Giuseppe Castagna – il mondo e’ cambiato e sta cambiando velocemente: -BancoBpm: da cda ok a piano compensi, bonus 50% in azioni a supermanager

citywire.it 28 febbraio 2018

BancoBpm: da cda ok a piano compensi, bonus 50% in azioni a supermanager

Il Cda di Banco Bpm ha deliberato i termini essenziali del piano di compensi basato su azioni della banca, da sottoporre all’approvazione della prossima assemblea dei soci del 7 aprile 2018.

Il piano, informa una nota, consente la valorizzazione di una quota della componente variabile della remunerazione a valere sul sistema di incentivazione annuale (2018), rivolto a componenti esecutivi del Cda e a dipendenti e collaboratori del Gruppo bancario Banco Bpm (riconducibili alla categoria del personale più rilevante) che prevede l’assegnazione gratuita di azioni ordinarie Banco Bpm.

La modalità di pagamento del bonus al personale più rilevante (tra cui l’a.d. Giuseppe Castagna e il d.g. Maurizio Faroni) è strutturata – in coerenza con le vigenti disposizioni normative – in quote up-front e differite, sotto forma di denaro e di azioni, corrisposte in un periodo pluriennale (3 o 5 anni). La struttura di assegnazione delle azioni prevede un periodo di retention (vincolo alla vendita) pari a due anni per la quota up-front e di un anno per le quote differite.

Il piano – prosegue il comunicato – è proposto quindi, nell’ambito delle politiche di remunerazione adottate dal gruppo per il 2018, per allineare gli interessi tra management e azionisti, remunerando le risorse strategiche del gruppo in funzione della creazione di valore nel medio-lungo termine.

Per i soggetti potenzialmente destinatari del Piano, il 50% del bonus riconosciuto, subordinatamente anche al raggiungimento di specifici obiettivi di performance, è corrisposto mediante assegnazione gratuita di azioni ordinarie Banco Bpm, assoggettate a clausole di differimento e di retention (vincolo alla vendita).

Il 60% della componente azionaria matura up-front e il restante 40% è differito in tre quote annuali di pari importo; per importi di bonus riconosciuti superiori a euro 300 mila, la quota upfront è pari al 40% e il restante 60% è differito in cinque quote annuali di pari importo. Il periodo di retention decorre dalla maturazione ed è di due anni per la quota up-front e di un anno per quelle differite, mentre l’effettiva disponibilità delle azioni, da parte dei beneficiari, decorre dal termine del periodo di retention. Considerando il periodo di retention, il Piano si conclude nel 2025.

La maturazione di ciascuna delle quote differite del bonus è sottoposta al rispetto integrale dei cancelli di accesso consolidati e dei relativi valori soglia di confronto previsti per l’esercizio precedente l’anno di maturazione delle medesime.

Il fabbisogno massimo è stimato in euro 11 milioni, di cui euro 1,9 milioni destinati al riconoscimento di eventuali golden parachute.

Alla data odierna non è possibile indicare il numero massimo di azioni ordinarie Banco BPM che verranno assegnate ai sensi del Piano, in quanto la loro esatta quantificazione è condizionata al verificarsi delle condizioni di accesso al sistema di incentivazione annuale (2018), alle performance conseguite da ciascuno dei potenziali beneficiari del Piano medesimo nonché – se del caso – alla eventuale concessione di indennità di fine rapporto/carica.

Poteri forti in campo per rassicurare l’Europa: “Italia un Paese normale”

  1 MARZO 2018 ILGIORNALE.IT

A quattro giorni dalle elezioni l’amministratore delegato della prima banca italiana decide di parlare con uno dei più autorevoli quotidiani tedeschi.

Carlo Messina

L’Handelsblatt ha infatti pubblicato ieri una lunga intervista di due pagine all’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. Che, tra le righe, manda due messaggi: uno all’esterno per rassicurare i mercati e gli scettici europei, a cominciare da Berlino, sulla tenuta del Paese post voto. E l’altro all’interno, ovvero alla politica, invocando una coalizione «che possa lavorare nell’interesse dell’Italia e dell’Europa» e trovare «un modo per ridurre il debito pubblico».

Non si tratta di un’intervista improvvisata, né soltanto del punto di vista di una grande banchiere. Messina guida un istituto sano che l’anno scorso ha supportato privati e imprese con 63 miliardi di nuovo credito e che può dunque permettersi di fare da portavoce al «sistema» economico. Di certo, con il supporto del presidente emerito di Intesa, Giovanni Bazoli, che vanta ottimi rapporti con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. E in serata arriva anche l’assist del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia: «Condividiamo le parole del consigliere delegato di Intesa quando afferma che i fondamentali del Paese non fanno emergere alcuna criticità nel sostegno del debito e nella stabilità dell’euro anche in presenza di un quadro politico incerto». Tutti per uno, uno per tutti.

