Giuseppe Castagna – il mondo e’ cambiato e sta cambiando velocemente: -BancoBpm: da cda ok a piano compensi, bonus 50% in azioni a supermanager

citywire.it 28 febbraio 2018

BancoBpm: da cda ok a piano compensi, bonus 50% in azioni a supermanager

Il Cda di Banco Bpm ha deliberato i termini essenziali del piano di compensi basato su azioni della banca, da sottoporre all’approvazione della prossima assemblea dei soci del 7 aprile 2018.

Il piano, informa una nota, consente la valorizzazione di una quota della componente variabile della remunerazione a valere sul sistema di incentivazione annuale (2018), rivolto a componenti esecutivi del Cda e a dipendenti e collaboratori del Gruppo bancario Banco Bpm (riconducibili alla categoria del personale più rilevante) che prevede l’assegnazione gratuita di azioni ordinarie Banco Bpm.

La modalità di pagamento del bonus al personale più rilevante (tra cui l’a.d. Giuseppe Castagna e il d.g. Maurizio Faroni) è strutturata – in coerenza con le vigenti disposizioni normative – in quote up-front e differite, sotto forma di denaro e di azioni, corrisposte in un periodo pluriennale (3 o 5 anni). La struttura di assegnazione delle azioni prevede un periodo di retention (vincolo alla vendita) pari a due anni per la quota up-front e di un anno per le quote differite.

Il piano – prosegue il comunicato – è proposto quindi, nell’ambito delle politiche di remunerazione adottate dal gruppo per il 2018, per allineare gli interessi tra management e azionisti, remunerando le risorse strategiche del gruppo in funzione della creazione di valore nel medio-lungo termine.

Per i soggetti potenzialmente destinatari del Piano, il 50% del bonus riconosciuto, subordinatamente anche al raggiungimento di specifici obiettivi di performance, è corrisposto mediante assegnazione gratuita di azioni ordinarie Banco Bpm, assoggettate a clausole di differimento e di retention (vincolo alla vendita).

Il 60% della componente azionaria matura up-front e il restante 40% è differito in tre quote annuali di pari importo; per importi di bonus riconosciuti superiori a euro 300 mila, la quota upfront è pari al 40% e il restante 60% è differito in cinque quote annuali di pari importo. Il periodo di retention decorre dalla maturazione ed è di due anni per la quota up-front e di un anno per quelle differite, mentre l’effettiva disponibilità delle azioni, da parte dei beneficiari, decorre dal termine del periodo di retention. Considerando il periodo di retention, il Piano si conclude nel 2025.

La maturazione di ciascuna delle quote differite del bonus è sottoposta al rispetto integrale dei cancelli di accesso consolidati e dei relativi valori soglia di confronto previsti per l’esercizio precedente l’anno di maturazione delle medesime.

Il fabbisogno massimo è stimato in euro 11 milioni, di cui euro 1,9 milioni destinati al riconoscimento di eventuali golden parachute.

Alla data odierna non è possibile indicare il numero massimo di azioni ordinarie Banco BPM che verranno assegnate ai sensi del Piano, in quanto la loro esatta quantificazione è condizionata al verificarsi delle condizioni di accesso al sistema di incentivazione annuale (2018), alle performance conseguite da ciascuno dei potenziali beneficiari del Piano medesimo nonché – se del caso – alla eventuale concessione di indennità di fine rapporto/carica.

Poteri forti in campo per rassicurare l’Europa: “Italia un Paese normale”

  1 MARZO 2018 ILGIORNALE.IT

A quattro giorni dalle elezioni l’amministratore delegato della prima banca italiana decide di parlare con uno dei più autorevoli quotidiani tedeschi.

Carlo Messina

L’Handelsblatt ha infatti pubblicato ieri una lunga intervista di due pagine all’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. Che, tra le righe, manda due messaggi: uno all’esterno per rassicurare i mercati e gli scettici europei, a cominciare da Berlino, sulla tenuta del Paese post voto. E l’altro all’interno, ovvero alla politica, invocando una coalizione «che possa lavorare nell’interesse dell’Italia e dell’Europa» e trovare «un modo per ridurre il debito pubblico».

Non si tratta di un’intervista improvvisata, né soltanto del punto di vista di una grande banchiere. Messina guida un istituto sano che l’anno scorso ha supportato privati e imprese con 63 miliardi di nuovo credito e che può dunque permettersi di fare da portavoce al «sistema» economico. Di certo, con il supporto del presidente emerito di Intesa, Giovanni Bazoli, che vanta ottimi rapporti con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. E in serata arriva anche l’assist del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia: «Condividiamo le parole del consigliere delegato di Intesa quando afferma che i fondamentali del Paese non fanno emergere alcuna criticità nel sostegno del debito e nella stabilità dell’euro anche in presenza di un quadro politico incerto». Tutti per uno, uno per tutti.

Segnali necessari anche di fronte alle nuove sfide imposte dalla Vigilanza della Bce e in vista delle «elezioni» che si terranno a Francoforte nell’autunno del 2019 con il tedesco Jens Weidmann pronto a scalare l’Eurotower per prendere il posto di Mario Draghi. Alla raffica di domande fatte dai due giornalisti Regina Krieger e Michael Maisch, Messina risponde senza giri di parole. Cosa ne pensa del capo della Bundesbank come successore di Super Mario? «Noi abbiamo bisogno di qualcuno che lavori per l’Europa e non per un singolo Paese». Quanto alla stabilità dell’euro, «politicamente parlando l’Italia non è in una situazione peggiore rispetto ad altri paesi europei. Neanche la Germania attualmente ha un governo stabile, o mi sbaglio?», alza la voce Messina.

Sul tema della gestione delle sofferenze, cavallo di battaglia dei falchi europei che puntano il dito contro le Cenerentole italiane, l’Ad non accetta lezioni: Intesa ha fatto i compiti a casa – «negli ultimi due anni abbiamo ridotto i crediti deteriorati di 13 miliardi», nel 2023 «sarò ancora al vertice della banca, ma con zero deteriorati» – e «in Italia il problema è sotto controllo. Quando si tratta della stabilità di un sistema finanziario, siamo ora un Paese normale. È vero che singole banche possono avere ancora delle difficoltà, ma vale anche per la Germania».

Poi, il messaggio alla politica. «Abbiamo bisogno di più crescita e dobbiamo trovare un modo per ridurre il debito pubblico», spiega Messina definendo questa «la priorità assoluta» per il dopo elezioni. «Se andiamo a vedere i programmi dei singoli partiti troviamo molte proposte controverse ma tutti concordano su questi due punti e ciò sarà utile per formare una coalizione che possa lavorare nell’interesse dell’Italia e dell’Europa». Per ridurlo offre anche una ricetta: «Il debito pubblico ammonta attualmente a circa 2,2 mila miliardi, al contempo lo Stato e altri enti pubblici possiedono immobili con un valore pari a circa 600 miliardi. Se l’Italia fosse un’impresa, allora il Ceo cercherebbe di vendere una parte di questo patrimonio al fine di ridurre il debito».

Messina (IntesaSp): guardare economia reale forte, non a spread

askanews.it 29 maggio 2018

O si rischiano “errori strategici assoluti”
Messina (IntesaSp): guardare economia reale forte, non a spread

Roma, 29 mag. (askanews) – A guardare la finanza e lo spread invece dell’economia reale si rischiano “errori strategici assoluti”, ha avvertito l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, a margine delle considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia. “Non c’è nessuna correlazione fra lo spread e la forza di questo Paese”, ha detto.

“Credo che quello che è importante è guardare ai fondamentali del Paese. L’economia reale del Paese è forte, in crescita, anche se con alcune disuguaglianze su cui lavorare, come la disoccupazione giovanile. In questo momento bisogna guardare all’economia reale e non all’economia finanziaria – ha detto Messina – perché sennò si rischia di commettere degli errori strategici assoluti. Non c’è nessuna correlazione fra lo spread e la forza di questo Paese”.

