Chi è il nuovo primo ministro spagnolo? Lui e un membro del misterioso gruppo del Bilderberg hanno respinto la Bibbia e il crocifisso all’inaugurazione

 

 

Socialista Pedro Sanchez (46) si è insediato e prestato giuramento davanti al re Filippo VI., Prima di diventare primo ministro dopo un recente incontro del Bilderberg Group
Nuova spagnolo premier socialista (PSOE) e Pedro Sanchez (46), economista con nessuna esperienza di governo ha prestato giuramento davanti al re di Spagna Filippo VI. nel Palazzo della Zarzuela, dopo la Camera dei Rappresentanti, è passata la sfiducia del Primo Ministro Marian Rajoy.

Sanchez è il primo nella storia del primo ministro spagnolo che non ha giurato tenendo una mano sulla Bibbia, e non c’era un crocifisso sul muro nella sala.

Formerà un governo socialista monocolore in cui ci sarà almeno un rappresentante del Partito socialista catalano, che fa parte del PSOE. E il nuovo governo catalano si è impegnato, e il suo presidente Quim Torra ha detto che il governo ha accettato il mandato di stabilire uno stato indipendente.

Prendere rischi
, “Parliamo, prendere ciascuno in sé un certo rischio, sedersi al tavolo e parlare, il governo con il governo”, ha detto il capo del catalano Quim Torra nuovo primo ministro spagnolo Sanchez, che è il settimo primo ministro spagnolo, dopo la caduta di Franco.

Sáanchez parlare di una nuova pagina storica e garanzia del rispetto dei trattati con l’Unione europea. Per cambiare il governo, sono stati voti decisivi Baschi National Party (PNV), i cui cinque deputati hanno annunciato che sosterranno il Partito Socialista Spagnolo Lavoratori (PSOE).

Rajoy sono davanti al parlamento ha salutato i suoi seguaci lo gridando “Signor Presidente, signor presidente!”, E si è fermato a salutare i partecipanti.

“E ‘stata una persona corrotta Partito Popolare (PP), esattamente, ma PP non è partito corrotto”, ha detto Rajoy che è a causa dello scandalo di corruzione (aka. Il caso Gürtel, la corruzione e fondi neri) che ha colpito alcuni leader del partito popolare e ha perso posto premier Né il partito socialista è completamente puro. E tra i suoi membri sono corrotti.

Raramente, un partito che è al potere non è tra i membri e coloro che sono disposti a ricevere denaro. Ora c’è una nuova fase di cambiamento reale. Dice terremoto si verificherà il giorno dopo, quando ci sarà un cambiamento di almeno 1.300 funzionari, consulenti nei ministeri, commissari di governo, ambasciatori, la gente che stava chiedendo il centro destra Mariano Rajoy.

Saranno sostituiti da persone legate a Sanchez e ai suoi futuri ministri. Chi è Sánchez? Era un leader socialista nel periodo 2014-2016, ma dopo la sconfitta dei socialisti ha dovuto dimettersi alle elezioni parlamentari.

è stato improvvisamente alla convention lo scorso giugno, vincendo la leadership. Professore è la struttura economica e la storia del pensiero economico presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università Camilo Jose Cela di Madrid.

Radio in BiH
È sposato e ha due figlie. Gymnasium and Economics si è laureato a Madrid. Ha padronanza della politica economica e della gestione pubblica dell’UE all’Università di Bruxelles.

Pedro Sanchez è un membro del PSOE dal 1993, quando aveva 26 anni è stato consulente socialista Dührkop nel Parlamento europeo, ed è stato capo di gabinetto dell’Alto rappresentante delle Nazioni Unite in Bosnia-Erzegovina Carlos Westendorp durante la guerra del Kosovo.

Re Filippo VI. gli aveva già affidato un mandato governativo. Era il 2 febbraio 2016. Sánchez ha cercato di formare un governo con il movimento dei Ciudadanos, ma non ha ottenuto la fiducia del parlamento (131 voti a favore, 219 contro), scrive l’ elenco della serata

Ora si dovrebbe avere più successo in prima linea “in bianco e nero” governo socialista, ma ha il sostegno, oltre ai socialisti catalani, e il movimento Podemos e alcuni piccoli partiti.

Nel maggio 2018, Sanchez ha chiesto un voto di sfiducia per il governo di Marian Rajoy per lo scandalo Gürtel ei suoi membri si sono uniti ai deputati di Podemosa e ad altri partiti minori. La sua proposta fu votata da 180 deputati, e 169 furono contro di loro, e così Sánchez assunse il potere.

Pedro Sanchez ha partecipato a una riunione segreta del Gruppo Bilderberg nel 2015 con i colleghi spagnoli Anom Botín, il presidente del Banco Santander e Juan Cebrian, presidente esecutivo del PRISA.

https://priznajem.hr/novosti/tko-4 giugno 2018

Barroso sceglie due donne per il Bilderberg: Paula Amorim e Isabel Mota

https://observador.pt/2018/06/03/

È considerato uno dei club più influenti al mondo e ogni anno invita portoghesi che si distinguono in politica, economia o finanza. Quest’anno ci sono due donne: Isabel Mota e Paula Amorim

Paula Amorim è presidente del gruppo Américo Amorim, uno dei più importanti dell’economia portoghese, con una fortuna stimata in circa 4 miliardi di euro

HUGO AMARAL / OBSERVER

 

Ci saranno due donne in rappresentanza del Portogallo all’incontro del gruppo Bilderberg, che riunisce ogni anno alcuni dei più importanti uomini d’affari, magnati e politici internazionali. La lista degli invitati è esclusivo e di solito avvolta in gran segreto, ma l’Observer trovato sarà il leader del più ricco azienda di famiglia del paese e il presidente della Fondazione Calouste Gulbenkian di viaggiare in Italia e rappresentanti portoghesi alla prossima riunione, che sarà si svolge tra il 7 e il 10 giugno a Torino.

Gli inviti sono stati affrontati dall’ex primo ministro ed ex presidente della Commissione europea Barroso, l’attuale presidente non esecutivo di Goldman Sachs, e chi è riuscito Francisco Pinto Balsemão come un membro permanente del comitato direttivo, il comitato di amministrazione che si organizza incontri annuali.

A differenza degli altri anni, dove gli ospiti portoghesi sono una sorta di predizione di “chi sarà chi” nel prossimo futuro, questa volta la scelta ricade su due figure con una rotta già consolidata. Paula Amorim è presidente del gruppo Américo Amorim, uno dei più importanti dell’economia portoghese, con una fortuna stimata in circa 4 miliardi di euro. Fu il successore di suo padre, Americo Amorim, non solo nei destini dell’impero di famiglia, ma anche come presidente del consiglio di amministrazione di Galp. Si tratta, infatti, di una delle società controllate dal gruppo, che controlla anche, ad esempio, Corticeira Amorim, leader mondiale nel settore del sughero.

Isabel Mota è nel Consiglio di amministrazione della Fondazione Calouste Gulbenkian dal 1999, un organo che è stata presidente dallo scorso maggio. Ha una sede non esecutivo del consiglio di Santander Totta, era consigliere di Reper (Rappresentanza permanente del Portogallo a Bruxelles) nel 1986, al momento dell’adesione del Portogallo alla CEE e tra il 1987 e il 1995, unito ai roster che disciplinano come il segretario di pianificazione di Stato e lo sviluppo regionale, avendo in mano il dossier della negoziazione dei fondi comunitari.

