’istanza di rimessione, vale a dire la richiesta di celebrarlo in un’altra città.

Il motivo? Un presunto «clima di odio» creatosi a Vicenza nei confronti degli ex vertici della Popolare, che impedirebbe serenità di giudizio da parte della magistratura.

A decidere se la questione è fondata sarà la Cassazione a cui il giudice vicentino Roberto Vendittitrasmetterà domani l’istanza.
Cosa succede. La Cassazione, di fronte alla memoria delle difese, deciderà se affidarla alla sezione che si occupa dell’inammissibilità o a una sezione diversa. Nel primo caso, visto che si prospetta la stroncatura, il processo vicentino continua, nel secondo invece si interrompe obbligatoriamente. In attesa che Roma si pronunci, il gup Venditti ha scelto di andare avanti con le udienze (poteva sospendere il procedimento). Se la Cassazione decide lo spostamento e lo fa dopo la chiusura dell’udienza preliminare (si presume il 21 giugno), allora, il processo ricomincia dalla presentazione dell’istanza di rimessione. In quel caso sarà Trento, come sede competente, a prenderlo in carico. Lo spostamento sarebbe clamoroso; successe con la strage di Piazza Fontana e il passaggio del processo da Milano a Catanzaro.
Le motivazioni. Gli avvocati difensori Enrico Ambrosetti e Nerio Diodà, Lino Roetta, Giovanni e Giulio Mafredini, Oreste Dominioni analizzano in 100 pagine di istanza i motivi del legittimo sospetto che sta alla base della richiesta. Il primo: «La campagna mediatica ha coinvolto pesante­ mente l’autorità giudiziaria vicentina in ordine a una presunta connivenza della stessa col potere della Bpvi». Il riferimento è alle contestazioni per le archiviazioni del 2001 e del 2009 e, secondo i legali, ci sarebbe stato «l’allineamento del!’odierna Procura a tale tesi». Sotto accusa le dichiarazioni rese dal procuratore capo Antonino Cappelleri alla stampa e in Commissione d’in­chiesta. Secondo punto: gli effetti del «processo mediatico si sono tradotti in un conflitto tra Procura e ufficio gip». Per i legali c’è stata «una vera e propria aggressione» al gip Barbara Trenti che inviò gli atti per competenza a Milano. I legali ricordano anche che fu messa scorta. Terzo: l’archiviazione delle denunce presentate da Zonin in merito alle minacce ricevute. Il documen­to è un attacco molto duro alla magistratura vicentina, al capo della Procura, alla stampa che avrebbe alimentato il processo mediatico attraverso «una rappresentazione ossessiva» della vicenda.
La chiesa e la condanna divina. Ma altri soggetti sono chiamati in causa, a cominciare dalla chiesa. Si legge: «Addirittura le istituzioni religiose si sono premurate di lanciare degli anatemi che riecheggiano le prediche del Savonarola nella Firenze dei Medici». Per cui «la condanna di Zonin è già stata pronunciata non solo sul piano della legge civile, ma anche di quello della legge divina».
Le reazioni. Gli avvocati dei risparmiatori non si sono allarmati. «Una mossa prevedibile, ma non fondata», ha liquidato il professor Rodolfo Bettiol.

 

Altre questioni nell’udienza di ieri

Banca d’Italia e Consob. Nell’udienza di ieri i legali di Palazzo Koch si sono associati alla Procura nella richiesta di rinvio a giudizio. Se gli istituti avessero saputo l’effettivo ammontare del patrimonio di vigilanza di Bpvi, hanno detto, avrebbero preso provvedimenti che invece non ci sono stati.
Imputati. Iniziati anche gli interventi delle difese. L’avvocato Roetta ha definito le accuse a Paolo Marin, vicedirettore generale della Divisione Crediti, «paradossali e strumentali». L’avvocato Mucciarelli per Bpvi ha sostenuto che non ci sono state violazioni della Lca: non c’era né l’interesse né il vantaggio.

di Sabrina Tomè, da Il Mattino di Padova

Ricordate il leggendario posto in banca? Non esiste (quasi) più. Un’analisi

agi.it 27 maggio 2018

Ricordate il leggendario posto in banca? Non esiste (quasi) più. Un'analisi
Antonella Di Girolamo / AGF
 Sportelli bancari
Nel giro di otto anni, dal 2009 al 2017, gli occupati nelle banche italiane sono diminuiti di 44 mila unità, da 330 mila a 286 mila. È l’analisi dell’ufficio studi di First Cisl, il sindacato dei lavoratori di banche e terziario guidato dal segretario generale Giulio Romani, basato sui dati della Banca d’Italia. Nel solo 2017, rileva lo studio, il calo è stato di 13.510 unità, un taglio del 4,5%, con una punta nel Mezzogiorno (-5,3%).

