Chi vincerà i Mondiali? Le statistiche dicono…

Daniele Mariani tvsvizzera.it 3 giugno 2018

la coppa del mondo con a fianco un pallone sull'erba di uno stadio
La finale dei Mondiali è in programma il 15 luglio allo stadio Luzniki di Mosca.

(Keystone)

Le analisi statistiche sono ormai diventate una componente fondamentale anche nel calcio. L’Osservatorio del calcio di Neuchâtel è stato tra i precursori di questo movimento. Al suo responsabile, Raffaele Poli, abbiamo chiesto tra le altre cose quali nazionali sono favorite ai prossimi Mondiali di Russia.

Qual è il valore di trasferimento di Mohammed Salah? I 220 milioni di euro spesi dal PSG per acquistare Neymar sono giustificati? E tra il profilo di Paulo Dybala e quello di Lionel Messi si possono fare dei paragoni?

grafico che compara il profilo di dybala a quello di Messi
(www.football-observatory.com)

Navigando sul sitoLink esterno dell’Osservatorio del calcio del Centro internazionale di studi dello sport (CIESLink esterno) di Neuchâtel sembra di entrare nel gioco Football Manager.

Recupero del pallone, pericolosità, passaggi o ancora età media della squadra, percentuale di giocatori stranieri, stabilità dell’effettivo… per gli appassionati di calcio e i professionisti del settore il sito è una vera e propria miniera d’oro.

“Abbiamo creato l’Osservatorio nel 2005. Allora la scienza dei dati e l’uso dei ‘big data’ nello sport – e nel calcio in particolare – era appena agli albori”, indica Raffaele Poli, responsabile di questa struttura composta di tre ricercatori e di un collaboratore incaricato della raccolta dei dati.

Le newsletter settimanali Link esternopubblicate dall’Osservatorio permettono al grande pubblico di immergersi nei risultati delle analisi dei ricercatori, ad esempio le nazionali con maggiori probabilità di aggiudicarsi la Coppa del MondoLink esterno in Russia.

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http://www.tvsvizzera.it/tvs/embedded/il-gioco-dei-pronostici_chi-vincer%C3%A0-i-mondiali-/44120462

Il giusto valore

All’inizio l’istituto si è occupato soprattutto di demografia e di migrazione, focalizzandosi ad esempio sulle traiettorie migratorie dei giocatori africani e sudamericani che approdano nei club europei.

+ Per saperne di più sulle migrazioni nel mondo del calcioLink esterno

Poi, con l’accrescersi della disponibilità di dati statistici – passaggi, intercettazioni, tiri, ‘tackle’…  – l’Osservatorio ha aggiunto altre corde al suo arco.

“Abbiamo sviluppato un secondo asse di ricerca, elaborando una metodologia per paragonare i giocatori o i club sulla base delle loro prestazioni – spiega Raffaele Poli. Poi abbiamo messo a punto un algoritmo, che prende in considerazione una dozzina di famiglie di indicatori, attraverso il quale riusciamo a dare il giusto valore di mercato a un giocatore. In questo ambito il nostro servizio è molto richiesto a livello di club e di attori del mercato”.

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http://www.tvsvizzera.it/tvs/embedded/assente-dai-mondiali_il-naufragio-dell-italia-era-prevedibile-/44120494

Negli ultimi anni, le società che si occupano di statistiche e analisi sportive sono spuntate come funghi. Oggi si sta assistendo a un processo di concentrazione. Il gruppo britannico Perform, fondato nel 2007, ha ad esempio acquisito Opta Sport e Scout 7.

Rispetto a queste società, l’Osservatorio del calcio si distingue per il suo approccio accademico: “Non siamo in un registro commerciale, anche se facciamo spesso dei mandati di ricerca retribuiti – precisa il responsabile. Il CIES, di cui facciamo parte, è finanziato strutturalmente dalla FIFA”.

Per un calcio sostenibile

A motivare i ricercatori è soprattutto l’amore per uno sport messo in pericolo da quella che Raffaele Poli definisce una “speculazione ad oltranza” e l’idea che un “calcio sostenibile e più sano” sia ancora possibile.

“Il calcio dovrebbe svilupparsi in modo che i talenti siano valorizzati e non trattati come merce sin dalla più giovane età”

Fine della citazione

“Il calcio dovrebbe svilupparsi in modo che i talenti siano valorizzati e non trattati come merce sin dalla più giovane età. Il problema esiste da anni, ma si è acuito con l’aumento dei budget dei club, con l’entrata in scena di fondi di investimento che speculano sulla carriera dei giocatori, con molti agenti che si trasformano in investitori a scapito delle squadre, coi club formatori che vengono pauperizzati da questi nuovi meccanismi”, sottolinea Poli.

Cercare di quantificare oggettivamente il valore di un giocatore significa appunto fornire uno strumento per lottare contro queste derive nel mondo del pallone. “Attualmente è in corso una riforma del sistema di trasferimento e noi in qualità di esperti possiamo intervenire con dati validi, oggettivi e storici che tengono conto di un certo numero di fattori, fornendo così qualche impulso per una migliore regolazione”.

A volte questi dati vanno controcorrente rispetto all’opinione dominante. Poco meno di un anno fa, Raffaele Poli aveva probabilmente fatto rizzare i capelli a più di una persona affermando che la somma pagata dal Paris Saint-Germain per Neymar (222 milioni di euro) rappresentava un investimento razionale e in linea con il valore di mercato calcolato dall’Osservatorio.

“Ci sono però stati altri trasferimenti, ad esempio di terzini come Kyle Walker o Benjamin Mendy (acquistati dal Manchester City per rispettivamente 51 e 57 milioni di euro), pagati il doppio del prezzo stimato. C’è una vera e propria inflazione”, osserva Poli.

grafico con l'evoluzione del valore di neymar

(www.football-observatory.com)

Big data al servizio del calcio

Al di là di questo aspetto del valore di mercato, la scienza dei dati applicata al calcio si sta ormai generalizzando. Oggi tutte le grandi società hanno al loro servizio uno specialista che si occupa di analizzare le statistiche. E gli allenatori che non prendono in considerazione questo aspetto passano ormai per dei tecnici che non stanno al passo coi tempi. “È successo la stessa cosa con la preparazione fisica. Ci sono voluti anni prima che ci si adattasse ai nuovi approcci, ad esempio lavorando sull’intensità della corsa e non su lunghe distanze”, osserva Raffaele Poli.

E cosa accadrà tra qualche anno? Le decisioni prettamente tecniche saranno prese dalla tecnologia e dall’analisi e non più dall’allenatore, come pronosticato da Jaeson Roesenfeld, consigliere dell’ormai ex manager dell’Arsenal Arsène Wenger.

“Rosenfeld è un americano e ha un approccio molto ‘baseball’. Tuttavia ha torto, perché il calcio è un gioco diverso – sostiene il responsabile dell’Osservatorio del calcio. La tecnologia e la scienza assumeranno un aspetto ancora più preponderante nel modo di allenarsi, negli esercizi, nella prevenzione degli infortuni. Però a livello tecnico e tattico i dati sono solo una faccia della medaglia, possono servire a livello descrittivo, ma a livello analitico non sempre sono sufficienti. Nel calcio l’errore è una componente indispensabile, poiché è solo prendendo dei rischi – e quindi esponendosi all’errore – che un giocatore riuscirà a compiere quel gesto che cambia le sorti della partita. È questa imprevedibilità che fa le grandi squadre e i grandi giocatori”. Un’imprevedibilità così umana che nessun dato potrà mai quantificare.

Come vengono raccolti i dati?

Per tutto ciò che concerne i valori di trasferimento, l’Osservatorio del calcio fa capo ai siti delle leghe, dei club o altri portali specializzati.