Segnali necessari anche di fronte alle nuove sfide imposte dalla Vigilanza della Bce e in vista delle «elezioni» che si terranno a Francoforte nell’autunno del 2019 con il tedesco Jens Weidmann pronto a scalare l’Eurotower per prendere il posto di Mario Draghi. Alla raffica di domande fatte dai due giornalisti Regina Krieger e Michael Maisch, Messina risponde senza giri di parole. Cosa ne pensa del capo della Bundesbank come successore di Super Mario? «Noi abbiamo bisogno di qualcuno che lavori per l’Europa e non per un singolo Paese». Quanto alla stabilità dell’euro, «politicamente parlando l’Italia non è in una situazione peggiore rispetto ad altri paesi europei. Neanche la Germania attualmente ha un governo stabile, o mi sbaglio?», alza la voce Messina.

Sul tema della gestione delle sofferenze, cavallo di battaglia dei falchi europei che puntano il dito contro le Cenerentole italiane, l’Ad non accetta lezioni: Intesa ha fatto i compiti a casa – «negli ultimi due anni abbiamo ridotto i crediti deteriorati di 13 miliardi», nel 2023 «sarò ancora al vertice della banca, ma con zero deteriorati» – e «in Italia il problema è sotto controllo. Quando si tratta della stabilità di un sistema finanziario, siamo ora un Paese normale. È vero che singole banche possono avere ancora delle difficoltà, ma vale anche per la Germania».

Poi, il messaggio alla politica. «Abbiamo bisogno di più crescita e dobbiamo trovare un modo per ridurre il debito pubblico», spiega Messina definendo questa «la priorità assoluta» per il dopo elezioni. «Se andiamo a vedere i programmi dei singoli partiti troviamo molte proposte controverse ma tutti concordano su questi due punti e ciò sarà utile per formare una coalizione che possa lavorare nell’interesse dell’Italia e dell’Europa». Per ridurlo offre anche una ricetta: «Il debito pubblico ammonta attualmente a circa 2,2 mila miliardi, al contempo lo Stato e altri enti pubblici possiedono immobili con un valore pari a circa 600 miliardi. Se l’Italia fosse un’impresa, allora il Ceo cercherebbe di vendere una parte di questo patrimonio al fine di ridurre il debito».

Messina (IntesaSp): guardare economia reale forte, non a spread

askanews.it 29 maggio 2018

O si rischiano “errori strategici assoluti”
Messina (IntesaSp): guardare economia reale forte, non a spread

Roma, 29 mag. (askanews) – A guardare la finanza e lo spread invece dell’economia reale si rischiano “errori strategici assoluti”, ha avvertito l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, a margine delle considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia. “Non c’è nessuna correlazione fra lo spread e la forza di questo Paese”, ha detto.

“Credo che quello che è importante è guardare ai fondamentali del Paese. L’economia reale del Paese è forte, in crescita, anche se con alcune disuguaglianze su cui lavorare, come la disoccupazione giovanile. In questo momento bisogna guardare all’economia reale e non all’economia finanziaria – ha detto Messina – perché sennò si rischia di commettere degli errori strategici assoluti. Non c’è nessuna correlazione fra lo spread e la forza di questo Paese”.

 

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Veneto Banca e Popolare di Vicenza, Intesa Sanpaolo congela il fondo per i risparmiatori gabbati

Intesa Sanpaolo stoppa il plafond da 100 milioni in favore degli ex soci di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. Come scrive il Mattino a pagina 13, nel chiarire i motivi di tale decisione ai risparmiatori, l’istituto guidato da Carlo Messina (in foto) ha sottolineato che si vede costretta suo malgrado a sospendere il fondo fino a che non verrà esclusa la responsabilità civile della banca verso azionisti e obbligazionisti subordinati delle ex banche venete.

Tale prospettiva, se esclusa dal tribunale di Vicenza, era infatti prevista nel procedimento penale inizialmente aperto nei confronti di Veneto Banca e poi spostato a Treviso.

Sebbene la responsabilità civile di Intesa sia stata espressamente esclusa dal decreto legge relativo alla liquidazione coatta amministrativa delle due ex popolari venete e dagli accordi contrattuali con le due entità in liquidazione, Intesa Sanpaolo ha ritenuto opportuno attendere che il quadro giudiziale si chiarisca per procedere all’erogazione del plafond. Erogazione che avverrà nel corso di un solo anno rispetto alle 5 tranches inizialmente previste per segnalare la vicinanza di Intesa alle famiglie colpite dal crac delle ex banche venete.

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L’ERRORE CARLO MESSINA LO HA GIA’ FATTO DAVANTI AD UNA ECONOMIA REALE – LE BANCHE VENETE E I SUOI AZIONISTI E A TUTTE LE AZIENDE PASSANDOLE IN SGA E DISTRUGGERLE  – MA DI CHE COSA PARLA ANCORA?

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Governo, si fanno sentire i poteri forti: l'”avvertimento” di Messina (Banca Intesa)

Governo, si fanno sentire i poteri forti: l’”avvertimento” di Messina (Banca Intesa)

Governo, si fanno sentire i poteri forti. “Attenzione a non perdere la fiducia di  chi sottoscrive il debito italiano”. A sottolinearlo in una intervista al Corsera è Carlo Messina, Ad di Intesa Sanpaolo, che invita a non  sottolineare il ” problema Italia”. “Un paese affidabile con  un’economia forte -spiega- ha le stesse prospettive di Germania,  Francia e Spagna”. “Noi -sggiunge- siamo un paese fatto di persone  abituarte a risparmiare. Oggi possiamo contare su una ricchezza  finanziaria pari a 10.000 miliardidi euro, 6.000 se escludiamo gli  immobili. Affincè questa ricchezza non perda di valore, affinchè gli  italiani non vengano danneggiati, abbiamo bisogno di stabilità”.