 

çççççççççççççççç

 

Veneto Banca e Popolare di Vicenza, Intesa Sanpaolo congela il fondo per i risparmiatori gabbati

Intesa Sanpaolo stoppa il plafond da 100 milioni in favore degli ex soci di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. Come scrive il Mattino a pagina 13, nel chiarire i motivi di tale decisione ai risparmiatori, l’istituto guidato da Carlo Messina (in foto) ha sottolineato che si vede costretta suo malgrado a sospendere il fondo fino a che non verrà esclusa la responsabilità civile della banca verso azionisti e obbligazionisti subordinati delle ex banche venete.

Tale prospettiva, se esclusa dal tribunale di Vicenza, era infatti prevista nel procedimento penale inizialmente aperto nei confronti di Veneto Banca e poi spostato a Treviso.

Sebbene la responsabilità civile di Intesa sia stata espressamente esclusa dal decreto legge relativo alla liquidazione coatta amministrativa delle due ex popolari venete e dagli accordi contrattuali con le due entità in liquidazione, Intesa Sanpaolo ha ritenuto opportuno attendere che il quadro giudiziale si chiarisca per procedere all’erogazione del plafond. Erogazione che avverrà nel corso di un solo anno rispetto alle 5 tranches inizialmente previste per segnalare la vicinanza di Intesa alle famiglie colpite dal crac delle ex banche venete.

ççççççççççççç

 

L’ERRORE CARLO MESSINA LO HA GIA’ FATTO DAVANTI AD UNA ECONOMIA REALE – LE BANCHE VENETE E I SUOI AZIONISTI E A TUTTE LE AZIENDE PASSANDOLE IN SGA E DISTRUGGERLE  – MA DI CHE COSA PARLA ANCORA?

ççççççççççççççççç


Governo, si fanno sentire i poteri forti: l'”avvertimento” di Messina (Banca Intesa)

Governo, si fanno sentire i poteri forti: l’”avvertimento” di Messina (Banca Intesa)

Governo, si fanno sentire i poteri forti. “Attenzione a non perdere la fiducia di  chi sottoscrive il debito italiano”. A sottolinearlo in una intervista al Corsera è Carlo Messina, Ad di Intesa Sanpaolo, che invita a non  sottolineare il ” problema Italia”. “Un paese affidabile con  un’economia forte -spiega- ha le stesse prospettive di Germania,  Francia e Spagna”. “Noi -sggiunge- siamo un paese fatto di persone  abituarte a risparmiare. Oggi possiamo contare su una ricchezza  finanziaria pari a 10.000 miliardidi euro, 6.000 se escludiamo gli  immobili. Affincè questa ricchezza non perda di valore, affinchè gli  italiani non vengano danneggiati, abbiamo bisogno di stabilità”.

Per Messina l’Italia deve puntare “a una maggiore crescita. …

 

Cosa ha detto davvero il commissario Oettinger sugli elettori italiani

il post.it 29 maggio 2018

Il virgolettato che sta girando sui giornali italiani era la libera – liberissima – sintesi di un giornalista

In un’intervista rilasciata al’emittente televisiva tedesca Deutsche Welle, il commissario europeo per il bilancio Günther Oettinger ha parlato anche della crisi istituzionale e politica degli ultimi giorni in Italia. Oettinger si è detto fiducioso del nuovo governo italiano – quello guidato da Carlo Cottarelli, che deve ancora giurare – e del fatto che alle prossime elezioni politiche non si assisterà a un’ulteriore crescita dei partiti populisti e contrari all’euro. L’intervista completa andrà in onda solo stasera alle 21, ma il giornalista che ha intervistato Oettinger – Bernd Thomas Riegert – ha diffuso delle anticipazioni, parafrasando il contenuto di alcune dichiarazioni di Oettinger e generando grande clamore e reazioni molto critiche nella stampa e nella politica italiane.

In un primo tweet sull’intervista, Riegert ha citato una frase tra virgolette attribuendola a Oettinger: «I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto». Quel tweet è stato poi cancellato e Riegert ne ha pubblicati altri due (uno in tedesco e uno in inglese) in cui ha parafrasato quello che gli aveva detto Oettinger e in cui non c’era più la frase incriminata, che nel frattempo era già stata ripresa da tutti i giornali italiani e commentata da politici come Matteo Salvini. Riegert ha confermato al Post che Oettinger non aveva pronunciato la prima frase che gli aveva attribuito, che era un virgolettato falso: una sua sintesi di quello che era stato detto nell’intervista.

I nuovi tweet di Riegert, che sono una nuova sintesi piuttosto libera delle parole di Oettinger – dicono: «Il commissario dell’Unione Europea Oettinger mi ha detto che i mercati e le previsioni finanziarie peggiorate insegneranno agli elettori italiani a non votare per partiti populisti alle prossime elezioni» e includono un virgolettato di Oettinger diverso dal primo: «Posso solo sperare che questo avrà un peso durante la prossima campagna elettorale». Anche questo virgolettato però è diverso da una terza versione delle parole di Oettinger che Riegert ha diffuso poco dopo su Twitter e che sembra essere invece una trascrizione accurata di quello che è stato detto nell’intervista, in tedesco:

«Quello che temo e che penso accadrà è che le prossime settimane finiscano per mostrare drastiche conseguenze nei mercati italiani, sui titoli e sull’economia, così vaste che dopotutto potrebbero spingere gli elettori a non votare per i populisti di destra e di sinistra. C’entra la possibile formazione del governo. Posso solo sperare che questo abbia un peso nella campagna elettorale e che mandi un segnale perché non venga data la responsabilità di governare ai populisti di destra e di sinistra»

DW | Europe

@dw_europe

EU Budget Commissioner @GOettingerEU on Italy:

“My concern, and my expectation is that the coming weeks will show that … Italy’s economic development could be so drastic that this could be a possible signal to voters not to choose populists from left and right.”

Nel tardo pomeriggio Günther Oettinger si è scusato per quanto aveva detto nell’intervista: «Rispetto totalmente la volontà degli elettori di essere di sinistra, di destra o di centro in qualsiasi paese. Parlando degli attuali sviluppi nei mercati in relazione alla situazione italiana, non volevo essere irrispettoso e mi scuso per questo. L’Italia come paese fondatore dell’Unione Europea gioca un importante ruolo nel processo di integrazione europea e spero che continui a farlo».

Günther H. Oettinger

@GOettingerEU

I did not mean to be disrespectful and I apologize for this. Read my full statement on my remarks on in the @dwnews interview: http://europa.eu/rapid/press-release_STATEMENT-18-3983_en.htm  @RiegertBernd

Quirinale, il giallo Cottarelli tra improvvisazione e confusione

FRANCESCA CARLI lettera43.it 29 maggio 2018

I corazzieri che lasciano il picchetto. Poche parole imbarazzate del portavoce del Colle Grasso. Il premier incaricato diretto a Montecitorio. Cosa non torna nell’irritualità dell’incontro con Mattarella.

Era tutto pronto. Fotografi e cronisti appostati in attesa delle dichiarazioni di Carlo Cottarelli sul nuovo governo. E l’account ufficiale del Quirinale aveva già postato la foto di rito: il capo dello Stato e il presidente del Consiglio incaricato (di turno) accomodati nello studio della Vetrata.

Qualcosa però non è andato secondo rituale. I corazzieri hanno improvvisamente lasciato il picchetto alla porta più fotografata d’Italia, segnale che il presidente della Repubblica aveva lasciato la Vetrata per far ritorno al suo studio privato. Lunghi minuti di interrogativi. E nessuna risposta. Nemmeno quando dallo studio è uscito Giovanni Grasso, consigliere per la stampa e la comunicazione del Quirinale.

COTTARELLI IN FUGA VERSO MONTECITORIO. «Il presidente del Consiglio incaricato, Carlo Cottarelli, ha riferito al capo dello Stato della situazione. I due si rivedranno domani mattina», si è limitato a spiegare alle telecamere e ai cellulari che si è ritrovato sotto il mento. Il presidente incaricato non ha nemmeno riferito in Senato, dove era atteso. Ha invece raggiunto Montecitorio.

