Tutte le fake news di Gabanelli sul debito, smontate

David Carretta il foglio.it 31 maggio 2018

La post-verità è il contenuto dell’inchiesta, che descrive i mercati finanziari e l’Unione europea come il terreno di battaglia di potenze ostili per depredare la povera Italia

Tutte le fake news di Gabanelli sul debito, smontate

Milena Gabanelli (foto LaPresse)

 Bruxelles“Debito: un’idea per uscirne vivi e tornare a crescere”, è il titolo di una lunga inchiesta pubblicata mercoledì dalla Dataroom di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera, con cui una delle giornalisti più stimate dal grande pubblico e dall’establishment per le sue capacità divulgative e la sua forza di denuncia presenta la formula magica per risolvere tutti i problemi dell’Italia. Solo che niente, o quasi, dell’articolo della Gabanelli corrisponde al mondo reale. Passino i copricapi nazista per raffigurare la Germania e napoleonico per impersonare la Francia. Robaccia da bar, che fa il pari con gli “italiani scrocconi” da birreria dello Spiegel. “E’ stato un errore grafico che ci è sfuggito. Grazie della segnalazione. Ci scusiamo molto e lo cambiamo subito perché non era e non è questo il senso”, ha risposto al nostro Luciano Capone, la Dataroom della “regina anti-fake”. Il fake, o ancor meglio il post-verità, è il contenuto dell’inchiesta, in cui si descrivono i mercati finanziari e l’Unione europea come il terreno di battaglia di potenze ostili – Germania e Francia – per depredare a tutti i costi la povera Italia utilizzando le armi dello spread e del debito. Senza entrare nei dettagli della proposta di una serie di economisti che Gabanelli definisce “nostra”, ecco una serie di esempi che meriterebbero un copri-capo a forma di cono che un tempo era utilizzato nelle scuole.

 

Gabanelli: “Se l’Italia dovesse decidere di uscire dall’euro, dovrebbe versare alla Germania 443 miliardi, la Francia gliene dovrebbe versare 65, la Spagna 381, e così via: il totale per la Bundesbank sono 923 miliardi. Questa è la posizione dell’entourage Merkel, e i numeri saltano fuori dai saldi del sistema di pagamento interbancario europeo, denominato Target 2 (…). Se i tedeschi si stanno occupando della questione ‘saldi’ vuol dire che stanno studiando il piano B della rottura dell’Euro per fare bottino”.

 

La realtà: Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha risposto nel gennaio del 2017 a un’interrogazione di due eurodeputati anti-euro italiani, Marco Valli e Marco Zanni, sulle conseguenze per una paese che lascia l’euro in termini di saldi Target 2. “Se un paese lasciasse l’Eurosistema, i crediti e le passività della sua BCN (Banca Centrale Nazionale) nei confronti della BCE dovrebbero essere regolati integralmente”, aveva scritto Draghi, precisando poi in numerose occasioni che la cosa è comunque da escludere perché l’euro è irreversibile. Berlino non ha alcun piano B per fare bottino sui saldi Target2, ma la stampa e la classe politica tedesca si lamentano dei crediti ogni qual volta che riemerge il rischio di un’uscita di un paese dall’euro.

Gabanelli: “In queste settimane Francia e Germania stanno decidendo le regole di funzionamento dell’Eurozona, e noi, terzo paese per dimensione economica, a quel tavolo è come se non ci fossimo”.

 

La realtà: In queste settimane Francia e Germania faticano a trovare un’intesa sul completamento dell’unione bancaria e la road map per una maggiore integrazione della zona euro. I negoziati sull’unione bancaria sono già complicati, quelli sulla futura Eurozona 2.0 chiesta da Macron richiederanno molto tempo. L’Italia è assente perché non ha un governo e i suoi rappresentanti non possono prendere posizione in vista di un esecutivo marcatamente anti-Ue, come accaduto con l’astensione su un pacchetto bancario all’Ecofin del 25 febbraio. Per contro, la crisi finanziaria e la prospettiva di un governo populista rappresentano un alibi perfetto per Francia e Germania per nascondere le loro divisioni e rinviare compromessi difficili.


 

Gabanelli: “Il tema ruota attorno al debito pubblico: non riusciamo ad abbatterlo perché siamo amministrati da una pessima classe dirigente, ma è anche vero che su questo debito noi paghiamo interessi del 2,4 per cento (schizzati oggi al 3,21 per cento per effetto della turbolenza politica), mentre la Francia paga lo 0,7 per cento e la Germania lo 0,4 per cento. A queste condizioni la consistente parte sana del paese non ce la farà mai”.

 

La realtà: Siamo amministrati da una pessima classe dirigente, ma negli ultimi quattro anni sul debito abbiamo pagato un tasso di interesse molto inferiore del 2,4 per cento. Il minimo è stato toccato il 25 novembre del 2016, con un rendimento sui titoli decennali pari al 1,04 per cento. La parte sana del paese in realtà ce la fa e ce l’ha fatta anche con rendimenti molto più alti, come dopo l’introduzione dell’euro (il tasso non è lo spread), durante la crisi del 2011 e 2012 e all’epoca della lira.


 

Gabanelli: “Quando abbiamo deciso di adottare una moneta unica abbiamo rinunciato ai tassi di cambio, vuol dire avere un unico tasso di interesse e rischi condivisi. Tradotto: 100 euro di debito, valgono 100 euro tanto a Berlino quanto a Roma. Era così fino al 2010, quando è esplosa la crisi e la cancelliera Merkel e il presidente francese Sarkozy hanno avuto paura che i vari governi nazionali non si mettessero in riga per pagare i debiti. Da allora ognuno per sé, ed è comparso lo ‘spread'”.

 

La realtà: 100 euro di debito continuano a valere 100 euro tanto a Berlino quanto a Roma. Lo spread non è “comparso” nel 2010, ma è sempre esistito, prima e dopo l’introduzione dell’euro: misura il differenziale di rendimento tra titoli di Stato e è considerato come una misura dell’affidabilità del debito di un paese rispetto a un altro. Dal 2010 molti giornalisti si sono accorti della sua esistenza, ma evidentemente non hanno ancora compreso cosa sia.


 

Gabanelli: “La conseguenza (dello spread) è che quando la Bce, secondo le regole previste, presta dei soldi alle banche dei vari paesi dell’Eurozona, applica tassi di interesse diversi, a seconda del grado di rischio: 19 paesi, 19 tassi diversi”.

 

La realtà: La Bce presta a tutte le banche della zona euro allo stesso tasso di interesse, ma applica unhaircut (sconto) sui titoli che le banche danno in garanzia (collaterale) concedendo dunque livelli diversi di liquidità. Una banca tedesca e una banca italiano che presentino alla Bce 100 milioni dello stesso Bund tedesco otterranno la stessa liquidità allo stesso tasso. Allo stesso modo, se una banca italiana presenterà come collaterale un Bund tedesco otterrà più liquidità della banca tedesca che offre in garanzia un Btp italiano.


 

Gabanelli: “Le regole che si stanno definendo per noi potrebbero essere un cappio: le banche devono accantonare l’equivalente dei loro crediti deteriorati. Significa che le nostre banche non potranno permettersi di prestare soldi a quell’azienda in difficoltà, a cui basterebbe un po’ di liquidità per ripartire. E più aziende chiudono in Italia e meglio andranno le concorrenti tedesche o francesi”.

 

La realtà: Le regole sui requisiti di capitale, così come le misure prudenziali della sorveglianza della Banca centrale europea, servono a evitare nuove crisi bancarie come Monte dei Paschi di Siena, Banca Popolare di Vicenza o Veneto Banca, causate in gran parte da crediti deteriorati. L’esperienza empirica suggerisce che i crediti deteriorati nei bilanci delle banche rappresentino un freno alla concessione di prestiti da parte degli stessi istituti di credito. In generale, più aziende chiudono in Italia meglio andranno le concorrenti cinesi o dei paesi dell’Est, dato ciò che produce l’Italia nella catena globale.

 

Gabanelli: “Ma c’è una novità: la possibilità di partecipare alla creazione di un fondo che compra un po’ di debiti (inclusi i nostri) degli stati membri. Un fondo che si finanzia emettendo titoli con 2 tassi d’interesse: uno più alto perché più rischioso in quanto legato al debito dei paesi messi come Italia, Grecia, Spagna, Portogallo, e uno più basso legato al debito di Paesi sicuri come Francia e Germania. In questo modo diventa regola l’euro a 2 velocità”.

 

La realtà: In vista non c’è nessun fondo che compra debiti. La Commissione ha appena presentato la proposta di SBBS (Sovereign Bond-Backed Securities, originariamente European Safe Bonds o Esbies) per cartolizzare tranche di debito sovrano di diversi paesi della zona euro, riducendo il rischio e dunque il rendimento su una parte minima del debito per quelli più in difficoltà. Gli SBBS rappresentano un pool diversificato che riunisce obbligazioni sovrane provenienti da tutti gli Stati membri della zona euro in base al loro peso economico. Le banche e le assicurazioni sarebbero inoltre incentivate a comprare meno titoli del proprio paese riducendo il legame crisi sovrana-crisi bancaria. L’idea nasce da un team di economisti, tra i quali ha giocato un ruolo chiave l’italiano Marco Pagano. La proposta è comunque destinata a morire rapidamente. La Germania e altri paesi nordici sono contrari perché vi vedono un embrione di Eurobond. Anche l’Italia ha espresso critiche perché l’effetto degli SBBS, incentivando banche e altri investitori a comprare meno debito italiano, potrebbe essere controproducente sullo spread.


 

Gabanelli: L’alternativa che risolve tutti i problemi dell’Italia è un’assicurazione sul debito come proposto da un gruppo di economisti italiani (Marcello Minenna, Roberto Violi, Giovanni Dosi e Andrea Roventini). “Il nuovo governo italiano, quando ci sarà, deve decidere cosa vuole: un’Eurozona vera, o quella finta, dove finiamo sempre col subire le decisioni degli altri. L’occasione è l’incontro dell’Eurogruppo di giugno, e sul tavolo ci deve stare anche la nostra proposta: quella di una condivisione dei rischi a prezzo di mercato, contro quella dell’«ognuno per sé» tanto cara ai tedeschi.”

 

La realtà: All’Eurogruppo di giugno i ministri delle Finanze discuteranno del backstop (rete di sicurezza) per il Fondo unico di risoluzione delle banche e del fondo salva-Stati Esm (European Stability Mechanism) che dovrebbe essere chiamato mutualizzare maggiormente i rischi. Nel fondo Esm ogni stato membro, anche l’Italia, ha diritto di veto. La condivisione dei rischi a prezzi di mercato – cioè con lo spread deciso dagli investitori – è quello che già pratica il fondo Esm.


 

Infine due parole sui dati della Dataroom. Il grafico su debito e tassi di interesse dei 19 Stati membri della zona euro è ricco di errori. Secondo la Dataroom di Gabanelli, l’Estonia a fine 2017 aveva più di 2 trilioni di euro, praticamente come la Germania. In realtà, l’Estonia ha il debito più basso di tutta la zona euro: appena il 9 per cento del Pil, circa 2 miliardi di euro.