Per Messina l’Italia deve puntare “a una maggiore crescita. …

 

Cosa ha detto davvero il commissario Oettinger sugli elettori italiani

il post.it 29 maggio 2018

Il virgolettato che sta girando sui giornali italiani era la libera – liberissima – sintesi di un giornalista

In un’intervista rilasciata al’emittente televisiva tedesca Deutsche Welle, il commissario europeo per il bilancio Günther Oettinger ha parlato anche della crisi istituzionale e politica degli ultimi giorni in Italia. Oettinger si è detto fiducioso del nuovo governo italiano – quello guidato da Carlo Cottarelli, che deve ancora giurare – e del fatto che alle prossime elezioni politiche non si assisterà a un’ulteriore crescita dei partiti populisti e contrari all’euro. L’intervista completa andrà in onda solo stasera alle 21, ma il giornalista che ha intervistato Oettinger – Bernd Thomas Riegert – ha diffuso delle anticipazioni, parafrasando il contenuto di alcune dichiarazioni di Oettinger e generando grande clamore e reazioni molto critiche nella stampa e nella politica italiane.

In un primo tweet sull’intervista, Riegert ha citato una frase tra virgolette attribuendola a Oettinger: «I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto». Quel tweet è stato poi cancellato e Riegert ne ha pubblicati altri due (uno in tedesco e uno in inglese) in cui ha parafrasato quello che gli aveva detto Oettinger e in cui non c’era più la frase incriminata, che nel frattempo era già stata ripresa da tutti i giornali italiani e commentata da politici come Matteo Salvini. Riegert ha confermato al Post che Oettinger non aveva pronunciato la prima frase che gli aveva attribuito, che era un virgolettato falso: una sua sintesi di quello che era stato detto nell’intervista.

I nuovi tweet di Riegert, che sono una nuova sintesi piuttosto libera delle parole di Oettinger – dicono: «Il commissario dell’Unione Europea Oettinger mi ha detto che i mercati e le previsioni finanziarie peggiorate insegneranno agli elettori italiani a non votare per partiti populisti alle prossime elezioni» e includono un virgolettato di Oettinger diverso dal primo: «Posso solo sperare che questo avrà un peso durante la prossima campagna elettorale». Anche questo virgolettato però è diverso da una terza versione delle parole di Oettinger che Riegert ha diffuso poco dopo su Twitter e che sembra essere invece una trascrizione accurata di quello che è stato detto nell’intervista, in tedesco:

«Quello che temo e che penso accadrà è che le prossime settimane finiscano per mostrare drastiche conseguenze nei mercati italiani, sui titoli e sull’economia, così vaste che dopotutto potrebbero spingere gli elettori a non votare per i populisti di destra e di sinistra. C’entra la possibile formazione del governo. Posso solo sperare che questo abbia un peso nella campagna elettorale e che mandi un segnale perché non venga data la responsabilità di governare ai populisti di destra e di sinistra»

DW | Europe

@dw_europe

EU Budget Commissioner @GOettingerEU on Italy:

“My concern, and my expectation is that the coming weeks will show that … Italy’s economic development could be so drastic that this could be a possible signal to voters not to choose populists from left and right.”

Nel tardo pomeriggio Günther Oettinger si è scusato per quanto aveva detto nell’intervista: «Rispetto totalmente la volontà degli elettori di essere di sinistra, di destra o di centro in qualsiasi paese. Parlando degli attuali sviluppi nei mercati in relazione alla situazione italiana, non volevo essere irrispettoso e mi scuso per questo. L’Italia come paese fondatore dell’Unione Europea gioca un importante ruolo nel processo di integrazione europea e spero che continui a farlo».

Günther H. Oettinger

@GOettingerEU

I did not mean to be disrespectful and I apologize for this. Read my full statement on my remarks on in the @dwnews interview: http://europa.eu/rapid/press-release_STATEMENT-18-3983_en.htm  @RiegertBernd

Quirinale, il giallo Cottarelli tra improvvisazione e confusione

FRANCESCA CARLI lettera43.it 29 maggio 2018

I corazzieri che lasciano il picchetto. Poche parole imbarazzate del portavoce del Colle Grasso. Il premier incaricato diretto a Montecitorio. Cosa non torna nell’irritualità dell’incontro con Mattarella.

Era tutto pronto. Fotografi e cronisti appostati in attesa delle dichiarazioni di Carlo Cottarelli sul nuovo governo. E l’account ufficiale del Quirinale aveva già postato la foto di rito: il capo dello Stato e il presidente del Consiglio incaricato (di turno) accomodati nello studio della Vetrata.

Qualcosa però non è andato secondo rituale. I corazzieri hanno improvvisamente lasciato il picchetto alla porta più fotografata d’Italia, segnale che il presidente della Repubblica aveva lasciato la Vetrata per far ritorno al suo studio privato. Lunghi minuti di interrogativi. E nessuna risposta. Nemmeno quando dallo studio è uscito Giovanni Grasso, consigliere per la stampa e la comunicazione del Quirinale.

