Germania vuole uscire dall’Euro e incassare 923 miliardi da Italia e Spagna

imolaoggi.it 27 maggio 2018

Si inventano i crediti e pretendono di incassarli.
La Germania vuole uscire dall’Euro e pretende di sottrarre 923 miliardi a Italia e Spagna. Ci hanno defraudati per entrare nell’euro. Lo faranno ancora per uscirne.

Gli economisti tedeschi vicini a Merkel, Fuest, Sinn e Schmidt, preparano il piano B per uscire dall’euro e incassare i 923 miliardi di credito della Bundesbank verso BCE.

 

CARLO MESSINA NEL GIORNO DELLA DECISIONE SUL GOVERNO: ATTENZIONE AL DEBITO E AL COLLOCAMENTO DEI TITOLI PUBBLICI ITALIANI, ANCORA 181 MILIARDI QUEST’ANNO E 340 L’ANNO PROSSIMO, MA L’ECONOMIA ITALIANA È IN RIPRESA – IL CAPO DELLA PIÙ IMPORTANTE BANCA ITALIANA NON PARLA DI SAVONA, NÈ DI DI MAIO O SALVINI, MA CHIEDE “FIGURE AUTOREVOLI NELLE POSIZIONI CHIAVE A LIVELLO EUROPEO ED INTERNAZIONALE”

dagospia.com 27 maggio 2018

Dagonota

carlo messinaCARLO MESSINA

Carlo Messina non pronuncia mai il nome di Sergio Mattarella, meno che mai quelli di Paolo Savona, Luigi Di Maio o Matteo Salvini. Ma nel giorno decisivo per la formazione del governo, il capo della prima banca italiana dice che “il nostro Paese deve darsi l’obiettivo di avere figure autorevoli nelle posizioni chiave a livello europeo e internazionale per essere adeguatamente rappresentato nelle sedi internazionali” e  ricorda con la chiarezza dei numeri qual è  la situazione italiana:

“Pensi, dice a Daniele Manca che lo ha intervistato per il Corriere della Sera, che solo quest’anno ci sono ancora 93 miliardi di titoli a breve da collocare, oltre a 88 miliardi di titoli a lungo termine. L’anno prossimo ci sono scadenze per un totale di 340 miliardi. Sono risorse fondamentali. Servono per pagare pensioni, sanità, stipendi. E riusciamo a farlo grazie ad una completa interconnessione con i mercati finanziari mondiali, per questo preservare la fiducia guadagnata significa tutelare la nostra economia reale, la ricchezza delle nostre famiglie e delle imprese italiane”.

tardelli botTARDELLI BOT

Messina aggiunge due punti molto importanti. Il primo: “per battere la disoccupazione dobbiamo puntare ad una maggiore crescita. L’obiettivo è raggiungibile a condizione di liberare ulteriori risorse riducendo il debito pubblico e non aumentandolo. Non può esserci crescita con un aumento del debito pubblico ma solo un indebolimento della nostra economia a scapito delle categorie più deboli”.

Il secondo: “un’Italia affidabile con un’economia forte ha le stesse  prospettive di Germania, Francia e Spagna. Si tratta di tre paesi che hanno temi aperti da affrontare: la Germania ha il suo surplus commerciale, la Francia e la Spagna hanno un deficit più elevato del nostro. Inoltre presentano tutti punti di debolezza nei rispettivi sistemi bancari ancora da affrontare. Noi invece possiamo affermare di avere aggredito un nodo complesso come quello delle sofferenze bancarie, come ci era stato richiesto dal regolatore”.