Risparmiatori azzerati, il governo M5S-Lega bussi a Bankitalia

 Vvox.it 1 giugno 2018

Il nuovo premier aveva ricevuto per primi alcuni rappresentanti dei truffati dalle banche. Ora dovrebbe farlo anche con Visco. Per inchiodarlo alle sue responsabilità

Nel suo primo round da Presidente del Consiglio incaricato, giovedì 24 maggio, Giuseppe Conte aveva ricevuto una delegazione di rappresentanti dei risparmiatori delle banche fallite, da Etruria a BpVi e Veneto Banca, fra cui i veneti Patrizio Miatello (“Ezzelino III da Onara”) e Andrea Arman (Azionisti Banche Popolari Venete). «Queste persone – ha dichiarato in quel frangente – hanno il diritto di essere ascoltate dalle istituzioni,chiedono il rispetto dei loro diritti e che il loro risparmio venga tutelato, essendo frutto spesso di sacrifici Questa tutela sarà uno di principali impegni di questo governo, il governo del cambiamento. Chi ha subito truffe o raggiri sarà risarcito». Risarcire totalmente non solo gli obbligazionisti ma anche tutti gli ex soci azzerati al momento non è possibile, date le magre sostanze del Fondo di solidarietà interbancario, e se inteso come trasferimento puro e semplice di denaro dalle casse pubbliche, sarebbe anche sbagliato: gravare  sulle tasse di ciascuno di noi, per gli errori e i raggiri di chi aveva la responsabilità di gestire e controllare gli istituti bancari, sarebbe aggiungere ingiustizia all’ingiustizia di averli regalati, solo per stare al Veneto, a Intesa.

In ogni caso il gesto simbolico di Conte, a cui ieri sera è stato nuovamente e definitivamente affidato l’incarico di formare il governo, che ora esiste con tanto di lista di ministri, è stato un atto politico rilevante. A maggior ragione se si pensa che il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, aveva respinto il Conte prima versione (non concordando con la nomina a ministro dell’Economia di Paolo Savona) per tutelare i «risparmiatori». Ora, che questi s’identifichino in realtà coi mercati internazionali, ovvero l’Ue, la Bce e l’establishment finanziario europeo e mondiale, non c’è bisogno di ripeterlo. Ma resta il fatto che su un punto il Quirinale e le due forze oggi a Palazzo Chigi, Movimento 5 Stelle e Lega, appaiono ufficialmente d’accordo: il risparmio degli italiani va messo in cima alle priorità.

Se così è, si staglia appena dietro l’angolo, per capirci in fondo alla fila di chi ha posto il veto su Savona, un convitato di pietra che putacaso l’altro giorno ha parlato per bocca del suo governatore, Ignazio Visco: la Banca d’Italia. Se c’è una porta a cui bussare per chiedere conto dei capitali evaporati e del credito in crisi delle banche decotte è, istituzionalmente parlando, proprio quella di via Nazionale, Palazzo Koch, sede della banca centrale. Repetita iuvant et non stufant: il massimo organismo di vigilanza del sistema creditizio non ha vigilato come doveva e come poteva, e a darne plastica e documentale dimostrazione è stata quella commissione bicamerale sui crac che, sarà stata inutile nei risultati, ma è stata utile almeno a portare a galla le contraddizioni, le zone oscure, le opacità e le mancanze dei controllori, Bankitalia in primis e Consob in secundis.

Il problema – lo diciamo al nuovo ministro della Giustizia, il grillino Bonafede – è che nei processi in corso contro le ex popolari e i loro vertici, fra i capi d’imputazione c’è l’ostacolo alla vigilanza, e non la vigilanza stessa. Su questa inversione di colpa si giocherà, visto che a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca, l’impunità finale per gli ispettori che hanno ispezionato senza aver visto quel che poi è accaduto. Bisogna dare atto a Matteo Renzi che, sia pur nel suo modo guascone e maldestro, lui la battaglia campale contro Visco&C l’aveva imbastita. Non l’aveva poi condotta sino in fondo, anche perchè il Mattarella, sul finire dell’anno scorso, nonostante le evidenze emerse in parlamento ha rinnovato l’incarico a Visco, schiaffeggiando in pieno volto centinaia di migliaia di truffati. M5S e Carroccio (ma anche FdI) erano stati anche più duri e incisivi, e ora hanno il compito di dar seguito a quella sacrosanta lotta quanto meno per far emergere la verità storica, se non penale (che spetta ai magistrati). Sarebbe un risarcimento morale e politico che potrebbe avere conseguenze anche più concrete. Lo diciamo al condizionale perchè, purtroppo, sappiamo due cose: che la Banca d’Italia, di fatto, gode di una sorta di intoccabilità, e che i tempi giudiziari in Italia sono biblici. Ma così è. A meno di rivoluzioni gialloverdi.

Ridisegnare le alleanze internazionali per una nuova economia di sviluppo a cura di Primo Gonzaga

 scenarieconomici.it 1 giugno 2018

Il nuovo Governo italiano al di là delle singole idee elettorali ha una grande promessa da mantenere: cambiare il verso della politica economica italiana. In sintesi passare dalla modalità tagli e sacrifici, alla modalità espansione e innovazione. Dalla modalità siamo un paese di scansafatiche, alla modalità crediamo in noi stessi perché siamo un grande popolo.

Sarà durissima, nessuno si nasconde la difficoltà del momento perché invertire un processo che dura da 30 anni sia nelle scelte concrete (l’Italia è il paese che negli ultimi decenni ha il record mondiale di avanzo primario) sia nella narrazione dei media che hanno raccontato solo una versione della storia, quella degli italiani cicale, corrotti e scansafatiche che hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità ed ora devono pagare. I media sono rimasti ancora totalmente ancorati a questa versione e non riescono a leggere i cambiamenti che sono avvenuti sia in Italia che nel Mondo e che si sintetizza nel loro slogan “solo nella UE c’è vita”.

 

Figura 1 Tutti i record del “saldo primario italiano” altro che cicale

Sarà durissima perché abbiamo un Governo che vuole applicare idee economiche nuove (che nuove non sono visto che le applicano in USA Giappone e Inghilterra) ma i problemi che andrà ad affrontare sono quelli vecchi e in più l’Italia si trova letteralmente incastrata in un coacervo di trattati internazionali che ne limitano quasi totalmente l’agire economico. Trattati che prevedono solo tagli, sacrifici, non vogliono investimenti, e che ogni giorno ci spogliano di un pezzo vitale del paese.

L’Italia è come una donna bella e intelligente che cha convissuto per anni con un uomo e che poi ha scoperto il suo tradimento e ora vuole vivere la sua vita, ma la casa, l’auto e perfino parte dei suoi legami affettivi sono ancora in comune. Ecco che quella bella donna per tornare a vivere ha bisogno di una nova casa, di un nuovo lavoro e di tante nuove persone che le stanno intorno e l’aiutano a uscire da una situazione insostenibile.

Fuor di metafora, l’Italia ora deve costruire nuove relazioni internazionali, all’interno della UE e con il resto del mondo.

In Europa l’aria sta cambiando:

Macrom che dice alla Merkel “è ora di abbandonare il feticcio del surplus di bilancio”. Moscovici che ieri fa un comunicato e dice che è “ Inammissibile speculare e interferire contro l’Italia . Bisogna comprendere frustrazioni e collera” ; la Spagna che in questi giorni sta cacciando il Governo Rajoy. Il 28 e 29 giugno a Bruxelles potrebbe cambiare la direzione della Politica economica UE . Noi dobbiamo esprimere con forza le nostre opinioni e trovare le giuste alleanze.

Nel Mondo l’aria è già cambiata: gli Stati Uniti dopo 50 anni in cui sono stati il grande compratore di ultima istanza delle merci del mondo e soprattutto Tedesche e Cinesi stanno chiedendo di riequilibrare i flussi di import export (in altri articoli abbiamo spiegato le ragioni di fondo) . Gli USA impongono dazi, e la UE minaccia ritorsioni ma è del tutto inutile perché sono gli USA che comprano da noi e, come sa anche un bambino, è il compratore che fa il mercato, non il venditore, se poi il compratore sono gli Stati Uniti che volendo possono produrre tutto all’interno. Poi si può urlare, dire che non è giusto, strillare, ma questi sono i rapporti di forza. La classe media Americana chiede a gran voce di non deindustrializzare le sue città e la politica si adegua (Apple ad esempio si è già adeguata) la Cina sta trattando di aprire il suo mercato ai prodotti USA per riequilibrare. Da noi è rimasto solo Juncker a strillare al vento. Anche qui l’Europa ha una sola via: far crescere il mercato interno, investire su se stessa, creare occupazione, e quindi reddito spendibile all’interno dei propri confini.

Lo capirà la Germania mercantilista che ha fatto dell’Export la sua bandiera? Dagli USA ieri sono arrivati contemporaneamente 2 siluri pesantissimi verso la Germania: i dazi sull’Acciaio che colpiscono soprattutto Berlino e la notizia che la FED ha messo sotto osservazione la più grande banca tedesca (la famigerata Deutsche Bank il re degli speculatori contro il nostro debito ).

Tutti segnali importantissimi: la Merkel è sempre più isolata. Arroccata dietro le sue regole e i suoi affari .

Uno spazio per l’Italia per riavviare una politica espansiva ci sarà se riusciremo a ridisegnare le nostra alleanze. Questa è la prima mossa che dovrebbe fare i nuovo Governo.

Primo Gonzaga

1/6/2018

BOLLETTINO DELLA VITTORIA

admin scenarieconomici.it 1 maggio 2018

BOLLETTINO DELLA VITTORIA

BOLLETTINO DELLA VITTORIA

LA GUERRA CONTRO I SOSTENITORI DELL’AUSTERITY CHE IL POPOLO SOVRANO ITALIANO INFERIORE PER NUMERO E MEZZI INIZIÒ SIN DAL GIURAMENTO DEL GOVERNO MONTI L’11 NOVEMBRE 2011 E CON FEDE INCROLLABILE E TENACE VALORE CONDUSSE ININTERROTTA ED ASPRISSIMA PER 6 ANNI E 6 MESI È VINTA!

LA GIGANTESCA BATTAGLIA INGAGGIATA IL 4 MARZO SCORSO E CONCLUSA IL 1 GIUGNO È FINITA! LE FORZE AVVERSARIE SONO ANNIENTATE. I RESTI DI QUELLO CHE FU UNO DEI PIÙ POTENTI ESERCITI PER L’AUSTERITY CONTRO GLI INALIENABILI DIRITTI DEI CITTADINI RISALGONO IN DISORDINE E SENZA SPERANZA LE VALLI CHE AVEVANO DISCESE CON ORGOGLIOSA SICUREZZA!

FIRMATO

IL POPOLO SOVRANO

Goldman Sachs guarda già a ritorno urne: euforia mercati italiani un errore. E ING ha outlook da brivido per lo spread

01/06/2018 di Laura Naka Antonelli finanzaonline.com

GS: “a nostro avviso i rapporti tra l’Italia da un lato e le istituzioni europee dall’altro saranno più tesi, soprattutto su alcuni temi come il fisco e l’immigrazione. Questo clima …

Euforia sui mercati finanziari italiani? Tutta sbagliata. Parola di Silvia Ardagna, analista di Goldman Sachs, che fa capire che il peggio è stato solo rimandato alle prossime elezioni quando, “e lo confermano i recenti sondaggi, è possibile che i partiti populisti ottengano una vittoria ancora più netta”. Lo scetticismo sui buy che stanno interessando gli asset italiani viene manifestato anche da Martin van Vliet, strategist di ING Groep che, in una nota riportata da Bloomberg, scrive che “è troppo presto ritenere che il peggio sia passato”. van Vliet presenta una gamma piuttosto ampia di scenari sul trend dello spread nell’arco dei prossimi 6-12 mesi.

L’outlook più generoso è quello di uno spread nella parte alta della forchetta compresa tra 100 e 200 punti base. Lo scenario che viene considerato più probabile è invece quello di un differenziale di 200-300 punti base.

