Italia, il 2 giugno della ritrovata unità

tvsvizzera.it 2 giugno 2018

L'Altare della Patria (Roma) visto dal basso, sorvolato da 9 jet militari che lasciano una scia tricolore verde/bianco/rosso
Roma, Altare della Patria. Lo spettacolo della pattuglia acrobatica dell’Aeronautica militare conosciuta come Frecce Tricolori.

(Keystone)

Si celebra sabato in Italia la Festa della Repubblica. Una ricorrenza che assume un significato particolare, dopo la lunga crisi istituzionale seguita alle elezioni del 4 marzo, e coincide con la prima uscita pubblica del nuovo presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

Fino a pochi giorni fa, il 72esimo anniversario dalla nascita della Repubblica italiana -che nel referendum del 2 e 3 giugno 1946 si impose sulla monarchia- rischiava di assumere un significato opposto, all’unità nazionale e di valori. Di diventare una giornata di protesta contro le istituzioni e la politica.

Invece, mentre il tricolore sventola sugli edifici pubblici e all’Altare della Patria, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sfila tra gli applausi, accanto alla neo ministra della difesa Elisabetta Trenta, attorniato dai presidenti di Camera dei deputati e Senato.

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/02-06-2018-italia-il-governo-alla-sfilata-del-2-giugno?id=10539098&startTime=5.491893

Intanto, il 2 giugno è stato celebrato anche nelle rappresentanze diplomatiche italiane. Come venerdì sera in Bulgaria, dove l’ambasciatore d’Italia Stefano Baldi ha offerto un ricevimento nella sua residenza a Sofia.

Baldi, di fronte a personalità politiche, culturali, sociali ed economiche, si è tra l’altro congratulato per la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea, che volge al termine, e ha sottolineato l’amicizia tra i due Paesi ricordando alcune iniziative quali la Giornata del design e la Settimana del cinema italiano in Bulgaria.

Italia-USA, “valori e ideali condivisi”

L’ambasciatore negli Stati Uniti, Armando Varricchio, è stato invece ricevuto alla Casa Bianca, dove di fronte al segretario di Stato Mike Pompeo ha confermato il continuo impegno a rafforzare i l’amicizia e i floridi rapporti tra Italia e USA, “uniti dalla condivisione di valori ed ideali”.

“Molti dei pilastri su cui si fonda la democrazia americana”, ha osservato da parte sua Donald Trump, nel messaggio letto alla Casa Bianca, “trovano le loro radici negli scritti di filosofi di epoca romana e di pensatori italiani”. Il presidente USA ha fatto inoltre riferimento ai “grandi italo-americani che continuano a rafforzare il nostro Paese”.

Scandalo dei diamanti: ex-viceministro è consigliere di una società coinvolta

http://www.reggioreport.it 29 maggio 2018

29/5/2018 – Lo scandalo dei “diamanti da investimento”, per il quale 4 grandi banche e due broker sono stati sanzionati dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato con multe per quindici milioni di euro,  riverbera le sue ombre anche sul mondo politico. La questione è al centro di una interrogazione parlamentare del deputato reggiano dei 5 Stelle Davide Zanichelli che firma una nota dai contenuti politicamente esplosivi insieme ai colleghi Elio Lannutti e Carlo Sibilia.

E’ noto che la grande maggioranza degli investitori truffati, e che stanno ottenendo rimborsi pieni da tre banche su quattro, è concentrata tra Reggio Emilia, Parma e Modena. Inoltre uno dei protagonisti dell’intricata vicenda, il presidente e amministratore delegato della  Intermarket Diamond business, il reggiano Claudio Giacobazzi, è stato trovato morto quindici giorni fa con un sacchetto di plastica stretto intorno alla testa nella camera di un hotel in prossimità del casello autostradale di Reggi Emilia.

I parlamentari M5S Zanichelli, Lannutti e Sibilia chiamano in causa invece l’altro broker , la Diamond Private Investiment (presidente e a.d. Maurizio Sacchi). Nel consiglio di amministrazione della Dpi, infatti, figura un ex senatore ed ex sottosegretario alle finanze dei governi Berlusconi tra il 2001 e il 2006.

Nel sito della Dpi campeggia la foto tra i consiglieri dell’illustre economista Mario Baldassarri, che è stato viceministro alle finanze nei governi Berlusconi II e III tra i 2001 e il 2006, poi senatore di An e del Pdl, quindi nel gruppo di coordinatore del gruppo Futuro e Libertà (Fini dopo l’uscita dal Pdl), infine candidato non eletto nella lista Monti. I 5 Stelle lo accostano a Giuseppe Vegas, che è stato viceministro delle finanze nel quarto governo Berlusconi e dal 2013 è presidente della Consob, l’organismo di vigilanza della Borsa.

Attualmente Unicredit, Banca Intesa e Montepaschi hanno raggiunti accordi con le associazioni di tutela per il rimborso al 100% degli investimenti in diamanti: non così il Banco Bpm, verso il quale Federconsumatori ha annunciato iniziative di protesta: la prima proprio questa mattina a Reggio Emilia, con risparmiatori arrivati da tutta la Regione.

Scrivono Zanichelli, Lannutti e Sibilia:  “Si stimano in decine di migliaia gli italiani coinvolti nella famosa vicenda “diamanti da investimento”. Tra questi vi sono centinaia di risparmiatori emiliani, tutti truffati da broker e importanti istituti di credito che sono stati poi sanzionati per 15 milioni di euro dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

Ingannevoli e omissive sono state le offerte proposte e le modalità di acquisto dei diamanti, e a pagarne le conseguenze sono stati numerosi risparmiatori privati – aggiungono – Convinti di investire in un’operazione sicura, si sono invece ritrovati vittime di un meccanismo ingannevole che ha permesso ad alcuni istituti di credito di guadagnare indebitamente dai prezzi di vendita dei diamanti gonfiati, basati peraltro su una quotazione non ufficiale. A venir meno, è ancora una volta è la fiducia verso il sistema bancario e finanziario”.

E qui l’affondo: “Abbiamo identificato tramite visura che un esponente del Cda di una delle due società (Diamond Private Investment) è stato viceministro dell’Economia e delle Finanze con Giuseppe Vegas.
Poi il primo è finito a vendere diamanti tramite le banche, il secondo è arrivato ad essere a capo dell’organismo di vigilanza dei mercati finanziari.

