Italia, il 2 giugno della ritrovata unità

tvsvizzera.it 2 giugno 2018

L'Altare della Patria (Roma) visto dal basso, sorvolato da 9 jet militari che lasciano una scia tricolore verde/bianco/rosso
Roma, Altare della Patria. Lo spettacolo della pattuglia acrobatica dell’Aeronautica militare conosciuta come Frecce Tricolori.

(Keystone)

Si celebra sabato in Italia la Festa della Repubblica. Una ricorrenza che assume un significato particolare, dopo la lunga crisi istituzionale seguita alle elezioni del 4 marzo, e coincide con la prima uscita pubblica del nuovo presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

Fino a pochi giorni fa, il 72esimo anniversario dalla nascita della Repubblica italiana -che nel referendum del 2 e 3 giugno 1946 si impose sulla monarchia- rischiava di assumere un significato opposto, all’unità nazionale e di valori. Di diventare una giornata di protesta contro le istituzioni e la politica.

Invece, mentre il tricolore sventola sugli edifici pubblici e all’Altare della Patria, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sfila tra gli applausi, accanto alla neo ministra della difesa Elisabetta Trenta, attorniato dai presidenti di Camera dei deputati e Senato.

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/02-06-2018-italia-il-governo-alla-sfilata-del-2-giugno?id=10539098&startTime=5.491893

Intanto, il 2 giugno è stato celebrato anche nelle rappresentanze diplomatiche italiane. Come venerdì sera in Bulgaria, dove l’ambasciatore d’Italia Stefano Baldi ha offerto un ricevimento nella sua residenza a Sofia.

Baldi, di fronte a personalità politiche, culturali, sociali ed economiche, si è tra l’altro congratulato per la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea, che volge al termine, e ha sottolineato l’amicizia tra i due Paesi ricordando alcune iniziative quali la Giornata del design e la Settimana del cinema italiano in Bulgaria.

Italia-USA, “valori e ideali condivisi”

L’ambasciatore negli Stati Uniti, Armando Varricchio, è stato invece ricevuto alla Casa Bianca, dove di fronte al segretario di Stato Mike Pompeo ha confermato il continuo impegno a rafforzare i l’amicizia e i floridi rapporti tra Italia e USA, “uniti dalla condivisione di valori ed ideali”.

“Molti dei pilastri su cui si fonda la democrazia americana”, ha osservato da parte sua Donald Trump, nel messaggio letto alla Casa Bianca, “trovano le loro radici negli scritti di filosofi di epoca romana e di pensatori italiani”. Il presidente USA ha fatto inoltre riferimento ai “grandi italo-americani che continuano a rafforzare il nostro Paese”.

Scandalo dei diamanti: ex-viceministro è consigliere di una società coinvolta

http://www.reggioreport.it 29 maggio 2018

29/5/2018 – Lo scandalo dei “diamanti da investimento”, per il quale 4 grandi banche e due broker sono stati sanzionati dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato con multe per quindici milioni di euro,  riverbera le sue ombre anche sul mondo politico. La questione è al centro di una interrogazione parlamentare del deputato reggiano dei 5 Stelle Davide Zanichelli che firma una nota dai contenuti politicamente esplosivi insieme ai colleghi Elio Lannutti e Carlo Sibilia.

E’ noto che la grande maggioranza degli investitori truffati, e che stanno ottenendo rimborsi pieni da tre banche su quattro, è concentrata tra Reggio Emilia, Parma e Modena. Inoltre uno dei protagonisti dell’intricata vicenda, il presidente e amministratore delegato della  Intermarket Diamond business, il reggiano Claudio Giacobazzi, è stato trovato morto quindici giorni fa con un sacchetto di plastica stretto intorno alla testa nella camera di un hotel in prossimità del casello autostradale di Reggi Emilia.

I parlamentari M5S Zanichelli, Lannutti e Sibilia chiamano in causa invece l’altro broker , la Diamond Private Investiment (presidente e a.d. Maurizio Sacchi). Nel consiglio di amministrazione della Dpi, infatti, figura un ex senatore ed ex sottosegretario alle finanze dei governi Berlusconi tra il 2001 e il 2006.

Nel sito della Dpi campeggia la foto tra i consiglieri dell’illustre economista Mario Baldassarri, che è stato viceministro alle finanze nei governi Berlusconi II e III tra i 2001 e il 2006, poi senatore di An e del Pdl, quindi nel gruppo di coordinatore del gruppo Futuro e Libertà (Fini dopo l’uscita dal Pdl), infine candidato non eletto nella lista Monti. I 5 Stelle lo accostano a Giuseppe Vegas, che è stato viceministro delle finanze nel quarto governo Berlusconi e dal 2013 è presidente della Consob, l’organismo di vigilanza della Borsa.

Attualmente Unicredit, Banca Intesa e Montepaschi hanno raggiunti accordi con le associazioni di tutela per il rimborso al 100% degli investimenti in diamanti: non così il Banco Bpm, verso il quale Federconsumatori ha annunciato iniziative di protesta: la prima proprio questa mattina a Reggio Emilia, con risparmiatori arrivati da tutta la Regione.

Scrivono Zanichelli, Lannutti e Sibilia:  “Si stimano in decine di migliaia gli italiani coinvolti nella famosa vicenda “diamanti da investimento”. Tra questi vi sono centinaia di risparmiatori emiliani, tutti truffati da broker e importanti istituti di credito che sono stati poi sanzionati per 15 milioni di euro dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

Ingannevoli e omissive sono state le offerte proposte e le modalità di acquisto dei diamanti, e a pagarne le conseguenze sono stati numerosi risparmiatori privati – aggiungono – Convinti di investire in un’operazione sicura, si sono invece ritrovati vittime di un meccanismo ingannevole che ha permesso ad alcuni istituti di credito di guadagnare indebitamente dai prezzi di vendita dei diamanti gonfiati, basati peraltro su una quotazione non ufficiale. A venir meno, è ancora una volta è la fiducia verso il sistema bancario e finanziario”.

E qui l’affondo: “Abbiamo identificato tramite visura che un esponente del Cda di una delle due società (Diamond Private Investment) è stato viceministro dell’Economia e delle Finanze con Giuseppe Vegas.
Poi il primo è finito a vendere diamanti tramite le banche, il secondo è arrivato ad essere a capo dell’organismo di vigilanza dei mercati finanziari.

Un grande segnale è stato dato oggi 29 maggio con la manifestazione in strada a Reggio Emilia contro la Banca Popolare di Milano, organizzata e sostenuta dalla Federconsumatori reggiana, che ha chiamato a raduno i risparmiatori di tutta la Regione rimasti coinvolti nella vicenda”.

“Non possiamo permettere che i risparmiatori reggiani vengano truffati impunemente”, ha dichiarato Davide Zanichelli. “I cittadini affidano alle banche i loro risparmi e il loro futuro, e nessuno si deve permettere di raggirarli. Il M5S si sta impegnando affinché i responsabili della vicenda paghino del danno arrecato ai risparmiatori truffati e li risarciscano per il valore delle loro perdite.
Siamo vicini agli stessi risparmiatori traditi che oggi sono stati in Piazza a Reggio Emilia a manifestare”.

AZanichelli ha predisposto un’interrogazione al Ministro dell’Economia e delle Finanze “colui che verrà scelto da Cottarelli e Mattarella dopo la forzatura di domenica, affinché venga fatta chiarezza sulla vicenda”.

SANGUE INFETTO / SPUNTANO 280 MILIONI REGALATI DAI MARCUCCI A POGGIOLINI PER “CONSIGLI”…

lavocedellevoci.it

1 giugno 2018

di: Andrea Cinquegrani

280 milioni di lire. E’ il bottino intascato da Duilio Poggiolini, il re Mida della Sanità e braccio destro dell’allora ministro Francesco De Lorenzo, solo per aver fornito alcuni consigli tecnici sulle documentazioni che il gruppo Marcucci avrebbe dovuto presentare al ministero della Salute in materia di emoderivati.

La somma venne consegnata da un dirigente dei Marcucci, Edo Rinaldi.

Una notizia clamorosa, fino ad oggi inedita. Alla redazione della Voce, infatti, è pervenuta una missiva anonima, contenente il verbale d’interrogatorio reso da Poggiolini ai carabinieri di Roma il 3 ottobre 1995.

DALLA FARMATRUFFA AGLI EMODERIVATI KILLER

Si era in pieno post Tangentopoli e freschi reduci dalla colossale Farmatruffa, costata la galera e poi i servizi sociali per il re Mida e per Sua Sanità: ricorderete che quest’ultimo trascorse parecchi mesi nella comunità di recupero dell’amico don Gelmini.

Andrea Marcucci. Sopra, Duilio Poggiolini

E dopo anni beccarono una condanna da non poco inflitta dalla Corte dei Conti nel 2011 e confermata da quella di Cassazione nel 2012: 5 milioni 164 mila euro a testa per aver danneggiato – con la Farmatruffa – l’immagine dello Stato.

A fine anni ’90, poi, sarebbe cominciato un altro maxi processo, quello per la strage del sangue infetto. Iniziò a Trento per via di una ponderosa denuncia presentata da Carlo Palermo, l’ex magistrato coraggio, poi avvocato e militante all’epoca nella Rete, il quale aveva acceso i riflettori su traffici di emoderivati in Veneto, scoperti dalle Fiamme gialle accatastati alla rinfusa tra ortaggi e baccalà in alcuni depositi.

Sono trascorsi esattamente vent’anni, dall’inizio del processo di Trento, poi emigrato dieci anni fa a Napoli dopo lunghe tribolazioni. Dove finalmente è cominciato nella primavera del 2016 e ora è alle battute finali: mancano solo due udienze che si terranno a giugno, poi la sentenza prevista per settembre.

Tra gli imputati alla sbarra figurano Poggiolini e una dozzina di ex dirigenti, funzionari o dipendenti delle aziende del gruppo Marcucci. Non è coinvolto nel processo Sua Sanità De Lorenzo, allora ottimo amico della famiglia Marcucci, tanto da candidare tra le fila del suo Pli, per le elezioni del 1991, Andrea Marcucci, figlio del patriarca Guelfo. Quell’Andrea Marcucci che è oggi il capogruppo del Pd al Senato, vero braccio destro di Matteo Renzi. Va anche ricordata la presenza di Renato De Lorenzo nello staff di vertice della Sclavo, antica perla dell’impero Marcucci.

Francesco De Lorenzo

Ma torniamo a bomba. Ossia al clamoroso verbale d’interrogatorio di quel 3 ottobre 1995. Eccone, di seguito, alcuni passaggi salienti.

Le dichiarazioni spontanee riguardano “l’importazione di plasma per la produzione in Italia di emoderivati”, viene subito precisato nel verbale.