Mota e Amorim si uniscono in modo che la lista degli ospiti portoghesi è sempre curioso di indirizzare, l’analisi e la speculazione, in particolare in termini di politica, perché nel corso degli anni è stato preso come un indicatore di chi sarebbero i leader del futuro. Prendendo Pedro Passos Coelho – che è stato invitato ma non ha partecipato – superato la fase di Bilderberg tutti gli ultimi capi di governo e leader di oposiçã, prima di assumere le sue funzioni: è stato il caso del l’attuale primo ministro António Costa, che ha partecipato nell’incontro del 2008 insieme a … Rui Rio. E ‘stato anche il caso di António Guterres, Pedro Santana Lopes, José Sócrates e, naturalmente, lo stesso Barroso. Anche l’attuale presidente della Repubblica Marcelo Rebelo de Sousa è andato lì come Paulo Portas, Manuela Ferreira Leite, António José Seguro, Vítor Constâncio o Teixeira dos Santos.

Gli incontri del Bilderberg iniziarono nel 1954 in Olanda, in un albergo che finì col dare un nome al gruppo. Come una delle lobby più influenti nella Lobby – a volte chiamata il “governo ombra del mondo” – questi incontri altamente preparati riuniscono alcune delle figure più promettenti del mondo in economia, finanza e politica ogni anno per una serie di conferenze dove (e chi decide?) viene discusso tutto ciò che contraddistingue l’agenda internazionale.

IL NUOVO PRIMO MINISTRO SPAGNUOLO È UN UOMO DEL BILDERBERG?

https://www.nexusedizioni.it 4 giugno 2018

Jacopo Castellini


Mentre in Italia viene varato un governo politicamente molto diverso dai precedenti, definito “del cambiamento” dai due gruppi politici che ne hanno redatto il programma e che lo sostengono, i lettori mi concederanno una digressione su quanto accade in un’altra nazione a noi vicina, la Spagna, dove di recente ha giurato come nuovo Primo ministroPedro Sànchez. Capo politico del Partito socialista spagnolo (PSOE), Sànchez ha sostituito il popolare Mariano Rajoy alla guida dell’esecutivo di Madrid in seguito alla sfiducia costruttiva votata dal Parlamento iberico il 1° giugno scorso: una misura che permette a chi propone il voto di sfiducia, in caso questo venisse accolto, di sostituire il capo del governo sfiduciato.

Su Sànchez qualcuno ha già segnalato una anomalia rispetto ai predecessori, del tutto legale: è stato il primo premier della nazione iberica a prestare giuramento nella formula laica, ovvero in assenza del crocifisso e della Bibbia, su cui avevano invece giurato tutti i predecessori. La novità è permessa, su richiesta del candidato al giuramento, da una legge del 2014 voluta per concessione diretta della Corona. Ma al di là della liceità legale, resta un segnale di discontinuità simbolica con la lunga tradizione “cattolicissima” della Spagna.
​       L’altra discontinuità è data dalla composizione della maggioranza parlamentare che ha sostenuto la sfiducia costruttiva a Madrid, e che quindi si candida ad appoggiare il nuovo governo Sànchez: oltre ai socialisti e ad Unidos Podemos, anche gli autonomisti catalani che nell’ottobre scorso hanno sostenuto il referendum per la secessione dalla Spagna e la dichiarazione di Indipendenza catalana, e i nazionalisti baschi del Pnv, il cui leader Íñigo Urkullu Rentería – che ricopre l’incarico di Lehendakari, ovvero presidente della Comunità autonoma dei Paesi Baschi – si è fatto sostenitore sin dall’inizio della crisi catalana di una necessaria mediazione tra Barcellona e Madrid. Non solo: ma anche di una riforma della Costituzione spagnuola in forma federale, per rendere la monarchia iberica simile alla Germania, al Belgio, all’Austria o, per restare in campo monarchico, al Regno Unito. Questa proposta potrebbe essere tutt’altro che un’ipotesi peregrina, ma, al contrario, è proprio il motivo per cui sto scrivendo queste righe.

Nell’articolo a mia firma “L’irresistibile fascino del Kosovo“, pubblicato su PUNTOZEROnr. 8 dell’inverno scorso, avevo avuto occasione di approfondire la questione dell’indipendenza catalana, e della discrepanza tra i fatti avvenuti in Catalogna negli scorsi mesi autunnali – dal referendum al voto per l’indipendenza del parlamento regionale catalano alle nuove elezioni rimaste senza vincitori (come in Italia?) – e la loro narrazione mediatica, come riportata anche dai media italiani. E la sorpresa non è stata poca: approfondendo le dinamiche e le ragioni dell’indipendenza, ho potuto scoprire di profondi legami tra movimenti indipendentisti catalani e politica dell’accoglienza forzata nei confronti degli immigrati extra-europei, soprattutto provenienti dal vicino Marocco e di religione islamica, e di come questi siano stati strumentalizzati ai fini dell’indipendenza, arrivando finanche alla predicazione indipendentista all’interno delle moschee. E viceversa: gruppi islamici di predicazione salafita sembrano avere infiltrato gli stessi movimenti indipendentisti al fine di ottenere, in una Catalogna indipendente e de-spagnuolizzata, maggiori concessioni in vista della realizzazione di una società islamica nel nuovo stato che seguisse i precetti della Sharia (per chi vuole approfondire, rimando al link dell’articolo e della rivista). In questa dinamica, ho potuto scoprire anche come in passato, ovvero nel lontano 1934, fosse già stata tentata la strada della secessione… una notizia che, per chi avesse letto qualcosa in merito anche nel web, potrebbe non essere nuova. Ciò che invece risulta “nuovo”, in quanto non oggetto di attenzione in rete, è un piccolo particolare. Per indicarvelo, riporto una breve citazione dell’articolo:

“Nel 1932, durante la Seconda repubblica spagnuola, fu istituita la Comunità Autonoma di Catalogna e la lingua catalana (molto diversa dal castigliano, che è lingua ufficiale dello stato unitario, e simile all’antica lingua occitana parlata nella Francia meridionale) parificata al castigliano come suo idioma ufficiale. Due anni dopo, il 6 ottobre 1934, il presidente della Generalitat, il massone Lluís Companys i Jover, in risposta all’ingresso di esponenti della destra all’interno del governo repubblicano di Madrid proclamò la trasformazione della Comunità Autonoma in una “repubblica”, all’interno di uno stato federale iberico: “Gli ambienti monarchici e fascisti che hanno da qualche tempo tentato di tradire la repubblica sono riusciti a raggiungere il loro obiettivo” esclamava a gran voce affacciandosi dal balcone sede della Generalitat. “In quest’ora solenne, in nome del popolo e del parlamento, il governo che presiedo si assume tutte le cariche del potere e proclama lo stato catalano della repubblica federale spagnola e, serrando i ranghi di coloro che sono uniti nella comune protesta contro il fascismo, li invita a sostenere il governo provvisorio della repubblica catalana”. Con queste parole, oltre all’autonomia della Catalogna sotto forma di repubblica federata, si autoproclamava una federazione spagnuola che all’epoca non esisteva: un’operazione che non trovò sostegno negli ambienti militari, anzi, durò soltanto fino alla mattina del giorno seguente, quando il comandante militare spagnuolo nella regione, Domingo Batet, fece arrestare il governo catalano e represse con la forza il tentativo di ribellione, ripristinando la sovranità delle istituzioni spagnuole”.

