Chi è il nuovo primo ministro spagnolo? Lui e un membro del misterioso gruppo del Bilderberg hanno respinto la Bibbia e il crocifisso all’inaugurazione

 

 

Socialista Pedro Sanchez (46) si è insediato e prestato giuramento davanti al re Filippo VI., Prima di diventare primo ministro dopo un recente incontro del Bilderberg Group
Nuova spagnolo premier socialista (PSOE) e Pedro Sanchez (46), economista con nessuna esperienza di governo ha prestato giuramento davanti al re di Spagna Filippo VI. nel Palazzo della Zarzuela, dopo la Camera dei Rappresentanti, è passata la sfiducia del Primo Ministro Marian Rajoy.

Sanchez è il primo nella storia del primo ministro spagnolo che non ha giurato tenendo una mano sulla Bibbia, e non c’era un crocifisso sul muro nella sala.

Formerà un governo socialista monocolore in cui ci sarà almeno un rappresentante del Partito socialista catalano, che fa parte del PSOE. E il nuovo governo catalano si è impegnato, e il suo presidente Quim Torra ha detto che il governo ha accettato il mandato di stabilire uno stato indipendente.

Prendere rischi
, “Parliamo, prendere ciascuno in sé un certo rischio, sedersi al tavolo e parlare, il governo con il governo”, ha detto il capo del catalano Quim Torra nuovo primo ministro spagnolo Sanchez, che è il settimo primo ministro spagnolo, dopo la caduta di Franco.

Sáanchez parlare di una nuova pagina storica e garanzia del rispetto dei trattati con l’Unione europea. Per cambiare il governo, sono stati voti decisivi Baschi National Party (PNV), i cui cinque deputati hanno annunciato che sosterranno il Partito Socialista Spagnolo Lavoratori (PSOE).

Rajoy sono davanti al parlamento ha salutato i suoi seguaci lo gridando “Signor Presidente, signor presidente!”, E si è fermato a salutare i partecipanti.

“E ‘stata una persona corrotta Partito Popolare (PP), esattamente, ma PP non è partito corrotto”, ha detto Rajoy che è a causa dello scandalo di corruzione (aka. Il caso Gürtel, la corruzione e fondi neri) che ha colpito alcuni leader del partito popolare e ha perso posto premier Né il partito socialista è completamente puro. E tra i suoi membri sono corrotti.

Raramente, un partito che è al potere non è tra i membri e coloro che sono disposti a ricevere denaro. Ora c’è una nuova fase di cambiamento reale. Dice terremoto si verificherà il giorno dopo, quando ci sarà un cambiamento di almeno 1.300 funzionari, consulenti nei ministeri, commissari di governo, ambasciatori, la gente che stava chiedendo il centro destra Mariano Rajoy.

Saranno sostituiti da persone legate a Sanchez e ai suoi futuri ministri. Chi è Sánchez? Era un leader socialista nel periodo 2014-2016, ma dopo la sconfitta dei socialisti ha dovuto dimettersi alle elezioni parlamentari.

è stato improvvisamente alla convention lo scorso giugno, vincendo la leadership. Professore è la struttura economica e la storia del pensiero economico presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università Camilo Jose Cela di Madrid.

Radio in BiH
È sposato e ha due figlie. Gymnasium and Economics si è laureato a Madrid. Ha padronanza della politica economica e della gestione pubblica dell’UE all’Università di Bruxelles.

Pedro Sanchez è un membro del PSOE dal 1993, quando aveva 26 anni è stato consulente socialista Dührkop nel Parlamento europeo, ed è stato capo di gabinetto dell’Alto rappresentante delle Nazioni Unite in Bosnia-Erzegovina Carlos Westendorp durante la guerra del Kosovo.

Re Filippo VI. gli aveva già affidato un mandato governativo. Era il 2 febbraio 2016. Sánchez ha cercato di formare un governo con il movimento dei Ciudadanos, ma non ha ottenuto la fiducia del parlamento (131 voti a favore, 219 contro), scrive l’ elenco della serata

Ora si dovrebbe avere più successo in prima linea “in bianco e nero” governo socialista, ma ha il sostegno, oltre ai socialisti catalani, e il movimento Podemos e alcuni piccoli partiti.

Nel maggio 2018, Sanchez ha chiesto un voto di sfiducia per il governo di Marian Rajoy per lo scandalo Gürtel ei suoi membri si sono uniti ai deputati di Podemosa e ad altri partiti minori. La sua proposta fu votata da 180 deputati, e 169 furono contro di loro, e così Sánchez assunse il potere.