Dove sono finiti i posti perduti

Anche negli otto anni il calo è stato particolarmente marcato nel Mezzogiorno (-16,9%), con un -16,2% nel Centro, mentre il Nord Ovest si ‘ferma’ al -10,7%. “L’emorragia prosegue con i piani di uscita dei grandi gruppi – commenta Romani – al Nord abbiamo perso un addetto ogni 10, al Sud quasi 2 su 10. È un tributo occupazionale enorme versato sull’altare della mancata riforma del sistema bancario. Il cambiamento non può più attendere. I tempi per una riforma che tuteli il risparmio e il lavoro e che rilanci l’occupazione sono maturi. Nessuno venga più a dirci che il personale costa troppo: ai 2,9 miliardi di utile realizzati dai cinque maggiori gruppi bancari italiani nei primi tre mesi del 2018 hanno dato un enorme contributo i 5 miliardi delle commissioni nette, che sono strettamente correlate al fattore lavoro e valgono il 119% del costo del personale, contro il 112% di fine 2017.

Aggiunge Romani: “L’efficienza del personale è dunque molto alta e il costo del lavoro assorbe solo il 33% dei proventi operativi. Lo straordinario apporto dei dipendenti va riconosciuto tangibilmente: il tempo dei tagli economici e occupazionali è finito, è ora di coinvolgere i lavoratori negli organi di controllo delle banche”.

Non fidatevi di Bergamo e Torino

“Il rilancio occupazionale – aggiunge il responsabile dell’Ufficio Studi di First Cisl, Riccardo Colombani – è una priorità, poiché dal 2009 abbiamo avuto flessioni a doppia cifra in tutte le aree del Paese, anche se una lettura superficiale delle rilevazioni della Banca d’Italia può trarre in inganno, indicando illusori incrementi in province come Torino o Bergamo, che nell’ultimo anno sembrano cresciute l’una di 3.000 e l’altra di 500 addetti, mentre non è così”.

Il problema, spiega il sindacalista, è che per il 2017 la vigilanza ha attribuito alla provincia della nuova capogruppo gli addetti delle ex direzioni delle banche che sono state oggetto di integrazione. “Per cui chi lavora nelle ex sedi delle venete è conteggiato come fosse a Torino, sede legale di Intesa Sanpaolo, chi sta negli ex uffici centrali di Banca Marche e di Etruria è sul conto di Bergamo, sede di Ubi, chi è nelle direzioni delle tre casse acquisite da Cariparma è contabilizzato a Parma. Stimando opportuni correttivi sulle varie regioni coinvolte, riteniamo realistico affermare che in otto anni il Nord Ovest ha perso poco meno dell’11% dei suoi bancari, il Nord Est il 12,5% circa, l’Italia Centrale poco più del 16% e il Mezzogiorno quasi il 17%, mentre nel solo 2017 il Sud è sceso più del 5% contro un calo di poco superiore al 4% al Nord, con il Centro anche in questo caso collocato su un valore intermedio”.

Ecco la versione di Paolo Savona, più vicino alla guida del Mef

Paolo Savona formiche.net 27 maggio 2018

Ecco la versione di Paolo Savona, più vicino alla guida del Mef

Di seguito il testo del comunicato con cui il professore chiarisce la sua posizione sull’Europa. Da leggere

Non sono mai intervenuto in questi giorni nella scomposta polemica che si è svolta sulle mie idee in materia di Unione Europea e, in particolare, sul tema dell’euro, perché chiaramente espresse nelle mie memorie consegnate all’Editore il 31 dicembre 2017, circolate a stampa in questi giorni, in particolare alle pagine 126-127. Per il rispetto che porto alle Istituzioni, sento il dovere di riassumerle brevemente:

– Creare una scuola europea di ogni ordine e grado per pervenire a una cultura comune che consenta l’affermarsi di consenso alla nascita di un’unione politica…

– Assegnare alla BCE le funzioni svolte dalle principali banche centrali del mondo per perseguire il duplice obiettivo della stabilità monetaria e della crescita reale…

– Attribuire al Parlamento europeo poteri legislativi sulle materie che non possono essere governate con pari efficacia a livello nazionale, …..

– Conferire alla Commissione Europea il potere di iniziativa legislativa sulle materie di cui all’art. 3 del Trattato di Lisbona …..

– Nella fase di attuazione, prima del suo scioglimento, assegnare al Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo compiti di vigilanza sulle istituzioni europee per garantire il rispetto degli obiettivi e l’uso dei poteri stabiliti dai nuovi accordi.

Per quanto riguarda la trasposizione di questi miei convincimenti nel programma di Governo non posso che riferirmi al contenuto del paragrafo 29, pagine 53-55, del Contratto stipulato tra la Lega e il M5S, nel quale vengono specificati gli intenti che verranno perseguiti dal Governo che si va costituendo “alla luce delle problematicità emerse negli ultimi anni“; queste inducono a chiedere all’Unione Europea “la piena attuazione degli obiettivi stabiliti nel 1992 con il Trattato di Maastricht, confermati nel 2007 con il Trattato di Lisbona, individuando gli strumenti da attivare per ciascun obiettivo” che nel testo che segue vengono specificati.