Per aiutarvi nell’individuare il particolare citato, l’ho evidenziato in grassetto. Potete rileggerlo se non lo ricordate: “repubblica federale spagnola“. All’epoca il tentativo di trasformare repentinamente e arbitrariamente la Spagna in uno stato federale, attraverso la Catalogna, aveva ricevuto come risposta la netta repressione governativa. Eppure, mi sono chiesto se, a distanza di oltre ottant’anni, il più recente analogo tentativo operato dagli indipendentisti catalani (il cui fronte è ideologicamente variegato) non possa avere avuto una simile finalità nel lungo termine: provocare il governo di Madrid per spingere l’allora governo Rajoy ad una modifica della Costituzione, per permettere lo svolgimento della consultazione referendaria sull’indipendenza (ad oggi illegale) o, in alternativa, attuare oggi la stessa riforma istituzionale richiesta allora da Lluís Companys i Jover, di cui si può riscontrare l’adesione alla Massoneria (vedi qui).

A spingere in questa direzione, per cercare una mediazione tra indipendentisti catalani e governo centrale, è stato in questa occasione il già citato Urkullu Rentería, che in una lettera al giornale britannico Guardian non si limitava a chiedere al governo spagnuolo di comportarsi coma Londra con la Scozia (con riferimento al referendum sull’indipendenza del 2014), ma parlava addirittura di una “sovranità condivisa” tra lo Stato e le Comunità autonome spagnuole (equivalenti delle nostre regioni), ovvero di fatto ad una ‘promozione’ delle regioni allo stesso rango del governo nazionale, in particolare nelle trattative con Bruxelles e su temi importanti quali, ad esempio, l’immigrazione. Urkullu è infatti in buoni rapporti con Juncker, che l’ha ricevuto in diverse occasioni a Bruxelles, e il suo partito fa parte del Partito Democratico Europeo, il più europeista tra i partiti politici paneuropei, membro del gruppo parlamentare liberal-democratico A Strasburgo. In tema di immigrazione, il Lehendakari è un forte sostenitore dei “corridoi umanitari“, dei quali ha parlato anche con Juncker e che sono il motivo per cui ha conferito, il 12 dicembre 2016, alla Comunità di Sant’Egidio il premio René Cassin per i diritti umani. Si tratta di un progetto, ideato appunto dalla nota associazione italiana insieme alle Chiese evangeliche italiane e alla Tavola valdese, poi esportato in altri Paesi europei, che vorrebbe offrire ai futuri rifugiati dai teatri di guerra extra-europei una via di accesso diretto al Vecchio continente, senza passare per i ‘viaggi della disperazione’ via mare o per la rotta balcanica.

In quest’ottica, la politica in tema di immigrazione e di federalizzazione della Spagnadel neonato governo Sànchez, difficilmente, ad avviso di chi scrive, potrà non essere influenzata dalle posizioni su tali questioni dei nazionalisti catalani e baschi. Già nel 2013, in occasione del precedente referendum sull’indipendenza della Catalogna, i socialisti spagnoli avevano proposto la federalizzazione del Paese come alternativa al voto sull’indipendenza, trovando sulle stesse posizioni, in un secondo momento, anche Podemos. Tutti partiti che oggi si apprestano ad appoggiare il governo Sànchez.

A completare il quadro, possiamo aggiungere quanto veniva segnalato ancora nel 2016 dalla giornalista spagnola Cristina Martín Jiménez, in un articolo pubblicato il 21 gennaio di quell’anno sull’edizione iberica di The objective. La Martín Jiménez, con due anni di anticipo, annunciava la futura successione a Rajoy del giovane leader socialista, designato a divenire Primo ministro in seguito alla sua partecipazione alla riunione del Club Bilderbergdell’11 giugno 2015. Secondo la giornalista, uno degli obiettivi per raggiungere i quali il Bilderberg punterebbe su di lui sarebbe proprio la federalizzazione della Spagna, come passo necessario per una federazione europea in cui le regioni possano sostituire gli stati nazionali come diretti esecutori delle politiche decise a Bruxelles.

Nel frattempo, quasi in contemporanea con il giuramento di Sànchez da premier, a Barcellona Joaquim «Quim» Torra diveniva nuovo Capo del governo catalano, dopo aver assunto il 17 maggio l’incarico di presidente della Generalitat de Catalunya, ponendo fine al vuoto di potere seguito alle elezioni regionali del 21 dicembre scorso. Torra è stato in passato presidente dell’associazione indipendentista Òmnium Cultural ed è membro dello stesso partito di Carles Puidgemont, il predecessore destituito da Rajoy con l’accusa di sedizione per aver proclamato l’indipendenza.

Insomma, lasciato cuocere lentamente nel suo brodo, il governo Rajoy, visto come ultimo baluardo a difesa dell’unità nazionale spagnola, è ora stato definitivamente sostituito con un governo più disponibile alla disintegrazione del Paese, attraverso la sua trasformazione in stato federale sul modello jugoslavo e alla rimozione di eventuali ostacoli all’islamizzazione della (ex) nazione iberica?

Fattorini del food delivery, ecco il primo dossier lavoro del nuovo governo

Luca Zorloni wired.it 4 giugno 2018

Milano, presidio a Palazzo Marino dei fattorini del food delivery (Claudio Furlan - LaPresse)Milano, presidio a Palazzo Marino dei fattorini del food delivery (Claudio Furlan – LaPresse)

fattorini delle consegne del cibo a domicilio sono il primo dossier a finire sul tavolo del neoministro del Lavoro, Luigi Di Maio. Una delegazione di Riders Union Bologna, il sindacato autonomo dei ciclofattorini del capoluogo emiliano, è stata ricevuta al dicastero di via Veneto per discutere delle condizioni di lavoro e delle rivendicazioni dei corrieri del food delivery. L’incontro avviene a pochi giorni dalla firma della carta di Bologna, il documento cittadino che fissa una serie di impegni per le piattaforme delle consegne. Finora l’ha siglato solo l’italiana Sgnam-Mymenu, mentre i grandi operatori del mercato, come Deliveroo, Glovo, Just Eat e Foodora, lo hanno rispedito al mittente.

Chi lavora deve avere un salario minimo garantito, una cifra precisa oraria al di sotto della quale non si può andare“, ha dichiarato Di Maio. Parole che lasciano supporre che proprio la carta di Bologna potrà essere di ispirazione alla negoziazione nazionale, poiché impegna le aziende che la sottoscrivono ad adottare un “compenso orario fisso equo e dignitoso“. Finora gli accordi municipali sembravano la strada maestra per impegnare le imprese delle consegne a domicilio a migliorare le condizioni di lavoro dei fattorini. Ora Di Maio sembra intenzionato a portare la contrattazione a un livello nazionale. Corrieri e ministro si incontreranno di nuovo già settimana prossima. I fattorini di Bologna hanno chiesto di aprire la negoziazione anche ai collettivi nati in altre città, come Milano, Roma e Torino.

Non rivendichiamo solo miglioramenti delle condizioni di lavoro e del salario, ma chiediamo di essere riconosciuti come soggetto collettivo portatore di interessi particolari“, si legge nel testo che Riders Union Bologna ha presentato all’incontro al ministero.