Un grande segnale è stato dato oggi 29 maggio con la manifestazione in strada a Reggio Emilia contro la Banca Popolare di Milano, organizzata e sostenuta dalla Federconsumatori reggiana, che ha chiamato a raduno i risparmiatori di tutta la Regione rimasti coinvolti nella vicenda”.

“Non possiamo permettere che i risparmiatori reggiani vengano truffati impunemente”, ha dichiarato Davide Zanichelli. “I cittadini affidano alle banche i loro risparmi e il loro futuro, e nessuno si deve permettere di raggirarli. Il M5S si sta impegnando affinché i responsabili della vicenda paghino del danno arrecato ai risparmiatori truffati e li risarciscano per il valore delle loro perdite.
Siamo vicini agli stessi risparmiatori traditi che oggi sono stati in Piazza a Reggio Emilia a manifestare”.

AZanichelli ha predisposto un’interrogazione al Ministro dell’Economia e delle Finanze “colui che verrà scelto da Cottarelli e Mattarella dopo la forzatura di domenica, affinché venga fatta chiarezza sulla vicenda”.

SANGUE INFETTO / SPUNTANO 280 MILIONI REGALATI DAI MARCUCCI A POGGIOLINI PER “CONSIGLI”…

lavocedellevoci.it

1 giugno 2018

di: Andrea Cinquegrani

280 milioni di lire. E’ il bottino intascato da Duilio Poggiolini, il re Mida della Sanità e braccio destro dell’allora ministro Francesco De Lorenzo, solo per aver fornito alcuni consigli tecnici sulle documentazioni che il gruppo Marcucci avrebbe dovuto presentare al ministero della Salute in materia di emoderivati.

La somma venne consegnata da un dirigente dei Marcucci, Edo Rinaldi.

Una notizia clamorosa, fino ad oggi inedita. Alla redazione della Voce, infatti, è pervenuta una missiva anonima, contenente il verbale d’interrogatorio reso da Poggiolini ai carabinieri di Roma il 3 ottobre 1995.

DALLA FARMATRUFFA AGLI EMODERIVATI KILLER

Si era in pieno post Tangentopoli e freschi reduci dalla colossale Farmatruffa, costata la galera e poi i servizi sociali per il re Mida e per Sua Sanità: ricorderete che quest’ultimo trascorse parecchi mesi nella comunità di recupero dell’amico don Gelmini.

Andrea Marcucci. Sopra, Duilio Poggiolini

E dopo anni beccarono una condanna da non poco inflitta dalla Corte dei Conti nel 2011 e confermata da quella di Cassazione nel 2012: 5 milioni 164 mila euro a testa per aver danneggiato – con la Farmatruffa – l’immagine dello Stato.

A fine anni ’90, poi, sarebbe cominciato un altro maxi processo, quello per la strage del sangue infetto. Iniziò a Trento per via di una ponderosa denuncia presentata da Carlo Palermo, l’ex magistrato coraggio, poi avvocato e militante all’epoca nella Rete, il quale aveva acceso i riflettori su traffici di emoderivati in Veneto, scoperti dalle Fiamme gialle accatastati alla rinfusa tra ortaggi e baccalà in alcuni depositi.

Sono trascorsi esattamente vent’anni, dall’inizio del processo di Trento, poi emigrato dieci anni fa a Napoli dopo lunghe tribolazioni. Dove finalmente è cominciato nella primavera del 2016 e ora è alle battute finali: mancano solo due udienze che si terranno a giugno, poi la sentenza prevista per settembre.

Tra gli imputati alla sbarra figurano Poggiolini e una dozzina di ex dirigenti, funzionari o dipendenti delle aziende del gruppo Marcucci. Non è coinvolto nel processo Sua Sanità De Lorenzo, allora ottimo amico della famiglia Marcucci, tanto da candidare tra le fila del suo Pli, per le elezioni del 1991, Andrea Marcucci, figlio del patriarca Guelfo. Quell’Andrea Marcucci che è oggi il capogruppo del Pd al Senato, vero braccio destro di Matteo Renzi. Va anche ricordata la presenza di Renato De Lorenzo nello staff di vertice della Sclavo, antica perla dell’impero Marcucci.

Francesco De Lorenzo

Ma torniamo a bomba. Ossia al clamoroso verbale d’interrogatorio di quel 3 ottobre 1995. Eccone, di seguito, alcuni passaggi salienti.

Le dichiarazioni spontanee riguardano “l’importazione di plasma per la produzione in Italia di emoderivati”, viene subito precisato nel verbale.

“CONSIGLI TECNICI” DA 280 MILIONI DI LIRE

Esordisce Poggiolini: “Preliminarmente faccio presente che alla magistratura di Napoli ho spontaneamente dichiarato di aver ricevuto, senza alcuna richiesta, la somma complessiva di lire 280 milioni dal signor Rinaldi Edo, uno dei responsabili del gruppo industriale Marcucci, per conto dello stesso gruppo industriale, come manifestazione di riconoscenza per i consigli tecnici relativi alle documentazioni da presentare al ministero della Sanità, in ordine alle registrazioni di specialità medicinali compresi gli emoderivati, tenuto conto dell’evoluzone delle normative scientifiche e comunitarie”.

Precisa il re Mida: “A tal proposito escludo nella maniera più assoluta che le dazioni di denaro si siano riferite a qualsiasi procedura di importazione di plasma. I consigli tecnici, inerenti la registrazione delle specialità medicinali, consistevano, come negli altri casi da me spontaneamente dichiarati, nella indicazione delle casistiche cliniche da sottoporre a sperimentazione e nella individuazione degli obiettivi terapeutici che dovevano essere dimostrati”.

Continua la verbalizzazione: “In alcune circostanze, unitamente e anche separatamente, ho avuto modo di incontrare Guelfo Marcucci, dal quale però, direttamente, non ho mai ricevuto alcuna somma di denaro”.