Anche per le preoccupazioni espresse nel dibattito sul debito pubblico e il deficit il riferimento d’obbligo è il paragrafo 8 di pagina 17 del Contratto in cui è chiaramente detto che “L’azione del Governo sarà mirata a un programma di riduzione del debito pubblico non già per mezzo di interventi basati su tasse e austerità – politiche che si sono rivelate errate ad ottenere tale obiettivo – bensì per il tramite della crescita del PIL, da ottenersi con un rilancio della domanda interna dal lato degli investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostegno del potere di acquisto delle famiglie, sia della domanda estera, creando condizioni favorevoli alle esportazioni”.

Spero di aver contribuito a chiarire quali sono le mie posizioni sul tema dibattuto e quelle del Governo che si va costituendo interpretando correttamente la volontà del Paese.

Sintetizzo dicendo: Voglio un Europa diversa, più forte, ma più equa.

Banca Etruria, Tercas e non solo. Ecco i veri attriti fra Savona, Visco e Patuelli

 startmag.it 27 maggio 2018

La sede della Banca d’Italia, Palazzo Koch, oggi 21 ottobre a Roma. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Sono svelati anche gli attriti fra i vertici del Fondo interbancario di tutela dei depositi (quando era presieduto da Paolo Savona), la Banca d’Italia e l’Abi su Banca Etruria e non solo nel libro in uscita dell’economista Savona “Come un incubo e un sogno” per i tipi di Rubbettino.

Nei giorni in cui Savona è candidato da Movimento 5 Stelle e Lega come ministro dell’Economia e delle Finanze, con la ritrosia del capo dello Stato, Sergio Mattarella, il libro in uscita dell’economista chiarisce per la prima volta gli attriti istituzionali che ci sono stati negli anni scorsi su alcuni dossier bancari ad alto tasso politico.

Non mancano nel libro di Savona staffilate ai vertici della Banca centrale europea presieduta da Mario Draghi, della Banca d’Italia governata da Ignazio Visco e dell’Abi presieduta da Antonio Patuelli.

Ecco alcuni brevi brani tratti da “Come un incubo e un sogno”:

La direttiva che regola la garanzia sui depositi e la risoluzione delle crisi bancarie fu approvata affrettatamente e disordinatamente dagli organi europei e dal Parlamento italiano, nonostante i miei avvertimenti fatti in occasione di una udienza parlamentare. All’aggravarsi della crisi, Draghi fu costretto a «inventarsi» altri strumenti per intervenire, la Commissione europea colse l’occasione per accrescere il suo potere e così fece, abbastanza disordinatamente, pure fece il governo Renzi e quello che seguì.

Per le altre mie richieste – chiarire il contenuto di deposito protetto, i rapporti tra noi e i commissari designati dal MEF, ma voluti dalla Banca d’Italia, le informazioni da dare al comitato del FITD per decidere la forma dell’intervento e i limiti statutari, i doveri di informazione dei depositanti sui rischi che corrono – il nervosismo al quale ho fatto cenno divenne reazione contraria aperta.

La Vigilanza mal sopportava in particolare la funzione di controllo che il FITD affidava a una società di auditing per verificare la fondatezza della richiesta di intervento che ci veniva richiesta, invece di ubbidire come avvenuto nel periodo di mia assenza.

Nella soluzione della crisi di una piccola banca milanese appurammo talune anomalie; tra queste che i dirigenti della banca in via di fallimento avevano chiuso i loro contenziosi accendendo depositi a saldo, che il FITD avrebbe dovuto rimborsare. La Banca d’Italia mi chiese di «passarci sopra» in attesa di un chiarimento che non venne, per evitare reazioni tra i depositanti (che avrebbe di seguito essa stessa determinato, permettendo l’applicazione anticipata del bail-in rispetto ai termini di entrata della sua validità, per le obbligazioni subordinate della Banca Etruria).

La situazione di confusione e autodifesa degli errori di vigilanza della Banca d’Italia si sono ripetuti per altri casi e per altri aspetti dell’intervento, esplodendo in occasione della sistemazione della crisi della Tercas, la Cassa di Teramo, che si trascinava da anni ed era stata malamente condotta per coprire il conflitto di interessi in cui era incappata.

I commissari ci chiesero 300 mln di euro rifiutando di darci la documentazione adeguata, posizione che la Vigilanza ratificò sulla base di assurdi motivi, quale quello che il Fondo fosse parte terza che per legge non poteva accedere alle informazioni riservate.