Ora la questione è portare al tavolo le piattaforme. Per svicolare la trattativa con il Comune di Bologna, alcune app delle consegne a domicilio hanno accampato la scusa di non voler creare condizioni di disparità tra i fattorini che operano in una città e gli altri. Una risposta che non potrebbe più reggere in caso di tavolo nazionale.

Nel frattempo la Cgil di Milano riferisce di aver preso in carico la causa legale del fattorino che lavorava per un ristorante affiliato a Just Eat, coinvolto in un incidente che gli ha causato l’amputazione della gamba, per la proroga del periodo di infortunio con l’Inail. “È a noi che il lavoratore di Foodora si è rivolto qualche tempo fa per la prima causa legale sul riconoscimento della domanda di proroga del periodo di infortunio all’Inail“, ha dichiarato il segretario della Camera del lavoro, Massimo Bonini.

Centro mondiale commerciale, nuova scoperta sulle responsabilità israeliane nell’assassinio di JFK

https://www.lantidiplomatico.it/4 GIUGNO 2018 Michele Metta

Centro mondiale commerciale, nuova scoperta sulle responsabilità israeliane nell'assassinio di JFK
Già altre due volte nella mia ricerca della verità sull’assassinio di JFK ho avuto il piacere d’incrociare il mio cammino con quello d’altri studiosi. È accaduto con lo statunitense Jim DiEugenio, stimatissimo autore, da cui ho avuto l’onore di vedermi elogiato ed incoraggiato. È accaduto con il tenace canadese John Kowalski, che m’ha reso possibile raffrontare i miei documenti con una serie di dati collimanti appunto provenienti dall’Archivio Centrale del Canada. Accade di nuovo ora, con un’altra brava ricercatrice USA: Linda Minor. Linda s’è infatti assai intelligentemente accorta d’un elemento troppe volte non adeguatamente dibattuto del complotto contro John Kennedy, e riguardante il luogo da cui Lee Oswald, il capro espiatorio di Dallas, è stato, pur in presenza di prove contrarie, accusato d’aver sparato il 22 novembre 1963. Raffrontando lanci d’agenzia della UnitedPress ed altro materiale ancora, Linda ha sottolineato, cioè, quanto emerge scavando su David Harold Byrd: il proprietario dell’edificio che occupa il 411 di Elm Street e da Byrd concesso in affitto alla Texas Books Depository, la Società di libri che aveva assunto Oswald. Byrd era un magnate ultraconservatore, amico di nemici giurati di JFK come il generale Curtis LeMay ed il petroliere H. L. Hunt. Byrd, come Hunt, era ricco per via di propri possedimenti di petrolio ma, a differenza d’Hunt, anche d’uranio. Tuttavia, il controllo azionario del suo impero, e cioè la Byrd Oil ricomprendente la Byrd Uranium, era poi nel 1956 passato – s’accorge Linda – nelle mani di A. M. Abernethy, che infatti ne diviene presidente, mentre Byrd permane come Board chairman, così come invariato resta il nome di Byrd Oil. Ebbene, a monte d’Abernethy c’è un ebreo parecchio importante: Arie Ben-Tovim, già Console d’Israele a Montreal nel biennio 1949-50, e poi a New York nel biennio 1951-52. Qui, Linda s’era fermata. Un arrestarsi obbligato, visto che, a differenza mia, non ha le carte esclusive del Centro Mondiale Commerciale da me viceversa possedute. Carte che svelano quanto segue: anche Arie Ben-Tovim era un membro del CMC. Già.

Questa è una rivelazione d’enorme rilievo, perché, naturalmente, conferma una volta di più i legami tra Israele e CMC. Ma lo diviene ulteriormente al metterla accanto a quanto da me già rivelato in un altro mio articolo di questa mia inchiesta sul CMC che sto pubblicando per L’AntiDiplomatico: il Carcano con cui Oswald è additato d’aver fatto fuoco, ha una storia assai singolare ed illuminante poiché, quando andiamo a ricostruirla grazie al suo numero di serie, vien innanzitutto fuori il suo esser inclusa in una partita di residuati bellici della II guerra mondiale. Residuati dell’Esercito fascista, e finiti in tale stock d’armi ricondizionate grazie ad un appalto che appunto s’aggiudica una ditta statunitense: la Adam. Appalto indetto dal nostro Ministero della Difesa; appalto del 1960. E chi è mai, nell’anno 1960, il titolare di questo dicastero? Proprio il Giulio Andreotti da molte fonti indicato come fiancheggiatore estremo di Licio Gelli, se non addirittura capo occulto, a fianco di Gelli, di quella P2 per moltissimi versi indistinguibile dal CMCAdam che, per smerciare negli USA il carico d’armi ricomprendente il Carcano, si serve della Crescent Firearms, il cui factotum è l’ucraino Joseph Saik: un fervente anticomunista il quale, contemporaneamente, è pure vicepresidente dell’Adam. Saik, inoltre e soprattutto, appartenente durante l’ultimo Conflitto mondiale al Quartier generale statunitense in Francia guidato da Eisenhower, il quale Eisenhower aveva tra i propri più stretti collaboratori in quel frangente il generale Charles Thrasher. Coincidenza, è l’identico Charles Thrasher il cui Assistente in campo era il membro del CMC Shaw, come ammesso da Shaw stesso in un’intervista del novembre 1969 al mensile Penthouse. Il Clay Shaw, cioè, indagato nel 1967 dal Jim Garrison Procuratore distrettuale di New Orleans proprio per le prove che lo collegano all’omicidio Kennedy.

Non solo: la Adam significa Samuel Cummings. Ebbene: com’è possibile verificare attraverso un documento dell’Intelligence italiana, si dà il caso si tratti del medesimo Cummings fiduciario d’Enrico Frittoli. E chi è, a sua volta, Frittoli? Come mostra un altro documento dell’Intelligence italiana, è un sodale stretto di Gelli.

Questo, anche perché, contrariamente a quel che c’è in un esteso immaginario collettivo, il 411 di Elm Street non era sede da sempre della TSBD. Al contrario: fino al termine del 1961, lì c’era una ditta di genere alimentari. Poi, l’affitto a tale ditta non era stato rinnovato, la ditta era andata via, e prima dell’arrivo della TSBD l’edificio era rimasto deserto per lungo tempo. Deserto come un palcoscenico pronto ad allestire una messinscena atroce, che facendo deviare inopinatamente l’auto di JFK da Main Street – che, guarda caso, significa proprio via diretta, principale – portò Kennedy in Elm Street, in tal modo collocandolo in Dealey Plaza sotto il tiro incrociato, e ormai pressoché a veicolo fermo, da parte di cecchini le cui colpe sarebbero state poi addossate a Lee Oswald. Deviazione – attenzione – sopraggiunta all’ultimo momento, perché il percorso originario prevedeva che la svolta su Elm Street non ci fosse, e l’auto proseguisse così tranquillamente sull’assolutamente più sicura Main Street. Dealey Plaza che ha quel nome perché intitolata a George Dealey, l’editore del Dallas Morning News. George Dealey il figlio e successore Ted, nel 1961, essendo tra gli editori di giornali invitati da JFK alla Casa Bianca, aveva vilmente sfruttato l’occasione per, alzatosi appositamente in piedi, profferire a Kennedy le seguenti parole: “Sig. Presidente, abbiamo bisogno d’un condottiero a cavallo per guidare questa nazione, ma molte persone in Texas e nel Sud-Ovest pensano che tutto quel che lei è buono a cavalcare sia il triciclo di [sua figlia] Caroline”. Il fatto è che fu proprio sul Dallas Morning News, e proprio in occasione della fatale visita nella Capitale del Texas da parte di John Kennedy, che fu pubblicato un annuncio, contenente dodici domande, una più tendenziosa dell’altra, ed incorniciate da un bordo nero-lutto a mo’ di messaggio funebre. Domande tese a dipingere JFK come un criptocomunista nemmeno troppo criptico. Ebbene, dietro questo minaccioso e più che macabro annuncio, si scoprirà poi la mano di Nelson B. Hunt; che è il figlio dello H. L. Hunt sodale di Byrd. Il Byrd che poi in definitiva cede il proprio uranio nelle mani d’un socio israeliano del CMC: Arie Ben-Tovim. Questo, proprio nel mentre JFK s’opponeva con decisione alla proliferazione nucleare d’Israele.