Ma per gli analisti di IG, le cose potrebbero andare anche decisamente peggio: il rating dell’Italia potrebbe cadere vittima di un downgrade, e gli investitori stranieri potrebbero decidere di ridurre l’esposizione che hanno accumulato sui BTP. In questo caso, lo spread balzerebbe fino a 500 punti base.

Non è finita qui, perchè nel “worst-case scenario – a cui viene dato tuttavia una probabilità molto bassa – si paventa invece un differenziale da incubo, in rialzo fino a 1000 punti, scatenato dalla convinzione crescente dei mercati su una uscita dell’Italia dall’euro.

C’è da dire che la nota di ING è stata diffusa prima della notizia delle ultime ore, relativa alla formazione di un governo M5S-Lega. Il team di ING cambierà idea?

Di certo, gli ultimi sviluppi politici non hanno convinto gli analisti di Société Générale.

Dal canto suo, Goldman Sachs guarda già alle elezioni anticipate, dando davvero poca fiducia alla durata dell’esecutivo giallo-verde.

Gli analisti della banca anticipano una vittoria dei populisti che “alimenterebbe le preoccupazioni degli investitori sulla possibilità che l’agenda politica (italiana) diventi ancora più aggressiva, mettendo in dubbio la convenienza dell’Italia a far parte dell’Eurozona”.

Una tale prospettiva è  più sufficiente per ritenere, secondo Goldman, che “il modo positivo con cui i mercati stanno reagendo alla formazione di un governo M5S-Lega sia un errore”.

Le ragioni che inducono Goldman Sachs a essere così scettica sono tre.

La prima è che non è chiaro quanto potrà durare la coalizione di governo. Il leader della Lega Matteo Salvini, visti i sondaggi, ha chiaramente la convenienza a tornare alle urne in autunno.

Seconda ragione: anche se l’accordo tra la Lega e il M5S non prevede un’uscita dell’Italia dall’euro, “a nostro avviso i rapporti tra l’Italia da un lato e le istituzioni europee dall’altro saranno più tesi, soprattutto su alcuni temi come il fisco e l’immigrazione. Questo clima di sfida porterà probabilmente gli investitori a continuare a interrogarsi sull’impegno del governo a rispettare sul serio le regole dell’Unione europea”, scatenando una maggiore incertezza sul futuro dell’Italia nell’euro”.

Terzo fattore: “se il governo M5S-Lega porterà avanti le politiche fiscali indicate nel contratto di governo, una qualsiasi crescita dell’economia sarà a nostro avviso limitata, e il debito pubblico tornerà a crescere, alimentando le preoccupazioni degli investitori e traducendosi un possibili downgrade dei rating” italiani.

Nessuna paura, invece, per quanto concerne la Spagna, dove oggi il Parlamento ha sfiduciato il governo di Mariano Rajoy e dove il prossimo premier sarà il socialista Pedro Sanchez. Così Goldman Sachs:

“Crediamo che un effetto negativo del cambio di governo sull’economia spagnola sia improbabile. Continuiamo a prevedere una crescita economica robusta in Spagna nel nostro orizzonte di riferimento”.

Viene fatto notare come il Financial Times ha riportato che “Sanchez ripristinerebbe il dialogo” con il nuovo governo in Catalogna a favore dell’indipendenza“.

Inoltre, conclude Goldman Sachs, “in Spagna non c’è il rischio che i partiti possano formare un governo che metta in dubbio l’adesione del paese all’Unione europea. Di conseguenza, anche se si presentasse un’incertezza politica legata a possibili nuove elezioni, il sentiment di mercato positivo non deraglierebbe”.

Banca Passadore, un Cavaliere al vertice

di Chiara Merico bluerating.com 1 maggio 2018

C’è anche Francesco Passadore tra i 25 nuovi Cavalieri del Lavoro nominati oggi dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

LA NOMINA – C’è anche Francesco Passadore tra i 25 nuovi Cavalieri del Lavoro nominati oggi dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Genovese, classe 1960, è amministratore delegato di Banca Passadore & C., istituto fondato dal bisnonno nel 1888, che oggi continua a essere una banca privata e di famiglia. Dopo una breve esperienza in Jp Morgan Chase a New York, Passadore ha rivestito ruoli di crescente responsabilità nell’istituto di credito fino a diventare nel 2005 direttore generale. Sotto la sua guida l’istituto ha sviluppato l’ingegnerizzazione dei processi informatici e gestito la conversione all’euro di tutte le procedure informatico – organizzative. L’istituto è presente sul territorio nazionale con 22 filiali in 7 regioni e 16 città. La raccolta diretta alla fine del 2017 ha raggiunto 2 miliardi e 578 milioni di euro. Occupa 400 addetti.

Bruxelles crea un fondo pensione privato dopo le pressioni di BlackRock

 

EPA  / PATRICK SEEGER

 

240 milioni di europei colpiti. Una società che esercita pressioni nell’UE e contratta direttamente con i governi. L’accordo? riforme

Nel febbraio 2015, in un documento di 18 pagine intitolato “L’Unione dei mercati dei capitali: una prospettiva per gli investitori”, BlackRock (BR), una società statunitense diventata, dopo la crisi finanziaria, il più grande gestore di fondi del mondo – fatto una proposta molto concreta: l’Unione europea dovrebbe valutare la possibilità di creare un “fondo pensione personale transfrontaliero”. A quel tempo non c’era nulla di simile nella legge europea. Poco più di un anno dopo, il 27 luglio 2016, è stata avviata la Commissione europea.

Si tratta di una decisione politica importante che, secondo gli studi della Commissione, può raggiungere 240 milioni di cittadini europei (metà della popolazione dell’UE). La Commissione stima che il mercato interno dei fondi pensione possa triplicare di valore entro il 2030: dagli attuali 700 miliardi di euro a 2,1 miliardi di euro. Questo da solo renderebbe il piano pensionistico personale europeo (PEPP) uno dei progetti più ambiziosi della Commissione.

Ciò che resta da capire è l’origine e il mandato politico, perché una misura così importante è stata presa. Quando Jean-Claude Juncker ha parlato al Parlamento europeo nel suo candidato alla Presidenza della Commissione, il 15 luglio 2014, e ha presentato il suo programma, fatto solo un riferimento ai “pensionati” e solo dare loro come vittime di “speculatori” nel suo vista su “l’economia sociale di mercato”.

Non è stato fatto alcun riferimento alla necessità di un regime pensionistico privato. Inoltre, non viene menzionata alcuna delle dieci “priorità della Commissione per il 2015-2019” di tale piano.

Affari per il settore finanziario

Ma lui è lì, pronto per essere approvato dal Parlamento europeo e dal Consiglio. La relazione della commissione parlamentare competente, l’ECON, scritto dal deputato europeo liberale olandese Sophia in ‘t Veld, è favorevole al piano, proponendo oltre un centinaio di emendamenti. Ma uno dei relatori ombra della commissione parlamentare, il tedesco Martin Schirdewan, GUE (sinistra / verde nordica) è molto duro nelle sue critiche: “al centro di questa proposta sono preoccupazioni per il reddito dei pensionati, ma solo la possibilità di aprire nuove opportunità di business per il settore finanziario.”

Non c’è carenza di prove del fatto che questa fosse la massima priorità nell’agenda di lobbying di BR a Bruxelles. Nel 2015, quando ha lanciato la proposta per questo fondo europeo, la società statunitense ha avuto più incontri con membri della Commissione rispetto ai suoi concorrenti nel mondo finanziario. Il presidente della compagnia, Robert Kapito, ha spiegato al Financial Times che la società ha deciso di “aspirare a più prodotti per i pensionati per capitalizzare sul mercato”. Quasi due terzi dei nostri beni sono legati alla pensione “, ha affermato.

Larry Fink, fondatore e CEO di BlackRock, parlando ad una cerimonia presso la Borsa di Francoforte nel mese di gennaio 2017, ha ritenuto l’unico modo per sbloccare il “potenziale economico” dell’Ue. “Il rafforzamento dei sistemi del mercato dei capitali e pensionistici può contribuire a sbloccare questo potenziale, e lo fa sarà vitale per il futuro economico dell’Europa.” In quel discorso, ha criticato quello che ha definito “eccessivo affidamento sulle pensioni statali” e utilizzato l’argomento della popolazione per giustificare la necessità di un piano per le pensioni private. “Le persone vivono vite più lunghe, aumentando così la possibilità di dover lavorare ancora molti anni per pagare le loro riforme”.

Pochi mesi dopo, 6 GIUGNO 2017, il vice-presidente della Commissione europea, il lettone Valdis Dombrovskis, Commissario per il tema, utilizzato lo stesso argomento Fink per presentare il progetto in corso, una conferenza europea sulle pensioni: “L’Europa sta affrontando una sfida demografica senza precedenti: nei prossimi 50 anni si prevede che la proporzione della popolazione in età lavorativa raddoppierà (…) Il divario pensionistico aumenterà la pressione sulle finanze pubbliche “.

Cortes in Portogallo

Dombrovskis è noto in Portogallo per le sue riparazioni sul modo in cui vengono gestite le finanze pubbliche. Tra i rimproveri del vicepresidente lettone figurano le pensioni pubbliche. Le ultime raccomandazioni specifiche per paese, pubblicate nel 2017, affermano che il problema è un “rischio di sostenibilità fiscale” che il governo deve prendere in considerazione, nonostante le passate riforme. Queste riforme riflettono un chiaro orientamento di Bruxelles.

Con la troika di Lisbona (governi Sócrates e Passos Coelho), il valore medio delle pensioni pagate ai dipendenti pubblici è diminuito del 27%. Altri tagli hanno colpito principalmente i portoghesi che possono beneficiare maggiormente di un fondo pensionistico privato come PEPP, che fungerà da supplemento per le pensioni pubbliche, a seconda dei risparmi individuali di ciascuno: i pensionati ad alto reddito. Con la troika, c’è stato un taglio del 25% in pensioni superiori a 5 mila euro e del 50% nei superiori a 7500.

Dombrovskis ha incontrato BlackRock due volte l’anno scorso, secondo gli archivi ufficiali consultati da Investigate Europe. Sempre nel 2017, la società ha anche incontrato il direttore generale Olivier Guersent e Jan Ceyssens della Commissione europea. E almeno una volta stava discutendo il PEPP con la direzione generale responsabile, FISMA. La Commissione afferma che “la DG FISMA appena avuto un incontro con BlackRock nel mese di ottobre 2017. FISMA tenuto riunioni simili a decine di altri interessati alla PEPP, che è normale, mentre cerchiamo di ascoltare una vasta gamma di soggetti interessati, quando produciamo legislazione Abbiamo anche aperto una consultazione pubblica per preparare la proposta, come al solito, in cui BlackRock era una delle tante entità a cui rispondere.

Il sospetto che la lobby di BlackRock abbia un peso speciale a Bruxelles viene lanciato da Guillaume Prache, direttore di Better Finance, la Federazione europea degli investitori e dei servizi finanziari. Alla domanda sul peso della compagnia americana dietro le quinte a Bruxelles, Prache spiega: “Sembra che nel 2017 BlackRock abbia incontrato più volte i commissari europei mentre non abbiamo avuto un unico incontro con il commissario responsabile per servizi finanziari. “

Progetto di monete contratto BR

Questa critica alle compagnie europee rivali di BlackRock ha un’altra motivazione. BlackRock è stata la società scelta per gestire i fondi dal primo fondo transfrontaliero privato in Europa. Il recupero è diverso dal PEPP perché si rivolge solo a una classe professionale – ricercatori universitari e scienziati – e si basa sui contributi dei datori di lavoro (università, laboratori, aziende). Il PEPP sarà una sorta di piano di risparmio previdenziale, basato su risparmi individuali, che per la prima volta avranno regole paneuropee, agevolazioni fiscali e trattamento comune.