Di Maio SalviniDI MAIO SALVINI

carlo MESSINA E LADYCARLO MESSINA E LADY

Messina non sottovaluta i segnali come lo spread che arrivano dalla finanza internazionale (“noi siamo un paese di persone abituate a risparmiare, tanto che oggi possiamo contare su di una ricchezza finanziaria pari a diecimila miliardi di euro, seimila se si escludono gli immobili. Affinché questa ricchezza non perda di valore, affinché gli italiani non vengano danneggiati, abbiamo bisogno di stabilità. Se tra Borsa e spread il peggioramento è solo del 10 per cento, siamo noi italiani a perdere 600 miliardi”) ma sottolinea che “l’economia italiana è in ripresa, le aziende registrano dei buoni risultati, oltre che nella manifattura anche nel settore dei servizi.

conte di maio salviniCONTE DI MAIO SALVINI

L’export cresce a ritmi superiori a quelli di Germania e Francia. Le imprese che investono e innovano, in particolare nel digitale, hanno ripreso ad assumere. C’è fiducia a livello internazionale nei confronti del nostro Paese, è un circolo virtuoso di cui dobbiamo approfittare. E’ una crescita da rafforzare ulteriormente e che può fare affidamento sui 50 miliardi di credito a medio e lungo termine che la nostra banca eroga ogni anno e su uno stock complessivo di crediti che supera i 400 miliardi”.

BUONI DEL TESOROBUONI DEL TESORO

L’intervista dell’amministratore delegato di Banca Intesa pone con grande chiarezza i termini della questione Italia rispetto ai mercati internazionali, ma evita accuratamente di inoltrarsi nelle scelte tutte politiche del dialogo tra i partiti che hanno avuto il voto degli italiani (e stanno preparando il governo che chiederà la fiducia alle Camere) e il Presidente della Repubblica nell’esercizio delle sue prerogative. Oggi sapremo come il Paese si presenterà ai mercati domattina.

Savona ha fatto il suo. Ora prevalga l’interesse nazionale (quello vero)

Roberto Arditti formiche.net 27 maggio 2018

Savona ha fatto il suo. Ora prevalga l’interesse nazionale (quello vero)

Gli alibi sono finiti per tutti. Il governo si può fare. Chi non lo pensa, quale che sia il ruolo ricoperto, deve dirlo chiaramente spiegandone i motivi. Il corsivo di Roberto Arditti

La nota di poco fa del prof. Savona è utile ed opportuna, perché sgombra il campo da molti equivoci esplosi con fragore in queste ultime settimane. Ne esce il profilo che conosciamo, cioè quello di un intellettuale, uomo di governo e di potere, che conferma il suo forte spirito di adesione al progetto europeo, chiarendo però che l’Europa che vuole (o che sogna) è ben diversa da quella che c’è.

Nei propositi di Savona vi sono aspetti di enorme rilevanza, come l’auspicio di incremento dei poteri della Banca centrale europea o l’attribuzione al Consiglio europeo della funzione di controllo sul rispetto dei contenti previsti dai trattati (che sottintende la nascita di una alleanza tra governi “sovranisti”).

Va detto però che la nota è soprattutto utile in chiave interna, poiché rende molto difficile sostenere che il prof. Savona covi propositi “eversivi “. A questo punto però l’interesse nazionale deve prendere il sopravvento su tutti i calcoli politici e su tutte le rivalità (personali e non).

Il governo Conte deve essere messo in condizione di partire perché ne ha la forza parlamentare, requisito unico ed insostituibile ai sensi della lettera (e dello spirito) della Costituzione. Si componga dunque la situazione in modo virtuoso, anche perché abbiamo già esposto troppo il Capo dello Stato, la cui suprema magistratura non deve mai essere trascinata nella polemica politica (facciano di questo mea culpa in molti tra i protagonisti del dibattito e anche qualcuno nello staff del Quirinale).

La maggioranza Lega-M5S non è stata votata dagli italiani, ma si è formata dopo le elezioni del 4 marzo. Ha programmi ambiziosi che richiederanno risorse imponenti, tutt’altro che disponibili nel nostro bilancio.

Savona dice che sarà rigoroso sui conti pubblici e non abbiamo motivo di non credergli: quindi è giusto che si passi dalla teoria alla pratica. Si trovi dunque la “quadra” entro stasera per consentire al governo di andare al voto di fiducia all’inizio della settimana, anche perché sul fronte dei mercati finanziari abbiamo già pagato pegno a sufficienza.