Occorre, a questo punto, invocare con forza l’istituzione d’una Commissione d’inchiesta. E non sto parlando d’una Commissione parlamentare italiana, ché una in gestazione e poi per fortuna fallita l’ho ben conosciuta dall’interno, e ne son fuggito via stomacato per il concentrato d’egoismi ed accoltellamenti alle spalle che vi circolava, cosa che m’ha ribadito, ove mai ve ne fosse stato bisogno, quanto purtroppo intensamente vera sia la frase pasoliniana che recita “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”. No: sto parlando d’una Commissione d’inchiesta internazionale, seria, che riapra ufficialmente l’indagine sull’assassinio di JFK, e non esiti a porre alla sbarra finalmente anche gl’israeliani nemici d’Israele. Perché questo occorre dire con forza: lo Stato d’Israele ha gettato le proprie fondamenta affidandone la costruzione a nemici del proprio stesso popolo. Nemici che hanno rinnegato il rispetto dovuto ai milioni d’Ebrei morti nell’Olocausto e, anzi, nascondendosi dietro quei morti così fatti morire una seconda volta, hanno, e stanno tuttora conducendo sotto Netanyahu, politiche di cui quei morti si vergognerebbero, compreso, assolutamente, l’aver preso parte al Centro Mondiale Commerciale.

Scanu: sovranità svenduta illegalmente all’oligarchia Ue-Bce

Scritto il 03/6/18 LIBREIDEE.ORG

Dalle parole di Mattarella, protagonista dello strano veto su Paolo Savona all’economia, fermato sulla soglia di quel ministero “in nome dei mercati”, sembrerebbe che i trattati europei abbiano ridotto a zero la nostra sovranità. Ma è davvero così? Aderendo ai trattati europei – si domanda Patrizia Scanu – abbiamo ridotto a tal punto la nostra sovranità, quantomeno cedendone una parte? E soprattutto: «Se abbiamo ceduto sovranità, era possibile farlo sulla base della nostra Costituzione?». Ovvero: «La classe politica che ha firmato quei trattati era legittimata dalla nostra Costituzione ad una cessione del genere? E se così non fosse, quali sarebbero le conseguenze e le azioni future da compiere?». In prospettiva: «Come si conciliano l’esercizio della sovranità e l’esigenza di costruire quell’Europa dei popoli che è il sogno mai realizzato della mia generazione?», si chiede Patrizia Scanu, dirigente del Movimento Roosevelt. «Che nozione di sovranità è adatta ad affrontare le sfide della globalizzazione? In concreto: come ci liberiamo adesso di una menzogna criminale che ci è stata raccontata per decenni?». Il gesto di Mattarella, aggiunge la Scanu, «appare rivelativo di un contenuto non espresso chiaramente per decenni, ma di importanza capitale per tutti noi: si tratta della compatibilità fra la nostra Costituzione (così invisa, per ovvie ragioni, alle élite politico-finanziarie che vorrebbero ridurci a periferia dell’Impero) e i trattati europei».

Sovranità? Un concetto complesso, «lungamente dibattuto nella filosofia del diritto, in parallelo al percorso storico che porta alla formazione degli Stati moderni». Intesa come sovranità dello Stato – argomenta Patrizia Scanu – esprime l’idea che lo Paolo SavonaStato, inteso come persona giuridica, abbia esclusivo poterenell’ambito del proprio territorio. Uno Stato indipendente da altri poteri esterni, che esercita una supremazia nei confronti dei suoi abitanti. Il filosofo Thomas Hobbes, che pure aveva una visione assolutista del potere statale, lo vedeva comunque originarsi da un “contratto sociale” stretto fra gli uomini: per contenere la violenza insita nella loro natura, gli individui cedono la sovranità allo Stato, sottomettendosi totalmente ad esso. «Nella versione più attuale, che si avvale delle riflessioni successive di Grozio, Althusius, Locke e soprattutto Rousseau, e delle discussioni dei coloni della Nuova Inghilterra fra ‘600 e ‘700 – spiega la professoressa Scanu – la sovranità non solo si origina, ma resta nel popolo, poiché gli esseri umani ne sono titolari a prescindere dall’ordinamento giuridico dello Stato». Si parla perciò di “sovranità popolare”, nel senso che i cittadini – individui liberi e sovrani, portatori di diritti – concordano di delegare allo Stato la sovranità, per far funzionare la società in modo ordinato, restandone però unici titolari.

I governanti – almeno nelle democrazie indirette – sono rappresentanti del popolo, scelti ed espressi dalla sovranità popolare e agiscono in nome e per conto del popolo, che li può revocare e sostituire. Come recita l’articolo 1 della Costituzione Italiana, “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, ovvero la esercita per lo più nelle modalità della democrazia indiretta e rappresentativa e nella cornice dell’ordinamento giuridico dello Stato. La Costituzione, sottolinea Patrizia Scanu, prevede anche una limitazione alla sovranità. All’articolo 11, dice: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. La Costituzione dice, insomma, che la sovranità è e resta del popolo, ma che lo Stato può accettare particolari limitazioni alla sovranità all’unico L'avvocato Marco Moriscopo di assicurare la pace e la giustizia a livello internazionale (sentite evidentemente come un bene superiore) e in condizioni di parità con altre nazioni.

Ma limitare – a certe condizioni – la propria sovranità vuol dire cederla? No: limitare e cedere non sono ha stessa cosa, come ha rilevato il Gip del tribunale di Cassino, Massimo Lo Mastro, in un decreto emesso in risposta ad una opposizione all’archiviazione di una denuncia dell’avvocato Marco Mori contro Laura Boldrini. «Proprio perché senza sovranità lo Stato non esisterebbe, i limiti della Costituzione in materia di compressione del potere d’imperio dello Stato sono rigorosi». Proprio per questo, scrive Lo Mastro, il legislatore si è occupato di sanzionare penalmente la lesione del potere d’imperio dello Stato: si parla infatti di “delitti contro la personalità giuridica internazionale dello Stato” ove ne risultino integrati gli estremi soggettivi e oggettivi. Sulla base dell’articolo 11 della Costituzione, aggiunge il magistrato, la sovranità non può dunque essere ceduta, ma solo limitata. E anche le mere limitazioni hanno ulteriori “limiti”: «Fermo il divieto assoluto di cessioni, la limitazione della sovranità può avvenire unicamente in condizioni di reciprocità ed al fine esclusivo (ogni altra soluzione è stata espressamente bocciata in seno all’Assemblea Costituente) di promuovere un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni».