Pedro Sanchez ha partecipato a una riunione segreta del Gruppo Bilderberg nel 2015 con i colleghi spagnoli Anom Botín, il presidente del Banco Santander e Juan Cebrian, presidente esecutivo del PRISA.

https://priznajem.hr/novosti/tko-4 giugno 2018

Barroso sceglie due donne per il Bilderberg: Paula Amorim e Isabel Mota

https://observador.pt/2018/06/03/

È considerato uno dei club più influenti al mondo e ogni anno invita portoghesi che si distinguono in politica, economia o finanza. Quest’anno ci sono due donne: Isabel Mota e Paula Amorim

Paula Amorim è presidente del gruppo Américo Amorim, uno dei più importanti dell’economia portoghese, con una fortuna stimata in circa 4 miliardi di euro

HUGO AMARAL / OBSERVER

 

Ci saranno due donne in rappresentanza del Portogallo all’incontro del gruppo Bilderberg, che riunisce ogni anno alcuni dei più importanti uomini d’affari, magnati e politici internazionali. La lista degli invitati è esclusivo e di solito avvolta in gran segreto, ma l’Observer trovato sarà il leader del più ricco azienda di famiglia del paese e il presidente della Fondazione Calouste Gulbenkian di viaggiare in Italia e rappresentanti portoghesi alla prossima riunione, che sarà si svolge tra il 7 e il 10 giugno a Torino.

Gli inviti sono stati affrontati dall’ex primo ministro ed ex presidente della Commissione europea Barroso, l’attuale presidente non esecutivo di Goldman Sachs, e chi è riuscito Francisco Pinto Balsemão come un membro permanente del comitato direttivo, il comitato di amministrazione che si organizza incontri annuali.

A differenza degli altri anni, dove gli ospiti portoghesi sono una sorta di predizione di “chi sarà chi” nel prossimo futuro, questa volta la scelta ricade su due figure con una rotta già consolidata. Paula Amorim è presidente del gruppo Américo Amorim, uno dei più importanti dell’economia portoghese, con una fortuna stimata in circa 4 miliardi di euro. Fu il successore di suo padre, Americo Amorim, non solo nei destini dell’impero di famiglia, ma anche come presidente del consiglio di amministrazione di Galp. Si tratta, infatti, di una delle società controllate dal gruppo, che controlla anche, ad esempio, Corticeira Amorim, leader mondiale nel settore del sughero.

Isabel Mota è nel Consiglio di amministrazione della Fondazione Calouste Gulbenkian dal 1999, un organo che è stata presidente dallo scorso maggio. Ha una sede non esecutivo del consiglio di Santander Totta, era consigliere di Reper (Rappresentanza permanente del Portogallo a Bruxelles) nel 1986, al momento dell’adesione del Portogallo alla CEE e tra il 1987 e il 1995, unito ai roster che disciplinano come il segretario di pianificazione di Stato e lo sviluppo regionale, avendo in mano il dossier della negoziazione dei fondi comunitari.

Mota e Amorim si uniscono in modo che la lista degli ospiti portoghesi è sempre curioso di indirizzare, l’analisi e la speculazione, in particolare in termini di politica, perché nel corso degli anni è stato preso come un indicatore di chi sarebbero i leader del futuro. Prendendo Pedro Passos Coelho – che è stato invitato ma non ha partecipato – superato la fase di Bilderberg tutti gli ultimi capi di governo e leader di oposiçã, prima di assumere le sue funzioni: è stato il caso del l’attuale primo ministro António Costa, che ha partecipato nell’incontro del 2008 insieme a … Rui Rio. E ‘stato anche il caso di António Guterres, Pedro Santana Lopes, José Sócrates e, naturalmente, lo stesso Barroso. Anche l’attuale presidente della Repubblica Marcelo Rebelo de Sousa è andato lì come Paulo Portas, Manuela Ferreira Leite, António José Seguro, Vítor Constâncio o Teixeira dos Santos.

Gli incontri del Bilderberg iniziarono nel 1954 in Olanda, in un albergo che finì col dare un nome al gruppo. Come una delle lobby più influenti nella Lobby – a volte chiamata il “governo ombra del mondo” – questi incontri altamente preparati riuniscono alcune delle figure più promettenti del mondo in economia, finanza e politica ogni anno per una serie di conferenze dove (e chi decide?) viene discusso tutto ciò che contraddistingue l’agenda internazionale.