COTTARELLI IN FUGA VERSO MONTECITORIO. «Il presidente del Consiglio incaricato, Carlo Cottarelli, ha riferito al capo dello Stato della situazione. I due si rivedranno domani mattina», si è limitato a spiegare alle telecamere e ai cellulari che si è ritrovato sotto il mento. Il presidente incaricato non ha nemmeno riferito in Senato, dove era atteso. Ha invece raggiunto Montecitorio.

COLPO DI SCENA CHE SA DI IMPROVVISAZIONE. Martedì pomeriggio, mentre si scatenava la tempesta perfetta in Senato e la crisi istituzionale italiana contagiava Bruxelles con le dichiarazioni sconsiderate (cit. Jean-Claude Juncker) del commissario al Bilancio europeo Gunther Oettinger, anche al Colle si è consumato un colpo di scena che sa tanto di improvvisazione. A chi mastica i rituali quirinalizi infatti non è sfuggito un altro dettaglio: a riferire ai giornalisti non è stato il segretario generale Ugo Zampetti che abbiamo imparato a riconoscere grazie a maratone e dirette, ma Grasso.

GRASSO, CHIARO SIMBOLO DI CONFUSIONE. Grasso, secondo quanto ha appreso Lettera43.it, è stato costretto su due piedi a inventarsi qualcosa, giusto il minimo indispensabile. Questo è sintomo di confusione, notano fonti vicino al Colle. Anche la volontà più che condivisibile di non parlare a mercati aperti non tiene come giustificazione, semmai è una aggravante. L’incontro infatti poteva essere fissato più tardi, o prolungato fino alla chiusura della Borsa.

Pressing per il voto a fine luglio

Carlo Cottarelli e Sergio Mattarella.

ANSA

Solo successivamente fonti del Quirinale hanno chiarito che Carlo Cottarelli aveva «semplicemente bisogno di più tempo per approfondire alcuni nodi legati alla lista». Smentendo le voci di una rinuncia di Mister Spending Review. «Stiamo approfondendo alcune questioni sulla lista dei ministri, ma non ci vorrà molto», ha detto il presidente incaricato all’ingresso di Montecitorio dove gli è stato messo a disposizione uno studio.

NESSUNA TRACCIA DI NOTE UFFICIALI. Manca però tuttora una nota o una comunicazione ufficiale da parte sua o dal Colle. Non proprio un dettaglio vista la crisi politica che sta attraversando il Paese. E che pare aver contagiato pure il cerimoniale che ne scandisce la vita istituzionale. Un’altra certezza, sebbene formale, che sembra sbriciolarsi.

RESTA L’INCOGNITA SUL GOVERNO. Il sospetto che il governo Cottarelli, destinato a non ottenere la fiducia, non veda nemmeno la luce resta. Anche il Pd ha annunciato che non voterà la fiducia chiedendo lo scioglimento immediato delle Camere. Ormai si spinge per andare al voto il prima possibile. Non solo una suggestione, se è vero che – come rivelato dall’Huffington Post – gli uffici tecnici del Viminale sarebbero già al lavoro per verificare la fattibilità di elezioni il 29 luglio. Nei palazzi si mormora che manchi solo un ok: quello di Silvio Berlusconi.

I tre autogoal di Mattarella: ora solo lo “Stellone” ci può salvare. A cura di Primo Gonzaga

 scenarieconomici.it 29 maggio 2018

 

In un momento cruciale della nostra storia (il 29 giugno si terrà una riunione importantissima dei Primi Ministri Europei che deciderà se cambiare la politica economica UE in misura molto più espansiva oppure tenere l’attuale impostazione voluta dai Tedeschi) il nostro Presidente compie tre errori madornali:

  • Nega la possibilità di avere un Governo rappresentativo della maggioranza degli Italiani
  • Giustifica il suo operato perché lo Spread sale, mettendo così lo spread e i mercati al posto del Parlamento Italiano
  • Nomina un Primo Ministro che nessuno vuole in Italia ma che ha nel DNA i concetti di politica economica tedeschi (tagli e risparmi fino a raschiare il barile) che perfino la Francia di Macron ormai vuole modificare.

I mercati appena eletti a giudice supremo delle sorti italiche, in 2 giorni di vendite distruggono BTP e Borsa italiana.

Mattarella ignora le 2 regole base dei suoi nuovi governanti:

1) i mercati temono più l’incertezza di ogni altra cosa

2) i mercati se vedono un animale ferito isolato dal gruppo lo azzannano.

Figura 1 Il BTP crolla dopo la nomina di Cottarelli da 127.5 a 120

E adesso? Perché dico che ci può salvare solo lo “stellone” cioè la fortuna.

Semplice, non avendo governo siamo una nave alla deriva. Unica colossale fortuna è che siamo una nave grossa, molto grossa e con enormi carichi a bordo assicurati da quasi tutte le banche del mondoInsomma se affondiamo li tiriamo giù tutti, a cominciare dalle banche tedesche (non è un caso che la più grande banca teutonica, Deutsche bank proprio oggi abbia superato al ribasso il suo minimo storico) per poi passare all’Euro (che senza l’Italia si disintegra) per finire al sistema finanziario internazionale: se il default della Lemhan ha fatto da detonatore della crisi pensate cosa accadrebbe in una crisi del debito italiano? Una vera “armageddon” mondiale.