Limitare, precisa il magistrato, significa «circoscrivere un potere entro certi limiti», ovvero «omettere di esercitare il proprio potere d’imperio (che pure deve rimanere intatto) in una determinata materia, oppure di esercitarlo all’interno di certi limiti generalmente riconosciuti dal diritto internazionale ai fini di pace e cooperazione fra le nazioni». Tutto questo, purché il contenimento del proprio potere (che “appartiene al popolo”) sia in ogni caso rispettoso dei limiti costituzionali. «La cessione di sovranità – chiosa Lo Mastro – comporta invece la consegna ad un terzo di un potere d’imperio proprio di uno Stato che così per definizione perde anche la propria indipendenza». Questo vuol dire che, se cessione di sovranità c’è stata – e c’è stata sicuramente, scrive Patrizia Scanu, visto che se per esempio la Bce è indipendente ed ha sovranità monetaria – significa che noi vi abbiamo rinunciato e abbiamo perso l’indipendenza. Una cessione dunque «non legittima»: chi l’ha permessa «ha commesso un reato». Alla lettera: «Nessun trattato europeo può avere più forza della nostra Costituzione. Un presidente della MattarellaRepubblica non può subordinare la sovranità popolare ai vincoli di trattati internazionali; semmai deve fare il contrario», scrive la Scanu, visto che «ha giurato di difendere la Costituzione», non i trattati europei.

Restando al popolo la sovranità, quei trattati «possono pacificamente essere ridiscussi o rigettati, purché nelle forme previste dalla Costituzione, ovvero se questa è la volontà del popolo, espressa con il voto». Questo, osserva Patrizia Scanu, «vuol dire anche che la via d’uscita da questa situazione intollerabile consiste nel riprendersi la sovranità così malamente compressa e calpestata». In altre parole: «Rivendicare sovranità – prima di tutto, sovranità monetaria – non vuol dire né tornare agli Stati nazionali del periodo pre-bellico né uscire dall’Unione Europea né necessariamente uscire dall’euro. Vuol dire al contrario portare a compimento quel processo di federazione europea che farebbe dell’Europa un contrappeso adeguato al dominio delle grandi potenze, Usa e Cina soprattutto (non certo spettatori disinteressati)». Significa «riprendersi la facoltà di emettere moneta nazionale», magari sotto forma di Stato-note o di crediti fiscali, come spiega da tempo l’economista Nino Galloni, vicepresidente del Movimento Roosevelt: una misura percorribile anche senza uscire dall’euro. Vuol dire «riportare sotto controllo dei cittadini i poteri extranazionali, non eletti e cooptativi che ci hanno imposto questo ordine neoliberista», in primis la Commissione Europea e la Bce per «riportare in primo piano il benessere e i diritti dei cittadini, invece delle esigenze della finanza internazionale».

Insiste Patrizia Scanu: «Non è pensabile una sovranità europea che si costituisca per cessione della sovranità nazionale, come sommatoria di non-Stati, perché senza sovranità popolare non c’è Stato democratico, e se i cittadini di un paese non possono esprimere la loro volontà politica, non siamo più in democrazia». Lo Stato moderno? «E’ entrato in crisi con la globalizzazione, ma non abbiamo ancora inventato una forma politica diversa». I trattati europei? «Sono contratti giuridici fra Stati nazionali, che sono i soggetti contraenti, ciascuno pienamente titolare della propria sovranità: rinunciare ad essa è un suicidio». Impossibile fare scempio in questo modo del vecchio continente: «L’Europa è troppo ricca di storia e di differenze nazionali perché esse possano essere ignorate, ma è anche effettivamente portatrice di una cultura condivisa e di una coscienza comune. Lo scenario attuale è desolante, perché disattende i principi istitutivi dell’Unione Europea». Lo ricorda lo stesso Patrizia ScanuPaolo Savona nel 2015: in teoria, l’Ue aveva formalmente promesso «lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale», senza trascurare «la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri».

La crisi della Grecia – osserva Savona – ha mostrato quanto la realtà sia lontana dalle enunciazioni di principio: «Invece di uscire dal paradosso di un non-Stato europeo formato da non-Stati nazionali si intende approfondire questa strana configurazione istituzionale, perché appare vantaggiosa a pochi paesi capeggiati dalla Germania». Per Patrizia Scanu, «stiamo assistendo a una feroce competizione economica fra gli Stati dell’Unione, a cominciare dal mercantilismo tedesco, a uno spaventoso trasferimento di ricchezza dai poveri ai ricchi e dall’economia reale ai mercati finanziari». E abbiamo governi che, uno dopo l’altro, «hanno tradito lettera e sostanza della Costituzione, cedendo progressivamente quote di sovranità per loro indisponibili, rendendoci subalterni a poteri oligarchici, estranei e autoreferenziali che tutto hanno a cuore, fuorché il nostro interesse di cittadini». Prima risposta: «Prendere consapevolezza del colossale inganno perpetrato a nostro danno, con l’illusione del sogno europeo». E quindi, «ridiscutere radicalmente i trattati europei, per rifondare l’Europa su basi autenticamente democratiche». Può sembrare un paradosso, conclude Patrizia Scani, ma «chi critica l’euro e i trattati europei ha l’Europa più a cuore di chi si straccia le vesti di fronte ad ogni ipotesi di cambiamento, come stanno facendo in questi giorni i dirigenti del Pd ormai in pieno stato confusionale, e intanto svende senza contraccambio (almeno per noi) la nostra sovranità nazionale, la nostra economia e il nostro futuro».

IL TERRORISMO DEI MEDIA SULLA BREXIT

 SCENARIECONOMICI.IT 4 GIUGNO 2018

Mi e capitato tra le mani un pezzo del Corriere

in cui si riporta uno scenario apocalittico (realizzato dal governo inglese) in caso di Brexit.

Il corriere mette in evidenza ben 6 punti:

di cui, alcuni rasentano il ridicolo (i cittadini comunitari resteranno senza diritti, vi sarà il blocco dei voli aerei, le dogane collassereranno) e non meritano neanche una risposta, 3 invece sono degni di adeguata trattazione.

Iniziamo dal primo:

Il calo del Pil iniziale!

Sin qui, direi, il punto potrebbe anche esser ritenuto ovvio, specialmente se nel frattempo le aziende non si fossero organizzate per produrre localmente quanto loro serve. In caso contrario, sono proprio le importazioni a ridurre il Pil, non il contrario! Quindi, se nel frattempo le imprese avessero pianificato una rete di sub-fornitura locale, al contrario, il Pil potrebbe crescere.

Vi ricordo che la formula è:

Y = …….. + X – M

 

ossia, le esportazioni aumentano il PIL, le importazioni lo diminuiscono!

Invece il secondo punto è:

Mancanza di medicine e materie prime per ospedali!

In questo caso, non si tratta di mancata importazione poiché tedeschi e francesi non vorranno più rifornire gli ospedali inglesi, non sarebbe invece possibile, in una prima fase, importare i farmaci precedentemente importati per carenza di nuovi accordi; analogamente però, non potrebbero essere esportati in UE i farmaci inglesi.

Ovviamente, come nel caso precedente, gli spazi lasciati vuoti dalle aziende europee non è che si eclissino, rimarranno tali pronti ad esser riempiti dalle produzioni farmaceutiche locali, quelle che produrranno il relativo fabbisogno all’interno dei propri confini. Non è pensabile immaginare che un’azienda farmaceutica inglese non sappia realizzare un antibiotico (un principio) o un flacone di soluzione per trattamenti in endovena! Non è immaginabile!