COLPO DI SCENA CHE SA DI IMPROVVISAZIONE. Martedì pomeriggio, mentre si scatenava la tempesta perfetta in Senato e la crisi istituzionale italiana contagiava Bruxelles con le dichiarazioni sconsiderate (cit. Jean-Claude Juncker) del commissario al Bilancio europeo Gunther Oettinger, anche al Colle si è consumato un colpo di scena che sa tanto di improvvisazione. A chi mastica i rituali quirinalizi infatti non è sfuggito un altro dettaglio: a riferire ai giornalisti non è stato il segretario generale Ugo Zampetti che abbiamo imparato a riconoscere grazie a maratone e dirette, ma Grasso.

GRASSO, CHIARO SIMBOLO DI CONFUSIONE. Grasso, secondo quanto ha appreso Lettera43.it, è stato costretto su due piedi a inventarsi qualcosa, giusto il minimo indispensabile. Questo è sintomo di confusione, notano fonti vicino al Colle. Anche la volontà più che condivisibile di non parlare a mercati aperti non tiene come giustificazione, semmai è una aggravante. L’incontro infatti poteva essere fissato più tardi, o prolungato fino alla chiusura della Borsa.

Pressing per il voto a fine luglio

Carlo Cottarelli e Sergio Mattarella.

ANSA

Solo successivamente fonti del Quirinale hanno chiarito che Carlo Cottarelli aveva «semplicemente bisogno di più tempo per approfondire alcuni nodi legati alla lista». Smentendo le voci di una rinuncia di Mister Spending Review. «Stiamo approfondendo alcune questioni sulla lista dei ministri, ma non ci vorrà molto», ha detto il presidente incaricato all’ingresso di Montecitorio dove gli è stato messo a disposizione uno studio.

NESSUNA TRACCIA DI NOTE UFFICIALI. Manca però tuttora una nota o una comunicazione ufficiale da parte sua o dal Colle. Non proprio un dettaglio vista la crisi politica che sta attraversando il Paese. E che pare aver contagiato pure il cerimoniale che ne scandisce la vita istituzionale. Un’altra certezza, sebbene formale, che sembra sbriciolarsi.

RESTA L’INCOGNITA SUL GOVERNO. Il sospetto che il governo Cottarelli, destinato a non ottenere la fiducia, non veda nemmeno la luce resta. Anche il Pd ha annunciato che non voterà la fiducia chiedendo lo scioglimento immediato delle Camere. Ormai si spinge per andare al voto il prima possibile. Non solo una suggestione, se è vero che – come rivelato dall’Huffington Post – gli uffici tecnici del Viminale sarebbero già al lavoro per verificare la fattibilità di elezioni il 29 luglio. Nei palazzi si mormora che manchi solo un ok: quello di Silvio Berlusconi.

I tre autogoal di Mattarella: ora solo lo “Stellone” ci può salvare. A cura di Primo Gonzaga

 scenarieconomici.it 29 maggio 2018

 

In un momento cruciale della nostra storia (il 29 giugno si terrà una riunione importantissima dei Primi Ministri Europei che deciderà se cambiare la politica economica UE in misura molto più espansiva oppure tenere l’attuale impostazione voluta dai Tedeschi) il nostro Presidente compie tre errori madornali:

  • Nega la possibilità di avere un Governo rappresentativo della maggioranza degli Italiani
  • Giustifica il suo operato perché lo Spread sale, mettendo così lo spread e i mercati al posto del Parlamento Italiano
  • Nomina un Primo Ministro che nessuno vuole in Italia ma che ha nel DNA i concetti di politica economica tedeschi (tagli e risparmi fino a raschiare il barile) che perfino la Francia di Macron ormai vuole modificare.

I mercati appena eletti a giudice supremo delle sorti italiche, in 2 giorni di vendite distruggono BTP e Borsa italiana.

Mattarella ignora le 2 regole base dei suoi nuovi governanti:

1) i mercati temono più l’incertezza di ogni altra cosa

2) i mercati se vedono un animale ferito isolato dal gruppo lo azzannano.

Figura 1 Il BTP crolla dopo la nomina di Cottarelli da 127.5 a 120

E adesso? Perché dico che ci può salvare solo lo “stellone” cioè la fortuna.

Semplice, non avendo governo siamo una nave alla deriva. Unica colossale fortuna è che siamo una nave grossa, molto grossa e con enormi carichi a bordo assicurati da quasi tutte le banche del mondoInsomma se affondiamo li tiriamo giù tutti, a cominciare dalle banche tedesche (non è un caso che la più grande banca teutonica, Deutsche bank proprio oggi abbia superato al ribasso il suo minimo storico) per poi passare all’Euro (che senza l’Italia si disintegra) per finire al sistema finanziario internazionale: se il default della Lemhan ha fatto da detonatore della crisi pensate cosa accadrebbe in una crisi del debito italiano? Una vera “armageddon” mondiale.

Figura 2 sarà un caso che la più grande banca tedesca scenda ai minimi lo stesso giorno della crisi dei BTP italiani?

Per questo parlo di “stellone”, dovranno essere altri ad aiutarci ad uscire dall’empasse. Noi staremo lì a guardare con un Mattarela che fa autogoal e Cottarelli che non conta nulla. Saranno gli altri paesi a dover fermare la valanga.

Insomma speriamo nello stellone. Può darsi e io lo ritengo probabile, che ci vada ancora bene, ma non avendo un Governo al tavolo delle trattative, non speriamo di non dover pagare un prezzo.

Ce la caveremo ancora, ma il prezzo sarà salato, a cominciare dalla nostra irrilevanza sui tavoli internazionali.

Primo Gonzaga

29/5/2018

C’È GROSSA PAURA IN EUROPA: LA TEMPESTA NON RESTERÀ CONFINATA IN ITALIA. OGGI LO SPREAD CHIUDE A 300, MILANO A -2,6%, MA TUTTE LE BORSE EUROPEE SONO IN SOFFERENZA. GLI INVESTITORI STANNO VENDENDO ANCHE I TITOLI TEDESCHI E FRANCESI – SI MORMORA CHE LA BCE ERA PRONTA A FERMARE IL QUANTITATIVE EASING (ACQUISTO MASSICCIO DI TITOLI DI STATO ITALIANI) IN CASO DI NOMINA DI SAVONA (IL CHE SPIEGA LE MOSSE DI MATTARELLA) – NELLA SETTIMANA DELLA FORMAZIONE DEL GOVERNO CONTE, DRAGHI HA RIDOTTO GLI ACQUISTI RISPETTO A QUELLA PRIMA…

dagospia.com 29 maggio 2018

MARIO DRAGHIMARIO DRAGHI

DAGONEWS – C’è grossa paura in Europa, perché questa tempesta non resterà confinata solo in Italia: già oggi le borse europee sono andate male e gli investitori stanno vendendo anche i titoli tedeschi e francesi. Non è utile a nessuno continuare così, e anche in USA iniziano a temere un contagio da Oltreoceano. Anche per questo è arrivato il segnale a tutti i partiti di accelerare la data delle elezioni. E anche per questo Cottarelli tentenna.

Quello che si mormora negli ambienti finanziari, e che spiegherebbe molte delle scelte di Mattarella, è che in BCE c’era un fronte pronto a fermare il QE per l’Italia in caso di nomina di Savona. Un’agenzia Radiocor citata anche dagli economisti della Lega rivelava che gli acquisti in ambito QE nella settimana della formazione del governo Conte erano scesi a 3 miliardi e spicci dai 5 e rotti della settimana precedente. E il vero problema è che tutte le banche e i nostri enti previdenziali (dall’INPS in giù) sono pieni di Bot italiani, oggi scesi del 4%. Gran parte del risparmio degli italiani è in Bot…

MATTARELLA MERKELMATTARELLA MERKEL

SPREAD BTP-BUND CHIUDE VICINO A 300 PUNTI BASE

 (ANSA) – Lo spread tra Btp e Bund chiude vicino alla soglia dei 300 punti base, a 290 punti – sugli schermi Bloomberg – con il rendimento del decennale italiano al 3,13%. Il differenziale ha segnato un’accelerazione nelle ultime battute della seduta dopo che l’incontro tra il presidente del Consiglio incaricato Carlo Cottarelli e il capo dello Stato Mattarella si era appena concluso senza la presentazione della lista dei ministri.