Sulle autorizzazioni alle importazioni, ecco le sue parole. “Per quanto concerne le importazioni di plasma umano, l’autorizzazione viene concessa dal Ministero della Sanità sulla base delle norme previste dai decreti ministeriali del 1972 e del 1991. Preposti all’istruzione delle pratiche per il rilascio delle autorizzazioni erano i direttori della II Divisione. (…) Le autorizzazioni che mi venivano di volta in volta sottoposte per la firma erano numerose. Preciso che il mio compito era limitato alla convalida formale dell’atto autorizzativo, così come era predisposto dai funzionari incaricati a cui ineriva la responsabilità dell’istruttoria”.

Circa “autorizzazioni all’importazione di plasma che presentano delle irregolarità”, come fanno notare i carabinieri, Poggiolini risponde: “Prendo atto delle autorizzazioni che vengono esibite. A tal proposito non riconosco, come mia, la firma apposta sull’autorizzazione datata 4 settembre 1991. D’altra parte la stessa si riferisce ad una domanda della ditta Farmabiagini (una delle sigle dell’arcipelago Marcucci, ndr) datata 2 settembre 1991 ma depositata presso il Ministero della Sanità il 13 settembre 1991.

Infine una domanda sulle “normative susseguitesi nel tempo per fronteggiare i rischi da infezione da HIV e da HCV”. Così Poggiolini risponde: “Pur essendo venuto a conoscenza, come qui mi si informa, che proprio in quegli anni si sarebbero verificati una maggioranza di casi di HIV, per le somministrazioni di emoderivati, soprattutto per gli emofilici, è da ricordare che tale infezione non può farsi risalire ad un intervallo di tempo così vicino al periodo intercorrente tra il 1986 e l’11 febbraio 1987, in quanto è ben noto che l’insorgenza di sieropositività e casi di malattia HIV è ben posteriore alla data dell’assunzione dell’emoderivato che può variare dai 6 mesi a due o tre anni per la conversione di sieropositività e oltre un decennio per la malattia”.

QUALCHE INTERROGATIVO

Sorgono spontanee alcune domande. Come valuterà il presidente della sesta sezione penale del tribunale di Napoli, Antonio Palumbo, la storia dei “consigli” da 280 milioni di lire nell’economia del processo sugli emoderivati killer ormai alle battute finali?

Con quale logica 23 anni fa, nella sua verbalizzazione davanti ai carabinieri, Poggiolini pensava potesse mai risultare credibile la storiella del regalo non richiesto da 280 milioni di lire per alcuni consigli che anche un impiegato del ministero avrebbe potuto dare in cambio di una cena?

Che senso ha quella sorta di excusatio non petita, “escludo nella maniera più assoluta che le dazioni di danaro si siano riferite a qualsiasi procedura di importazione di plasma?”.

E sul fronte autorizzativo, lo scaricabarile delle responsabilità sulle spalle dei funzionari ministeriali?

E il mistero delle firme taroccate?

E’ poi giusta la ricostruzione ‘temporale’ effettuata da Poggiolini sulla somministrazione di emoderivati e l’insorgenza delle letali infezioni?

Ancora. Come mai una verbalizzazione di tale peso fino ad oggi non era venuta alla luce? Si è per caso persa tra le montagne di fascicoli, i traslochi degli scatoloni giudiziari da Trento a Napoli, oppure negli scantinati del centro direzionale di Napoli? O cosa?

Misteri nei misteri.

Gruppo Bilderberg: qual è la riunione segreta e i suoi membri stanno davvero organizzando il Nuovo Ordine Mondiale?

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Il segreto gruppo Bilderberg si riunisce per il suo incontro annuale la prossima settimana, che quest’anno si svolge a Torino, in Italia.

Un gruppo di eletti politici, dirigenti d’impresa, finanzieri e accademici del Nord America ed europei, il gruppo ha attirato una buona dose di sospetto nell’ultimo mezzo secolo, con i teorici della cospirazione che affermano con sicurezza che i suoi membri stanno tramando il Nuovo Ordine Mondiale e sono un inferno -concentrato sulla dominazione globale.

I manifestanti che credono che i Bilderberger rappresentino un “governo mondiale ombra” picchettano regolarmente i loro incontri annuali, creando un bisogno di alta sicurezza in ogni momento, ma i partecipanti insistono nel dire che il gruppo è semplicemente una società dibattuta che si svolge fuori dal bagliore dei riflettori politici. 

Una donna tiene un cartello di protesta davanti a un posto di blocco della polizia su una strada che porta all’Interalpen-Hotel Tirol, sede della conferenza del Bilderberg, il 12 giugno 2015 vicino a Telfs, in Austria (Christian Bruna / AFP / Getty)

Il gruppo pubblica la sua lista degli ospiti il ​​giorno prima della riunione annuale – tra 120 e 150 invitati dal comitato direttivo – insieme a un elenco delle materie che intendono discutere come un gesto verso la trasparenza. Questo di solito consiste in questioni di ampia portata come le preoccupazioni macroeconomiche, la minaccia del terrorismo e la sicurezza informatica.

Tuttavia, non vengono presi minuti e il risultato delle loro discussioni non è reso pubblico, quindi il presupposto che siano una sinistra cabala di ricchi e potenti con qualcosa da nascondere.

Il gruppo Bilderberg prende il nome dall’Hotel de Bilderberg a Oosterbeek, nei Paesi Bassi, dove i suoi membri si riunirono per la prima volta il 29 maggio 1954 su invito del principe Bernardo di Lippe-Biesterfeld.

I suoi fondatori – tra cui il politico polacco in esilio Jozef Retinger, l’ex primo ministro belga Paul van Zeeland e Paul Rijkens, ex capo del gigante dei beni di consumo Unilever – erano preoccupati per l’atmosfera prevalente del sentimento anti-americano nell’Europa del dopoguerra in un momento in cui gli Stati Uniti stavano godendo di un boom dei consumi mentre tenevano in mano il destino del continente in via di ripresa attraverso il piano Marshall . 

Il gruppo sperava di rianimare uno spirito di fratellanza transatlantica basato sulla cooperazione politica, economica e militare, necessaria durante la Guerra Fredda, quando l’ URSSrafforzò la sua presa ferrea sui suoi satelliti orientali. 

