Risparmio: italiani ancora scarsi in educazione finanziaria, cresce quota di chi non ha soldi da investire

finanza.com 28 maggio 2018

Crescono i progetti di “spesa” degli italiani, mentre quelli di “risparmio” si dimostrano in lieve contrazione. È quanto emerge dall’edizione primaverile dell’Osservatorio semestrale promosso da Anima in collaborazione con la società di ricerche di mercato GfK. L’incertezza politica susseguente allo stallo susseguente al voto del 4 marzo non ha fatto perdere l’entusiasmo a fare progetti nei prossimi mesi. In particolare, rispetto a sei mesi fa, emerge la tendenza a privilegiare i progetti di “spesa” rispetto a quelli di “risparmio”. Nello specifico, nell’ambito dei bancarizzati, dal 32% salgono al 35% coloro che hanno progetti di “spesa”, ovvero dalle vacanze all’istruzione dei figli, alle spese per la casa ecc; mentre per il segmento degli investitori dal 47% i progetti di “spesa” arrivano al 51%. Di contro i progetti di “risparmio” vedono una contrazione: per i bancarizzati dal 31% arrivano al 26% e per gli investitori dal 53% scendono al 48%.

Prodotti finanziari battono mattone
Il mondo degli investimenti finanziari conserva ancora il suo vantaggio rispetto al “mattone”. Nel dettaglio diminuisce la propensione ad investire, che dal 34% scende al 32% e di contro, dal 32% risale ulteriormente al 36% la percentuale di chi dichiara invece di non avere soldi da investire (nell’ambito del campione dei bancarizzati). Guardando poi alle singole tipologie di investimento, nell’ambito del campione dei bancarizzati, l’interesse per il “mattone” si attesta nell’ordine del 10%, mentre la preferenza per i prodotti di investimento resta a quota 24%.

Troppo poco tempo dedicato agli investimenti

Il tempo che il segmento degli investitori dichiara di dedicare ai propri investimenti risulti ancora una volta modesto: quasi il 50% degli investitori ha dichiarato di “non dedicarsi affatto a questa attività”. Solo il 15% riserva “qualche ora al mese” e soltanto l’1% dedica almeno “un’ora alla settimana”. In secondo luogo non confortano tanto anche le evidenze per quanto riguarda la conoscenza dei termini finanziaria: il 31% del campione la ritiene “molto scarsa”, il 46% “scarsa” e soltanto il 19% “ottima” o “buona”.

Per scelte d’investimento ci si affida a professionisti 

Infine, nella gestione dei propri investimenti, la stragrande maggioranza del segmento degli investitori (71%) preferisce farsi supportare e consigliare da un professionista del risparmio a cui delegare “la definizione dei suoi bisogni, l’individuazione di soluzioni adeguate, efficaci e coerenti e per il loro monitoraggio periodico”; iil 21% è “aperto al confronto con un consulente”, mentre soltanto l’8% preferisce affidarsi al “fai da te”.

Riconoscimento formale del passaggio della sovranità dal Popolo Italiano al mercato globale.

 attuarelacostituzione.it 28 maggio 2018

Riconoscimento formale del passaggio della sovranità dal Popolo Italiano al mercato globale.

La mancata approvazione della proposta di governo dei vincitori delle elezioni politiche M5Stelle e Lega è il riconoscimento formale della fine della democrazia e del passaggio della sovranità del popolo Italiano alla finanza e alle multinazionali. Il pensiero neoliberista può festeggiare il suo trionfo liberticida. La spiegazione data dal Presidente della Repubblica: fare il bene dei risparmiatori italiani, impedendo l’uscita dall’euro, non convince e non tiene conto che, restando nell’euro (che è una lira sopravvalutata e un marco svalutato), Il debito  pubblico, che ci è stato imposto dal mercato globale (al quale ci siamo dovuti rivolgere dopo che Andreatta, con una lettera del 12 febbraio 1981 sollevò la Banca d’Italia dall’obbligo di acquistare i buoni del tesoro rimasti invenduti, anticipando così gli effetti dannosi della moneta unica), non nasce dai nostri sprechi (come asserisce un poco informato giornalista tedesco, il quale non sa che l’Italia dedica allo Stato sociale il 41 per cento del Pil, mentre la media europea è del 45 per cento, e non  ricorda neppure che la Germania ha violato per cinque anni il limite di Maastricht, non ha mai denunciato il suo surplus commerciale e fruisce ancora del contributo europeo per la riunificazione), ma ci è imposto dalla speculazione finanziaria (incostituzionale e illegale anche a termine dei Trattati internazionali), la quale non si ispira più alla regola della domanda e dell’offerta, ma a quella della pura convenienza individuale, costringendoci a “privatizzare” e “svendere” tutte le nostre fonti di produzione della ricchezza (beni produttivi, demani, e servizi pubblici essenziali), in modo da privarci dell’intero territorio, e, cioè dell’esistenza stessa della  nostra Comunità politica.

Non si deve sottacere, poi, che il nostro “debito pubblico”, essendo la conseguenza del mutamento del sistema economico produttivo di stampo keynesiano (che è sancito dalla nostra Costituzione) in un sistema economico predatorio di stampo neoliberista, realizzato in circa quaranta anni, con attendismo e propaganda menzognera, nonché con la sottomissione dei nostri governi, si è concretato in una “prestazione impossibile” ai sensi dell’art. 1218 del nostro codice civile, poiché dovuta a un fatto (la trasformazione del sistema economico) non imputabile al debitore e cioè all’ignaro Popolo Italiano. Il quale, d’altro canto, per un verso è costretto al pareggio di bilancio e, per altro verso è nell’impossibilità di ottenere uno “sviluppo economico”, che è l’unica via possibile per ridurre il debito. Si tratta, insomma, non solo di una “impossibilità” giuridica, ma anche di una “impossibilità” di fatto. Peraltro, è bastato un cenno di cambiamento di questo sistema per scatenare la violenta campagna denigratoria e mistificatoria del neoliberismo imperante, il quale mira a confondere le idee e costringerci a fare la fine della Grecia.

Ma oggi, 28 maggio 2018, deve scattare la nostra controffensiva, pacifica e costituzionalmente legale, rispondendo agli insulti della stampa tedesca e francese con una forte iniziativa interna, e cioè con la nazionalizzazione delle fonti di produzione della ricchezza, con il divieto di delocalizzazione, con il recupero dei beni pubblici illegalmente venduti. Insomma, occorre far prevalere sui Trattati la nostra Costituzione (esattamente come hanno fatto e fanno Germania e Francia), tenendo presente che la nostra Corte costituzionale ha sempre sancito che non possono avere ingresso nel nostro ordinamento le norme europee che violino diritti fondamentali, come il diritto al lavoro, alla salute, all’ambiente, ecc., (cosiddetta teoria dei “contro limiti”). E tutto questo senza dimenticare che i cosiddetti “poteri forti” in realtà sono poteri debolissimi, poiché la loro ricchezza è formata soprattutto da derivati e altra moneta fittizia di questo genere. Non ci nascondiamo che la battaglia sarà durissima, ma sono dalla nostra parte la dignità di un Popolo e una Costituzione unica al mondo.

 

Paolo Maddalena

LA RISPOSTA DEL PROF. PAOLO SAVONA

 scenarieconomici.it 28 maggio 2018

Ho subito un grave torto dalla massima istituzione del Paese sulla base di un paradossale processo allintenzioni di voler uscire dall’euro e non a quelle che professo e che ho ripetuto nel mio Comunicatocriticato dalla maggior parte dei media senza neanche illustrarne i contenuti. Insieme alla solidarietà espressa da chi mi conosce e non distorce il mio pensiero, una particolare consolazione mi è venuta da Jean Paul Fitoussi sul Mattino di Napoli e da Wolfgang Münchau sul Financial Times. Il primo, con cui ho da decenni civili discussioni sul tema, afferma correttamente che non avrei mai messo in discussione l’euro, ma avrei chiesto all’Unione Europea di dare risposte alle esigenze di cambiamento che provengono dall’interno di tutti i paesi-membriaggiungo che ciò si sarebbe dovuto svolgersecondo la strategia di negoziazione suggerita dalla teoria dei giochi che raccomanda di non rivelare i limiti dell’azione,perché altrimenti si è già sconfittiun concetto da me ripetutamente espressopubblicamente. Nell’epoca dei like o don’t like anche la Presidenza della Repubblica segue questa moda.

