GIORNALISTI, VIL RAZZA PAGATA – “UN GOVERNO SI MANTIENE CON LA COMUNICAZIONE”, DICEVA L’EX PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA SICILIA E PUPILLO DELL’ANTIMAFIA ANTONELLO MONTANTE. E DALL’INCHIESTA EMERGE CHE AVEVA ASSOLDATO UN BEL GRUPPO DI GIORNALISTI. ED ALTRETTANTO NUMEROSI ERANO QUELLI CHE DISPREZZAVA. ECCO I NOMI…

dagospia.com 30 maggio 2018

MONTANTE CROCETTAMONTANTE CROCETTA

Fabio Amendolara per la Verità

«Un governo si mantiene con la comunicazione», sentenziava il cavalier Antonello Montante, l’ ex presidente di Confindustria Sicilia e pupillo dell’ antimafia, finito due settimane fa prima ai domiciliari con l’ accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e poi in carcere perché aveva tentato di inquinare le prove. Lui, che aveva preso a modello l’ ex premier Matteo Renzi, pensava di poter mettere in atto in Sicilia quello che a suo avviso il Rottamatore faceva con la stampa nazionale: «Renzi dona i soldi ai giornali».

MONTANTE CROCETTAMONTANTE CROCETTA

E così, secondo Montante, i giornalisti non gli rompevano le scatole. Aveva talmente bene in mente chi erano i rompiscatole da aver fatto attività di dossieraggio anche su alcuni di loro. C’ è una informativa della squadra mobile di Caltanissetta che riassume le relazioni allacciate con la stampa. Nel documento giudiziario, ad esempio, viene ricostruito un episodio in cui l’ ex leader degli industriali, oltre ad aver preteso durante una riunione di Confindustria il versamento di un contributo per il giornale online L’ Ora, sottolineò anche che era «per ammorbidire» i giornalisti del Fatto quotidiano Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza ed «evitare la pubblicazione di notizie che potessero danneggiare personalmente lui e Ivanhoe Lo Bello».

ANTONIO CALOGERO MONTANTEANTONIO CALOGERO MONTANTE

Marco Venturi, l’ ex amico di Montante che si è trasformato nel suo grande accusatore, ha riferito agli investigatori di aver versato lui stesso un contributo da 20.000 euro e che Montante, invece, «aveva versato», si legge nell’ informativa, «somme di denaro in nero, perché non voleva figurare tra i finanziatori». Dopo il lauto finanziamento, però, Giuseppe Catanzaro (attuale presidente di Sicindustria autosospeso dopo l’ avviso di garanzia) si lamentò con Montante per la pubblicazione di un articolo critico nei suoi confronti proprio sul giornale che pensavano di aver «comprato».

LO BELLO E MONTANTELO BELLO E MONTANTE

Era abile nell’ allacciare le relazioni Montante. E nelle carte finiscono tutti gli incontri con il vicedirettore dell’ Espresso Lirio Abbate: colazioni, pranzi e cene (sono 26 quelle che Montante aveva appuntato sul suo diario). Ma nei documenti finisce anche un episodio svelato da Maria Sole Vizzini, revisore contabile di un’ azienda che stava per fondersi con la Jonica Trasporti (partecipata della Regione e della quale Montante possedeva una piccola quota). La donna sostiene di aver ottenuto dal presidente facente funzioni della partecipata, Giulio Cusumano, la confidenza di aver ricevuto pressioni, legate anche alla sua vita privata, per concretizzare la fusione delle due società.

ANTONIO CALOGERO MONTANTEANTONIO CALOGERO MONTANTE

Vizzini, scrivono gli investigatori, «aveva potuto comprendere che ciò che le aveva raccontato Cusumano potesse avere un suo fondamento, in quanto in seguito era stata contattata dal giornalista Lirio Abbate, che le aveva domandato se corrispondessero a verità le notizie sulla vita privata di Cusumano» che circolavano.

 

Ma gli investigatori precisano che «dal contenuto della cartella trovata tra i dossier di Montante, emerge la sussistenza di ottimi rapporti tra lo stesso imprenditore e il giornalista Abbate, risalenti già al 2008». E a provarlo ci sono proprio colazioni, pranzi, cene e un Ferragosto in barca. Annotava tutto Montante.

MONTANTE CON ALFANOMONTANTE CON ALFANO

Tra i giornalisti più spiati c’ erano Attilio Bolzoni di Repubblica, Marco Benanti, ex direttore de Le Iene Sicule, e Gianpiero Casagni della rivista Centonove. «Si tratta, ed è pure banale sottolinearlo», si legge negli atti dell’ inchiesta, «di giornalisti che nel passato hanno pubblicato notizie con le quali si esprimevano in maniera fortemente critica nei confronti di Montante».

MONTANTE ALFANO LETTA CARRAIMONTANTE ALFANO LETTA CARRAI

Gli investigatori, però, trovano la copia di una conversazione tra Casagni e l’ ex fedelissimo di Montante, Alfonso Cicero, in cui «si poteva evincere che il primo domandasse di tenerlo in considerazione qualora occorresse un addetto stampa all’ Asi» e una mail del 2010 in cui Casagni chiedeva a Montante se potesse dargli una mano a trovare un lavoro. Questioni che Montante usa contro il giornalista, sostenendo che aveva motivi di rivalsa. Nel 2014 Casagni cerca di ottenere su Panorama un servizio sui rapporti tra Montante e un testimone di nozze definito imbarazzante, ma il settimanale cassa la proposta.