La scelta di BlackRock di gestire i fondi di Resaver (creata dal commissario portoghese Carlos Moedas e finanziata con 4 milioni di euro da fondi H2020) è stata una delusione per i gestori di fondi europei. “Ha colto di sorpresa molti manager finanziari” confessa Guillaume Prache. “È in qualche modo sorprendente che la prima esperienza pubblica con un piano pensionistico paneuropeo sia stata concessa a una società statunitense quando vi sono grandi gestori patrimoniali in Europa”.

“È un segno del successo e dell’efficienza della tua lobby”, sottolinea Prache. Tra gli altri, l’Università Centrale di Budapest, l’Elettra Synchrotron di Trieste, l’Istituto Italiano di Tecnologia, la Fondazione Edmund Mach, l’Università Tecnica di Vienna e l’Associazione delle Università dei Paesi Bassi.

Dal governo al BlackRock

A Budapest, quando ha firmato il contratto per gestire i soldi della pensione di Resaver, il direttore di BlackRock, Tony Stenning, ha dichiarato che questo nuovo schema pensionistico europeo è uno “sviluppo decisivo”. “È il primo passo, anche se non sarà l’ultimo”, per la crescita del mercato delle pensioni in Europa. Quest’ultima frase era, in qualche modo, premonitrice.

Sterling parlava nell’ottobre 2015, mesi prima che il piano per la creazione di PEPP fosse noto. Ma BlackRock aveva già altri modi per conoscere in dettaglio l’evoluzione delle decisioni europee. Nell’aprile 2015 BlackRock ha assunto un nuovo “capo della strategia macro”, l’inglese Rupert Harrison, che fino a quel momento era stato il capo dello staff del ministro delle finanze inglese George Osborne. Fu poi il principale artefice della “rivoluzione delle pensioni”, un grande progetto lanciato dal governo conservatore di David Cameron. Questa “rivoluzione” (il cosiddetto Osborne) ha avuto un effetto, secondo il Financial Times: “È il primo chiaro segnale che i maggiori gruppi di gestione di fondi finanziari si preparano a conquistare un mercato di cui erano, effettivamente,

Osborne e Harrison hanno quindi aperto il mercato pensionistico britannico ai gestori di fondi, come BlackRock. Entrambi lavorano in azienda ora. Harrison, come dichiarato nella dichiarazione ufficiale di BlackRock, “data la sua esperienza nella creazione di leggi che hanno modellato la recente riforma delle pensioni nel Regno Unito, è particolarmente ben posizionato per contribuire allo sviluppo delle nostre proposte pensionistiche”. Osborne si è unito a BlackRock in seguito, e ha ricoperto il ruolo di primo ministro britannico nel processo di costituzione del PEPP (il commissario dei servizi finanziari dell’UE fino al brexit era Jonathan Hill).

A luglio 2016, dopo il brexit, il nuovo primo ministro conservatore Theresa May non ha riportato in carica Osborne. Il seguente febbraio, BlackRock ingaggiò l’ex primo ministro per “fornire informazioni sulla politica europea, le riforme economiche cinesi e le tendenze come i bassi tassi di interesse e il loro impatto sulla pianificazione pensionistica”.

Le pensioni comprano in PSI 20

L’assunzione di questi due politici britannici aveva uno scopo esplicito: le pensioni. Come ha affermato Kapito, i due terzi degli oltre sei miliardi gestiti da BlackRock provengono da fondi pensione. È la più grande quantità di denaro gestita da un’azienda finanziaria nel mondo. E cosa fa BlackRock con i soldi della pensione? Con questi miliardi, BlackRock acquista parti significative delle più grandi aziende del mondo (solo in Portogallo, 14 quotate in PSI 20 hanno il gigante statunitense come azionista, tra cui EDP, BCP, NOS, Jerónimo Martins e CTT). Cioè, i soldi dei pensionati danno all’azienda americana un potere decisivo: sapere cosa fanno, come producono, come crescono le società più grandi nell’economia mondiale.

Pertanto, BlackRock è stato in grado di diventare un azionista decisivo in quasi tutti i settori dell’economia europea: industria, banche, servizi, settore agroalimentare. Se questo potere è associato alla gestione di 2,1 miliardi di EUR di pensioni private in Europa, quale sarà il peso di una singola azienda nel quotidiano dell’economia europea? Margrethe Vestager, commissario europeo per la concorrenza, ammette di essere preoccupata per questo peso di una singola società, in un’economia che dipende dalla concorrenza tra più persone.

Diversi ricercatori parlano della creazione di un “monopolio”. “BlackRock è un riflesso del ritiro dello stato sociale”, afferma Daniela Gabor, professore di economia presso la West of England University. Specialista nei mercati bancari e finanziari, Gabor conclude che il “potere” sistemico dell’azienda “cresce attraverso i cambiamenti delle politiche strutturali”. In questo caso, il modo in cui vengono gestite le pensioni degli europei può essere un capitolo rilevante di questa storia.

Con Crina Boros, Elisa Simantke, Harald Schumann, Jordan Pouille, Nikolas Leontopoulos, Maria Maggiore, Wojciech Ciesla

Investigate Europe è un progetto iniziato a settembre 2016 che riunisce nove giornalisti provenienti da otto paesi europei. Finanziato da fondazioni Hans Böckler Stiftung, Düsseldorf, Stiftung Hübner und Kennedy, Kassel, Fritt Ord, Oslo, RudolfAugstein-Stiftung, Amburgo e Open Society Initiative per l’Europa, Barcellona, ​​destinato a lavorare le questioni di interesse europeo.

FONTE

https://www.dn.pt/portugal/interior/bruxelas-cria-fundo-de-pensoes-privadas-apos-pressao-da-blackrock-9398329.html

 

LA SPONDA DEI FONDI AMERICANI AL GOVERNO SALVINI-DI MAIO – BRIDGEWATER, CITI, BLACKROCK, AL VIA UNA CAMPAGNA DI ACQUISTI MASSICCI DEI TITOLI DI STATO ITALIANI – ALGORITMO O VOLONTÀ POLITICA? BASTA UNIRE I PUNTINI PER CAPIRE COME L’ARIA SIA CAMBIATA IMPROVVISAMENTE CON UNA VENTATA DI SOSTEGNO ARRIVATA FIN DENTRO LE STANZE DI MATTARELLA – E LA GERMANIA…

dagospia.com 1 maggio 2018

Claudio Antonelli per “la Verità

BlackRockBLACKROCK

Martedì sera, mercoledì e pure ieri. I grandi fondi americani hanno dato il via ad acquisti massicci di titoli di Stato italiani. A far scattare il «buy» sono stati inizialmente gli algoritmi che hanno letto lo sfondamento della soglia al ribasso e hanno azionato le operazioni automatiche.

Bridgewater, Aqr, Glg e Ahl sono in prima fila, ma a ingrossare il gruppo, dopo gli avanposti, di Citi e Jp Morgan, si sono messi nella giornata di ieri Blackrock, Pimco, Prudential e Dodge & Cox.

luigi di maio matteo salvini giuseppe conteLUIGI DI MAIO MATTEO SALVINI GIUSEPPE CONTE

Tutti fondi pronti a entrare nella fase due degli acquisti: attendere che la volatilità si stabilizzi al ribasso per fare man bassa di titoli a prezzi scontati. Per chi operino, soprattutto le banche d’ affari come Citi e Jp Morgan, non è dato sapere.

Sono infatti dealer primari che si muovono per conto di terzi. Certamente interessati al nostro debito deprezzato ci sono i fondi pensione americani, ma anche quelli inglesi. Il primo effetto dell’ ingresso massiccio americano è stato quello di bilanciare i rendimenti e di mitigare al ribasso l’ andamento dello spread sul bund tedesco.

GIUSEPPE CONTE COME ARLECCHINO SERVO DI DUE PADRONI LUIGI DI MAIO E MATTEO SALVINI THE ECONOMISTGIUSEPPE CONTE COME ARLECCHINO SERVO DI DUE PADRONI LUIGI DI MAIO E MATTEO SALVINI THE ECONOMIST

Ben 4 miliardi di Bot su un paniere di poco superiore ai 5 scriveva ieri Il Messaggero sarebbe finito a Citi e Jp Morgan. Ma a indicare che oltre al fattore prezzo c’ è anche un segnale politico è il prosieguo del trend e ancor più l’ intenzione di entrare con posizioni lunghe e di medio termine.

Alcuni osservatori suggeriscono che tra i nomi dei buyer spuntano manager vicini al mondo repubblicano. Non è un caso se nella lista non compaia Goldman Sachs, storico simpatizzante del versante democratico. Probabilmente è una coincidenza, che rispecchia però le nuove posizioni del Partito repubblicano degli States.

PIMCOPIMCO

Una parte, allineata a Donald Trump, vedrebbe l’ Italia sempre più allontanarsi dalla Germania, mentre gli uomini del partito che ancora oggi rispondono alla famiglia Bush preferirebbero che Roma rimanesse in scia a Berlino. O meglio che il nostro Paese mantenesse un ruolo complementare all’ economia tedesca per evitare che la Germania abbia contraccolpi economici.

MATTARELLA EUROMATTARELLA EURO

L’ Italia resta infatti il primo partner commerciale di Angela Merkel. In questo preciso momento geopolitico aiutare il nostro Paese a evitare un tracollo finanziario con acquisti mirati e ancor più con un segnale di fiducia (Se gli Usa credono nel nostro debito perché altre nazioni dovrebbero dubitarne?).

Lungi da noi fare fantafinanza. Al contrario basta unire i puntini per comprendere come l’ aria sia cambiata improvvisamente con una ventata di sostegno che deve essere arrivata sicuramente fin dentro le stanze di Sergio Mattarella. La giornata di ieri è stata, infatti, anche caratterizzata da una guerra aperta tra Washington da una parte e Berlino con Bruxelles dall’ altra.

MATTARELLA MERKELMATTARELLA MERKEL

Una bomba diplomatica oltre che politica. L’ amministrazione Trump applica da oggi importanti dazi doganali sulle importazioni di acciaio e alluminio dall’ Ue, dal Messico e dal Canada. Gli Stati Uniti hanno deciso di non prorogare l’ esenzione temporanea concessa all’ Europa due mesi fa di applicare imposte del 25% sull’ acciaio e del 10% sull’ alluminio. Una batosta per il Vecchio continente per il quale si è espresso il presidente Ue Jean Claude Juncker con un’ uscita abbastanza bolsa: «Puro e semplice protezionismo, non ci resta che prendere contromisure».

donald trumpDONALD TRUMP

Angela Merkel ha parlato di «tariffe illegali» e di «rischio escalation» senza specificare che cosa debba attendersi Trump. In realtà Berlino sa benissimo che su questo specifico fronte l’ Ue non ha armi da affilare così come si aspetta che trascorso un mesetto la Casa Bianca, probabilmente per voce di Wilbur Ross, il segretario al Commercio degli Usa, avvierà trattative parallele con l’ intento di rivedere l’ intero impianto commerciale tra i due blocchi.

Proprio quello che gli Usa stanno facendo con la Cina che, dopo aver accusato il colpo dei dazi e lo stop -seppur temporaneo – alle vendite dei telefoni Zte in America ha avviato un tavolo parallelo. Pechino ha messo in campo ieri misure di segno opposto in risposta al rinnovato protezionismo americano: il Consiglio di Stato, presieduto dal premier Li Keqiang, ha annunciato che dal primo luglio verranno tagliati i dazi sull’ importazione di una serie di beni di consumo.