Più incisivo e vicino al mio pensiero è il commento dMünchauNel suo commento egli analizza come deve essere l’euro per non subire la dominanza mondiale del dollaro e della geopolitica degli Stati Uniti, affermando che la moneta europea è stata mal costruita per colpa della miopia dei tedeschi. La Germania impedisce che l’euro divenga come il dollaro “una parte essenziale della politica estera”. Purtroppo, egli aggiunge, il dollaro ha perso questa caratteristica, l’euro non è in condizione di rimpiazzarlo o, quanto meno, svolgere un ruolo parallelo, e di conseguenza siamo nel caos delle relazioni economiche internazionali; queste volgono verso il protezionismo nazionalistico, non certo forierodi stabilità politica, sociale ed economica. È il tema che con Paolo Panerai ho toccato nel pamphlet recentemente pubblicato su Carli e il Trattato di Maastricht, dove emerge la lucida grandezza di Paolo Baffi. L’Italia registra fenomeni di povertà, minore reddito e maggiore disuguaglianze. Il 28 e 29 giugno si terrà un incontro importante tra Capi di Stato a Bruxelles: chi rappresenterà le istanze del popolo italiano? Non potrà andarci Mattarella, né può farlo Cottarelli. Se non avesse avuto veti inaccettabili, perché infondati, il Governo Conte avrebbe potuto contare sul sostegno di Macroncosì incanalando le reazioni scomposte che provengono dall’interno di tutti indistintamente i paesi-membri europei verso decisioni che aiutino l’Italia a uscire dalla china verso cui è stata spinta. Münchaugiustamente afferma che “temnon vi sia un sostegno politico nel Nord Europa” e quindi non ci resta che patire gli effetti del protezionismo e dell’instabilità sociale. Si tratta di decidere se gli europeisti sono quelli che stanno creando le condizioni per la fine dell’UE o chi, come me, ne chiede la riforma per salvare gli obiettivi che si era prefissi.

Paolo Savona

Cottarelli snobbato, fuga dall’Italia. Goldman Sachs e Barclays temono ancora spettro M5S-Lega

Laura Naka Antonelli finanzaonline.com 28 maggio 2018

l Ftse Italia All-Share Bank Index è scivolato questa mattina in mercato orso, scendendo a livelli inferiori del 20% circa rispetto ai massimi di aprile. (GRAFICI).

Lo spettro M5S-Lega aleggia ancora sui mercati? E come?

Italia sotto attacco, Carlo Cottarelli del tutto snobbato: Piazza Affari capitola, con l’indice Ftse Mib che azzera i guadagni riportati da inizio anno, il sell off sui BTP si intensifica, lo spread vola, e con esso i tassi sui bond italiani. Niente da fare: si scappa a gambe levate dall’Italia, e neanche la decisione del Colle di conferire l’incarico di formare un nuovo governo a un tecnico come Cottarelli, ex Commissario della Spending review dei governi Letta e Renzi, ex funzionario dell’Fmi e di Bankitalia, economista sempre pronto a tirare le orecchie all’Italia a causa del debito pubblico troppo elevato, sortisce qualche effetto.

I motivi? Gli economisti ci riprovano, e di nuovo fioccano le note dei nomi più altisonanti dell’alta finanza.

Goldman Sachs ha già detto la sua: se nuove elezioni venissero indette oggi, il M5S e la Lega, insieme, si aggiudicherebbero il 55% dei voti: un risultato superiore del 10% ai voti che hanno incassato nelle ultime elezioni politiche dello scorso 4 marzo.

Anche Barclays ripropone nella sua nota lo spauracchio M5S-Lega.

I mercati continuano ad agitarsi, i tassi sui BTP a due anni testano il record al 2014, avvicinandosi pericolosamente alla soglia che mise sull’attenti il numero uno della Bce Mario Draghi, inducendolo a proferire la famosa frase che rimarrà alla storia: “whatever it takes”, ovvero, sarà fatto tutto il necessario per salvare l’euro.

In particolare, i tassi a due anni esplodono fino allo 0,972%, mentre quelli decennali balzano fino al 2,77%, avvicinandosi addirittura al livello dei tassi dei Treasuries Usa a 10 anni, che lo scorso venerdì hanno terminato le contrattazioni al 2,93% (oggi i mercati americani sono chiusi in occasione del Memorial Day).

Il risultato è che la febbre dello spread sale fino a quasi 240 punti base, al valore più alto dal gennaio del 2014, ben superiore tra l’altro alla soglia pericolo che era stata indicata dalla stessa Goldman Sachs nel noto report  in cui la profezia appena annunciata, tra l’altro, si stava già avverando.

Bagno di sangue sulle banche italiane, che pagano cara la loro esposizione verso il debito sovrano italiano: il Ftse Italia All-Share Bank Index è scivolato questa mattina in mercato orso, scendendo a livelli inferiori del 20% circa rispetto ai massimi di aprile: soltanto oggi, l’indice ha perso il 4,2%, assistendo tra alla sospensione per eccesso di ribasso di diversi titoli, com’è stato nel caso di UniCredit.

Lo spettro M5S-Lega mette sull’attenti anche Barclays

Il terrore M5S-Lega continua a gelare i mercati. E’ questa la motivazione che dà anche Barclays, in una nota dedicata a quanto sta accadendo all’Italia.

As political crisis deepens, risk of snap elections returns“, ovvero “Con la crisi politica che si aggrava, torna il rischio delle elezioni anticipate”: questo il titolo della nota firmata dalla divisione di ricerca della banca britannica. Dove si legge che, “a seguito della recente escalation delle tensioni politiche italiane, il rischio principale legato a un ritorno alle urne nel breve termine, oltre a quello della continua paralisi politica, è rappresentato dall’escalation della retorica elettorale contro l’Unione europea. A tal proposito, noi crediamo che sarà cruciale monitorare la strategia elettorale che il M5S e la Lega decideranno di adottare in attesa delle prossime elezioni”.

Nel riprendere le parole di Carlo Cottarelli, Barclays sottolinea che è altamente improbabile che un governo da lui guidato possa ottenere la fiducia in Parlamento, il che significa che molto probabilmente gli italiani dovranno tornare alle urne quest’anno.

Cottarelli ha già chiarito che, in caso di mancata fiducia, si tornerà al voto dopo agosto. Barclays ritiene dunque che la prima data tecnicamente possibile anche per il voto sia a settembre, esattamente nella prima metà del mese. Da monitorare saranno soprattutto le scelte che saranno adottate dalla Lega di Matteo Salvini.

Barclays presenta le tre opzioni della Lega:

  • Tornare all’alleanza di centro destra con Forza Italia di Silvio Berlusconi e con Fratelli di Italia di Giorgia Meloni.
  • Entrare in una coalizione o in un patto di non aggressione con il M5S.
  • Correre da sola.

La terza opzione viene esclusa visto che, stando agli ultimi sondaggi, nonostante la forte crescita di popolarità incassata dallo scorso 4 marzo (riferimento ai sondaggi pubblicati dal Corriere della Sera, lo scorso 18 maggio 2018), pari a +8punti percentuali al 25,4%, comunque la Lega rimarrebbe indietro rispetto al M5S (che avrebbe il 32,6%)”.

