Chi è Giovanni Tria

lettera43.it 31 maggio 2018

Preside di Economia a Tor Vergata e vicino a Brunetta, è lui che potrebbe essere nominato ministro dell’Economia nel governo giallo verde. Ecco cosa pensa di Eurozona e moneta unica a partire dai suoi scritti.

Il puzzle di governo sembra lentamente comporsi. Lo scoglio Savona sarebbe stato risolto con la nomina del professore euroscettico agli Affari europei – equilibrata da Enzo Moavero Milanesi agli Esteri – e quella di Giovanni Tria al Mef. Un nome, quello di Tria, che nelle aspettative potrebbe incassare l’ok del Colle.

LA CARRIERA UNIVERSITARIA. Tria, preside della Facoltà di Economia di Tor Vergata, già presidente della Scuola nazionale dell’Amministratore, è stato co-direttore del Master in Economia dello Sviluppo e Cooperazione Internazionale e Direttore del Ceis (Center for Economics and International Studies di Tor Vergata) . È membro dell’Oecd Innovation Strategy Expert Advisory Group, vice Chair dell’Iccp (Committee for Information, Computer and Communication Policy) e Membro del Consiglio di Amministrazione dell’Ilo (International Labour Organization).

Tria verso la nomina al ministero dell’Economia

Tria può essere considerato di area di centrodestra. Vicino a Renato Brunetta, con cui ha cofirmato due libri, collabora anche con Il Foglio e con Formiche. Per la celebrazione dei 60 anni dei Trattati di Roma, a marzo 2017, scrisse proprio con il forzista un’analisi sul Sole 24 Ore intitolata Superare i tabù per salvare Unione ed euro.

I TABÙ DELL’UE. Indicativo l’incipit dell’articolo: «Le conquiste del percorso di integrazione europea, l’Unione europea e la moneta comune, appaiono molto più fragili e precarie di quanto solo alcuni anni fa si sarebbe potuto immaginare. La crescita dei movimenti anti-europei in tutta Europa è una realtà, seppur con un peso e con caratteristiche diverse, nei principali paesi dell’Eurozona». I due autori, elencando i fallimenti dell’unione monetaria citano il «surplus crescente dell’economia tedesca». L’Europa a trazione tedesca, è il ragionamento, «non ha volutamente colto, sbagliando, che l’eccesso di virtù (surplus delle “formiche”) produce più danni dell’eccesso di deficit (dei paesi “cicala”)».

IL DEBITO PUBBLICO. Altrettanto illuminante il passaggio sul debito pubblico. «È mancata in questi anni, per limitare la crescita destabilizzante del debito in tutta l’Eurozona, la crescita del Pil nominale, schiacciato dall’assenza di inflazione per troppi anni e dalla bassa crescita in termini reali», sottolineano i due autori. Ricordando come «nel 2011, il governo italiano in carica fu fatto cadere sotto l’imperativo dell’anticipo del pareggio di bilancio al 2013, e oggi ci si compiace in Italia di mantenere nel 2017 il deficit sotto il 3%».

IL RISCHIO È L’IMPLOSIONE. Per salvare Ue e moneta unica, secondo Brunetta e Tria occorrono «un grande piano di investimenti pubblici produttivi fuori dai parametri europei», la possibilità di stampare moneta e l’apertura di un vero dibattito in Italia e in sede comunitaria, senza demonizzazioni. «Non ha ragione chi invoca l’uscita dall’euro senza se e senza ma come panacea di tutti i mali», mettono in chiaro gli autori, «ma non ha ragione neanche il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, quando dice che “l’euro è irreversibile”, se non chiarisce quali sono le condizioni e i tempi per le necessarie riforme per la sua sopravvivenza». Il maggior pericolo, sempre per Tria e Brunetta, «è l’implosione non l’exit».

L’affinità elettiva con Savona

In un articolo pubblicato da Formiche il 30 dicembre 2016 – «Vi spiego la competizione truccata in Europa che favorisce la Germania» – Tria intratteneva un dialogo a “distanza” con Giorgio La Malfa e, vedi il destino, Paolo Savona. I due avevano scritto un commento sul Corriere della Serarispondendo all’economista tedesco Clemens Fuest che sosteneva l’ineluttabilità dell’uscita dell’Italia dall’euro. Per La Malfa e Savona a uscire dalla moneta unica doveva essere non l’Italia ma la Germania.

SERVE UN RIEQUILIBRIO. «Se un Paese come la Germania mantiene per anni un surplus tra il 6 e l’8% del Pil senza che la sua valuta si apprezzi rispetto a quella di Paesi in deficit», sottolineava Tria, «significa che questo strumento di riequilibrio economico di mercato è stato eliminato, e non che si è eliminata una policy sbagliata. Sostanzialmente questa è la situazione all’interno dell’eurozona». E aggiungeva: «Non si tratta di dividersi tra liberisti e keynesiani, tra fautori delle virtù del mercato e fautori dell’intervento dello Stato. Il nodo è che il libero mercato qui non c’entra niente. Se con cambi fissi si rinuncia a un meccanismo di riequilibrio allora devono esserci altri meccanismi in un sistema coerente, i mercati non funzionano a metà. E non c’entrano neppure le maggiori o minori virtù italiche rispetto a quelle germaniche. Se saremo meno bravi saremo più poveri, ma la competizione non può essere truccata, il mercato non può essere distorto solo per la parte che conviene ad alcuni paesi e invocato per il resto». Forse, concludeva l’economista, «è ora di abbandonare molti tabù che hanno impedito, come rilevano La Malfa e Savona, almeno di analizzare i problemi e prepararsi a soluzioni alternative».