Così l’Italia tornerà alla fisiologia democratica (maggioranza e opposizione che si confrontano) e potremo così affrontare anche le prossime scadenze internazionali. Gli alibi sono finiti per tutti. Il governo si può fare. Chi non lo pensa, quale che sia il ruolo ricoperto, deve dirlo chiaramente spiegandone i motivi. Anche chi vuole andare a votare subito è pregato di abbandonare ogni ambiguità. Nelle prossime ore ci giochiamo la faccia, non c’è spazio per balletti di genere, trabocchetti o amenità varie.

Così parlò Messina: le nostre banche temono un governo anti-Ue

• di Giovanna Faggionato lettera43.it

5 marzo 2018

Prima del voto aveva rassicurato i tedeschi. Ora richiama i politici italiani. Per paura delle loro dichiarazioni sulla moneta unica. Così il primo banchiere d’Italia interviene sulla politica. 

Si dice non preoccupato dalla reazione dei mercati al voto, Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa SanPaolo. E non è chiaro se la sua sia convizione radicata o semplice scaramanzia, ma su una cosa l’uomo alla guida dell’ultima banca di sistema rimasta, o almeno l’erede di chi l’ha concepita come tale, ha una preoccupazione chiarissima: che chiunque vada al governo, e sicuramente tra loro ci deve essere o il Movimento 5 Stelle o la Lega, seppure in coalizione con qualche altro partito, la smetta di parlare di abbandonare l’Eurozona. «Chiunque parla di uscire dall’euro mette il nostro Paese a rischio, poi la maggioranza decide e si vedrà», ma occorre evitare di «citare o portare avanti l’ipotesi di uscita dalla moneta unica», ha dichiarato al Congresso della Fabi, il principale sindacato dei bancari.

La dichiarazione arriva però dopo un interventismo notato da molti. Alla vigilia del voto infatti l’amministratore delegato di Intesa aveva rilasciato un’intervista al quotidiano finanziario Handelsblatt in cui rassicurava sul piano di smaltimento dei crediti deteriorati da parte di Ca’ de Sass, ma anche e in maniera articolata sulla sostenibilità del debito pubblico italiano. Arrivando a prevedere che coloro che in campagna elettorare promettevano spese che avrebbero gonfiato debito e deficit si sarebbero rimangiati tutto: «Se l’Italia vuole parlare con i suoi partner in Europa, dobbiamo affrontare il problema del debito. I politici sanno che hanno bisogno di investire per determinare una crescita maggiore, e possono farlo solo se non spendono così tanto per il rimborso del debito». Allora il momento era forse più semplice, essendo la Germania ancora appesa al referendum della Spd che proprio il 4 marzo ha approvato il nuovo governo di coalizione e l’amministratore delegato poteva dichiarare serenamente che «l’Italia non è in una situazione peggiore di altri Paesi in Europa». Ora invece le rassicurazioni e le stoccate all’opinione pubblica e all’establishment tedesco hanno lasciato il posto ai richiami ai politici italiani, che alle banche sembrano aver iniziato a fare più paura dei primi.

Investimento in diamanti, chi è stato indotto a investire ha ancora speranza di recuperare i denari perduti

diritto.net 18 maggio 2018

Investimento in diamanti in banca

Sembrava che dopo il disastro Lehman Brothers i guai per i risparmiatori, che già avevano perso denaro con i titoli Parmalat, Cirio, Giacomelli e così via, fossero terminati. Purtroppo non è stato così.

Prima è stato il turno di chi aveva messo i risparmi in obbligazioni c.d. subordinate – una vera e propria truffa – di alcune banche finite in stato d’insolvenza, ossia Cariferrara, Carichieti, Banca Marche e Banca Etruria, nonché a seguire Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. Poi sono arrivati i guai per chi pensava di aver messo al sicuro i propri soldi con l’acquisto di diamanti. È questa un’operazione consigliata da diverse banche, quali MPS e Unicredit, le quali dicevano ai propri clienti che i titoli, quali azioni ed obbligazioni, non erano più sicuri e che l’unica strada, per sottrarsi all’inflazione e ai rischi finanziai, era l’acquisto di diamanti per il tramite di società specializzate come IDB (Intermarket Diamon Business). È, peraltro, accaduto che quei “brillanti” siano stati alienati, di comune accordo tra gli istituti di credito, che li offrivano ai clienti, e le società che li vendevano, a prezzi “gonfiati”. Tant’è che oggi, anche a causa della diminuzione del valore di mercato di quei beni, quell’operazione si sia rivelata un pessimo affare.