DEUTSCHE BANKDEUTSCHE BANK

Abbigliamento, lavatrici, cosmetici: il ventaglio è ampio. Non solo: in arrivo anche la nuova black list degli investimenti stranieri, che secondo il Financial Times risulterà di gran lunga sfoltita, allentando le restrizioni in settori tradizionalmente protetti: energia e trasporti in primis. Per arrivare a occupare una posizione di forza, Trump sa che prima bisogna colpire duro.

E ciò che è stato per la Cina Zte, è per la Germania Deutsche Bank. Praticamente in contemporanea con l’ annuncio dei dazi mirati alla Germania più che alla Francia e all’ Italia, la Federal Reserve ha definito come «problematiche» le condizioni delle attività americane dell’ istituto di Francoforte.

mattarella conte zampettiMATTARELLA CONTE ZAMPETTI

Lo status «condizioni problematiche» – il gradino più basso espresso dalla Fed – ha condizionato le scelte dell’ istituto di credito nel ridurre l’ assunzione di rischi in aree come il trading e la concessione dei prestiti. Questo status significa anche che le decisioni del gruppo tedesco sulle assunzioni e sui licenziamenti di top manager in Usa devono passare dalla Fed.

Una sorta di commissariamento che sembra avere poche motivazioni al di fuori di quelle politiche. Difficoltà della banca tedesca negli Usa vanno indietro negli anni, ma chi segue il dossier sa che il ramo estero è stato da diverso tempo messo in ordine e in sicurezza. Il titolo alla Borsa di Francoforte ha perso il 7% raggiungendo il minimo storico di 9,16 euro.

donald trumpDONALD TRUMP

Se si considera che la Casa Bianca ha pronte una serie di misure «straordinarie» per penalizzare anche Volkswagen e tutte le vetture di lusso tedesche, appare ormai chiaro che gli Usa non vogliono mollare l’ osso.

In questo panorama rivoluzionario per il Vecchio continente, Donald Trump non ha avuto problemi a dare un segnale netto a favore dell’ Italia. Essere percepito come una sorta di prestatore di ultima istanza fiducioso nei titoli di Stato italiani ha dato una spallata finale e ha favorito definitivamente la nascita del governo gialloblu.

Non più considerata come un’ entità reietta da tutta l’ Europa ma come un blocco politico che in caso di necessità potrebbe avere un santo nel paradiso a stelle e strisce.

L’inquietante idea di famiglia del ministro della famiglia Fontana

Chiara Lalli

di Chiara Lalli wired.it 1 giugno 2018

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In un’intervista dello scorso 26 aprile, Lorenzo Fontana ha dato delle risposte prevedibili e favolose (A tutto campo con Lorenzo Fontana, vicesegretario della LegaRossoporpora). Cominciamo con “lei è cattolico”? Risposta: “Cerco quantomeno di esserlo, nel senso che essere cattolico significa comunque proporsi di rispettare tutta una serie di regole che non sono facili da seguire… per fortuna, proprio per questo, c’è la Confessione!”.

Ovvero, una ricetta perfetta fatta di buone intenzioni e di scuse costruite in anticipo per sottrarsi alle proprie responsabilità. Non male.

Ricordando il caso di Alfie Evans, ecco la “deriva nichilista” e la difesa delle “persone più deboli” – solo se bianche, cristiane, italiane (da quante generazioni?) e possibilmente eterosessuali perché altrimenti la famiglia naturale piange.
Parlando della sua passione per la politica non può mancare il riferimento calcistico. E in effetti quella malattia che dovrebbe esaurirsi durante le scuole medie ha ormai invaso anche gli ospizi e si deve far finta che prendere così sul serio la “passione calcistica” non sia preoccupante (sottotitolo: il guaio non è divertirsi a guardare una partita, il guaio è quel metacalcio che pare una questione da codici nucleari).

 

Su Facebook, il neo ministro, il 16 maggio, ricordava la Madonna di Fatima
Su Facebook, il neo ministro, il 16 maggio, ricordava la Madonna di Fatima

 

A pochi giorni dall’ultima marcia per la vita, Fontana ripete lo slogan tipicamente prolifeil rispetto della vita dal concepimento alla morte naturale. Avessimo studiato un po’ più di biologia a scuola invece di leggere 5 volte I promessi sposiforse ci renderemmo conto della insensatezza di una simile affermazione.

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Forse.
L’eutanasia è liquidata come eliminazione dei pesi economici: anziani, malati, disabili. Non c’è traccia di un possibile esercizio della propria volontà o, per dirlo cattolicamente, del libero arbitrio. “Ti obbligo per il tuo bene”. Anche se nessuno l’ha chiesto. Ma non è certamente una sorpresa, come non lo sono le sue posizioni sul resto.

L’aborto, manco a dirlo, è inammissibile, un crimine intollerabile perché commesso ai danni delle “persone” più deboli. Un po’ come il nostro Fusaro nazionale, Fontana si spinge a parlare di “neo-lingua truffaldina”: non si dice più aborto – sembra di poterlo sentire urlare in piedi all’angolo di una strada – ma “salute riproduttiva” ed è certamente un complotto della multinazionali laiciste e un po’ naziste.
L’aborto è un vero e proprio omicidio, come possiamo dunque tollerarlo?

Mi chiedo sempre come i feroci avversari della possibilità di scegliere immaginano di risolvere questa “strage degli innocenti” corresponsabile dell’inverno demografico (siamo più di 7 miliardi ma ahimè non tutti sono italiani). Imponendo alle donne gravidanze non volute? Creando una speciale polizia destinata al controllo della fertilità e dei concepimenti? Confidando in una qualche risorsa tecnologica per monitorare le nostre ovaie?

Il “gender” è una minaccia temibile, un’ombra che incombe sull’innocenza dei nostri figli – sono nostri anche i figli degli altri, perché i figli sono i pezzi più importanti della famiglia e la famiglia è “la cellula della comunità e dei popoli” mica solo un affare privato.
Non può mancare il “senso identitario”: non saprei dire riguardo a chi e a cosa e perché, tuttavia Fontana e la Lega se ne sono fatti “interpreti” e hanno dimostrato di avere ragione.

La sostituzione etnica è una scelta del tutto sbagliata, perché porta a un annacquamento devastante dell’identità del Paese che accoglie”.
Il patriottismo mi ha sempre fatto ridere molto. Fa un po’ meno ridere la serietà con cui alcuni, acclamati e applauditi, ne fanno il cardine del loro pensiero politico.

Come sempre, Fontana da solo non andrebbe da nessuna parte. Ma Fontana non è solo. Il suo catalogo di fallacie logiche è condiviso da molti e considerato come “coraggioso”, “controcorrente” e chissà cos’altro. E dimostrare che le sue affermazioni sono il risultato di un miscuglio di parole ambigue e messe a caso sembra abbastanza inutile.
Com’è inutile e un po’ comico, oggi, stupirsene.

CHI CI VUOLE FUORI DALL’EURO? NON SONO GLI EUROSCETTICI ITALIANI, MA GLI ECONOMISTI TEDESCHI

 scenarieconomici.it 1 maggio 2018

Cari amici,

una parte importante della recente polemica politica è avvenuta per l’attacco dei mass media tradizionali, usualmente al servizio dei soliti poteri, contro gli euroscettici italiani, accusati di volere l’uscita dell’Italia dalla moneta unica e quindi le relative catastrofi, comprensive di invasione di cavallette, carestia, sacrificio dei primogeniti etc.  Peccato che a spingerci fuori dall’euro, ed in modo brutale, siano economisti tedeschi filogovernativi.

Hans Werner Sinn  è un professore di Economia all’università di Monaco e membro dell’Istituto economico IFO; definito dal FAZ come il think tank più influente a livello governativo in Germania. In un recente intervista sul WELT   ha fatto alcune dichiarazioni, coerenti con i suoi discorsi precedenti, che lasciano capire il pensiero attuale delle elitè economiche tedesche.

Tutto parte dalla considerazione del saldo Target 2 che il nostro considera un “Debito” della Banca Centrale Italiana nei confronti della controparte tedesca, la BuBa, che al contrario presenta un saldo positivo. Abbiamo scritto innumerevoli volte sull’illogicità d questa affermazione ed anche il VP della BCE si è espresso in materia, negando che fossero prestiti o crediti, ma proseguiamo. Giustamente, dal suo punto di vista, viene a notare che il livello di saldo attuale di target 2 non esiste nessuna garanzia per il credito della BuBa nei confronti degli altri paesi debitori: per saldare in oro quel debito, ai prezzi attuali del metallo, sarebbero necessari, secondo Sinn, 27 mila tonellate d’oro, al di fuori delle riserve di qualsiasi stato europeo (in realtà sono solo poco più di 25 mila) . Non essendo quindi prestiti garantiti il nostro economista si spinge ad affermare quanto segue:

Domanda : Pensa che dopo gli eventi in Italia ora vi sia una pressante necessità  di  affrontare una riforma di Target?

Risposta : Sì, questa è urgente.  La crisi è infatti in pieno svolgimento. A questo punto, invece, si pone la questione se la Bundesbank deve imporre controlli sui capitali per assicurare che i saldi non continuano a crescere. Solo allora si potrebbe fare pressione per ottenerne il rimborso. 

Quindi secondo Sinn è necessario che la BuBa agisca per non permettere un ulteriore aumento dei saldi Target 2. 

Come si generano i saldi target 2? Per esser telegrafici:

  • dai pagamenti di bilancia commerciale fra Italia e Germania, in Squilibrio verso berlino per alcuni miliairdi di euro, ma nulla di drammatico;
  • dagli investimenti italiani in Germania;
  • dalle operazioni di acquisto titoli presso la borsa di Francoforte o comunque in Germania;
  • dall’apertura di conti correnti di italiani in Germania (cioè da debiti del sistema bancario tedesco verso italiani).

Appare chiaro che l’effetto dei desiderata di Sinn sarebbe:

  • l’azzeramento del saldo commerciale positivo della Germania verso l’Italia , da sostituirsi con produzioni italiane;
  • la limitazione degli investimenti di italiani nel paese teutonico;
  • la limitazione di operzioni di italiani sulla borsa di Francoforte, ed il ritorno all’utilizzo di operatori italiani;
  • la chiusura delle aperture di CC in Germania o , in generale, dell’acquisto di attivi finanziari tedeschi da parte  di italiani.

Capite che questo per noi significherebbe  più produzione industriale e più investimenti interni e su questo tema abbiamo già parlato in diversi articoli precedenti, ma c’è anche un altro fatto ancora più rilevante: una moneta unica è caratterizzata dall’avere lo stesso valore OVUNQUE nell’area dove ha valore legale. Un euro deve valere lo stesso a Helsinki come ad Cipro. Questo è il motivo per cui il sistema delle Banche distrettuali della FED è (o meglio forse ERA) obbligato a saldare i saldi relativi su base mensile, e se una aveva certificati in oro corrispondenti in eccesso li doveva prestare a chi li aveva in difetto, rendendo il “Certificato oro” più un’unità di conto che un titolo rappresentativo di beni. Se io applico invece il sistema Sinn avrà un “Euro tedesco” che avrà un valore superiore ad un “Euro Italiano” o ad un “Euro greco”: infatti se volessi comprare in Germania dovrei offrire un premio, perchè , ad esempio, dovrei rendere ad un tedesco più conveniente comprare in Italia. Per fare un esempio pratico, se volessi comprare una bottiglia di riesling del Reno che costa in Germania 5 euro, dovrei compensarla con un valore uguale o superiore di esportazioni italiane in Germania, ad esempio offrendogli 6 euro in Prosecco veneto. La base della moneta unica non solo europea, ma di qualsiasi parte del mondo , sarebbe rotta ed avremmo più aree con più monete , con valori diversi. Una situazione simile a quella che sussisteva nell’epoca dei comuni, quando esistevano il “Grosso” tortonese ed il “Grosso ” genovese o milanese, ognuno però con valori diversi.