IL NUOVO PRIMO MINISTRO SPAGNUOLO È UN UOMO DEL BILDERBERG?

https://www.nexusedizioni.it 4 giugno 2018

Jacopo Castellini


Mentre in Italia viene varato un governo politicamente molto diverso dai precedenti, definito “del cambiamento” dai due gruppi politici che ne hanno redatto il programma e che lo sostengono, i lettori mi concederanno una digressione su quanto accade in un’altra nazione a noi vicina, la Spagna, dove di recente ha giurato come nuovo Primo ministroPedro Sànchez. Capo politico del Partito socialista spagnolo (PSOE), Sànchez ha sostituito il popolare Mariano Rajoy alla guida dell’esecutivo di Madrid in seguito alla sfiducia costruttiva votata dal Parlamento iberico il 1° giugno scorso: una misura che permette a chi propone il voto di sfiducia, in caso questo venisse accolto, di sostituire il capo del governo sfiduciato.

Su Sànchez qualcuno ha già segnalato una anomalia rispetto ai predecessori, del tutto legale: è stato il primo premier della nazione iberica a prestare giuramento nella formula laica, ovvero in assenza del crocifisso e della Bibbia, su cui avevano invece giurato tutti i predecessori. La novità è permessa, su richiesta del candidato al giuramento, da una legge del 2014 voluta per concessione diretta della Corona. Ma al di là della liceità legale, resta un segnale di discontinuità simbolica con la lunga tradizione “cattolicissima” della Spagna.
​       L’altra discontinuità è data dalla composizione della maggioranza parlamentare che ha sostenuto la sfiducia costruttiva a Madrid, e che quindi si candida ad appoggiare il nuovo governo Sànchez: oltre ai socialisti e ad Unidos Podemos, anche gli autonomisti catalani che nell’ottobre scorso hanno sostenuto il referendum per la secessione dalla Spagna e la dichiarazione di Indipendenza catalana, e i nazionalisti baschi del Pnv, il cui leader Íñigo Urkullu Rentería – che ricopre l’incarico di Lehendakari, ovvero presidente della Comunità autonoma dei Paesi Baschi – si è fatto sostenitore sin dall’inizio della crisi catalana di una necessaria mediazione tra Barcellona e Madrid. Non solo: ma anche di una riforma della Costituzione spagnuola in forma federale, per rendere la monarchia iberica simile alla Germania, al Belgio, all’Austria o, per restare in campo monarchico, al Regno Unito. Questa proposta potrebbe essere tutt’altro che un’ipotesi peregrina, ma, al contrario, è proprio il motivo per cui sto scrivendo queste righe.

Nell’articolo a mia firma “L’irresistibile fascino del Kosovo“, pubblicato su PUNTOZEROnr. 8 dell’inverno scorso, avevo avuto occasione di approfondire la questione dell’indipendenza catalana, e della discrepanza tra i fatti avvenuti in Catalogna negli scorsi mesi autunnali – dal referendum al voto per l’indipendenza del parlamento regionale catalano alle nuove elezioni rimaste senza vincitori (come in Italia?) – e la loro narrazione mediatica, come riportata anche dai media italiani. E la sorpresa non è stata poca: approfondendo le dinamiche e le ragioni dell’indipendenza, ho potuto scoprire di profondi legami tra movimenti indipendentisti catalani e politica dell’accoglienza forzata nei confronti degli immigrati extra-europei, soprattutto provenienti dal vicino Marocco e di religione islamica, e di come questi siano stati strumentalizzati ai fini dell’indipendenza, arrivando finanche alla predicazione indipendentista all’interno delle moschee. E viceversa: gruppi islamici di predicazione salafita sembrano avere infiltrato gli stessi movimenti indipendentisti al fine di ottenere, in una Catalogna indipendente e de-spagnuolizzata, maggiori concessioni in vista della realizzazione di una società islamica nel nuovo stato che seguisse i precetti della Sharia (per chi vuole approfondire, rimando al link dell’articolo e della rivista). In questa dinamica, ho potuto scoprire anche come in passato, ovvero nel lontano 1934, fosse già stata tentata la strada della secessione… una notizia che, per chi avesse letto qualcosa in merito anche nel web, potrebbe non essere nuova. Ciò che invece risulta “nuovo”, in quanto non oggetto di attenzione in rete, è un piccolo particolare. Per indicarvelo, riporto una breve citazione dell’articolo:

“Nel 1932, durante la Seconda repubblica spagnuola, fu istituita la Comunità Autonoma di Catalogna e la lingua catalana (molto diversa dal castigliano, che è lingua ufficiale dello stato unitario, e simile all’antica lingua occitana parlata nella Francia meridionale) parificata al castigliano come suo idioma ufficiale. Due anni dopo, il 6 ottobre 1934, il presidente della Generalitat, il massone Lluís Companys i Jover, in risposta all’ingresso di esponenti della destra all’interno del governo repubblicano di Madrid proclamò la trasformazione della Comunità Autonoma in una “repubblica”, all’interno di uno stato federale iberico: “Gli ambienti monarchici e fascisti che hanno da qualche tempo tentato di tradire la repubblica sono riusciti a raggiungere il loro obiettivo” esclamava a gran voce affacciandosi dal balcone sede della Generalitat. “In quest’ora solenne, in nome del popolo e del parlamento, il governo che presiedo si assume tutte le cariche del potere e proclama lo stato catalano della repubblica federale spagnola e, serrando i ranghi di coloro che sono uniti nella comune protesta contro il fascismo, li invita a sostenere il governo provvisorio della repubblica catalana”. Con queste parole, oltre all’autonomia della Catalogna sotto forma di repubblica federata, si autoproclamava una federazione spagnuola che all’epoca non esisteva: un’operazione che non trovò sostegno negli ambienti militari, anzi, durò soltanto fino alla mattina del giorno seguente, quando il comandante militare spagnuolo nella regione, Domingo Batet, fece arrestare il governo catalano e represse con la forza il tentativo di ribellione, ripristinando la sovranità delle istituzioni spagnuole”.

Per aiutarvi nell’individuare il particolare citato, l’ho evidenziato in grassetto. Potete rileggerlo se non lo ricordate: “repubblica federale spagnola“. All’epoca il tentativo di trasformare repentinamente e arbitrariamente la Spagna in uno stato federale, attraverso la Catalogna, aveva ricevuto come risposta la netta repressione governativa. Eppure, mi sono chiesto se, a distanza di oltre ottant’anni, il più recente analogo tentativo operato dagli indipendentisti catalani (il cui fronte è ideologicamente variegato) non possa avere avuto una simile finalità nel lungo termine: provocare il governo di Madrid per spingere l’allora governo Rajoy ad una modifica della Costituzione, per permettere lo svolgimento della consultazione referendaria sull’indipendenza (ad oggi illegale) o, in alternativa, attuare oggi la stessa riforma istituzionale richiesta allora da Lluís Companys i Jover, di cui si può riscontrare l’adesione alla Massoneria (vedi qui).

A spingere in questa direzione, per cercare una mediazione tra indipendentisti catalani e governo centrale, è stato in questa occasione il già citato Urkullu Rentería, che in una lettera al giornale britannico Guardian non si limitava a chiedere al governo spagnuolo di comportarsi coma Londra con la Scozia (con riferimento al referendum sull’indipendenza del 2014), ma parlava addirittura di una “sovranità condivisa” tra lo Stato e le Comunità autonome spagnuole (equivalenti delle nostre regioni), ovvero di fatto ad una ‘promozione’ delle regioni allo stesso rango del governo nazionale, in particolare nelle trattative con Bruxelles e su temi importanti quali, ad esempio, l’immigrazione. Urkullu è infatti in buoni rapporti con Juncker, che l’ha ricevuto in diverse occasioni a Bruxelles, e il suo partito fa parte del Partito Democratico Europeo, il più europeista tra i partiti politici paneuropei, membro del gruppo parlamentare liberal-democratico A Strasburgo. In tema di immigrazione, il Lehendakari è un forte sostenitore dei “corridoi umanitari“, dei quali ha parlato anche con Juncker e che sono il motivo per cui ha conferito, il 12 dicembre 2016, alla Comunità di Sant’Egidio il premio René Cassin per i diritti umani. Si tratta di un progetto, ideato appunto dalla nota associazione italiana insieme alle Chiese evangeliche italiane e alla Tavola valdese, poi esportato in altri Paesi europei, che vorrebbe offrire ai futuri rifugiati dai teatri di guerra extra-europei una via di accesso diretto al Vecchio continente, senza passare per i ‘viaggi della disperazione’ via mare o per la rotta balcanica.

In quest’ottica, la politica in tema di immigrazione e di federalizzazione della Spagnadel neonato governo Sànchez, difficilmente, ad avviso di chi scrive, potrà non essere influenzata dalle posizioni su tali questioni dei nazionalisti catalani e baschi. Già nel 2013, in occasione del precedente referendum sull’indipendenza della Catalogna, i socialisti spagnoli avevano proposto la federalizzazione del Paese come alternativa al voto sull’indipendenza, trovando sulle stesse posizioni, in un secondo momento, anche Podemos. Tutti partiti che oggi si apprestano ad appoggiare il governo Sànchez.