SPREAD BTP-BUND A 2 ANNI SCHIZZA 190 PUNTI A QUOTA 343

sergio mattarella carlo cottarelliSERGIO MATTARELLA CARLO COTTARELLI

 (ANSA) – Il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato italiani a due anni e quelli tedeschi di eguale durata si è allargato oggi di 190 punti basi, pari a quasi il 2%. Lo spread tra il btp con scadenza giugno 2020 e il bund si è allargato a 343 punti. Il rendimento del btp a due anni si è impennato al 2,639%, poco meno di quanto rendeva ieri il nostro btp decennale.

BORSA: MILANO CHIUDE A -2,65%, PESA ATTESA GOVERNO

 (ANSA) – La Borsa di Milano chiude in calo con il Ftse Mib che cede il 2,65% a 21.350 punti. Sulla seduta pesano le incertezze del quadro politico italiano dopo l’incontro tra il premier incaricato, Carlo Cottarelli, ed il capo dello stato, Sergio Mattarella, e la notizia che si rivedranno domani.

BORSA: EUROPA CHIUDE IN ROSSO, PESA INCERTEZZA ITALIA

QUANTITATIVE EASING DRAGHIQUANTITATIVE EASING DRAGHI

 (ANSA) – Le Borse europee chiudono in profondo rosso con i listini che risentono dell’incertezza sulla formazione del nuovo governo e gli scenari su una ipotetica uscita dall’euro che le forze politiche italiane smentiscono. Sotto pressione le banche con le tensioni sui titoli di Stato italiani e l’aumento dello spread con il Bund tedesco. L’euro è in calo sul dollaro a 1,1555 a Londra. L’indice d’area stoxx 600 cede l’1,37%. Male Madrid (-2,49%) con l’Ibex-35 a 9.521 punti, Francoforte (-1,53%) ed il Dax a 12.666 punti, Parigi (-1,29%) ed il Cac-40 a 5.438 punti e Londra (-1,26%) con il Ftse-100 a 7.632 punti.

paola savona villa borghesePAOLA SAVONA VILLA BORGHESE

 

LO SPREAD CRESCE…. PICCOLO INDIZIO DI QUALI SIANO LE CAUSE , ED I RELATIVI MANDANTI.

 scenarieconomici.it 29 maggio 2018

 

Cari amici,

post rapidissimo, direi fulmineo. Oggi lo spread ha fatto quello che voleva, e non solo in Italia. Questo è il BTP-Bund,

Ci siamo mossi intorno ai 300 punti, con un’emissione di BOT che, per la prima volta dopo lungo tempo, è tornata a dare un rendimento positivo. Il problema non è però solo italiano. Vediamo ad sempio lo spread bonos spagnoli a 10  anni e bund. I valori sono molto più bassi ma c’è una indubitabile tendenza alla crescita.

Le ragioni sono economiche e politiche . Quelle economiche sono di Trend, con la fine del QE (il quantitative easing, la politica monetaria espansiva)  negli USA, che comunque porta ad una generale spinta al rialzo dei tassi. Poi ci sono quelle, diciamo “Politiche”, cioè legate alla forza che la BCE , e qualcun altro, , vuole esercitare sul sistema economico italiano. La prova ? Un’agenzia Radiocor di oggi, nn sfuggita ai più:

 “Milano, 28 mag – Gli acquisti di titoli da parte dell’eurosistema nell’ambito del programma di Quantitative easing sono calati nel corso della settimana terminata il 25 maggio a 3,831 miliardi di euro dai 5,309 miliardi della settimana precedente. Secondo i dati forniti dalla Bce, nella settimana gli acquisti di titoli di Stato sono stati pari a 3,628 miliardi (3,382 miliardi la settimana precedente) mentre quelli di corporate bond hanno totalizzato quota 0,852 miliardi (da 1,159 mld). Infine gli acquisti di covered bond sono calati di 0,462 miliardi (da +0,489 mld), mentre quelli di Abs sono stati negativi per 0,187 miliardi (da +0,279 mld).”

Bellamente, gentilmente, la BCE ci avvisa che, nel mezzo di una crisi politica che percorre mezza europa (anche la Spagna è senza governo, e la Germania sta attaccando pesantemente l’Ungheria sulla legge-Soros) ha deciso di ridurre del 28% gli acquisti dei titoli , soprattutto di stato. In questo modo ha scaricato tensione ulteriore sul mercato. Ora una banca centrale di un paese normale dovrebbe agire per ridurre, non per incrementare le tensioni sui titoli dei paesi membri. Basti vedere come i rendimenti dei titoli di stato giapponesi siano perfino scesi oggi, nonostante l’enorme debito di quel Paese, pari al 230% circa del PIL, molto più alto di quello italiano.

Semplicemente questo accade perchè la Banca centrale giapponese (BOJ) fa il suo lavoro, compra titoli di stato per mantenere sotto controllo gli interessi in Yen . Perchè la Banca centrale europea fa l’esatto opposto ?

Se chiamate Francoforte magari vi risponderanno che la riduzione del QE europeo è comunque in progetto, e che quindi questa riduzione fa parte di un piano di lungo periodo. Però curiosamente, la nostra impressione è opposta e confermata da voci e da interviste internazionali. Ad esempio questa:

dwnews

@dwnews

In an interview with DW, EU Budget Commissioner @GOettingerEU expresses his concerns with the formation of Italy’s government and hopes that financial crisis will convince voters not to vote for populists

“In an interview with DW, EU Budget Commissioner  expresses his concerns with the formation of Italy’s government and hopes that financial crisis will convince voters not to vote for populists”

In un’intervista con la DW, Il commissario al Bilancio della UE Oettinger ha espresso le sue preoccupazioni sulla formazione del governo in Italia e spera che la crisi finanziaria convincerà gli elettori a non votare per i populisti.”

Questo è ancora più chiaro nel tweet, poi cancellato , dello stesso intervistatore ,

“I mercati insegneranno agli italiani a votare la cosa giusta” , Certo, i mercati sotto il controllo della Banca Centrale Europea. Come dire che quanto puntate una pistola ad una persona e le vi fate dare il portafoglio, in realtà, non le state insegnando altro che la realtà. Forse la maggiore pubblicità anti euro ed anti unione europea che  fosse possibile realizzare, anni di investimenti comunicativi cancellati. Anzi ci chiediamo che senso abbia, a questo punto, il “Whatever it takes” di Mario Draghi: la BCE farà di tutto per difendere l’euro, compreso minacciare e compiere estorsione verso il suoi membri? Perchè, se così è , come sembra, meglio allontanarsene il prima possibile.

 

 

Perché l’Italia deve rimanere nell’Euro?

https://www.lantidiplomatico.it/ Fabrizio Verde 28 maggio 2018

Perché l'Italia deve rimanere nell'Euro?

La stragrande maggioranza del personale politico e media mainstream all’unisono tuonano che l’Italia non può permettersi di uscire dalla moneta unica. É quindi giunto il momento di rovesciare il paradigma ed evidenziare perché per l’Italia sia insostenibile la permanenza nella gabbia monetaria europea

di Fabrizio Verde
Le recenti e arcinote vicende che hanno portato allo scontro istituzionale tra il presidente della Repubblica Mattarella e la maggioranza parlamentare M5S-Lega, con il conseguente veto sul nome di Paolo Savona evidentemente sgradito a Berlino e Bruxelles, hanno riportato in auge il mai sopito dibattito sulla permanenza dell’Italia nell’euro. Una forma coercitiva di governo più che una semplice moneta.

 

La stragrande maggioranza del personale politico e media mainstream all’unisono tuonano che l’Italia non può permettersi di uscire dalla moneta unica. É quindi giunto il momento di rovesciare il paradigma ed evidenziare perché per l’Italia sia insostenibile la permanenza nella gabbia monetaria europea.

 

Una situazione dove l’Italia si era già cacciata negli anni del fascismo, quando Mussolini decise che per ragioni di prestigio internazionale la Lira dovesse raggiungere e mantenere la parità con la Sterlina inglese.