Quindi la strada di Sinn, e spero non dell’IFO, è quella di spezzare l’euro creandone uno forte, dei paesi con target 2 positivo, ed uno debole con i paesi del target 2 negativo, e, paradossalmente, il commercio fra le due aree sarebbe più complesso che con l’estero: perchè se esistono cambi ufficiali fra euro e dollaro, yen, yuan, o rublo, chi o cosa fisserebbe il cambio fra un euro forte ed un euro debole ?

Per concludere, sarebbero necessarie due misure:

  • una prima che metta in sicurezza l’oro della Banca d’Italia, definendone lo status come “Oro degli italiani detenuto presso la Banca d’Italia”, tanto per eliminare ogni desiderio predatorio;
  • la predisposizione di un vero “Piano B” o pure “C”  per far fronte ad eventuali irrigidimenti tedeschi sulla politica monetaria.

Il problema non sono gli italiani, ben consci delle proprie debolezze, ma chi ritiene di essere in una posizione di forza, e potere, assoluti.

Banco Bpm, giugno inizia in volata in Borsa su cessione Npl. A maggio peggior titolo del Ftse Mib

01/06/2018 di Daniela La Cava finanzaonline.com

Dopo le deludenti performance registrate a maggio (-24,5%, peggior titolo del Ftse Mib), Banco Bpm ha iniziato il mese di giugno con una forte voglia di riscatto che sta già cercando di soddisfare nella prima seduta del mese. A Piazza Affari l‘azione dell’istituto guidato da Giuseppe Castagna vola in scia alla notizia della cartolarizzazione di crediti in sofferenza per oltre 5 miliardi di euro. Il titolo, che ha oltrepassato la soglia di 2,4 euro, ora guadagna ora circa l’7,7% a  2,391 euro. Il titolo, come l’intero comparto bancario, è sostenuto dall’annuncio della formazione del Governo Lega-M5S che ha fatto cadere l’ipotesi di un nuovo ritorno alle urne per gli italiani.

Banco Bpm e la maxi cartolarizzazione

Un importante e ulteriore passo avanti nel piano di derisking. Banco Bpm ha annunciato un’operazione di cessione tramite la cartolarizzazione di un portafoglio di crediti in sofferenza (Npl) per un valore nominale lordo di 5,1 miliardi di euro, su cui intende chiedere il rilascio della garanzia pubblica Gacs. Nell’ambito del progetto Exodus, così è stata battezzata l’operazione, la il cda dell’istituto ha approvato “la cessione di un portafoglio di crediti in sofferenza originati dalle banche del gruppo – spiega la società in una nota – il cui valore nominale lordo alla data di cut-off (30 settembre 2017) è di 5,1 miliardi di euro (4,9 miliardi al 31 marzo 2018) al veicolo di cartolarizzazione Red Sea SPV”. Una volta perfezionata la cessione, la società veicolo di cartolarizzazione procederà all’emissione di titoli senior, mezzanine e junior che saranno sottoscritti dal Banco Bpm. “I titoli mezzanine e junior saranno successivamente ceduti ad investitori terzi mentre i titoli senior saranno mantenuti nel portafoglio del Banco Bpm”, afferma ancora la società.

Gli effetti contabili dell’operazione, che si inserisce nel piano di cessioni di 13 miliardi annunciato dal gruppo (4,5 miliardi sinora realizzati e 3,5 miliardi residui), sono attesi nei risultati finanziari del primo semestre 2018. Banco Bpm segnala che “il prezzo di cessione risulti sostanzialmente in linea con gli attuali valori di carico dei crediti nelle contabilità delle banche cedenti”.

 

Banco Bpm ha inoltre comunicato al mercato di avere già attivato la selezione degli advisor che la possano assistere in vista dell’obiettivo di accelerare il completamento del piano. E su questo fronte, secondo quanto riporta oggi “Il Messaggero”, Deutsche Bank e Deloitte dovrebbero gestire la vendita degli ulteriori 3,5 miliardi di Npl di Banco Bpm.

Cosa dicono gli analisti

 

La maggioranza degli analisti che coprono il titolo ha una view positiva. Il 52,9% degli esperti ha un giudizio buy, il 35,3% ne consiglia di mantenere il titolo in portafoglio (hold) mentre solo 2 analisti, pari all’11,8%% del consensus, si posiziona sul rating sell. Proprio oggi gli analisti di Banca Imi ha reiterato la raccomandazione di acquisto, con un prezzo obiettivo a 3,8 euro. Il target price medio individuato sui 12 mesi è di 347 euro, con upside potenziale di quasi il 45% rispetto alle quotazioni attuali.

Ottantotto giorni

, giornalista internazionale.it 1 giugno 2018

Giuseppe Conte al termine dell’incontro con il presidente della repubblica al Quirinale, Roma, 23 maggio 2018. (Matteo Minnella, OneShot/Luz)

Alla fine ci abbiamo messo la metà del tempo della Germania, e senza elezioni a ripetizione come in Spagna. Il governo concepito nelle urne il 4 marzo ha avuto una gestazione lunga 88 giorni e a dir poco rocambolesca, ma alla fine assomiglia al voto da cui nasce e di questo deve prendere positivamente atto anche chi di quel voto non è contento affatto. La gestazione rocambolesca ha rischiato di mandare in default l’istituzione più alta della repubblica, nonché l’unica a essere fin qui sopravvissuta alla crisi di legittimazione di tutte le istituzioni repubblicane, ma alla fine e in qualche modo Sergio Mattarella ha vinto: governo politico (anche se infarcito di tecnici nei ruoli più importanti, a cominciare dal presidente del consiglio), composto dai vincitori delle elezioni (anche se uniti non da una solida alleanza ma da un sospettoso, e sospetto, contratto), senza presenze troppo inquietanti per l’Unione europea e i famigerati mercati (il caso Savona si chiude con un compromesso di facciata, ma accettabile per tutti).

L’antica sapienza democristiana della prima repubblica ha avuto la meglio sulle intemperanze dei due capopopolo che si vorrebbero levatori della terza? Sì e no. Sull’operato di Mattarella, sulla sua gestione del fattore-tempo, sulla sua tolleranza per gli strappi alle forme e alle procedure, sulle sue rigidità (il discutibile veto su Savona) e le sue condiscendenze (l’ancor più discutibile incarico a Conte) si discuterà ancora a lungo. Ma è lecito pensare che nel piegare Di Maio e Salvini alla disciplina della formazione del governo il cinismo dei mercati e di chi li muove, Bce compresa, abbia pesato almeno quanto la suddetta sapienza e pazienza del capo dello stato. Tre giorni di impennata dello spread devono aver convinto Di Maio e Salvini che altri due mesi passati a gridare all’impeachment e ad arringare le piazze avrebbero avuto sui loro elettorati la forza devastante di un’atomica.

Il centrosinistra e la sinistra si ritrovano ben avviati sul viale della marginalità, per giunta silenziosa e priva di guizzi reattivi

E qui finisce il brindisi per il lieto evento, perché né la laboriosità del parto né le fattezze della creatura promettono alcunché di buono per il futuro. Del presidente del consiglio non sappiamo che cosa pensi dell’Italia, dell’Europa e del mondo. Luigi Di Maio può intestarsi la mossa finale che ha vinto le resistenze di Salvini, ma solo dopo aver ingoiato a sua volta tutte le condizioni del suo alleato, che non solo si insedia al Viminale con intenzioni fieramente razziste ma incassa ministeri chiave per l’egemonia sul senso comune quali l’istruzione (Bussetti) e la famiglia (Fontana, militante pro-vita ed eteronormativo sfegatato. A proposito, il tanto apprezzato Giorgetti, sottosegretario in pectore alla presidenza del consiglio, fu a suo tempo il principale estensore della legge 40 contro la procreazione assistita). Sulla giustizia (Bonafede, M5s) il “contratto di governo” si segnala per essere il più forcaiolo della storia della repubblica. Sulla politica industriale, e in generale sull’idea di sviluppo del paese, il più omissivo. Sui rapporti con la Ue, come s’è visto nell’ultima tumultuosa settimana, il più opaco. Sulla politica estera il più pericolosamente ambiguo. E siccome il mondo ci mette sempre lo zampino, per ironia della storia la prima gatta da pelare del governo del “prima gli italiani” sarà la guerra dei dazi contro l’Europa dell’alfiere di America first: contraddizioni in seno al sovranismo.

Restano sul campo i morti, i feriti e gli effetti collaterali di questi 88 giorni. Gli sconfitti del 4 marzo, ovvero il centrosinistra a trazione renziana e il centrodestra a trazione berlusconiana, ne escono entrambi ma diversamente triturati. Il centrodestra perde la maschera del preteso moderatismo berlusconiano, si radicalizza sotto la guida di Salvini (nonché di Meloni) ma mantiene e rafforza la sua pretesa egemonica sulla società e sullo scacchiere politico. Il centrosinistra e la sinistra, al contrario, si ritrovano ben avviati sul viale della marginalità, per giunta silenziosa e priva di guizzi reattivi. Che se la siano cercata e meritata non è di nessuna consolazione, la situazione attuale essendo la dimostrazione che senza sinistra in questo paese vacilla l’intera impalcatura democratica.

Gli effetti collaterali non sono meno rilevanti. L’odiosa formula del “contratto di governo” segnala un processo preoccupante di privatizzazione della politica che si cristallizza nel linguaggio (para)giuridico. La scomposta spericolatezza dei principali protagonisti di questa lunga crisi nel rapporto con il Quirinale accentua una crisi di autorità della politica e delle istituzioni che sembra ormai priva di anticorpi nei leader delle nuove generazioni, e che il sempre più frequente ricorso alle “competenze” e ai “tecnici” copre malamente. Infine ma non ultimo, il rapporto fra politica e comunicazione ha subìto un’ulteriore torsione: mai la formazione di un governo era stata così spettacolarizzata, con un assedio così pervasivo della scena e del retroscena e un accavallarsi così rapido dei fatti e delle reazioni, in tv e in rete: una saturazione dell’informazione e della comunicazione che fa tabula rasa dei tempi e dei riti residui della decisione e della riflessività politica.

Ma che accelera inevitabilmente, e positivamente, anche tutte le contraddizioni in campo. L’opposizione – politica e giornalistica – all’establishment, ora che è al potere, dovrà trovare nuove, e si spera più pacate e razionali, strategie narrative di autolegittimazione. Il populismo di governo dovrà fare i conti con i limiti che il populismo d’opposizione ignora. La questione europea, fin qui inchiodata fra l’ottusità della governance comunitaria da un lato e le falene regressive del sovranismo dall’altro, dovrà dispiegarsi, da qui alle elezioni del 2019, in tutta la sua gigantesca portata. Se Bruxelles, Francoforte e Berlino dovessero finalmente realizzare che la gabbia soffocante dei parametri, della moneta e delle direttive calate dall’alto rischia di partorire solo mostriciattoli, il laboratorio italiano anche stavolta non avrà funzionato invano.