Dunque, “a dover essere considerate più probabili sono le prime due opzioni”. A questo punto, riunirsi al centrodestra secondo Barclays sarebbe più probabile, per le seguenti ragioni:

  • In una coalizione di centrodestra, Salvini sarebbe probabilmente il candidato alla carica di premier e avrebbe buone possibilità di essere nominato (e sicuramente le chance sarebbero più alte di quelle che aveva prima delle elezioni dello scorso 4 marzo). Da una simulazione fornita da YouTrend emerge che, se riuscisse a ottenere il 41-42% dei voti, un partito o una coalizione riuscirebbe ad aggiudicarsi la maggioranza in entrambe le Camere. A tal proposito, in base agli ultimi sondaggi, una coalizione di centrodestra otterrebbe il 39,5% dei voti, nel caso in cui le elezioni venissero indette oggi, 2,5 punti percentuali in più dei consensi dello scorso 4 marzo.
  • Salvini ha frenato sulla decisione espressa dal M5S e da Fratelli di Italia di avviare un procedimento di impeachment contro il presidente Mattarella, dopo la decisione di quest’ultimo di rifiutare il nome di Paolo Savona per il dicastero dell’Economia. Barclays fa notare che, sebbene “il tono di Salvini si sia fatto più infuocato dopo il discorso che Mattarella ha proferito nella serata di ieri, le sue parole sono state dirette più contro le istituzioni europee che non verso il presidente della Repubblica. “E ciò fa pensare che Salvini potrebbe decidere di ricorrere a una strategia di comunicazione diversa rispetto a quella degli altri partiti che vanno contro l’establishment”.
  • Salvini ha chiesto a Forza Italia di non sostenere un governo Cottarelli, minacciando la fine dell’alleanza di centrodestra.
  • E’ poco chiaro a questo punto se il M5S vorrà formare una alleanza pre-elettorale o siglare un patto di non aggressione con la Lega. Questo dipenderà molto da chi guiderà il M5S”. Per Barclays tutto dipenderà se il M5S continuerà ad avere come leader Luigi Di Maio o se invece sceglierà un altro candidato, che potrebbe essere Alessandro Di Battista.

Per Barclays sarà in definitiva una possibile alleanza M5S-Lega o un distacco tra i due partiti il fattore cruciale che influenzerà la retorica della campagna elettorale e con essa il sentiment di mercato.

“Se i due partiti uniranno le forze, potranno infatti decidere di adottare una retorica esplicitamente anti-europea, anche più decisa rispetto a quella che hanno adottato nella campagna elettorale iniziata lo scorso gennaio. Se invece decideranno di non allearsi, la campagna elettorale sarà caratterizzata in misura minore dagli attacchi all’Europa, a causa anche della presenza, nell’alleanza di centrodestra, di un partitopro-Ue come Forza Italia“.

Banche: il Consiglio UE approva il pacchetto di misure per ridurre i rischi

dirittobancario.it 28 maggio 2018

Il Consiglio dell’unione europea ha approvato la sua posizione su un pacchetto di misure volte a ridurre i rischi nel settore bancario, presentate nel novembre 2016 dal Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria e dal Consiglio per la stabilità finanziaria (FSB).

Il pacchetto approvato dal Consiglio include due regolamenti e due direttive, riguardanti:

  • i requisiti patrimoniali delle banche (modifiche del Regolamento n. 575/2013 e della Direttiva 2013/36/UE)
  • il risanamento e la risoluzione delle banche in difficoltà (modifiche della Direttiva 2014/59/UE e del Regolamento n. 806/2014)

Per maggiori informazioni si rinvia al comunicato stampa in allegato.

Spread sbanda dopo Bce. Constancio: Italia rispetti regole Ue, rischia fuga dai BTP

Laura Naka Antonelli finanzaonine.com 28 maggio 2018

Mentre il leader della Lega Matteo Salvini si dice orgoglioso di aver scelto l’economista Paolo Savona per la guida del dicastero dell’economia, i mercati tornano così a innervosirsi.

Attenzione al rischio di una fuga dai bond sovrani: l’avvertimento della Bce ai paesi più indebitati dell’Eurozona arriva poche ore dopo la decisione del Colle di affidare a Giuseppe Conte il compito di formare il governo M5S-Lega.

Non è tanto Conte a spaventare i mercati: Bce, investitori e strategist continuano a focalizzare la loro attenzione sul contratto di governo stilato dai due partiti e sul rischio che l’Italia torni a spendere al di là delle sue possibilità, facendo salire di nuovo il debito pubblico, per giunta in aperta violazione delle regole di bilancio fissate dall’Ue.

E così, nell’ultima edizione del report Financial Stability Review, la Bce parla della minaccia che i paesi più indebitati dell’area euro  decidano di allentare troppo i cordoni della borsa, attraverso manovre di politica fiscale troppo espansive che mettano sull’attenti gli investitori, e dunque la loro propensione a puntare sui titoli di Stato dell’Eurozona. Chi è già investito sui bond sovrani, avverte l’istituzione, potrebbe decidere per esempio di scappare.

“Un eventuale deterioramento della crescita o un allentamento fiscale nei paesi con elevati livelli del debito potrebbe avere conseguenze sull’outlook fiscale e, di conseguenza, anche sul sentiment del mercato verso alcuni paesi dell’area euro emittenti di bond sovrani”, si legge nell’analisi della Bce.

Nel report vengono fatti i nomi di Italia, Francia, Belgio, Portogallo: tutti paesi che, secondo l’Eurotower, rischiano di non attenersi ai diktat di Bruxelles.

Mentre il leader della Lega Matteo Salvini si dice orgoglioso di aver scelto l’economista Paolo Savona per la guida del dicastero dell’economia, i mercati tornano così a innervosirsi e lo spread BTP-Bund supera nuovamente nei massimi intraday quota 190, dopo che nelle prime ore della mattinata era sceso anche sotto 180 punti base. C’è poco, tra l’altro, di cui rallegrarsi.

Così come riporta il Financial Times Vitor Constancio, vice presidente della Bce, commenta la situazione italiana, da un lato invitando gli investitori a non ricadere nella trappola del panico, dall’altro lato ricordando però  a Roma i compiti che deve fare.

Il rialzo dei tassi dei BTP decennali, sottolinea, è stato “significativo”, ma non “enorme”. Detto questo, “l’Italia deve rispettare le regole dell’Unione europea in tema di bilancio”.

Il numero due della banca centrale europea, inoltre, non smorza i timori sul rischio che, con i suoi problemi, l’Italia possa contagiare gli altri paesi dell’area euro. Il rischio contagio, sottolinea, “rimane sul tavolo, soprattutto in caso di ulteriore rialzo dei tassi (dei bond italiani)”.

Insomma, la Bce non ritiene che ci sia il pericolo, nell’immediato, di un panico sui mercati, così come crede che le valutazioni eccessive di alcuni settori, come quelle dei corporate bond High Yield, siano state in parte corrette.

Tuttavia, “sui mercati finanziari globali le vulnerabilità stanno aumentando“.

E, nel caso specifico dell’Eurozona, quattro sono i rischi che devono essere attentamente monitorati nel corso dei prossimi due anni: 1) il possibile effetto contagio di un repricing del rischio; 2) l’effetto anche in questo caso domino di un eventuale indebolimento della performance finanziaria delle banche; 3) la sostenibilità dei debiti pubblici e privati; i rischi di liquidità che provengono dal settore finanziario, non solo dalle banche”.

“Tutti questi quattro rischi sono interconnessi e ognuno di essi potrebbe scatenare gli altri”, avverte la Bce.

Ma Salvini rimane irremovibile:

L’Europa consiglia, a volta minaccia, e già dice che dovremmo fare una manovra da 10 miliardi di euro di tasse. Stiamo scherzando? L’ultima cosa di cui l’Italia ha bisogno è un aumento delle tasse. Penso che gli italiani ci abbiano votato per fare l’esatto contrario di quello che l’Ue ci ha suggerito e imposto negli ultimi anni”. Così il leader della Lega, nel corso di una diretta Facebook .

Infine, ad alimentare le preoccupazioni sono anche le minute della Banca centrale europea relative all’ultima riunione del Consiglio direttivo degli scorsi 25-26 aprile.

Dai verbali emerge che “l’incertezza sull’outlook è aumentata rispetto al meeting di politica monetaria del mese di marzo”.  E che “un rallentamento più pronunciato della domanda, dovuto in particolare a fattori esterni, potrebbe non essere di conseguenza escluso”.