“CONSIGLI TECNICI” DA 280 MILIONI DI LIRE

Esordisce Poggiolini: “Preliminarmente faccio presente che alla magistratura di Napoli ho spontaneamente dichiarato di aver ricevuto, senza alcuna richiesta, la somma complessiva di lire 280 milioni dal signor Rinaldi Edo, uno dei responsabili del gruppo industriale Marcucci, per conto dello stesso gruppo industriale, come manifestazione di riconoscenza per i consigli tecnici relativi alle documentazioni da presentare al ministero della Sanità, in ordine alle registrazioni di specialità medicinali compresi gli emoderivati, tenuto conto dell’evoluzone delle normative scientifiche e comunitarie”.

Precisa il re Mida: “A tal proposito escludo nella maniera più assoluta che le dazioni di denaro si siano riferite a qualsiasi procedura di importazione di plasma. I consigli tecnici, inerenti la registrazione delle specialità medicinali, consistevano, come negli altri casi da me spontaneamente dichiarati, nella indicazione delle casistiche cliniche da sottoporre a sperimentazione e nella individuazione degli obiettivi terapeutici che dovevano essere dimostrati”.

Continua la verbalizzazione: “In alcune circostanze, unitamente e anche separatamente, ho avuto modo di incontrare Guelfo Marcucci, dal quale però, direttamente, non ho mai ricevuto alcuna somma di denaro”.

Sulle autorizzazioni alle importazioni, ecco le sue parole. “Per quanto concerne le importazioni di plasma umano, l’autorizzazione viene concessa dal Ministero della Sanità sulla base delle norme previste dai decreti ministeriali del 1972 e del 1991. Preposti all’istruzione delle pratiche per il rilascio delle autorizzazioni erano i direttori della II Divisione. (…) Le autorizzazioni che mi venivano di volta in volta sottoposte per la firma erano numerose. Preciso che il mio compito era limitato alla convalida formale dell’atto autorizzativo, così come era predisposto dai funzionari incaricati a cui ineriva la responsabilità dell’istruttoria”.

Circa “autorizzazioni all’importazione di plasma che presentano delle irregolarità”, come fanno notare i carabinieri, Poggiolini risponde: “Prendo atto delle autorizzazioni che vengono esibite. A tal proposito non riconosco, come mia, la firma apposta sull’autorizzazione datata 4 settembre 1991. D’altra parte la stessa si riferisce ad una domanda della ditta Farmabiagini (una delle sigle dell’arcipelago Marcucci, ndr) datata 2 settembre 1991 ma depositata presso il Ministero della Sanità il 13 settembre 1991.

Infine una domanda sulle “normative susseguitesi nel tempo per fronteggiare i rischi da infezione da HIV e da HCV”. Così Poggiolini risponde: “Pur essendo venuto a conoscenza, come qui mi si informa, che proprio in quegli anni si sarebbero verificati una maggioranza di casi di HIV, per le somministrazioni di emoderivati, soprattutto per gli emofilici, è da ricordare che tale infezione non può farsi risalire ad un intervallo di tempo così vicino al periodo intercorrente tra il 1986 e l’11 febbraio 1987, in quanto è ben noto che l’insorgenza di sieropositività e casi di malattia HIV è ben posteriore alla data dell’assunzione dell’emoderivato che può variare dai 6 mesi a due o tre anni per la conversione di sieropositività e oltre un decennio per la malattia”.

QUALCHE INTERROGATIVO

Sorgono spontanee alcune domande. Come valuterà il presidente della sesta sezione penale del tribunale di Napoli, Antonio Palumbo, la storia dei “consigli” da 280 milioni di lire nell’economia del processo sugli emoderivati killer ormai alle battute finali?

Con quale logica 23 anni fa, nella sua verbalizzazione davanti ai carabinieri, Poggiolini pensava potesse mai risultare credibile la storiella del regalo non richiesto da 280 milioni di lire per alcuni consigli che anche un impiegato del ministero avrebbe potuto dare in cambio di una cena?

Che senso ha quella sorta di excusatio non petita, “escludo nella maniera più assoluta che le dazioni di danaro si siano riferite a qualsiasi procedura di importazione di plasma?”.

E sul fronte autorizzativo, lo scaricabarile delle responsabilità sulle spalle dei funzionari ministeriali?

E il mistero delle firme taroccate?

E’ poi giusta la ricostruzione ‘temporale’ effettuata da Poggiolini sulla somministrazione di emoderivati e l’insorgenza delle letali infezioni?

Ancora. Come mai una verbalizzazione di tale peso fino ad oggi non era venuta alla luce? Si è per caso persa tra le montagne di fascicoli, i traslochi degli scatoloni giudiziari da Trento a Napoli, oppure negli scantinati del centro direzionale di Napoli? O cosa?

Misteri nei misteri.

Gruppo Bilderberg: qual è la riunione segreta e i suoi membri stanno davvero organizzando il Nuovo Ordine Mondiale?

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Il segreto gruppo Bilderberg si riunisce per il suo incontro annuale la prossima settimana, che quest’anno si svolge a Torino, in Italia.

Un gruppo di eletti politici, dirigenti d’impresa, finanzieri e accademici del Nord America ed europei, il gruppo ha attirato una buona dose di sospetto nell’ultimo mezzo secolo, con i teorici della cospirazione che affermano con sicurezza che i suoi membri stanno tramando il Nuovo Ordine Mondiale e sono un inferno -concentrato sulla dominazione globale.

I manifestanti che credono che i Bilderberger rappresentino un “governo mondiale ombra” picchettano regolarmente i loro incontri annuali, creando un bisogno di alta sicurezza in ogni momento, ma i partecipanti insistono nel dire che il gruppo è semplicemente una società dibattuta che si svolge fuori dal bagliore dei riflettori politici. 

Una donna tiene un cartello di protesta davanti a un posto di blocco della polizia su una strada che porta all’Interalpen-Hotel Tirol, sede della conferenza del Bilderberg, il 12 giugno 2015 vicino a Telfs, in Austria (Christian Bruna / AFP / Getty)

Il gruppo pubblica la sua lista degli ospiti il ​​giorno prima della riunione annuale – tra 120 e 150 invitati dal comitato direttivo – insieme a un elenco delle materie che intendono discutere come un gesto verso la trasparenza. Questo di solito consiste in questioni di ampia portata come le preoccupazioni macroeconomiche, la minaccia del terrorismo e la sicurezza informatica.

Tuttavia, non vengono presi minuti e il risultato delle loro discussioni non è reso pubblico, quindi il presupposto che siano una sinistra cabala di ricchi e potenti con qualcosa da nascondere.

Il gruppo Bilderberg prende il nome dall’Hotel de Bilderberg a Oosterbeek, nei Paesi Bassi, dove i suoi membri si riunirono per la prima volta il 29 maggio 1954 su invito del principe Bernardo di Lippe-Biesterfeld.

I suoi fondatori – tra cui il politico polacco in esilio Jozef Retinger, l’ex primo ministro belga Paul van Zeeland e Paul Rijkens, ex capo del gigante dei beni di consumo Unilever – erano preoccupati per l’atmosfera prevalente del sentimento anti-americano nell’Europa del dopoguerra in un momento in cui gli Stati Uniti stavano godendo di un boom dei consumi mentre tenevano in mano il destino del continente in via di ripresa attraverso il piano Marshall . 

Il gruppo sperava di rianimare uno spirito di fratellanza transatlantica basato sulla cooperazione politica, economica e militare, necessaria durante la Guerra Fredda, quando l’ URSSrafforzò la sua presa ferrea sui suoi satelliti orientali. 

Sessantuno delegati, tra cui 11 americani, provenienti da un totale di 12 paesi hanno partecipato alla conferenza inaugurale, con candidati scelti per offrire punti di vista conservatori e liberali, tra cui il futuro leader laburista Hugh Gaitskell. Il suo successo ha comportato il susseguirsi di riunioni successive in Francia, Germania, Danimarca prima della prima in terra americana a St Simons Island in Georgia.

Il conduttore radiofonico americano Alex Jones si è rivolto ai media in un accampamento di manifestanti davanti all’hotel The Grove a Watford, per poi ospitare la conferenza annuale del Bilderberg , il 6 giugno 2013 ( Oli Scarff / Getty)

L’obiettivo primario del Gruppo Bilderberg è stato ampiamente ampliato fino a comprendere un capitalismo del libero mercato occidentale nel corso degli anni, sebbene i teorici della cospirazione ritengano che il loro programma sia quello di imporre il fascismo globale o il marxismo totalitario. Non sono sicuri di quale.

Sebbene i membri di regola non discutano di ciò che accade nelle sue conferenze, il deputato laburista e il vice leader del partito Denis Healey, membro del comitato direttivo per più di 30 anni, ha offerto una chiara dichiarazione delle sue intenzioni quando interrogato dal giornalista Jon Ronson per il suo libro Loro nel 2001. 

“Dire che stavamo lottando per un governo mondiale è esagerato, ma non del tutto ingiusto”, ha detto. “Quelli di noi del Bilderberg pensavano che non potessimo continuare a combattere per l’un l’altro per nulla e uccidere persone e rendere milioni di senzatetto, così abbiamo sentito che una singola comunità in tutto il mondo sarebbe stata una buona cosa”.

Altri noti politici britannici che hanno accettato l’invito del gruppo includono i conservatori Alec Douglas-Home e Peter Carrington – che presiedevano la commissione tra il 1977 e il 1980 e tra il 1990 e il 1998 rispettivamente – e Margaret Thatcher, David Owen, Tony Blair, Peter Mandelson, Ed Balls , Ken Clarke e George Osborne. Anche i principi Philip e Charles.

Henry Kissinger è un abituale, mentre Helmut Kohl, Bill Clinton, Bill Gates, Christine Lagarde e Jose Manuel Barroso hanno tutti preso parte tra i miliardari e i dirigenti delle principali banche, corporazioni e bigwigs dell’industria della difesa. Forse sorprendentemente,  Michael O’Leary di Ryanair ha partecipato all’evento 2015 a Telfs-Buchen nel Tirolo austriaco.

Piuttosto che un’organizzazione simile a SPECTRE che rafforza i suoi interessi scegliendo i presidenti e controllando l’opinione pubblica attraverso i media, il gruppo Bilderberg non è niente di più sinistro di “un occasionale club di cena”, secondo David Aaronovitch, autore di Voodoo Histories (2009).

Ma anche se il gruppo Bilderberg non fosse la schiavitù schifosa di David Icke in cappucci di seta, l’idea che fossero raggruppati con gli Illuminati ha fornito un comodo dispositivo di occultamento, dice la giornalista Hannah Borno. 

“Le teorie del complotto sono state al servizio del gruppo abbastanza bene, perché qualsiasi serio esame potrebbe essere liquidato come isterico e acuto”, ha detto. “Ma guarda l’elenco dei partecipanti: queste persone hanno sgombrato i giorni dai loro programmi estremamente occupati”.