Le idee di Giulia Grillo, nuova ministra della Salute

ilpost.it 1 giugno 2018

È favorevole ai vaccini ma contraria agli obblighi, è una convinta sostenitrice della sanità pubblica e ogni tanto dice “Big Pharma”

 La ministra della Salute, Giulia Grillo (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

Giulia Grillo è la nuova ministra della Salute, come confermato nella serata di giovedì dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ha letto la lista dei ministrisubito dopo il suo incontro al Quirinale con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Grillo è una delle esponenti principali del Movimento 5 Stelle, di cui è diventata capogruppo alla Camera dopo le scorse elezioni del 4 marzo. Succede a Beatrice Lorenzin, rimasta in carica per cinque anni e contro la quale ha spesso polemizzato con campagne molto dure sulle decisioni assunte dal ministero della Salute su vaccini, farmaci e gestione del personale sanitario.

Grillo – che non è parente di Beppe Grillo – ha da poco compiuto 43 anni, è originaria di Catania ed è laureata in Medicina, con una specializzazione in Medicina legale. Ha una lunga storia di militanza nel M5S: nel 2008 si candidò alle elezioni regionali in Sicilia, nella lista “Amici di Beppe Grillo con Sonia Alfano Presidente”, ma senza essere eletta. Ottenuti ampi consensi interni alle “Parlamentarie”, le primarie del M5S per i candidati alle elezioni politiche, nel 2013 fu eletta come capolista alla Camera dei Deputati nella circoscrizione Sicilia 2, facendosi notare per il suo impegno in diverse iniziative parlamentari legate alla sanità e, più in generale, per le sue ricorrenti dichiarazioni critiche nei confronti degli esponenti dei governi Letta, Renzi e infine Gentiloni.

Dopo la rielezione alle politiche dello scorso marzo, Grillo è stata una delle più strette collaboratrici del capo politico del M5S, Luigi Di Maio, facendo anche parte della delegazione che ha interloquito al Quirinale con Mattarella per definire la maggioranza del nuovo governo.

Vaccini
Grillo è stata tra i più convinti oppositori del cosiddetto “decreto Lorenzin”, la misura assunta dal governo Gentiloni per rendere obbligatoria la vaccinazione dei bambini e dei ragazzi che frequentano la scuola dell’obbligo, poi convertita in legge dal Parlamento. Il provvedimento è in vigore dallo scorso anno ed è stato adottato per riportare entro i limiti di sicurezza le coperture vaccinali, indispensabili per evitare epidemie di malattie pericolose e facilmente trasmissibili come il morbillo.

Sia nel periodo dell’approvazione del decreto, sia in quello della sua trasformazione in legge, Giulia Grillo è stata estremamente critica nei confronti di Lorenzin e del governo, accusandoli di non avere lavorato adeguatamente negli anni precedenti per evitare la riduzione delle coperture vaccinali. In realtà il calo delle vaccinazioni in questi anni è stato determinato dalle ricorrenti campagne contro i vaccini e sulla loro presunta pericolosità, a partire dalla storia dell’autismo, frutto di una delle più grandi frodi mediche dell’ultimo secolo. Campagne alle quali hanno spesso partecipato anche esponenti del M5S, con dichiarazioni che hanno contribuito alla disinformazione sul tema e a fare aumentare le preoccupazioni tra i genitori posti davanti alla scelta di vaccinare o meno i loro figli.

Giulia Grillo non è antivaccinista e in più occasioni ha riconosciuto l’importanza dei vaccini: non ritiene però che debba esistere un obbligo come quello introdotto lo scorso anno e pensa che quella dei genitori debba essere una scelta libera e informata, da incentivare attraverso campagne di informazione e divulgazione sull’importanza dei vaccini. Questo approccio in realtà è stato seguito in passato in diverse regioni italiane, ma senza ottenere i risultati sperati, soprattutto in una fase di rapido calo delle coperture come quella degli ultimi anni.

Nel 2017, Grillo aveva scritto sul suo blog che il decreto Lorenzin non sarebbe stato attuabile “perché mancano risorse umane e finanziarie”. Le difficoltà, soprattutto nei primi mesi, ci sono state, ma le vaccinazioni sono state comunque eseguite in grande numero e al punto da portare a prime indicazioni positive sull’efficacia del provvedimento. Non è chiaro come la nuova ministra della Salute vorrà affrontare il problema, il timore di molti osservatori è che l’obbligo venga smantellato in un momento in cui iniziava a dare i primi esiti positivi.

Personale sanitario
Grillo in questi anni si è interessata di frequente al problema delle assunzioni e della mancanza di personale in ambito sanitario, con un ridotto ricambio generazionale. Ha appoggiato iniziative sindacali unitarie e gli scioperi del personale medico, facendosi anche promotrice di una mozione per sbloccare il turnover e di conseguenza le nuove assunzioni nelle agenzie sanitarie. L’attenzione a questo tema è ribadito nel “contratto di governo” tra Lega e M5S, anche se in modo vago e senza chiari riferimenti a come il ministero della Salute potrà intervenire per migliorare le cose, considerati i costi che comportano provvedimenti sul personale in un periodo di necessari tagli alla spesa.

Liste di attesa
Lo scorso anno Grillo ha ottenuto l’approvazione di una mozione per chiedere al ministero della Salute di applicare leggi già vigenti, ma mai pienamente attuate, per garantire l’erogazione dei servizi sanitari entro i limiti massimi stabiliti e per rendere più organizzato e tracciabile il sistema delle prenotazioni delle visite. Grillo è tornata in più occasioni su questo tema che dovrebbe essere quindi centrale nella sua attività da ministra, ma anche in questo caso non è molto chiaro quali soluzioni adotterà per fare meglio rispetto a Lorenzin, da lei criticata per non avere fatto abbastanza.

Pubblico e privato
Nelle attività parlamentari e nelle dichiarazioni fornite alla stampa in questi anni e durante i comizi, Giulia Grillo ha sempre sostenuto l’importanza della sanità pubblica rispetto alle iniziative private. Ritiene che un’offerta pubblica efficiente e in tempi ragionevoli possa incentivare i pazienti a fare meno ricorso alle strutture private, dove i costi diretti sono più alti e spesso alla base di disparità di trattamento tra chi può permettersi una visita o un esame privatamente e chi no. In realtà il sistema pubblico e privato convenzionato in questi anni ha portato a numerosi casi virtuosi, con benefici per gli utenti e un alleggerimento delle liste di attesa nel pubblico. Grillo ha più volte detto che il privato rende più probabili casi di corruzione ai danni del sistema sanitario pubblico, ma in molti casi è vero il contrario.

Farmaci
Da parlamentare, Giulia Grillo ha spesso criticato l’Agenzia Italiana del Farmaco, organismo essenziale per la regolamentazione dei farmaci nel nostro paese. Ha sostenuto che abbia rapporti stretti con “Big Pharma”, modo di dire usato spesso dai teorici del complotto per indicare genericamente le aziende farmaceutiche e le loro presunte strategie commerciali per mettersi d’accordo e condizionare i prezzi dei farmaci. Ha criticato la discussa trattativa riservata tra AIFA e l’azienda farmaceutica Gilead per il rinnovo dei contratti per le forniture dei farmaci per i pazienti affetti da epatite C, accusando l’Agenzia di scarsa trasparenza e di mala gestione della trattativa. In realtà AIFA ha più volte contestato a Gilead i prezzi richiesti, arrivando a minacciare il ricorso a sistemi di produzione di emergenza in proprio del farmaco nel caso di un mancato accordo più ragionevole.

Aborto
Non ci sono dichiarazioni di rilievo della nuova ministra della Salute sul diritto all’aborto, ma alcune iniziative parlamentari dimostrano comunque una sensibilità sull’argomento e sulla necessità di far rispettare la legge 194 del 1978 che lo regolamenta. Nel 2016 Grillo fu prima firmataria di una interrogazione nel quale si chiedevano, partendo dal caso di cronaca della morte di una donna incinta a Catania, informazioni sulle iniziative del ministero della Salute per assicurare “i livelli essenziali di assistenza sanitaria con riferimento alle interruzioni di gravidanza”. Nell’interrogazione, Grillo ricordava che in Sicilia gli obiettori di coscienza sono l’86,1 per cento sul totale dei medici del settore, una sproporzione che può influire sulla tutela della salute delle donne. In un’altra risoluzione presentata nel 2014, Grillo chiese al governo di impegnarsi ad “avviare una campagna informativa attraverso corsi, seminari nelle scuole e nei consultori” e sui periodici per informare correttamente sulla cosiddetta “pillola abortiva” (RU486) introdotta all’epoca anche in Italia dopo numerose polemiche.

 

SocGen: attenti a BTP, rischio controllo capitali con Moody’s. WSJ: governo M5S-Lega non commetta questo errore

La quiete dopo la tempesta finanziaria non convince SocGen, mentre il Wsj presenta l’errore più grave che il governo nascente M5S-Lega potrebbe commettere: non solo tornare a parlare di uscita dall’euro, ma proporre una ristrutturazione del debito italiano.

“La maggior parte del debito italiano è nelle mani dei risparmiatori (e banche) italiani – scrive il Wall Street Journal nell’articolo “Italy Still Has Time to Avert a Disaster”, ovvero “l’Italia ha ancora tempo per scongiurare il disastro – e un qualsiasi tentativo di Roma volto a scaricare il costo del default soltanto sui creditori stranieri verrebbe considerato un atto ostile da parte degli altri governi dell’Eurozona”.

A quel punto, l’Italia sì che uscirebbe dall’euro, e non per sua scelta,  ma in quanto cacciata a calci dalla stessa Eurozona. “Non solo: quasi certamente il paese sarebbecostretto a lasciare anche l’Unione europea, rimanendo solo a gestire quel problema dell’immigrazione che ha influenzato tanto il voto” delle ultime elezioni politiche dello scorso 4 marzo.

Il rischio che un atto ostile del genere venga lanciato non è pari a zero. Basti pensare a come i mercati hanno reagito quando l’Huffington Post ha riportato una delle prime bozze del contratto di governo M5S-Lega, in cui i due partiti chiedevano alla Bce di azzerare il debito italiano per un valore di 250 miliardi di euro. In una bozza successiva, la richiesta è stata smussata, con la richiesta all’Eurostat di non includere i BTP acquistati dalla Bce con il programma QE nel conteggio del debito. Infine, M5S e Lega si sono rimangiati tutto sulla Bce.

Detto questo, il Wall Street Journal è possibilista:

Il quotidiano mette innanzitutto in chiaro che la situazione in cui versa l’Italia, oggi, è ben diversa da quella che ha piegato l’intera Eurozona negli anni terribili della crisi dei debiti sovrani”.

Le precedenti crisi dell’Eurozona erano soprattutto economiche e finanziarie, scatenate dalla scoperta di enormi perdite presenti nel sistema bancario o da crescite drammatiche dei debiti pubblici. Ora, in Italia, le banche sono ben capitalizzate, i crediti deteriorati stanno scendendo molto velocemente e le condizioni del credito stanno migliorando“.

E’ vero, ammette il quotidiano finanziario, che “la zavorra del debito è pesante, visto il debito-Pil pari al 132%. Tuttavia, il mercato ha manifestato pochi timori sulla sua sostenibilità. Dopo tutto, Roma sta mostrando un surplus primario del 2% al lordo dei costi di interesse; i prestiti contratti dal settore privato sono bassi e l’economia sta crescendo”.

Questo significa che “l’eventualità che la tempesta finanziaria sia contenuta o che invece si intensifichi dipende dalle mosse della politica italiana“.

Il Wsj precisa che “ciò che trasformerebbe la crisi politica in una crisi finanziaria conclamata sarebbe la decisione degli investitori istituzionali di scaricare i bond governativi italiani. Finora, ciò non è ancora avvenuto. Basta guardare ai risultati delle aste che hanno avuto per oggetto i Bot e i BTP fino a 10 anni per rendersi conto che, sebbene in corrispondenza di tassi decisamente più elevati, la domanda rimane a livelli ragionevoli”. Il motivo degli acquisti? “La realtà è che il mercato dei bond italiani è troppo grande e troppo presente negli indici benchmark”. E ciò significa che i fondi pensione o i grandi colossi assicurativi non vogliono certo rischiare di “rimanere troppo sottopesati per un periodo di tempo troppo lungo”.