Invece, per quello che riguarda le prestazioni dei giocatori del big-5 (campionati inglese, spagnolo, tedesco, francese e italiano) i dati vengono raccolti da una società specializzata, OptaPro, attraverso le immagini televisive. Ogni partita viene analizzata da tre operatori, che annotano le statistiche di ogni singolo giocatore.

“Ci sono altre società che affermano di riuscire a raccogliere i dati in modo quasi automatico – spiega Raffaele Poli. Non siamo però ancora a questi livelli, anche se forse un giorno ci si arriverà. Per un algoritmo è difficile riconoscere tutto. Il giocatore ha fatto un tackle oppure no? Per ora l’analisi umana è ancora necessaria per oggettivare un po’ di più un gesto tecnico”.

Foreign Policy – È ora di scegliere la democrazia e non i mercati finanziari

Di Rododak – Giugno 3, 2018 vocidallestero.it

L’economista Luigi Zingales mette in rilievo su Foreign Policy come la decisione del presidente Mattarella di bloccare un governo appoggiato da una maggioranza parlamentare per il timore di reazioni dei mercati fosse sbagliata dal punto di vista sia economico sia politico. In particolare, sebbene nella disamina usi gli argomenti classici della dottrina economica liberale, Zingales sottolinea come non è neanche vero che in Eurozona il giudizio sui governi sia affidato ai mercati: in realtà è affidato alla BCE, che ha il potere di influenzare i mercati, ed è un organismo che nessuno ha eletto.

di Luigi Zingales, 31 maggio 2018

 

La decisione del presidente italiano di respingere un governo eletto non ha senso né dal punto di vista economico né da quello politico.

 

Nel 20° secolo, quando i risultati elettorali non risultarono graditi all’élite dominante e ai suoi alleati internazionali, scesero in strada i carri armati. Nel 21° secolo la reazione è meno cruenta, ma non per questo meno aggressiva. Invece dei carri armati, viene usato il mercato delle obbligazioni.

 

È quello che è successo in Italia domenica scorsa, quando un governo appoggiato da una maggioranza parlamentare è stato bloccato dal presidente della Repubblica, per il timore di come il mercato obbligazionario avrebbe potuto reagire alla nomina dell’ex dirigente della Banca d’Italia, Paolo Savona, di ottantuno anni, designato come ministro dell’Economia. (Per fare totale chiarezza: si è sparsa la voce che fossi anche io in corsa per quel ruolo, ma non mi è mai stato offerto).
La colpa di Savona? Avere sviluppato un piano di emergenza per l’uscita dall’euro, nel caso che questa avvenisse. È come se il presidente degli Stati Uniti licenziasse un ministro della Difesa perché appronta un piano di emergenza in caso di guerra nucleare con la Corea del Nord. Al contrario, entrambi avrebbero dovuto invece essere elogiati per la loro previdenza.

 

Ma ammettiamo pure che il presidente italiano avesse ragione, e che la nomina di Savona potesse scatenare il panico nel fragile mercato obbligazionario italiano. Allo stesso modo, ammettiamo pure che la Costituzione gli desse il diritto di farlo. Sarebbe stata una buona scelta? È giusto che la paura dei mercati annulli il processo decisionale democratico?

 

Agli economisti (me compreso) generalmente piace l’efficienza dei mercati nell’allocazione delle risorse. I buoni economisti, tuttavia, sanno che, per funzionare correttamente, i mercati dovrebbero operare in regime di piena concorrenza e che gli operatori sul mercato dovrebbero essere informati in modo simmetrico. Il mercato del debito sovrano in Europa non soddisfa nessuna delle due condizioni. In un mercato concorrenziale, ogni singolo attore dovrebbe essere un price-taker, ovvero la sua attività di scambio non dovrebbe avere alcun impatto sui prezzi di mercato.

 

E invece, per sua stessa ammissione, la Banca centrale europea (BCE) ha un impatto sui prezzi di mercato. In caso contrario, perché si impegna nell’acquisto di obbligazioni sovrane per ridurne il rendimento, pratica nota come quantitative easing? Di conseguenza, il mercato obbligazionario europeo non si muove più in base al risultato delle decisioni di migliaia di operatori indipendenti; è diventato un “concorso di bellezza”, in cui si cerca di anticipare la prossima decisione della BCE. In un simile mercato, la dichiarazione di un membro della BCE che il quantitative easing dovrebbe concludersi prima del previsto (come ha fatto martedì Sabine Lautenschläger, membro del comitato esecutivo della BCE) può essere sufficiente per creare timore e aumentare lo spread tra obbligazioni italiane e tedesche.

 

È saggio vincolare le decisioni politiche di qualsiasi altro paese ai capricci di un simile mercato? Il presidente italiano, evidentemente, lo pensa. Ma farlo è pericoloso: sia dal punto di vista economico sia politico.

 

È pericoloso dal punto di vista economico, perché gli economisti preparati sanno che il mercato delle obbligazioni sovrane può avere più punti di equilibrio. Di conseguenza, quando il rapporto tra debito e PIL è alto, è sufficiente che si sparga una voce per spostare il mercato obbligazionario da un punto di equilibrio a un altro, con il rischio di default. In generale, questa eventualità è impedita dalla banca centrale nazionale. Quando è stata creata la BCE, tuttavia, i meccanismi necessari a una banca centrale non furono previsti appositamente, con lo scopo di lasciare ai mercati l’imposizione di un vincolo disciplinare ai paesi membri. Ma questa è stata una decisione cattiva dal punto di vista economico, che ha reso obbligatorio che la BCE alla fine fosse costretta a intervenire attivamente. Il risultato per gli stati membri è che non sono stati disciplinati da un mercato adeguatamente funzionante, ma dalla BCE – un’istituzione composta da individui che, anche se animati dalle migliori intenzioni, possono sbagliare.

 

Il che ci porta ai pericoli dal punto di vista politico. Qualsiasi sistema istituzionale che attribuisca a un organismo non eletto come la BCE un ruolo prevalente rispetto agli organismi eletti, senza controllo, solleva seri problemi di legittimità. Immaginiamo l’ipotesi in cui il commento di un dirigente della BCE tedesco scateni involontariamente una crisi sul mercato obbligazionario italiano, che costringa l’Italia a ricorrere a un programma del Meccanismo europeo di stabilità-Fondo monetario internazionale. Che tipo di legittimità politica avrebbe un simile risultato in Italia? Anche un paese meno affascinato da poco plausibili teorie complottiste comincerebbe a sospettare una trama tedesca. Questo sospetto diventerebbe poi certezza se un commissario europeo tedesco dichiarasse che i mercati finanziari insegneranno agli italiani a non votare per i populisti. Fortunatamente, quest’ultimo punto è ipotetico, ma non troppo: il commissario europeo alle Finanze Günther Oettinger  ha dichiarato  che sperava che “lo sviluppo negativo dei mercati” fornisse “agli elettori un segnale di non votare per i populisti di destra o di sinistra”.

 

Sto negando il diritto dei partner europei degli italiani di essere preoccupati per il bilancio pieno di promesse (e nessuna misura per pagarle) concordato dal Movimento Cinque Stelle e dalla Lega? Assolutamente no. Mi associo anche alle preoccupazioni espresse dall’economista tedesco Hans-Werner Sinn sul cosiddetto debito Target2 che l’Italia sta accumulando nel sistema dell’euro: debito che è il risultato di un maggior numero di investitori stranieri che vendono obbligazioni italiane piuttosto che acquistarle.