 

Il 18 agosto del 1926 in un discorso tenuto a Pesaro, Benito Mussolini, annunciò per la Lira una politica di rivalutazione nei confronti della Sterlina, la valuta mondiale di riferimento a quel tempo. Il regime, esclusivamente per motivi di prestigio e credibilità internazionale, adottò una politica di forte rivalutazione della moneta fissando l’obiettivo alla «prestigiosa quota 90». L’obiettivo stabilito e raggiunto nel dicembre del 1927 con l’introduzione da parte di Mussolini del Gold Standard Exchange, fu quello di condurre il tasso di cambio da 153,68 Lire per una Sterlina, a 90 Lire per una Sterlina. Una rivalutazione di ben il 19% per la moneta italiana.

 

Passano due anni con la Lira sempre attestata sulla fatidica «quota 90», il fascismo arroccato alla strenua difesa della prestigiosa quota e la Grande Depressione del 29′ in arrivo dagli Stati Uniti d’America relegata in qualche trafiletto semi-nascosto, giacché i giornali del regime sono impegnati a narrare agli italiani le mirabolanti conquiste del corporativismo fascista. Intanto il tenore di vita degli italiani peggiora notevolmente. I forti tagli salariali sono stati già definitivamente sanciti attraverso l’approvazione della «Carta del Lavoro». Il costo della crisi e del supposto prestigio derivante dalla moneta forte è scaricato per intero sulla classe lavoratrice.

 

Quando non si può svalutare la moneta si svaluta il lavoro attraverso i salari.

L’analogia con l’Euro è lampante su questo punto.

 

La «Lira forte» è una delle bandiere del regime tanto che Mussolini di dichiara pronto a «difendere la Lira fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo sangue». Appaiono inquietanti certe analogie con i difensori dell’Euro a spada tratta, costi quel che costi. Inoltre, altra analogia (già richiamata in precedenza) con l’attuale scenario, per sostenere il rialzo della Lira si dovette ricorrere a politiche deflattive sui salari che tra il 1927 e il 1928, e senza soluzione di continuità sino ai primi anni 30′ subirono diminuzioni dal 10% al 20% a seconda delle categorie. Una scure calò sui salari degli operai che videro peggiorare le loro già miserevoli condizioni di vita.

 

Arriviamo così al 1930: la Lira è sempre arroccata a «quota 90» nei confronti della valuta inglese e la situazione continua a peggiorare, complice anche la Grande Depressione che porta i banchieri privati americani a richiedere indietro i milioni di dollari dati in prestito a comuni, enti e società italiane a partire dal 1925. A pagare il prezzo più alto è sempre la classe lavoratrice: i disoccupati aumentano di 140 mila unità rispetto all’anno precedente, i salari subiscono una stretta ulteriore (25% lavoratori agricoltura – 10% lavoratori industria – forti decurtazioni settore statale), tanto da divenire i più bassi dell’intero continente. Mentre la discesa dei prezzi non fu altrettanto ripida come quella dei salari. Tanto che il Corriere della Sera scriveva, «il salariato fa questo ragionamento molto semplice: se il costo della vita va giù del 5%, ed i miei salari van giù del 10%, chi gode della differenza?».

 

Oggi come allora: diminuzione dei salari, crollo della produzione, esponenziale aumento della disoccupazione, progressiva proletarizzazione degli strati sociali intermedi, forte crescita della povertà. Quelli appena citati sono gli effetti classici di un processo di aggancio a uno standard nominale forte.

 

Lo scenario deprimente a cui assistiamo dall’ingresso nell’eurozona che è equivalso sostanzialmente ad un aggancio della Lira al Marco tedesco.

 

Alla luce di una siffatta situazione la domanda è: per quale motivo l’Italia dovrebbe restare nell’Euro?

Guido Tabellini: in caso di crisi, meglio uscire dall’euro che ristrutturare il debito

 startmag.it 29 maggio 2018

“Se dovessimo tornare in una grave situazione di crisi finanziaria, cosa possibili, io credo che l’alternativa preferibile sia l’uscita dall’euro e non la ristrutturazione del debito”. A dichiararlo è stato Guido Tabellini, probabile futuro ministro dell’Economia del governo Cottarelli in fieri, anche se non è detto che si formi.

Tabellini ha sostenuto la tesi il 27 giugno del 2014 nel corso di un convegno con Paolo Manasse (Università di Bologna); George Papaconstantinou (ex Ministro dell’Economia in Grecia); Lucrezia Reichlin (London Business School); Guido Tabellini (Università Bocconi); Charles Wyplosz (Graduate Institute of International and Development Studies, Ginevra) e Danilo Taino (Corriere della Sera).

E’ una delle proposte a sorpresa che si rintracciano nel recente passato dell’economista liberale, già rettore della Bocconi ed editorialista del Sole 24 Ore.

Di recente Tabellini ha iniziato una collaborazione con il quotidiano Il Foglio diretto da Claudio Cerasa.

Ecco di seguito alcuni brani del suo primo commento per il Foglio pubblicato il 18 aprile 2018.

Tutto bene dunque? Purtroppo non è così semplice. La situazione dell’Italia è terribilmente fragile, e non tutti se ne rendono conto. L’ingresso nell’euro ci ha privato di una Banca centrale che agisce come prestatore di ultima istanza nei confronti dello stato. E’ come se tutto il nostro debito pubblico fosse espresso in valuta estera. Ma il debito in valuta estera è molto più esposto a crisi di fiducia. Basta poco per trovarsi in una spirale avversa di recessione, contrazione del credito bancario, alti tassi di interesse, che rende insostenibile il debito pubblico. Non è un caso che le crisi finanziarie spesso colpiscano paesi emergenti con un debito in valuta estera intorno al 70 per cento del reddito nazionale. Il debito italiano è quasi il doppio.

Un recente lavoro dello Studio Ambrosetti curato da Carlo Cottarelli ha simulato l’andamento del debito pubblico italiano in seguito a una recessione di entità moderata (crescita a meno 1,5 per cento il primo anno e meno 0,5 il secondo). Anche senza un rialzo dello spread, il debito salirebbe dal 130 al 141 per cento del pil in tre anni. Ma i mercati non starebbero a guardare, e il debito diventerebbe presto insostenibile. Recessioni di questa entità non sono un evento estremo. Abbiamo visto di peggio anche quando l’Italia aveva la sua moneta e la sua Banca centrale: nel 1974-75 il reddito italiano è sceso di quasi il 4 per cento, nel 1992-93 di quasi il 2.

Cosa dovremmo fare per mettere il paese in sicurezza? La risposta è semplice e non controversa: con un debito così elevato, l’avanzo primario dovrebbe salire intorno al 4 per cento del pil. In questo modo, il debito pubblico scenderebbe in fretta, ma soprattutto vi sarebbero margini per mantenere un avanzo primario positivo durante un peggioramento ciclico o per assorbire aumenti del tasso di interesse. Anche la Banca d’Italia indica nel 4 per cento l’obiettivo di avanzo primario da raggiungere al più presto.

Nell’attuale situazione politica, l’obiettivo di un avanzo primario al 4 per cento del pil è chiaramente illusorio. Non perché non sia raggiungibile dal punto di vista economico. Altri paesi avanzati lo hanno realizzato per periodi lunghi e senza stroncare la crescita: tra la metà degli anni Novanta e il 2007, il Belgio ha tenuto il suo avanzo primario sopra o vicino al 4 per cento del pil in tutti gli anni tranne uno, con l’economia che cresceva intorno al 2 per cento; il Canada è un secondo esempio. Se uno sforzo fiscale di questa entità è improponibile oggi in Italia, le ragioni sono prevalentemente politiche.

L’opinione pubblica è stata sedata da due efficaci anestetici. Da un lato, gli acquisti di titoli di stato da parte della Banca centrale europea hanno creato un’ingiustificata tranquillità; tutto ci è permesso, tanto i mercati hanno di nuovo fiducia e lo spread è tenuto sotto controllo. Dall’altro, i governi della precedente legislatura hanno contribuito a diffondere l’opinione che i conti pubblici sono a posto, che il più è stato fatto, che l’andamento tendenziale della finanza pubblica è su un sentiero adeguato, salvo poi sistematicamente allontanarsene per attuare una politica fiscale più espansiva del tendenziale.