Sessantuno delegati, tra cui 11 americani, provenienti da un totale di 12 paesi hanno partecipato alla conferenza inaugurale, con candidati scelti per offrire punti di vista conservatori e liberali, tra cui il futuro leader laburista Hugh Gaitskell. Il suo successo ha comportato il susseguirsi di riunioni successive in Francia, Germania, Danimarca prima della prima in terra americana a St Simons Island in Georgia.

Il conduttore radiofonico americano Alex Jones si è rivolto ai media in un accampamento di manifestanti davanti all’hotel The Grove a Watford, per poi ospitare la conferenza annuale del Bilderberg , il 6 giugno 2013 ( Oli Scarff / Getty)

L’obiettivo primario del Gruppo Bilderberg è stato ampiamente ampliato fino a comprendere un capitalismo del libero mercato occidentale nel corso degli anni, sebbene i teorici della cospirazione ritengano che il loro programma sia quello di imporre il fascismo globale o il marxismo totalitario. Non sono sicuri di quale.

Sebbene i membri di regola non discutano di ciò che accade nelle sue conferenze, il deputato laburista e il vice leader del partito Denis Healey, membro del comitato direttivo per più di 30 anni, ha offerto una chiara dichiarazione delle sue intenzioni quando interrogato dal giornalista Jon Ronson per il suo libro Loro nel 2001. 

“Dire che stavamo lottando per un governo mondiale è esagerato, ma non del tutto ingiusto”, ha detto. “Quelli di noi del Bilderberg pensavano che non potessimo continuare a combattere per l’un l’altro per nulla e uccidere persone e rendere milioni di senzatetto, così abbiamo sentito che una singola comunità in tutto il mondo sarebbe stata una buona cosa”.

Altri noti politici britannici che hanno accettato l’invito del gruppo includono i conservatori Alec Douglas-Home e Peter Carrington – che presiedevano la commissione tra il 1977 e il 1980 e tra il 1990 e il 1998 rispettivamente – e Margaret Thatcher, David Owen, Tony Blair, Peter Mandelson, Ed Balls , Ken Clarke e George Osborne. Anche i principi Philip e Charles.

Henry Kissinger è un abituale, mentre Helmut Kohl, Bill Clinton, Bill Gates, Christine Lagarde e Jose Manuel Barroso hanno tutti preso parte tra i miliardari e i dirigenti delle principali banche, corporazioni e bigwigs dell’industria della difesa. Forse sorprendentemente,  Michael O’Leary di Ryanair ha partecipato all’evento 2015 a Telfs-Buchen nel Tirolo austriaco.

Piuttosto che un’organizzazione simile a SPECTRE che rafforza i suoi interessi scegliendo i presidenti e controllando l’opinione pubblica attraverso i media, il gruppo Bilderberg non è niente di più sinistro di “un occasionale club di cena”, secondo David Aaronovitch, autore di Voodoo Histories (2009).

Ma anche se il gruppo Bilderberg non fosse la schiavitù schifosa di David Icke in cappucci di seta, l’idea che fossero raggruppati con gli Illuminati ha fornito un comodo dispositivo di occultamento, dice la giornalista Hannah Borno. 

“Le teorie del complotto sono state al servizio del gruppo abbastanza bene, perché qualsiasi serio esame potrebbe essere liquidato come isterico e acuto”, ha detto. “Ma guarda l’elenco dei partecipanti: queste persone hanno sgombrato i giorni dai loro programmi estremamente occupati”.

 

SUMMIT BILDERBERG A TORINO / OK O STOP AL GOVERNO GIALLOVERDE DA BIG DRAGHI & C.?

di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it 2 giugno 2018

Il copione sembra uscito dalla penna di Forsyth, per un thriller politico che più giallo (verde) non si può. La prima autentica verifica sulla forza del neo governo nei confronti dei potenti d’Europa, e non solo, si celebra ad una settimana esatta dal giuramento dei ministri davanti al capo dello Stato Sergio Mattarella.

Si apre infatti il 7 giugno, a Torino, il mega summit dei Bilderberg, l’appuntamento annuale dei potenti della Terra che si incontrano ritualmente in una location fino all’ultimo momento top secret per discutere & decidere i destini del mondo.

Mario Draghi. In apertura il sindaco di Torino Chiara Appendino

Al tavolo dei Bilderberg siede storicamente la crema dei Poteri Forti, anche di casa nostra: da Mario Draghi a Mario Monti, da Romano Prodi a Giulio Tremonti, per far solo il nome di alcuni papaveri della nomenklatura politico-finanziaria italiana.

Ad alcuni summit ha preso parte anche Paolo Savona, per giorni al centro dell’infuocato dibattito e neo ministro per gli Affari europei nel neonato esecutivo tra Lega e 5 Stelle.

Verrà sancito, a Torino, un armistizio tra le possenti armate comandate dal capo della Bce Draghi e quelle, più sparpagliate, che fanno riferimento all’ex ministro dell’era Ciampi? Sarà di nuovo guerra aperta? O cosa?

DAL LAGO MAGGIORE ALL’OMBRA DELLA MOLE

Non è noto l’elenco dei partecipanti al summit, ancora avvolto nel più rigoroso riserbo. Con ogni probabilità non vi prenderanno parte i due protagonisti della singolar tenzone, Draghi e Savona: ma è certo che tra le ovattate stanze della location torinese prescelta per l’evento, l’argomento – pur certo non all’ordine del giorno – verrà sussurato tra un tavolo di lavoro e l’altro. E verrà misurata l’attuale ‘temperatura’ di quella nomenklatura, certo non disposta a cedere un centimetro del Potere fino ad oggi conquistato: sempre a scapito degli interessi dei cittadini, tanto per spartirsi meglio non solo le risorse, ma anche i destini di interi pezzi delle nazioni.

Paolo Savona

La conferma dell’appuntamento dei Bilderberg a Torino ha cominciato a rimbalzare circa tre mesi fa, dopo alcune dichiarazioni rilasciate dalla premier serba Ana Brnabic. In ballo, però, c’era anche la candidatura di Venezia, rimasta in piedi fino a qualche settimana fa. Una delle più recenti conferme è arrivata da Franco Bernabè, l’ex numero uno di Telecom Italia, numero due di Banca Rothschild, membro del Comitato decisionale del gruppo Bilderberg e partecipante in pratica a tutti i summit (ne ha mancati solo un paio) dal 1994 ad oggi. L’ufficializzazione, poi, qualche giorno fa, sul sito ufficiale griffato Bilderberg, in cui viene precisato che la location e l’elenco degli ospiti verrà diramato solo “a few days before the Meeting”, un paio di giorni prima dell’Evento.

Cominciamo, appunto, dalla location, Torino. Non sfugge un particolare: il capoluogo piemontese da due anni esatti è guidato dal sindaco pentastellato Chiara Appendino. Un esame per il primo cittadino? Un segnale di gradimento dei Potenti alle gestioni 5 Stelle?

Torniamo a Savona. Il quale ben conosce quegli ambienti di Potere. Lo stesso super economista rievoca con grande entusiamo una sua precedente partecipazione: “Con Gianni Agnelli ho dei bei ricordi, tra cui il viaggio per recarci all’incontro del gruppo dei Bilderberg al quale mi aveva invitato. Viaggiammo sul Concorde. Agnelli era in jeans e giacca blu, orologio sul polsino, con una inesauribile sete di sapere”. Ottima e abbondante rimembranza.

Di prassi gli incontri si svolgono un anno in Europa e l’anno seguente negli States. L’appuntamento 2017, ad esempio, si tenne negli Usa, nella splendida cornice di Chatilly, in Virginia, dal 1 al 4 giugno, esattamente un anno fa.

LA STIRPE DEI DRAGHI

La Voce scrisse un ampio reportage sull’ultimo incontro italiano, quello del 3 giugno 2004, a Stresa. Nell’inchiesta compariva un elenco delle guest star che avevano preso parte ad almeno un summit, compreso quello in riva al Lago Maggiore.

Ad aprire le danze non poteva mancare il nome del super Avvocato, Gianni Agnelli, accompagnato dal fratello, Umberto.

Emma Bonino

Seguiva poi quello di Emma Bonino, all’epoca membro della Commissione Europea. Un paio di mesi fa, nel salotto di Otto e Mezzo, Bonino ha difeso a spada tratta i summit targati Bilderberg: “Non siamo mica il Ku Klux Klan”, ha sbottato davanti a Lilli Gruber: la quale, dal canto suo, non solo è abituata a non perdersi un summit, ma siede perfino nella ‘commissione permanante‘ italiana del gruppo, in compagnia di John Elkan.

L’elenco proseguiva con i nomi di altri giornalisti, come Lucio Caracciolo (direttore di Limes), Ferruccio De Bortoli (RCS Libri), Gianni Riotta (editorialista La Stampa), Carlo Rossella (editorialista La Stampa), Walter Veltroni (direttore l’Unità), Barbara Spinelli (corrispondente da Parigi de La Stampa). Queste le qualifiche di allora, evidentemente cambiate nel tempo.

E continuava, quell’elenco, con i papaveri dell’economia, della finanza e della politica. Ecco alcuni nomi, fior tra fiori. Rodolfo De Benedetti (Cir), Innocenzo Cipolletta (direttore generale Confindustria), Paolo Fresco (presidente Fiat), Rainer Masera (direttore generale IMI), Corrado Passera (Banca Imi), Alessandro Profumo (Credito Italiano), Marco Tronchetti Provera (Pirelli spa), Gabriele Galateri (Mediobanca).

Quindi gli ex ministri e top della prima repubblica Gianni De Michelis (Esteri, Psi), Claudio Martelli (Giustizia, Psi), Virginio Rognoni (Difesa, Dc), Renato Ruggiero (Commercio Estero), Tommaso Padoa Schioppa (Tesoro, ma allora ai vertici della Bce), Giulio Tremonti (Economia) e Romano Prodi (due volte premier e all’epoca Presidente Ue).

Last but non least i big Mario Monti, allora super commissario Ue, Mario Draghi, all’epoca direttore al Tesoro, e anche Domenico Siniscalco (direttore generale proprio all’Economia), il cui nome è rimbalzato in questi giorni nel toto premier-ministri.

NON SOLO BILDERBERG

In queste ore tra i media di casa nostra Savona viene passato ai raggi x. Sul ‘Fatto quotidiano‘ fanno capolino le indiscrezioni, poi smentite dagli stessi ambienti grillini, di possibili affiliazioni massoniche a logge americane. Quindi l’accostamento al nome di Armando Corona, l’ex super massone sardo che faceva capo al Pri di Ugo e poi Giorgio La Malfa, stella polare dello stesso Savona.

Quindi i freschi endorsement di un vip del calibro di Luigi Bisignani a favore del mancato ministro per l’Economia. E ancora i super apprezzamenti elargiti in abbondanti dosi dal massone ‘progressista’ e animatore del Movimento Roosevelt, Gioele Magaldi, autore di una vera enciclopedia sulla nomenklatura dei “massoni conservatori” affiliati alle cosiddette Ur Lodges che dominano in Europa (Italia ben compresa) e nel mondo.

Luigi Di Maio all’ISPI con Carlo Secchi

E rimbalzano in rete le immagini di un allegro Luigi Di Maio a tavola con i vertici dell’ISPI, ossia l’Istituto di Studi per le Politiche Internazionali presieduto da Giampiero Massolo, ex numero uno del DIS (Dipartimento Informazione Sicurezza) e mancato ministro degli Esteri nel governo Conte. Di Maio è seduto fianco a fianco con l’altro vertice di Ispi Carlo Secchi, economista ed ex rettore della Bocconi: Secchi è anche presidente per l’Italia della ancor più potente associazione paramassonica che domina i destini del mondo, la Trilateral. Direttore dell’Ispi e al tempo stesso segretario del gruppo italiano che fa capo a Trilateral è poi Paolo Magrì.

Giampiero Massolo

Insomma, un bell’ambiente con il quale il protagonista dello storico ‘cambiamento’ che volterà l’Italia come un calzino, Di Maio, s’è piacevolmente intrattenuto ben prima delle elezioni del 4 marzo. Tanto per ‘rassicurare’ i mercati e gli investitori internazionali.

Tornando al prossimo super meeting dei Bilderberg, brinderanno al nuovo governo gialloverde i potenti riuniti all’ombra della Mole? Oppure verranno seguite le raccomandazioni di Draghi & C.?

E di quale stampo saranno mai, quei consigli?

 

 

Perché il quadro internazionale è meno favorevole per l’economia italiana

 startmag.it 2 giugno 2018

L’analisi dell’economista Fedele De Novellis, responsabile di Congiuntura Ref 

Il 2018, anno che aveva avuto inizio all’insegna dei migliori auspici, si sta caratterizzando per un graduale deterioramento della congiuntura economica internazionale. Diverse variabili iniziano a volgere in una direzione meno positiva, in buona misura a seguito degli orientamenti della politica economica americana. In breve, possiamo limitarci a segnalare quattro aspetti: la crescita dei tassi d’interesse Usa e il rafforzamento del dollaro; l’inizio delle tensioni finanziarie nei paesi emergenti; l’instabilità politica internazionale e l’aumento del prezzo del petrolio; i segnali di rallentamento della congiuntura globale. Sul primo punto, l’avvio di una fase di deterioramento delle condizioni finanziarie internazionali è legato alla normalizzazione della politica monetaria Usa. Un altro rialzo dei tassi da parte della Fed è atteso a breve, a fronte di tassi invariati nelle altre maggiori economie avanzate.

Si tratta di un percorso relativamente scontato da parte dei mercati, considerando che l’economia americana è entrata da tempo in una fase avanzata del ciclo, e che andrebbe gestito con estrema gradualità. I compiti della Fed sono stati resi più complessi dalla politica fiscale espansiva del Governo e dall’avvio della fase delle “schermaglie tariffarie” per ora agli inizi, ma che rischia di avviare una fase di reciproche ritorsioni fra paesi, con effetti negativi sull’andamento del commercio mondiale. Sul secondo aspetto, l’effetto degli aumenti dei tassi Usa è stato quello di riportare i capitali internazionali verso il dollaro. La fuoriuscita di capitali si sta rivelando, come sempre in questi casi, di tipo selettivo: spinte al ribasso di entità significativa hanno caratterizzato, dopo il Venezuela, soprattutto le valute di Argentina e Turchia, ma questo potrebbe essere solo l’inizio di una sequenza in cui il peggioramento delle condizioni finanziarie si estende, con intensità diversa, a un numero elevato di paesi. Terzo, l’attivismo di Trump sui temi di politica estera non è secondo a quello sui temi economici.

Lo scenario mediorientale è adesso al centro delle tensioni. In particolare, vi è incertezza sulla possibilitàche si interrompa il flusso delle esportazioni da parte dell’Iran. Le quotazioni del greggio hanno registrato una crescita significativa, e anche questo è un punto che modifica in peggio lo scenario. L’aumento dell’inflazione che dovremmo osservare nei prossimi mesi è per sua natura di carattere transitorio, e non dovrebbe modificare le scelte delle banche centrali; è comunque un ulteriore elemento di complicazione nella strategia della Fed: aumenti temporanei dell’inflazione possono diventare più facilmente di carattere permanente nella misura in cui condizionano le aspettative d’inflazione, circostanza più probabile in un contesto di full employment dove iniziano già a manifestarsi aumenti dei salari. Quarto, l’economia mondiale si mantiene su un sentiero di crescita, ma la fase più vivace del ciclo è alle nostre spalle. I dati di contabilità nazionale relativi alle maggiori economie hanno evidenziato una fase di decelerazione dell’attività economica nel primo trimestre dell’anno. Il rallentamento ha interessato tanto le economie avanzate quanto i paesi emergenti.

La decelerazione osservata a inizio anno non dovrebbe essere un fatto di carattere episodico; le inchieste congiunturali presso le imprese, disponibili per diversi paesi sino al mese di maggio, indicano che nel secondo trimestre non vi è stata una nuova accelerazione. Tale frenata è risultata peraltro piuttosto evidente nel caso della Germania, l’economia europea a maggiore vocazione all’export, e quindi più esposta alle fluttuazioni della domanda internazionale.

L’economia mondiale si sta in sostanza mantenendo lungo un sentiero di ripresa, ma a ritmi meno vivaci rispetto all’anno scorso.

Nel complesso, quindi, nel 2018 stiamo attraversando un passaggio verso uno scenario internazionale caratterizzato da condizioni finanziarie meno accomodanti, una decelerazione della domanda internazionale, un prezzo del greggio più elevato.

Quanto basta per dire che nei prossimi mesi le cose peggioreranno anche da noi.

Scandalo diamanti: Bpm apre al dialogo e convoca i risparmiatori. VIDEO

Margherita Grassi reggionline.com 29 maggio 2018

La manifestazione e le voci dei risparmiatori che chiedono la restituzione dei soldi investiti davanti al portone del Banco San Geminiano e San Prospero

REGGIO EMILIA – Circa 200 risparmiatori, che alla Banca Popolare di Milano hanno acquistato diamanti a prezzo gonfiato, hanno manifestato questa mattina in via Roma, davanti alla sede del Banco San Geminiano e San Prosperoche oggi fa parte del gruppo Bpm. Sono salite a quasi 500 le persone che si sono rivolte nel reggiano a Federconsumatori per avere indietro i risparmi. Ma mentre Unicredit, Banca Intesa e Monte dei Paschi di Siena hanno accettato di restituire integralmente gli importi versati dai clienti, la Popolare di Milano continua a tergiversare. Margherita Grassi ha raccolto le voci degli investitori e del presidente provinciale di Federconsumatori.

VIDEO

http://www.reggionline.com/la-protesta-dei-diamanti-200-davanti-alla-sede-bpm-reggio-emilia-video/

I motivi strutturali per cui l’Italia è nei guai

Chiara Degl’Innocenti panorama.it 1 giugno 2018

italia

– Credits: iStock

L’Italia è politicamente pericolosa ed è un Paese da “Maneggiare con cura”. Il governo di Giuseppe Conte parte con questa definizione sulla testa. L’autorevole settimanale britannico The Economist, nella sua edizione europea, gli appiccica questa etichetta che, con il duo Lega-M5s, faticherà a togliersi di dosso apparendo ora più che mai come una nazione complicata, come una bomba prossima all’esplosione soprattutto dal punto di vista strutturale. E i motivi per cui l’Italia è nei guai li riassumiamo in 5 punti qui di seguito.

Ital-exit

Come l’Economist stesso sottolinea, il 4 marzo scorso metà degli elettori italiani ha votato per due partiti populisti che fino a poco tempo fa preferivano abbandonare l’euro: l’anticonformistaMovimento di Grillo ha trionfato nel sud più povero mentre la Lega xenofoba ha messo a segno la vittoria nel nord più ricco. Nessuno dei due partiti ha portato avanti la bandiera anti-euro durante la campagna elettorale ma la nuova formazione populista mette sull’avviso gli investitori riguardo alle debolezze profonde che stanno peggiorando e diventando più difficili da risolvere. “Per evitare un’eventuale esplosione, l’Italia ha bisogno di un’attenta gestione e di un cambio di mentalità, sia dei suoi politici che dei politici europei. La preoccupazione è che nessuno dei due sembra probabile” scrive il settimanale.

Le politiche costose dei duo Lega-MS5

Qualunque sia la conclusione, prosegue l’Economist “l’Italia rischia, con questo suo primo governo populista, di approdare “a politiche spendaccione”, come flat tax e reddito di cittadinanza che “potrebbero costare fino al 6% del PIL annuale. Una generosità che l’Italia non può permettersi con il suo debito pubblico al 132% del PIL, il più alto al mondo dopo il Giappone e la Grecia”. E poi “il vero problema dell’Italia è il mix debilitante che c’è tra una crescita cronicamente bassa e di un debito pubblico molto elevato. Una bassa crescita determina standard di vita stagnanti che l’Italia non può eliminare solo attraverso il proprio debito; un debito elevato porta il Paese a non riuscire ad utilizzare lo stimolo fiscale per rilanciare l’economia, specialmente se c’è un altro rallentamento. Anche con la ripresa globale degli ultimi anni, l’Italia rimane una delle economie con le peggiori performance dell’Europa”.

Le poche idee confuse della maggioranza

Il problema più grande dei populisti, prosegue il settimanale britannico, è che hanno un’idea vaga di come affrontare la tante cause della stagnante produttività italiana: “Un rigido e duplice mercato del lavoro; mercati del prodotto non competitivi; la proliferazione di imprese a conduzione familiare che non crescono; un sistema bancario bloccato da crediti inesigibili; un sistema educativo poco efficace; e, più recentemente, una fuga di cervelli”.

Dall’Ue alla zona euro, alla Germania

“Lo stesso vale per la zona euro nel suo complesso. La sua cosiddetta unione bancaria è incompleta; i suoi mercati dei capitali sono sottosviluppati. E tutte le proposte per un bilancio sostanziale per aiutare i paesi stretti nella camicia di forza dell’euro, ad adattarsi agli shock, sono state respinte. I paesi creditori, guidati dalla Germania, hanno affermato che non accetteranno una maggiore condivisione del rischio senza una maggiore riduzione del rischio stesso. La richiesta dei populisti italiani di abolire le restrizioni di bilancio non fa altro che approfondire la convinzione della Germania che non ci si può fidare dell’Italia”.

Gli euroscettici e i rischi di una riforma inadeguata

“Fondatrice dell’UE, l’Italia è stata per tanto tempo uno dei membri più europei, mentre ora è tra i più euroscettici. Ma i populisti sanno che la maggior parte degli italiani, anche quelli che li hanno votati, non vogliono vedere volatilizzarsi risparmi e lavoro lasciando la moneta unica. Questo è il motivo per cui è stata attenuata la retorica anti-euro, anche se non capiscono che vivere in una moneta unica richiede un’economia flessibile. Allo stesso modo, la Germania deve ancora accettare che, se vuole prosperare, la zona euro deve avere una maggiore condivisione dei rischi. Una riforma inadeguata e visioni incompatibili del futuro dell’euro sono una combinazione velenosa e insostenibile. Se le turbolenze in Italia e la paura dei mercati servissero come promemoria di tali pericoli, e quindi a stimolare le riforme a Roma e a Bruxelles, allora potrebbe accadere qualcosa di buono. Il rischio è che renderà ogni riforma più difficile, se non impossibile”.

Finpiemonte, via la direttrice

lospiffero.com 1 giugno 2018

Perlo rassegna le dimissioni qualche mese prima della pensione. Sul suo operato pesanti rilievi degli ispettori di Bankitalia. E’ stata lei a firmare il contratto di mandato per il conto svizzero dal quale sono spariti i 6 milioni

Dopo quasi nove anni alla guida operativa di FinpiemonteMaria Cristina Perlo ha rassegnato le dimissioni da direttore generale con un anticipo di tre mesi rispetto ai requisiti per la pensione. Una decisione formalizzata oggi ma che era nell’aria da quando lo scandalo dei fondi “spariti dai conti svizzeri ha travolto la finanziaria regionale. Giusto il tempo di affiancare il successore, di cui sono già iniziate le ricerche, e poi la Perlo uscirà definitivamente dal portone di Galleria San Federico. Seppur al momento estranea dall’inchiesta giudiziaria che ha portato in carcere l’ex presidente Fabrizio Gatti, sull’operato della direttrice vi sono molti rilievi, in parte contenuti nella relazione degli ispettori di Bankitalia, in particolare sui controlli interni dimostratisi a dir poco inefficienti. È stata la Perlo, infatti, a firmare il contratto tra la finanziaria e banca Vontobel per l’apertura di un conto cui sono stati depositati i 50 milioni e dal quale sono poi “spariti” 6 milioni e a causa di investimenti a rischio sono stati prodotti 5 milioni di minusvalenze. Per gli uomini di Palazzo Koch oltre all’anomala sottoscrizione di un “contratto di mandato”, era praticamente impossibile che nessun dirigente si fosse accorto delle strane movimentazioni.

E così, mentre la Regione avvia la procedura che porterà nel breve a circoscrivere l’attività di Finpiemonte agli ambiti tradizionali di ente strumentale, anche gli assetti subiscono una profonda revisione. La Perlo non sarà l’unica a fare i bagagli: la procedura si concluderà con la designazione di un nuovo presidente, visto che l’attuale numero uno, Stefano Ambrosini, ha annunciato l’intenzione di lasciare appena terminata l’emergenza, e comunque al massimo entro l’autunno.