Figura 2 sarà un caso che la più grande banca tedesca scenda ai minimi lo stesso giorno della crisi dei BTP italiani?

Per questo parlo di “stellone”, dovranno essere altri ad aiutarci ad uscire dall’empasse. Noi staremo lì a guardare con un Mattarela che fa autogoal e Cottarelli che non conta nulla. Saranno gli altri paesi a dover fermare la valanga.

Insomma speriamo nello stellone. Può darsi e io lo ritengo probabile, che ci vada ancora bene, ma non avendo un Governo al tavolo delle trattative, non speriamo di non dover pagare un prezzo.

Ce la caveremo ancora, ma il prezzo sarà salato, a cominciare dalla nostra irrilevanza sui tavoli internazionali.

Primo Gonzaga

29/5/2018

C’È GROSSA PAURA IN EUROPA: LA TEMPESTA NON RESTERÀ CONFINATA IN ITALIA. OGGI LO SPREAD CHIUDE A 300, MILANO A -2,6%, MA TUTTE LE BORSE EUROPEE SONO IN SOFFERENZA. GLI INVESTITORI STANNO VENDENDO ANCHE I TITOLI TEDESCHI E FRANCESI – SI MORMORA CHE LA BCE ERA PRONTA A FERMARE IL QUANTITATIVE EASING (ACQUISTO MASSICCIO DI TITOLI DI STATO ITALIANI) IN CASO DI NOMINA DI SAVONA (IL CHE SPIEGA LE MOSSE DI MATTARELLA) – NELLA SETTIMANA DELLA FORMAZIONE DEL GOVERNO CONTE, DRAGHI HA RIDOTTO GLI ACQUISTI RISPETTO A QUELLA PRIMA…

dagospia.com 29 maggio 2018

MARIO DRAGHIMARIO DRAGHI

DAGONEWS – C’è grossa paura in Europa, perché questa tempesta non resterà confinata solo in Italia: già oggi le borse europee sono andate male e gli investitori stanno vendendo anche i titoli tedeschi e francesi. Non è utile a nessuno continuare così, e anche in USA iniziano a temere un contagio da Oltreoceano. Anche per questo è arrivato il segnale a tutti i partiti di accelerare la data delle elezioni. E anche per questo Cottarelli tentenna.

Quello che si mormora negli ambienti finanziari, e che spiegherebbe molte delle scelte di Mattarella, è che in BCE c’era un fronte pronto a fermare il QE per l’Italia in caso di nomina di Savona. Un’agenzia Radiocor citata anche dagli economisti della Lega rivelava che gli acquisti in ambito QE nella settimana della formazione del governo Conte erano scesi a 3 miliardi e spicci dai 5 e rotti della settimana precedente. E il vero problema è che tutte le banche e i nostri enti previdenziali (dall’INPS in giù) sono pieni di Bot italiani, oggi scesi del 4%. Gran parte del risparmio degli italiani è in Bot…

MATTARELLA MERKELMATTARELLA MERKEL

SPREAD BTP-BUND CHIUDE VICINO A 300 PUNTI BASE

 (ANSA) – Lo spread tra Btp e Bund chiude vicino alla soglia dei 300 punti base, a 290 punti – sugli schermi Bloomberg – con il rendimento del decennale italiano al 3,13%. Il differenziale ha segnato un’accelerazione nelle ultime battute della seduta dopo che l’incontro tra il presidente del Consiglio incaricato Carlo Cottarelli e il capo dello Stato Mattarella si era appena concluso senza la presentazione della lista dei ministri.

SPREAD BTP-BUND A 2 ANNI SCHIZZA 190 PUNTI A QUOTA 343

sergio mattarella carlo cottarelliSERGIO MATTARELLA CARLO COTTARELLI

 (ANSA) – Il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato italiani a due anni e quelli tedeschi di eguale durata si è allargato oggi di 190 punti basi, pari a quasi il 2%. Lo spread tra il btp con scadenza giugno 2020 e il bund si è allargato a 343 punti. Il rendimento del btp a due anni si è impennato al 2,639%, poco meno di quanto rendeva ieri il nostro btp decennale.

BORSA: MILANO CHIUDE A -2,65%, PESA ATTESA GOVERNO

 (ANSA) – La Borsa di Milano chiude in calo con il Ftse Mib che cede il 2,65% a 21.350 punti. Sulla seduta pesano le incertezze del quadro politico italiano dopo l’incontro tra il premier incaricato, Carlo Cottarelli, ed il capo dello stato, Sergio Mattarella, e la notizia che si rivedranno domani.