Nei prossimi due anni, possiamo permetterci di restare sedati. Probabilmente lo scenario economico resterà favorevole e i tassi di interesse saranno bassi. Ma poi? E’ probabile che l’economia mondiale si stia avvicinando ora al picco della crescita. L’aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti e la fine degli acquisti di titoli di stato in Europa, il rischio di una guerra commerciale, o altri choc oggi imprevedibili, potrebbero mandare gli Stati Uniti in recessione nel 2020 o nel 2021. In questo scenario negativo, le conseguenze non tarderebbero a farsi sentire anche nell’Eurozona. I mercati finanziari e l’Europa chiederebbero ancora una volta all’Italia di attuare rigide politiche fiscali anticicliche. Il risveglio dalla sedazione si trasformerebbe presto in un incubo. Cosa farebbero in queste circostanze i partiti politici che hanno vinto le elezioni, e che fino a pochi mesi fa dicevano di voler indire un referendum sull’uscita dall’euro?

Tutte le soavi bordate di Paolo Savona a banchieri, istituzioni e magistratura

 startmag.it 29 maggio 2018

Non mancano le stilettate a politici, giornalisti, banchieri, manager e vertici delle istituzioni nel libro “Come un incubo e come un sogno” scritto da Paolo Savona e appena uscito per le edizioni Rubbettino.

Nei giorni in cui il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha detto no a Savona come ministro dell’Economia del governo M5S-Lega, dalla lettura del libro dell’economista emergono dettagli, nomi, ricostruzioni e critiche che – forse – hanno avuto un peso nella decisione del Quirinale.

Ecco di seguito, cronologicamente, alcuni degli episodi salienti della biografia di Savona raccontata dallo stesso Savona (oltre a quelli relativi ai casi di Banca Etruria e Tercas accennati già in questo articolo con rilievi chiari verso Bankitalia e Abi).

ILVA

(Savona per un anno, dall’aprile 1993, è ministro dell’Industria nel governo Ciampi)

Sulla «Repubblica» di Scalfari vengo accusato di dirigismo nel riordino delle partecipazioni statali, facendo specifico riferimento alla mia difesa del IV forno di Taranto. Ho risposto per iscritto che «non sono il postino del Piano ILVA presso la Comunità, né il portaparola dell’IRI, curo gli interessi generali del Paese». Il 16 settembre Prodi mi comunica che l’ILVA perderà 5.500 mld di lire nel 1993, rispetto ai 2.000 mld degli anni passati. Già stavano «bivaccando» in previsione della cessione. Quando subentrò Riva, in sei mesi tornò all’utile disdicendo i lucrosi contratti di servizio che erano stati stipulati con i sodali di partito o amici personali dei dirigenti pubblici.

PAROLA DI MINISTRO

(Savona per un anno, dall’aprile 1993, è ministro dell’Industria nel governo Ciampi)

L’insieme dei provvedimenti conferma l’esistenza di una forte presenza pubblica generatrice di rendite, sulla quale il governo dei tecnici si sarebbe dovuto impegnare per ridurla, mentre in essa si è per buona parte adagiato, trovandomi in netta minoranza.

LE PRIVATIZZAZIONI

(Savona per un anno, dall’aprile 1993, è ministro dell’Industria nel governo Ciampi)

L’avvio delle procedure di privatizzazione fu faticoso e per la gran parte maturarono dopo la fine del governo Ciampi, finendo in prevalenza per finanziare spesa corrente e non per rimborsare il debito pubblico. Mancò una visione di insieme di livello superiore. Non fu neanche ottemperato l’indirizzo indicato nell’ordine del giorno approvato dal Parlamento.

I TELEFONINI

(Savona per un anno, dall’aprile 1993, è ministro dell’Industria nel governo Ciampi)

L’aggiudicazione della concessione per il secondo telefonino fu la definitiva chiusura delle mie attese di riequilibrare rendita e profitto e l’asse europeo franco-tedesco. Si mosse il mondo, in particolare «Repubblica» e «l’Espresso», ben rappresentato a Palazzo Chigi da Manzella.

IL DOPO FAZIO

Il mantenimento di queste procedure legali aperte mi costò molte umiliazioni e mi impedì di concorrere alla nomina di governatore della Banca d’Italia dopo le dimissioni di Fazio. La nomina di Fazio beneficiò nel 1993 della mia chiamata a ministro dell’Industria e quella di Draghi nel 2005 dell’inchiesta aperta dalla magistratura; egli, scherzando, mi disse «Ho preso il tuo posto». Tuttora mi domando se l’incarico di ministro e l’inchiesta della magistratura non abbiano avuto la stessa matrice di bloccare la mia ascesa nel posto dove potevo vantare una qualche competenza.

PRESIDENZA DI BANCA DI ROMA

(Nell’ottobre 2007 Savona diventa presidente della Banca di Roma)

L’atto di fusione fu firmato presso la Borsa di Milano il 25 ottobre 2007 e pensavo di tornare in cima al sistema bancario dopo le tristi vicende in BNL e con la magistratura, ma Unicredit mi privò dei poteri propri del presidente, pur patendone le grane che a distanza di un decennio non sono ancora finite e ancora subisco: la solita magistratura solerte mi indaga per usura per crediti concessi da direttori di filiale della Banca, sui quali non avevo alcun potere né di direttiva, né di controllo; invece di accettare questo mio status, rigettare subito le accuse rivolte da debitori insolventi che beneficiano della sospensione del loro debito nel corso della pluriennale procedura di indagine o di chiamare in causa chi era effettivamente responsabile delle decisioni e dei controlli, la magistratura ha dato avvio a costose procedure che finiscono nel nulla.

I veri responsabili sono stati chiamati a incarichi bancari prestigiosi nonostante abbiano lasciato Unicredit in condizioni precarie, perdendo il capitale, e i magistrati inquirenti continuano a fare le loro carriere indisturbati. Nel corso della mia esperienza al Banco di Roma ebbi chiara la sensazione che Unicredit fosse un gruppo fuori controllo, come di seguito emerse. I responsabili di questa cattiva gestione che ha portato a fantastiche perdite sono stati sostituiti, lasciando le posizioni con non meno fantastiche liquidazioni. Pur di sbarazzarsi di me, un grillo parlante, sciolsero il Banco e propiziarono il mio ritorno al Fondo tutela depositi; dopo pochi anni al primo rinnovo da questo incarico il rappresentante di Unicredit votò contro, alleandosi con una persona mediocre che rappresentava Banca Intesa Sanpaolo, anch’esso presto sostituito.

Nessuno dei dirigenti di allora è ancora in Unicredit, ma vivono benissimo con i lauti emolumenti ricevuti, mentre io, ancora una volta, andai via senza alcuna liquidazione.

PAOLO SAVONA: ECCO PERCHE’ HO SUBITO UN TORTO DA MATTARELLA

TUTTI GLI ULTIMI APPROFONDIMENTI DI START MAGAZINE SUL CASO SAVONA:

(SERGIO MATTARELLA, IL PIANO DI B DI PAOLO SAVONA E LE LEZIONI NO EURO DI GIORGETTI. L’ARTICOLO DI MICHELE ARNESE)

(TUTTI GLI ATTRITI CON VISCO, PATUELLI SU BANCA ETRURIA, TERCAS E NON SOLO. PARLA SAVONA)

(CHE COSA CONSIGLIO’ SAVONA A MATTARELLA, CHE NON ASCOLTO’. L’ARTICOLO DI MARCO VALERIO LO PRETE)

Dalle piccole banche all’economia francese: chi rischia il contagio

 lettera43.it 29 maggio 2018

Gli istituti bancari hanno bond per un valore pari al 20% del Pil. Mentre Parigi è esposta per il 12,3% al sistema Italia. Dal credito al commercio: come funziona la trasmissione del rischio legato al debito.