 

Entrambe le preoccupazioni, tuttavia, riflettono gli errori di concezione fondamentali dell’euro. Lo Stato dell’Indiana non si preoccupa di quanto è spendaccione lo Stato dell’Illinois, né del debito che la Federal Reserve Bank di Chicago accumula con la Federal Reserve centrale. L’Illinois è libero di scegliere i suoi governatori senza interferenze dell’Indiana (anche se alcuni conservatori fiscali preferirebbero diversamente), proprio come lo Stato dell’Illinois è libero di fare default senza trascinare con sé tutte le sue banche locali e l’intera economia locale. Il motivo è che ci sono sufficienti istituzioni federali, dall’assicurazione contro la disoccupazione all’assicurazione sui depositi, per assorbire lo shock. E c’è un’autorità politica comune – in particolare, il Congresso degli Stati Uniti, in cui gli Stati più piccoli sono in proporzione più rappresentati – per risolvere eventuali controversie che potrebbero sorgere.

 

Le tensioni politiche in Europa non sono quindi inevitabili. La moneta comune europea, tuttavia, è stata creata prima delle istituzioni necessarie per sostenerla. La speranza – formulata esplicitamente da alcuni politici italiani – era che una crisi alla fine avrebbe accelerato la creazione di queste istituzioni. Ma quasi vent’anni dopo l’introduzione dell’euro e dieci anni dopo una crisi economica di quelle che si scatenano una volta in un secolo, i progressi verso la creazione di queste istituzioni in Europa sono stati minimi.

 

Molti europei non sono d’accordo. Considerano incoraggianti i progressi dell’ultimo decennio, soprattutto se confrontati con la totale immobilità dei primi dieci anni dell’euro. Certo, per chi vive all’ultimo piano la costruzione di una pompa per drenare l’acqua non appare urgente come per chi vive in cantina. L’Italia, in Europa, vive in cantina: e sta affogando.

 

Nessun governo italiano può riformare l’Eurozona da solo. Eppure le riforme non si faranno, se non ci si prova. Il presidente francese Emmanuel Macron sembra disposto a spendere un po’ di capitale politico per promuovere una riforma della zona euro, ma ha bisogno di un alleato in Italia – la terza maggiore economia dell’area economica – per renderla una priorità. Questo sarebbe il principale vantaggio di una coalizione tra il Movimento Cinque Stelle e la Lega. Entrambe le parti hanno promesso di combattere per le riforme in Europa – una promessa su cui scommettono il loro futuro politico.

 

Piuttosto che criminalizzare le richieste di aiuto, l’Europa dovrebbe rimboccarsi le maniche e proporre un piano per il cambiamento. Altrimenti, non solo “il bel Paese ” – come gli italiani chiamano la nostra patria – affonderà, ma affonderà l’idea stessa che nel continente si possa convivere in pace e prosperità.

Politica e finanza, appunti semiseri sulla crisi di governo

| di  firstonline

Dal contratto di governo ai mercati finanziari, dallo spread all’euro e altro ancora: le parole chiave della politica e della finanza nell’esilarante interpretazione dei protagonisti della crisi di governo e di una campagna elettorale mai finita

Politica e finanza, appunti semiseri sulla crisi di governo

Quanto segue è la trascrizione degli appunti che ho tenuto nel corso della campagna elettorale. Poiché questa è di fatto già ripresa sugli stessi temi della precedente, ho ritenuto utile renderli noti ai lettori.

Sono annotazioni redatte per quel buon padre (madre) di famiglia, se del caso anche single, racchiuso in quell’universo indistinto definito “cittadini” e “popolo”.

Avverto in ogni caso i lettori che gli appunti ambiscono a compiere una mission impossible: dare senso alle parole più in uso nella lingua politica italiana in occasione della crisi e delle elezioni…

1. Contratto di governo (detto alla tedesca) e di programma per i cittadini: singolare contratto che non prevede alcune prestazioni (Nb. copertura finanziaria) da parte dei cittadini. Meglio: manifesto di politica economica posto sotto gli occhi della finanza internazionale, ove si dichiara la disponibilità del futuro governo a uscire dall’euro. Forza dunque che siamo pronti con Paolo Savona Stranamore nel ruolo chiave di assoluta garanzia per attuare il D-Day dell’uscita shock. Manifesto poi emendato, ma la notizia era ormai stata data. Fonti vicine agli ambienti militari pare che si riferiscano al Contratto di programma con il nome in codice “B29-Enola Gay”.

2. Prerogative del Presidente della Repubblica (nel senso di: ma chi è costui che snobba la lista dei desideri di Salvini e Di Maio ridotta a “fateci almeno provare con il Conte cameriere?). Prerogative come ostacolo voluto dalla politica del passato e gioiello incastonato nella Costituzione più bella del mondo. “Costui” che oggi si oppone al “primato della politica”, richiesto gran voce dai partiti che con afflato alla Marinetti corrono verso il futuro come auto irrispettose del codice della strada all’insegna di Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità (Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, Le Figaro, 20 febbraio 1909);

2 bis. Sovranista (nel senso alla Trump di Italy First ala meneghina o alla pummarola). Consulente preferito dai sovranisti è Bannon, espulso dallo staff della Casa Bianca, estimatore del filosofo razzista Julius Evola (1898-1974),devoto a Mussolini per le leggi razziali che poi abbandonò il fascismo per il miglior nazismo di Hitler, ritenuto più consono alle sue aspirazioni per la razza pura ariana; Anche nel senso di: delirio di onnipotenza di un progetto politico relativo ad un paese che non dispone (a differenza di Trump) di materie prime, fonti di energia e che pertanto dipende dall’interesse degli altri paesi ad intrattenere relazioni economiche. Esilarante nelle relazioni internazionali il ruggito del topo sovranista;

3.Spread (nel senso di chi se ne frega di): differenza tra il tasso di interesse corrisposto sui titoli con scadenza decennale emessi da tesoro tedesco (BUND) e i corrispondenti titoli di stato emessi dal Tesoro italiano (BTP). Mai trascurare il fatto che i BTP sono ricchezza detenuta nel portafoglio delle famiglie e delle imprese italiane (circa 2/3 dell’intero ammontare) e per circa un terzo da famiglie e imprese straniere. Lo spread aumenta quando sale la sfiducia nel governo italiano di onorare il proprio debito pubblico, scende quando la fiducia cresce. Me ne frego dello Spread significa dire me ne frego della ricchezza delle famiglie e delle imprese straniere (sono sovranista) ma anche di quella delle famiglie italiane (anche se sono sovranista);

4. Mercati finanziari (nel senso di poteri forti complottisti, sia per politici di destra che di sinistra). Costituiscono la sintesi di milioni e milioni di comportamenti adottati dai singoli risparmiatori, caso mai affidati a intermediari che sperano di ricevere sia un modesto rendimento sia l’incasso del capitale alla scadenza del titolo. Poiché i risparmiatori hanno piedi di piombo lungo la strada che li avvicina ai titoli di stato e gambe da lepre quando se ne devono liberare, sono anche sensibili alle parole (non ai fatti) usate da chi vuole governar il paese ove risiedono i risparmiatori. Non ci faremo ricattare dai mercati finanziari ovvero dai poteri forti significa dire che non ci facciamo ricattare dai nostri cittadini/risparmiatori. Quindi chi se frega dei nostri cittadini;

5. Mercati finanziari versus interessi degli italiani (nel senso di accusa al Presidente Mattarella che sottende il masochismo degli italiani). Vedi sopra per comprendere come mai gli italiani si contrappongano a loro stessi;

6. Disavanzo pubblico per il finanziamento dei consumi delle famiglie (nel senso di pasto gratis per tutti). Ovvero: il Ministero dell’economia emette titoli di stato da collocare tra i risparmi delle famiglie e delle imprese per ottenere i flussi monetari da elargire alle medesime famiglie e imprese. Le famiglie che risparmiano (cittadini e popolo nel linguaggio di Salvini e Di Maio finanziano i consumi delle famiglie che spendono tramite l’indebitamento della intera collettività nazionale. Provvedimento noto come “invito delle famiglie risparmiatrici al gran ballo sull’onda del bolero di Ravel” fino al crescendo (collasso?) finale.