Questo porterà con se un piccolo aumento di prezzi, poiché la meno costosa merce estera non potrà più esser importata:

Tutto sara più caro poichè l’ARBITRAGGIO SUI PREZZI (importare beni da paesi dove la merce costa meno) non si potrà più fare.

Ma questo, è proprio quello che serve per far risollevare la produzione interna (per l’occupazione) e l’inflazione.

E ora veniamo al perché UK ne guadagnerebbe dalla Brexit.

Le sue partite correnti sono negative da lunghissimo tempo:

 

Notate come ogni anno esse siano sotto la linea di galleggiamento anche per valori superiori al 4%!

Come tale, significa che molti paesi accettano le loro sterline (stampate a costo zero) in cambio di merce che viene loro spedita tutti gli anni. Il trade-off è tra carta straccia e preziose merci.

Ma chi è in UE che effettua ben volentieri questo trade-off?

In primis la CRANTE CERMAGNA:

seguita da Olanda e Francia più Belgio e Italia. La somma delle loro importazioni è 234,35 miliardi di dollari.

Se invece consideriamo i primi 10 paesi per esportazioni di UK abbiamo:

I paesi precedentemente citati sommano 137,89 miliardi di dollari. Uno squilibrio di 96.46 miliardi di dollari.

In pratica, sarebbe come annullare completamente le esportazioni di Francia, Paesi Bassi e metà Italia.

Secondo voi chi soffrirebbe di più?

“L’inettitudine, è un mare senza approdi in cui nuota l’ipocrita.”

(Cleonice Parisi)

Ad maiora

 

Ma quindi lo spread è aumentato per colpa della BCE?

ILPOST.IT 4 GIUGNO 2018

 Mario Draghi, presidente della BCE. (DANIEL ROLAND/AFP/Getty Images)

 

La scorsa settimana diversi esponenti del Movimento 5 Stelle hanno incolpato la Banca Centrale Europea (BCE) per l’aumento dello spread, iniziato lunedì dopo il primo fallimento del governo Conte. Laura Castelli, importante deputata del Movimento 5 Stelle, ha detto ad esempio: «La BCE e le banche italiane hanno rallentato se non sospeso l’acquisto di Btp sul mercato italiano contribuendo all’aumento dello spread».  Anche altri dirigenti, come l’ex membro del direttorio Carla Ruocco, hanno mosso le stesse accuse, di cui oggi si è tornati a parlare a causa di un articolo del Financial Times che è sembrato confermarle. È infatti vero che la BCE ha diminuito i suoi acquisti di titoli di stato italiani proprio nel mese di maggio, ma la lettura che ne danno Ruocco e Castelli – quella di un’azione cosciente della BCE per mettere pressione al nostro paese – non sembra corretta.

Peter Spiegel

@SpiegelPeter

So @Mov5Stelle has claimed @ECB was punishing last month to ensure no populist govt took power. Seemed nuts. But then ECB released QE data today. Interesting graph, no? https://www.ft.com/content/8a688786-67f8-11e8-8cf3-0c230fa67aec 

Per comprendere la questione bisogna sapere che dal marzo del 2015 la BCE ha iniziato il programma Quantitative Easing che, semplificando, significa che stampa denaro per acquistare titoli, soprattutto titoli di stato, sui mercati europei. Il QE, come viene abbreviato di solito, prevedeva inizialmente un acquisto mensile di 60 miliardi di euro al mese, arrivati poi a 80 e recentemente scesi a 30 miliardi (ma non è di questo abbassamento che stiamo parlando). In pratica, la BCE si coordina con le banche centrali dei vari paesi che effettuano per conto loro la quasi totalità degli acquisti del programma. Più titoli vengono acquistati, più il rendimento di quei titoli si abbassa. Se i titoli sono titoli di stato, significa che il paese in questione dovrà pagare interessi minori per raccogliere prestiti e questa è in genere ritenuta una cosa molto buona per le capacità di un paese di finanziarsi.

Se gli interessi sul debito si alzano, invece, è considerato un male. Di solito, per misurare gli interessi, o rendimenti, si utilizza lo spread (che avevamo spiegato qui). Gli acquisti della BCE servono proprio a tenere bassi i rendimenti e sono compiuti sulla base di una regola proporzionale: i titoli di un certo paese posseduti dalla BCE devono essere proporzionali alla percentuale di capitale azionario della BCE detenuto da quel paese (che a sua volta è legato alle dimensioni della sua economia).

Queste percentuali non vengono però rispettate ogni mese o ogni settimana. La quantità degli acquisti può variare per ragioni tecniche. Le accuse di Ruocco e Castelli sono che una di queste variazioni abbia coinciso con la delicata settimana di formazione del governo e che abbia contribuito in maniera determinante all’aumento dello spread. Secondo loro, quindi, è legittimo domandarsi se non ci fosse una volontà da parte della BCE di far innalzare lo spread per dare un segnale al paese (e quindi sfavorire la formazione di un governo guidato dal Movimento 5 Stelle).

Le accuse però non reggono a un’analisi approfondita. Secondo i dati rivelati oggi dalla BCE, nel mese di maggio la BCE ha acquistato 3,6 miliardi di euro di titoli italiani, cioè una quantità superiore a quella dei titoli acquistati a marzo e a gennaio. Se la quantità totale non è cambiata, la BCE ha comunque ammesso che la percentuale dei titoli italiani acquistati sul totale a maggio è molto calata: solo il 15 per cento dei titoli acquistati era italiano, la percentuale più bassa dall’inizio del programma, nota il Financial Times. Ma anche Francia, Belgio e Austria hanno visto la percentuale dei loro titoli acquistati calare molto. La ragione principale sembra essere un acquisto particolarmente consistente di titoli tedeschi, il 28 per cento del totale, che è servito a compensare il fatto che nei mesi precedenti proprio i titoli tedeschi erano stati acquistati in percentuali particolarmente basse.

Frederik Ducrozet@fwred

*Massive* swings in ECB QE data for May, but be careful as they are likely to be linked to huge redemptions of German Bunds affecting other purchases, including Italy.

Frederik Ducrozet@fwred

Again, unusually large Bund redemptions will go a long way in explaining these swings:
– largest ever overpurchase for Germany
– largest ever underpurchase for Italy
A technical effect, nothing else. But timing couldn’t be worse. pic.twitter.com/w2QVyCM6br

Visualizza l'immagine su Twitter

Il primo problema nelle accuse del Movimento 5 Stelle, quindi, è che la diminuzione nell’acquisto dei titoli di stato italiani è stata solo percentuale, mentre la quantità assoluta di titoli acquistati è rimasta stabile, e anzi è aumentata rispetto a gennaio e marzo. Il secondo è che ha coinvolto i titoli di molti altri paesi, i cui spread però non hanno mostrato variazioni come quello italiano. Il terzo, indicato da molti operatori del mercato delle obbligazioni, è che gli acquisti eseguiti settimanalmente dalla BCE sono di valore troppo basso per generare fluttuazioni di mercato come quelle a cui abbiamo assistito.