La tesi era che chi pagava non aveva diritto a sapere perché dovesse farlo. Dopo aver chiesto un parere a un giurista altamente stimato dalla stessa BdI, il prof. Merusi, decisi qualcosa che, ben sapevo, avrebbe irritato i vertici della Banca, ormai non adusa a veder discutere le sue scelte: scrissi una lettera in cui affermavo che la richiesta era statutariamente «irricevibile». Apriti cielo!

Il presidente dell’ABI, Patuelli, fu invitato a non presentarsi più con me per difendere la posizione del Fondo, perché io ero titolare della difesa di interessi generali, mentre lui di interessi particolari; argomento valido, ma non ancora risolto, perché il presidente dell’ABI è membro di diritto del comitato esecutivo del Fondo e, quindi, amministratore responsabile, oltre che grande elettore del presidente.

L’ingiunzione era quindi contra legem, oltre che espressione dell’incapacità di governare un’importante istituzione rappresentativa di interessi legittimi. Il governatore Visco si fece dare il parere sul quale avevo basato la mia lettera e se ne fece preparare uno dal responsabile legale della Banca d’Italia, guarda caso moglie del responsabile della Vigilanza per le crisi bancarie, che venne silenziosamente rimosso secondo lo stile della casa.

Ovviamente il parere reso dagli uffici della Banca d’Italia era contrario al mio e, sulla sua base, ingiunse al Fondo di obbedire, negando il diritto all’indipendenza di giudizio del Fondo come organo legale Nel disperato tentativo di ottenere la collaborazione dell’ABI a tutela dei suoi associati preparai, con la preziosa e intelligente collaborazione dei funzionari del FITD diretti dal prof. Ricardo De Lisa – che avrei ben visto come nuovo direttore dopo il pensionamento di Roberto Moretti, che sarebbe dovuto restare presidente dell’EFDI –, un documento di confronto tra gli schemi di tutela depositi e di risoluzioni delle crisi dei principali Paesi sviluppati e una proposta per un monitoraggio delle crisi bancarie che consentisse una programmazione anticipata degli interventi.

Il primo lavoro implicava la superiorità del metodo americano dell’assicurazione depositi con integrazione pubblica per le crisi che superavano le riserve matematiche; il secondo richiedeva una stretta collaborazione tra Vigilanza BdI e Fondo che, come ho ricordato, mancava.

Nella riunione del direttivo ABI che si tenne a Milano, i membri si rifiutarono di discutere il programma e il vice presidente dell’Associazione bancaria, Venesio, e membro del comitato esecutivo del FITD disse che non erano interessati a queste proposte, ma volevano solo sapere se l’intervento che era stato richiesto dal commissario della Tercas poteva godere degli esoneri fiscali. Quale lungimiranza!

Dietro di me il solito ragioniere di banca di vista corta, vice presidente del FITD, mi scavalcò e si mise a negoziare con la Vigilanza piccoli sconti sulla cifra richiesta, distogliendo l’attenzione dal più importante problema di fondo, che non era quello di avere una riduzione dell’onere, ma un chiarimento statutario sulla correttezza dell’intervento, che venne effettuato, ma è stato di seguito impugnato dalla Commissione europea.

Il presidente dell’ABI Patuelli non sostenne la mia azione e assecondò la decisione di sostituire me e il direttore generale, rispettivamente con un consulente e un funzionario della Banca d’Italia, ponendo fine alla vicenda. Di seguito, informai Visco per iscritto di una grave violazione compiuta dal consiglio della Banca Etruria ed egli neanche mi rispose. Non ricorsi alla magistratura, che comunque era informata dalla stampa, anche per la disistima verso questa importante istituzione di cui ho già parlato. Le vicende che sono seguite e sono tuttora aperte mi hanno dato in larga parte ragione.

Ho atteso inutilmente da Visco e da Patuelli un semplice gesto riparatorio dei loro comportamenti scorretti nei miei confronti, ma soprattutto verso il Paese, il primo, e verso gli associati, il secondo.