BORSA: EUROPA CHIUDE IN ROSSO, PESA INCERTEZZA ITALIA

QUANTITATIVE EASING DRAGHIQUANTITATIVE EASING DRAGHI

 (ANSA) – Le Borse europee chiudono in profondo rosso con i listini che risentono dell’incertezza sulla formazione del nuovo governo e gli scenari su una ipotetica uscita dall’euro che le forze politiche italiane smentiscono. Sotto pressione le banche con le tensioni sui titoli di Stato italiani e l’aumento dello spread con il Bund tedesco. L’euro è in calo sul dollaro a 1,1555 a Londra. L’indice d’area stoxx 600 cede l’1,37%. Male Madrid (-2,49%) con l’Ibex-35 a 9.521 punti, Francoforte (-1,53%) ed il Dax a 12.666 punti, Parigi (-1,29%) ed il Cac-40 a 5.438 punti e Londra (-1,26%) con il Ftse-100 a 7.632 punti.

paola savona villa borghesePAOLA SAVONA VILLA BORGHESE

 

LO SPREAD CRESCE…. PICCOLO INDIZIO DI QUALI SIANO LE CAUSE , ED I RELATIVI MANDANTI.

 scenarieconomici.it 29 maggio 2018

 

Cari amici,

post rapidissimo, direi fulmineo. Oggi lo spread ha fatto quello che voleva, e non solo in Italia. Questo è il BTP-Bund,

Ci siamo mossi intorno ai 300 punti, con un’emissione di BOT che, per la prima volta dopo lungo tempo, è tornata a dare un rendimento positivo. Il problema non è però solo italiano. Vediamo ad sempio lo spread bonos spagnoli a 10  anni e bund. I valori sono molto più bassi ma c’è una indubitabile tendenza alla crescita.

Le ragioni sono economiche e politiche . Quelle economiche sono di Trend, con la fine del QE (il quantitative easing, la politica monetaria espansiva)  negli USA, che comunque porta ad una generale spinta al rialzo dei tassi. Poi ci sono quelle, diciamo “Politiche”, cioè legate alla forza che la BCE , e qualcun altro, , vuole esercitare sul sistema economico italiano. La prova ? Un’agenzia Radiocor di oggi, nn sfuggita ai più:

 “Milano, 28 mag – Gli acquisti di titoli da parte dell’eurosistema nell’ambito del programma di Quantitative easing sono calati nel corso della settimana terminata il 25 maggio a 3,831 miliardi di euro dai 5,309 miliardi della settimana precedente. Secondo i dati forniti dalla Bce, nella settimana gli acquisti di titoli di Stato sono stati pari a 3,628 miliardi (3,382 miliardi la settimana precedente) mentre quelli di corporate bond hanno totalizzato quota 0,852 miliardi (da 1,159 mld). Infine gli acquisti di covered bond sono calati di 0,462 miliardi (da +0,489 mld), mentre quelli di Abs sono stati negativi per 0,187 miliardi (da +0,279 mld).”

Bellamente, gentilmente, la BCE ci avvisa che, nel mezzo di una crisi politica che percorre mezza europa (anche la Spagna è senza governo, e la Germania sta attaccando pesantemente l’Ungheria sulla legge-Soros) ha deciso di ridurre del 28% gli acquisti dei titoli , soprattutto di stato. In questo modo ha scaricato tensione ulteriore sul mercato. Ora una banca centrale di un paese normale dovrebbe agire per ridurre, non per incrementare le tensioni sui titoli dei paesi membri. Basti vedere come i rendimenti dei titoli di stato giapponesi siano perfino scesi oggi, nonostante l’enorme debito di quel Paese, pari al 230% circa del PIL, molto più alto di quello italiano.

Semplicemente questo accade perchè la Banca centrale giapponese (BOJ) fa il suo lavoro, compra titoli di stato per mantenere sotto controllo gli interessi in Yen . Perchè la Banca centrale europea fa l’esatto opposto ?

Se chiamate Francoforte magari vi risponderanno che la riduzione del QE europeo è comunque in progetto, e che quindi questa riduzione fa parte di un piano di lungo periodo. Però curiosamente, la nostra impressione è opposta e confermata da voci e da interviste internazionali. Ad esempio questa:

dwnews

@dwnews

In an interview with DW, EU Budget Commissioner @GOettingerEU expresses his concerns with the formation of Italy’s government and hopes that financial crisis will convince voters not to vote for populists

“In an interview with DW, EU Budget Commissioner  expresses his concerns with the formation of Italy’s government and hopes that financial crisis will convince voters not to vote for populists”

In un’intervista con la DW, Il commissario al Bilancio della UE Oettinger ha espresso le sue preoccupazioni sulla formazione del governo in Italia e spera che la crisi finanziaria convincerà gli elettori a non votare per i populisti.”

Questo è ancora più chiaro nel tweet, poi cancellato , dello stesso intervistatore ,

“I mercati insegneranno agli italiani a votare la cosa giusta” , Certo, i mercati sotto il controllo della Banca Centrale Europea. Come dire che quanto puntate una pistola ad una persona e le vi fate dare il portafoglio, in realtà, non le state insegnando altro che la realtà. Forse la maggiore pubblicità anti euro ed anti unione europea che  fosse possibile realizzare, anni di investimenti comunicativi cancellati. Anzi ci chiediamo che senso abbia, a questo punto, il “Whatever it takes” di Mario Draghi: la BCE farà di tutto per difendere l’euro, compreso minacciare e compiere estorsione verso il suoi membri? Perchè, se così è , come sembra, meglio allontanarsene il prima possibile.

 

 

Perché l’Italia deve rimanere nell’Euro?

https://www.lantidiplomatico.it/ Fabrizio Verde 28 maggio 2018

Perché l'Italia deve rimanere nell'Euro?