Foa: entro 5 anni ci portano via tutto, casa e risparmi, come in Grecia. Va fermata l’élite che ci inganna con le fake news

politicamente scorretto.info 28 maggio 2018

Oggi credo che nelle nostre società ci sia questa percezione molto netta: o le cose cambiano nei prossimi cinque anni, oppure andremo a compromettere le conquiste economiche, sociali e anche private che noi – italiani ed europei in generale – abbiamo costruito negli ultimi 60-70 anni. Nel suo blog, Panagiotis Grigoriou descrive per filo e per segno le operazioni di ingegneria sociale che stanno applicando alla Grecia. In Grecia, i giornalisti della Tv pubblica erano i più accaniti sostenitori delle riforme che Bruxelles proponeva. Che fine hanno fatto? Hanno chiuso la Tv pubblica, sono tutti disoccupati. Andate a chiedere alla classe media greca: si illudeva, per il fatto di avere qualche centinaio di migliaia di euro in tasca, l’alloggio ad Atene che valeva 700.000 euro, la casetta sull’isola. “Che cosa può accadermi?”, pesava: “Ho abbastanza grasso”. Andate a chiedere a loro: è rimasto ben poco. Il punto è che le logiche della gestione del potereindicano che la rotta scelta da un certo establishment europeo sta portando verso una società neo-feudale, purtroppo, in cui c’è una piccola, vera casta, molto privilegiata, e gli altri diventano servi della gleba.

Puoi essere di destra o di sinistra, ma questo ti colpirà in ogni caso. Puoi essere liberista o meno, liberale o socialdemocratico: ti colpisce. Il Fondo Monetario Internazionale ha appena detto: attenzione, per rilanciare l’Italia bisogna andare a tassare le 

proprietà immobiliari e le ricchezze. Ed è molto significativo, il fatto che l’abbia detto in questo momento. Indica una rotta: significa che queste élite non hanno capito qual è il cuore del problema, vogliono continuare a perseguire il loro programma – che è aberrante, perché ci renderà tutti molto più poveri, e ci toglierà quella libertà che abbiamo conquistato. A questo non bisogna arrendersi, e per questo noi combattiamo. Per questo è molto importante capire i meccanismi dell’informazione e del condizionamento sociale e psicologico, perché è la cosa che più di ogni altra “loro” temono. Le “fake news” sono semplicemente un pretesto per imporre la censura, tenetelo a mente: e questo messaggio non deve passare, perché – se passa – non ci saremo neppure più noi a cercare di spiegarvi come vanno le cose. Questo è quello che vogliono.

La polemica su Facebook e Cambridge Analytica? E’ un puro pretesto: sapevamo tutti che Facebook usa e manipola i dati che noi gentilmente gli diamo. Quando li manipolava Obama andava benissimo, se invece li usa Trump allora scoppia il casino, perché si sono resi conto che il meccanismo che avevano creato era uscito dal loro controllo e quindi stanno cercando di riportarlo sotto quel controllo. Tutto questo bisogna denunciarlo con forza. Implica una lotta continua di informazione, anche una lotta politica, bisogna mantenere gli occhi aperti e la voglia di non arrendersi. Io continuo a credere che sia possibile che ci sia tutto sommato anche un “karma” che ci può aiutare, perché alla fine il “karma” è assolutamente dalla nostra parte. E questa è una ragione molto valida, per continuare ad andare avanti.

(Marcello Foa, dichiarazioni conclusive della conferenza “Gli stregoni della notizia”)

Governo, istituto Carlo Cattaneo: “Al voto sarà cappotto M5s-Lega”

dire.it 28 maggio 2018

E’ un’Italia giallo-verde quella che potrebbe uscire dalle prossime elezioni. L’Istituto Cattaneo quantifica la minaccia del voto anticipato e ipotizza uno scenario con M5s e Lega alleate. Sul maggioritario Di Maio e Salvini potrebbero realizzare un vero e proprio cappotto lasciando alle altre forze politiche solo le briciole.

L’esercizio dell’Istituto si basa sui risultati del 4 marzo e la formazione di un’alleanza-cartello elettorale composta dagli unici due partiti che, fino ad oggi, hanno trovato un accordo per la creazione di un governo. Dall’altro un aggregato formato da Partito democratico, Forza Italia e dai loro alleati minori. Il dato analizzato dal centro studi riguarda il voto nei collegi uninominali, sia alla Camera dei deputati che al Senato.

L’ipotetica alleanza tra M5s e Lega consentirebbe ai due partiti di conquistare all’incirca il 90% dei seggi nelle due Camere. Più nello specifico, il cartello gialloverde risulterebbe il più votato in 219 collegi su 232 (94,4%) alla Camera dei deputati e in 104 collegi su 116 (89,7%) al Senato. Questo risultato consentirebbe di superare il dualismo geografico che si è manifestato nelle ultime elezioni, con un centrodestra a guida leghista dominante nelle regioni centrosettentrionali e il M5s in una situazione di predominio nelle zone centro-meridionali.

In questo contesto, la particolare distribuzione geografica dei consensi a Lega e M5s, incrociata con lo strumento del collegio uninominale (previsto per un terzo dei seggi parlamentari), metterebbe i due partiti in una situazione di sostanziale monopolio nella componente maggioritaria della legge elettorale. Di conseguenza, allo schieramento di partiti opposto (Pd, Fi e alleati minori) andrebbero soltanto una manciata di seggi urbani (a Milano e Torino), nei residui della ex-zona rossa (Emilia e Toscana) e nei collegi del Trentino-Alto Adige.

Banche a picco in Borsa, ma la colpa non è solo della politica

espresso.repubblica.it 28 maggio 2018

Il mercato punisce gli istituti di credito. Perché il boom dei profitti del primo trimestre si spiega anche con operazioni straordinarie E la ristrutturazione del settore, avviata con colpevole ritardo, non è ancora stata completata

Neppure il tempo di festeggiare i conti da record del primo trimestre, di salutare la luce in fondo a un tunnel che sembrava infinito, tra scandali, fallimenti, polemiche assortite e perdite in bilancio. Per le banche tira di nuovo una brutta aria. Il temporale è tutto politico, almeno in apparenza. L’incertezza sugli esiti della crisi di governo, dopo lo stop del presidente della Repubblica alla lista dei ministri presentata da Cinque Stelle e Lega, rischia di diventare l’innesco di una tempesta finanziaria prossima ventura. Un film del’orrore che prevede, in sequenza, spread fuori controllo, tensioni al rialzo sui tassi d’interese e deficit pubblico in aumento. Con l’incognita supplementare delle prossime mosse della Bce di Mario Draghi, che prima o poi smetterà di pompare miliardi sui mercati per frenare il ribasso delle quotazioni dei titoli di Stato.

Questo, in sintesi, è lo scenario da incubo dipinto dai pessimisti. Non è detto che diventi realtà, ma basta la semplice ipotesi per seminare dubbi e incertezze. Si spiegano così gli scossoni in Borsa di questi giorni, con le azioni bancarie costrette alla ritirata dopo la rimonta dei mesi scorsi. La campagna di primavera, che coincide con la presentazione dei risultati dei primi tre mesi dell’anno, era partita sotto i migliori auspici. «Il motore delle banche ha ripreso a girare alla grande», era il commento unanime degli analisti, mentre investitori grandi e piccoli sognavano nuovi rialzi sul mercato.

Tanto ottimismo si fondava sui numeri. I conti trimestrali dei principali istituti quotati a Piazza Affari grondano profitti. Intesa festeggia 1,2 miliardi di utili, quasi il 40 per cento in più rispetto al dato di marzo 2017. Unicredit viaggia poco distante, con un risultato netto di 1,1 miliardi contro i 900 milioni di un anno fa. Come dire che i due colossi nazionali del credito hanno accumulato oltre 2,3 miliardi di margine positivo nell’arco di soli tre mesi.

La musica non cambia nelle posizioni di rincalzo, tra le banche di medie dimensioni come la bresciana Ubi, la terza per numero di filiali in Italia, che ha chiuso il primo trimestre con profitti per 118 milioni. È andata ancora meglio per la modenese Bper che ha inaugurato l’anno con utili per 251 milioni, mentre il Banco Bpm, nato nel 2017 dall’unione della Popolare Milano con il Banco Popolare, è arrivato a quota 223 milioni. Perfino il Monte dei Paschi, malato cronico del sistema e salvato dal crac l’anno scorso solo grazie all’intervento dello Stato, ha fatto segnare un profitto trimestrale vicino ai 200 milioni. Cifre da record, mai viste nell’ultimo decennio, da quando nel 2008 è partita la grande gelata della finanza mondiale che ha innescato prima la crisi del debito pubblico (2011) e poi una recessione economica devastante, la più forte dal crollo del 1929.