Banche: una crisi sulla pelle di lavoratori, risparmiatori e contribuenti

Salvatore Recupero ilprimatonazionale.it 27 maggio 2018

crisi banca
Continua il crollo occupazionale nelle banche italiane. Alla fine del 2009 i bancari erano più di 330.000, nel 2017 sono scesi quasi a 286.000. In otto anni abbiamo assistito alla perdita di 44.000 posti di lavoro, di cui 13.500 solo nel 2017. A dirlo è Riccardo Colombani responsabile dell’Ufficio Studi di First Cisl. Secondo Colombani: “Il rilancio occupazionale è una priorità, poiché dal 2009 abbiamo avuto flessioni a doppia cifra in tutte le aree del Paese. In otto anni il Nord Ovest ha perso poco meno dell’11% dei suoi bancari, il Nord Est il 12,5% circa, l’Italia Centrale poco più del 16% e il Mezzogiorno quasi il 17% mentre nel solo 2017 il Sud è sceso più del 5% contro un calo di poco superiore al 4% al Nord, con il Centro anche in questo caso collocato su un valore intermedio”. Purtroppo neanche le prospettive per il futuro sono rosee. La Federazione autonoma bancari italiani (Fabi) lo scorso gennaio stimava per il 2019 la chiusura di 3000 filiali. Lando Sileoni segretario della Fabi, secondo quanto riportato da La Stampa, prevedeva che: “Nei prossimi quattro anni, usciranno volontariamente circa 25.000 lavoratori, come risultato di accordi sottoscritti tra sindacati e gruppi bancari, che si aggiungeranno agli altri 40.000 già usciti”. “La nota positiva” – a detta di Sileoni- “è che questi 65.000 li abbiamo gestiti ottenendo anche 18.000 assunzioni di giovani a tempo indeterminato. Ma una volta che avremo esaurito questo bacino di prepensionamenti, quando arriveranno nuove aggregazioni, l’alternativa sarà passare ai licenziamenti”.
A rendere più salato il conto della crisi dei nostri istituti di credito è il rimborso che lo stato dovrà garantire agli investitori “truffati”. Infatti, uno dei primi atti del nuovo governo, ammesso che ve sia uno a breve, riguarderà la tutela dei risparmiatori. Nonostante nell’ultima finanziaria sia stato messo a disposizione un fondo da cento milioni di euro, mancano ancora troppi soldi per risarcire chi è finito sul lastrico. Difficile, però, dare delle cifre precise senza prima individuare la platea degli aventi diritto. Se si tratta di coloro che hanno comprato obbligazioni junior (vendute spesso senza mettere in chiaro i rischi della subordinazione), il rimborso è gestibile. Il quadro cambia se i meccanismi di tutela vengono estesi anche agli azionisti.

Finora, il costo dei salvataggi è pari a 25,6 miliardi, secondo la stima elaborata da Equita Sim insieme a Il Sole 24 Ore. Oltre la metà (14 miliardi) risulta a carico dei contribuenti, mentre i restanti 11,5 miliardi sono stati “coperti” dai privati. Soldi che sono stati versati o attraverso il fondo Atlante – che in origine avrebbe dovuto rilanciare le banche in crisi, e invece ha fornito il suo contributo a fondo perduto – oppure tramite il supporto dello Schema volontario, oppure, come nel caso di Siena e delle due Venete, sono il frutto della riduzione di valore dei bond subordinati nel quadro del burden sharing.

Insomma, come al solito, gli errori delle banche sono pagati dall’intera collettività: credit crunch per le imprese, prepensionamenti, e rimborsi agli investitori truffati che probabilmente saranno a carico della fiscalità generale.

Salvatore Recupero

1. “GUIDA PRATICA PER USCIRE DALL’EURO”: ECCO IL PIANO B TEORIZZATO DA PAOLO SAVONA 2. DALLA NAZIONALIZZAZIONE DI BANKITALIA AL RITORNO DELL’IRI FINO ALLO STRALCIO DELL’ARTICOLO 81 DELLA COSTITUZIONE NELLA PARTE IN CUI SI OBBLIGA LO STATO A GARANTIRE UN PAREGGIO DI BILANCIO: IL DECALOGO PER “UNA NUOVA ERA ECONOMICA SOVRANA” 3. IL DOCUMENTO, DI CUI SAVONA E’ CO-AUTORE, E’ STATO PRESENTATO NEL 2015 ALLA…

dagospia.com 27 maggio 2018

savonarola by carliSAVONAROLA BY CARLI

Claudio Cartaldo per il Giornale

Una “Guida pratica all’uscita dall’euro”. Sarà, forse, anche per questo documento di cui Paolo Savona è co-autore e di cui ne ha introdotto la presentazione nell’ormai lontano 2015 che il Colle non intende fare passi indietro sul suo nome al dicastero dell’Economia.

Presentato ad un convegno della Link University Campus di Roma, si tratta di un vero e proprio decalogo per anti-europeisti. Un insieme di spiegazioni sul perché l’Italia dovrebbe prendere seriamente in considerazione l’idea di abbandonare la moneta unica, preparare un “piano B” ed usarlo nelle trattative con le altre cancellerie del Vecchio Continente come “deterrente nei confronti delle controparti europee”.

paola savona villa borghesePAOLA SAVONA VILLA BORGHESE

Le slide, facilmente reperibili in internet (leggi qui) e scovate dall’HuffingtonPost, sono chiare. Si parla di una linea “alternativa di politica economica”, che non dovrebbe portare necessariamente all’Italexit, ma che è uno spunto per una “nuova era economica sovrana”. Ecco: sovrana. Ed è proprio su questa parola che si gioca la scelta di Matteo Salvini, che non è più disposto a fare passi indietro sulla sua lista di ministri.