La stragrande maggioranza del personale politico e media mainstream all’unisono tuonano che l’Italia non può permettersi di uscire dalla moneta unica. É quindi giunto il momento di rovesciare il paradigma ed evidenziare perché per l’Italia sia insostenibile la permanenza nella gabbia monetaria europea

di Fabrizio Verde
Le recenti e arcinote vicende che hanno portato allo scontro istituzionale tra il presidente della Repubblica Mattarella e la maggioranza parlamentare M5S-Lega, con il conseguente veto sul nome di Paolo Savona evidentemente sgradito a Berlino e Bruxelles, hanno riportato in auge il mai sopito dibattito sulla permanenza dell’Italia nell’euro. Una forma coercitiva di governo più che una semplice moneta.

 

La stragrande maggioranza del personale politico e media mainstream all’unisono tuonano che l’Italia non può permettersi di uscire dalla moneta unica. É quindi giunto il momento di rovesciare il paradigma ed evidenziare perché per l’Italia sia insostenibile la permanenza nella gabbia monetaria europea.

 

Una situazione dove l’Italia si era già cacciata negli anni del fascismo, quando Mussolini decise che per ragioni di prestigio internazionale la Lira dovesse raggiungere e mantenere la parità con la Sterlina inglese.

 

Il 18 agosto del 1926 in un discorso tenuto a Pesaro, Benito Mussolini, annunciò per la Lira una politica di rivalutazione nei confronti della Sterlina, la valuta mondiale di riferimento a quel tempo. Il regime, esclusivamente per motivi di prestigio e credibilità internazionale, adottò una politica di forte rivalutazione della moneta fissando l’obiettivo alla «prestigiosa quota 90». L’obiettivo stabilito e raggiunto nel dicembre del 1927 con l’introduzione da parte di Mussolini del Gold Standard Exchange, fu quello di condurre il tasso di cambio da 153,68 Lire per una Sterlina, a 90 Lire per una Sterlina. Una rivalutazione di ben il 19% per la moneta italiana.

 

Passano due anni con la Lira sempre attestata sulla fatidica «quota 90», il fascismo arroccato alla strenua difesa della prestigiosa quota e la Grande Depressione del 29′ in arrivo dagli Stati Uniti d’America relegata in qualche trafiletto semi-nascosto, giacché i giornali del regime sono impegnati a narrare agli italiani le mirabolanti conquiste del corporativismo fascista. Intanto il tenore di vita degli italiani peggiora notevolmente. I forti tagli salariali sono stati già definitivamente sanciti attraverso l’approvazione della «Carta del Lavoro». Il costo della crisi e del supposto prestigio derivante dalla moneta forte è scaricato per intero sulla classe lavoratrice.

 

Quando non si può svalutare la moneta si svaluta il lavoro attraverso i salari.

L’analogia con l’Euro è lampante su questo punto.

 

La «Lira forte» è una delle bandiere del regime tanto che Mussolini di dichiara pronto a «difendere la Lira fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo sangue». Appaiono inquietanti certe analogie con i difensori dell’Euro a spada tratta, costi quel che costi. Inoltre, altra analogia (già richiamata in precedenza) con l’attuale scenario, per sostenere il rialzo della Lira si dovette ricorrere a politiche deflattive sui salari che tra il 1927 e il 1928, e senza soluzione di continuità sino ai primi anni 30′ subirono diminuzioni dal 10% al 20% a seconda delle categorie. Una scure calò sui salari degli operai che videro peggiorare le loro già miserevoli condizioni di vita.

 

Arriviamo così al 1930: la Lira è sempre arroccata a «quota 90» nei confronti della valuta inglese e la situazione continua a peggiorare, complice anche la Grande Depressione che porta i banchieri privati americani a richiedere indietro i milioni di dollari dati in prestito a comuni, enti e società italiane a partire dal 1925. A pagare il prezzo più alto è sempre la classe lavoratrice: i disoccupati aumentano di 140 mila unità rispetto all’anno precedente, i salari subiscono una stretta ulteriore (25% lavoratori agricoltura – 10% lavoratori industria – forti decurtazioni settore statale), tanto da divenire i più bassi dell’intero continente. Mentre la discesa dei prezzi non fu altrettanto ripida come quella dei salari. Tanto che il Corriere della Sera scriveva, «il salariato fa questo ragionamento molto semplice: se il costo della vita va giù del 5%, ed i miei salari van giù del 10%, chi gode della differenza?».

 

Oggi come allora: diminuzione dei salari, crollo della produzione, esponenziale aumento della disoccupazione, progressiva proletarizzazione degli strati sociali intermedi, forte crescita della povertà. Quelli appena citati sono gli effetti classici di un processo di aggancio a uno standard nominale forte.

 

Lo scenario deprimente a cui assistiamo dall’ingresso nell’eurozona che è equivalso sostanzialmente ad un aggancio della Lira al Marco tedesco.

 

Alla luce di una siffatta situazione la domanda è: per quale motivo l’Italia dovrebbe restare nell’Euro?

Guido Tabellini: in caso di crisi, meglio uscire dall’euro che ristrutturare il debito

 startmag.it 29 maggio 2018

“Se dovessimo tornare in una grave situazione di crisi finanziaria, cosa possibili, io credo che l’alternativa preferibile sia l’uscita dall’euro e non la ristrutturazione del debito”. A dichiararlo è stato Guido Tabellini, probabile futuro ministro dell’Economia del governo Cottarelli in fieri, anche se non è detto che si formi.