 

EMMA MARCEGAGLIA ANTONELLO MONTANTEEMMA MARCEGAGLIA ANTONELLO MONTANTEANDREA CAMILLERI ANTONELLO MONTANTE LUCA PALAMARAANDREA CAMILLERI ANTONELLO MONTANTE LUCA PALAMARA

Rapporti confidenziali ci sarebbero stati, almeno fino al 2013, con il giornalista del Sole 24 Ore Giuseppe Oddo. A lui Montante avrebbe chiesto anche di scrivere un libro per magnificare le sue gesta. Oddo declinò. Ma agli investigatori ha raccontato: «Seppi che il libro era stato redatto da Filippo Astone». «Sul contenuto del libro, intitolato Senza padrini e incentrato essenzialmente su un panegirico dell’ attività legalitaria di Montante», chiosano gli investigatori, «nulla si ritiene necessario aggiungere». Nel frattempo l’ Ordine dei giornalisti della Lombardia ha avviato un’ indagine interna.

Antonello MontanteANTONELLO MONTANTE

 

Debito: un’idea per uscirne vivi e tornare a crescere

di Milena Gabanelli corriere.it 29 maggio 2018

Se l’Italia dovesse decidere di uscire dall’euro, dovrebbe versare alla Germania 443 miliardi, la Francia gliene dovrebbe versare 65, la Spagna 381, e così via: il totale per la Bundesbank sono 923 miliardi. Questa è la posizione dell’entourage Merkel, e i numeri saltano fuori dai saldi del sistema di pagamento interbancario europeo, denominato Target 2.
Dobbiamo davvero pagare 443 miliardi alla Germania?

Questi saldi però hanno solo un significato contabile, come si evince da uno studio della London School of Economics, a meno che uno di questi Paesi non decida «domattina» di abbandonare l’Euro. Quindi il problema è che se i tedeschi si stanno occupando della questione «saldi» vuol dire che stanno studiando il piano B della rottura dell’Euro per fare bottino. È meglio saperlo per chiarire e negoziare in fretta questo punto insieme ai Paesi membri, anche perché in questo momento non abbiamo bisogno di aggiungere carburante alle speculazioni politiche.

L’invenzione dello spread

In queste settimane Francia e Germania stanno decidendo le regole di funzionamento dell’Eurozona, e noi, terzo paese per dimensione economica, a quel tavolo è come se non ci fossimo. Il tema ruota attorno al debito pubblico: non riusciamo ad abbatterlo perché siamo amministrati da una pessima classe dirigente, ma è anche vero che su questo debito noi paghiamo interessi del 2,4% (schizzati oggi al 3,21% per effetto della turbolenza politica), mentre la Francia paga lo 0,7% e la Germania lo 0,4%. A queste condizioni la consistente parte sana del Paese non ce la farà mai. Quando abbiamo deciso di adottare una moneta unica abbiamo rinunciato ai tassi di cambio, vuol dire avere un unico tasso di interesse e rischi condivisi. Tradotto: 100 euro di debito, valgono 100 euro tanto a Berlino quanto a Roma. Era così fino al 2010, quando è esplosa la crisi e la cancelliera Merkel e il presidente francese Sarkozy hanno avuto paura che i vari governi nazionali non si mettessero in riga per pagare i debiti. Da allora ognuno per sé, ed è comparso lo «spread». La conseguenza è che quando la Bce, secondo le regole previste, presta dei soldi alle banche dei vari paesi dell’Eurozona, applica tassi di interesse diversi, a seconda del grado di rischio: 19 paesi, 19 tassi diversi.

Mentre perdiamo tempo arrivano le regole capestro

Le regole che si stanno definendo per noi potrebbero essere un cappio: le banche devono accantonare l’equivalente dei loro crediti deteriorati. Significa che le nostre banche non potranno permettersi di prestare soldi a quell’azienda in difficoltà, a cui basterebbe un po’ di liquidità per ripartire. E più aziende chiudono in Italia e meglio andranno le concorrenti tedesche o francesi. Per quel che riguarda il debito dello Stato, non si deve sgarrare dai parametri del fiscal compact, e quindi: riduzione della spesa e aumento delle tasse (vedi Iva). Ma c’è una novità: la possibilità di partecipare alla creazione di un fondo che compra un po’ di debiti (inclusi i nostri) degli Stati membri.

Un fondo che si finanzia emettendo titoli con 2 tassi d’interesse: uno più alto perché più rischioso in quanto legato al debito dei paesi messi come Italia, Grecia, Spagna, Portogallo, e uno più basso legato al debito di Paesi sicuri come Francia e Germania. In questo modo diventa regola l’euro a 2 velocità. In pratica vuol dire che l’impresa o la banca italiana pagherà il denaro sempre più di quella francese o tedesca, ovvero ci stiamo facendo concorrenza sleale nonostante sia vietato dalla prima regola dei trattati. La colpa è nostra se non riusciamo a sistemare i conti, ma di questo passo ci si avvita, perché non riesci a crescere, e tagliare la spesa (che è una misura urgentissima) non basta.
Un’assicurazione sul debito