paola savona villa borghesePAOLA SAVONA VILLA BORGHESE

Ma torniamo alla guida pratica. Secondo gli autori scrivono chiaramente che in Ue si è imposta “il modello economico tedesco” che ha portato l’Italia ad avere un cambio troppo forte, che ora può essere risolto solo con svalutazione e inflazione. “La costruzione dell’Ue attraverso la leva dell’articolo 11- si legge – rappresenta una forzatura giuridica. Il riscatto della sovranità economica e monetaria e il ritorno alla situazione pregressa al divorzio Tesoro/Bankitalia (1981) sono, nei fatti, l’unica scelta compatibile con la Costituzione, la quale prevale sulle norme e sui trattati europei”.

paola savona villa borghesePAOLA SAVONA VILLA BORGHESE

Ed ecco allora le mosse teorizzate dalla nuova “economia sovrana”: Si parte dalla nazionalizzazione di Bankitalia “conferendo tutti i poteri di cui una Banca Centrale può disporre, ad iniziare dalla sua funzione di prestatrice di ultima istanza a supporto del fabbisogno finanziario dello Stato, influendo sui tassi di interesse sui titoli di Stato e ad adottare il metodo d’asta con il sistema ’marginale’”. Poi va reintrodotta l’Iri “con le originali funzioni di assistenza finanziaria e tecnica alle aziende italiane in difficoltà”. E poi occorre stampare nuova monete, la Banca Italia deve assumere la funzione di prestatore di ultima istanza a supporto del fabbisogno pubblico e agendo sul cambio, con la revoca del divorzio e l’obbligo di intervento in asta. E ancora occorre “agire per frenare una svalutazione eccessiva” e “evitare di manipolare il valore della moneta e consentire il cambio libero” perché “una stabilizzazione è nell’interesse delle nostre controparti esterne”.

MATTARELLA SALVINIMATTARELLA SALVINI

MATTARELLA E SALVINIMATTARELLA E SALVINI

Si parla inoltre della divisione tra le banche d’affari e quelle commerciali, l’abbandono dell’autonomia di Bankitalia dal Tesoro (che può intervenire direttamente su banche e istituti assicurativi) e dello stralcio dell’articolo 81 della costituzione nella parte in cui si obbliga lo Stato a garantire un pareggio di bilancio. Infine, per minimizzare l’impatto sui conti pubblici di un’uscita dall’euro, l’Italia dovrebbe “annunciare la ridenominazione del debito in Lire”, rinominare i bilanci delle banche in Lire, verificare se fosse necessario dichiarare un default se la sostenibilità del debito è a rischio e, in questo caso, attuare “una moratoria sul servizio del debito pubblico fino a quando la riduzione del debito verrà negoziata con i creditori” (cioè una rinegoziazione).

paolo savonaPAOLO SAVONA

2. SAVONA

Alessandro De Angelis per www.huffingtonpost.it

Andando a scartabellare tra la produzione politico-intellettuale di riferimento dell’intellighenzia economica “sovranista” colpisce un documento dal titolo “Guida pratica all’uscita dall’euro”, presentato nell’ottobre del 2015 in un convegno presso la Link University Campus di Roma – l’università da cui lo stesso Di Maio ha attinto professionalità per la sua compagine di governo – e poi pubblicato da Scenarieconomici.it. È pubblico, facilmente rintracciabile su internet. Documento alla cui elaborazione ha partecipato, tra gli altri Paolo Savona, che ne ha anche introdotto la presentazione.

PAOLO SAVONA MERKELPAOLO SAVONA MERKEL

Siamo di fronte un progetto di politiche economiche alternative, che ben oltre l’esigenza di essere pronti a tutte le eventualità, il famoso “piano B”. Nella sua articolazione ha la natura di un vero e proprio “piano A”: una linea “alternativa di politica economica”, per favorire la quale l’uscita dall’euro è non una estrema necessità, ma un’occasione da cogliere per gestire la “nuova era economica sovrana” (slide 76). Una occasione.

L’assunto di fondo è che tutte le difficoltà dell’economia italiana sarebbero dovute all’adesione del paese all’Unione Monetaria (slide 3-11). Perché il problema dell’Italia è che ha il cambio troppo forte e deve riguadagnare la competitività di prezzo persa con la Germania (slide 9). Il problema, secondo gli autori del documento, risolve il problema con svalutazione e inflazione.