Insomma il vero rischio per il quotidiano di Wall Street è piuttosto un colpo di testa di Salvini o Di Maio, precisamente la pretesa di insistere sulla ristrutturazione del debito pubblico italiano.

SoCGen più pessimista del WSj: rischio controllo capitali

Tornando alla nota di SocGen Ciarian O’Hagan, responsabile della strategia dei tassi europei del colosso francese, guarda con molto scetticismo al governo nascente M5S-Lega che sarà guidato dal giurista Giuseppe Conte.

O’Hagan non esclude la possibilità che si torni ad assistere a forti smobilizzi sui bond italiani e, a suo avviso, esiste anche una forte probabilità che, entro l’arco delle prossime settimane, arrivi un downgrade sul rating del debito da parte di Moody’s: una mossa che, a quel punto, potrebbe innescare una fuga di capitali, e di conseguenza far scattare il controllo sui capitali e di nuovo, come in un circolo viziosi, nuovi downgrade.

“Il nuovo governo viene percepito ancora pericoloso per chi vuole posizionarsi long sui BTP”, si legge nella nota e c’è ancora il rischio che i bond italiani vengano colpiti da “ulteriori sell”. Di conseguenza, il consiglio è netto:

“Raccomandiamo (agli investitori) di utilizzare la fase di ripresa per costruire nuove posizioni short sui bond italiani“, anche perchè, spiega l’analista del colosso bancario francese, “il nuovo governo riporta alla fine i mercati nella stessa situazione in cui si trovavano la scorsa settimana”.

E’ vero che i “partiti populisti hanno ribadito l’intenzione di far rimanere l’Italia nell’euro“, ma “non è chiaro quanto velocemente si inizierà a parlare dell’incompatibilità con l’euro”. Entro “le prossime settimane  esiste inoltre una forte chance che Moody’s colpisca  l’Italia con un downgrade, prima del previsto”.

O’Hagan precisa comunque che è troppo presto capire se la fuga dei capitali prenderà il via questa estate.

SocGen non è l’unica a manifestare scetticismo sulla possibilità che nei mercati finanziari torni un po’ di calma dopo gli attacchi ripetuti degli ultimi giorni.

Il dubbio non è tanto sul ritorno della calma in senso stretto, visto che negli ultimi giorni e anche oggi lo smorzarsi delle tensioni politiche riporta lo spread e i tassi a valori ben inferiori ai massimi testati nelle ultime sessioni.

Il timore è che la ripresa non sia sostenibile e che, da un momento all’altro, i sell possano ripresentarsi in modo aggressivo. Si teme il ripetersi di quella situazione, che risale ad appena qualche giorno fa, in cui lo spread è volato del 30% circa, scattando fino al massimo intraday di 320 punti base, a fronte di tassi sui BTP decennali schizzati al 3,4% circa, prima di rallentare durante la stessa sessione.

Per non parlare del trend dei BTP a due anni, con i tassi che lo scorso 29 maggio sono stati massacrati dai sell al punto da balzare al 2,72%, prima di scendere di 100 punti base.

Ora lo spread viaggia attorno a 238 punti base: una buona notizia, ma non rassicurante, visto che il livello rimane ben al di sopra della soglia pericolo di rischio contagio, individuata da Goldman Sachs a 200 punti base. Il valore dei tassi è tra l’altro superiore a quella che Bloomberg ha definito la soglia pericolo per il Draghi put . La parola, insomma, va a questo punto al governo M5S-Lega.

Giovanni Tria all’Economia, sì flat tax con aumento Iva. No uscita euro, ma Draghi sbaglia a dire che è irreversibile

Laura Naka Antonelli finananonline.com 1 giugno 2018

I fari sono tutti su di lui: Giovanni Tria, ministro dell’economia del nascente governo M5S-Lega. Classe 1948, romano, laureato alla Sapienza nel 1971, preside della facoltà di Economia di Tor Vergata, favorevole alla flat tax, che a suo avviso è un obiettivo perseguibile anche attraverso l’aumento dell’Iva. E’ lui il simbolo del compromesso che la Lega e il Colle sono riusciti a raggiungere, quando ormai sembrava che l’ipotesi di un governo M5S-Lega fosse naufragata del tutto. E’ il suo nome che ha permesso alle controparti di risolvere l’impasse Paolo Savona, muro che né il presidente Sergio Mattarella nè il leader della Lega Matteo Salvini erano riusciti a superare, e da cui era esplosa una grave crisi istituzionale, con tanto di un governo tecnico all’orizzonte guidato da Carlo Cottarelli e il ritorno anticipato alle urne (Cottarelli non avrebbe avuto la fiducia del Parlamento).

E invece, dopo aver minacciato di lanciare un procedimento di impeachment al presidente della Repubblica, ‘reo’ di aver posto il veto sul nome di Paolo Savona per i ripetuti attacchi che l’economista aveva sferrato all’euro, il leader del M5S Luigi Di Maio ci ha ripensato, tornando da Salvini e chiedendo di ‘spostare’ Savona in un altro ministero. Così è stato: Salvini ha detto di sì, l’ex premier incaricato Giuseppe Conte ha fatto l’ennesimo pellegrinaggio verso il Colle, è tornato premier incaricato, e ha certificato, con l’ok di Mattarella, la nascita di un esecutivo giallo-verde.

A fare l’annuncio è stato il segretario generale del Quirinale Ugo Zampetti, che ha aggiunto che Conte “ha presentato la lista dei ministri ai sensi dell’articolo 92 della Costituzione” e che il nuovo esecutivo giurerà oggi alle 16. Sia Salvini che Di Maio sono i nuovi vicepresidenti. La squadra di governo è composta da 18 ministri in tutto, di cui cinque donne.

Giovanni Tria diventerà appunto ministro dell’economia e delle Finanze, Paolo Savona è stato dirottato agli Affari europei, Giancarlo Giorgetti sottosegretario a palazzo Chigi.

L’attenzione è tutta su Tria e sul suo pensiero economico.

Romano, classe 1948, Tria, forte di un esordio con laurea in giurisprudenza alla Sapienza nel 1971, è un critico dell’euro, senza auspicare tuttavia un’uscita dell’Italia dal blocco unico. E’ stato co-direttore del Master in Economia dello Sviluppo e Cooperazione Internazionale e Direttore del Ceis (Center for Economics and International Studies di Tor Vergata). Al momento, è membro dell’Oecd Innovation Strategy Expert Advisory Group, vice presidente dell’Iccp (Committee for Information, Computer and Communication Policy) e Membro del Consiglio di Amministrazione dell’Ilo (International Labour Organization), collabora con Formiche.net e con Il Foglio.

Il suo pensiero può essere compreso ripescando un articolo de Il Sole 24 Ore, scritto a quattro mani con Renato Brunetta, di cui è stato consigliere.

Nell’articolo, scritto a quattro mani, si parla della “visione di Giovanni Tria sull’euro e sugli investimenti pubblici fuori dai parametri Ue”.

Le critiche contro l’architettura dell’euro non vengono risparmiate: L’Europa viene descritta alla stregua di un continente sempre più diviso tra “formiche” del nord e “cicale” del sud in perenne conflittom che così sembra non sembra avere futuro. Il “surplus tedesco è il segno del fallimento dell’euro”. Riguardo alla crescita del debito pubblico, che non è un problema solo italiano, Tria e Brunetta scrivono che “è mancata in questi anni, per limitare la crescita destabilizzante del debito in tutta l’Eurozona, la crescita del Pil nominale, schiacciato dall’assenza di inflazione per troppi anni e dalla bassa crescita in termini reali”.

“In questo contesto -prosegue l’articolo – è chiaro quel che si dovrebbe fare, anche se farlo implica cambiare le regole che sovrintendono l’Unione monetaria. Ad oggi non è facile cambiarle, ma la strada non è quella del non rispetto delle regole, anche se fino ad oggi l’Unione si è arrangiata accettandone sostanzialmente la violazione o la loro flessibilità. Ciò che manca sono gli investimenti necessari al sostegno della domanda interna all’Eurozona, ma soprattutto a recuperare competitività sui mercati internazionali e ad assicurare la sostenibilità di lungo periodo, innanzitutto sociale, della crescita. Tra i punti interessanti dell’articolo, anche la necessità ribadita di poter stampare moneta. Tria e Brunetta parlano di uno “stimolo fiscale finanziato attraverso la creazione di moneta. In altri termini, ciò che si propone è la monetizzazione di una parte dei deficit pubblici, destinata a finanziare, senza creazione di debito aggiuntivo, un ampio e generalizzato programma di investimenti pubblici, con il vincolo del mantenimento di un avanzo primario al netto di tale finanziamento, ottenuto attraverso il controllo della spesa corrente, in misura compatibile con un sentiero di riduzione costante del debito.

Brunetta e Tria scrivono:

“A questo punto quello che serve, non solo in Italia ma in tutta Europa, è un dibattito ampio, senza demonizzazione di nessuna delle proposte in campo. Non ha ragione chi invoca l’uscita dall’euro senza se e senza ma come panacea di tutti i mali, ma non ha ragione neanche il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, quando dice che «l’euro è irreversibile», se non chiarisce quali sono le condizioni e i tempi per le necessarie riforme per la sua sopravvivenza. Anche perché il maggior pericolo è l’implosione non l’exit.

Giovanni Tria Uno è a favore della flat tax: a suo avviso, si tratta di un obiettivo perseguibile anche passando per l’aumento dell’Iva.

Semore sulla flat tax, Tria ha ricordato un articolo su Formiche.net che la scommessa, secondo i sostenitori della riforma, è che essa porti ad effetti benefici sulla crescita e quindi generi quel gettito fiscale aggiuntivo che dovrebbe compensare almeno in parte anche il costo iniziale della riduzione delle aliquote.

“Tuttavia sarebbe preferibile – ha detto- contare meno sulle scommesse e far partire la riforma con un livello di aliquota o di aliquote, che consenta in via transitoria di minimizzare la perdita di gettito, per poi ridurle una volta assicurati gli effetti sulla crescita. Inoltre non si vede perche non si debba far scattare le clausole di salvaguardia di aumento dell’Iva per finanziare parte consistente dell’operazione”.

LA SQUADRA DI GOVERNO:

Ministro degli Esteri: Enzo Moavero Milanesi

Ministro dell’Economia: Giovanni Tria

Ministro degli Interni: Matteo salvini (anche vicepremier)

Ministro dello Sviluppo Economico e Lavoro: Luigi Di Maio (anche vicepremier)

Ministro ai Rapporti con il Parlamento: Riccardo Fraccaro

Ministro degli Affari Europei:Paolo Savona

Ministro della Difesa: Elisabetta Trenta

Ministro della Giustizia: Alfonso Bonafede

Ministro della Pubblica Amministrazione: Giulia Bongiorno

Ministro della Salute: Giulia Grillo

Ministro degli Affari Regionali: Erika Stefani

Ministro del Sud: Barbara Lezzi

Ministro dell’Ambiente: Sergio Costa

Ministro ai Disabili e alla Famiglia: Lorenzo Fontana

Ministro dell’Agricoltura e del Turismo: Gian Marco Centinaio

Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture.

Ministro dell’Istruzione: Marco Bussetti

Ministro dei Beni Culturali: Alberto Bonisoli