 

SUMMIT BILDERBERG A TORINO / OK O STOP AL GOVERNO GIALLOVERDE DA BIG DRAGHI & C.?

di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it 2 giugno 2018

Il copione sembra uscito dalla penna di Forsyth, per un thriller politico che più giallo (verde) non si può. La prima autentica verifica sulla forza del neo governo nei confronti dei potenti d’Europa, e non solo, si celebra ad una settimana esatta dal giuramento dei ministri davanti al capo dello Stato Sergio Mattarella.

Si apre infatti il 7 giugno, a Torino, il mega summit dei Bilderberg, l’appuntamento annuale dei potenti della Terra che si incontrano ritualmente in una location fino all’ultimo momento top secret per discutere & decidere i destini del mondo.

Mario Draghi. In apertura il sindaco di Torino Chiara Appendino

Al tavolo dei Bilderberg siede storicamente la crema dei Poteri Forti, anche di casa nostra: da Mario Draghi a Mario Monti, da Romano Prodi a Giulio Tremonti, per far solo il nome di alcuni papaveri della nomenklatura politico-finanziaria italiana.

Ad alcuni summit ha preso parte anche Paolo Savona, per giorni al centro dell’infuocato dibattito e neo ministro per gli Affari europei nel neonato esecutivo tra Lega e 5 Stelle.

Verrà sancito, a Torino, un armistizio tra le possenti armate comandate dal capo della Bce Draghi e quelle, più sparpagliate, che fanno riferimento all’ex ministro dell’era Ciampi? Sarà di nuovo guerra aperta? O cosa?

DAL LAGO MAGGIORE ALL’OMBRA DELLA MOLE

Non è noto l’elenco dei partecipanti al summit, ancora avvolto nel più rigoroso riserbo. Con ogni probabilità non vi prenderanno parte i due protagonisti della singolar tenzone, Draghi e Savona: ma è certo che tra le ovattate stanze della location torinese prescelta per l’evento, l’argomento – pur certo non all’ordine del giorno – verrà sussurato tra un tavolo di lavoro e l’altro. E verrà misurata l’attuale ‘temperatura’ di quella nomenklatura, certo non disposta a cedere un centimetro del Potere fino ad oggi conquistato: sempre a scapito degli interessi dei cittadini, tanto per spartirsi meglio non solo le risorse, ma anche i destini di interi pezzi delle nazioni.

Paolo Savona

La conferma dell’appuntamento dei Bilderberg a Torino ha cominciato a rimbalzare circa tre mesi fa, dopo alcune dichiarazioni rilasciate dalla premier serba Ana Brnabic. In ballo, però, c’era anche la candidatura di Venezia, rimasta in piedi fino a qualche settimana fa. Una delle più recenti conferme è arrivata da Franco Bernabè, l’ex numero uno di Telecom Italia, numero due di Banca Rothschild, membro del Comitato decisionale del gruppo Bilderberg e partecipante in pratica a tutti i summit (ne ha mancati solo un paio) dal 1994 ad oggi. L’ufficializzazione, poi, qualche giorno fa, sul sito ufficiale griffato Bilderberg, in cui viene precisato che la location e l’elenco degli ospiti verrà diramato solo “a few days before the Meeting”, un paio di giorni prima dell’Evento.

Cominciamo, appunto, dalla location, Torino. Non sfugge un particolare: il capoluogo piemontese da due anni esatti è guidato dal sindaco pentastellato Chiara Appendino. Un esame per il primo cittadino? Un segnale di gradimento dei Potenti alle gestioni 5 Stelle?

Torniamo a Savona. Il quale ben conosce quegli ambienti di Potere. Lo stesso super economista rievoca con grande entusiamo una sua precedente partecipazione: “Con Gianni Agnelli ho dei bei ricordi, tra cui il viaggio per recarci all’incontro del gruppo dei Bilderberg al quale mi aveva invitato. Viaggiammo sul Concorde. Agnelli era in jeans e giacca blu, orologio sul polsino, con una inesauribile sete di sapere”. Ottima e abbondante rimembranza.

Di prassi gli incontri si svolgono un anno in Europa e l’anno seguente negli States. L’appuntamento 2017, ad esempio, si tenne negli Usa, nella splendida cornice di Chatilly, in Virginia, dal 1 al 4 giugno, esattamente un anno fa.

LA STIRPE DEI DRAGHI

La Voce scrisse un ampio reportage sull’ultimo incontro italiano, quello del 3 giugno 2004, a Stresa. Nell’inchiesta compariva un elenco delle guest star che avevano preso parte ad almeno un summit, compreso quello in riva al Lago Maggiore.

Ad aprire le danze non poteva mancare il nome del super Avvocato, Gianni Agnelli, accompagnato dal fratello, Umberto.

Emma Bonino

Seguiva poi quello di Emma Bonino, all’epoca membro della Commissione Europea. Un paio di mesi fa, nel salotto di Otto e Mezzo, Bonino ha difeso a spada tratta i summit targati Bilderberg: “Non siamo mica il Ku Klux Klan”, ha sbottato davanti a Lilli Gruber: la quale, dal canto suo, non solo è abituata a non perdersi un summit, ma siede perfino nella ‘commissione permanante‘ italiana del gruppo, in compagnia di John Elkan.

L’elenco proseguiva con i nomi di altri giornalisti, come Lucio Caracciolo (direttore di Limes), Ferruccio De Bortoli (RCS Libri), Gianni Riotta (editorialista La Stampa), Carlo Rossella (editorialista La Stampa), Walter Veltroni (direttore l’Unità), Barbara Spinelli (corrispondente da Parigi de La Stampa). Queste le qualifiche di allora, evidentemente cambiate nel tempo.

E continuava, quell’elenco, con i papaveri dell’economia, della finanza e della politica. Ecco alcuni nomi, fior tra fiori. Rodolfo De Benedetti (Cir), Innocenzo Cipolletta (direttore generale Confindustria), Paolo Fresco (presidente Fiat), Rainer Masera (direttore generale IMI), Corrado Passera (Banca Imi), Alessandro Profumo (Credito Italiano), Marco Tronchetti Provera (Pirelli spa), Gabriele Galateri (Mediobanca).

Quindi gli ex ministri e top della prima repubblica Gianni De Michelis (Esteri, Psi), Claudio Martelli (Giustizia, Psi), Virginio Rognoni (Difesa, Dc), Renato Ruggiero (Commercio Estero), Tommaso Padoa Schioppa (Tesoro, ma allora ai vertici della Bce), Giulio Tremonti (Economia) e Romano Prodi (due volte premier e all’epoca Presidente Ue).

Last but non least i big Mario Monti, allora super commissario Ue, Mario Draghi, all’epoca direttore al Tesoro, e anche Domenico Siniscalco (direttore generale proprio all’Economia), il cui nome è rimbalzato in questi giorni nel toto premier-ministri.

NON SOLO BILDERBERG

In queste ore tra i media di casa nostra Savona viene passato ai raggi x. Sul ‘Fatto quotidiano‘ fanno capolino le indiscrezioni, poi smentite dagli stessi ambienti grillini, di possibili affiliazioni massoniche a logge americane. Quindi l’accostamento al nome di Armando Corona, l’ex super massone sardo che faceva capo al Pri di Ugo e poi Giorgio La Malfa, stella polare dello stesso Savona.

Quindi i freschi endorsement di un vip del calibro di Luigi Bisignani a favore del mancato ministro per l’Economia. E ancora i super apprezzamenti elargiti in abbondanti dosi dal massone ‘progressista’ e animatore del Movimento Roosevelt, Gioele Magaldi, autore di una vera enciclopedia sulla nomenklatura dei “massoni conservatori” affiliati alle cosiddette Ur Lodges che dominano in Europa (Italia ben compresa) e nel mondo.

Luigi Di Maio all’ISPI con Carlo Secchi

E rimbalzano in rete le immagini di un allegro Luigi Di Maio a tavola con i vertici dell’ISPI, ossia l’Istituto di Studi per le Politiche Internazionali presieduto da Giampiero Massolo, ex numero uno del DIS (Dipartimento Informazione Sicurezza) e mancato ministro degli Esteri nel governo Conte. Di Maio è seduto fianco a fianco con l’altro vertice di Ispi Carlo Secchi, economista ed ex rettore della Bocconi: Secchi è anche presidente per l’Italia della ancor più potente associazione paramassonica che domina i destini del mondo, la Trilateral. Direttore dell’Ispi e al tempo stesso segretario del gruppo italiano che fa capo a Trilateral è poi Paolo Magrì.

Giampiero Massolo

Insomma, un bell’ambiente con il quale il protagonista dello storico ‘cambiamento’ che volterà l’Italia come un calzino, Di Maio, s’è piacevolmente intrattenuto ben prima delle elezioni del 4 marzo. Tanto per ‘rassicurare’ i mercati e gli investitori internazionali.

Tornando al prossimo super meeting dei Bilderberg, brinderanno al nuovo governo gialloverde i potenti riuniti all’ombra della Mole? Oppure verranno seguite le raccomandazioni di Draghi & C.?

E di quale stampo saranno mai, quei consigli?

 

 

Perché il quadro internazionale è meno favorevole per l’economia italiana

 startmag.it 2 giugno 2018

L’analisi dell’economista Fedele De Novellis, responsabile di Congiuntura Ref 

Il 2018, anno che aveva avuto inizio all’insegna dei migliori auspici, si sta caratterizzando per un graduale deterioramento della congiuntura economica internazionale. Diverse variabili iniziano a volgere in una direzione meno positiva, in buona misura a seguito degli orientamenti della politica economica americana. In breve, possiamo limitarci a segnalare quattro aspetti: la crescita dei tassi d’interesse Usa e il rafforzamento del dollaro; l’inizio delle tensioni finanziarie nei paesi emergenti; l’instabilità politica internazionale e l’aumento del prezzo del petrolio; i segnali di rallentamento della congiuntura globale. Sul primo punto, l’avvio di una fase di deterioramento delle condizioni finanziarie internazionali è legato alla normalizzazione della politica monetaria Usa. Un altro rialzo dei tassi da parte della Fed è atteso a breve, a fronte di tassi invariati nelle altre maggiori economie avanzate.