PAOLO SAVONA,VINCENZO VISCO,GIACOMO VACIAGO,TOMMASO PADOA SCHIOPPA E GIULIO TREMONTIPAOLO SAVONA,VINCENZO VISCO,GIACOMO VACIAGO,TOMMASO PADOA SCHIOPPA E GIULIO TREMONTI

E dunque chiedendo l’uscita dall’Euro, considerata l’unica strada per rispettare il mandato costituzionale: “La costruzione dell’Ue attraverso la leva dell’articolo 11… rappresenta… una forzatura giuridica… Il riscatto della sovranità economica e monetaria e il ritorno alla situazione pregressa al divorzio Tesoro/Bankitalia (1981) sono, nei fatti, l’unica scelta compatibile con la Costituzione, la quale prevale sulle norme e sui trattati europei (slide 16).

È, di fatto, il ritorno all’Italia anni Settanta: si stampa moneta quanto più necessaria, con inflazione a due cifre. Ecco le misure per realizzare il grande futuro alle spalle che, secondo altri economisti porta al default del paese. Anche la Grecia nel 2015, sulla base delle stesse teorie, arrivò a un passo dal burrone, prima di produrre una brusca frenata. Eccole:

PAOLO SAVONAPAOLO SAVONA

– va nazionalizzata Bankitalia (slide 68)

– va reintrodotta l’Iri (slide 72)

– la Banca d’Italia deve essere pronta a fornire una quantità di liquidità enorme al sistema bancario se necessario (slide 65 e 57)

– la Banca Italia deve assumere la funzione di prestatore di ultima istanza a supporto del fabbisogno pubblico e agendo sul cambio, con la revoca del divorzio e l’obbligo di intervento in asta (slide 68)

– vanno reintrodotti gli anticipi della Banca d’Italia sul cc di tesoreria per finanziare il fabbisogno (slide 72)

– è opportuno “agire per frenare una svalutazione eccessiva” (slide 44) avendo in mente un obiettivo di svalutazione del cambio (tra il 15 e il 20 per cento): nel frattempo bisogna “evitare di manipolare il valore della moneta e consentire il cambio libero” perché “una stabilizzazione è nell’interesse delle nostre controparti esterne” (slide 45)

Savona CiampiSAVONA CIAMPI

Dunque la Banca d’Italia, che torna a perdere la sua autonomia rispetto al Tesoro, metterebbe in atto una serie di misure diverse e incompatibili, con l’evidente rischio di sovrastimare ampiamente le conseguenze di una “exit” e a sottostimarne i costi. Lo stesso accade con le proposte sulla gestione del debito pubblico:

– abolizione dell’articolo 81 della Costituzione

– il Mef, se necessario, interviene per la ricapitalizzazione delle banche e delle assicurazioni (slide 69)

– va attuata, se necessario, una moratoria sul servizio del debito pubblico e, successivamente, una sua ristrutturazione (slide 52)

PAOLO SAVONAPAOLO SAVONA

È, di fatto, il default con stampa delle nuove banconote da completarsi entro 3-6 mesi dopo il D-Day. Un progetto (slide 23-26) da gestire, nelle sue fasi preparatorie, nella massima “segretezza” affidandolo a un “fiduciario esterno alle istituzioni”. La domanda nasce spontanea, in questa crisi in cui il professor Savona, è diventato il simbolo della tensione di sistema. Perché, da quando i mercati hanno ricominciato a “prezzare” il rischio Italia, letto il contratto di governo e il nome del possibile ministro dell’Economia, perché, dicevamo, né Salvini né Di Maio hanno rilasciato una sola dichiarazione che rassicurasse sulla permanenza dell’Italia nell’Euro? E perché non l’ha fatta neanche il ministro dell’Economia in pectore che, invece, ha parlato dei “veti” quirinalizi sul suo nome? Forse perché non di “piano B” si sta parlando ma di un “piano A” i cui contorni e tempi devono, per ora, rimanere segreti finché non partirà l’inflazione a due cifre e non si riusciranno a pagare gli stipendi pubblici? Una risposta sarebbe opportuna, in questa orgia di retorica sulla sovranità popolare e sul suo rispetto.

PAOLO SAVONAPAOLO SAVONA

“Chi compra il debito italiano chiede stabilità”. L’avvertimento dell’ad di Intesa Sanpaolo

https://www.huffingtonpost.it/2018/05/27/

Carlo Messina al Corriere: “580 miliardi sono in mano a investitori internazionali. Servono figure autorevoli nelle posizioni chiave”

AGF

“Un Paese affidabile con un’economia forte ha le stesse prospettive di Germania, Francia e Spagna”. Così l’ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, in un’intervista al Corriere della Sera, che invita a non sottovalutare il “problema Italia”. E avverte: “Attenzione a non perdere la fiducia di chi sottoscrive il debito italiano”. Spiega Messina:

“Dei 2.300 miliardi del nostro debito pubblico 580 miliardi sono in mano a investitori internazionali, dai fondi dello stato norvegese a quelli privati degli americani. La Borsa vede un capitale investito anche dall’estero di altri 6-700 miliardi. Sono tutte persone e società che hanno investito e quindi creduto nel nostro Paese. Fondano la loro fiducia sul fatto che l’Italia voglia continuare a crescere, svilupparsi, battere la disoccupazione, ridurre le diseguaglianze…”.