IN MEZZO AL GUADO

Le stesse pagine dei bilanci trimestrali, però, aiutano a comprendere anche il brusco cambio d’umore dei mercati. La politica, infatti, non spiega tutto. Il percorso di risanamento del sistema bancario, avviato con colpevole ritardo, ancora non è stato completato ed eventuali nuovi scossoni sul fronte della finanza pubblica potrebbero trasformarsi in ulteriori ostacoli su un sentiero per sua natura già impervio. Senza contare la mina dei Btp, che pesano per centinaia di miliardi nel bilancio degli istituti di credito. In altre parole, gli investitori internazionali vendono il rischio Italia anche liberandosi dei titoli delle banche, imbottite di titoli di stato a loro volta in forte ribasso sui mercati.

Va detto, comunque, che molta strada è già stata fatta per tappare le falle più evidenti nei bilanci bancari. Il problema dei crediti deteriorati, cioè i finanziamenti a clienti insolventi o in grave difficoltà, è stato finalmente affrontato con decisione. La quota delle sofferenze, la categoria dei prestiti più a rischio, è in calo costante, tanto che ormai, secondo le statistiche di Bankitalia, i flussi di nuove partite incagliate sono tornati ai livelli precedenti la crisi. Anche gli accantonamenti per fronteggiare le potenziali perdite sono aumentati. Ormai si viaggia verso un tasso di copertura del 66 per cento, come dire che i due terzi delle potenziali passività derivanti dalle sofferenze sono già state messe a bilancio tra le perdite.

L’opera di pulizia nei conti è stata accompagnata da rafforzamenti patrimoniali imponenti. Tra il 2016 e il 2017 hanno chiesto nuove risorse al mercato sia Ubi sia Banco Popolare, ma il record è di Unicredit che nel 2017 ha varato un aumento di capitale monstre da 13 miliardi, di poco inferiore al valore di Borsa della banca al momento dell’annuncio, a fine 2016. Le banche italiane sono diventate anche più efficienti rispetto agli anni precedenti la crisi. Lo dimostra il miglioramento costante di un indicatore, il cost/income ratio, che misura il rapporto tra spese e ricavi a conto economico. La media del sistema ormai si aggira intorno al 65 per cento, ma per i due campioni nazionali del settore il parametro segnala un risultato ancora migliore. Alla fine del primo trimestre dell’anno Unicredit è arrivata a quota 53,5 per cento, con un taglio di 2,5 punti percentuali rispetto al 2017, mentre Intesa è scesa addirittura fino al 47,7 per cento.

PROFITTI UNA TANTUM

Tutto bene, quindi? Le banche tricolori sono avviate a lasciarsi alle spalle una volta per tutte i problemi emersi nel lungo inverno della crisi? A una lettura più attenta si scopre che il boom di profitti dei grandi istituti quotati in Borsa si spiega almeno in parte con operazioni straordinarie che difficilmente si potranno ripetere in futuro. C’è per esempio il caso di Bper, la Popolare emiliana che, come detto, nel primo trimestre del 2018 ha fatto il record di utili, volati a 251 milioni contro i 14 milioni registrati a marzo dell’anno scorso. Ebbene, l’exploit del gruppo guidato dall’amministratore delegato Alessandro Vandelli è in gran parte il frutto di operazioni finanziarie, cioè i guadagni realizzati, si legge nella relazione trimestrale, con “la cessione o la negoziazione” di titoli. Questa voce di bilancio vale da sola 154 milioni di profitti nel conto economico, mentre a marzo del 2017 non raggiungeva i 25 milioni. Anche il Banco Bpm ha quasi raddoppiato i profitti, passati da 115 a 223 milioni. Da dove arrivano gli utili supplementari?  Nella relazione trimestrale della banca viene descritto il riassetto delle attività assicurative. In sostanza il business delle polizze è stato ceduto alla Cattolica assicurazioni e la vendita ha fruttato un guadagno di 176 milioni. Senza questo profitto extra il risultato dei primi tre mesi dell’anno sarebbe stato inferiore a quello dello stesso periodo del 2017.

I proventi una tantum hanno messo il turbo anche ai conti di Intesa. Questa volta è un affare che corre in ferrovia. A fine aprile, infatti, il fondo statunitense Global Infrastructure ha rilevato il controllo di Ntv, la compagnia dei treni Italo e tra i venditori, insieme a Diego Della Valle, Luca di Montezemolo e altri con quote minori, c’è anche Intesa che vantava una partecipazione del 18,8 per cento. Gli acquirenti hanno sborsato in totale quasi 2 miliardi di euro (1.980 milioni) e l’incasso per la banca milanese è stato di circa 350 milioni con una plusvalenza di 264 milioni. Questi utili straordinari, contabilizzati nel primo trimestre 2018 perché l’accordo è stato siglato a febbraio, sono andati a ingrassare un conto economico già più che brillante. A conti fatti però, senza questo profitto extra neppure Intesa sarebbe riuscita a migliorare il risultato del primo trimestre del 2017. I tre casi citati dimostrano, cifre alla mano, che il boom degli utili è almeno in parte il frutto di una buona dose di doping finanziario. Tutto secondo le regole, per carità. Semplicemente va detto che stiamo parlando di risultati difficilmente ripetibili in futuro.

PULIZIA IN BILANCIO 

Dall’analisi dei conti emergono piuttosto altri dati, questa volta di carattere strutturale. La pulizia in bilancio degli anni ha consentito alle banche di inaugurare il 2018 riducendo nettamente gli accantonamenti a copertura dei crediti a rischio. Da gennaio a marzo di quest’anno Intesa ha risparmiato circa 200 milioni, Unicredit circa 270 milioni, mentre per Banco Bpm il taglio si aggira intorno ai 30 milioni.

Negli ultimi anni, per effetto della lunga recessione economica, è cambiato il modello di business delle banche, con tutte le conseguenze del caso sui bilanci. L’attività tradizionale, cioè la raccolta di depositi e l’erogazione di prestiti, è diventata sempre meno profittevole. La causa principale di questa evoluzione è stato il calo verticale dei tassi d’interesse, ma non solo. Il rallentamento dell’economia ha fatto in modo che diminuisse anche la richiesta di finanziamenti da parte delle aziende. Solo negli ultimi mesi i crediti a famiglie e imprese hanno dato segnali di ripresa, con un aumento del 2,1 per cento su base annua a marzo del 2018. Lo scenario di fondo, però, non sembra destinato a cambiare, almeno per il momento. Il margine di interesse, cioè la differenza tra i proventi dei prestiti e i costi per remunerare i depositi della clientela, farà segnare, nella migliore delle ipotesi, solo modesti incrementi.

Quindi, per fare profitti i banchieri sono costretti sempre di più a puntare sulle commissioni da servizi, cioè i ricavi che derivano dalla vendita di fondi d’investimento, polizze assicurative e altri prodotti finanziari. Tutto questo accompagnato da un taglio netto dei costi, che in pratica significa chiusura di filiali e riduzione del personale. Ecco qualche numero, giusto per dare un’idea.

Nel primo trimestre del 2010 Unicredit aveva incassato a titolo di interessi circa 4 miliardi di euro, che sono diventati circa 2,6 miliardi da gennaio a marzo di quest’anno. Manca all’appello, quindi, quasi un miliardo e mezzo di euro. Per far quadrare i conti la banca con base nel grattacielo di Piazza Aulenti a Milano si è sottoposta a una pesantissima cura dimagrante. Sono state cedute partecipazioni e attività considerate non più strategiche, a cominciare da quelle nei servizi finanziari con il marchio Pioneer.

Un capitolo importante del piano industriale varato a fine 2016 dall’amministratore delegato Mustier riguardava il personale. Nell’arco di due anni sono circa 10 mila i dipendenti che hanno lasciato Unicredit, che è un gruppo bancario dalle dimensioni globali, con attività in Italia, Germania, Austria e in un’altra dozzina di Paesi, soprattutto nell’Est Europa. Nel nostro Paese, nel solo 2017, i dipendenti sono passati da 35.200 a 32.300, un calo del 10 per cento in dodici mesi. L’obiettivo finale, secondo i programmi annunciati, sarebbe un taglio di 14 mila lavoratori entro la fine del 2019. Gli effetti sul conto economico sono però evidenti fin da ora. Nell’arco di tre anni, dal primo trimestre del 2015, il costo del personale è passato da 2 miliardi a 1.600 milioni, il 25 per cento in meno.