L’andamento nello spread nel corso dell’ultimo mese (Sole 24 Ore)

Infine, la quarta ragione che spinge a derubricare le accuse del Movimento 5 Stelle la scrive la stessa BCE nel suo comunicato dove specifica che la variazione negli acquisti è il frutto di decisioni “concordate da tempo” e “comunicate” agli operatori di mercato. La quantità di acquisti che compie la BCE è infatti ben conosciuta in anticipo e, a parte variazioni per motivi tecnici nelle vendite settimanali, gli operatori di mercato sanno per tempo cosa intende fare la BCE e si comportano di conseguenza. In altre parole, non è ancora accaduto che la BCE sospendesse di colpo gli acquisti di qualche tipo di titolo di stato mandando nel panico i mercati. Le sue decisioni sono in gran parte prese con largo anticipo e comunicate pubblicamente.

La parentesi monetaria di Kennedy: l’ordine esecutivo numero 11110

http://www.politicamentescorretto.info/ 3 GIUGNO 2018

Il 4 giugno 1963, venne fatto un piccolo tentativo per togliere alla Federal Reserve Bank il suo potere di affittare la moneta al governo facendosi pagare un interesse. In quel giorno, il presidente John Fitzgerald Kennedy(1) firmò l’ordine esecutivo numero 11110 che ripristinava al governo USA il potere di emettere moneta senza passare attraverso la Federal Reserve.

L’ordine di Kennedy dava al Ministero del Tesoro il potere “di emettere certificati sull’argento contro qualsiasi riserva d’argento, argento o dollari d’argento normali che erano nel Tesoro”.
Questo voleva dire che per ogni oncia di argento nella cassaforte del Tesoro, il governo poteva mettere in circolazione nuova moneta.

In tutto, Kennedy mise in circolazione banconote per 4,3 miliardi di dollari.

Le conseguenze di questa legge furono enormi.

Con un colpo di penna, Kennedy stava per mettere fuori gioco la Federal Reserve Bank di New York. Se fosse entrata in circolazione una quantità sufficiente di questi certificati basati sull’argento, questa avrebbe eliminato la domanda di banconote della Federal Reserve.

Una delle banconote emesse da Kennedy nel 1963 con la scritta (in alto):
“United States Note”, invece dell’attuale “Federal Reserve Note”.

Questo sarebbe accaduto perché il certificati argentiferi sono garantiti da argento mentre le banconote della Federal Reserve non sono garantite da niente.

L’ordine esecutivo 11110 avrebbe impedito al debito pubblico di raggiungere il livello attuale, poiché avrebbe dato al Governo la possibilità di ripagare il suo debito senza utilizzare la Federal Reserve e senza essere gravato dall’interesse richiesto per la creazione di nuova moneta.

L’ordine esecutivo 11110 dava agli USA la possibilità di crearsi la propria moneta garantita da argento.
Dopo che Kennedy fu assassinato, dopo appena cinque mesi, non vennero più emessi certificati garantiti da argento.

“Final Call” è a conoscenza del fatto che l’ordine esecutivo non venne mai cancellato da nessun presidente attraverso un altro ordine esecutivo, quindi è ancora valido.

Perché allora nessun presidente successivo l’ha mai usato?
Virtualmente, tutti i seimila miliardi di dollari di debito sono stati creati a partire dal 1963. Se un presidente statunitense avesse utilizzato l’ordine esecutivo numero 11110, il debito non sarebbe assolutamente ai livelli correnti.

Forse l’assassinio di JFK fu un avvertimento ai futuri presidenti che avessero pensato di estinguere il debito eliminando il controllo che la Federal Reserve esercita sull’emissione monetaria. Kennedy aveva sfidato il governo monetario attaccando i due sistemi che sono sempre stati usati per aumentare il debito: la guerra e la creazione della moneta da parte di una banca centrale privata.

I suoi sforzi per far uscire dal Vietnam le truppe americane entro il 1965 e l’Ordine Esecutivo 11110 avrebbero seriamente sminuito i profitti ed il controllo esercitato dal sistema bancario di New York. Mentre il debito americano raggiunge livelli incredibili e sta emergendo un conflitto in Bosnia che aumenterà ulteriormente il debito americano, uno deve chiedersi: avrà Clinton il coraggio di prendere in
considerazione l’utilizzo dell’ordine esecutivo 11110 e, se così fosse, vorrà pagarne le conseguenze?

(President Kennedy, the Federal Reserve and Executive Order 11110 – by Cedric X) tratto da “The Final Call” – vol. 15, n° 6, 17/01/1996 (USA) – http://www.john-f-kennedy.net/ tradotto dall’inglese da Marco Saba

 

Nuove accuse per il triclosan: danneggia l’intestino e promuove il cancro

Valentina Corvino 1 GIUGNO 2018 ILSALVAGENTE.IT

Il triclosan, il comune antimicrobici utilizzato in molti prodotti di uso comune – dal dentifricio al sapone per le mani – è accusato di alterare la flora batterica intestinale – o microbiota –  e promuovere l’infiammazione dell’intestino come per esempio la colite, nonché lo sviluppo del cancro al colon. Le nuove accuse giungono da uno studio su modello animale firmato dai ricercatori dell’Università del Massachusetts Amherst (UMass) guidati da Guodong Zhang, e i cui risultati sono stati pubblicati integralmente sulla rivista Science Translational Medicine. Qui, gli scienziati hanno osservato che anche un trattamento di breve durata e a basse dosi provoca un’infiammazione all’intestino e lo sviluppo di una grave forma di colite, nonché l’esordio del cancro al colon. “Questi risultati – spiega Zhang – per la prima volta, suggeriscono che il triclosan potrebbe avere effetti negativi sulla salute dell’intestino”.

Un eccipiente molto diffuso

Non è la prima volta che il triclosan finisce sotto accusa: nel 2016 la Fda, l’agenzia per i farmaci statunitense lo ha inserito in una lista di 19 sostanze da evitare nelle formulazione dei saponi per le mani proprio perché sospettato di “fare più bene che male”. Mentre in Europa la sostanza continua ad essere legale (e per questo ampiamente utilizzata), una nostra petizione ha convinto molto aziende a farne a meno.

Lo studio
In questo studio, il team di 21 membri che comprendeva 12 ricercatori di Amherst dell’UMass, ha studiato gli effetti del triclosan sull’infiammazione del colon e sul cancro del colon usando diversi modelli di topo. In tutti i modelli murini testati, il triclosan ha promosso l’infiammazione del colon e la tumoregenesi del colon, riferisce Zhang. “In particolare – aggiunge Hang Xiao – abbiamo usato un modello murino geneticamente modificato che sviluppa malattie infiammatorie intestinali o IBD [sindrome dell’intestino irritabile] spontanee. Inoltre, il trattamento con triclosan ha aumentato significativamente lo sviluppo della malattia IBD nei topi, suggerendo che i pazienti con IBD potrebbero dover ridurre l’esposizione a questo composto”.

L’impatto sul microbiota
In una serie di esperimenti progettati per esplorare i meccanismi d’azione del triclosan, il team di scienziati UMass ha scoperto che il microbiota intestinale è fondamentale per gli effetti avversi del triclosan osservati. Nutrire i topi con il triclosan ha ridotto la diversità e modificato la composizione del microbioma intestinale, un risultato simile a quello osservato in uno studio umano condotto da altri, dice Zhang in una nota dell’UMass. Inoltre, i ricercatori hanno osservato che il triclosan non ha avuto alcun effetto in un modello di topo privo di germi, in cui non è presente microbioma intestinale, né in un modello murino geneticamente modificato in cui non esiste un recettore Toll-like 4 (TLR4) – un importante mediatore per le comunicazioni dell’ospite-microbiota.