A completare il quadro, possiamo aggiungere quanto veniva segnalato ancora nel 2016 dalla giornalista spagnola Cristina Martín Jiménez, in un articolo pubblicato il 21 gennaio di quell’anno sull’edizione iberica di The objective. La Martín Jiménez, con due anni di anticipo, annunciava la futura successione a Rajoy del giovane leader socialista, designato a divenire Primo ministro in seguito alla sua partecipazione alla riunione del Club Bilderbergdell’11 giugno 2015. Secondo la giornalista, uno degli obiettivi per raggiungere i quali il Bilderberg punterebbe su di lui sarebbe proprio la federalizzazione della Spagna, come passo necessario per una federazione europea in cui le regioni possano sostituire gli stati nazionali come diretti esecutori delle politiche decise a Bruxelles.

Nel frattempo, quasi in contemporanea con il giuramento di Sànchez da premier, a Barcellona Joaquim «Quim» Torra diveniva nuovo Capo del governo catalano, dopo aver assunto il 17 maggio l’incarico di presidente della Generalitat de Catalunya, ponendo fine al vuoto di potere seguito alle elezioni regionali del 21 dicembre scorso. Torra è stato in passato presidente dell’associazione indipendentista Òmnium Cultural ed è membro dello stesso partito di Carles Puidgemont, il predecessore destituito da Rajoy con l’accusa di sedizione per aver proclamato l’indipendenza.

Insomma, lasciato cuocere lentamente nel suo brodo, il governo Rajoy, visto come ultimo baluardo a difesa dell’unità nazionale spagnola, è ora stato definitivamente sostituito con un governo più disponibile alla disintegrazione del Paese, attraverso la sua trasformazione in stato federale sul modello jugoslavo e alla rimozione di eventuali ostacoli all’islamizzazione della (ex) nazione iberica?

Fattorini del food delivery, ecco il primo dossier lavoro del nuovo governo

Luca Zorloni wired.it 4 giugno 2018

Milano, presidio a Palazzo Marino dei fattorini del food delivery (Claudio Furlan - LaPresse)Milano, presidio a Palazzo Marino dei fattorini del food delivery (Claudio Furlan – LaPresse)

fattorini delle consegne del cibo a domicilio sono il primo dossier a finire sul tavolo del neoministro del Lavoro, Luigi Di Maio. Una delegazione di Riders Union Bologna, il sindacato autonomo dei ciclofattorini del capoluogo emiliano, è stata ricevuta al dicastero di via Veneto per discutere delle condizioni di lavoro e delle rivendicazioni dei corrieri del food delivery. L’incontro avviene a pochi giorni dalla firma della carta di Bologna, il documento cittadino che fissa una serie di impegni per le piattaforme delle consegne. Finora l’ha siglato solo l’italiana Sgnam-Mymenu, mentre i grandi operatori del mercato, come Deliveroo, Glovo, Just Eat e Foodora, lo hanno rispedito al mittente.

Chi lavora deve avere un salario minimo garantito, una cifra precisa oraria al di sotto della quale non si può andare“, ha dichiarato Di Maio. Parole che lasciano supporre che proprio la carta di Bologna potrà essere di ispirazione alla negoziazione nazionale, poiché impegna le aziende che la sottoscrivono ad adottare un “compenso orario fisso equo e dignitoso“. Finora gli accordi municipali sembravano la strada maestra per impegnare le imprese delle consegne a domicilio a migliorare le condizioni di lavoro dei fattorini. Ora Di Maio sembra intenzionato a portare la contrattazione a un livello nazionale. Corrieri e ministro si incontreranno di nuovo già settimana prossima. I fattorini di Bologna hanno chiesto di aprire la negoziazione anche ai collettivi nati in altre città, come Milano, Roma e Torino.

Non rivendichiamo solo miglioramenti delle condizioni di lavoro e del salario, ma chiediamo di essere riconosciuti come soggetto collettivo portatore di interessi particolari“, si legge nel testo che Riders Union Bologna ha presentato all’incontro al ministero.

Ora la questione è portare al tavolo le piattaforme. Per svicolare la trattativa con il Comune di Bologna, alcune app delle consegne a domicilio hanno accampato la scusa di non voler creare condizioni di disparità tra i fattorini che operano in una città e gli altri. Una risposta che non potrebbe più reggere in caso di tavolo nazionale.