Arrivati a questo punto, non resta che chiedersi se i consumatori hanno armi per recuperare il denaro investito. Ed è questa la stessa domanda che ci si era posti per l’investimento in azioni ed obbligazioni di società, quali Parmalat e Cirio, finite in default.
La risposta, a parere di chi scrive, è positiva.
Deve, in primo luogo, ricordarsi che a conclusione della sua attività istruttoria, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nella sua adunanza del 20.9.17, ha ritenuto gravemente ingannevoli e omissive le modalità di offerta dei diamanti da investimento da parte di Intermarket Diamond Business, anche attraverso le banche con le quali operava, ossia: Unicredit e Banco BPM.

I profili di scorrettezza riscontrati riguardano le informazioni ingannevoli e omissive diffuse attraverso il sito e il materiale promozionale predisposto dalla stessa. Concernono, altresì, il prezzo qualificato, come si diceva, eccessivo rispetto al valore dei beni venduti. Incontestabile, di conseguenza, la necessità di risolvere tutti gli acquisti ai sensi dell’art. 1453 c.c. e, comunque, condannare IDV e BPM al risarcimento del danno, pari, quantomeno, alla perdita di valore rispetto all’acquisto. Ma, a ben vedere, non è questa lil solo motivo che consentirà di ottenere la restituzione delle somme investite. Non deve, infatti, dimenticarsi che per la Cassazione (Cass. n. 2736/13) siamo di fronte ad un’operazione d’intermediazione finanziaria, soggetta alle norme del TUF (Testo Unico Finanziario), ossia del d.lgs. n. 58/98.

Tra le norme di tale decreto vi è l’art. 23, il quale richiede la preventiva o contemporanea stipulazione per iscritto del contratto generale d’investimento, ossia del c.d. contratto quadro. Essendo la stessa sempre mancata – si credeva di vendere solo brillanti -, dal che discende la nullità per difetto di forma degli investimenti. Tra quelle da considerare vi è pure anche l’art. 30, ai sensi del quale in caso di offerta fuori sede di strumenti finanziari l’efficacia del contratto è sospesa per sette giorni entro i quali l’investitore può comunicare il proprio recesso.

Dispone, inoltre, il settimo comma che: “’omessa indicazione della facoltà di recesso nei moduli o formulari comporta la nullità dei relativi contratti, che può essere fatta valere solo dal cliente”. Ora, se si tiene presente che tutti gli acquisti sono stati fatti in filiale e non presso un ufficio del venditore, è incontestabile la violazione dell’art. 30, comma 7, TUF, violazione da cui discende l’obbligo della venditrice di restituire il prezzo versatole dagli acquirenti.

Riassumendo sono da citare in giudizio tanto le banche, quanto i venditori, per ottenere la declaratoria di nullità della vendita ai sensi degli artt. 23 e 30 TUF e, in caso di mancato accoglimento di tale domanda, per il risarcimento del danno in forza di quanto statuito dall’Antitrust. Non essendo necessaria alcuna attività istruttoria per la declaratoria di nullità ex artt. 23 o 30 e la condanna delle società venditrici alla restituzione del prezzo riscosso, maggiorato degli interessi legali la stessa potrà essere pronunciata mediante ordinanza ex art. 702 bis c.p.c., che comporta un giudizio molto breve.

Contributo dell’Avv. Giovanni FranchiAvvocato Giusconsumerista in Parma, Italy

Un commento su “Investimento in diamanti, chi è stato indotto a investire ha ancora speranza di recuperare i denari perduti”

Comunicato stampa

INIZIANO LE PRIME CAUSE PER LA TUTELA DI RISPARMIATORI CHE HANNO EFFETTUATO INVESTIMENTI BANCARI IN DIAMANTI

Gli avvocati Giovanni Franchi ed Emilio Graziuso, dopo aver depositato a Parma diverse istanze di mediazione obbligatoria (prescritta dalla legge per dare corso ad una causa civile) che non hanno ottenuto risultati, hanno promosso alcune cause civili per risparmiatori che hanno investito denari in diamanti.