Dicono ora che siamo un Paese a sovranità limitata, ma lo siamo da molto tempo, da quando un così alto debito pubblico ci condanna a stare appesi al giudizio dei mercati. «Sono davvero stufo che un ventenne o un trentenne a Londra, di quelli che speculano nella finanza internazionale, si svegli e dica “attacchiamo l’Italia” e magari per qualche tempo ci riesca» spiegava nel 2016 a pagina99 il nuovo incaricato della formazione del governo, Carlo Cottarelli, ammettendo di fatto l’esistenza della catena. La riduzione del debito, per lui, corrisponde proprio a «una grande operazione di riacquisizione dell’indipendenza nazionale». E intanto però la catena si è fatta sentire il 28 maggio: lo spreadè schizzato a 233 punti base prima di sfondare, 24 ore dopo, quota 300; il rendimento dei titoli di Stato a due anni, quelli a scadenza più breve quindi, è volato a 150 punti, spinto probabilmente da chi, come quel ventenne di Londra evocato da Cottarelli, tenta di guadagnare facile e nel breve periodo.

LA VARIABILE SPAGNOLA. La catena tiene insieme titoli di Stato e assicurazioni e banche – capaci in un solo giorno di bruciare 12 miliardi di euro – e dal settore finanziario si riverbera più o meno rapidamente in quello reale, ma a furia di tirare è in grado di trascinare giù anche chi sta intorno; a partire dai comparti e dalle nazioni Ue che hanno più interconnessioni con il nostro Paese. Come le banche francesi, esposte più di tutte le altre agli affari italiani per una quota pari al 12,3% del Prodotto interno lordo della République. E tuttavia uno studio ad hoc del Fondo monetario internazionale (Fmi) rassicura i partner europei e internazionali: anche considerando tutte le perdite possibili che gli istituti stranieri possono accumulare nei comparti del credito, industriale, nelle obbligazioni, anche nel caso di un effetto domino interbancario, nessun altro sistema del credito fallirebbe. Un tale risultato potrebbe verificarsi solo se andassero in crisi contemporaneamente sia il settore finaziario italiano che quello spagnolo, cioè quelle che il Fmi chiama le due più grandi periferie economiche dell’area euro, ma che sono in realtà la terza e la quarta economia post Brexit dell’Unione europea e già la terza e la quarta dell’Eurozona.

L’export verso gli altri Paesi europei di ogni Stato Ue.

Ogni 100 punti di choc sullo spread i titoli bancari ne perdono 69

Washington si è messa a studiare la trasmissione di choc da e verso l’economia italiana durante la crisi e ha pubblicato un paper ad hoc un anno e mezzo dopo il celebre whatever it takes con cui Mario Draghi tamponò l’acutissima crisi dei titoli sovrani europei. Quel paper calcola come ogni 100 punti base di choc sui titoli sovrani se ne verifichi uno di 69 punti sui titoli bancari. Da allora però, e soprattutto dopo gli annunci sulla riduzione futura del programma di acquisti della Bce, le banche si sono liberate di parte del loro tesoretto di titoli di Stato. Solo tra settembre 2016 e settembre 2017, spiega l’ultimo rapporto della Commissione europea sul nostro Paese, hanno venduto Bot e Btp per un ammontare pari a 33 miliardi di euro e aumentato la quota di titoli stranieri, in particolare francesi e spagnoli, di 5 miliardi.

GLI INVESTIMENTI NEI TITOLI DEL SETTORE PUBBLICO. La maggioranza delle vendite – 29 miliardi – è stata realizzata da istituti italiani. La quota di debito in pancia alle nostre banche italiane era pari a 344 miliardi di euro, circa il 20% del Pil, un anno prima era al 32,7%. Al contrario è aumentata la quota di investitori privati stranieri, che tuttavia non superava il 32%. Chi invece ha comprato massicciamente i nostri bond all’interno del programma Quantitative easing è la Banca d’Italia che ormai con 319 miliardi di euro ha titoli di Stato pari al 19% della ricchezza nazionale. Sulla quota di debito pubblico detenuto dalle banche, quelle sistemiche contano per il 6,4%. Si tratta in ogni caso di circa il triplo della quota detenuta nel 2007, agli albori della crisi. Il problema è tuttavia maggiore per le banche più piccole che, ricorda il rapporto Ue, «strutturalmente detengono una quota maggiore di titoli del settore pubblico», attualmente circa il 20% del totale dei loro asset: nel 2007 la quota oscillava tra il 7 e l’8%.

ALTA ESPOSIZIONE ANCHE PER SVIZZERA E GERMANIA. L’elenco delle banche che hanno in pancia il maggior numero di titoli di Stato rispetto al loro patrimonio è noto: tra le italiane figurano nell’ordine Iccrea, Banca Popolare di Sondrio, Banco Bpm, Mps, Bper, Credem, Carige e poi Unicredit, Intesa San Paolo e Ubi Banca. Tra le straniere invece spicca la Societé de Financement Locale, la belga Dexia, la Caixa central portoghese, Bnp Paribas, lo spagnolo Banco Sabadell, ma anche la tedesca Deutsche Pfandbriefbank Ag, già salvata e nazionalizzata dallo Stato durante la crisi finanziaria e poi riprivatizzata, e Commerzbank. I Paesi più esposti verso i nostri titoli sovrani, e in generale verso sistema di impresa, bancario e bond sono nell’ordine Francia, Svizzera e Germania. Del resto da soli rappresentiamo il 16% dell’economia europea, una cifra che spiega da sola il silenzio con cui Bruxelles sta non reagendo alla crisi politica nostrana.

I principali partner commerciali per ogni Paese Ue.

L’export italiano verso i Paesi Ue è stato di 7,5 miliardi di euro nel 2017

Da soli rapprentiamo il 16% dell’economia europea. Se una crisi italiana dovesse realmente persistere e avvitarsi bisognerebbe considerare altre cinghie di trasmissione. Le nostre banche hanno un tasso di internazionlizzazione minore di quelle delle due maggiori potenze Ue. E però la nostra taglia rispetto a molte realtà più piccole è tale che in ben nove Stati europei, secondo l’analisi del Fmi, la quota di crediti esteri lordi degli istituti italiani supera il 10% del patrimonio bancario dello Stato ospitante, arrivando in Croazia fino al 40%, seguita da Serbia, Bosnia Erzegovina e Slovacchia. Poi c’è la possibile trasmissione di una crisi su altri mercati interni: la quota di riverbero dello choc in questo caso è più bassa, tra il 19 e il 24%. E da qui una possibile via di propagazione, soprattutto per una potenza dell’export come l’Italia, è la via commerciale.

IL FATTORE COMMERCIALE. Il nostro export verso i Paesi Ue è stato di 7,5 miliardi di euro nel 2017: non si tratta di un record, la Germania supera i 22 miliardi di prodotti venduti verso gli altri Paesi, la Francia i 12, ma anche Belgio e Olanda con più di 8 miliardi di beni esportati ci precedono, essendo più integrati con l’economia del nocciolo centrale dell’Unione. I nostri primi partner commerciali sono Germania, Francia e Olanda. Se la nostra domanda scende, anche gli altri Paesi ne sentono gli effetti, seppure limitati. Nel suo ultimo rapporto la Commissione europea calcolava che la continuazione delle riforme economiche avrebbe potuto portare un aumento del PIl di 3,2% in 10 anni, che a loro volta avrebbero portato una crescita dello 0,4% negli altri Paesi dell’erea euro: un effetto di otto a uno. Bruxelles spiegava che l’alto debito pubblico «rimane una fonte di rischio» ed evidenziava «potenziali ricadute negative per il resto dell’area dell’euro», «compreso un aumento più rapido del previsto dei tassi di interesse a lungo termine». Ma non presentava alcuna cifra, forse per non allarmare i mercati e le loro catene. O forse per non affrontare un argomento scomodo, coerentemente con il silenzio di oggi.