7. Disavanzo pubblico per il finanziamento degli investimenti ad elevato moltiplicatore(detto anche “spesa Super Baron Munchausen” che si solleva tirandosi per le stringhe delle scarpe). Ad esempio: 10 miliardi euro (che si aggiungono allo stock del debito pubblico) destinati agli investimenti ad elevato moltiplicatore fanno crescere il PIL di 20mila miliardi di euro con moltiplicatore 2; di 30.000 con moltiplicatore 3 e così via. Sono atti di fede non corroborati da prove statistiche documentabili e supposte ad analisti indipendenti;

8. EURO (idem per spread: chi se ne frega del). Senza la vecchia lira non si può più svalutare per fregare con i prezzi i nostri concorrenti europei. Pazienza se scatta l’inflazione interna: si provvederà con l’aumento della spesa pubblica alle famiglie di oggi. Le generazioni future? Cosa hanno fatto per noi sovranisti di oggi?

9. Debito pubblico (nel senso di fardello). Ricchezza privata di cui sbarazzarci il più presto e velocemente possibile (effetto shock: vedi afflato Marinetti) per ricominciare a erogare nuova spesa pubblica finanziata con nuovo debito pubblico nei portafogli dei risparmiatori ancora sotto shock

10. Mini-bot (nel senso di moneta parallela all’euro). Emissione da parte del Tesoro italiano di nuovi titoli di picco taglio che possono essere utilizzati per acquisti di vario titolo. Primo passo per la nuova legge che dia alla Banca d’Italia il potere di stampare moneta sovranista e conseguente abbandono dell’euro.

11. Flat tax con due aliquote. Sfida ai matematici e ai geometri analitici di risolvere siffatto problema che appare più difficile della successione aurea di Leonardo Fibonacci (Pisa 1175- 1235).

12. Establishment (nel senso di eliminare lo stesso). Espressione inglese ignota ai più giovani che significa “fatti più in là oh oh! che vengo io”, così come cantavano le sorelle Bandiera negli spettacoli notturni di Renzo Arbore. Vedi il caso più recente del professor Conte

Fondi Ue, i numeri delle truffe made in Italy

 lettera43.it 3 giugno 2018

Le irregolarità nell’assegnazione all’Italia dei fondi comunitari riguardano quasi 1,5 miliardi. Oltre il 60% del totale. Dalla distribuzione geografica dei casi alle pratiche più utilizzate: le cose da sapere.

Nella narrazione politica dominante che ha funto anche da collante tra leghisti e pentastellati, l’Unione europea è il capro espiatorio chiamato in causa per ogni male. È infatti l’Ue che impone a Roma scelte dolorose, che esige una politica fiscale votata al rigore e che vieta a governo e parlamento di alleviare le sofferenze delle imprese e della popolazione facendo altro debito pubblico. Ma è davvero così? Siamo sicuri che la nostra permanenza nel club comunitario sia più una spesa che un beneficio? Quel che è certo è che, a giudicare dal numero di truffe italiane ai danni di Bruxelles in materia di fondi comunitari, c’è anche chi da questa Ue ha tutto da guadagnare.

1. L’Ue darà a Roma 77,5 miliardi di euro in sei anni

Tra 2014 e 2020 l’Unione europea metterà a disposizione dell’Italia risorse finanziarie per circa 77,5 miliardi di euro: 46,5 per le politiche di coesione e 31 per la politica agricola comune. I fondi costituiscono naturalmente una boccata d’ossigeno in un sistema economico sempre più asfittico e depresso. Se bene utilizzati, possono funzionare da volano per la ripresa. Queste risorse, come documenta l’ultimo studio dell’Ufficio Valutazione Impatto del Senato, sono gestite direttamente dalle autorità statali, regionali e locali di ciascun Paese membro. Resta però da chiedersi se siano gestite bene dato che, come documenta la Guardia di Finanza, l’imponente fiume di denaro che arriva da Bruxelles di colpo si disperde nei mille rivoli delle truffe e dei raggiri. Tra il 2014 e il 2016, la Guardia di Finanza ha eseguito 12.838 interventi, controllando circa 2,4 miliardi di contributi. L’ammontare di irregolarità è risultato pari a quasi 1,5 miliardi, ovvero, oltre il 60% dei fondi.

2. L’85% delle irregolarità è riconducibile al Mezzogiorno

Le frodi e le irregolarità sui fondi strutturali e sulle spese dirette della Ue sono avvenute nell’85% dei casi nell’Italia meridionale, cioè nelle Regioni destinatarie dei fondi stanziati per l’obiettivo Convergenza 2007-2013. Segue l’Italia centrale con il 12%, ultimo il Nord con il 3,5%. Ma guardando al tesoretto messo a disposizione per l’agricoltura e la pesca, nessuna parte del Paese è in realtà esente dagli illeciti, che risultano numerosi anche in regioni ricche come il Friuli Venezia Giulia. In questo settore sono stati commessi reati nel 46% dei casi nel Centro Italia, nel 33% circa nel Mezzogiorno e nel 21% al Nord. I dati della Guardia di Finanza riportano che la percentuale più alta di illeciti e frodi riguarda la politica agricola comune e la politica della pesca: il 62% dei finanziamenti controllati sono stati richiesti o percepiti in modo irregolare o fraudolento. In un solo biennio, 5.521 persone sono state denunciate per truffa aggravata, malversazione e indebita percezione di risorse europee. Gli arresti sono stati 71. Sono state avanzate proposte di sequestro per 587,4 milioni di euro ed eseguiti provvedimenti cautelari reali (cioè che colpiscono i beni degli imputati per rifarsi della somma sottratta) per 196,2 milioni.

3. Spuntano “professionisti” specializzati nel togliere all’Ue più di quanto dovuto

Le Fiamme Gialle, nella loro quotidiana opera di contrasto a questa tipologia di illeciti, hanno riscontrato la nascita di vere e proprie figure professionali specializzate nel togliere a Bruxelles più di quanto dovuto. Si legge infatti nel rapporto dell’Uvi che, spesso, gli imprenditori pizzicati a frodare l’Unione europea si rivolgono a «consulenti e professionisti esterni che si sono affermati come veri e propri “specialisti” nell’acquisizione di erogazioni pubbliche e che sfruttano contatti, metodi e tecniche d’intervento chiaramente finalizzati ad attività illecite». Tra le metodologie di frode maggiormente riscontrate ci sono: l’artificioso sovradimensionamento delle domande di aiuto; l’indebito ottenimento di titoli sulla base di false dichiarazioni e della cessione in blocco degli stessi; la fraudolenta percezione di provvidenze da parte di soggetti già deceduti prima della presentazione della domanda o sottoposti a misure di prevenzione antimafia.

4. Nel novero delle truffe anche macchinari arrugginiti spacciati per nuovi

Nel novero delle truffe, l’italico ingegno si dimostra senza freni. E così non sono pochi i casi nei quali il dichiarato acquisto di macchinari “nuovi di fabbrica” riguarda in realtà modelli già in uso nella azienda di chi truffa che vengono semplicemente ripuliti, riverniciati e ri-ettichettati (cambia cioè la matricola e l’anno di costruzione) in modo da non destare sospetti in caso di ispezioni. Ma talvolta i truffatori non operano alcun tipo di maquillage convinti di passarla liscia. È accaduto a Catanzaro nel 2015: il contributo, pari a circa 9,5 milioni di euro, di cui 3,6 erogati e i restanti bloccati a seguito dell’intervento del personale della Gdf, era stato concesso dal ministero dello Sviluppo Economico per la realizzazione di un innovativo macchinario industriale. Dalle investigazioni è però emerso che il macchinario era, in realtà, un ammasso di ferraglia arrugginita, accatastata all’interno di un capannone abbandonato.