Si tratta di un percorso relativamente scontato da parte dei mercati, considerando che l’economia americana è entrata da tempo in una fase avanzata del ciclo, e che andrebbe gestito con estrema gradualità. I compiti della Fed sono stati resi più complessi dalla politica fiscale espansiva del Governo e dall’avvio della fase delle “schermaglie tariffarie” per ora agli inizi, ma che rischia di avviare una fase di reciproche ritorsioni fra paesi, con effetti negativi sull’andamento del commercio mondiale. Sul secondo aspetto, l’effetto degli aumenti dei tassi Usa è stato quello di riportare i capitali internazionali verso il dollaro. La fuoriuscita di capitali si sta rivelando, come sempre in questi casi, di tipo selettivo: spinte al ribasso di entità significativa hanno caratterizzato, dopo il Venezuela, soprattutto le valute di Argentina e Turchia, ma questo potrebbe essere solo l’inizio di una sequenza in cui il peggioramento delle condizioni finanziarie si estende, con intensità diversa, a un numero elevato di paesi. Terzo, l’attivismo di Trump sui temi di politica estera non è secondo a quello sui temi economici.

Lo scenario mediorientale è adesso al centro delle tensioni. In particolare, vi è incertezza sulla possibilitàche si interrompa il flusso delle esportazioni da parte dell’Iran. Le quotazioni del greggio hanno registrato una crescita significativa, e anche questo è un punto che modifica in peggio lo scenario. L’aumento dell’inflazione che dovremmo osservare nei prossimi mesi è per sua natura di carattere transitorio, e non dovrebbe modificare le scelte delle banche centrali; è comunque un ulteriore elemento di complicazione nella strategia della Fed: aumenti temporanei dell’inflazione possono diventare più facilmente di carattere permanente nella misura in cui condizionano le aspettative d’inflazione, circostanza più probabile in un contesto di full employment dove iniziano già a manifestarsi aumenti dei salari. Quarto, l’economia mondiale si mantiene su un sentiero di crescita, ma la fase più vivace del ciclo è alle nostre spalle. I dati di contabilità nazionale relativi alle maggiori economie hanno evidenziato una fase di decelerazione dell’attività economica nel primo trimestre dell’anno. Il rallentamento ha interessato tanto le economie avanzate quanto i paesi emergenti.

La decelerazione osservata a inizio anno non dovrebbe essere un fatto di carattere episodico; le inchieste congiunturali presso le imprese, disponibili per diversi paesi sino al mese di maggio, indicano che nel secondo trimestre non vi è stata una nuova accelerazione. Tale frenata è risultata peraltro piuttosto evidente nel caso della Germania, l’economia europea a maggiore vocazione all’export, e quindi più esposta alle fluttuazioni della domanda internazionale.

L’economia mondiale si sta in sostanza mantenendo lungo un sentiero di ripresa, ma a ritmi meno vivaci rispetto all’anno scorso.

Nel complesso, quindi, nel 2018 stiamo attraversando un passaggio verso uno scenario internazionale caratterizzato da condizioni finanziarie meno accomodanti, una decelerazione della domanda internazionale, un prezzo del greggio più elevato.

Quanto basta per dire che nei prossimi mesi le cose peggioreranno anche da noi.

Scandalo diamanti: Bpm apre al dialogo e convoca i risparmiatori. VIDEO

Margherita Grassi reggionline.com 29 maggio 2018

La manifestazione e le voci dei risparmiatori che chiedono la restituzione dei soldi investiti davanti al portone del Banco San Geminiano e San Prospero

REGGIO EMILIA – Circa 200 risparmiatori, che alla Banca Popolare di Milano hanno acquistato diamanti a prezzo gonfiato, hanno manifestato questa mattina in via Roma, davanti alla sede del Banco San Geminiano e San Prosperoche oggi fa parte del gruppo Bpm. Sono salite a quasi 500 le persone che si sono rivolte nel reggiano a Federconsumatori per avere indietro i risparmi. Ma mentre Unicredit, Banca Intesa e Monte dei Paschi di Siena hanno accettato di restituire integralmente gli importi versati dai clienti, la Popolare di Milano continua a tergiversare. Margherita Grassi ha raccolto le voci degli investitori e del presidente provinciale di Federconsumatori.

VIDEO

http://www.reggionline.com/la-protesta-dei-diamanti-200-davanti-alla-sede-bpm-reggio-emilia-video/

I motivi strutturali per cui l’Italia è nei guai

Chiara Degl’Innocenti panorama.it 1 giugno 2018

italia

– Credits: iStock

L’Italia è politicamente pericolosa ed è un Paese da “Maneggiare con cura”. Il governo di Giuseppe Conte parte con questa definizione sulla testa. L’autorevole settimanale britannico The Economist, nella sua edizione europea, gli appiccica questa etichetta che, con il duo Lega-M5s, faticherà a togliersi di dosso apparendo ora più che mai come una nazione complicata, come una bomba prossima all’esplosione soprattutto dal punto di vista strutturale. E i motivi per cui l’Italia è nei guai li riassumiamo in 5 punti qui di seguito.

Ital-exit

Come l’Economist stesso sottolinea, il 4 marzo scorso metà degli elettori italiani ha votato per due partiti populisti che fino a poco tempo fa preferivano abbandonare l’euro: l’anticonformistaMovimento di Grillo ha trionfato nel sud più povero mentre la Lega xenofoba ha messo a segno la vittoria nel nord più ricco. Nessuno dei due partiti ha portato avanti la bandiera anti-euro durante la campagna elettorale ma la nuova formazione populista mette sull’avviso gli investitori riguardo alle debolezze profonde che stanno peggiorando e diventando più difficili da risolvere. “Per evitare un’eventuale esplosione, l’Italia ha bisogno di un’attenta gestione e di un cambio di mentalità, sia dei suoi politici che dei politici europei. La preoccupazione è che nessuno dei due sembra probabile” scrive il settimanale.

Le politiche costose dei duo Lega-MS5

Qualunque sia la conclusione, prosegue l’Economist “l’Italia rischia, con questo suo primo governo populista, di approdare “a politiche spendaccione”, come flat tax e reddito di cittadinanza che “potrebbero costare fino al 6% del PIL annuale. Una generosità che l’Italia non può permettersi con il suo debito pubblico al 132% del PIL, il più alto al mondo dopo il Giappone e la Grecia”. E poi “il vero problema dell’Italia è il mix debilitante che c’è tra una crescita cronicamente bassa e di un debito pubblico molto elevato. Una bassa crescita determina standard di vita stagnanti che l’Italia non può eliminare solo attraverso il proprio debito; un debito elevato porta il Paese a non riuscire ad utilizzare lo stimolo fiscale per rilanciare l’economia, specialmente se c’è un altro rallentamento. Anche con la ripresa globale degli ultimi anni, l’Italia rimane una delle economie con le peggiori performance dell’Europa”.

Le poche idee confuse della maggioranza

Il problema più grande dei populisti, prosegue il settimanale britannico, è che hanno un’idea vaga di come affrontare la tante cause della stagnante produttività italiana: “Un rigido e duplice mercato del lavoro; mercati del prodotto non competitivi; la proliferazione di imprese a conduzione familiare che non crescono; un sistema bancario bloccato da crediti inesigibili; un sistema educativo poco efficace; e, più recentemente, una fuga di cervelli”.

Dall’Ue alla zona euro, alla Germania

“Lo stesso vale per la zona euro nel suo complesso. La sua cosiddetta unione bancaria è incompleta; i suoi mercati dei capitali sono sottosviluppati. E tutte le proposte per un bilancio sostanziale per aiutare i paesi stretti nella camicia di forza dell’euro, ad adattarsi agli shock, sono state respinte. I paesi creditori, guidati dalla Germania, hanno affermato che non accetteranno una maggiore condivisione del rischio senza una maggiore riduzione del rischio stesso. La richiesta dei populisti italiani di abolire le restrizioni di bilancio non fa altro che approfondire la convinzione della Germania che non ci si può fidare dell’Italia”.

Gli euroscettici e i rischi di una riforma inadeguata

“Fondatrice dell’UE, l’Italia è stata per tanto tempo uno dei membri più europei, mentre ora è tra i più euroscettici. Ma i populisti sanno che la maggior parte degli italiani, anche quelli che li hanno votati, non vogliono vedere volatilizzarsi risparmi e lavoro lasciando la moneta unica. Questo è il motivo per cui è stata attenuata la retorica anti-euro, anche se non capiscono che vivere in una moneta unica richiede un’economia flessibile. Allo stesso modo, la Germania deve ancora accettare che, se vuole prosperare, la zona euro deve avere una maggiore condivisione dei rischi. Una riforma inadeguata e visioni incompatibili del futuro dell’euro sono una combinazione velenosa e insostenibile. Se le turbolenze in Italia e la paura dei mercati servissero come promemoria di tali pericoli, e quindi a stimolare le riforme a Roma e a Bruxelles, allora potrebbe accadere qualcosa di buono. Il rischio è che renderà ogni riforma più difficile, se non impossibile”.

Finpiemonte, via la direttrice

lospiffero.com 1 giugno 2018

Perlo rassegna le dimissioni qualche mese prima della pensione. Sul suo operato pesanti rilievi degli ispettori di Bankitalia. E’ stata lei a firmare il contratto di mandato per il conto svizzero dal quale sono spariti i 6 milioni

Dopo quasi nove anni alla guida operativa di FinpiemonteMaria Cristina Perlo ha rassegnato le dimissioni da direttore generale con un anticipo di tre mesi rispetto ai requisiti per la pensione. Una decisione formalizzata oggi ma che era nell’aria da quando lo scandalo dei fondi “spariti dai conti svizzeri ha travolto la finanziaria regionale. Giusto il tempo di affiancare il successore, di cui sono già iniziate le ricerche, e poi la Perlo uscirà definitivamente dal portone di Galleria San Federico. Seppur al momento estranea dall’inchiesta giudiziaria che ha portato in carcere l’ex presidente Fabrizio Gatti, sull’operato della direttrice vi sono molti rilievi, in parte contenuti nella relazione degli ispettori di Bankitalia, in particolare sui controlli interni dimostratisi a dir poco inefficienti. È stata la Perlo, infatti, a firmare il contratto tra la finanziaria e banca Vontobel per l’apertura di un conto cui sono stati depositati i 50 milioni e dal quale sono poi “spariti” 6 milioni e a causa di investimenti a rischio sono stati prodotti 5 milioni di minusvalenze. Per gli uomini di Palazzo Koch oltre all’anomala sottoscrizione di un “contratto di mandato”, era praticamente impossibile che nessun dirigente si fosse accorto delle strane movimentazioni.

E così, mentre la Regione avvia la procedura che porterà nel breve a circoscrivere l’attività di Finpiemonte agli ambiti tradizionali di ente strumentale, anche gli assetti subiscono una profonda revisione. La Perlo non sarà l’unica a fare i bagagli: la procedura si concluderà con la designazione di un nuovo presidente, visto che l’attuale numero uno, Stefano Ambrosini, ha annunciato l’intenzione di lasciare appena terminata l’emergenza, e comunque al massimo entro l’autunno.