Continua l’ad di Intesa Sanpaolo:

“Soltanto quest’anno, ci sono ancora 93 miliardi di euro di titoli a breve termine da collocare, oltre a 88 miliardi di titoli a medio e lungo termine. L’anno prossimo ci sono scadenze per un totale di 340 miliardi. Sono risorse fondamentali. Servono appunto a pagare pensioni, sanità, stipendi. E riusciamo a farlo grazie a una completa interconnessione con i mercati finanziari mondiali, per questo preservare la fiducia guadagnata significa tutelare la nostra economia reale, la ricchezza delle nostre famiglie e delle imprese italiane”.

Sottolinea ancora Messina:

“Il nostro Paese deve darsi l’obiettivo di avere figure autorevoli nelle posizioni chiave a livello europeo ed internazionale per essere adeguatamente rappresentato nelle sedi decisionali. Penso al grande tema dei migranti rispetto al quale il nostro Paese ha raggiunto risultati importanti ma sia ben chiaro che è un problema dell’Europa tutta”.

DALLA CINA/ Lettera a Mattarella: “se bocci Savona fai vincere Salvini”

Continua il veto su Savona. Mattarella si è lasciato fuorviare dall’Europa e dai giornali, che dipingono Savona come l’antieuropeo per eccellenza. Invece è il contrario. Dalla Cina, LAO XI

Sergio Mattarella (Lapresse)Sergio Mattarella (Lapresse)

Caro Presidente Mattarella, in queste ore convulse di polemiche sul nome di Paolo Savona come prossimo ministro dell’Economia vorrei offrirle con grande umiltà, per la distanza e l’ignoranza, una testimonianza e una riflessione a favore di Savona stesso.

Non credo che Savona sia l’uomo che porterà l’Italia fuori dall’euro. Savona è un polemista, e come tale nei suoi scritti ha preso posizioni pubbliche forti, ma è anche un uomo di Stato. Ha scritto un libro agli amici tedeschi di riflessioni sulla riforma dell’apparato della Ue, ha cercato per anni un colloquio con l’Europa e ha lanciato per primo un piano radicale di riforma del debito pubblico italiano per portarlo dal 130 al 100 per cento del Pil.

Savona vuole poter contribuire a una riforma complessiva dell’Unione e chiedere condizioni migliori per l’Italia, ma è un europeista convinto, e sa che il futuro dell’Italia nel mondo è in un’Europa più forte, non più debole. Cioè Savona usa la bandiera polemica antieuropea per poi poter dire all’Italia che cosa bisogna fare sul serio, e quindi chiedere un rafforzamento anche politico della Ue in cui l’Italia possa essere protagonista.

Da uomo di Stato, e persona coriacea, a Savona non piace difendere o giustificare se stesso, ma lui crede che questa posizione filoeuropea e filoitaliana sia ovvia. Temo però che nel frullato impazzito della disinformazione italiana la sua integrità possa essere stata macinata e cancellata a favore solo di titoli fittizi.

C’è poi un altro aspetto forse più importante, quello del populismo. Matteo Salvini con Savona e con le polemiche oggi in corso è già il vero padrone dell’Italia. Cioè se Savona viene bocciato, Salvini può agitare a piacimento lo spettro antieuropeo e populista e su questo sbancare alle prossime elezioni.

In altri termini una bocciatura di Savona sarebbe una grande vittoria politica di Salvini. Avrebbe buon gioco nel far vedere che il vecchio potere è ingordo, pazzo e va davvero cacciato dalla finestra. Anche se si arrivasse a un altro nome, di compromesso, la Lega potrebbe sempre dire “non avete voluto Savona”. Avere cioè esasperato le polemiche su questo nome dà ai populisti più radicali della Lega un’arma invincibile di pressione elettorale per chiedere davvero politiche economiche folli. E a quel punto davvero l’Italia si infilerebbe in un tunnel.

Se invece Savona fosse scelto come ministro ci sarebbero due scenari. O Savona salva effettivamente l’Italia e l’euro, e allora tutti sono felici. Oppure sbaglia, e a quel punto la Lega e Salvini sono sconfitti.

Ergo, da un punto di vista europeo avere Savona al governo non ha controindicazioni, invece non averlo ha fortissime conseguenze.

Lei, presidente, in questo periodo ha giustamente voluto il M5s sempre nelle ipotesi di governo perché ha vinto e per non dare ai 5 Stelle la scusa e l’opportunità di una ulteriore crescita con un governo altrui. La stessa cosa oggi credo si debba fare con Savona per motivi analoghi e più forti.

La ringraziamo della pazienza, chiedendole scusa per essere stati forse inopportuni. Molto cordialmente, L.X.