È questa, come noto, l’ultima forma d’investimento consigliata da diverse banche, quali BPM, multate dall’Antitrust insieme a venditori come Intermarket Diamond Business s.p.a. (IDB), per avere alienato ai propri clienti pietre preziose, presentandole come operazioni sicure, senza informarli sui rischi reali.

La prima, proposta con un ricorso ex art. 702 bis c.p.c., per la quale è già stata fissata l’udienza di discussione per il giorno 7 novembre 2018, riguarda una famiglia di tre persone, padre, madre e figlia, che hanno effettuato tale “investimento” in diamanti, per €. 30.398,41= uno, per €. 22.709,00= l’altro ed €. 14.375,00 il terzo, consistito appunto nell’acquisto di queste pietre dall’Intermarket Diamond Business s.p.a. (IDB) presso un’Agenzia di Parma del Banco Popolare, oggi Banco BPM s.p.a.

Secondo gli avvocati Franchi e Graziuso vi sono diverse ragioni per agire in giudizio nei confronti sia dell’istituto di credito che del venditore sulla base dei rilievi contenuti nella decisione dell’Antitrust. Ma soprattutto non deve dimenticarsi che per la giurisprudenza della Cassazione si è al cospetto di un’attività d’intermediazione finanziaria, regolata dalla disposizione del TUF (Testo Unico Finanziario – D.Lgs. n. 58/98), molte delle quali sono state violate nel caso di specie, così da consentire un ricorso ex art. 702 bis c.p.c., che permette di ottenere una rapida decisione.

“I diamanti sono una operazione di investimento a tutti gli effetti e che la propone deve rispettare le leggi in vigore, sopratutto quella che prevede un consenso informato sui rischi che comporta. Ancora una volta dei cittadini risparmiatori a nostro avviso sono stati coinvolti in investimenti senza questa adeguata informazione e siamo quindi convinti che potranno vedere riconoscete le proprie ragioni ed ottenere il risarcimento delle somme perdute ingiustamente.” – hanno dichiarato gli avvocati Franchi e Graziuso.

 

http://www.diritto.net/investimento-in-diamanti-chi-e-stato-indotto-a-investire-ha-ancora-speranza-di-recuperare-i-denari-perduti/

Treviso, prefetto convoca Intesa e Sga: «rischio illegalità»

Vvox.it 26 maggio 2018

Il prefetto di Treviso Laura Lega (in foto) ha convocato ieri un vertice con esponenti alti dirigenti di Banca Intesa, subentrata a Veneto Banca e Popolare di Vicenza dopo il loro fallimento, Sga, società dello Stato che ha acquistato i crediti deteriorati, l’Associazione bancaria italianaBanca d’Italia, Banche di Credito Cooperativo, e poi Veneto Sviluppo, consorzi fidi, le associazioni di categoria della provincia di Treviso, la Camera di commercio e ordini professionali, imprenditoriali e di categoria. Forse il prefetto aveva in mente l’incontro del premier incaricato Giuseppe Conte e le associazioni dei soci truffati. Come scrive Silvia Madiotto sul Corriere del Veneto nell’edizione di Vicenza e Bassano a pagina 2, il prefetto è preoccupato dei danni al tessuto sociale a seguito del crac delle banche venete. «Ho sollecitato gli istituti bancari a garantire le aziende» ha dichiarato.

«Ho chiesto tempestività nell’esame delle diverse posizioni, caso per caso, perché i nostri imprenditori che hanno più bisogno di supporto siano conosciuti e vissuti dall’interno, di modo da valutare il potenziale di chi oggi vive un momento di difficoltà ma può rinascere e concorrere allo sviluppo del territorio. Il rischio che si può correre – ha spiegato Lega – rientra nell’ottica della legalità. Se le piccole imprese non vengono accompagnate, anche con il credito, si possono generare conflitti e illeciti. Per questo serve potenziare un credito sano, una filiera pulita e trasparente, istituzionale, che possa alimentare il tessuto produttivo. Ho chiesto – ha concluso il prefetto dopo un incontro durato circa 3 ore – di dedicare risorse, in modo specifico, ai territori e ho avuto delle rassicurazioni. Ho chiesto che le risorse non siano gestite da Milano o Torino, ma dalle banche qui, localmente, con il concorso informativo del territorio, delle istituzioni e delle associazioni che lo vivono».