Pur con numeri diversi, considerazioni simili valgono anche per Intesa. Se il margine di interesse resta quasi invariato (1.855 milioni nei primi tre mesi del 2018 contro 1.805 nello stesso periodo dell’anno scorso) sono le commissioni da servizi fare un balzo in avanti, fino a superare i 2 miliardi (2.008 milioni), circa 150 milioni in più rispetto al 2017. E tra gennaio e marzo di quest’anno anche i costi del personale sono diminuiti dell’1,2 per cento rispetto allo stesso periodo del 2017. Nel frattempo Intesa ha assorbito i 10 mila dipendenti di Popolare Vicenza e Veneto Banca, i due istituti comprati nel giugno 2017 e quindi salvati dall’imminente fallimento. Anche i tagli del personale, tra dimissioni incentivate e prepensionamenti, sono stati in gran parte finanziati grazie ai fondi pubblici assegnati in occasione dell’acquisto dei due istituti sull’orlo del crack. Alla fine quindi l’intera manovra è stata completata a costo zero per la banca, che ha ricevuto dallo Stato 1.285 milioni. Un altro finanziamento a fondo perduto (ed esentasse) da 3,5 miliardi è stato invece concesso dal governo per far fronte agli oneri patrimoniali della doppia acquisizione. Risultato: ai ricchi profitti di Intesa nel 2017, circa 3,8 miliardi, si è aggiunto anche quest’ultimo contributo da 3,5 miliardi. Il totale fa 7,3 miliardi. Grasso che cola.

Cottarelli riceve incarico governo, parola al Parlamento: Italia rischia ricatto spread e aumento Iva

Laura Naka Antonelli finanzaonline.com 28maggio 2018

Mattarella aveva già lanciato alert: con voto autunno non ci sarebbe “il tempo di elaborare e approvare la manovra finanziaria e il bilancio dello Stato. Con il conseguente e inevitabile …

La parola passa ora al Parlamento: Carlo Cottarelli, incaricato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella di formare un governo dopo il flop delle trattative per un esecutivo M5S-Lega, è stato chiaro. Subito dopo aver incontrato Mattarella ha fatto capire che non c’è tempo da perdere:

“Mi presenterò al Parlamento con un programma che, in caso di fiducia, prevede l’approvazione della legge di bilancio per il 2019, in seguito alla quale il Parlamento verrebbe sciolto con le elezioni a inizio 2019. In assenza di fiducia, il Governo si dimetterebbe immediatamente e il suo principale compito sarebbe la gestione ordinaria dell’amministrazione, accompagnando il Paese alle elezioni dopo il mese di agosto”.

L’ex commissario della Spending Review dei governi Letta e Renzi, l’uomo che ha fatto del risanamento dei conti pubblici quasi la missione della propria vita, ex funzionario dell’Fmi e di Bankitalia, si è detto onorato di aver ricevuto l’incarico, ben consapevole del rischio di non ricevere la fiducia.

“Mi impegno a non candidarmi alle prossime elezioni e chiederò la stessa cosa agli altri membri del governo – ha continuato Cottarelli –  Negli ultimi giorni sono aumentate le tensioni nei mercati finanziari,  ma voglio sottolineare che l’Italia assiste a un’economia in crescita, i conti pubblici sono sotto controllo. Un governo da me guidato assicurerebbe la gestione prudente dei conti pubblici“.

La crisi istituzionale rimane aperta, e i mercati stanno tutti scontando il rischio che il governo Cottarelli non riceva la fiducia in Parlamento, tanto che lo stesso neo premier incaricato non si fa grandi illusioni.

In caso di mancata fiducia, tuttavia, l’Italia rischia di soccombere non solo al rischio spread, ma anche al rischio di un aumento dell’Iva: in assenza di un governo nel pieno dei poteri che sia capace di varare una legge di bilancio, l’aumento dell’Iva scatterebbe infatti dal 1° gennaio del 2019.

Qualche settimana fa, quando la stessa ipotesi M5S-Lega era in forse, Barclays aveva parlato del rischio di elezioni anticipate affermando che, tornare al voto a settembre, avrebbe dato “un tempo molto limitato per identificare misure fiscali alternative necessarie per evitare di innescare, dal 1 ° gennaio 2019, clausole di sicurezza fiscale legislative, compresi aumenti dell’IVA di 2,2 punti per l’aliquota normale (al 24,2%) e 1,5 punti per quella agevolata (11,5%), per un valore di circa 15 miliardi di euro”.

Ancora prima, uno studio de Il Sole 24 Ore aveva affermato che un aumento di Iva ed accise porterebbe nel 2019 ad un aggravio di spese per le famiglie di circa 317 euro.

Così aveva detto inoltre lo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’inizio di maggio, quando si era fatta l’ipotesi di tornare alle urne il prossimo 22 luglio.

“Non ci sono i tempi per votare entro giugno – aveva avvertito Mattarella – Sarebbe possibile svolgere (le elezioni anticipate) in piena estate ma finora si è sempre evitato di farlo perché questo renderebbe difficile l’esercizio del voto agli elettori. Si potrebbe quindi fissarle per l’inizio dell’autunno” Quanto praticamente ha detto Cottarelli, affermando che in caso di mancata fiducia il paese tornerebbe al voto “dopo il mese di agosto”.

Mattarella, a tal proposito, aveva parlato in quel discorso del rischio che, con un voto in autunno, “non ci sarebbe stato “il tempo di elaborare e approvare la manovra finanziaria e il bilancio dello Stato. Con il conseguente e inevitabile aumento dell’Iva e con gli effetti recessivi che questo aumento provocherebbe”.

M. Le Pen afferma che ieri c’è stato un golpe in Italia (Presidente, ce l’ha con Lei: la prego, la denunci!!!). Intanto Cottarelli funziona, ma al contrario (spread a 230)

Mitt Dolcino scenari economici.it 28 maggio2018

Potrei dire post muto. Potrei.

Diciamo invece che bisognerebbe denunciare Marine Le Pen, magari arrestarla, per aver detto pubblicamente che in Italia c’è stato un golpe! E lo di dico da italiano. In Italia la parola golpe NON si può ne si deve dire, non c’è stato NESSUN golpe. Dunque arrestiamo Marine Le Pen, l’incendiaria, colei che più di ogni altro è considerata fascista in EUropa!! [da La Stampa, oggi, LINK]

Che volete che vi dica di più, solo che stiamo scrivendo la storia, mi sa.

Intanto Cottarelli appena arrivato funziona, ma al contrario: lo spread invece di scendere sale a 230! Quasi una nemesi per il deretano dei contribuenti italici…

Ricordo le misure che Cottarelli ha pronte per l’Italia: tra tutte, raddoppio dell’avanzo primario e riduzione del rapporto debito/PIL. Ossia, vuoto per pieno 80-100 miliardi di tasse in più durante 4 o 5 anni, totale 400 o 500 miliardi di maggiori tasse (senza però ri-innescare la crescita in Italia, ndr).

Italiani, siete pronti? E, ditemi di grazia: siete sicuri che da qui a 12 mesi sarete ancora d’accordo con la scelta di Sergio Mattarella? Chi scrive è e resta favorevole ad un governo giallo-verde con Savona quanto meno come ministro dell’Economia, se possibile anche primo ministro.

Ai posteri l’ardua sentenza.

MD

Fuga dall’euro? In Germania qualcuno ci pensa sul serio

Rosario Murgida finanzareport.it 28 maggio 2018

Centinaia di economisti tedeschi lanciano avvertimenti. No alla riforma della governance europea e alle attuali politiche monetarie, ma solo lo status quo che conviene

La Germania continua a voler dettare le proprie regole all’Europa. Più di 150 economici tedeschi, tra cui Juergen Stark, ex membro del comitato esecutivo della Bce, hanno infatti firmato un nuovo documento per rigettare le idee di riforma della governance europea e per criticare le politiche monetarie della Bce. Si tratta dell’ennesimo intervento dopo quello di aprile sull’opportunità di una procedura di uscita ordinata dall’euro.