Tabellini ha sostenuto la tesi il 27 giugno del 2014 nel corso di un convegno con Paolo Manasse (Università di Bologna); George Papaconstantinou (ex Ministro dell’Economia in Grecia); Lucrezia Reichlin (London Business School); Guido Tabellini (Università Bocconi); Charles Wyplosz (Graduate Institute of International and Development Studies, Ginevra) e Danilo Taino (Corriere della Sera).

E’ una delle proposte a sorpresa che si rintracciano nel recente passato dell’economista liberale, già rettore della Bocconi ed editorialista del Sole 24 Ore.

Di recente Tabellini ha iniziato una collaborazione con il quotidiano Il Foglio diretto da Claudio Cerasa.

Ecco di seguito alcuni brani del suo primo commento per il Foglio pubblicato il 18 aprile 2018.

Tutto bene dunque? Purtroppo non è così semplice. La situazione dell’Italia è terribilmente fragile, e non tutti se ne rendono conto. L’ingresso nell’euro ci ha privato di una Banca centrale che agisce come prestatore di ultima istanza nei confronti dello stato. E’ come se tutto il nostro debito pubblico fosse espresso in valuta estera. Ma il debito in valuta estera è molto più esposto a crisi di fiducia. Basta poco per trovarsi in una spirale avversa di recessione, contrazione del credito bancario, alti tassi di interesse, che rende insostenibile il debito pubblico. Non è un caso che le crisi finanziarie spesso colpiscano paesi emergenti con un debito in valuta estera intorno al 70 per cento del reddito nazionale. Il debito italiano è quasi il doppio.

Un recente lavoro dello Studio Ambrosetti curato da Carlo Cottarelli ha simulato l’andamento del debito pubblico italiano in seguito a una recessione di entità moderata (crescita a meno 1,5 per cento il primo anno e meno 0,5 il secondo). Anche senza un rialzo dello spread, il debito salirebbe dal 130 al 141 per cento del pil in tre anni. Ma i mercati non starebbero a guardare, e il debito diventerebbe presto insostenibile. Recessioni di questa entità non sono un evento estremo. Abbiamo visto di peggio anche quando l’Italia aveva la sua moneta e la sua Banca centrale: nel 1974-75 il reddito italiano è sceso di quasi il 4 per cento, nel 1992-93 di quasi il 2.

Cosa dovremmo fare per mettere il paese in sicurezza? La risposta è semplice e non controversa: con un debito così elevato, l’avanzo primario dovrebbe salire intorno al 4 per cento del pil. In questo modo, il debito pubblico scenderebbe in fretta, ma soprattutto vi sarebbero margini per mantenere un avanzo primario positivo durante un peggioramento ciclico o per assorbire aumenti del tasso di interesse. Anche la Banca d’Italia indica nel 4 per cento l’obiettivo di avanzo primario da raggiungere al più presto.

Nell’attuale situazione politica, l’obiettivo di un avanzo primario al 4 per cento del pil è chiaramente illusorio. Non perché non sia raggiungibile dal punto di vista economico. Altri paesi avanzati lo hanno realizzato per periodi lunghi e senza stroncare la crescita: tra la metà degli anni Novanta e il 2007, il Belgio ha tenuto il suo avanzo primario sopra o vicino al 4 per cento del pil in tutti gli anni tranne uno, con l’economia che cresceva intorno al 2 per cento; il Canada è un secondo esempio. Se uno sforzo fiscale di questa entità è improponibile oggi in Italia, le ragioni sono prevalentemente politiche.

L’opinione pubblica è stata sedata da due efficaci anestetici. Da un lato, gli acquisti di titoli di stato da parte della Banca centrale europea hanno creato un’ingiustificata tranquillità; tutto ci è permesso, tanto i mercati hanno di nuovo fiducia e lo spread è tenuto sotto controllo. Dall’altro, i governi della precedente legislatura hanno contribuito a diffondere l’opinione che i conti pubblici sono a posto, che il più è stato fatto, che l’andamento tendenziale della finanza pubblica è su un sentiero adeguato, salvo poi sistematicamente allontanarsene per attuare una politica fiscale più espansiva del tendenziale.

Nei prossimi due anni, possiamo permetterci di restare sedati. Probabilmente lo scenario economico resterà favorevole e i tassi di interesse saranno bassi. Ma poi? E’ probabile che l’economia mondiale si stia avvicinando ora al picco della crescita. L’aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti e la fine degli acquisti di titoli di stato in Europa, il rischio di una guerra commerciale, o altri choc oggi imprevedibili, potrebbero mandare gli Stati Uniti in recessione nel 2020 o nel 2021. In questo scenario negativo, le conseguenze non tarderebbero a farsi sentire anche nell’Eurozona. I mercati finanziari e l’Europa chiederebbero ancora una volta all’Italia di attuare rigide politiche fiscali anticicliche. Il risveglio dalla sedazione si trasformerebbe presto in un incubo. Cosa farebbero in queste circostanze i partiti politici che hanno vinto le elezioni, e che fino a pochi mesi fa dicevano di voler indire un referendum sull’uscita dall’euro?

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