Nell’assoluto vuoto politico una proposta alternativa nasce da un gruppo di economisti italiani, fra cui Marcello Minenna (direttore Consob), Roberto Violi (direttore Bankitalia), Giovanni Dosi (professore ordinario all’università Sant’Anna di Pisa ) e Andrea Roventini (professore associato sempre a Pisa) supportati anche in sede Ocse (dal policy advisor del Tuac Ronald Janssen). L’idea è quella di togliere il debito dalle spalle degli Stati — non farne più di nuovo — e assicurarlo attraverso un vero Fondo Salvastati (quello attuale, l’Esm, è sotto lo scacco della Germania). Facciamo un esempio: quest’anno all’Italia scadono un miliardo di titoli di Stato? Quel miliardo va rifinanziato, e il Tesoro lo fa emettendo sul mercato titoli a tassi di interesse più bassi pagando una polizza al fondo, che assicura gli investitori dai rischi. Lo stesso fanno tutti gli Stati membri, man mano che il loro debito scade. Chiaramente la polizza italiana costerà di più di quella francese o tedesca, ma intanto ti levi un rischio, e tempo 10 anni, tutti i Paesi avranno tutto il debito assicurato. A quel punto, con un unico soggetto garante, il debito avrà un solo tasso di interesse uguale per tutti.

Investimenti in opere strategiche

Il Fondo cosa ci fa con tutti questi premi assicurativi? Li può usare anche per finanziare investimenti pubblici mirati, attraverso il controllo del Comitato Fiscale Europeo, che valuterà di quali opere strategiche ogni Paese membro ha realmente bisogno. Quindi in Italia per esempio non si farà più l’autostrada inutile, ma magari il Porto di Gioia Tauro sì perché, essendo il fondo chiamato a rimborsare il debito se qualcuno non lo paga, deve essere certo di avere un ritorno. E gli investimenti fatti bene portano crescita, aumento del gettito e pertanto diminuzione del debito. Vuol dire avere uno Stato federale dietro una valuta. Insomma una visione d’Europa che guarda avanti. Il nuovo governo italiano, quando ci sarà, deve decidere cosa vuole: un’Eurozona vera, o quella finta, dove finiamo sempre col subire le decisioni degli altri. L’occasione è l’incontro dell’Eurogruppo di giugno, e sul tavolo ci deve stare anche la nostra proposta: quella di una condivisione dei rischi a prezzo di mercato, contro quella dell’«ognuno per sé» tanto cara ai tedeschi.

Ex BpVi e Veneto Banca, quel regalone da 3,5 miliardi a Intesa Nell’utile 2017 da 7,3 miliardi, il gruppo di Messina dovrebbe ricordare l’aiuto di Stato. Grazie a cui sta “digerendo” il boccone delle ex popolari venete

Alessio Mannino

Banca Intesa fa festa quest’anno: il 2017 si è chiuso per l’istituto guidato da Carlo Messina (in foto) con un maxi-utile di 7,3 miliardi di euro. Dei quali però quasi la metà, ovvero 3,5 miliardi, corrispondono all’aiutino di Stato ricevuto per quel regalone che è stato l’acquisto a condizioni, come si sa dall’anno scorso e come oggi vedremo nel dettaglio, ultramega-favorevoli, di quelle decotte carcasse che sono, anzi erano, la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca.

Nel Veneto che ha ripreso, con dignità anche eccessiva, il suo abituale “lavora e tasi“, nessun esperto di finanza si è peritato di fare i conti in tasca alla nuova banca padrona. Lo ha fatto un po’ di tempo fa un professore del Politecnico di Torino, Marco Gallea, sul sito di informazione economica La Voce.info (di sicuro non tacciabile di essere un organo di parte). In un suo intervento del dicembre scorso, il docente fa una breve ma fulminante radiografia del “sol boccone” che ha fatto il gruppo bancario delle due ex popolari, partendo dalla cifra simbolica di 1 euro che le è costato. Non è esattamente così, perchè se fosse così si sarebbe presa in corpo passivi pari agli attivi. Quel che è passato foese un po’ en passant è lo scontone da 3,5 miliardi, la cifretta da niente di cui sopra, che ha ottenuto dall’accomodantissimo governo Gentiloni come “supporto finanziario”, avendo posto fra le condizioni di acquisto quella di non far sostenere ai suoi azionisti un aumento di capitale per mettere in sicurezza il proprio patrimonio di vigilanza. Questa è la prima, macroscopica deroga al codice civile strappata da Intesa al generosissimo Stato. Una “mano” che gli obbligazionisti subordinati potrebbero recuperare, scrive Gallea, solo con «recuperi irrealistici dai crediti deteriorati superiori al 60,58 per cento».

C’è poi una seconda, davvero letteralmente inaudita deroga alle leggi civili, che forse è stata un po’ sottovalutata: il rimborso statale a Intesa per farsi carico degli esuberi dei dipendenti di BpVi e Vb in eccesso, dell’ammontare di 1,8 miliardi, finirà sulle spalle delle due ex banche in liquidazione, cioè sul conto dei suoi azionisti e titolari di bond subordinati. Lo Stato si riverrà su di loro: un vero unicum. Il tutto, senza dimenticare i 400 milioni di garanzie statali contro ogni eventuale perdita per Intesa, e il finanziamento di 5,3 miliardi da parte di Intesa per la svalutazione dei crediti deteriorati, che Intesa si riprenderà dalla liquidazione della “bad bank” (a cui rimane in pancia una montagna di crediti deteriorati: 17,6, con un recupero stimato in 9). L’intera operazione, va ricordato, nell’«indimostrato assunto» che in caso di liquidazione il recupero sarebbe stato anche minore, o pari a zero.

Si sarebbe potuto fare diversamente, anzichè sottostare a condizioni-capestro, umilianti per il contribuente e beffardamente dannose per ex soci e sottoscrittori di obbligazioni? La conclusione a cui arriva la firma della Voce.info è bruciante, e merita di essere ripresa per intero: «Lo Stato poteva almeno pretendere azioni “speciali” di Intesa, con diritto per alcuni anni solo a una quota degli utili della divisione “ex-banche venete”, senza nessun danno o effetto diluitivo in capo agli attuali azionisti di Intesa. Al rientro con i proventi della liquidazione (e detratto un equo compenso) dall’“investimento forzato” in azioni “speciali”, lo Stato avrebbe potuto trasferire le azioni agli obbligazionisti subordinati e magari anche agli azionisti delle vecchie banche. A loro danno, c’è stato invece un ingentissimo e gratuito trasferimento di valore verso gli azionisti di Intesa. (…) Si è presumibilmente voluto dimostrare alle autorità europee che gli obbligazionisti subordinati e gli azionisti, figli di un dio minore, pagheranno sempre e comunque, anche se ben oltre il lecito».

Caso Manca – Veneto Banca, arriva anche a 4 media tra cui VicenzaPiù denuncia anonima. Da verificare coinvolgimento di professionisti vicentini e milanesi. E crac compagnia Volare

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù)  Mercoledi 25 Aprile 2018

Il 26 aprile 2017 La Nuova Venezia titolava a firma di Renzo Mazzaro: “L’intreccio d’affari Consoli-Manca ville e mutui per milioni di debiti“. E tra ieri e oggi, a quasi un anno esatto da questo articolo, è arrivata una denuncia anonima sugli sviluppi del caso, che coinvolge anche uno studio di Vicenza, oltre che a Mazzaro anche a noi di VicenzaPiù e a Panorama, GdV, Tribunale di Vicenza Sezione Fallimentare, Procura della Repubblica di Vicenza, Procura della Repubblica di Treviso, nucleo di Polizia Tributaria di Vicenza, Consiglio dell’Ordine dei Dottori Commercialisti di Vicenza e Consiglio dell’Ordine dei Dottori Commercialisti di Milano e, per chi tutela i soci delle banche venete, all’Associazione Ezzelino III da Onara e al suo Tributarista Loris Mazzon.

La precedente inchiesta del noto giornalista Mazzaro, le motivazioni addotte dall’autore per il suo anonimato (“Collaboro presso lo studio di Vicenza del Dr. Gianantonio Dalle Carbonare; devo inviare la presente in forma anonima in quanto ho valide ragioni di temere per l’incolumità della mia persona…“)  e la gravità dei fatti denunciati, anche se, ovviamente tutti da verificare da parte degli organi preposti, a cui, pure, la missiva è arrivata e che già si sono attivati con echi sui media, ci hanno indotto, previa consultazione col nostro legale l’avv. Marco Ellero, a pubblicare anche qui la lettera con la ripetuta premessa che nomi, fatti e responsabilità sono tutti da valutare con attenzione.

Già in passato, su Veneto Banca, la stampa si occupò, infatti, di un dossier a carico di Vincenzo Consoli, poi rivelatosi non credibile pur se riportato dallo stesso Mazzaro in quanto atto oggetto di indagini, e nello stesso testo della denuncia odierna c’è un passaggio che appare contraddittorio sull’inciso sui finanziamenti concessi, secondo l’articolo di Mazzaro e un altro analogo di Panorama, a società del gruppo Manca dall’ex Popolare di Montebelluna.

«Non – riferisce la lettera dell’anonimo collaboratore dello studio vicentino – sulla base dei requisiti di affidabilità (delle quali erano prive), ma a seguito di pressioni dell’allora Amministratore Delegato di Veneto Banca, Vincenzo Consoli (che dal Sig. Manca ha acquistato e fatto ristrutturare la propria abitazione Palladiana di Vicenza ed una villa in Sardegna). Due commercialisti, il Dr. Gianantonio Dalle Carbonare ed il Dr. Mario Tracanella di Milano hanno cercato di procrastinare la dichiarazione di insolvenza per molti anni in quanto personalmente coinvolti nel dissesto…».

Ma questi professionisti, si legge poi nel documento anonimo e nelle mail allegate, avrebbero anche pagato a Veneto Banca almeno una parte del debito del gruppo, che si presume, quindi, avessero garantito anche loro nel rispettivi ruoli contraddicendo in parte l’assenza dei predetti “requisiti di affidabilità”…

Comunque l’argomento è delicato ma anche, a una sua prima lettura, molto grave più ancora che per l’eventuale finanziamento imprudente o interessato al Manca soprattutto per l’operato dei professionsti coinvolti nella sua accusa che il collaboratore vicentino coinvolge rievocando anche il famoso caso del crac della compagnia aerea Volare. anch’essa con sede nel Vicentino

Detto che proveremo a  contattare, dopo la chiusura dei loro uffici di questi giorni, i professionisti chiamati in causa perchè possano, se vogliono, dare la loro versione, per i dettagli offerti la denuncia dovrebbe fornire vie di verifica percorribili da inquirenti e GdF, a cui solo sta determinare la credibiltà delle accuse. Il cui autore, per quanto riportato nella missiva, se vero o credibile, non dovrebbe rimanere a lungo anonimo…

Ecco il testo trascritto identico anche nella forma e qui riportato anche in pdf

Oggetto: Fallimenti società dell’imprenditore Marco Manca – Tribunale di Vicenza – (Consulta Partecipazioni S.r.l. n. 12/2018, FIMMCO S.r.l. n. 11/2018 e ltalprogetti S.r.l. n. 10/2018)

Collaboro presso lo studio di Vicenza del Dr. Gianantonio Dalle Carbonare; devo inviare la presente in forma anonima in quanto ho valide ragioni di temere per l’incolumità della mia persona. Nell’imminenza dei fallimenti di cui sopra sono stato incaricato di cancellare dal server dello studio tutto quanto possa riguardare i rapporti con tali società che da anni sono clienti del Dottore (ho tuttavia effettuato unacopia che conservo come garanzia); tutta la documentazione cartacea è stata spostata in altri luoghi nella disponibilità del Dottore e nell’intercapedine nascosta dell’ultimo piano dell’ufficio di Contrà San Marco 43 (dove erano stati nascosti documenti relativi al dissesto del gruppo Volare quando in studio era arrivata la tributaria).

I fallimenti delle società in oggetto (tutte di proprietà dell’imprenditore Marco Manca) sono stati dichiarati nel 2018 dopo che per anni i bilanci sono stati falsificati al fine di nascondere la reale situazione di insolvenza nella quale versano; tali società (è notizia apparsa sui giornali – settimanale Panorama del 16 maggio 2017 a firma Stefano Caviglia e La Nuova di Venezia del 26 aprile 2017 a firma Renzo Mazzaro – ) ho saputo essere coinvolte nell’inchiesta sul dissesto di Veneto Banca, avendo ottenuto linee di credito per svariati milioni di Euro; questo non sulla base dei requisiti di affidabilità (delle quali erano prive), ma a seguito di pressioni dell’allora Amministratore Delegato di Veneto Banca, Vincenzo Consoli (che dal Sig. Manca ha acquistato e fatto ristrutturare la propria abitazione Palladiana di Vicenza ed una villa in Sardegna).

Due commercialisti, il Dr. Gianantonio Dalle Carbonare ed il Dr. Mario Tracanella di Milano hanno cercato di procrastinare la dichiarazione di insolvenza per molti anni in quanto personalmente coinvolti nel dissesto.

Il Dr. Mario Tracanella ha pagato i dipendenti delle società del Manca che minacciavano di presentare istanza di fallimento (al fine di recuperare gli stipendi arretrati); a sua volta il Dr. Dalle Carbonare ha posto in essere numerose operazioni nei confronti delle società ora fallite al fine di distrarre attività e nascondere passività; il tutto con l’uso di società di proprietà del medesimo (compresa la società che svolge l’attività di centro elaborazione dati poi “ripulita” con un’operazione di scissione).

Si allegano alla presente due e-mail inviate al Sig. Manca dal Dr. Dalle Carbonare ed una inviata alla(ex) moglie del primo (Avvocato Rossella Piana) dalle quali si comprende agevolmente come la situazionefosse molto grave e come il tentativo di nascondere la situazione di insolvenza prosegua ormai da diversi anni (forse confidando nella prescrizione).

Nella lettera del 19 novembre 2011 il Dr. Dalle Carbonare (amministratore di una delle societàfallite poi sostituito da un prestanome) scrive al Manca di avere impegnato tutti i suoi beni con Veneto Banca per far fronte ai debiti delle società dello stesso; nella lettera del 25 giugno 2015, oltre a fare riferimento alla sua attività di “sistemazione” dei bilanci, parla del Dr. Tracanellascrivendo ” Parimenti non mi fa piacere che TRACANELLA per salvare lui e figli abbia tirato fuori in 6 mesi 1.200.000 euro”Infine nella lettera del 13 luglio 2015 si comprendono chiaramente le ragioni che mi impongono di rimanere anonimo: il Dalle Carbonare, per evitare il fallimento, scrive al Manca “Fallo diventare un problema tuo, manda un albanese, paga tu” (con in copia Mario Tracanella elo studio dell’Avvocato Riccardo Canilli). Ed aggiunge “Marco Ti prego pertanto, fa quello che vuoima tira via dai piedi questa storiaaltrimenti ritengo che si andrà al fallimento ma si andrà anche inprocura con questa storia”.

È quindi evidente come il fallimento delle società di Marco Manca abbia rilevanza penale (bancarotta, ricorso abusivo al credito, eccetera) e come i due professionisti “finanziatori” abbiano sicuramente delle gravi responsabilità in merito; venuta meno la protezione dell’amico Vincenzo Consoli anche il Dr. Dalle Carbonare è oggetto di esecuzione forzata da parte di Veneto Banca.

Aprile 2018

Toh, la ex signora del debito rispunta al Tesoro. Maria Cannata, sotto processo per danno erariale, recuperata come advisor

Stefano Sansonetti lanotiziagiornale.it 30 maggio 2018

MARIA CANNATA

Per 17 anni consecutivi è stata la signora indiscussa del debito italiano, la depositaria di ogni segreto nella gestione di una montagna arrivata a valere circa 2.300 miliardi di euro. Parliamo di Maria Cannata, super funzionaria del ministero del Tesoro che però, a inizio 2018, sembrava essere uscita di scena complice il raggiungimento dell’età pensionabile. E in effetti in quel periodo ha lasciato al suo braccio destro, Davide Iacovoni, la strategica Direzione che si occupa proprio di debito pubblico. Cannata fuori da via XX Settembre, quindi? Non proprio, se la stessa super funzionaria nel frattempo è rispuntata fuori come componente del Collegio degli esperti, organismo che svolge attività di studio e proposta nei confronti del medesimo Dipartimento del Tesoro. “A titolo gratuito”, si affretta a precisare al telefono la segreteria della struttura. Il vero punto, naturalmente, non è il compenso, ma il fatto che la Cannata sia ancora dentro via XX Settembre con un ruolo di consulente.

Tutto come prima – Il suo “recupero” forse è uno dei tanti segnali di tranquillità che il Ministero ha voluto dare all’esterno, soprattutto a quelle 18 banche, di cui 15 estere, alle quali lo Stato si affida per organizzare le varie aste di Btp e Bot. Con la conseguenza, come ha già ricordato La Notizia, di non poter esprimere una “sovranità” nella gestione dello stesso debito pubblico. Tra l’altro è appena il caso di ricordare che la Cannata, con la banca americana Morgan Stanley e altri ex pezzi grossi del Tesoro (Domenico Siniscalco, Vittorio Grilli e Vincenzo La Via), è sotto processo davanti alla Corte dei conti per presunto danno erariale derivante dalla chiusura anticipata di un derivato proprio con Morgan Stanley, costato al Tesoro 3 miliardi di euro.

Il dettaglio – Un’accusa che i diretti interessati hanno sempre seccamente respinto, ma dalla quale saranno comunque costretti a difendersi. Quando a inizio anno la super funzionaria abbandonò la Direzione del debito pubblico, si disse che il suo posto era stato lasciato al fedelissimo Iacovoni proprio per rassicurare le banche d’affari interlocutrici del Tesoro. Adesso addirittura viene fuori che la Cannata è rientrata in via XX Settembre come consulente. Una scelta che, in un modo o nell’altro, è destinata a far riflettere.

Gli analisti finanziari: ‘Per calmare i mercati ci vuole un governo Lega-M5s con Giorgetti premier e Cottarelli all’Economia’

In questa fase politicamente confusa, addetti ai lavori ed esperti di mercato tracciano i possibili scenari. Al momento, il più gettonato è un nuovo tentativo di esecutivo politico tra la Lega di Matteo Salvini e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio, dopo che quello precedente, per volontà del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si è arenato sul nome di Paolo Savona al ministero dell’Economia.

21/05/2018 Roma, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella incontra Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti e Gian Marco Centinaio, rappresentanti della Lega – Giandotti – Ufficio Stampa / AGF

Leggi anche: Perché il risparmio degli italiani ha fatto saltare il governo Lega-M5s

“Savona – ragiona Lorenzo Codogno, capo economista di Lc Macro Advisors Limited (nonché ex capo economista del ministero del Tesoro durante i governi Prodi, Berlusconi e Monti) commentando questa ipotesi, a cui attribuisce le maggiori probabilità di concretizzarsi rispetto alle altre – probabilmente uscirebbe dalla rosa di nomi, rimpiazzato da un ministro dell’Economia pro euro. Il cosiddetto contratto di governo sarebbe leggermente modificato. Il nuovo esecutivo anti-sistema, che potrebbe anche avere il sostegno di Fratelli di Italia di Giorgia Meloni, per avere qualsiasi possibilità di prendere forma e di ricevere il via libera del Quirinale, dovrebbe impegnarsi in maniera credibile a restare nell’area dell’euro attenendosi ai dettami della Costituzione italiana per quel che riguarda le questioni fiscali”.

Leggi anche: Cottarelli: ‘Tra i 7 peccati capitali dell’Italia c’è l’incapacità di stare nell’euro, ma non siamo geneticamente incompatibili con la moneta unica’

Sia Codogno sia l’analista economico di Barclays, Fabio Fois, ipotizzano che un simile governo potrebbe essere guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti. Mentre Fois aggiunge che ministero dell’Economia potrebbe addirittura essere Carlo Cottarelli, ossia il premier incaricato da Mattarella per la formazione di un esecutivo tecnico dopo lo “stop” al governo politico tra Lega e M5s con Savona al Tesoro. In queste ore, il direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici sarebbe proprio in attesa di capire se riesce a riprendere slancio una soluzione politica.

28/05/2018 Roma. Quirinale. Carlo Cottarelli riceve dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’incarico di formare il nuovo governo – Ufficio stampa Quirinale / AGF

Le altre ipotesi passate al vaglio dagli esperti vedono lo stesso Cottarelli alla guida di un esecutivo tecnico con nuove elezioni politiche al più tardi a ottobre oppure un governo guidato dal centro-destra con quel che Fois di Barclays definisce “il sostegno passivo delle altre forze politiche in Parlamento”“In generale – fa sapere Fois – crediamo che tutti e tre questi scenari possano aiutare a stabilizzare il sentiment di mercato, almeno nel breve termine”. Quindi l’esperto di Barclays comprende anche la possibilità di un esecutivo tra Lega e M5s, a patto però – e qui la conclusione è simile a quella di Codogno – che di un simile governo “faccia parte un ministro dell’Economia fortemente pro euro e fiscalmente responsabile come Cottarelli o qualcuno con un curriculum analogo”.

Commentando l’ipotesi di un governo tecnico guidato da Cottarelli, osserva Codogno: “Sarebbe un esecutivo neutrale, con l’obiettivo di condurre il paese a nuove elezioni. I ministri si impegnerebbero a non correre per le prossime elezioni e dovrebbero abbandonare i loro attuali lavori probabilmente per appena un paio di mesi. Non stupisce che non sia facile convincere le persone a salire a bordo! A questo punto, non sono più sicuro che un governo Cottarelli possa prendere forma. Sarebbe un governo senza potere né legittimazione; probabilmente è irrilevante se a condurre il paese a nuove elezioni sarà Gentiloni (l’attuale premier uscente espressione del Pd, ndre sarebbe altrettanto irrilevante per i mercati finanziari”.

Merrill Lynch boccia le banche italiane, si salva solo Mediobanca

Bank of America-Merrill Lynch, con un report intitolato “Bye bye Euro? Downgrading the banks”, taglia le raccomandazioni e i target price sulle quattro principali banche italiane, mentre Mediobanca resta l’unica con giudizio buy e target price 11,3 euro. Banco Bpm è stato ridotto da neutral a underperform con prezzo obiettivo da 3,5 a 2,2 euro, Intesa Sanpaolo da buy a neutral (da 3,6 a 3 euro),Ubi Banca da neutral a underperform (da 4,5 a 2,9 euro), Unicreditda buy a neutral (da 21 a 16 euro). Mediobanca è nettamente la migliore in Borsa tra le grandi banche con un rialzo del 5,2% oltre quota 8 euro mentre Intesa Sanpaolo recupera quasi il 3% e Unicredit l’1%.

Secondo gli analisti di Bofa, a fronte delle forti incertezze politiche, – con sullo sfondo lo spettro di un’uscita dell’Italia dall’euro – spread più alti penalizzerano il business delle banche italiane sul fronte dei margioni (per il più alto costo del funding), per commissioni più basse alla luce delle performance di mercato e per ulteriori e nuove perdite sui crediti. Non solo, secondo la banca d’affari Usa – che come ipotesi di fondo assume uno spread che resterà «largo» – alcune banche italiane potrebbero avere qualche problema sul fronte della liquidità (nonostante molte di esse abbiano posizioni decisamente solide) con quelle più deboli che potrebbero addirittura assistere a una «corsa allo sportello». E anche la vendita dei bad loan potrebbe diventare più complessa con i potenziali acquirenti che potrebbero chiedere un maggior premio per il rischio per acquistare asset italiani.

Indicazioni positive per Piazzetta Cuccia arrivano anche da Hammer Partners che ha analizzato la sensitività delle banche italiane all’esposizione sui titoli di Stato. Le conclusioni? Un upgrade per Intesa Sanpaolo (da neutral a buy con target price a 3,1 euro) e per Mediobanca (da neutral a buy con prezzo obiettivo a 10,2 euro).

(Il Sole 24 Ore Radiocor)

L’agenzia di rating Moody’s mette sotto osservazione 12 banche

lettera43.it 30 maggio 2018

Nel mirino sono finiti diversi istituti a seguito della possibile revisione del rating sovrano dell’Italia. Tra queste anche Unicredit e Intesa Sanpaolo.

Moody’s ha messo sotto osservazione per un possibile ‘downgrade’ 12 banche italiane a seguito della possibile revisione del rating sovrano dell’Italia. Coinvolte Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banca Imi, Cdp, Mediobanca, Bnl, Fca Bank, Credito Emiliano, Cariparma, Cassa Centrale Raiffeisen, Invitalia e Banca del Mezzogiorno.

OSSERVAZIONE DEI DEPOSITI. L’agenzia, che nei giorni scorsi ha annunciato che stava riconsiderando il rating Baa2 dell’Italia dopo i rischi politici, ha messo sotto osservazione per un possibile downgrade i depositi a lungo termine di sei banche: si tratta di Intesa Sanpaolo, Banca Imi, Mediobanca, Credit Agricole Cariparma, Fca Bank e Cassa centrale Raiffeisen.

FOCUS ANCHE SU CDP. Stessa azione è stata presa su Cassa Depositi e prestiti e Invitalia, come emittenti a lungo termine e sui relativi titoli senior non garantiti, e su Cassa del Mezzogiorno e Cassa centrale Raiffeisen come emittenti di lungo termine. Sotto osservazione, inoltre, la valutazione dei rischi di controparte di nove istituti: Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banca Imi, Bnl, Mediobanca, Credit Agricole Cariparma, Credito Emiliano, Fca Bank e Cassa centrale Raiffeisen.

BlackRock e gli altri: i nomi di chi ha venduto a Piazza Affari

Stefano Neri finanzareport.it 30 maggio 2018

Dagli hedge fund ribassisti ai colossi del risparmio gestito, ma anche le grandi banche internazionali esposte alla borsa italiana


Fuga da Piazza Affari. Se stamani il mercato italiano sembra concedersi un rimbalzo, le vendite massicce delle ultime due settimane hanno aperto ferite soprattutto fra le banche, con perdite fino al 30% in una decina di sedute.

Ma chi fugge? I nomi che circolano in queste ore sono quelli dei “soliti sospetti”, a partire dal colosso americano BlackRock, che aveva già annunciato la sua view ribassista sul debito pubblico italiano, portandosi in “sottopeso”.

E comunque si tratta quasi unicamente di asset manager e hedge fund anglosassoni. Mani straniere, mentre ricordiamo che il 70% del debito pubblico italiano è detenuto da investitori domestici.

Gli short sellers sono quindi entrati in azione, mentre altri sono andati all’incasso, cioè soprattutto gli hedge fund che si erano posizionati al ribasso come Bridgewater e Aqr. Secondo quanto scrive stamani Milano Finanza le posizioni corte aperte sulle quattro banche maggiori (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm e Ubi Banca) sfiorerebbero un valore di 1,1 miliardi.

Inoltre secondo dati Bloomberg a muoversi è stato innanzitutto BlackRock, l’asset manager già presente in alcune big bancarie quotate a Piazza Affari e di cui ha ridotto le proprie quote nelle ultime settimane, in coincidenza con lo stallo politico. Il gruppo americano si è disfatto di 26 milioni di azioni Intesa Sanpaolo, limando la quota che lo vede attestarsi poco sotto il 5% della Ca’ de Sass.

BlackRock avrebbe messo sul mercato anche circa 167 mila azioni Unicredit.

Sempre Intesa Sanpaolo è finita nel mirino di altri altri gestori Usa come Franklin Resources che ha venduto oltre 7 milioni di azioni e Transamerica Investment Services che ha ridotto di circa 5 milioni di titoli.
Via dalle banche anche il gruppo canadese Manulife Financial, la stessaFidelity ma anche le divisioni di asset management delle grandi banche internazionali come Goldman SachsUbs e Credit Suisse

Per banche impennata spread avrà un costo salato, analisti tagliano del 15% stime utili. In pericolo target cessioni Npe

Titta Ferrero finanzaonline.com 30 maggio 2018

Le principali vittime a Piazza Affari del caos politico in Italia sono le banche, scese tra il 20 e il 30% in questo mese. L’incertezza politica esplosa nelle ultime sedute si è trasformata in timori acuti che il deficit pubblico possa andare fuori controllo e lo spauracchio che nuove elezioni potrebbero diventare un referendum sull’adesione dell’Italia all’UE e all’euro.

L’incertezza politica ha innescato un generale selloff su asset italiani, con rendimenti del Btp a 10Y passato dall’1,7% al 3% e e quelli a 2 anni dallo 0% al 2% in due settimane, mentre il sell out azionario ha portato in territorio negativo il bilancio 2018 del Ftse Mib. “E’ cruciale che le condizioni dei mercati finanziari rimangano favorevoli, al fine di garantire un rifinanziamento sostenibile del debito pubblico e la protezione del risparmio delle famiglie”, rimarca Banca Akros in una nota dedicata al settore bancario.

 

Esposizione banche ai BTP scesa a 330 mld dai 410 mld del 2014

Per le banche italiane l’impennata dello spread Btp-Bund si trasforma in un aumento del costo del rischio complice la forte esposizione ai Btp. Anche se c’è stata una riduzione dell’esposizione delle banche al debito del settore pubblico negli ultimi anni, diminuita del 20% circa passando dai 410 miliardi di euro del 2014 a circa 330 miliardi di euro nel 2017 (o da oltre il 10% delle attività bancarie a meno del 9%), l’impennata dello spread avrà le sue ripercussioni sui ratio patrimoniali.

L’analisi di Banca Akros rimarca come la durata dei portafogli delle banche italiane è intorno a 3 anni e un aumento di 100 punti percentuali va a ridurre il CET1 di 25-30bps in media (in base alle politiche di copertura della durata). Dato che le banche italiane hanno rafforzato il capitale nel 2017, con il CET1 ratio salito a 13,8%, l’impatto sembra gestibile dal punto di vista del capitale.

 

Nodo Npe

L’aumento dei tassi italiani rispetto al resto dell’Eurozona va a discapito dei costi di finanziamento delle banche che non possono essere recuperati passando dai loro clienti. Banca Akros ha così tagliato le stime di net interest income in media del 5% tra le banche su cui ha una copertura. Va comunque considerato che le banche italiane stanno riducendo lo stock di esposizioni non performanti (Npe) attraverso cessioni che dovrebbero raggiungere quota 65 miliardi di euro quest’anno dopo le cessioni per 35 miliardi di euro avvenute nel 2017.

Secondo quanto concordato con Bruxelles, i principali gruppi bancari italiani dovrebbero tagliare i loro NPE ratio netti dal 5,9% del 2017 a circa il 4% nel 2020. “Questi piani potrebbero essere messi in pericolo da due fattori – rimarca Akros – i forti rendimenti dei titoli di Stato e l’aumento dello spread Btp-Bund probabilmente penalizzerà il prezzo di vendita di tali portafogli, generando ulteriori minusvalenze; in seconda battuta le cessioni di NPE pianificate spesso hanno una garanzia statale (GACS), che scade il 6 settembre”. Posticipare la data di scadenza dipenderà da futuri negoziati tra Italia e Commissione Ue e “ee non approvati, potrebbero mettere in pericolo gli obiettivi a livello di NPE”, sottolinea Akros che ha alzato le stime per il costo del rischio di 10 pb in media per le banche che copre.

 

Sforbiciata a stime Eps del 15%, giù i target price

Banca Akros ha così deciso di ridurre le stime di EPS sul settore bancario in media del 15% e ridurre di conseguenza i prezzi obiettivo. Nel dettaglio il target price è passato da 3,5 a 3 euro per Intesa Sanpaolo, da 18,8 a 15 euro per Unicredit, da 10,8 a 9,1 euro per Mediobanca, da 4,4 a 3,6 euro per Ubi Banca, da 3,8 a 3,1 euro per Mps, da 5,5 a 4,6 euro per Bper e da 7,4 a 6,5 euro per Credem.