Insomma la Germania, dall’alto del suo ruolo di locomotiva europea, continua a perseguire la sua egemonia politica nel Vecchio Continente, mentre l’alleato francese spinge per una riforma delle regole che rappresenti una spinta verso il rilancio dell’attuale Unione Europea.

La questione forse più importante è che ora, dalle parte di Berlino e dintorni, si inizia a ragionare anche sulla possibilità di definire le procedure necessarie per consentire a un Paese dell’area Euro di abbandonare la moneta unica.

Si tratta di uno scenario non previsto dagli attuali trattati ma sempre più emergente in scia al dibattito emerso non solo in Italia sulla conferma o meno dell’euro e soprattutto sulla riforma di una governance che da anni mostra pecche e problemi. A dimostrarlo è stato il caso della Grecia con l’ipotesi dell’uscita dall’euro più volte sollevata ma mai diventata reale.

In Germania, dunque, c’è qualcuno che sta iniziando a pensare seriamente di aprire le porte a una revisione dell’attuale perimetro dei Paesi appartenenti all’area. In fin dei conti è la replica di quell’idea dell’Europa a due velocità da sempre in circolazione in un Paese che mai ha visto di buon occhio l’adozione della moneta unica da parte dell’Italia.

Nel documento si chiede di definire le procedure di uscita non solo per i Paesi in difficoltà o intenzionati a fare un passo del genere ma anche per quella stessa Germania da sempre intransigente nell’accettare di condividere i rischi dell’Unione Europea con gli altri membri. La questione, che dovrebbe comunque seguire i tempi lunghi delle trattative ai massimi livelli dell’Europa, ha un impatto anche economico e in questo caso riguarda gli avanzi o i disavanzi della piattaforma Target2 che regola i flussi di pagamento tra le banche europee. Il governatore dell’Eurotower,

Mario Draghi, ha più volte ribadito che l’eventuale fuga dall’euro implicherebbe la necessità per i Paesi in disavanzo a saldare il deficit. E l’Italia oggi ne ha uno di circa 400 miliardi.

Con il documento gli economisti tedeschi mettono comunque in chiaro una posizione che la Germania tiene da tempo: no alla condivisione dei rischi perché indurrebbe a una deresponsabilizzazione dei Paesi sul fronte delle politiche di direzione del debito e di miglioramento del contesto bancario. Quindi non si deve pensare a un fondo monetario europeo né a sistemi comuni di garanzia dei depositi bancari né a un ministro delle Finanze comunitario.

E un altro no è rivolto ancora una volta alla Bce per le sue politiche monetarie ultraccomodanti perché non fanno altro che monetizzare il debito. Peccato che sia proprio la Germania ad averne visto i maggiori benefici negli ultimi anni grazie ai tassi di interesse negativi spuntati sulle sue emissioni.

Insomma nulla di nuovo se non fosse che il documento viene diffuso in un momento di forte tensione politica a livello europeo e con il vertice del Consiglio Europeo ormai alle porte. Del resto alla Germania conviene l’attuale status quo: eventuali riforme non andrebbero a suo vantaggio.

Premier ceco Babiš: no ingresso euro, rischiamo di pagare debiti Italia e Grecia

Laura Naka Antonelli finanzaonline.com 28 maggio 2018

Senza l’euro la Repubblica ceca ha le banche più in forma d’Europa, che distribuiscono ottimi dividendi agli azionisti stranieri”.

Critica l’euro, ma critica anche l’Italia: Andrej Babiš, primo ministro della Repubblica Ceca, non ha assolutamente fretta, e tanto meno intenzione, allo stato attuale delle cose, di far entrare il suo paese nell’euro. Nel corso di una conferenza “Che tipo di Unione europea vogliamo”, il primo Babis ha affermato che l’adesione all’Eurozona non è assolutamente una priorità, visto che le cose vanno bene con la valuta nazionale ceca. Se ci fossero problemi, ha aggiunto, ci sarebbe sempre l’ancora di salvataggio rappresentata dalla Banca centrale, che ha sempre agito in modo appropriato in passato.

Nel caso della Grecia e dell’Italia, ha detto ancora Babiš, la moneta unica è stata un esperimento sconsiderato.

Il premier ha parlato in occasione dell’apertura dell’ inaugurazione a Brno di una mostra per celebrare il centenario della nascita della Cecoslovacchia e della indipendenza nazionale. Da segnalare che sia la Slovacchia che la Repubblica Ceca fanno parte dell’Unione europea, ma mentre la prima utilizza anche l’euro, ed è dunque entrata anche nell’Eurozona, Praga ha tenuto finora le distanze, rimanendo fedele alla sua corona.

Rivolgendosi al premier slovacco, Babiš ha augurato alla Slovacchia di non trovarsi nella situazione di “dover pagare i debiti di Italia e Grecia”, mettendo in evidenza la solidità delle banche della Repubblica Ceca:

“Senza l’euro la Repubblica ceca ha le banche più in forma d’Europa, che distribuiscono ottimi dividendi agli azionisti stranieri”.

Con lo slogan “né euro né migranti”, Babiš, – ribattezzato il Trump ceo – ha trionfato alle elezioni dello scorso anno, con il suo partito ANO che ha battuto il Partito conservatore Democratici Civici aggiudicandosi il 29,7% dei voti.

Miliardario populista è stato definito la nuova minaccia all’Unione europea da più parti, e diverse volte non ha mancato di lanciare affondi contro l’euro.

Italia nel mirino della finanza ma anche di diversi paesi europei: le critiche arrivano da cori diversi. In questo caso, è il populismo che parla, attaccando non tanto Salvini & Co. ma chi ha permesso all’Italia (e alla Grecia) di entrare nell’euro. Non è passato inosservato un altro attacco all’Italia, quello di Der Spiegel: in questo caso, una critica di matrice totalmente diversa, quella del rigore dei tedeschi, che non hanno esitato a definire l’Italia un paese scroccone.

In un durissimo affondo firmato da Jan Fleischauer, der Spiegel ha attaccato l’Italia frontalmente:

“Come si dovrebbe definire il comportamento di una nazione che prima chiede qualcosa per lasciarsi finanziare il suo proverbiale ‘dolce far niente’, e poi minaccia coloro che dovrebbero pagare se questi insistono sul regolamento dei debiti? Chiedere l’elemosina sarebbe un concetto sbagliato. I mendicanti almeno dicono grazie, quando gli si dà qualcosa. Scrocconi aggressivi si avvicina di più” al comportamento dell’Italia

Comprare l’Italia (per poi chiuderla) prima che crolli l’euro

libreidee.org

La teoria comincia a confermare i peggiori presagi di alcuni “malpensanti”, ad esempio Mitt Dolcino che mi ospita su questo sito. Quello che è stato a più riprese previsto dall’autore sopra citato si può riassumere come segue: la stagflazione in regime di cambi fissi è una moderna forma di neocolonialismo tedesco a danno dei supposti “partner” deboli dell’Ue; le ricette austere di matrice tedesca stanno indebolendo le aziende dell’Europa periferica ed italiana in particolare che quindi vengono acquisite dall’estero, con massima attenzione per quei paesi che competono direttamente con la Germania (ad es. l’Italia, soprattutto l’Italia); appunto, la Germania è interessata ad acquisire nel Belpaese i competitor delle propie grandi aziende, non per investire con/in esse ma semplicemente per eliminare un avversario (pls check); questo verrà provato a breve con lo svuotamento delle attività italiane delle aziende acquisite, prima di tutto in termini di manodopera e di investimenti (nell’arco di circa un triennio); la Germania deve acquistare quel che resta delle imprese italiane – maggior competitor manifatturiero della Germaniaprima che l’euro si rompa, onde ovviare alla innegabile competizione della italiana a seguito della svalutazione competitiva che seguirà.

Ecco, questa è in pillole la teoria che Mitt Dolcino ha propugnato nei suoi interventi degli scorsi tre anni; forse bisognerebbe ponderare se avesse/avrà o meno ragione, l’acquisto di Italcementi – il più grande cementiere del sud Europa – è un boccone enorme. Di più, un vero banco di prova. Vero che su questo sito si era preconizzata l’acquisizione in passato di Enel da parte dei tedeschi. Altrettanto vero che tale “piece of news” pare fosse informazione accurata, peccato che da una parte l’acquirente in pectore tedesco si stia letteralmente liquefacendo a seguito dei suoi enormi errori manageriali e dei pessimi (relativi al settore) risultati di bilancio (…); dall’altra il duo “governo/Ad di Enel” [bravissimo] hanno saputo tessere una tela ramificatissima e pregevolissima che, anche grazie a supporti esterni (Usa, vedasi l’accordo con Ge per il rinnovabile in Nord America) e all’astuzia del governo con le Tlc in fibra allocate al gigante elettrico, ha esteso le coperture della golden share [e della geopolitica che conta] alla nostra multinazionale dell’energia.