Il governatore Sergio Chiamparino, insieme al vicepresidente Aldo Reschigna e all’assessore alle società partecipate Giuseppina De Santis, affidano a una nota l’apprezzamento “per il grande lavoro svolto in questi ultimi mesi e settimane dal presidente e dal Consiglio di amministrazione, nella massima convinzione che il cda è attrezzato al meglio a guidare i diversi passaggi necessari alla trasformazione della società in base alle scelte condivise con il socio e alle prescrizioni ricevute da Bankitalia”. La Regione “consapevole delle sfide che tali procedure comporteranno per le prossime settimane  per tutte le persone che ogni giorno lavorano in Finpiemonte”, assicurano che “da parte del socio principale non verrà mai meno disponibilità, sostegno e collaborazione in una fase certamente molto complessa, nella certezza che il tutto richiederà risposte rapide ed efficaci a sostegno del ruolo strategico di Finpiemonte nel sistema economico del territorio e che tali risposte sono chiamati a darle la Giunta regionale, il cda e gli stessi dipendenti”.

Cose da pazzi. Nelle stanze del potere

Fausto Panunzi laviche.info 2 giugno 2018

l piano per preparare una possibile uscita dall’euro può aumentare la forza di contrattazione rispetto ai partner europei, ma anche indurre una fuga di capitali. Non proprio la condizione ideale per sedersi al tavolo negoziale.

Il Piano B, quello per preparare un’eventuale uscita dell’Italia dall’euro, ha giocato un ruolo importante nella risoluzione della crisi di governo. In particolare, avere partecipato alla sua definizione è costato al prof. Paolo Savona il posto di ministro dell’Economia. In un post sul sito Scenari economici, Savona ha successivamente chiarito meglio il suo pensiero: “… avrei chiesto all’Unione Europea di dare risposte alle esigenze di cambiamento che provengono dall’interno di tutti i paesi-membri; aggiungo che ciò si sarebbe dovuto svolgere secondo la strategia di negoziazione suggerita dalla teoria dei giochi che raccomanda di non rivelare i limiti dell’azione, perché altrimenti si è già sconfitti…”. Semplificando: una delegazione del governo italiano sarebbe andata a Bruxelles (o a Berlino) e avrebbe detto: o le regole della Ue cambiano in una direzione a noi più favorevole o attuiamo il piano B, l’uscita dall’euro, costoso per l’Italia ma anche per gli altri paesi dell’Unione.

La minaccia del caos nei mercati

Affinché possa indurre ad ottenere concessioni dalla controparte, una minaccia deve avere due caratteristiche: la sua attuazione deve far male all’avversario e deve essere credibile. La prima caratteristica è facilmente rispettata: un’uscita dell’Italia scatenerebbe il caos nei mercati finanziari e metterebbe in discussione l’architettura della moneta unica. Un’Italia con una moneta svalutata sarebbe, nel breve termine, un concorrente temibile su molti mercati per gli altri paesi dell’Unione. Una minaccia di uscita italiana dall’euro è quindi diversa da una minaccia della Grecia, troppo piccola per fare veri danni ai partner europei. La seconda condizione è più problematica: l’uscita dall’euro danneggerebbe anche molte famiglie italiane, che si ritroverebbero con i loro risparmi in una moneta svalutata. Questo danno, sebbene di difficile quantificazione, rischia di essere molto elevato. Perché mai un governo dovrebbe applicare un piano che danneggia i suoi cittadini? Occorre introdurre nell’analisi un altro elemento.

In un recente articolo su Project Syndicate, il prof. Harold James della Princeton University ci ricorda il ruolo dei “Pazzi al potere” (Madmen in Authority).  La parola “pazzo” non va presa letteralmente. Per pazzo si intende in questo caso qualcuno che ha preferenze tali da attuare la minaccia. Ciò potrebbe accadere per diverse ragioni. Ad esempio, si può pensare che i partiti che sostengono il governo verranno puniti dagli elettori se non realizzeranno il programma con cui sono stati votati. Ridiscutere le regole europee, per quanto vaga, è un’affermazione che sia il Movimento 5 stelle che la Lega hanno fatto durante la campagna elettorale. E si è visto che ormai gli elettori puniscono inesorabilmente chi non mantiene le promesse. Una possibilità alternativa è che un governo gialloverde sottostimi i costi di uscita dall’euro per l’Italia. Di fronte alle richieste di un “pazzo” che può fare molti danni, a volte è meglio cedere. Ovviamente questo crea un incentivo a farsi credere pazzi prima di sedersi ad un tavolo negoziale. Nel caso concreto, gli interlocutori europei non saprebbero se fronteggiano un pazzo vero o uno che si finge pazzo, se il piano B è una pistola scarica o con il colpo in canna. E cederanno solo se attribuiscono una probabilità sufficientemente elevata alla credibilità della minaccia.

Una pistola sul tavolo della trattativa

Le cose sono ancora più complicate perché in un governo di coalizione le opinioni sono diverse. Quanti al suo interno avrebbero condiviso la decisione di attuare il piano B? E anche tra i partner europei la stima sui danni derivanti da una Italexit potrebbero differire. L’esito di un negoziato fatto in queste condizioni è per sua natura imprevedibile e non è affatto scontato che le richieste italiane sarebbero accolte. Cosa avrebbe fatto in tal caso un governo con il prof. Savona come ministro dell’Economia? Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai. Ma c’è un’ulteriore considerazione da fare. Gli investitori, coloro che sottoscrivono i titoli di stato, non vogliono aspettare di conoscere la risposta a questa domanda. Restare in una stanza in cui c’è una pistola, scarica o meno, non li rassicura. Fuor di metafora, come si è visto nei giorni scorsi, non appena si è percepito il rischio di ridenominazione, c’è stata un’ondata di vendite con relativa risalita dello spread. Se si sbandiera orgogliosamente la minaccia di uscire dall’euro, saranno gli euro delle famiglie italiane a uscire prima dai confini nazionali. Per impedirlo, la Grecia nel giugno 2015 ha dovuto introdurre controlli ai capitali. Non esattamente la condizione ideale per sedersi al tavolo negoziale.

Quei trattati immodificabili che creano squilibri. Un “piano B” serve a tutti

Claudio Conti controllano.org. 2 giugno 2018

Non è facile capire come funziona il nostro angolo di mondo ascoltando i telegiornali o dando retta alla triade Repubblica-Corriere-Stampa. Da queste fonti, infatti, “l’Europa” viene descritta come il paradiso delle virtù e il nostro paese come la sentina di tutti i vizi; solo dosi a salire di austerità e sacrifici potrebbero correggere un “carattere nazionale” davvero scadente.

Sui vizi italiani si può facilmente concordare – e qui cascano di solito molti asini “di sinistra” – ma l’Unione Europea (una costruzione tecnoburocratica strutturata da trattati non modificabili, se non all’unanimità) è ben lontana dall’essere una casa di vetro.

Per capirne di più bisogna provare a leggere fonti diverse, che diano conto di quel che matura dentro l’establishment tedesco (il vero e unico “motore” della Ue) e soprattutto di quale sia la situazione economica complessiva, con tutte le distorsioni che da qui non si vedono e che i media mainstream si guardano bene dall’illuminare.

Il formarsi di un governo grillin-leghista, con un programma teoricamente “indipendentista” rispetto alla Ue, è stato accompagnato da alti allarmi (registrati anche dai “mercati”), ma con una serie di considerazioni che qui vengono considerate pura follia, mentre altrove sono normale dibattito su cosa può avvenire a seconda dell’evoluzione di alcune variabili.

Per esempio, riferisce il corrispondente dalla Germania di Italia Oggi, sulla prestigiosa rivistaManager Magazine, uno degli opinionisti più influenti, Daniel Stelter, spara a zero sulla Bce di Mario Draghi: «Solo gli osservatori più creduloni e quelli che si lasciano cullare dalle dichiarazioni ufficiali dei dirigenti della Bce sono rimasti sorpresi. L’euro resta una costruzione che ha aumentato le differenze economiche, invece di promuovere le convergenze dei paesi coinvolti, come ci era stato promesso. E non può essere stabilizzato con maggiori trasferimenti tra i paesi».

Ahia… I difensori acritici della moneta unica – un trattato come gli altri, “irreversibile” – avrebbero già qui materia per chiedersi se è proprio così intelligente escludere che si possa fare a meno di uno strumento “che ha aumentato le differenze economiche” (tra paesi, aree regionali, classi sociali, ecc) e che “non può essere stabilizzato”.

Ma Stelter è un liberale tedesco senza paraocchi o illusioni, che si cura solo degli interessi del capitale teutonico. E dunque per lui «Paesi come l’Italia, il Portogallo e la Grecia non hanno alcuna possibilità di restare nell’euro. Sebbene Mario Draghi sottolinei che un paese, se esce dall’euro, deve ‘naturalmente’ rimborsare i suoi debiti Target 2, sarebbe più o meno come cercare di mettere le mani nelle tasche di un uomo nudo. L’Italia dichiarerebbe semplicemente bancarotta. Problema risolto».

Era il consiglio che Mélénchon e la sinistra francese avevano dato a Tsipras e Varoufakis, prima del referendum sul Memorandum della Troika. Dichiarare default è ovviamente un problema immediato piuttosto serio, ma in confronto a quello che i greci stanno subendo da tre anni a questa parte comincia ad apparire un male decisamente minore. Sorprende che sia un membro dell’establishment tedesco a scriverlo, ma in fondo sta descrivendo un timore per qualcosa che si può fare e che, se fatto, sarebbe un problema anche per la Germania.

L’analisi di Stelter sulla crisi economica italiana è più realistica di quella che vediamo sui media di casa nostra: «La recessione è durata più a lungo di quella degli anni Trenta. La performance economica è ben al di sotto del livello già non  brillante del 2008. La disoccupazione è elevata, il debito pubblico fuori controllo. Il recupero del 30% di svantaggio in termini di costo del lavoro per unità di prodotto nei confronti della Germania tramite una svalutazione interna, vale a dire una riduzione dei salari, è del tutto illusorio. L’Italia potrebbe salvare una parte della sua base industriale uscendo dall’eurozona. Con una lira svalutata, il paese tornerebbe competitivo da un giorno all’altro».

Molta carne al fuoco, come si vede; con soluzioni che possono essere gestite “da destra” (da un governo che intende dare fiato soltanto alle imprese e alle classi più agiate, proseguendo l’opera di riduzione del salario medio mentre si sperimenta la flat tax) oppure “da sinistra” (da un governo che intende ridar vita al mercato interno, magari nazionalizzando banche e imprese strategiche per salvaguardare-creare occupazione, ecc). Soltanto qui ci viene raccontato che si tratta di cose “impensabili”. Ci deve essere un perché.

Anche l’idea della “moneta parallela” (dai mini-bot leghisti ad altre ipotesi di segno diverso) appare a Stelter qualcosa di fattibile: «I politici italiani hanno imparato dagli errori della Grecia. La semplice minaccia di uscire dall’euro non funziona più. È meglio prepararla con una valuta parallela, contro la cui introduzione né Bruxelles, né la Bce potranno fare molto».

Persino la cancellazione di parte del debito pubblico non sembra così delirante, anzi la rivistaManager Magazine suggerisce di approfittarne nell’interesse della Germania: «La cancellazione del debito dovremmo farla in maniera complessiva: comprendere anche il debito di tutti gli altri paesi, e al tempo stesso l’eccesso di debito privato che si nasconde dietro gli oltre mille miliardi di crediti deteriorati nei bilanci delle banche europee. Parliamo di una somma complessiva di oltre 3 trilioni. Gli italiani possono essere accusati solo di non avere pensato in grande. Cosa sono 250 miliardi per l’Italia? Se vuoi davvero farlo, fallo per il bene di tutti».

Resta la domanda: perché in Germania di queste cose si può discutere tranquillamente? Probabilmente perché sanno benissimo quale condizione di squilibrio strutturale hanno creato negli ultimi decenni; e nessuno squilibrio può durare in eterno, nemmeno se volge – come nel caso del surplus commerciale tedesco – a tuo vantaggio.

Il secondo contributo arriva perciò da Guido Salerno Aletta, editorialista di Milano Finanza (non proprio un organo bolscevico…). “Il modello economico tedesco si fonda sullo squilibrio strutturale dei conti con l’estero, commerciali e finanziari, entrambi a suo favore. L’attivo commerciale, in prospettiva, è sempre più a rischio: zavorrato dalla stagnazione interna all’Eurozona; minacciato dal nuovo approccio americano in materia di commercio internazionale e dalla prospettiva di indipendenza tecnologica da parte della Cina; reso critico dalla insostenibilità di debiti crescenti, statali o privati che siano, e dai rischi che ne conseguono per la stabilità finanziaria globale.” E’ tutto un sistema che sta andando in pezzi, con lo sfarinamento dei pilastri su cui era fondato.

Non è difficile vedere che ciò che è buono per un’economia, in un sistema chiuso da trattati immodificabili, è pessimo per tutte le altre; o almeno per quelle parti che non sono strettamente integrate con quella avvantaggiata. Tanto più se anche la struttura finanziaria è tutt’altro che priva di problemi: “nel corso del tempo, Francoforte si è assunto i rischi esternalizzati dagli altri sistemi economici: è successo così con i mutui subprime americani, che venivano cartolarizzati, ed ancora oggi accade che i prodotti derivati originati dall’estero siano il suo core business; commercia e finanzia rischi valutari, sugli interessi, sul default.”

Una condizione che spiega perché la Germania, pur vantando i fondamentali economici migliori della zona euro, è così preoccupata: “Ecco perché la Germania vive con una duplice paura: da una parte, la sua stabilità economica dipende dall’export strutturalmente attivo e quindi dal deficit produttivo altrui; dall’altra, la sua ricchezza dipende dalla stabilità dei suoi debitori, che è insostenibile se rimangono strutturalmente deficitari.”

La contraddizione è palese: il tuo successo ha rovinato i tuoi partner, che ora sono debitori nei tuoi confronti, ma ogni giorno di più si avvicinano ad essere insolventi. Quando decideranno di (o saranno costretti a) non pagare quei debiti tutti i problemi altrui – da te creati – diventeranno tuoi. La retorica nazionale tedesca si è abituata allo stilema razzista dei “mediterranei cicale”, guardandosi bene dallo spiegare alla propria popolazione le responsabilità tedesche nella creazione di questo squilibrio. Basti pensare che contrariamente a quel che spiegavano i governi mpegnati a demolire le tutele del lavoro “per favorire gli investimenti stranieri”, “ a fine 2016, lo stock di investimenti diretti netti italiani in Germania ammontava a 46.8 miliardi di euro, mentre quello dei tedeschi in Germania arrivava a soli 33,8 miliardi”.

Ma almeno nei circoli più svegli dell’establishment e dei media specializzati, ogni tanto, qualche ammissione viene fatta. La costruzione della Unione Europea è un edificio mal pensato, peggio realizzato, e tenuto insieme con vincoli che diventano più stretti – e dunque dannosi – man mano che gli squilibri si accentuano. L’”Europa a due velocità”, messa in campo dall’asse franco-tedesco, è l’ennesima stretta nella stessa direzione.

Gli scricchiolii, economici e politici, aumentano. Un “piano B”, ora, serve a tutti. Anche a chi si dice “di sinistra”.

La tedesca Sahra Wagenknecht rivela i contorni del suo futuro movimento, ispirato agli Insoumise

di Thomas Schnee – Mediapart contrapiano.org 1 giugno 2018

In tutta Europa la “vecchia sinistra” – in versione socialdemocratica o “radicale” – è franata a ritmi vertiginosi, scomparendo dai rilevamenti elettorali (come in Italia) o riducendo al lumicino le propria speranze di sopravvivenza. Un destino costruito in decenni di scelte prive di respiro storico e strategico, tutte orientate al tatticismo (“se mi alleo con quello ci guadagno qualcosa, che da solo non ce la faccio”, per esempio), al compromesso più deteriore.

Anche la Germania – capofila e despota dell’Unione Europea – soffre gli stessi problemi sociali del resto d’Europa e sperimenta la stessa crisi politica, di rappresentanza sociale. Tanto da presentare, oggi, questo curioso esperimento di “innovazione” (dal “partito” al “movimento”) che prova ad imitare quel che è già avvenuto in Francia e Spagna e che, tra grandi difficoltà, ossidazioni culturali e numeri ancora piccoli, stiamo provando a metter in moto in Italia.

Naturalmente, come sempre avviene, ogni paese ha le sue croci. E il “movimento alla tedesca” che sta progettando Sahra Wagenknecht, tra i leader della Linke, soffre di molte stigmate teutoniche. Lo si vede – in questa intervista realizzata da Mediapart (network della galassia di France Insoumise) – dalla incapacità di trovare nuove parole per indicare una realtà molto diversa dal ‘900, che costringe il pur ben disposto cronista alla meraviglia (Un movimento “nuovo” con un programma socialdemocratico “classico”?). Il che getta molte ombre sulla “sincerità” e la “spontaneità” di un processo politico, somigliante per ora a un progetto pensato in laboratorio, per imitazione (“sta funzionando altrove, hai visto mai…”).

Ma sono diversi i passaggi censurabili di questa “svolta” per ora giocata tutta sul piano del politicismo puro, a partire dall’ambiguissima posizione sui flussi migratori.

Detto questo – e altro che potete facilmente immaginare – bisogna prendere atto che il sommovimento in corso è comunque positivo. Non perché si traduca dappertutto – e in Germania meno che altrove – in posizioni di autentica “rottura” degli equilibri interni alla Ue, ma per il buon motivo che ogni smottamento accelera la crisi, aprendo varchi prima impensabili per l’azione soggettiva ma razionale dei movimenti antagonisti, alternativi, “anti-sistema”, popolari.

Naturalmente, ogni varco o crepa è sfruttabile se si manifesta una soggettività razionale in grado di allargare e forzare quello spazio. Altrimenti si richiude. Ma, anche qui, è meglio che si aprano crepe nel muro che abbiamo davanti, piuttosto che rifiutarsi di vederle e sacramentare sulla tastiera o sul divano…

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Nel Bundestag guida il gruppo Die Linke, la quinta forza della Camera, dietro i liberali e l’estrema destra dell’AFD. Figura di sinistra contestataria in Germania, Sahra Wagenknecht, nata nel 1969, economista di formazione, rivela in un’intervista a Mediapart i contorni del movimento che si appresta a lanciare nel mese di settembre, sul modello di France Insoumise, e precisa i suoi disaccordi strategici con parte di Die Linke. “I più poveri non votano a sinistra perché la sinistra ha sempre trascurato la parola e il dialogo con loro”, si indigna Wagenknecht, che ha anche preso le distanze, a meno di un anno delle elezioni europee, con il movimento di Yanis Varoufakis.

 

Vuoi lanciare un grande movimento politico. È questa la fine dei progetti di unione della sinistra con i socialdemocratici e gli ecologisti?

Questo progetto di unione della sinistra non è attualmente maggioritario. La Spd [socialdemocratici] è attualmente al 17% delle intenzioni di voto e, pur essendo ancora al governo, potrebbe essere in rapido declino. D’altra parte, l’SPD di oggi si è allontanata dalle posizioni tradizionali della socialdemocrazia. È alla sua terza “grande coalizione” con l’unione conservatrice di Merkel.

In precedenza, i socialdemocratici hanno realizzato le riforme liberali dell’agenda 2010 di Gerhard Schröder, che rappresenta l’opposto di una politica di uguaglianza e protezione sociale. Ciò ha portato alla creazione di un enorme settore a basso salario in Germania, che a sua volta causa un’enorme insicurezza sociale. Tutte queste cose non hanno nulla a che fare con la nostra agenda politica. Ecco perché stiamo preparando il lancio di un grande movimento popolare, aperto a tutta le buone volontà della sinistra. Deve riunire tutti coloro che credono ancora in alcuni elementi di una classica politica socialdemocratica.

 

Un movimento “nuovo” con un programma socialdemocratico “classico”?

Con ciò intendo dire che vogliamo promuovere i valori di uno stato sociale più alto, salari più alti e più giusti, una politica estera europea indipendente, una politica di disarmo e così via. Certo, non si tratta di tornare al programma socialdemocratico degli anni ’70: il mondo si è evoluto e noi dobbiamo modernizzarci. Sulle pensioni, ad esempio, non si tratta di armeggiare con il vecchio sistema, ma di creare un nuovo sistema assicurativo in cui tutti dovrebbero contribuire, dal funzionario al lavoratore autonomo, e non solo il lavoratore dipendente, come oggi.

L’idea è di proporre un programma in cui lo Stato protegga le persone dal capitalismo sfrenato, dalla globalizzazione guidata dalle multinazionali e dalla competizione alimentata dal dumping sociale. Vogliamo ricostruire uno Stato che faccia politica attiva per la metà meno favorita della popolazione e per coloro che sono i perdenti della situazione attuale.

 

Cosa ti seduce nella forma del movimento?

Le persone non si sentono più rappresentate dai partiti, che trovano troppo rigidi. I giovani non si impegnano più in un partito. Eppure è sbagliato dire che la politica non li interessi più. Penso che con un movimento più flessibile, con confini meno definiti, sarà più facile raggiungere le persone là dove sono e formarle.

 

Chi sono i fondatori di questo movimento, il cui nome non è stato ancora svelato?

Ovviamente, non sono sola. Ma renderemo pubblici i nomi delle persone che sono con noi quando faremo la presentazione ufficiale del nostro movimento. Dal momento che vogliamo un movimento aperto alla società, non abbiamo solo personalità politiche con noi, ma anche scrittori, artisti, persone di teatro e così via. Posso anche dirvi che abbiamo tra noi ex alti dirigenti della SPD.

 

Quando avverrà questa presentazione ufficiale?

A settembre.

 

Questo progetto ha incontrato una resistenza significativa all’interno del tuo partito, Die Linke. Perché?

In tutti i partiti politici ci sono rivalità, scontri e persone che hanno paura di non essere più al centro dell’attenzione. Gli argomenti contro questo progetto sono totalmente assurdi. Alcuni dicono che dividerà il partito. O che equivale a creare un partito concorrente. Questa non è assolutamente la mia intenzione. Nel team di fondazione, abbiamo anche membri dell’SPD. E non hanno intenzione di creare un partito rivale alla SPD.

L’alternativa principale, cui sono contraria, è che tutti coloro che sono scontenti della situazione devono semplicemente unirsi a Die Linke. Bella trovata! Ma questo non funziona… Speriamo da anni che gli elettori delusi dall’SPD si uniscano a noi. Ma la realtà è che dal 1998 l’SPD ha perso più di 10 milioni di elettori. E abbiamo guadagnato 2 milioni. Quindi ci sono almeno 8 milioni di elettori che non sono venuti da noi.

 

La paura di creare un partito concorrente di Die Linke non è giustificata?

No. Creare un partito non sembra un passaggio obbligato. L’obiettivo del movimento è di fare pressione sulle parti per costringerle, in primo luogo, l’SPD, a fare una politica più sociale. Se questo obiettivo viene raggiunto, non è necessaria la creazione di una nuova struttura. Tanto più che il sistema elettorale tedesco consente di aprire le liste anche a candidati provenienti dall’esterno, senza appartenere a un partito ufficiale. Die Linke o SPD potrebbero benissimo accogliere i candidati del nuovo movimento.

 

Il panorama politico federale è molto strutturato in Germania. Questo è un altro ostacolo.

Osserva attentamente l’Europa e vedrai che ovunque i sistemi politici tradizionali sono in tumulto. Lo vediamo in Francia. Non è rimasto molto del tradizionale sistema politico italiano, e la democrazia sociale olandese sta per scomparire, tra le altre cose. La Germania adesso è preoccupata ed è per questo che penso che sia possibile creare una tale forza in Germania.

 

Dal 2005, con l’introduzione delle cosiddette misure Hartz IV e la proliferazione di posti di lavoro a basso salario, milioni di tedeschi sono scivolati in povertà. Ma l’elettorato dei partiti di sinistra sta diminuendo. Perché?

Questo fenomeno si ritrova in tutta Europa. I più poveri non votano a sinistra perché “la sinistra”, presa in senso lato, ha sempre più trascurato la parola e il dialogo con loro. Ha sviluppato un concetto molto elitario di ciò che può essere “la sinistra”, incentrato su questioni sociali “alla moda”, come il matrimonio per le persone dello stesso sesso, che anch’io appoggio totalmente. O sui dibattiti sull’agricoltura intensiva e sugli effetti distruttivi dell’agricoltura industriale sull’ambiente.

Attenzione, non sto dicendo che questi siano argomenti minori, ma i più poveri si stanno principalmente chiedendo come pagare l’affitto e comprare cibo. Non possiamo andare a dire loro che non devono comprare queste uova più economiche perché provengono da una gallina alimentata a batteria. Dobbiamo riconnetterci con questo elettorato e rendere la politica di sinistra attraente per loro.

 

Sostenete anche un cambio di discorso sull’accoglienza dei migranti, che ha scioccato parte della sinistra tedesca.

È qui che il grande divario tra il discorso del partito e i bisogni della popolazione è particolarmente visibile. La decisione di Merkel di ospitare un milione di persone ha provocato un’ondata di antagonismo sociale e un rafforzamento dei conflitti politici. Perché, allo stesso tempo, non è stato fatto molto per prevenire i problemi che esistevano già prima di essere rinforzati in una maniera estrema. E naturalmente, questi sono problemi che colpiscono ancora una volta i più poveri.

Pertanto, i rifugiati, che sono anche poveri, sono alla ricerca di appartamenti popolari, quindi nei quartieri poveri, anche svantaggiati. Ma la Germania è gravemente carente di alloggi popolari, perché il governo ha preferito seguire una politica di austerità. La competizione abitativa cresce man mano che i rifugiati vengono fatti arrivare. La situazione è anche peggiorata in molte scuole non si trovano davvero in bei quartieri, e che avevano già grossi problemi prima del 2015. Infine, nei settori a basso salario, proprio dove sono impiegate persone poco qualificate, la concorrenza è diventata feroce.

Ho parlato di recente con un tedesco che lavora nel campo della pulizia industriale. Ha perso il lavoro perché il suo capo è alla ricerca di impiegati ancora meno retribuiti, che non hanno bisogno di avere una grande padronanza della lingua. Una buona parte della sinistra che vive in quartieri benestanti ha rifiutato di guardare a questi problemi. Se parliamo di loro, siamo chiamati razzisti. Con tali errori, la sinistra non riesce più a parlare con i più poveri, che non votano più, o votano per l’estrema destra.

Milena Gabanelli è scivolata sulla medicina anti debito pubblico italiano

Gabanelli

Il commento di Mario Seminerio, curatore del blog Phastidio.net, sull’inchiesta di Milena Gabanelli pubblicata sul Corriere della Sera

Sul Corriere dello scorso 30 maggio trovate uno degli ormai innumerevoli consigli per l’uso del mondo dispensati da Milena Gabanelli.

Non c’è ambito dello scibile umano e delle italiche angustie che Gabanelli non copra, spiegando sempre con grande pazienza ed indiscussa abilità divulgativa come trarsi d’impaccio, come fosse la versione agli steroidi di Salvatore Aranzulla. Ed anche stavolta il consiglio non è mancato, questa volta su come risolvere in pochi semplici passaggi il problema del debito pubblico italiano, senza lasciare alone.

Gabanelli illustra la geniale proposta di un Dream Team di studiosi tricolori:

«Nell’assoluto vuoto politico una proposta alternativa nasce da un gruppo di economisti italiani, fra cui Marcello Minenna (direttore Consob), Roberto Violi (direttore Bankitalia), Giovanni Dosi (professore ordinario all’università Sant’Anna di Pisa) e Andrea Roventini (professore associato sempre a Pisa), supportati anche in sede Ocse (dal policy advisor del Tuac Ronald Janssen). L’idea è quella di togliere il debito dalle spalle degli Stati — non farne più di nuovo — e assicurarlo attraverso un vero Fondo salva Stati (quello attuale, l’Esm, è sotto lo scacco della Germania). Facciamo un esempio: quest’anno all’Italia scadono un miliardo di titoli di Stato? Quel miliardo va rifinanziato, e il Tesoro lo fa emettendo sul mercato titoli a tassi di interesse più bassi pagando una polizza al fondo, che assicura gli investitori dai rischi. Lo stesso fanno tutti gli Stati membri, man mano che il loro debito scade. Chiaramente la polizza italiana costerà di più di quella francese o tedesca, ma intanto ti levi un rischio, e tempo 10 anni, tutti i Paesi avranno tutto il debito assicurato. A quel punto, con un unico soggetto garante, il debito avrà un solo tasso di interesse uguale per tutti»

Milena ha trovato semplice e geniale la proposta degli illustri studiosi. Peccato che tale proposta non sia tale, nel mondo della realtà. Vediamo perché. Si dice: ecco il “meccanismo di mercato” per disciplinare gli stati a non fare troppo debito, secondo i proponenti. Il Tesoro emette al tasso pari al valore di sintesi del rischio di tutti gli emittenti sovrani in pool, ed al contempo paga un’assicurazione simile ai credit default swap per ogni “unità” di titolo emesso.

In questo modo, argomentano i proponenti, a molto debito corrisponde un elevato premio per il rischio, e questo ci disciplinerebbe. Peccato che gli studiosi parlino solo del premio totale e non di quello unitario. Quest’ultimo, un secondo dopo la firma di questo accordo, prenderebbe un unico valore per tutti i paesi partecipanti. A quel punto, il costo della polizza sarebbe pari al valore del credit default swap unico moltiplicato per il volume di debito assicurato. Ora, anche se non siete principi o principesse del giornalismo d’inchiesta, indagine e denuncia potete -forse- capire che qui di disciplina di mercato c’è nulla, e c’è invece una pura e semplice mutualizzazione del debito. Così evitiamo lo “scacco” dei tedeschi, sia chiaro.

Ecco, direi che se queste sono le famose “proposte” da portare in Europa, “per cambiarla”, possiamo continuare a mangiare tranquilli, sino a fare indigestione. Il passo successivo al mancato accoglimento di questa richiesta di soldi all’Italia è quello di “minacciare in modo credibile” l’uscita dall’euro, e vedere che accade, per maggior gloria della democrazia. Tutto, però, senza intralciare la stagione estiva.

(estratto di un articolo pubblicato sul blog Phastidio.net)

Borsa, banche e titoli di Stato: che fare col nuovo Governo

 firstonline.it 2 giugno 2018

Da “IL ROSSO E IL NERO” di ALESSANDRO FUGNOLI – I mercati non hanno un’anima sola ma sia Usa che Europa si guardano bene dal mettere in discussione l’euro – Sui nostri titoli di Stato “non ci sono rischi particolari all’orizzonte” – E in Borsa…..

Borsa, banche e titoli di Stato: che fare col nuovo Governo

Dice il globalista che i mercati e l’Europa ci stanno spiegando che così non va bene e che dobbiamo metterci in riga. Bisogna ascoltarli perché hanno ragione nel merito e perché ci finanziano.

Dice il sovranista che i mercati e l’Europa si sono impadroniti dell’Italia, prendendosi molto di più di quello che eravamo disposti a concedere. Dobbiamo fare il contrario di quello che ci chiedono perché gli interessi del dominante sono di segno opposto rispetto a quelli del dominato.

Tanto il globalista quanto il sovranista ipostatizzano i mercati, l’Europa e i poteri forti o fortissimi. Danno cioè loro un volto unico e un’identità definita. Per i globalisti questo volto è severo ma giusto, per i sovranisti è invece rapace e distruttivo.

Il dibattito tra globalisti e sovranisti è circoscritto all’Occidente. La Cina, il Giappone, la Russia o l’India sono ombre sullo sfondo, poteri astrattamente forti che non si rapportano politicamente o emotivamente a noi. Se comprano o vendono Btp lo fanno solo per diversificare o guadagnare e non hanno nessuna intenzione di ammonirci, aiutarci, punirci o dominarci. In questo senso coincidono con il mercato nella sua forma più pura e astratta.