Processo BPVi rischia di finire a Trento, gli avvocati di Zonin & c.: a Vicenza clima di odio, anche da parte del… vescovo

Rassegna Stampa  vicenzapiu.com 27 maggio 2018

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“Le difese ne hanno chiesto lo spostamento: «A Vicenza clima d’odio, manca serenità di giudizio». Duro scontro con la Procura”: questo il sommario de Il Mattino di Padova della cui puntuale cronaca commenteremo i contenuti a seguire dopo avervela proposta qui di seguito.

Dopo lo spostamento del processo Veneto Banca da Roma a Treviso (per motivi tecnici di competenza territoriale, ndr), il rischio di “trasloco” a Trento incombe ora su quello Bpvi. Nell’udienza preliminare di ieri, le difese di quattro imputati (Gianni ZoninEmanuele GiustiniPaolo Marin e Giuseppe Zigliotto), hanno depositato l’istanza di rimessione, vale a dire la richiesta di celebrarlo in un’altra città.

Il motivo? Un presunto «clima di odio» creatosi a Vicenza nei confronti degli ex vertici della Popolare, che impedirebbe serenità di giudizio da parte della magistratura.

A decidere se la questione è fondata sarà la Cassazione a cui il giudice vicentino Roberto Vendittitrasmetterà domani l’istanza.
Cosa succede. La Cassazione, di fronte alla memoria delle difese, deciderà se affidarla alla sezione che si occupa dell’inammissibilità o a una sezione diversa. Nel primo caso, visto che si prospetta la stroncatura, il processo vicentino continua, nel secondo invece si interrompe obbligatoriamente. In attesa che Roma si pronunci, il gup Venditti ha scelto di andare avanti con le udienze (poteva sospendere il procedimento). Se la Cassazione decide lo spostamento e lo fa dopo la chiusura dell’udienza preliminare (si presume il 21 giugno), allora, il processo ricomincia dalla presentazione dell’istanza di rimessione. In quel caso sarà Trento, come sede competente, a prenderlo in carico. Lo spostamento sarebbe clamoroso; successe con la strage di Piazza Fontana e il passaggio del processo da Milano a Catanzaro.
Le motivazioni. Gli avvocati difensori Enrico Ambrosetti e Nerio Diodà, Lino Roetta, Giovanni e Giulio Mafredini, Oreste Dominioni analizzano in 100 pagine di istanza i motivi del legittimo sospetto che sta alla base della richiesta. Il primo: «La campagna mediatica ha coinvolto pesante­ mente l’autorità giudiziaria vicentina in ordine a una presunta connivenza della stessa col potere della Bpvi». Il riferimento è alle contestazioni per le archiviazioni del 2001 e del 2009 e, secondo i legali, ci sarebbe stato «l’allineamento del!’odierna Procura a tale tesi». Sotto accusa le dichiarazioni rese dal procuratore capo Antonino Cappelleri alla stampa e in Commissione d’in­chiesta. Secondo punto: gli effetti del «processo mediatico si sono tradotti in un conflitto tra Procura e ufficio gip». Per i legali c’è stata «una vera e propria aggressione» al gip Barbara Trenti che inviò gli atti per competenza a Milano. I legali ricordano anche che fu messa scorta. Terzo: l’archiviazione delle denunce presentate da Zonin in merito alle minacce ricevute. Il documen­to è un attacco molto duro alla magistratura vicentina, al capo della Procura, alla stampa che avrebbe alimentato il processo mediatico attraverso «una rappresentazione ossessiva» della vicenda.
La chiesa e la condanna divina. Ma altri soggetti sono chiamati in causa, a cominciare dalla chiesa. Si legge: «Addirittura le istituzioni religiose si sono premurate di lanciare degli anatemi che riecheggiano le prediche del Savonarola nella Firenze dei Medici». Per cui «la condanna di Zonin è già stata pronunciata non solo sul piano della legge civile, ma anche di quello della legge divina».
Le reazioni. Gli avvocati dei risparmiatori non si sono allarmati. «Una mossa prevedibile, ma non fondata», ha liquidato il professor Rodolfo Bettiol.