5. Il nostro Stato fatica a recuperare il maltolto e Bruxelles glielo addebita

In Italia si fatica non solo a tenere a freno le truffe, ma anche a recuperare il maltolto una volta individuati i responsabili. Secondo gli ultimi dati, aggiornati al 30 giugno 2017, su 322,6 milioni di euro indebitamente percepiti tra il 2008 e il 2016 ne sono stati recuperati solo 74,4. Altri 248,2 milioni mancano all’appello. E se lo Stato non provvede nei termini stabiliti, la Commissione europea storna l’ammontare dei recuperi non andati a buon fine dall’importo dei finanziamenti previsti. Oltre al danno economico, il sistema truffaldino talvolta causa anche dei morti, almeno in via indiretta: molti dei fondi distolti sono infatti indirizzati alla messa in sicurezza di quei fiumi e torrenti che, lasciati in stato di abbandono, nel periodo autunnale esondano, mettendo a rischio la pubblica incolumità.

SOROS: LE SANZIONI DI TRUMP SONO CONTRO LA UE (e con Bannon facciamo il paio)

 scenarieconomici.it 3 giugno 2018

Soros, in un servizio su Rainews24, segnala che i destinatari delle sanzioni sull’acciaio devono essere per forza i paesi della UE, poichè la Cina, a suo avviso, può tranquillamente resistere.

Chissà perchè non stento a credere in questa analisi, soprattutto se la collego con l’altro evento che la ha Rai ha portato alla ns attenzione, la visita di Bannon in Italia:

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/ContentItem-11d3992d-373e-45b0-87ac-cdd0148b39c7.html

Bannon, dopo aver incontrato Salvini, afferma:

“ben presto vedrete sorgere, in europa, una unione di stati indipendenti”

Ecco il perchè dei dazi? Colpire i tedeschi, che vivono di export, e costringere gli italiani a tornare alla propria valuta per compensarne il differenziale. A quel punto, l’egemonia tedesca sul continente sarà enormemente ridotta causa ritorno al supermarco. Ciò porrebbe fine sia alla supertruffa del surplus commerciale da Euro, sia ai sogni d’espansione imperialistica verso oriente della classe dirigente tedesca.

Non a caso, anche li, gli USA hanno già creato una bella cintura di paesi controllati intorno agli alemanni. Si prospetta il tentativo di riequilibrio delle forze nel vecchio continente.

Ad maiora.


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L’Unione Europea fa competizione sleale?

ilpost.it 3 giugno 2018

Le compagnie di traghetti danesi sostengono che un tunnel finanziato con fondi europei le farà fallire, e hanno fatto causa

Fra dieci anni, se tutto andrà come previsto, Germania e Danimarca saranno collegate da un tunnel che passerà sotto al tratto di Mar Baltico che divide la città tedesca di Puttgarden e l’isola danese di Lolland. Il tunnel sarà finanziato in parte con fondi dell’Unione Europea, che prevede di investire quasi un miliardo di euro sui sette totali. Per chi vive nel nord Europa i vantaggi saranno parecchi: la strada che porta da Amburgo a Copenhagen verrà tagliata di 160 chilometri, e sarà possibile spostarsi fra le due città in due ore e mezzo contro le attuali quattro e mezzo. Germania, Danimarca e Svezia saranno quindi unite da una strada carrabile che si potrà percorrere in circa tre ore, con enormi benefici per il commercio e il turismo. Ma c’è un ma.

Le compagnie di traghetti danesi hanno citato in giudizio la società statale danese che sta progettando l’opera – e che riceverà i fondi europei – perché l’accusano di competizione sleale. La causa è iniziata nel 2015 e in autunno è prevista una decisione della Corte di Giustizia europea.

«Il fatto che un governo metta in piedi un’azienda che fa concorrenza a un’azienda privata e che per farlo usi soldi pubblici è un incredibile caso di studio», ha detto a Politico Søren Poulsgaard Jensen, il capo di Scandilines, una delle due aziende di traghetti che ha citato in giudizio la compagnia pubblica, che si chiama Femern.

Le due aziende avevano già provato a fermare il tunnel qualche anno fa. La questione era stata sottoposta alla commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager, che è danese ed è nota per la sua imparzialità e durezza. Ma Vestager aveva deciso che il miliardo di euro che l’UE darà alla Danimarca non doveva essere considerato un aiuto di stato, dato che il tunnel rappresenta «un importante progetto di comune interesse europeo». Il linguaggio usato da Vestager non è casuale: l’articolo 107 del Trattato di Roma, uno dei trattati fondanti dell’Unione, al comma 3b prevede esplicitamente che «gli aiuti destinati a promuovere la realizzazione di un importante progetto di comune interesse europeo» sono considerati compatibili con le regole del libero mercato.

Per l’Unione il tunnel che collegherà Germania e Danimarca sarà una porzione importante del cosiddetto corridoio scandinavo-mediterraneo che collega la Sicilia a Oslo, e che “rallenta” proprio in corrispondenza dei due paesi settentrionali, dove automobili e treni sono costretti a un giro tortuoso per proseguire verso nord. Un portavoce della Commissione ha fatto sapere che difenderà la bontà e la legittimità del progetto davanti alla Corte: «tutte le decisioni sulla concorrenza sono fondate sui fatti e su basi legali ed economiche».

Secondo le stime di Femern, il tunnel verrà utilizzato ogni anno da circa 3,3 milioni di veicoli e 35mila treni. A ogni auto sarà chiesto un pedaggio di 65 euro, tutto sommato abbastanza contenuto. Dando per buoni questi calcoli, il tunnel dovrebbe ripagarsi da solo in tempi relativamente brevi, cioè meno di quarant’anni. Le compagnie di traghetti però pensano che almeno all’inizio i prezzi potrebbero essere ancora più bassi, così da eliminare la loro concorrenza. «Se si atterranno alla previsione [di 65 euro] non abbiamo problemi, ma se non lo faranno, useranno gli aiuti di stato per sbatterci fuori dal mercato. È questo il problema», ha spiegato Poulsgaard Jensen a Politico.

Sarà il ministro dei Trasporti danese a decidere le tariffe, una volta che il tunnel sarà aperto: ma per il momento non ha commentato le notizie di questi mesi, e ha spiegato che il pedaggio non è ancora stato stabilito.

 

ALITALIA/ I tesori della compagnia buttati o sottratti negli ultimi anni

Continua il thrilling Alitalia, che si arricchisce delle indagini riguardanti il periodo in cui c’è stata la gestione della compagnia aerea con Etihad. GUIDO GAZZOLI

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Mentre l’Italia è immersa in un caos politico di difficile soluzione (e questo dimostra il vuoto lasciato dall’operazione Mani Pulite che nella sua giusta drasticità non ha permesso un ricambio generazionale degno di questo nome), il thrilling Alitalia (dopo le comiche di Calenda) si arricchisce di un nuovo filone: l’alleanza, pardon, la partnership con Etihad.

Chi scrive era l’unico giornalista italiano presente due anni fa alla conferenza stampa di presentazione dell’accordo di codeshare con Aerolineas Argentinas svoltosi a Buenos Aires. In rappresentanza di Alitalia c’era una manager Etihad, che magnificava la svolta che una compagnia aerea con 70 anni di storia aveva compiuto dopo l’unione con il vettore emiratino, fortemente voluta da un Renzi che ne sbandierava il decollo e la quantità industriale di benefici che sarebbero dovuti arrivare. Ancora una volta la superbia della politica e la mancanza di un Sistema-Paese hanno raggiunto l’esatto opposto, quello dell’ennesima indagine che riguarda gli Ad dell’epoca Etihad con l’accusa di bancarotta fraudolenta: Silvano Cassano, Luca Cordero di Montezemolo e l’australiano Cramer Ball.