Melegatti è fallita, libri in tribunale/ Verona, non basta fondo Usa e appello dipendenti: il pandoro è finito

Niccolò Magnani ilsussidiario.net 29 maggio 2018

Melegatti, il Tribunale di Verona dichiara fallimento sulla ditta del pandoro: libri contabili dai giudici, non basta il fondo Usa e neanche l’ultimo appello dei dipendenti lavoratori

Melegatti, dichiarato fallimento (foto da Facebook Melegatti)

Pubblicazione: martedì 29 maggio 2018

Alla fine, il pandoro non solo non lo mangeremo il prossimo Natale ma proprio non lo mangeremo più: la storica Melegatti è infatti stata dichiarata fallita oggi 29 maggio 2018 dal Tribunale di Verona, con annesso fallimento anche della “Nuova Marelli” di San Martino Buon Albergo, la controllata della storica ditta di pandori veronese. Si chiude dopo mesi la tormentata e drammatica vicenda legata alla azienda originaria di San Giovanni Lupatoto: il pubblico ministero aveva richiesto i libri contabili per il fallimento e oggi il Tribunale ha accolto l’istanza una constata la forte e “pesante situazione debitoria”. Crac-Melegatti dal punto di vista economico, con le ultime stime che parlano di circa 50 milioni di euro di debito, ma soprattutto dal lato dei lavoratori che in 350 perdono così il proprio posto di operai e dipendenti dell’azienda veronese. Non basta la fortissima campagna di solidarietà lanciata prima del Natale 2017 – #NoiSiamoMelegatti – con interventi di politici, attori, vip che sui social si scatenarono sul salvataggio della storica Melegatti, e non basta il fondo americano D.E. Shaw & C che aveva presentato un piano di salvataggio nelle scorse settimane per un investimento di 20 milioni di euro per rilanciare il marchio fondato da Domenico Melegatti nel 1894, dopo aver presentato il brevetto del pandoro.

INASCOLTATO L’APPELLO DEI DIPENDENTI

Questa mattina con una inserzione a pagamento sui media i lavoratori della Melegatti avevano lanciato un ultimo disperato appello per chiedere di separare i il giudizio sulle responsabilità degli amministratori dalle strade che potrebbero dare un futuro all’azienda per la quale il fondo Usa. «Vogliamo dire la nostra (…) rappresentiamo la parte onesta, credibile e seria, noi siamo coloro che fino ad oggi con dignità, sacrificio e senso del dovere hanno mantenuto in vita l’anima dell’azienda, il suo lievito madre e allo stesso modo stiamo tenendo in vita la speranza», si legge nella prima parte della missiva inviata al giudice di Verona dai dipendenti Melegatti, che poi aggiungono «Oggi ci può essere un domani solo grazie all’unica, credibile, seria e determinata proposta arrivata dal fondo americano De Shaw & Co, che da oltre un anno sta alacremente lavorando per questo e che inspiegabilmente non è stato preso in considerazione chiediamo di aiutarci separando il giudizio sull’operato degli amministratori, da quello sul futuro di 350 famiglie», si conclude la missiva, riportata da Fanpage. Purtroppo, tutto inutile con i libri portati in Tribunale nei prossimi giorni che decreteranno anche l’effettivo a livello pratico fallimento della storica ditta di pandori.

Ora è chiaro: l’Europa vuole massacrare l’Italia per annientare Lega e 5 Stelle

Marcello Foa blog.ilgiornale.it 29 maggio 2018

A questo punto il disegno è chiaro: l’establishment europeo ha deciso di impedire ad ogni costo la nascita di un governo formato da Lega e 5 Stelle. E ha scelto la strada dell’oppressione.

Riepiloghiamo: Mattarella nega al governo Conte il diritto di presentarsi alle Camere sebbene abbia la maggioranza, per le ragioni che ben conosciamo. Ufficialmente perché la persona di Savona non è gradita, in realtà, come spiega l’ex ministro delle Finanze Padoan, “il problema non è Savona, ma le idee di Lega e M5s sull’Europa“. Quella di Mattarella sembra una scelta azzardata, perché, come osservano in molti e come confermato dai sondaggi, alle prossime elezioni Salvini e Di Maio potrebbero ottenere ognuno il 30% dei consensi e dunque ripresentarsi al Quirinale molto più forti di oggi.

Davvero strana è anche la nomina di Cottarelli: perché varare un governo tecnico che non ha una maggioranza? Non sarebbe stato più logico confermare Gentiloni per il disbrigo degli affari correnti?

Ora, invece, appare tutto terribilmente chiaro e a svelare il gioco è il commissario europeo al Bilancio Oettinger, che, come capita a molti tedeschi di potere, non riesce a trattenere la propria arroganza, e dichiara pubblicamente:   “I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto”.

E allora tutto diventa chiaro: l’establishment europeista ha deciso di spezzare le reni all’Italia, come ha già fatto con la Grecia. Lo scenario che si profila è il seguente: scatenare una crisi paurosa del debito pubblico italiano, spingendo lo spread a livelli mai visti, provocare il panico, fino al momento in cui l’Italia verrà commissariata e Mattarella invocherà per il bene supremo del Paese la fiducia a Cottarelli (già in carica) e/o l’introduzione di misure straordinarie, come il rinvio sine die delle elezioni e la conseguente distruzione della reputazione e della popolarità di Salvini e di Di Maio, che verranno indicati come i responsabili di questa crisi.

Se il piano avrà successo, servirà da monito a tutti i Paesi europei dove i movimenti “populisti” sono in ascesa e comporterà la definitiva sottomissione dei popoli europei alle oligarchie europee. Come dire: colpirne uno per educarne cento.

Perché queste sono le logiche, indegne e autoritarie.

Spero tanto di avere torto.

Bankitalia, Visco avverte contro fuga italiani e stranieri da asset. Moody’s: rating a rischio downgrade

Laura Naka Antonelli finanzaonline.com 29 maggio 2018

“Sembra improbabile che il nuovo premier incaricato, Carlo Cottarelli, possa ottenere il sostegno della maggioranza in Parlamento”. Moody’s ricorda che Lega e Movimento 5 Stelle hanno già manifestato la loro …

“Non ci sono scorciatoie” nella riduzione del debito. Gran parte del debito finanziario accumulato dagli italiani trova corrispondenza, diretta o indiretta, nei 2.300 miliardi del nostro debito pubblico. Se venisse messo a repentaglio il valore della loro ricchezza reagirebbero fuggendo, cercando altrove riparo. E gli investitori stranieri sarebbero più rapidi”. L’allarme sul rischio di una fuga dagli asset italiani, che in realtà si è già concretizzato, viene lanciato da Ignazio Visco, numero uno di Bankitalia.

Nelle sue considerazioni finali della Relazione annuale di Bankitalia, il governatore non tralascia nessuno degli argomenti caldi che hanno contrassegnato la campagna elettorale che ha preceduto le elezioni politiche dello scorso 4 marzo e che molto probabilmente si confermeranno nuovamente i cavalli di battaglia delle prossime elezioni.

Visco pone l’accento sulla necessità di tenere sotto contro i conti pubblici, mentre la grave crisi istituzionale esplosa in Italia dopo il muro “Paolo Savona” che né il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nè gli aspiranti al governo M5S-Lega sono riusciti a superare, l’Italia continua a essere assediata dai sell, con i titoli bancari che crollano fino a essere sospesi per eccesso di ribasso, e i BTP venduti a man bassa. La tensione si intensifica dopo l’esito dell’asta dei Bot e l’avvertimento di Moody’s, che vede nuove elezioni in autunno. Così si legge nella nota dell’agenzia di rating:

Sembra improbabile che il nuovo premier incaricato, Carlo Cottarelli, possa ottenere il sostegno della maggioranza in Parlamento”. Moody’s ricorda che Lega e Movimento 5 Stelle hanno già manifestato la loro volontà di tornare alle urne, probabilmente già nel mese di settembre.

“Il rating sovrano italiano verrà probabilmente declassato se dovessimo arrivare alla conclusione – avvertono da Moody’s – che, chiunque formerà il nuovo esecutivo, porterà avanti politiche fiscali che non saranno sufficienti a collocare il debito pubblico su una traiettoria sostenibile e verso il basso nei prossimi anni”.

Dopo essere balzato fino a un record di 309 punti base, lo spread rallenta ma la situazione sui mercati rimane preoccupante: il boom del differenziale persiste, con un rialzo +30% che lo posiziona a un valore superiore a 300 punti base; i tassi decennali volano di oltre +24% al 3,35%.

L’avversione al rischio degli investitori è tale che è corsa all’acquisto dei Bund. Il risultato è che i rendimenti decennali dei Bund tedeschi cro

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: