Gli euristi coi soldi all’estero: il caso Pier Carlo Padoan

 scenarieconomici.it 31 maggio 2018

Grazie al sempre attivo, ormai direi elettrico, Claudio Borghi sono usciti allo scoperto un paio di dati che sono esplicativi della fiducia che i Ministri, in carica ancora attualmente, della Repubblica nutrono per il proprio paese e per la sua permanenza nell’euro.

Il ministro Pier Carlo Padoan NON HA INVESTIMENTI IN TITOLI IN ITALIA, come chiaramente appare dai documenti da lui presentati e riportati da Borghi:

L’Appeso@MRaferro

Egregio dott @borghi_claudio il quadro RW della dichiarazione dei redditi non indica tutte le attività del dichiarante ma solo quelle detenute all’estero. Lei è proprio sicuro che @PCPadoan non abbia titoli e investimenti in Italia? https://twitter.com/borghi_claudio/status/1001972714687647744 

Claudio Borghi A.

@borghi_claudio

 
 

Così afferma lui stesso pic.twitter.com/tMhvypQaHN

Visualizza l'immagine su Twitter
 

Non si posseggono attività finanzairie in Italia, anno 2014, quando il buon Piercarlo era nel pieno dei suoi poteri come Ministro dell’Economia. Che non si fidasse della Banche Italiane in vista del Bail-in e non avesse fiducia nei titoli di stato?

Dove sono le ricchezze del Ministro che guida l’economia italiana? All’estero:

Claudio Borghi A.

@borghi_claudio

 
 

****FERMI TUTTI**** Trovati i risparmi del ministro @PCPadoan. PD. Regolarmente piazzati PROPRIO FISICAMENTE ALL’ESTERO 😂 http://www.mef.gov.it/documenti-allegati/2017/Padoan_modello_persone_fisiche_2017.pdf 

 

Per la precisione il codice 1 è un deposito cash, ed il codice 15 è un bene immobile. Tutto perfettamente legittimo, per carità, ma che la dice lunga sulle propensioni all’investimento del nostro Ministro.

Infatti:

  • non ha un titolo di stato, nè un’obbligazione bancaria, nè un’azione ,  anzi proprio non ha ricchezza mobile in Italia;
  • il poco di ricchezza mobile che ha lo ha all’estero, in modo perfettamente legittimo, ma fuori dalla competenza delle nostre autorità finanziarie;
  • la sua ricchezza è quasi completamente in immobili, il che o indica una grande fiducia nella ripresa del mercato immobiliare, oppure un approccio, diciamo così incredibilmente tradizionale al risparmio. Dello stile che “Il mattone non sparisce mai”.

Insomma un ministro dell’Economia e delle Finanze che non si fida dei titoli del proprio paese, e neppure delle aziende  nazionali, è per lo meno molto particolare, anche perchè l’andamento di  questi valori dipende anche dal suo operato. Padoan ha sempre affermato di operare per “Tutelare il risparmio”, ma i suoi soldi li ha messi solo nel mattone. Un modo molto particolare di mostrare fiducia: perchè non aveva un po’ di azioni di banche italiane?

PS Ma che macchina ha il ministro Padoan? Un Monster Truck con carrozzeria Mercedes serie A?  Oppure il suo yacht si chiama “Mercedes serie A”. Perchè la Rolls Royce Phantom ha 45 Cavalli Fiscali, e la sua macchina ne ha 67! Certo, se fanno le leggi come compilano i moduli…

 

Tassazione redditi e detenzione all’estero di depositi.

L’argomento è complesso e molto tecnico. Facciamo ordine.
Per quanto riguarda la tassazione dei redditi finanziari all’estero dobbiamo distinguere,  in sostanza, se percepiti per il tramite di un intermediario italiano o non; nel primo caso l’intermediario agisce come sostituto d’imposta (quindi non deve fare alcuna dichiarazione fiscale), nel secondo caso deve riportarli in dichiarazione.
Invece solamente la detenzione di attività finanziarie al 31/12, anche se non abbiano prodotto alcun reddito, dovranno essere dichiarate se non c’è un intermediario italiano che interviene come sostituto.
È ovvio che l’intermediario abilitato italiano avrà l’obbligo di rispondere alla normativa italiana nel caso debbano prendersi delle decisioni straordinarie di tassazione o patrimoniale, mentre se sono depositati all’estero senza il tramite di intermediario italiano, il residente può scegliere se evadere o no, perché la banca estera non è tenuta a fare la dichiarazione fiscale.  In particolare dobbiamo distinguere:
 
A) Redditi finanziari all’estero detenuti tramite intermediario italiano:

I redditi di fonte estera percepiti attraverso banche (o altri intermediari abilitati tipo società fiduciarie ) aventi l’incarico di amministrarli o di incassarli in Italia sono assoggettati a tassazione  dai sostituti di imposta o dagli incaricati del versamento dell’imposta sostitutiva. Nel caso in cui l’imposizione sia stata effettuata a titolo definitivo, tali redditi non devono essere indicati in dichiarazione. Al contrario, se l’imposizione è stata effettuata a titolo di acconto i redditi devono essere indicati – al lordo delle eventuali imposte – in dichiarazione dei redditi e assoggettati a tassazione progressiva Irpef. In tale ipotesi, le ritenute di acconto estere vengono scomputate dall’Irpef dovuta. Questo attraverso il meccanismo del credito di imposta.

B ) Redditi Finanziari senza intermediario

I Redditi Finanziari di fonte estera percepiti  (senza l’intervento di un intermediario residente che li abbia assoggettati a ritenuta )  da contribuenti nei cui confronti in Italia si applica, sui redditi della stessa natura, la ritenuta a titolo di imposta o l’imposta sostitutiva di cui al D.Lgs. n. 239/1996, sono assoggettati a imposizione sostitutiva delle imposte sui redditi (nel Quadro RM della sezione V del Modello Redditi), da versare direttamente in sede di dichiarazione. Con la stessa aliquota della ritenuta a titolo di imposta o dell’imposta sostitutiva.

Poi chi detiene le attività finanziarie al 31/2 dovrà comunicarle nel quadro RW se non le posseggono tramite un intermediario italiano.

In particolare :

– I residenti in Italia, che, al termine del periodo di imposta, detengono investimenti all’estero ovvero attività estere di natura finanziaria, attraverso cui possono essere conseguiti redditi di fonte estera imponibili in Italia, devono indicarli nella dichiarazione dei redditi compilando anche il Quadro RW, dedicato al monitoraggio fiscale delle attività finanziarie estere e al pagamento dell’Ivafe (Imposta patrimoniale sulle attività finanziarie estere), salvo siano detenuti per il tramite di una società fiduciaria italiana che agisce come sostituto d’imposta .
 
Anche solo i depositi all’estero superiori a 15.000€ vanno segnalati .
In particolare l’articolo 2, comma 4-bis del D.L. n. 4/2014, convertito in Legge n. 50/2014 ha previsto che l’obbligo di monitoraggio per le attività finanziarie detenute all’estero non sussista per i depositi e i conti correnti bancari costituiti all’estero il cui valore massimo complessivo raggiunto nel periodo d’imposta non sia superiore a € 15.000.
 
 
Quando c’è stata la voluntary disclosure si è parlato di “waiver”, cioè  è l’autorizzazione con cui il contribuente dà il via libera all’intermediario finanziario estero ( banca o gestire estero) a trasmettere all’amministrazione finanziaria italiana le informazioni necessarie per completare l’iter di voluntary disclosure.

Chi è Giovanni Tria

lettera43.it 31 maggio 2018

Preside di Economia a Tor Vergata e vicino a Brunetta, è lui che potrebbe essere nominato ministro dell’Economia nel governo giallo verde. Ecco cosa pensa di Eurozona e moneta unica a partire dai suoi scritti.

Il puzzle di governo sembra lentamente comporsi. Lo scoglio Savona sarebbe stato risolto con la nomina del professore euroscettico agli Affari europei – equilibrata da Enzo Moavero Milanesi agli Esteri – e quella di Giovanni Tria al Mef. Un nome, quello di Tria, che nelle aspettative potrebbe incassare l’ok del Colle.

LA CARRIERA UNIVERSITARIA. Tria, preside della Facoltà di Economia di Tor Vergata, già presidente della Scuola nazionale dell’Amministratore, è stato co-direttore del Master in Economia dello Sviluppo e Cooperazione Internazionale e Direttore del Ceis (Center for Economics and International Studies di Tor Vergata) . È membro dell’Oecd Innovation Strategy Expert Advisory Group, vice Chair dell’Iccp (Committee for Information, Computer and Communication Policy) e Membro del Consiglio di Amministrazione dell’Ilo (International Labour Organization).

Tria verso la nomina al ministero dell’Economia

Tria può essere considerato di area di centrodestra. Vicino a Renato Brunetta, con cui ha cofirmato due libri, collabora anche con Il Foglio e con Formiche. Per la celebrazione dei 60 anni dei Trattati di Roma, a marzo 2017, scrisse proprio con il forzista un’analisi sul Sole 24 Ore intitolata Superare i tabù per salvare Unione ed euro.

I TABÙ DELL’UE. Indicativo l’incipit dell’articolo: «Le conquiste del percorso di integrazione europea, l’Unione europea e la moneta comune, appaiono molto più fragili e precarie di quanto solo alcuni anni fa si sarebbe potuto immaginare. La crescita dei movimenti anti-europei in tutta Europa è una realtà, seppur con un peso e con caratteristiche diverse, nei principali paesi dell’Eurozona». I due autori, elencando i fallimenti dell’unione monetaria citano il «surplus crescente dell’economia tedesca». L’Europa a trazione tedesca, è il ragionamento, «non ha volutamente colto, sbagliando, che l’eccesso di virtù (surplus delle “formiche”) produce più danni dell’eccesso di deficit (dei paesi “cicala”)».

IL DEBITO PUBBLICO. Altrettanto illuminante il passaggio sul debito pubblico. «È mancata in questi anni, per limitare la crescita destabilizzante del debito in tutta l’Eurozona, la crescita del Pil nominale, schiacciato dall’assenza di inflazione per troppi anni e dalla bassa crescita in termini reali», sottolineano i due autori. Ricordando come «nel 2011, il governo italiano in carica fu fatto cadere sotto l’imperativo dell’anticipo del pareggio di bilancio al 2013, e oggi ci si compiace in Italia di mantenere nel 2017 il deficit sotto il 3%».

IL RISCHIO È L’IMPLOSIONE. Per salvare Ue e moneta unica, secondo Brunetta e Tria occorrono «un grande piano di investimenti pubblici produttivi fuori dai parametri europei», la possibilità di stampare moneta e l’apertura di un vero dibattito in Italia e in sede comunitaria, senza demonizzazioni. «Non ha ragione chi invoca l’uscita dall’euro senza se e senza ma come panacea di tutti i mali», mettono in chiaro gli autori, «ma non ha ragione neanche il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, quando dice che “l’euro è irreversibile”, se non chiarisce quali sono le condizioni e i tempi per le necessarie riforme per la sua sopravvivenza». Il maggior pericolo, sempre per Tria e Brunetta, «è l’implosione non l’exit».

L’affinità elettiva con Savona

In un articolo pubblicato da Formiche il 30 dicembre 2016 – «Vi spiego la competizione truccata in Europa che favorisce la Germania» – Tria intratteneva un dialogo a “distanza” con Giorgio La Malfa e, vedi il destino, Paolo Savona. I due avevano scritto un commento sul Corriere della Serarispondendo all’economista tedesco Clemens Fuest che sosteneva l’ineluttabilità dell’uscita dell’Italia dall’euro. Per La Malfa e Savona a uscire dalla moneta unica doveva essere non l’Italia ma la Germania.

SERVE UN RIEQUILIBRIO. «Se un Paese come la Germania mantiene per anni un surplus tra il 6 e l’8% del Pil senza che la sua valuta si apprezzi rispetto a quella di Paesi in deficit», sottolineava Tria, «significa che questo strumento di riequilibrio economico di mercato è stato eliminato, e non che si è eliminata una policy sbagliata. Sostanzialmente questa è la situazione all’interno dell’eurozona». E aggiungeva: «Non si tratta di dividersi tra liberisti e keynesiani, tra fautori delle virtù del mercato e fautori dell’intervento dello Stato. Il nodo è che il libero mercato qui non c’entra niente. Se con cambi fissi si rinuncia a un meccanismo di riequilibrio allora devono esserci altri meccanismi in un sistema coerente, i mercati non funzionano a metà. E non c’entrano neppure le maggiori o minori virtù italiche rispetto a quelle germaniche. Se saremo meno bravi saremo più poveri, ma la competizione non può essere truccata, il mercato non può essere distorto solo per la parte che conviene ad alcuni paesi e invocato per il resto». Forse, concludeva l’economista, «è ora di abbandonare molti tabù che hanno impedito, come rilevano La Malfa e Savona, almeno di analizzare i problemi e prepararsi a soluzioni alternative».

SE A ‘DIFENDERCI’ DAI SOVRANISTI È IL CAYMANO DAVIDE SERRA… – DUELLO SU TWITTER TRA IL FINANZIERE RENZIANO E CLAUDIO BORGHI, LEGHISTA NO-EURO : ‘LEI HA TUTTI I SUOI RISPARMI ALL’ESTERO?’. RISPOSTA: ‘HO SEMPRE DENUNCIATO L’ASSOLUTA PERICOLOSITÀ PER I RISPARMI IN ITALIA, PERCHÉ DOVREI TENERCELI? PIUTTOSTO, NON ERA LEI A SCOMMETTERE CONTRO MPS DURANTE IL GOVERNO RENZI? FACCIO BENE A DIFENDERMI DAGLI SPECULATORI’ – E QUELLA CASA ‘SOFFIATA’ ALL’EX IMPIEGATO LICENZIATO…

dagospia.com 31 maggio 2018

davide serra matteo renzi maria elena boschiDAVIDE SERRA MATTEO RENZI MARIA ELENA BOSCHI

DAGOSELECTION

Davide Serra

@davidealgebris

@borghi_claudio Scusi onorevole sono certo non sia vero che lei ha tutti i suoi risparmi all’estero e che lei finanzia stati esteri come da sua dichiarazione qui allegata. Visto vuole uscire Euro può darci evidenza ha tutti i suoi Risparmi in Debito Italiano e conti in Italia?

Claudio Borghi A.‏

@borghi_claudio

dichiarazione claudio borghi i suoi investimenti tutti all esteroDICHIARAZIONE CLAUDIO BORGHI I SUOI INVESTIMENTI TUTTI ALL ESTERO

In risposta a @davidealgebris

Scusi caro Serra, ma con quale logica uno che ha sempre denunciato l’ASSOLUTA PERICOLOSITA’ PER I RISPARMI PER L’ITALIA in un’eurozona che con le regole attuali non ha garanzie per i risparmiatori (e lei che speculava al ribasso su MPS lo sa) dovrebbe metterci i propri risparmi?

Davide Serra

@davidealgebris

CLAUDIO BORGHICLAUDIO BORGHI

Grazie onorevole. Quindi conferma questa è la sua dichiarazione? Ossia ha risparmi solo su asset esteri (obligazioni e titoli di stato esteri ) e nulla su asset Italiani o Banche Italiane ? Giusto per capire visto lei è in parlamento e rappresenta Coalizione di Maggioranza

Claudio Borghi A.‏

@borghi_claudio

Le dichiarazioni sono pubbliche, le stesse da anni e perfettamente coerenti con una costante denuncia della pericolosità dell’eurozona per i risparmi italiani e leggi criminali tipo il bail in. Piuttosto questo qui che speculava al ribasso sul Paschi con renzi al governo era lei?

le speculazioni di davide serra e algebris su mpsLE SPECULAZIONI DI DAVIDE SERRA E ALGEBRIS SU MPS

Clint

@BlockchainClint

Serra, adesso le è chiaro? Cerchiamo di difendere i nostri risparmi dagli speculatori finanziari come lei.

Claudio Borghi A.‏

@borghi_claudio

Temo non ci arrivi

LAGGENTE

@SiamolaGente

In risposta a @davidealgebris e @borghi_claudio

SCUSI SERRA LA VEDO DISTRATTA, IL SIOR BORGHI NON HA SOLO ASSET ESTERI, “YENNETTI E STERLINETTE”, DA BENESTANTE GLI PIACE SFILARE LE CASETTE AL MARE AGLI EX IMPIEGATI LICENZIATI, CHE ORA IN PARLAMENTO FARÀ DIVENTARE RICCHI CON LA NEO LIRA. DIVERSIFICARE SEMPRE.

WPEPPE

quando claudio borghi sfilo casetta al mare a impiegato disoccupatoQUANDO CLAUDIO BORGHI SFILO CASETTA AL MARE A IMPIEGATO DISOCCUPATO

davide serra alla leopoldaDAVIDE SERRA ALLA LEOPOLDA

 

“Tutto è andato storto”: Soros avverte “Major” Crisi finanziaria sta arrivando

Tyler Durden 30 maggio 2018 www.zerohedge.com

In un discorso pronunciato martedì a Parigi, l’investitore miliardario George Soros ha avvertito che il mondo potrebbe essere sull’orlo di un’altra devastante crisi finanziaria , con il riemergere delle crisi del debito in Europa e un rafforzamento delle pressioni sul dollaro sia degli Stati Uniti che dei rivali dei mercati sviluppati.

E l’Europa, con l’Italia che trascina le preoccupazioni sulla possibile dissoluzione dell’euro in prima linea, non sarà molto indietro. Pressioni politiche come la dissoluzione della sua alleanza transatlantica con gli Stati Uniti finiranno per tradursi in danni economici. Attualmente, l’Europa sta affrontando tre problemi urgenti:la crisi dei rifugiati, la politica di austerità che ha ostacolato lo sviluppo economico dell’Europa e la disintegrazione territoriale – non solo Brexit, ma la minaccia che paesi come l’Italia potrebbero seguire …

“Il Brexit è un processo immensamente dannoso dannoso per entrambe le parti”, ha esclamato il miliardario.

Soros

Ma a breve termine, la decisione degli Stati Uniti di abbandonare l’accordo con l’Iran sta mettendo a dura prova l’alleanza dell’Europa con il suo partner occidentale più importante proprio mentre il rafforzamento del dollaro sta costruendo le condizioni finanziarie in tutto il mondo.

Fino a poco tempo fa, si sarebbe potuto sostenere che l’austerità funziona: l’economia europea sta lentamente migliorando e l’Europa deve semplicemente perseverare. Ma guardando avanti, l’Europa ora affronta il collasso dell’accordo nucleare iraniano e la distruzione dell’alleanza transatlantica, che è destinata ad avere un effetto negativo sulla sua economia e causare altre dislocazioni.

La forza del dollaro sta già accelerando la fuga dalle valute dei mercati emergenti. Potremmo essere diretti a un’altra grave crisi finanziaria. Lo stimolo economico di un piano Marshall per l’Africa e altre parti del mondo in via di sviluppo dovrebbe prendere il via al momento giusto. Questo è ciò che mi ha portato a presentare una proposta pronta per il suo finanziamento.

L’avvertimento di Soros arriva quando i rendimenti delle obbligazioni italiane a 2 anni sono più alti di quelli più registrati:

italiano

Aggiungendo all’urgenza, non è più una “figura retorica” ​​affermare che l’UE è in “pericolo esistenziale”, ha detto Soros. È una realtà ovvia.

“L’UE è in una crisi esistenziale. Tutto ciò che potrebbe andare storto è andato storto “, ha detto.

Per sfuggire alla crisi, “ha bisogno di reinventarsi”.

“Gli Stati Uniti, dal canto suo, hanno esacerbato i problemi dell’Unione europea: ritirandosi unilateralmente dall’accordo nucleare iraniano del 2015, il presidente Donald Trump ha distrutto efficacemente l’alleanza transatlantica, esercitando ulteriori pressioni su un’Europa già assediata. una figura retorica per dire che l’Europa è in pericolo esistenziale, è la dura realtà “.

L’unico modo per evitare un collasso totale, ha spiegato Soros, sarebbe un piano Marshall da 30 miliardi di euro ($ 35,4 miliardi) per l’Africa che Soros ritiene possa contribuire a contenere il flusso di migranti verso l’Europa, qualcosa che Soros, infine, ammette, è uno dei maggiori problemi che l’Europa deve affrontare.L’Unione Europea, secondo Soros, dovrebbe utilizzare la propria autorità di prestito “in gran parte inutilizzata” per finanziare il piano.

“Potremmo essere alla guida di un’altra grave crisi finanziaria”, ha dichiarato Soros esplicitamente.

L’alternativa, sostiene la Soros, è un’ulteriore “disintegrazione territoriale” dell’UE in quanto paesi che hanno ampiamente sofferto a causa dell’unione monetaria che prevede l’abbandono. Per evitare ciò, Soros afferma che l’Europa deve riconoscere e affrontare i difetti del sistema dell’euro. Forse il più clamoroso dei quali è che l’euro ha creato un radicato sistema a due livelli di debitori e creditori.

Personalmente ho considerato l’UE come l’incarnazione dell’idea della società aperta.Era un’associazione volontaria di stati uguali che si univano e sacrificavano parte della loro sovranità per il bene comune. L’idea dell’Europa come società aperta continua a ispirarmi.

Ma dalla crisi finanziaria del 2008, l’UE sembra aver perso la sua strada. Ha adottato un programma di riduzioni fiscali, che ha portato alla crisi dell’euro e ha trasformato l’eurozona in una relazione tra creditori e debitori. I creditori stabilirono le condizioni che i debitori dovevano incontrare, ma non potevano incontrarsi. Ciò ha creato una relazione che non era né volontaria né uguale – esattamente l’opposto del credo su cui si basava l’UE.

Come alcuni ricorderanno, Soros Fund Management – l’ufficio di famiglia che gestisce i soldi di Soros, che ha per lo più dedicato alla sua rete “Open Society” di ONG – ha chiuso la maggior parte delle sue posizioni da EM dopo che il presidente Trump ha sconfitto Hillary Clinton. Certo, dove Soros vede il pericolo, gli altri vedono l’opportunità. Ad esempio, Mark Mobius “non è andato in pensione” il mese scorso per aprire un fondo che spera possa trarre vantaggio dalle opportunità tra la carneficina dei mercati emergenti, poiché gli analisti continuano a considerare l’EM come l’area più vulnerabile a un nuovo prezzo in USD.

* * *

Leggi il discorso in pieno qui sotto:

L’Unione europea è impantanata in una crisi esistenziale. Negli ultimi dieci anni, tutto ciò che poteva andare storto è andato storto. Come è arrivato a questo punto un progetto politico che ha sostenuto la pace e la prosperità dell’Europa del dopoguerra?

Nella mia gioventù, una piccola banda di visionari guidata da Jean Monnet ha trasformato la Comunità europea del carbone e dell’acciaio nel mercato comune europeo e poi nell’UE. Le persone della mia generazione erano entusiaste sostenitori del processo.

Personalmente ho considerato l’UE come l’incarnazione dell’idea della società aperta. Era un’associazione volontaria di stati uguali che si univano e sacrificavano parte della loro sovranità per il bene comune. L’idea dell’Europa come società aperta continua a ispirarmi.

Ma dalla crisi finanziaria del 2008, l’UE sembra aver perso la sua strada. Ha adottato un programma di riduzioni fiscali, che ha portato alla crisi dell’euro e ha trasformato l’eurozona in una relazione tra creditori e debitori. I creditori stabilirono le condizioni che i debitori dovevano incontrare, ma non potevano incontrarsi.Ciò ha creato una relazione che non era né volontaria né uguale – esattamente l’opposto del credo su cui si basava l’UE.

Di conseguenza, molti giovani oggi considerano l’UE un nemico che li ha privati ​​dei posti di lavoro e di un futuro sicuro e promettente. I politici populisti sfruttarono i risentimenti e formarono partiti e movimenti antieuropei.

Poi è arrivato l’afflusso di rifugiati nel 2015. All’inizio, la maggior parte delle persone ha simpatizzato con la situazione dei rifugiati in fuga dalla repressione politica o dalla guerra civile, ma non volevano che la loro vita quotidiana fosse sconvolta da una rottura dei servizi sociali. E presto rimasero disillusi dal fallimento delle autorità nel far fronte alla crisi.

Quando ciò accadde in Germania, l’estrema destra Alternative für Deutschland (AfD) guadagnò rapidamente forza, diventando così il più grande partito di opposizione del paese. L’Italia ha recentemente sofferto di un’esperienza simile e le ripercussioni politiche sono state ancora più disastrose: il movimento anti-europeo a cinque stelle e la lega hanno quasi assunto il controllo del governo. La situazione si sta deteriorando da allora. L’Italia ora affronta le elezioni nel mezzo del caos politico.

In effetti, l’intera Europa è stata sconvolta dalla crisi dei rifugiati. Leader senza scrupoli lo hanno sfruttato anche in paesi che hanno accettato pochissimi rifugiati. In Ungheria, il primo ministro Viktor Orbán ha basato la sua campagna di rielezione per accusarmi falsamente di pianificare l’alluvione dell’Europa, inclusa l’Ungheria, con profughi musulmani.

Orbán si presenta ora come il difensore della sua versione di un’Europa cristiana, che sfida i valori su cui si fondava l’Unione europea. Sta cercando di assumere la guida dei partiti democratici cristiani che costituiscono la maggioranza del Parlamento europeo.

Gli Stati Uniti, da parte sua, hanno esacerbato i problemi dell’UE. Ritirandosi unilateralmente dall’accordo nucleare iraniano del 2015, il presidente Donald Trump ha effettivamente distrutto l’alleanza transatlantica.Ciò ha esercitato un’ulteriore pressione su un’Europa già assediata. Non è più una figura retorica dire che l’Europa è in pericolo esistenziale; è la dura realtà.

Cosa si può fare?

L’UE deve affrontare tre problemi urgenti: la crisi dei rifugiati; la politica di austerità che ha ostacolato lo sviluppo economico dell’Europa; e disintegrazione territoriale, come esemplificato da Brexit. Portare sotto controllo la crisi dei rifugiati potrebbe essere il miglior punto di partenza.

Ho sempre sostenuto che l’assegnazione dei rifugiati in Europa dovrebbe essere interamente volontaria. Gli stati membri non dovrebbero essere costretti ad accettare rifugiati che non vogliono e i rifugiati non dovrebbero essere costretti a stabilirsi in paesi dove non vogliono andare.

Questo principio fondamentale dovrebbe guidare la politica migratoria europea. L’Europa deve anche urgentemente riformare il regolamento di Dublino, che ha messo un peso ingiusto per l’Italia e altri paesi mediterranei, con conseguenze politiche disastrose.

L’UE deve proteggere i suoi confini esterni ma tenerli aperti ai migranti legittimi. Gli Stati membri, a loro volta, non devono chiudere i loro confini interni. L’idea di una “fortezza Europa” chiusa ai rifugiati politici e ai migranti economici non solo viola la legge europea e internazionale; è anche totalmente irrealistico.

L’Europa vuole estendere una mano in Africa e in altre parti del mondo in via di sviluppo offrendo assistenza sostanziale ai regimi democraticamente inclini. Questo è l’approccio giusto, in quanto consentirebbe a questi governi di fornire istruzione e occupazione ai propri cittadini, che quindi sarebbero meno propensi a compiere il viaggio spesso pericoloso per l’Europa.

Rafforzando i regimi democratici nei paesi in via di sviluppo, un “Piano Marshall per l’Africa” ​​guidato dall’UE contribuirebbe anche a ridurre il numero di rifugiati politici. I paesi europei potrebbero quindi accettare migranti da questi e altri paesi per soddisfare le loro esigenze economiche attraverso un processo ordinato.In questo modo, la migrazione sarebbe volontaria sia da parte dei migranti che degli stati ospitanti.

La realtà attuale, tuttavia, cade sostanzialmente al di sotto di questo ideale. Innanzitutto, e soprattutto, l’UE non ha ancora una politica migratoria unificata. Ogni stato membro ha una propria politica, che è spesso in contrasto con gli interessi degli altri stati.

In secondo luogo, l’obiettivo principale della maggior parte dei paesi europei non è quello di promuovere lo sviluppo democratico in Africa e altrove, ma di arginare il flusso di migranti. Ciò devia gran parte dei fondi disponibili per sporchi accordi con i dittatori, corrompendoli per impedire ai migranti di passare attraverso il loro territorio o per usare metodi repressivi per impedire ai loro cittadini di andarsene. A lungo termine, questo genererà più rifugiati politici.

Terzo, c’è una penosa penuria di risorse finanziarie. Un significativo piano Marshall per l’Africa richiederebbe almeno 30 miliardi di euro ($ 35,4 miliardi) all’anno per un certo numero di anni. Gli stati membri dell’UE potrebbero contribuire solo una piccola parte di questo importo. Quindi, da dove potrebbero venire i soldi?

È importante riconoscere che la crisi dei rifugiati è un problema europeo che richiede una soluzione europea.L’UE ha un elevato rating creditizio e la sua capacità di indebitamento è in gran parte inutilizzata. Quando dovrebbe essere utilizzata questa capacità se non in una crisi esistenziale? Storicamente, il debito nazionale cresceva sempre in tempi di guerra. Certo, l’aggiunta al debito nazionale è in contrasto con l’ortodossia prevalente che sostiene l’austerità; ma l’austerità è di per sé un fattore che contribuisce alla crisi in cui si trova l’Europa.

Fino a poco tempo fa, si sarebbe potuto sostenere che l’austerità funziona: l’economia europea sta lentamente migliorando e l’Europa deve semplicemente perseverare. Ma guardando avanti, l’Europa ora affronta il collasso dell’accordo nucleare iraniano e la distruzione dell’alleanza transatlantica, che è destinata ad avere un effetto negativo sulla sua economia e causare altre dislocazioni.

La forza del dollaro sta già accelerando la fuga dalle valute dei mercati emergenti. Potremmo essere diretti a un’altra grave crisi finanziaria. Lo stimolo economico di un piano Marshall per l’Africa e altre parti del mondo in via di sviluppo dovrebbe prendere il via al momento giusto. Questo è ciò che mi ha portato a presentare una proposta pronta per il suo finanziamento.

Senza entrare nei dettagli, voglio sottolineare che la proposta contiene un dispositivo ingegnoso, un veicolo per scopi speciali, che consentirebbe all’UE di attingere ai mercati finanziari a un tasso molto vantaggioso senza incorrere in un obbligo diretto per sé o per i suoi membri stati; offre anche notevoli vantaggi contabili.Inoltre, sebbene sia un’idea innovativa, è già stata utilizzata con successo in altri contesti, vale a dire le obbligazioni municipali a reddito generale negli Stati Uniti e i cosiddetti finanziamenti per il superamento delle malattie infettive.

Ma il mio punto principale è che l’Europa deve fare qualcosa di drastico per sopravvivere alla sua crisi esistenziale. In poche parole, l’UE ha bisogno di reinventarsi.

Questa iniziativa deve essere uno sforzo genuino di base. La trasformazione della Comunità del carbone e dell’acciaio nell’Unione europea è stata un’iniziativa top-down e ha fatto miracoli. Ma i tempi sono cambiati.Le persone comuni si sentono escluse e ignorate. Ora abbiamo bisogno di uno sforzo collaborativo che combini l’approccio top-down delle istituzioni europee con le iniziative dal basso verso l’alto necessarie per coinvolgere l’elettorato.

Dei tre problemi urgenti, ne ho affrontati due. Ciò lascia disintegrazione territoriale, esemplificata da Brexit.È un processo immensamente dannoso, dannoso per entrambe le parti. Ma una proposta in perdita potrebbe essere convertita in una situazione win-win.

Il divorzio sarà un processo lungo, che probabilmente richiederà più di cinque anni: un’apparente eternità in politica, specialmente in tempi rivoluzionari come il presente. In definitiva, spetta al popolo britannico decidere cosa vogliono fare, ma sarebbe meglio se prendessero una decisione prima o poi. Questo è l’obiettivo di un’iniziativa chiamata Best for Britain, che appoggio. Questa iniziativa ha combattuto e ha contribuito a vincere un voto parlamentare significativo su una misura che include l’opzione di non lasciare prima che la Brexit sia finalizzata.

La Gran Bretagna avrebbe reso l’Europa un grande servizio annullando la Brexit e non creando un buco difficile da colmare nel bilancio europeo. Ma i suoi cittadini devono esprimere sostegno con un margine convincente per essere presi sul serio dall’Europa. Questo è il migliore per l’obiettivo della Gran Bretagna nel coinvolgere l’elettorato.

Il motivo economico per rimanere un membro dell’UE è forte, ma è diventato chiaro solo negli ultimi mesi e ci vorrà del tempo per affondare. Durante questo periodo, l’UE deve trasformarsi in un’organizzazione che paesi come la Gran Bretagna avrebbero voglio aderire, al fine di rafforzare il caso politico.

Tale Europa differirebbe dagli accordi attuali in due punti chiave. Innanzitutto, distinguerebbe chiaramente tra l’UE e la zona euro. In secondo luogo, riconoscerebbe che l’euro ha molti problemi irrisolti, che non devono essere autorizzati a distruggere il progetto europeo.

L’eurozona è governata da trattati sorpassati che affermano che tutti gli Stati membri dell’UE dovrebbero adottare l’euro se e quando si qualificheranno. Ciò ha creato una situazione assurda in cui paesi come Svezia, Polonia e Repubblica ceca, che hanno chiarito di non avere intenzione di aderire, sono ancora descritti e trattati come “pre-ins”.

L’effetto non è puramente cosmetico. Il quadro esistente ha trasformato l’UE in un’organizzazione in cui la zona euro costituisce il nucleo interno, con gli altri membri relegati in una posizione inferiore. C’è un’assunzione nascosta al lavoro qui, cioè che, mentre i vari stati membri possono spostarsi a velocità diverse, si stanno dirigendo tutti verso la stessa destinazione. Ciò ignora la realtà che alcuni paesi membri dell’UE hanno esplicitamente respinto l’obiettivo dell’UE di “un’unione sempre più stretta”.

Questo obiettivo dovrebbe essere abbandonato. Invece di un’Europa a più velocità, l’obiettivo dovrebbe essere una “Europa a più corsie” che consenta agli Stati membri una più ampia varietà di scelte. Ciò avrebbe un effetto benefico di vasta portata. Attualmente, l’atteggiamento nei confronti della cooperazione è negativo: gli stati membri vogliono riaffermare la propria sovranità piuttosto che cederne di più. Ma se la cooperazione producesse risultati positivi, il sentimento potrebbe migliorare, e alcuni obiettivi, come la difesa, che attualmente sono meglio perseguiti da coalizioni di volontari potrebbero attirare la partecipazione universale.

La dura realtà può obbligare gli stati membri a mettere da parte i loro interessi nazionali nell’interesse di preservare l’UE. Questo è quanto ha esortato il presidente francese Emmanuel Macron nel discorso pronunciato ad Aquisgrana quando ha ricevuto il Premio Carlo Magno, e la sua proposta è stata sostenuta con cautela dal cancelliere tedesco Angela Merkel, che è dolorosamente consapevole dell’opposizione che affronta in patria. Se Macron e Merkel ci riuscissero, nonostante tutti gli ostacoli, avrebbero seguito le orme di Monnet e della sua piccola banda di veggenti. Ma questo gruppo ristretto deve essere sostituito da una grande ondata di iniziative dal basso verso l’alto a favore dell’Europa. Io e la mia rete di Open Society Foundations faremo tutto il possibile per aiutare queste iniziative.

Fortunatamente, Macron, per lo meno, è ben consapevole della necessità di ampliare il sostegno popolare e la partecipazione alla riforma europea, come chiarisce la sua proposta per le “consultazioni dei cittadini”. Il Festival economico di Trento, un grande raduno organizzato da gruppi della società civile in un momento in cui l’Italia non ha un governo, si riunirà dal 31 maggio al 3 giugno. Spero che avrà successo e darà il buon esempio a una simile società civile iniziative da emulare.

Vini Zonin 1821 alias Zonin Spa, Il Gazzettino: al nuovo socio il 30-40% dopo l’addio alla BPVi di Gianni Zonin

Rassegna stampa Vicenzapiu.com 31 maggio 2018

Pronto il nuovo socio per i vini Zonin. Secondo indiscrezioni la famiglia vicentina, aiutata dall’advisor Mediobanca, avrebbe individuato un investitore di minoranza per il gruppo da 201 milioni di fatturato. L’operazione prevederebbe un aumento di capitale da circa 70 milioni di euro e la cessionr di una quota di circa il 30-40%. Casa Vinicola Zonin 1821 (alias Zonin spa, ndr) è una delle maggiori aziende del settore con circa il 90% dei ricavi che viene generato fuori dall’Italia. Nei mesi passati erano usciti alcuni nomi di potenziali investitori: dal fondo americano Blackstone fino alla 21 Investimenti di Alessandro Benetton.

Giunti segnali di interesse anche da parte del fondo francese Unigrains dedicato all’agroindustria, specializzato in aziende della filiera anche di matrice familiare. L’obiettivo di quest’alleanza sarebbe quello della crescita internazionale del gruppo, anche tramite acquisizioni (si punterebbe anche su Cile e Sudafrica), per aggiungere nuovi marchi e attività alle etichette Principi di Butera, Ca’ Bolani, Tenuta il Bosco e ai vigneti americani della Barboursville. La meta finale sarebbe la quotazione in Borsa. Il nuovo socio potrebbe entrare con una quota corposa, tra il 30% e il40%.

La decisione è stata presa nei mesi scorsi dai fratelli Domenico, che della Zonin 1821 è presidente, Francesco e Michele Zonin (entrambi vice presidenti) a cui il padre Zonin ha affidato l’impegno di continuare, e di espandere sui mercati, l’attività di famiglia che dagli anni ’70 è a Ca’ Bolani in Friuli, poi cresciuta in Piemonte, Lombardia, Sicilia e Puglia fino allo sbarco negli Usa.

CAUSE PENDENTI

L’operazione non dovrebbe incrociare, sulla carta, i procedimenti giudiziari e civilistici in corso nei confronti di Gianni Zonin. Nell’ambito dell’azione civilistica di responsabilità, i liquidatori della Banca Popolare di Vicenza avevano infatti chiesto a gennaio la revoca di due «patti di famiglia» di oltre due anni fa attraverso i quali l’imprenditore ha ceduto ai figli anche la piena proprietà del rimanente 26,9% e i diritti di usufrutto sul 23% del capitale della Gianni Zonin Vineyard sas di Giovanni Zonin & C. e il 38,5% della Zonin Giovanni sas, holding dell’impero vitivinicolo dell’ex banchiere vicentino. La posizione della famiglia è che il «patto» è come un testamento, è l’anticipo di un dato ereditario. Deciderà la magistratura.

La società vinicola Zonin è al quarto posto in Italia con 201 milioni di ricavi con una crescita annua di oltre il 4%. Da qui l’opportunità di un investitore che sostenga i piani di sviluppo anche all’estero dove la Zonin possiede pezzi di pregio come la Barbourville in Virginia e la Dos Alma, la nuova società in Cile il cui obiettivo in tre anni è di produrre 600 mila bottiglie. L’interesse dei fondi stranieri è consistente ma in pista c’è anche la trevigiana 21 Investimenti, che recentemente ha stretto un accordo con Aberdeen Standard Investments. Insieme le due realtà hanno creato il veicolo 2Iasi al 50% ciascuno. Con sede a Londra e un team iniziale di sei persone, il fondo punta ad acquisire quote non di controllo di eccellenti imprese europee, con un orizzonte di investimento a lungo termine, mantenendo in capo agli imprenditori la quota di maggioranza del proprio business. Due anni fa 21 Investimenti ha ceduto i vini Farnese.

di m. cr., da Il Gazzettino

Nuovi rumor sul no a Savona: la telefonata tra Mattarella e Draghi

Laura Naka Antonelli finanzaonline.com 31 maggio 2018

Da ambienti informati, riporta Fanpage.it, circola da giorni la voce secondo cui “alla decisione finale abbia contribuito in modo determinante la valutazione prima di Ignazio Visco e poi di Mario …

Ore concitate nell’arena politica italiana, mentre arrivano nuovi rumor su quello che alcuni italiani hanno definito un colpo di stato finanziario. In particolare il sito Fanpage.it parla di una telefonata decisiva che avrebbe segnato il destino di Paolo Savona, facendo naufragare il primo tentativo di un governo M5S-Lega. La telefonata sarebbe avvenuta tra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il numero uno della Bce Mario Draghi, come riportato negli ultimi giorni anche da altre fonti.

Le ultime indiscrezioni arrivano dal sito Fanpage.it:

“Sono in tanti a interrogarsi su cosa ci sia dietro una scelta che ha ben pochi precedenti nella storia repubblicana recente: un veto politico che è anche ‘un indirizzo’ per chi occuperà successivamente la poltrona di via XX settembre. E, nelle ultime ore, si è parlato con grande insistenza di pressioni sul Capo dello Stato da parte di autorevoli esponenti delle istituzioni internazionali e degli ambienti che fanno riferimento ai cosiddetti ‘mercati’. Una voce, in particolare, filtra da ambienti solitamente beninformati: che alla decisione finale abbia contribuito in modo determinante la valutazione prima di Ignazio Visco e poi di Mario Draghi”.

Quest’ultimo avrebbe fatto – secondo quanto riportato nell’articolo “il punto della situazione, relativamente all‘esposizione del sistema economico – finanziario italiano, lasciando intendere come i margini di manovra fossero sempre più ristretti”. Lo ha riferito a Fanpage.it una fonte dell’Eurotower, aggiungendo che, a quel punto, “Draghi avrebbe lasciato intendere come “il gruppo di Savona” non godesse della stima e della fiducia di “quelli che contano”. Il numero della Bce avrebbe fatto inoltre capire al capo dello Stato,che l’Italia avrebbe potuto mettere i bastoni tra le ruote al piano della stessa banca centrale europea di smantellare prima o poi il bazooka monetario Quantitative easing.

A tal proposito, è stata la stessa Sabine Lautenschlaeger, esponente del consiglio direttivo dell’Eurotower a comunicare che giugno sarà forse il mese in cui Draghi & Co. decideranno di porre fine, in modo graduale, al programma QE che, giustamente, nel caso dell’Italia, è stato ribattezzato scudo BTP.

Quanto riporta Fanpage.it è stato segnalato negli ultimi giorni anche da altri giornali italiani, che hanno parlato più o meno di complotto tedesco o complotto della Bce per impedire che Mattarella desse il via libera al nome di Savona.

I rumor sono stati ripresi anche dall’FT in un articolo delle ultime ore in cui si parla del dilemma della Banca centrale europea:

“I media italiani hanno già riportato che Draghi e i funzionari di Bankitalia hanno parlato con il presidente Sergio Mattarella prima della decisione cruciale con cui il capo dello Stato ha detto no a Paolo Savona, economista euroscettico, al ministero dell’Economia – scrive il quotidiano britannico – La Bce ha preferito non rilasciare commenti sulle presunte telefonate, che sono state riportate da La Repubblica lo scorso martedì, mentre Bankitalia ha negato il coinvolgimento sia dei suoi funzionari che di Draghi nella decisione di Mattarella di rifiutare Savona”.

Il Financial Times precisa:

“Un qualsiasi ruolo che il presidente della Bce dovesse ricoprire nella gestione di una crisi politica, tra l’altro relativa al suo stesso paese, avverrebbe probabilmente dietro le quinte, visto che i tecnocrati sono consapevoli del pericolo di scatenare l’ira dei populisti, con eventuali interferenze nel processo democratico”.

UInsomma, secondo quanto risulta a Fanpage.it, il veto su Savona sarebbe stato messo direttamente da Draghi, numero uno della Bce, le cui fonti tra l’altro hanno affermato a Reuters proprio ieri che la banca centrale non ha né gli strumenti né il mandato per intervenire nella crisi politica italiana.

In tutto questo Paolo Savona nelle ultime ore ha parlato, affermando che “Mattarella non ha capito” e che “il popolo italiano si è ribellato”, stando a quanto riportato da Il Corriere della Sera.

Il Colle intanto aspetta e concede più tempo al M5S e alla Lega dopo la proposta di Luigi Di Maio:un governo giallo-verde affidato alla premiership di Giuseppe Conte con Paolo Savona a un dicastero che sia diverso da quello dell’Economia.

Da Matteo Salvini arriva qualche segnale di apertura e il suo ufficio stampa conferma che il leader della Lega è a Roma per la trattativa sul governo, e che l’agenda dell’intera giornata è stata annullata.

Ultima chance, dunque, per formare un governo politico: se sarà di nuovo flop, entrerà nella scena del teatrino italiano il governo di Carlo Cottarelli, che difficilmente otterrà la fiducia del Parlamento.

A quel punto, Cottarelli avrà il compito di gestire semplicemente gli affari correnti, in attesa del ritorno degli italiani alle urne.

La prospettiva di una soluzione all’impasse politica in cui l’Italia versa dalle elezioni politiche dello scorso 4 marzo tranquillizza i mercati: i BTP riportano un rally per la seconda sessione consecutiva, e gli acquisti sono tali che i tassi a due anni sono in calo di 1 punto percentuale, tornando al di sotto dell’1%, dopo essere schizzati fino al 2,72% qualche giorno fa.

A questo punto tutto dipende da Salvini: riuscirà il leader del Carroccio a mollare la presa sul nome di Paolo Savona per il dicastero dell’economia?

In realtà, proprio quello che è stato definito un vero e proprio Pomo della discordia che ha fatto saltare in aria la prima ipotesi di un governo M5S-Lega, sembra essere, in parte, rientrato. Spunta infatti il nome dell’ex vicedirettore generale di Bankitalia Pierluigi Ciocca – stando a quanto riporta il Corriere della Sera – per Via XX settembre.

Savona potrebbe andare agli Esteri, oppure, in base a quanto trapela da indiscrezioni stampa, un’altra soluzione potrebbe essere quella di dividere addirittura il Mef in due ministeri, dell’Economia e delle Finanze, con Savona che potrebbe presiedere uno dei due rami.

Azioni, debito: scommesse hedge fund contro l’Italia

NESSIM AIT-KACIMI 29 maggio 2018 lesechos.fr

 

Secondo i dati della Consob, gli hedge fund hanno preso altre 40 posizioni short la scorsa settimana sui titoli italiani. – Shutterstock

Le azioni e i debiti italiani sono presi di mira da hedge fund.

Come nel 2016 prima del referendum italiano, i fondi alternativi sono andati all’assalto delle azioni transalpine.  Una  violenta incursioneche  ricorda  anche la crisi greca . Secondo i dati Consob, l’autorità del mercato azionario italiano, gli hedge fund hanno ancora preso quaranta posizioni  venditori allo scoperto ( scommesse sulla caduta dei prezzi ) la scorsa settimana sui titoli italiani. Delle circa cento posizioni corte (almeno lo 0,5% del capitale di una società quotata) segnalate al regolatore italiano, più di un terzo (35%) è stato annunciato la scorsa settimana.

Esempi? BlackRock, il colosso di gestione, che ha anche un business hedge fund, ha recentemente scommettere sul crollo del Banco BPM, mentre  Point72 , il  nuovo fondo di  Steve Cohen , anticipando la caduta di Azimut holding .

Gli hedge fund che hanno la Parigi più forte contro i titoli azionari italiani, attraverso la vendita a breve , sono Marshall Wace, Cittadella, RDI, BlackRock, Ako Capital, Oxford AM e Kairos. Alcuni hanno scommesso per diversi mesi sulla caduta delle azioni transalpine. Questi sono i cosiddetti fondi long / short che acquistano o vendono titoli a breve o fondi quantitativi (AQR, AHL, PDT).

I titoli di hedge fund italiani più mirati sono Azimut Holding e Banco BPM (otto hedge fund), Bper Banca (sei fondi) e Unione di banche italiane (cinque fondi). BNP Paribas ha una posizione corta su Buzzi Unicem nel settore del cemento e ABC Arbitrage sul titolo Tamburi Investment Partners.

A febbraio, il  fondo Bridgewater aveva  triplicato le sue posizioni corte corte su titoli italiani, portandole a $ 3 miliardi prima delle elezioni. Tra le 20 aziende interessate c’erano Intesa Sanpaolo o UniCredit. L’ hedge fund ha proseguito la sua campagna di targeting italiano, ad aprile, Azimut Holding e Banco BPM, ea maggio Enel ed Eni.

La vendita allo scoperto soffre di un deficit di immagine. È accusato  di aggravare la caduta dei mercati , ed è per questo che alcuni paesi hanno talvolta vietato o limitato questa pratica,  specialmente dopo la crisi del 2008 .

vantaggio

Per i fondi  “globali macro” , che puntano su tutti i mercati e le cui prestazioni sono state  deludenti per tre anni, la crisi italiana, fonte di volatilità, è una manna per girare la curva. Secondo il Wall Street Journal, fondo AH, il fondo lanciato nel 2017 e gestito personalmente da Alan Howard , il fondatore  di Brevan Howard , scommette sul rialzo dei tassi in Italia. Questo è anche il caso del fondo Discovery di Robert Citrone, che scommette anche sul calo dei prezzi di Banco BPM e Bper Banca. Tuttavia, per questioni di diversificazione e liquidità, gli hedge fund non possono rischiare tutto su una singola scommessa.

UN PERICOLO ESISTENZIALE PER L’EUROPA, SECONDO SOROS

Rimosso dalla gestione, il finanziere finanziario George Soros continua a seguire i mercati giorno per giorno e condividere le sue analisi con i media. In occasione della sua visita a Parigi, ha ritenuto che  “potremmo essere alla testa di una grave crisi finanziaria” .

“Tutto ciò che poteva andare storto è andato storto “, ha insistito, riferendosi alle politiche di austerità in Europa e all’aumento del populismo. “L’Europa affronta un pericolo esistenziale” e se  “l’euro ha molti problemi irrisolti” non significa che debba essere lasciato a  “distruggere l’Europa” .

Banche, le ex Popolari venete all’incasso da 8.550 clienti

Maurizio Cesconmessageroveneto.geolocal.it 30 maggio 2018

Arrivate le prime lettere della società incaricata della riscossione. A 1.900 aziende e 6.650 privati in Fvg conto da 1,37 miliardi

UDINE. Una lunga premessa con tutte le spiegazioni del caso, i riferimenti al decreto ministeriale e i vari meccanismi e procedure di legge. In calce l’indicazione dell’Iban con il quale effettuare il versamento, anche se non sono stabilite scadenze temporali.

È il contenuto della lettera che, in queste settimane, i primi 100 friulani ex soci di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca hanno ricevuto dalla Sga (Società per la gestione accentrata) partecipata dallo Stato italiano che ha l’incarico di recuperare i Npl (Non performing loans) ovvero i crediti deteriorati delle due ex Popolari decotte.

Una missiva che arriverà, entro un paio di mesi, a tutti gli 8.550 friulani debitori, 1.900 dei quali sono titolari di aziende o di altre attività imprenditoriali, mentre 6.650 sono privati cittadini.

In provincia di Udine le posizioni debitorie sono 4.800, delle quali 1.100 relative a imprese, le altre 3.700 a privati. Il valore complessivo, in Friuli Venezia Giulia, dei Npl in carico alle ex Popolari venete è pari a 1,37 miliardi di euro, mentre la cifra relativa alla sola provincia di Udine è di 771 milioni.

Se consideriamo l’intera platea italiana abbiamo 112 mila posizioni debitorie, delle quali 25 mila relative ad aziende con crediti incagliati o scaduti, per un controvalore complessivo di 18 miliardi di euro, una somma enorme, che vale una manovra Finanziaria. Il nostro territorio, ovviamente, è stato colpito duramente dalla crisi degli istituti guidati in passato da Zonin e Consoli, anche perchè BpVi, alla fine degli anni Novanta, aveva assorbito la storica Popolare Udinese, vera e propria “cassaforte” dei friulani.

Tra gli 8.550 debitori ci sono anche gli autori delle “baciate”, coloro che, per acquistare azioni della Popolare di Vicenza al prezzo astronomico di 62,5 euro, in occasione dell’ultimo aumento di capitale del 2013, avevano aperto dei fidi che servivano esclusivamente a questo scopo.

Il decreto 221 del 2018 ha conferito alla Sga tutti i crediti deteriorati, a esclusione delle linee collegate a operazioni di commercializzazione di azioni od obbligazioni subordinate. Ma nonostante ciò le lettere arrivano anche a coloro che hanno fatto le “baciate” o che hanno acquistato azioni pur di ottenere un mutuo a condizioni vantaggiose o avevano aperto un fido di conto, in cui venivano loro anticipati dalla banca i soldi in attesa della liquidazione, poi mai avvenuta, delle azioni che avevano provato a mettere in vendita prima del disastro. Insomma sembra che nessuno sia escluso dalla richiesta di rientro da parte della Sga, che ha assoluto bisogno di recuperare tutti, o almeno in parte, i soldi del grande “buco”.

Purtroppo tanti risparmiatori sono esposti per cifre piuttosto ingenti e ciò aggrava la situazione complessiva. Nella lettera della Sga non c’è una scadenza temporale entro cui diventa tassativo saldare il debito, ma per chi non paga scatta inesorabile il pignoramento dei beni. Quindi molti ex soci delle due banche rischiano davvero una doppia, dolorosissima beffa: prima le azioni andate in fumo con la perdita del capitale e adesso la richiesta di rientro dei debiti, fatti anche per comperare quelle azioni, in un gioco perverso e diabolico che li ha messi sul lastrico.

L’associazione udinese Consumatori attivi, presieduta dall’avvocato Barbara Puschiasis, sta ricevendo e-mail e telefonate di soci preoccupati proprio per questa richiesta della Sga. «Si rischia un effetto domino che può essere devastante per il territorio – osserva la presidente di Consumatori attivi – in quanto molti ex clienti di BpVi e Vb, oggi passati in Intesa SanPaolo, non si sono più visti rinnovare dalla stessa Intesa le linee di credito originariamente concesse.

Un tanto, oltre al credit crunch e al divieto di concentrazione di crediti oltre una certa soglia su uno stesso istituto, pone le basi per mettere in ginocchio tante famiglie e altrettante imprese. In proposito abbiamo già segnalato la situazione al Prefetto di Udine, ravvisando che la situazione è impattante per il territorio e che può avere effetti negativi imprevedibili. Mi auguro che presto ci si possa confrontare con la Regione Friuli Venezia Giulia per creare un osservatorio che monitori queste dinamiche, un po’ come è accaduto in Veneto. Un esperimento che sta funzionando».

Intanto torna ad addensarsi l’incertezza sul Fondo di ristoro da 100 milioni di euro approvato con l’ultima legge di Stabilità del dicembre 2017, ma che è ancora privo delle firme sui decreti attuativi. I tanti risparmiatori che sperano in un minimo di rimborso, auspicano la nascita di un Governo, che però sembra ancora lontana, anche se la situazione resta fluida e foriera di sviluppi imprevedibili.

La convocazione, la scorsa settimana, dal premier incaricato Giuseppe Conte di un tavolo con i rappresentanti delle associazioni di tutela dei consumatori aveva aperto qualche barlume di fiducia. Ma il repentino naufragio del tentativo di Conte, domenica sera, ha rimesso tutto in discussione.

Toccherà adesso al nuovo Esecutivo, se mai vedrà la luce, dare una risposta su questo

fronte, molto sensibile perchè vede interessate decine di migliaia di persone in tutta Italia, circa 15 mila in regione. Se invece si andrà a elezioni ravvicinate anche il destino del Fondo, senza decreti attuativi, resterà in alto mare

Italia: i tre scenari di Goldman Sachs, mentre Moody’s minaccia downgrade su queste 12 banche

Laura Naka Antonelli finanzaonline.com 31 maggio 2018

Non solo UniCredit e Intesa SanPaolo. Nella rosa dei nomi presentata da Goldman Sachs, a rischio downgrade, ci sono anche altri grandi e piccoli istituti italiani.

Il dramma politico che si sta consumando in Italia non riesce a mettere d’accordo i titani del mondo della finanza. Goldman Sachs ci riprova, e in un nuovo report elenca i possibili scenari politici che potrebbero caratterizzare il futuro del paese, allo sbando dopo i recenti sviluppi. Intanto arriva la notizia della decisione di Moody’s di mettere sotto osservazione per un possibile downgrade dodici banche italiane: si tratta di Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banca Imi, Cdp, Mediobanca, Bnl, Fca Bank, Credito Emiliano, Cariparma, Cassa Centrale Raiffeisen, Invitalia e Banca del Mezzogiorno.

Il no del presidente della Repubblica Sergio Mattarella al nome di Paolo Savona proposto dall’asse M5S-Lega ha scatenato una crisi istituzionale di quelle a cui non si assisteva da tempo, affondando l’ipotesi di un governo guidato dai due partiti. Matteo Salvini, leader della Lega, aveva chiarito piuttosto bene come il nome di Savona fosse condizione sine qua non per la formazione di un governo.

Gli ultimi sviluppi politici presentano uno scenario caotico in modo allarmante: la decisione di Mattarella, alle strette, di incaricare il direttore dell’Osservatorio dei conti pubblici ed ex Commissario della Spending review Carlo Cottarelli di formare un governo neutrale; la minaccia del M5S di Luigi Di Maio di avviare un procedimento di impeachment contro Mattarella, accusato di aver violato la sovranità del popolo italiano; la rabbia di Salvini contro un’Italia manipolata a suo avviso da Bruxelles; il dietrofront di Di Maio, che ritira l’impeachment e rilancia la prospettiva di un esecutivo giallo-verde, arrivando a proporre Savona per un altro ministero; il gelo di Salvini che, forte dei sondaggi, guarda già alle prossime elezioni. Allo stesso tempo, nelle ultime ore da Salvini arrivano segnali di apertura alla proposta di Di Maio su Savona.

Il Colle avrebbe deciso di dare un’ultima possibilità all’ipotesi di un governo M5S-Lega; in caso di ennessimo flop delle trattative, Mattarella tornerebbe sull’ipotesi Cottarelli e poi al voto.

Le nuove previsioni di Goldman Sachs per l’Italia

Goldman Sachs cerca di prevedere quello che potrà succedere ora nell’arena politica italiana:

Uno scenario possibile è che Cottarelli si ripresenti dal presidente Mattarella con una lista di possibili ministri, soprattutto tecnici. In caso di approvazione del Colle, il governo chiede la fiducia del Parlamento. Ma, “come abbiamo già detto in precedenza, a nostro avviso la fiducia sarebbe altamente improbabile, visto che la Lega e il M5S hanno già indicato che non offriranno il loro sostegno, così come anche Forza Italia di Silvio Berlusconi. Allo stesso tempo, alcuni esponenti del PD hanno lasciato intendere che si asterranno. In assenza di fiducia (scenario che prevediamo), un governo Cottarelli durerebbe il tempo necessario in vista di nuove elezioni, che potrebbero essere tenute dopo l’estate.

Un secondo scenario possibile è che Cottarelli rimetta il mandato senza formare un governo. In questa situazione, nuove elezioni verrebbero indette presto, probabilmente alla fine di luglio, e il governo del premier uscente Paolo Gentiloni continuerà a essere operativo e a gestire gli affari correnti.

Un terzo scenario possibile, segnalato dalla stampa nazionale, è che i leader di Lega e M5S formino un governo di coalizione allo scopo di ottenere la fiducia del Parlamento. Nel caso in cui Cottarelli rimettesse il mandato senza formare un esecutivo, il presidente della Repubblica potrebbe considerare di affidare il mandato a Salvini, Di Maio o un’altra persona indicata. In questa situazione, bisognerebbe attendere qualche giorno per capire se un governo sarebbe formato o meno.

In ogni caso, Goldman Sachs prevede che l’incertezza politica in Italia rimarrà elevata  per un bel po’ di tempo ancora, e che i prezzi degli asset continueranno a essere sotto pressione.

Gli investitori, sottolinea la nota, guarderanno con preoccupazione alle seguenti eventualità:

che la Lega e il M5S possano concretizzare (o ora o con il ritorno alle urne) il contratto di governo presentato nelle ultime settimane.

Che tali politiche economiche (incentrate sulle proposte del reddito di cittadinanza, flat tax, abolizione della riforma Fornero) abbiano di conseguenza un impatto sulla sostenibilità del debito, facendo rischiare all’Italia downgrade sui suoi rating.

Gli investitori monitoreranno anche l’impegno che un tale eventuale governo prenderà sia nei confronti dell’Ue che dell’Eurozona.

Banche: il mercato degli npl rischia lo stop (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il caos politico rischia di avere effetti non soltanto

sui mercati azioniari e obbligazionari, ma anche su asset class che in

questi anni hanno registrato volumi molto rilevanti come i non performing

loans. Negli ultimi giorni l’attività delle banche d’affari ha subito un

brusco rallentamento, complici il passo indietro di alcuni investitori

esteri ma anche il cambiamento delle metriche di valutazione.

A finire nel congelatore, si legge su MF, sono ipo, operazioni di merger

& acquisition e anche processi di cessione di crediti deteriorati che nei

mesi scorsi erano stati messi in cantiere dagli istituti di credito

italiani. Il mutato scenario di mercato starebbe infatti spingendo gli

investitori a cercare rendimenti più alti rispetto a quelli di qualche

settimana fa, imponendo di conseguenza ai venditori prezzi più bassi. «Il

rischio-Paese fa percepire come più aleatori i flussi di cassa attesi

attraverso il processo di recupero e spinge i fondi a esprimere

valutazioni più contenute rispetto al passato», spiega un banker.

Va peraltro tenuto in considerazione il fatto che nell’ultimo anno il

forte affollamento sul mercato e la concorrenza tra gli investitori hanno

spinto al rialzo il prezzo medio degli stock di crediti deteriorati, anche

grazie al basso costo del funding e ad aggressive strutture finanziarie.

Si è così passati dal 13% del valore nominale pagato da Fortress e Pimco

per il portafoglio Fino di Unicredit al 29% versato da Intrum a Intesa

Sanpaolo . Proprio l’operazione condotta in porto da Ca’ de Sass con il

gruppo svedese era stata letta dal mercato come un punto di svolta in un

settore in cui le cessioni erano sempre state fortemente penalizzanti per

gli istituti di credito. Ma probabilmente si è cantato vittoria troppo

presto.

red/fch

(END) Dow Jones Newswires

May 31, 2018 02:23 ET (06:23 GMT)

Carige, Enderlin condannato a 5 anni e mezzo

tvsvizzera.it 30 maggio 2018

L’imprenditore ed ex consigliere comunale di Lugano Davide Enderlin è stato condannato in primo grado mercoledì a cinque anni e mezzo di reclusione dal Tribunale di Milano. L’interessato ribadisce la sua innocenza e assicura che farà appello.

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/il-quotidiano/video/30-05-2018-lo-sfogo-di-enderlin-condannato-in-italia?id=10529315&startTime=0.000333&station=rete-uno

La pena pronunciata a Milano è di poco inferiore a quella di 6 anni chiesta nel corso dell’ultima udienza dall’accusa.

Il 46enne, secondo i giudici, 13 anni fa avrebbe riciclato per conto di ex dirigenti della banca Carige 23 milioni di euro frutto della truffa all’istituto bancario ligure, acquistando  quote dell’albergo Holiday Inn a Paradiso, vicino a Lugano.

“L’appello è sicuro”, ha dichiarato lo stesso imprenditore ai microfoni della Radiotelevisione svizzera, “indipendentemente dalle ragioni della sentenza”, che verranno rese note entro 90 giorni. “Io non è che mi professo innocente, io sono innocente, quindi continuerò a dirlo”, ha aggiunto.

Enderlin e i suoi legali hanno sempre ribadito che il ticinese ha agito in buona fede in base al diritto svizzero.

SPY FINANZA/ Lo schianto che può farci diventare la Grecia (senza bisogno dello spread)

Alcuni dati parlano chiaro: l’Italia, come l’Europa, corre un rischio molto grande. Ma non ha a che fare con la nostra uscita dall’euro, spiega MAURO BOTTARELLI

Mario Draghi (Lapresse)Mario Draghi (Lapresse)

Non spenderò una parola per quanto sta accadendo fra Quirinale, Camere e segreterie di partito. E non perché la situazione è talmente impazzita da cambiare ogni 30 secondi, ma perché lo ritengo totalmente inutile. Sia per il profilo dei contendenti politici – “Le ferie degli italiani sono sacre”, ha dichiarato Matteo Salvini ieri a chi gli chiedesse un giudizio sull’ipotesi di voto il 29 luglio, una risposta che ci offre l’altissimo senso dell’urgenza istituzionale che mostra il leader leghista -, sia perché come vi dico da mesi e mesi, ormai i parlamenti nazionali contano poco e niente. Gestiscono l’esistente o poco più. E questo vale anche per il Bundestag o l’Assemblea Nazionale francese, non è prerogativa italiana o delle Cortes spagnole che domani saranno chiamate a decidere del futuro del governo Rajoy e, quindi, del possibile ritorno alle urne anche dei cugini iberici. 

Mi interessa parlarvi di altro oggi, senza stare troppo a dilungarmi. Martedì sera, non mi ricordo più in quale trasmissione di approfondimento, il professor Antonio Maria Rinaldi, allievo di quel Paolo Savona divenuto pomo della discordia e detonatore del disastro politico in atto, rendeva noto con malcelato sdegno, quanto pubblicato da Radiocor, l’agenzia stampa del Sole24Ore. Ovvero, questo: gli acquisti di titoli in ambito Qe da parte della Bce sono scesi a 3,831 miliardi di euro nell’ultima settimana dai 5,309 miliardi della settimana precedente. Detto fatto, la scoperta dell’acqua calda era servita: lo spread lo decide l’Eurotower. Non il mitologico sentiment degli altrettanto mitologici investitori internazionali, i quali negli ultimi mesi si sono ben guardati dall’acquistare nostro debito, lasciando tutta quella carta alla Bce e tenendo in pancia ciò che non pare ancora conveniente scaricare, in attesa di capire se per Roma sarà o meno previsto un epilogo greco. 

E quanto sono esposti i nostri vicini, quelli che magari ci dicono che siamo troppo grandi per essere salvati, che siamo «scrocconi e mendicanti» e che «i mercati ci insegneranno a votare per bene»? Parecchio, per questo sono così nervosetti. Questa tabella ci mostra l’esposizione delle principali banche estere al nostro debito pubblico stando ai dati di detenzione al giugno dello scorso anno. Come vedete, qualcuno trema, altro che sperare che finalmente l’Italia paghi il prezzo al suo essere cicala e tetragona a ogni riforma strutturale. Quindi, c’è da capirli i vari Oettinger di questo mondo: se per caso dovessimo andare a zampe all’aria, la Germania non solo vedrebbe a forte rischio i soldi della Bundesbank relativi al saldo dare/avere all’interno di Target2, ma anche il bilancio di Commerzbank, di fatto già salvata una volta, passerebbe davvero un brutto quarto d’ora. Tanto per dire che saremo anche «scrocconi e mendicanti», ma nella terra del rigore hanno continuato a comprare i nostri titoli di Stato, quindi o sono masochisti o ipocriti. 

 

Ma non è nemmeno questo il punto che mi interessa sottolineare. Bensì, altri due. Il primo fa riferimento all’accusa del professor Rinaldi rispetto alla minore entità di acquisti obbligazionari da parte della Bce la scorsa settimana, di fatto la potenziale dinamo dell’aumento dello spread, avvitatasi poi su se stessa in una spirale autoalimentante dopo il fallimento dell’ipotesi di governo Conte. Era il 28 aprile scorso quando pubblicavo questo articolo, nel quale, di fatto, era già scritto e spiegato tutto: in quel caso, facevo riferimento all’aumento degli acquisti da parte della Bce nella settimana precedente, soprattutto alla crescita esponenziale di quelli di bond corporate, sintomo non solo di sofferenza dell’economia reale e produttiva dell’eurozona, frutto anche delle sanzioni contro la Russia e dei nuovi dazi Usa su acciaio e alluminio, ma anche di fallimento totale di uno degli scopi non dichiarati ma palesi del Qe, ovvero riattivare il meccanismo di trasmissione del credito da istituti bancari a imprese e famiglie, grazie proprio al denaro a pioggia e a costo zero fornito dall’Eurotower. All’epoca, ovviamente, non si lamentò nessuno. 

E cosa scrissi, al riguardo? Che, di fatto, quella variazione degli acquisti, tramutatasi in calo del controvalore la scorsa settimana, era nulla più che uno stress test non dichiarato – e, questa volta, serio, rispetto alle pagliacciate dell’Eba sui bilanci bancari – sulla tenuta dell’eurozona rispetto a variazioni in quello che era diventato il motore immobile di ogni criterio valutativo macro: avendo annunciato il tapering del programma a partire dal prossimo autunno, occorre valutare sul campo come reagirebbero Borse e differenziali sovrani a scossoni e, soprattutto, l’impatto di un graduale ritorno alla normalità, ancorché la stessa Bce parli da sempre di tassi ultra-bassi per un periodo prolungato di tempo, destinato ad andare oltre la fine del Qe. E cosa pensate che sia accaduto, in questi giorni? Davvero pensate che lo spread faccia quei balzi per l’ipotesi del professor Savona al Mef? E cosa pensate che potesse fare, a livello europeo, il professor Savona, da solo e senza alleati contro i falchi del Nord? 

La vulgata ci dice che il problema era il cosiddetto “piano B” elaborato dal professore, ovvero il fatto che la sola esistenza di un’ipotesi di uscita di Roma dall’euro come extrema ratio in caso di irriformabilità dell’eurozona, farebbe scappare gli investitori. Scusate, mi tocca ripubblicarlo: questo grafico ci mostra che chi poteva ha venduto titoli italiani anche prima dell’ipotesi di Savona al Mef con il suo “piano B”, quindi c’è qualcosa che non torna. Soprattutto, in regime di Qe. O, forse, proprio per il regime di Qe, perché sapendo che la Bce ingloba e calmiera tutto, sterilizzando il rischio Paese di default, chi può si alleggerisce il portafoglio. 

 

Forse l’idea di Savona al Mef ha fatto tremare in relazione ai numeri contenuti nella tabella delle detenzioni bancarie in essere? Non lo escludo, ma resta un fatto: lo spread si è mosso per volontà della Bce e in base a un timing preciso della stessa, in pieno bailamme politico italiano e spagnolo. Ovvero, i due pezzi forti dei cosiddetti Piigs. La questione, quindi, è ben più grave e seria di quella espressa dalla vulgata che vorrebbe l’Eurotower intenta a bocciare esecutivi sgraditi in Italia utilizzando la leva dello spread: significa che ormai Draghi sa che il nuovo botto è inevitabile ed è andato a operare sul ventre molle ma troppo sistemico dell’eurozona, l’asse italo-spagnolo. E l’effetto, come avete visto, è stato devastante per qualche ora. 

E lo mostra il fatto che, per muovere il nostro spread in quel modo, tale da far prendere coraggio anche a soggetti privati che prima non osavano operare sui mercati contro la Bce, scaricando assets in modalità speculativa, Draghi deve avere concentrato la grandissima parte di quella riduzione di acquisti proprio sui nostri titoli: lo stress test era su di noi e sulla nostra capacità di contagio. Non ricordate cosa accadde, subito dopo l’annuncio di Trump di imposizione di dazi su acciaio e alluminio, all’epoca spacciati come guerra commerciale contro la Cina? Tre giorni di Borse a picco. Ma lo spread non si mosse. E anche le equities, prezzata la farsa di Washington e digerita la paura, tornare a macinare, se non rialzi, almeno sedute senza panico. Ma ora, l’Europa sta prezzando altro, oltre al rischio Paese italiano e spagnolo dato dall’instabilità politica: la fine del Qe quindi la cessazione dello scudo sovrano e il rischio sistemico sull’economia reale, già costato alla Germania un brusco risveglio, con le possibilità di un’entrata in recessione salite da meno del 5% al 32,4%, come ci mostra il grafico. 

I mercati stanno infatti prezzando l’ulteriore aggravamento del fall-out dei dazi Usa sull’Europa, Germania in testa: quindi, un ulteriore colpo al cuore, se unito alla fine della maschera d’ossigeno di finanziamento rappresentata dagli acquisti di bond corporate. Ed ecco che, con la possibilità di un ritorno in massa delle aziende al finanziamento bancario, i titoli del comparto credito si schiantano e trascinano in basso le Borse: gli istituti di credito dell’eurozona non sono in grado di fornire la liquidità necessaria al sistema, se non a prezzi inaccessibili. In Europa, il rischio vero non è l’uscita dell’Italia dall’euro ma una catena di default fra le Pmi. Ed ecco perché l’Italia è nel mirino, il secondo punto che vogliono trattare oggi con queste poche righe: questi grafici, ci spiegano tutto meglio di tante parole. Soprattutto, l’ultimo, il quale ci mostra come nel nostro Paese i bond corporate con un rendimento inferiore ai loro pari durata sovrani sono qualcosa come il 90% del totale! Quindi, le aziende sono più sicure dello Stato dove operano. Un qualcosa di impossibile nella realtà. Ma possibile con il Qe e le sue distorsioni. 

 

Questo è il vero rischio che corre l’Italia, lo schianto della sua economia reale, in caso – finito il Qe – qualcuno decidesse di assaltare quel debito per vedere il bluff, per puro fine speculativo o, magari, per scalare a prezzo di saldo ciò che fino ad allora la Bce aveva protetto dal mercato e dalle sue regole. Questo è il rischio enorme, non la potenziale uscita dall’euro, ma un epilogo greco per tracollo di Pil e produttività. Per questo Draghi ha dato vita allo stress test. Per questo ne seguiranno altri. Per questo, immagino relativamente a breve, dalla Bce partirà un nuovo whatever it takes, magari in forma più blanda. 

Ma altrettanto chiaro. Siamo davvero sul ciglio del precipizio e non per le idiozie che leggete su giornali e siti, quelli autorevoli.