Ora è lapalissiano pensare che anche se con un 49% fatto su misura per aggirare le norme Ue, Etihad avesse preso le redini di un’Alitalia che si è messa a fare la figura dello scolaretto per imparare da maestri che fino a una decina di ani fa manco esistevano o quasi. Siamo d’accordo sul fatto che oggi i soldi fanno la differenza e che aver licenziato nel 2009 10.000 addetti dotati di know-how costato miliardi, oltre alla messa in liquidazione dell’area di manutenzione, che aveva pure lei un know-how riconosciuto a livello mondiale in un settore che era ed è redditizio oltreché strategico, costituiscono due errori che hanno letteralmente buttato dalla finestra competenze poi difficili da recuperare. 

Di solito quando una compagnia aerea ne acquisisce un’altra non lo fa per beneficenza, ma punta dritto sui suoi assets per appropriarsene : rotte e sistemi informatici che poi passano direttamente a suo vantaggio, cancellando il vettore acquisito: guarda caso, oltre a una gestione “curiosa”, gli slot su Londra di Alitalia, richiestissimi sul mercato, sono finiti venduti per una cifra ridicola, mentre il Club Mille Miglia, con i dati informatici di tutti i passeggeri business o clienti fissi, è anche lui finito nelle proprietà del vettore emiratino. 

Quanto sono lontani i tempi in cui, facendo visitare a Renzi l’aeroporto di Abu Dhabi, mostrandogli gli hangar pieni di velivoli di lungo raggio di cui anche ora Alitalia ha bisogno se vuole risorgere, un dirigente Etihad disse: “Vedete questi aerei? Non li stiamo usando e potreste utilizzarli voi”. Difatti alla fine arrivò un 340 Airbus… come aereo presidenziale e con un costo di leasing esagerato. È proprio ora non solo di cambiare rotta, ma che i colpevoli delle gestioni che hanno portato Alitalia verso due fallimenti in pochi anni paghino per i loro errori. 

Sogno irrealizzabile? Forse no, per lo meno il giorno in cui, risolto il dilemma politico, si deciderà finalmente questo Paese cosa vuol fare da grande. I numeri ci sono e anche i cervelli: all’opera quindi!

Noi lobbisti e il governo M5S-Lega. Parla Alberto Cattaneo

 startmag.it 3 giugno 2018

Conversazione con Alberto Cattaneo, founding partner della società Cattaneo Zanetto & Co, autore del libro “Il mestiere del potere. Dal taccuino di un lobbista” (Laterza)

Preoccupato, contento o atarassico con il governo cosiddetto del cambiamento fra M5S-Lega? 

Un lobbista non è mai “preoccupato” per questo o quel governo. Si parte sempre consapevoli che il dialogo tra istituzioni e interessi particolari alla fine è una grande risorsa per il sistema democratico e questo è presto percepito anche da partiti che sono “nuovi” rispetto all’esercizio del potere. E comunque non dimentichiamoci che sia Lega che M5s ormai sono tanti anni che sono presenti a Roma e conoscono perfettamente il funzionamento delle istituzioni e del loro dialogo con gli interessi.

E’ proprio sicuro – come desumo dopo aver leggiucchiato il suo libro – che i poteri forti del passato erano migliori e più corretti di quelli attuali? E ci sono ancora i poteri forti?

La domanda migliore è proprio se ci siano o meno questi poteri forti. Sul migliore e corretti non spetta a me dire qualcosa perché dipende dal punti di vista di ciascuno. I poteri a mio avviso sono molto indeboliti rispetto al passato, quantomeno nell’ambito che osservo nel mio libro cioè i poteri che si occupano di fare leggi. Il potere legislativo è sempre più un esercizio di veti e di equilibrismi al ribasso, fatica a decidere. Se ci mettiamo che poi è ormai tutto “narrazione”, il potere diventa gestione delle emozioni, che poco c’entra con lo scrivere una legge efficace.

Come mai lei, “amerikano”, è a favore – se capisco bene dal libro – della web tax abbozzata in Italia?

Onestamente non sono a favore di nessuna ‘tassa’, da antico ancorché disilluso libertario quale sono. E, anzi, penso che la web tax all’italiana sia una legge rivedibile non tanto per i suoi contenuti ma proprio perché abbozzata e spuntata. Preferisco una legge efficace verso cui eventualmente non sono d’accordo, che una scritta male. E’ una questione di estetica.

Da liberista, come fa a difendere aziende o associazioni di imprese che puntano ad esempio a non far ridurre i prezzi?

Le mie convinzione personali c’entrano poco con il mio lavoro. Anzi, nulla. Io cerco di combattere per regole certe, non interpretabili, efficaci e misurabili. Se avessimo un impianto normativo di questo tipo avremmo maggiore competizione e un ambiente economico più facile da affrontare per imprenditori, privati o pubblici che siano. Efficacia e certezza delle leggi creerebbero una competizione più sana… e probabilmente migliori servizi ai cittadini (al giusto prezzo).

Non ho ben capito che differenze ci siano tra i lobbisti “legislativi” come lei si definisce, e i lobbisti relazionali, in cui le piazza Luigi Bisignani.

La differenza è tra lobbisti di contenuti e quelli relazionali. Una differenza, come scrivo, peraltro minima e basata sul punto di partenza: i primi studiano il contesto e il contenuto da rappresentare quindi pensano a quali soggetti interessare; i secondi partono dalla loro agenda contatti. Due approcci differenti.

Più facile fare lobby per aziende grandi o aziende piccole?

Banalmente è più facile fare lobby quando si è in sintonia con quanto pensa il governo. Una volta tocca a me, un’altra volta tocca ad un altro. Il bello della democrazia. Le dimensioni di un’azienda contano davvero poco.

Non mi ha convinto quando scrive nel libro: “Vince chi ha più soldi? Non è così scontato”.

Ma è così. Non si comprano le leggi. Quindi i soldi non servono. Si comprano i professionisti che possono aiutare a fare una lobby più efficace. E qui i soldi possono servire. Ma “costiamo” talmente poco… che è più un problema culturale che economico.

E’ più facile fare il lobbista andando all’attacco o giocando in difesa?

Difendere lo status quo è più facile per le cose che abbiamo detto prima. Il potere legislativo tende a non decidere e ad essere limitato da vari veti. Spesso tutti interni alla politica. Andare all’attacco significa trovare qualcuno disposto a decidere, e a rischiare.

Da anni, forse da decenni, i lobbisti (quasi tutti) chiedono una norma per regolamentare l’attività di lobby. Lei è contrario. Perché?

Non sono affatto contrario. Trovo che sia inutile fare una legge su i lobbisti quando non si vuole mettere mano all’intero processo di ideazione, scrittura, approvazione e implementazione di una legge. Cosa servono i lobbisti quando nessuno dice quando e come possono intervenire in ognuna delle fasi elencate prima del processo legislativo? Comunque se regolamentare le lobby può servire come primo passo per ripensare tutto il processo e creare maggiore trasparenza (soprattutto a livello ministeriale) sono più che favorevole.

Lei scrive: “Se il tutto si trasforma in una sfera di vetro dove tutti vedono tutti, non ci sarebbe più la politica”. Un lobbista che difende i politici. Mi pare quasi una notizia oltre che strano…

Forse non mi sono spiegato. Fare leggi è un processo che coinvolge tanti attori, ognuno con le sue prerogative. E’ un sistema che funziona quando tutti gli attori sono all’altezza. E, alla fine, le leggi le approvano i politici eletti, cioè i parlamentari. Ricordiamocelo. E molti di loro sono proprio bravi. Ma in questo clima di aspettative altissime e di istintiva sfiducia verso i risultati poi raggiunti…sembrano tutti incapaci. Non è affatto così.