 

Altre questioni nell’udienza di ieri

Banca d’Italia e Consob. Nell’udienza di ieri i legali di Palazzo Koch si sono associati alla Procura nella richiesta di rinvio a giudizio. Se gli istituti avessero saputo l’effettivo ammontare del patrimonio di vigilanza di Bpvi, hanno detto, avrebbero preso provvedimenti che invece non ci sono stati.
Imputati. Iniziati anche gli interventi delle difese. L’avvocato Roetta ha definito le accuse a Paolo Marin, vicedirettore generale della Divisione Crediti, «paradossali e strumentali». L’avvocato Mucciarelli per Bpvi ha sostenuto che non ci sono state violazioni della Lca: non c’era né l’interesse né il vantaggio.

di Sabrina Tomè, da Il Mattino di Padova

Ricordate il leggendario posto in banca? Non esiste (quasi) più. Un’analisi

agi.it 27 maggio 2018

Ricordate il leggendario posto in banca? Non esiste (quasi) più. Un'analisi
Antonella Di Girolamo / AGF
 Sportelli bancari
Nel giro di otto anni, dal 2009 al 2017, gli occupati nelle banche italiane sono diminuiti di 44 mila unità, da 330 mila a 286 mila. È l’analisi dell’ufficio studi di First Cisl, il sindacato dei lavoratori di banche e terziario guidato dal segretario generale Giulio Romani, basato sui dati della Banca d’Italia. Nel solo 2017, rileva lo studio, il calo è stato di 13.510 unità, un taglio del 4,5%, con una punta nel Mezzogiorno (-5,3%).

Dove sono finiti i posti perduti

Anche negli otto anni il calo è stato particolarmente marcato nel Mezzogiorno (-16,9%), con un -16,2% nel Centro, mentre il Nord Ovest si ‘ferma’ al -10,7%. “L’emorragia prosegue con i piani di uscita dei grandi gruppi – commenta Romani – al Nord abbiamo perso un addetto ogni 10, al Sud quasi 2 su 10. È un tributo occupazionale enorme versato sull’altare della mancata riforma del sistema bancario. Il cambiamento non può più attendere. I tempi per una riforma che tuteli il risparmio e il lavoro e che rilanci l’occupazione sono maturi. Nessuno venga più a dirci che il personale costa troppo: ai 2,9 miliardi di utile realizzati dai cinque maggiori gruppi bancari italiani nei primi tre mesi del 2018 hanno dato un enorme contributo i 5 miliardi delle commissioni nette, che sono strettamente correlate al fattore lavoro e valgono il 119% del costo del personale, contro il 112% di fine 2017.

Aggiunge Romani: “L’efficienza del personale è dunque molto alta e il costo del lavoro assorbe solo il 33% dei proventi operativi. Lo straordinario apporto dei dipendenti va riconosciuto tangibilmente: il tempo dei tagli economici e occupazionali è finito, è ora di coinvolgere i lavoratori negli organi di controllo delle banche”.

Non fidatevi di Bergamo e Torino

“Il rilancio occupazionale – aggiunge il responsabile dell’Ufficio Studi di First Cisl, Riccardo Colombani – è una priorità, poiché dal 2009 abbiamo avuto flessioni a doppia cifra in tutte le aree del Paese, anche se una lettura superficiale delle rilevazioni della Banca d’Italia può trarre in inganno, indicando illusori incrementi in province come Torino o Bergamo, che nell’ultimo anno sembrano cresciute l’una di 3.000 e l’altra di 500 addetti, mentre non è così”.