Ma ciò non toglie che quello di Italcementi sia un vero simbolo, un passo decisivo nel piano egemonico tedesco, certamente – si teme – solo il primo di una serie: la Germania, avendo compreso che l’euro è destinato a crollare, deve comprare ora le aziende che le fanno concorrenza, soprattutto nella manifattura e soprattutto nel suo settore di elezione, quello primario (cemento, acciaio, energia, autotrazione, chimica etc. ma non nell’oil in quanto ne fu esclusa dopo la sconfitta nell’ultima guerra). O al limite farle chiudere/sperare che chiudano, come la Riva Acciai competitore della iper-problematica ThyssenKrupp (il crollo di Riva a fine del 2011 ha prima di tutto salvato il gigante tedesco dell’acciaio; coincidenza delle coincidenze è che il crollo del nostro gruppo siderurgico sia coinciso con l’alba del governo di Mario Monti e del golpe contro un primo ministro italiano democraticamente eletto, considero il Professore certamente un affiliato o quasi dell’ordoliberismo tedesco, per non dire molto di più).

E – lo ripeterò fino allo sfinimento – la Germania deve acquisire i propri competitor in Ue indeboliti dalla crisi prima che l’euro si rompa, con il fine di evitare che la svalutazione competitiva italiana spiazzi i suoi giganti nazionali. Ben inteso, sarà facile verificare che Heidelberg ha acquisto Italcementi per farla chiudere o comunque per ridimensionarla, eliminando un competitor. Per altro solo l’aspetto fiscale – tasse molto più basse in Germania che in Italia – giustificherebbe la chiusura della maggioranza delle filiali italiane rispetto a quelle meno tassate/vessate in Germania. Verificate gente, verificate se quanto stiamo asserendo si trasformerà in realtà: in particolare occhio all’occupazione di Italcementi nei prossimi tre/quattro anni ed ai tagli che seguiranno, facile prevedere che finirà come Acciai Speciali Terni simboleggiata nel disastro di Torino, bassi investimenti e chiusura progressiva (speriamo che questa volta almeno si eviti la tragedia). Credetemi, questa storia la conosco davvero bene e non temo – purtroppo – smentita nella visione proposta.

E in tutto questo tristissimo epilogo, i nostri politici fanno grande fatica a riconoscere la grave realtà che ci aspetta; questo è l’aspetto più irritante. E soprattutto, a vedere l’ormai evidente protervia tedesca, un piano ben congegnato. Attenti, politici: se la disoccupazione dovesse esplodere per colpa diretta dei tedeschi, stile abbattimento/forte ridimensionamento di Italcementi da parte di Heidelberg, penso che questa volta rischierete davvero di pagarla di fronte ai cittadini, soprattutto vis a vis con le maestranze esodate in forza ad esempio degli effetti del Jobs Act. E ai giovani intraprendenti dico: andatevene da questo paese, se la politica permette che gli stranieri che ci impongono il rigore ci comprino i nostri grandi gruppi a valle all’indebolimento preventivo causato dall’austerity, per voi non c’è futuro. E probabilmente nemmeno per i giovani politici; aspettate per credere, sono pronto a scommettere che da qui a qualche anno saranno loro i responsabili del disastro. Ben inteso, fosse per me chiederei a Mario Monti di emigrare…

(“La teoria secondo cui il sistema tedesco deve comprarsi la manifattura italiana prima del crollo dell’euro comuncia ad avverarsi: Italcementi acquistata da Heidelberg”, intervento di “Fantomas” da “Scenari Economici” del 29 luglio 2015).

Il Guardian critica l’Italia delle cure miracolose e dell’eurofobia. Torna di moda grafico PIIGS

Laura Naka Antonelli finanzaonline.com 28 maggio 2018

Attenti alla zavorra BTP che pesa sulle banche italiane. Ecco le esposizioni di UniCredit e Intesa SanPaolo.

Cure miracolose ed eurofobia“. Così il Guardian esprimeva i suoi dubbi sul governo nascente M5S-Lega. Governo che non nascerà, non ora per lo meno, dopo il no del presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla proposta, considerata dai due partiti imprescindibile per la formazione di un esecutivo,  di Paolo Savona al dicastero dell’Economia.

Il quotidiano britannico si chiedeva se davvero Giuseppe Conte potesse essere in grado di risanare l’Italia, ricordando come il presidente del Consiglio incaricato (ormai ex) fosse stato l’avvocato della famiglia di Sofia De Barros, la bambina colpita da una malattia neurodegenerativa che divenne il volto più noto nella vicenda Stamina.

Fu Conte ad andare dal giudice e a chiedere che la bambina venisse sottoposta al trattamento “Stamina”, nell’ambito di una battaglia che già vedeva in prima linea il M5S, che descriveva la storia di de Barros come la prova – ricorda il Guardian – di come “l’establishment” italiano stesse danneggiando i cittadini, impedendo l’applicazione della cura.

“Conte è stato scelto (come premier del nuovo governo M5S-Lega), nonostante la mancanza di un qualsiasi tipo di esperienza politica, da due leader (Luigi Di Maio e Matteo Salvini) che non sono riusciti a mettersi d’accordo su un qualsiasi altro nome. Dopo il via libera del Quirinale a Conte, è scoppiato il caos sul nome di Paolo Savona (al dicastero dell’Economia) -proseguiva il Guardian, prima dello scoppio della crisi istituzionale delle ultime ore.

Il dramma italiano si sta consumando in queste ore: il pomo della discordia tra Mattarella e M5S-Lega, Paolo Savona all’Economia – che il giornale ricorda essere l’economista “critico infervorato dell’euro” che ha definito la moneta unica “una gabbia tedesca” – non è stato sanato, e tutto il lavoro delle ultime settimane è saltato in aria.

La parola passa ora a Carlo Cottarelli, già convocato da Mattarella per dar vita a quello che sarà un governo neutro, governo del Presidente, che avrà il compito di traghettare l’Italia verso nuove elezioni.

La notizia, inizialmente, fa da assist a BTP e a Piazza Affari: ma l’effetto dura poco. Le preoccupazioni sul futuro dell’Italia sono più forti anche del rigore di Mattarella, in quanto i mercati temono una nuova alleanza M5S-Lega.

D’altronde, la legge elettorale italiana è quella e, nel caso in cui Forza Italia decidesse di dare il suo assist al governo Cottarelli, Salvini potrebbe, come ha detto, decidere di dire stop all’alleanza del centro destra, e tornare da Di Maio & Co.

Intanto i mercati continuano a giudicare l’Italia, mettendola sotto torchio. Indicativo un grafico di Holger Zschäpitz, senior editor del desk finanziario di Die Welt, che ricorda che l’Italia dipende dai mercati, soprattutto se si considera l’emissione di bond prevista per quest’anno.

E lo stesso ricorda anche come le banche italiane siano le prime creditrici del debito pubblico italiano, con una esposizione che è pari a 81,4 miliardi di euro per Intesa SanPaolo e a 54 miliardi per UniCredit.

In tutto questo, si può senz’altro dire che il caso e caos politico italiano hanno riportato i mercati a focalizzare la loro attenzione non solo sul rischio Italia, ma anche su quello di altri paesi che fanno parte del club infelice dei PIIGS.

C’è chi mette in evidenza, infatti, il grafico della rottura dell’euro, cosiddetto in quanto indica il rischio di redominazione degli asset in euro. E a tal proposito viene fatto notare il balzo del rischio Portogallo.

Il paese è al terzo posto della classifica dei paesi dell’Unione europea più indebitati, e al momento ha un rapporto debito-Pil pari al 122,5%. I paesi più indebitatoi in assoluto sono la Grecia, con un rapporto debito-Pil al 177,8% e l’Italia, con un 130,7%.