Wall Street fra Trump, Cina e dazi. Che cosa succederà alla Borsa Usa

di  startmag.it 3 giugno 2018

L’analisi di Toby Nangle, Co-responsabile asset allocation globale e Responsabile multi-asset EMEA, e Maya Bhandari, Gestore di portafoglio, Multi-asset, sulle prospettive di Wall Street

Nel contesto di rumori di sottofondo quali le continue scaramucce commerciali tra gli Stati Uniti e il resto del mondo, l’andamento dell’economia cinese e le tensioni geopolitiche, abbiamo dedicato un po’ di tempo ad analizzare i recenti movimenti dei mercati e le implicazioni per gli attivi rischiosi. La nostra convinzione che i mercati continueranno a fornire rendimenti modesti ma positivi è stata confermata, e i nostri giudizi sul posizionamento di asset allocation restano in definitiva immutati. Tuttavia, abbiamo recente innalzato il giudizio sulle azioni statunitensi da negativo a neutrale.

Dall’inizio del 2016 il mercato azionario statunitense evidenzia la peggiore performance tra i principali mercati in termini di moneta unica; quest’andamento è coerente con le nostre prospettive di reflazione e crescita globale regolare, nell’ambito delle quali ci aspettiamo una sovraperformance di mercati emergenti, Europa e Giappone.

Tuttavia, la recente stagione dei risultati negli Stati Uniti è stata sorprendentemente positiva, e soprattutto tale vigore non è stato interamente determinato dalla riforma fiscale, come indicano le revisioni al rialzo delle stime sulla crescita futura dell’EBIT (utili al lordo di interessi e imposte). Sulla base dello stesso parametro, la crescita futura degli utili nei mercati emergenti e in Europa viene frenata dai movimenti delle valute, mentre i dati giapponesi sono risultati generalmente in linea con le attese, rendendo la performance degli Stati Uniti sorprendentemente incoraggiante.

Quest’anno le azioni USA hanno registrato un andamento in linea con le azioni globali, segnando il passo rispetto ai mercati giapponesi ed europei; l’assenza di una sovraperformance suggerisce che gli sgravi fiscali dell’amministrazione Trump erano stati in precedenza scontati dai mercati. Tuttavia, tenendo conto delle recenti revisioni al rialzo delle stime sulla crescita dell’EBIT, che segnalano un miglioramento dei fondamentali al dì là del regime fiscale più favorevole, crediamo che le valutazioni azionarie statunitensi siano diventate più convenienti dall’inizio dell’anno. Tutto questo, abbinato al fatto che il mercato statunitense ospita imprese globali dominanti che continuano ad attrarre investimenti, giustifica l’innalzamento del nostro giudizio da negativo a neutrale.

Sempre negli Stati Uniti abbiamo effettuato un’analisi dei deficit gemelli, il cui risultato avvalora la nostra convinzione circa un indebolimento strutturale del dollaro USA nel medio termine, subordinatamente a qualche apprezzamento sporadico.

CONTESTO MACROECONOMICO

Nonostante la crescita rimanga robusta a livello globale, in diversi mercati sviluppati i dati hanno iniziato a indebolirsi. L’inasprimento delle condizioni finanziarie, la cui assenza aveva dato impulso alla crescita nel 2017, inizia a farsi sentire, anche se negli Stati Uniti lo stimolo fiscale intempestivo dovrebbe sostenere la crescita quest’anno e nel prossimo. Una causa maggiore di incertezza è forse l’emergere delle guerre commerciali, la cui futura evoluzione dev’essere attentamente monitorata, nonostante gli effetti modesti nell’immediato. In un contesto di imminenti rialzi dei tassi negli Stati Uniti, valutazioni azionarie elevate e attività di fine ciclo, non vorremmo che le misure protezionistiche si estendessero ad altri paesi o a una gamma più ampia di beni e servizi.

Le fasi rialziste dei mercati azionari tendono storicamente a concludersi con una recessione o una crisi finanziaria, due sviluppi che non vediamo all’orizzonte. Il volume delle operazioni di M&A continua ad aumentare, e non in una maniera apparentemente favorevole ai creditori, ma la leva finanziaria non ha ancora raggiunto livelli allarmanti. Pertanto, nei mercati obbligazionari, il nostro scenario di riferimento prevede una stabilità anziché un ampliamento degli spread delle obbligazioni investment grade.

Le prospettive potrebbero apparire meno ottimistiche rispetto a un anno ma, ma è difficile individuare chiaramente un punto di svolta. Ad esempio, a fronte dell’appiattimento delle curva dei rendimenti e dell’ampliamento degli spread creditizi, la disoccupazione è tuttora in diminuzione e i fattori di stile e momentum rimangono positivi. In passato, in corrispondenza dei picchi di mercato, i problemi sono scaturiti tendenzialmente dal settore di maggiori dimensioni al tempo: oggi questo settore sarebbe la tecnologia, che rappresenta circa un quarto dell’S&P 500. Ma anche in quest’ambito non scorgiamo segnali di un possibile ribasso all’orizzonte. Il rischio di recessione è scarso e l’inflazione evidenzia un andamento favorevole.

 

PANORAMICA DELL’ASSET ALLOCATION

Deutsche Bank e non solo. Tutte le magagne (occultate) della Germania

 startmag.it 3 giugno 2018

L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta su potenzialità e sfide dell’economia tedesca. Il caso Deutsche Bank

Ancora una volta, la linea gotica non ha resistito a lungo: la inaudita pressione politica tedesca, con il neinsull’incarico di ministro dell’Economia a Paolo Savona, cui si addebitava il sostegno personale e scientifico dato nel 2015 alla predisposizione di un Piano per l’uscita unilaterale dell’Italia dall’euro, ha sortito l’effetto opposto.

Dal rinsaldarsi di tutte le componenti che chiedono un riequilibrio dei processi di sviluppo all’interno dell’Unione, è derivata la nomina di Savona a ministro per gli Affari europei: un ruolo politico ancora più importante, seppure meno appariscente, visto che gli spetta presiedere il Comitato interministeriale per gli affari europei (CIAE), cui partecipano i ministri degli Esteri, dell’Economia e delle finanze, per gli Affari regionali, per la coesione territoriale e gli altri di volta in volta competenti nelle materie all’ordine del giorno.

Nel Comitato si concordano le linee politiche del governo nella fase di predisposizione degli atti dell’Unione europea, tenendo conto degli indirizzi espressi dalle Camere, e per l’adempimento degli obblighi di appartenenza all’Unione. Al ministro Savona competerà inoltre la predisposizione della legge annuale di delega al governo per il recepimento delle direttive europee. Nei rapporti con Bruxelles, le nomine effettuate agli Affari europei, agli Esteri, all’Economia ed alle finanze, ed alla Difesa rappresentano un unico quadrilatero.

Tra Italia e Germania, il quadro delle relazioni si mostra assai frastagliato, travagliato come mai prima d’ora. A fronte dei rapporti strettissimi sul piano commerciale e della integrazione tra i sistemi industriali della Baviera e del Nordest, i raccordi finanziari sono diventati sempre più freddi, il posizionamento geo-economico diverge, le strategie di crescita sono inconciliabili.

Rimangono atteggiamenti culturali profondamente diversi: veniamo considerati, noi Italiani, dei discoli incorreggibili che non rispettano le regole, soprattutto quelle che attengono agli equilibri della finanza pubblica. Gli Italiani, di converso, non comprendono perché e quanto sia profonda la duplice paura che attanaglia la Germania.

Il modello economico tedesco si fonda sullo squilibrio strutturale dei conti con l’estero, commerciali e finanziari, entrambi a suo favore. L’attivo commerciale, in prospettiva, è sempre più a rischio: zavorrato dalla stagnazione interna all’Eurozona; minacciato dal nuovo approccio americano in materia di commercio internazionale e dalla prospettiva di indipendenza tecnologica da parte della Cina; reso critico dalla insostenibilità di debiti crescenti, statali o privati che siano, e dai rischi che ne conseguono per la stabilità finanziaria globale.