Il problema, spiega il sindacalista, è che per il 2017 la vigilanza ha attribuito alla provincia della nuova capogruppo gli addetti delle ex direzioni delle banche che sono state oggetto di integrazione. “Per cui chi lavora nelle ex sedi delle venete è conteggiato come fosse a Torino, sede legale di Intesa Sanpaolo, chi sta negli ex uffici centrali di Banca Marche e di Etruria è sul conto di Bergamo, sede di Ubi, chi è nelle direzioni delle tre casse acquisite da Cariparma è contabilizzato a Parma. Stimando opportuni correttivi sulle varie regioni coinvolte, riteniamo realistico affermare che in otto anni il Nord Ovest ha perso poco meno dell’11% dei suoi bancari, il Nord Est il 12,5% circa, l’Italia Centrale poco più del 16% e il Mezzogiorno quasi il 17%, mentre nel solo 2017 il Sud è sceso più del 5% contro un calo di poco superiore al 4% al Nord, con il Centro anche in questo caso collocato su un valore intermedio”.

Ecco la versione di Paolo Savona, più vicino alla guida del Mef

Paolo Savona formiche.net 27 maggio 2018

Ecco la versione di Paolo Savona, più vicino alla guida del Mef

Di seguito il testo del comunicato con cui il professore chiarisce la sua posizione sull’Europa. Da leggere

Non sono mai intervenuto in questi giorni nella scomposta polemica che si è svolta sulle mie idee in materia di Unione Europea e, in particolare, sul tema dell’euro, perché chiaramente espresse nelle mie memorie consegnate all’Editore il 31 dicembre 2017, circolate a stampa in questi giorni, in particolare alle pagine 126-127. Per il rispetto che porto alle Istituzioni, sento il dovere di riassumerle brevemente:

– Creare una scuola europea di ogni ordine e grado per pervenire a una cultura comune che consenta l’affermarsi di consenso alla nascita di un’unione politica…

– Assegnare alla BCE le funzioni svolte dalle principali banche centrali del mondo per perseguire il duplice obiettivo della stabilità monetaria e della crescita reale…

– Attribuire al Parlamento europeo poteri legislativi sulle materie che non possono essere governate con pari efficacia a livello nazionale, …..

– Conferire alla Commissione Europea il potere di iniziativa legislativa sulle materie di cui all’art. 3 del Trattato di Lisbona …..

– Nella fase di attuazione, prima del suo scioglimento, assegnare al Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo compiti di vigilanza sulle istituzioni europee per garantire il rispetto degli obiettivi e l’uso dei poteri stabiliti dai nuovi accordi.

Per quanto riguarda la trasposizione di questi miei convincimenti nel programma di Governo non posso che riferirmi al contenuto del paragrafo 29, pagine 53-55, del Contratto stipulato tra la Lega e il M5S, nel quale vengono specificati gli intenti che verranno perseguiti dal Governo che si va costituendo “alla luce delle problematicità emerse negli ultimi anni“; queste inducono a chiedere all’Unione Europea “la piena attuazione degli obiettivi stabiliti nel 1992 con il Trattato di Maastricht, confermati nel 2007 con il Trattato di Lisbona, individuando gli strumenti da attivare per ciascun obiettivo” che nel testo che segue vengono specificati.

Anche per le preoccupazioni espresse nel dibattito sul debito pubblico e il deficit il riferimento d’obbligo è il paragrafo 8 di pagina 17 del Contratto in cui è chiaramente detto che “L’azione del Governo sarà mirata a un programma di riduzione del debito pubblico non già per mezzo di interventi basati su tasse e austerità – politiche che si sono rivelate errate ad ottenere tale obiettivo – bensì per il tramite della crescita del PIL, da ottenersi con un rilancio della domanda interna dal lato degli investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostegno del potere di acquisto delle famiglie, sia della domanda estera, creando condizioni favorevoli alle esportazioni”.

Spero di aver contribuito a chiarire quali sono le mie posizioni sul tema dibattuto e quelle del Governo che si va costituendo interpretando correttamente la volontà del Paese.

Sintetizzo dicendo: Voglio un Europa diversa, più forte, ma più equa.