In Occidente invece, in casa nostra, i soggetti esterni che influenzano il corso dei Btp in questo momento sono una pluralità che ha interessi talvolta divergenti. Non c’è un unico immenso Moloch con le idee chiare, ma un certo numero di Moloch grandi, medi e piccoli. E i Moloch si dividono in politici, finanziari e intermedi.

La politica, innanzitutto, cominciando da Washington. C’è qualcuno che tifa per la dissoluzione dell’euro o, per incominciare, per l’uscita dell’Italia? C’è Steve Bannon, l’anima in pena del trumpismo antemarcia che insieme a Farage agisce su un piano esclusivamente ideologico, e poco altro. Il trumpismo reale, quello della Sala Ovale, del Tesoro e del Dipartimento di Stato, vuole un’Italia che non dia problemi e che non viva sull’orlo della guerra civile, perché questo potrebbe portare a radicalizzazioni antisistema che rischierebbero di scivolare nell’anticapitalismo, nell’antiamericanismo, nel putinismo, nello chavismo. Per questo l’America si è dimostrata più aperta a cooptare gli uomini nuovi della politica italiana di quanto abbia fatto l’Europa.

In generale, Washington vede l’euro come uno strumento utile per tenere insieme l’Europa, un continente che, se balcanizzato, finirebbe spartito tra America Russia e Cina in modo disordinato e conflittuale (con il rischio grave di una saldatura russo-tedesca). Un’Europa che si tiene insieme, invece, continuerebbe a gravitare intorno all’America sulle questioni di fondo.

E poi non c’è solo la strategia, ma anche la contingenza. Un’Italia in crisi finanziaria nei prossimi mesi, decisivi per tentare di mantenere a novembre il controllo repubblicano sul Congresso, farebbe scendere anche Wall Street e rafforzerebbe troppo il dollaro in un momento in cui si vorrebbe proprio il contrario. Si può quindi concludere che, al di là di qualche tiepida apertura ideologica verso il populismo italiano, l’America trumpiana, in nome della Realpolitik, si adopererà per un governo che abbia una legittimazione popolare reale e che sia però sufficientemente addomesticato da non mettere in discussione l’euro.

In Europa bisogna cercare di capire lo stato d’animo della Germania, un paese meno solido di quello che appare, con una Merkel indebolita, Afd che ha superato la Spd nei sondaggi ed è ormai il secondo partito, la Cina a Stoccarda nel cuore dell’industria automobilistica, Trump che non dà tregua sui dazi (e ora sulle banche), l’immigrazione da integrare al costo già stanziato di 100 miliardi su cui Afd fa campagna capillare nei supermercati e nelle scuole. Un’Italia che dovesse lasciare l’euro e facesse schizzare quello che resta a 1.50 contro dollaro capiterebbe in un pessimo momento e costringerebbe la Bce a riprendere il Qe.

Le elites tedesche sanno che non si può tenere insieme l’Europa solo con la paura e sarebbero disposte a qualche concessione, ma i politici hanno ben chiaro che qualunque cedimento comporterebbe la non rielezione al Bundestag. L’Italia va quindi tenuta a bada energicamente, almeno in pubblico.

La Bce, dal canto suo, deve dosare bene lo spread, mettere paura ma evitare di portare i nostri tassi al livello di avvitamento irreversibile. Non, quindi, un livello sempre più alto, ma una volatilità elevata intorno a un punto medio. Quanto alla fine del Qe, per ora sarà sufficiente lasciare tutto nel vago.

Quanto ai Moloch intermedi, quelli che stanno a metà strada tra finanza e politica, ci riferiamo ad esempio ad alcuni grandi fondi americani. Alcuni sono politicizzati per vocazione, altri sono semplicemente così grandi da trattare da pari a pari con gli stati sovrani. In questi soggetti la posizione verso l’Italia è chiara e i flussi di  denaro in entrata o in uscita possono essere molto veloci, aggressivi e decisivi.

Nelle delicate partite che si giocheranno nelle prossime settimane tra Italia e mondo vedremo in azione pompieri e incendiari. La nostra impressione è che da entrambi i lati si cercherà di non superare la soglia di sicurezza. Chi lo farà, magari tra i fondi più corsari in vena di attacchi sanguinari, sarà richiamato all’ordine.

Un primo momento di paura è probabilmente in fase già discendente. Un secondo test sarà costituito dalle elezioni (se ci saranno) o dai primi atti concreti del nuovo governo. Se il governo sarà politico inizierà con atti simbolici e non si metterà subito a spendere grosse cifre. Il modello sarà Trump, nessuna promessa si rinnega, ma l’attuazione ha da essere costante ma graduale.

La discesa degli asset italiani sta già creando occasioni interessanti. Poiché queste occasioni sono diffuse, tanto vale essere selettivi. Sui titoli di stato non ci sono rischi particolari nell’orizzonte visibile e si può continuare a tenerli, possibilmente nella versione indicizzata all’inflazione, che copre dal remoto rischio di svalutazione e successivo aumento dei prezzi. Non ne compreremmo però altri se l’intento fosse speculativo.

Lo stesso vale per i titoli bancari. Concentreremmo quindi gli acquisti sugli esportatori grandi e piccoli. Non crediamo a una svalutazione (se ne è parlato così tanto che il tema si è quasi bruciato politicamente) ma se proprio ci dovesse essere gli esportatori ne trarrebbero immediato benficio.

Le banche locali sono una risorsa per i territori. E per l’Italia

Redazione formiche.net 2 giugno 2018

Le banche locali sono una risorsa per i territori. E per l’Italia

L’intervento del presidente di Assopopolari, Corrado Sforza Fogliani
Nella sua relazione all’assemblea  di Bankitalia, il tema delle banche di territorio il governatore Ignazio Visco l’ha toccato due volte: direttamente (per espresso richiamo) e indirettamente (se si ragiona su un passo riguardante il credito).
Richiamo diretto. Visco, nelle sue Considerazioni, ha sostanzialmente auspicato questo: la realizzazione, fra banche di territorio, di accordi di eventuale reciproco sostegno. Assopopolari appieno concorda e costituendo un’apposita società fra Popolari, la Luzzatti spa, s’è già messa proprio su questa strada, che consente di valorizzare istituti che si sono sempre distinti nell’erogazione del credito a Pmi e famiglie in molte zone d’Italia, invece oggi  prive di questo aiuto. Le Popolari continueranno con ferma determinazione su questa strada, forti anche di questo rinnovato appoggio e indirizzo.
Al di là, comunque, della Luzzatti Spa, andrà approfondito, sul piano tecnico, la concreta realizzabilità di quel meccanismo di “protezione istituzionale” al quale ha fatto riferimento il Governatore (meccanismo già presente in altri Paesi, “con vantaggi nel calcolo dei requisiti patrimoniali” e come ulteriore passo “verso forme più strette di integrazione”). In questa ottica, andrà in particolare approfondita, sempre sul piano tecnico, e concreto, la possibilità di pervenire a forme di collaborazione bi-trilaterale,  fra istituti con eguali caratteristiche e  immediate opportunità sinergiche.
Richiamo indiretto. Nelle Considerazioni (molto tecniche, come forse mai prima d’ora per estensione), Visco ha più volte richiamato la situazione delle piccole e medie imprese (da cui, il nostro andare alle banche di territorio, che sempre hanno egregiamente assolto a questo compito peculiare). Una prima volta, il Governatore ha evidenziato che, per l’accesso al credito, “persistono difficoltà per le imprese di minori dimensioni”, oltre che per quelle delle costruzioni. In altro passo della relazione, il Governatore ha fatto presente che “per rendere più  agevole l’accesso al credito delle piccole e medie aziende bisognerà continuare a favorirne il rafforzamento patrimoniale”. Affermazioni, entrambe, con le quali non si può all’evidenza non concordare. Con alcune integrazioni, peraltro.
Anzitutto, infatti, bisogna considerare che molto credito al territorio è scomparso, là dove sono scomparse le banche territoriali (siano esse Cassa di risparmio, Popolari o Casse rurali). Le zone che hanno saputo conservarsi una banca locale è statisticamente provato che non soffrono nel mercato del credito e che la banca locale anche in questi anni ha continuato ad erogare, ed ha erogato, più credito, in assoluta controtendenza nella zona rispetto sia al sistema nel suo complesso che rispetto alle altre singole banche, che hanno invece diminuito il credito (da ultimo, dati Ufficio controllo di gestione Banca di Piacenza). La ragione è chiara: in epoca di crisi, è più difficile fare credito, ed è più difficile ancora per le grosse banche (che guardano i bilanci) mentre le banche di territorio (per questo sono caratterizzate da meno sofferenze) conoscono i loro prenditori ad uno ad uno.
In secondo luogo, andranno considerati (per trarne ammaestramenti) i deleteri effetti, anche di fiducia e di immagine, per le banche di territorio di qualsiasi specie, indotti dalla politica del Governo Renzi (con l’introduzione del bail-in addirittura in via anticipata rispetto ai termini dell’Europa)  e dalla sua riforma delle Popolari, delle quali s’è in pratica cercata, senza riuscirvi, la cancellazione. Riforma che ha comunque portato, dove ha operato, alla sostituzione dei precedenti proprietari di tutte le banche trasformate (i risparmiatori) con i fondi speculativi europei e statunitensi (che non vivono in osmosi col territorio ed il suo futuro ma, al contrario, hanno traguardi di breve durata e di immediato guadagno).
In terzo luogo, sempre a proposito dell’accesso al credito, andrà considerato che la politica italiana contraria alla banche di territorio (e anzidetta) è l’esatto contrario di quanto si fa all’estero e tanto più colpevole in quanto l’Italia è Paese caratterizzato dall’innovazione, e dalla fantasia, proprio delle medie e piccole aziende, in molti settori quasi esclusivamente. Negli Stati Uniti, è ben noto, l’Amministrazione Trump ha recentemente varato proprio provvedimenti a favore delle banche locali (di cui ha riconosciuto l’essenziale importanza), mentre la Germania (astenuta l’Italia!) ha ottenuto per le proprie banche di territorio l’esonero da misure studiate per porsi al riparo da possibili danni delle grandi banche, e ciò anche per quel principio di proporzionalità, principio fondante dell’Ue, che vale per la Germania, ma non per l’Italia.
Come per l’Italia sola, si dice che il sistema cooperativo non è idoneo al settore bancario, quando le più grosse banche canadesi e francesi sono proprio cooperative, e quando Usa, Germania e Francia si reggono proprio su una miriade di piccole banche. Tutti temi (per non parlare delle restrizioni al credito che comportano i vari Addendum e simili per gli Npl, nelle loro diverse forme) ai quali non si appassionano le associazioni italiane di rappresentanza delle categorie: aduse (loro e i loro giornali) a ottocenteschi tipi di apodittica protesta ed a considerare nel contempo i problemi del sistema bancario come riguardanti i soli banchieri, quando riguardano invece in ispecie i loro soci.