Il nodo è Francoforte: non è né come la City, che da sempre raccoglie e fa lavorare i capitali in giro per il mondo; né tantomeno rassomiglia a Wall Street, che attira il denaro sulla quotazione di un numero incredibilmente elevato di imprese, non importa in quale Paese effettivamente producano.

Il sistema finanziario tedesco, che tradizionalmente finanzia l’export industriale e gli investimenti bancari nelle aree di influenza, è stato già trascinato a fondo dalla necessità di finanziare Paesi strutturalmente deficitari, come è accaduto per la Grecia e la Spagna, che alla lunga hanno fatto default. Non solo: nel corso del tempo, Francoforte si è assunto i rischi esternalizzati dagli altri sistemi economici: è successo così con i mutui subprime americani, che venivano cartolarizzati, ed ancora oggi accade che i prodotti derivati originati dall’estero siano il suo core business; commercia e finanzia rischi valutari, sugli interessi, sul default.

Ecco perché la Germania vive con una duplice paura: da una parte, la sua stabilità economica dipende dall’export strutturalmente attivo e quindi dal deficit produttivo altrui; dall’altra, la sua ricchezza dipende dalla stabilità dei suoi debitori, che è insostenibile se rimangono strutturalmente deficitari. In questo risiede non solo la irresolubile contraddizione della strategia tedesca, quanto il terrore che in qualche modo venga costretta a bilanciare i conti con l’estero, attraverso l’inflazione.

L’Italia rappresenta un pericolo politico soprattutto quando chiede un riequilibrio dei processi di crescita in Europa: è una minaccia alla Germania che supera per gravità anche le critiche mosse alla costruzione dell’euro, una moneta fortemente sottovalutata che ha fatto la fortuna dell’economia tedesca. L’euro è infatti solo uno strumento attraverso cui si pratica la egemonia.

Con la crisi, e le politiche di austerità, il baricentro della economia tedesca si è dovuto spostare al di fuori dell’Eurozona: questo processo è testimoniato dal sostanziale pareggio della bilancia commerciale con quest’area: rispetto ai 244,9 miliardi di euro di attivo commerciale complessivo del 2017, in crescita del 6,3% rispetto all’anno precedente, il saldo positivo con l’Eurozona è stato di appena 12 miliardi. Su un export complessivo tedesco di 1.274 miliardi di euro, gli autoveicoli sono stati ancora una volta il fattore principale, con 234 miliardi di euro; a seguire, i macchinari con 184 miliardi ed i prodotti chimici con 115 miliardi.

Per quanto riguarda i partner europei, la Francia continua ad essere in deficit commerciale strutturale con la Germania, con -41 miliardi di euro, mentre il passivo dell’Italia è stato di -9,6 miliardi. A differenza della Francia, che dal 2000 ha visto continuamente peggiorare la sua bilancia dei pagamenti correnti, negativa nel 2017 per un importo pari all’1,4% del pil, l’Italia registra attivi crescenti a partire dal 2014, raggiungendo nello scorso anno il +2,9% del pil.

I rapporti commerciali tra Italia e Germania sono assai stretti: nel 2017, con un interscambio di 121,2 miliardi di euro, è stata sia il nostro primo fornitore, con il 14,8% di quota di mercato, che il nostro primo cliente con il 12,4%; di converso, noi siamo stati il quinto Paese fornitore di merci importate dalla Germania, con una quota del 5,3%, ed il loro settimo mercato di sbocco, con il 4,9%.

Per quanto riguarda le relazioni finanziarie, il quadro fornito dal Fmi è il seguente: a fine 2016, lo stock di investimenti diretti netti italiani in Germania ammontava a 46.8 miliardi di euro, mentre quello dei tedeschi in Germania arrivava a soli 33,8 miliardi, registrandosi nel corso dell’anno una limitata contrazione dei flussi di investimento da entrambe le parti (-402 milioni da parte italiana e -151 milioni da parte tedesca).

Per quanto riguarda gli investimenti di portafoglio, dopo la crisi l’atteggiamento tedesco è stato assai più generoso a favore della Francia, di cui evidentemente si fida maggiormente: la detenzione di titoli francesi è passata dai 74 miliardi di dollari del 2001 ai 212 miliardi del 2008, arrivando a 405 miliardi a fine 2013, per poi mantenersi ai 407 miliardi di metà 2017.

Per quanto riguarda i titoli italiani, tra il 2001 ed il 2008 il portafogli tedesco aveva incrementato le detenzioni passando da 81 a 214 miliardi di dollari; a partire dal 2014, invece, c’è stata una netta riduzione, con solo 164 miliardi di dollari a giugno 2017. Il comportamento italiano nei confronti della Francia è stato lineare, passando dai 123 miliardi di dollari di fine 2008 ai 183 miliardi di metà 2017. Diverso è stato quello nei confronti della Germania: da una detenzione di 50 miliardi di dollari di fine 2001, siamo passati ai 109 miliardi del 2008; successivamente si è registrato un decremento delle detenzioni analogo a quello tenuto dalla controparte, scendendo a metà 2017 ad appena 81 miliardi di dollari.

Sulla base delle informazioni censite dalla Bri, il sistema bancario tedesco aveva percepito l’imminente crisi americana aumentando le proprie esposizioni verso l’Italia, impennatesi tra il 2006 ed il 2008, passate da 31 a 428 miliardi di dollari, e poi costantemente ridotte per giungere ai 207 miliardi di fine 2017. Nei confronti della Francia, l’atteggiamento pre-crisi è stato pressoché identico: l’esposizione si è ridotta dai 310 miliardi di dollari del 2008-2010 ai 166 miliardi di fine 2017.

Il dilemma del sistema finanziario tedesco è sempre lo stesso: deve trovare dove e come investire all’estero in modo sicuro i risparmi tedeschi, i proventi dell’attivo commerciale, ed i capitali stranieri che cercano rifugio in Germania. Paradossalmente, se per un verso si fa garante della stabilità dei depositi esteri che affluiscono alle banche tedesche, per l’altro li coinvolgerebbe drammaticamente nel caso di un default del sistema bancario. Quest’ultimo, a fine 2017, aveva crediti verso le banche estere che riportano alla Bri per complessivi 1.486 miliardi di dollari.

Le recenti notizie che riguardano Deutsche Bank non sono affatto rassicuranti, visto che è considerata dal Fmi come il principale contributore alla instabilità sistemica globale e che la Fed ne ha messo sotto vigilanza le perdite della sussidiaria americana che opera nel settore dei mutui. Al confronto, la situazione delle banche italiane è assai più chiara e semplice, visto che le loro sofferenze creditizie sono praticamente concentrate e gestite all’interno del territorio nazionale.

Le sfide che ora si pongono alla Germania sono enormemente e drammaticamente maggiori di quelle che deve affrontare l’Italia: riguardano l’essenza del suo modello di sviluppo, che dipende in modo vitale dall’estero sia per la prosperità economica che per la stabilità finanziaria. Gli squilibri commerciali su cui fonda il benessere tedesco sono una delle fonti della instabilità finanziaria globale, che la stessa Germania teme più di ogni altra cosa.

Puntare il dito contro l’Italia, mettendo in fila i nostri innegabili difetti, è il solito, inutile diversivo: non le debolezze italiane, ma le contraddizioni tedesche, sono ancora una volta il vero nodo da sciogliere. L’euro, e la mancanza di politiche di convergenza e di riequilibrio all’interno dell’Unione, sono gli strumenti dietro cui si cela e si realizza una pretesa egemonica. Fondata com’è su squilibri non solo economici, ne genera di sempre più grandi e pericolosi.

(analisi pubblicata sul settimanale Milano Finanza)