Il governatore Sergio Chiamparino, insieme al vicepresidente Aldo Reschigna e all’assessore alle società partecipate Giuseppina De Santis, affidano a una nota l’apprezzamento “per il grande lavoro svolto in questi ultimi mesi e settimane dal presidente e dal Consiglio di amministrazione, nella massima convinzione che il cda è attrezzato al meglio a guidare i diversi passaggi necessari alla trasformazione della società in base alle scelte condivise con il socio e alle prescrizioni ricevute da Bankitalia”. La Regione “consapevole delle sfide che tali procedure comporteranno per le prossime settimane  per tutte le persone che ogni giorno lavorano in Finpiemonte”, assicurano che “da parte del socio principale non verrà mai meno disponibilità, sostegno e collaborazione in una fase certamente molto complessa, nella certezza che il tutto richiederà risposte rapide ed efficaci a sostegno del ruolo strategico di Finpiemonte nel sistema economico del territorio e che tali risposte sono chiamati a darle la Giunta regionale, il cda e gli stessi dipendenti”.

Cose da pazzi. Nelle stanze del potere

Fausto Panunzi laviche.info 2 giugno 2018

l piano per preparare una possibile uscita dall’euro può aumentare la forza di contrattazione rispetto ai partner europei, ma anche indurre una fuga di capitali. Non proprio la condizione ideale per sedersi al tavolo negoziale.

Il Piano B, quello per preparare un’eventuale uscita dell’Italia dall’euro, ha giocato un ruolo importante nella risoluzione della crisi di governo. In particolare, avere partecipato alla sua definizione è costato al prof. Paolo Savona il posto di ministro dell’Economia. In un post sul sito Scenari economici, Savona ha successivamente chiarito meglio il suo pensiero: “… avrei chiesto all’Unione Europea di dare risposte alle esigenze di cambiamento che provengono dall’interno di tutti i paesi-membri; aggiungo che ciò si sarebbe dovuto svolgere secondo la strategia di negoziazione suggerita dalla teoria dei giochi che raccomanda di non rivelare i limiti dell’azione, perché altrimenti si è già sconfitti…”. Semplificando: una delegazione del governo italiano sarebbe andata a Bruxelles (o a Berlino) e avrebbe detto: o le regole della Ue cambiano in una direzione a noi più favorevole o attuiamo il piano B, l’uscita dall’euro, costoso per l’Italia ma anche per gli altri paesi dell’Unione.

La minaccia del caos nei mercati

Affinché possa indurre ad ottenere concessioni dalla controparte, una minaccia deve avere due caratteristiche: la sua attuazione deve far male all’avversario e deve essere credibile. La prima caratteristica è facilmente rispettata: un’uscita dell’Italia scatenerebbe il caos nei mercati finanziari e metterebbe in discussione l’architettura della moneta unica. Un’Italia con una moneta svalutata sarebbe, nel breve termine, un concorrente temibile su molti mercati per gli altri paesi dell’Unione. Una minaccia di uscita italiana dall’euro è quindi diversa da una minaccia della Grecia, troppo piccola per fare veri danni ai partner europei. La seconda condizione è più problematica: l’uscita dall’euro danneggerebbe anche molte famiglie italiane, che si ritroverebbero con i loro risparmi in una moneta svalutata. Questo danno, sebbene di difficile quantificazione, rischia di essere molto elevato. Perché mai un governo dovrebbe applicare un piano che danneggia i suoi cittadini? Occorre introdurre nell’analisi un altro elemento.

In un recente articolo su Project Syndicate, il prof. Harold James della Princeton University ci ricorda il ruolo dei “Pazzi al potere” (Madmen in Authority).  La parola “pazzo” non va presa letteralmente. Per pazzo si intende in questo caso qualcuno che ha preferenze tali da attuare la minaccia. Ciò potrebbe accadere per diverse ragioni. Ad esempio, si può pensare che i partiti che sostengono il governo verranno puniti dagli elettori se non realizzeranno il programma con cui sono stati votati. Ridiscutere le regole europee, per quanto vaga, è un’affermazione che sia il Movimento 5 stelle che la Lega hanno fatto durante la campagna elettorale. E si è visto che ormai gli elettori puniscono inesorabilmente chi non mantiene le promesse. Una possibilità alternativa è che un governo gialloverde sottostimi i costi di uscita dall’euro per l’Italia. Di fronte alle richieste di un “pazzo” che può fare molti danni, a volte è meglio cedere. Ovviamente questo crea un incentivo a farsi credere pazzi prima di sedersi ad un tavolo negoziale. Nel caso concreto, gli interlocutori europei non saprebbero se fronteggiano un pazzo vero o uno che si finge pazzo, se il piano B è una pistola scarica o con il colpo in canna. E cederanno solo se attribuiscono una probabilità sufficientemente elevata alla credibilità della minaccia.

Una pistola sul tavolo della trattativa

Le cose sono ancora più complicate perché in un governo di coalizione le opinioni sono diverse. Quanti al suo interno avrebbero condiviso la decisione di attuare il piano B? E anche tra i partner europei la stima sui danni derivanti da una Italexit potrebbero differire. L’esito di un negoziato fatto in queste condizioni è per sua natura imprevedibile e non è affatto scontato che le richieste italiane sarebbero accolte. Cosa avrebbe fatto in tal caso un governo con il prof. Savona come ministro dell’Economia? Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai. Ma c’è un’ulteriore considerazione da fare. Gli investitori, coloro che sottoscrivono i titoli di stato, non vogliono aspettare di conoscere la risposta a questa domanda. Restare in una stanza in cui c’è una pistola, scarica o meno, non li rassicura. Fuor di metafora, come si è visto nei giorni scorsi, non appena si è percepito il rischio di ridenominazione, c’è stata un’ondata di vendite con relativa risalita dello spread. Se si sbandiera orgogliosamente la minaccia di uscire dall’euro, saranno gli euro delle famiglie italiane a uscire prima dai confini nazionali. Per impedirlo, la Grecia nel giugno 2015 ha dovuto introdurre controlli ai capitali. Non esattamente la condizione ideale per sedersi al tavolo negoziale.