Nel frattempo la Cgil di Milano riferisce di aver preso in carico la causa legale del fattorino che lavorava per un ristorante affiliato a Just Eat, coinvolto in un incidente che gli ha causato l’amputazione della gamba, per la proroga del periodo di infortunio con l’Inail. “È a noi che il lavoratore di Foodora si è rivolto qualche tempo fa per la prima causa legale sul riconoscimento della domanda di proroga del periodo di infortunio all’Inail“, ha dichiarato il segretario della Camera del lavoro, Massimo Bonini.

Centro mondiale commerciale, nuova scoperta sulle responsabilità israeliane nell’assassinio di JFK

https://www.lantidiplomatico.it/4 GIUGNO 2018 Michele Metta

Centro mondiale commerciale, nuova scoperta sulle responsabilità israeliane nell'assassinio di JFK
Già altre due volte nella mia ricerca della verità sull’assassinio di JFK ho avuto il piacere d’incrociare il mio cammino con quello d’altri studiosi. È accaduto con lo statunitense Jim DiEugenio, stimatissimo autore, da cui ho avuto l’onore di vedermi elogiato ed incoraggiato. È accaduto con il tenace canadese John Kowalski, che m’ha reso possibile raffrontare i miei documenti con una serie di dati collimanti appunto provenienti dall’Archivio Centrale del Canada. Accade di nuovo ora, con un’altra brava ricercatrice USA: Linda Minor. Linda s’è infatti assai intelligentemente accorta d’un elemento troppe volte non adeguatamente dibattuto del complotto contro John Kennedy, e riguardante il luogo da cui Lee Oswald, il capro espiatorio di Dallas, è stato, pur in presenza di prove contrarie, accusato d’aver sparato il 22 novembre 1963. Raffrontando lanci d’agenzia della UnitedPress ed altro materiale ancora, Linda ha sottolineato, cioè, quanto emerge scavando su David Harold Byrd: il proprietario dell’edificio che occupa il 411 di Elm Street e da Byrd concesso in affitto alla Texas Books Depository, la Società di libri che aveva assunto Oswald. Byrd era un magnate ultraconservatore, amico di nemici giurati di JFK come il generale Curtis LeMay ed il petroliere H. L. Hunt. Byrd, come Hunt, era ricco per via di propri possedimenti di petrolio ma, a differenza d’Hunt, anche d’uranio. Tuttavia, il controllo azionario del suo impero, e cioè la Byrd Oil ricomprendente la Byrd Uranium, era poi nel 1956 passato – s’accorge Linda – nelle mani di A. M. Abernethy, che infatti ne diviene presidente, mentre Byrd permane come Board chairman, così come invariato resta il nome di Byrd Oil. Ebbene, a monte d’Abernethy c’è un ebreo parecchio importante: Arie Ben-Tovim, già Console d’Israele a Montreal nel biennio 1949-50, e poi a New York nel biennio 1951-52. Qui, Linda s’era fermata. Un arrestarsi obbligato, visto che, a differenza mia, non ha le carte esclusive del Centro Mondiale Commerciale da me viceversa possedute. Carte che svelano quanto segue: anche Arie Ben-Tovim era un membro del CMC. Già.

Questa è una rivelazione d’enorme rilievo, perché, naturalmente, conferma una volta di più i legami tra Israele e CMC. Ma lo diviene ulteriormente al metterla accanto a quanto da me già rivelato in un altro mio articolo di questa mia inchiesta sul CMC che sto pubblicando per L’AntiDiplomatico: il Carcano con cui Oswald è additato d’aver fatto fuoco, ha una storia assai singolare ed illuminante poiché, quando andiamo a ricostruirla grazie al suo numero di serie, vien innanzitutto fuori il suo esser inclusa in una partita di residuati bellici della II guerra mondiale. Residuati dell’Esercito fascista, e finiti in tale stock d’armi ricondizionate grazie ad un appalto che appunto s’aggiudica una ditta statunitense: la Adam. Appalto indetto dal nostro Ministero della Difesa; appalto del 1960. E chi è mai, nell’anno 1960, il titolare di questo dicastero? Proprio il Giulio Andreotti da molte fonti indicato come fiancheggiatore estremo di Licio Gelli, se non addirittura capo occulto, a fianco di Gelli, di quella P2 per moltissimi versi indistinguibile dal CMCAdam che, per smerciare negli USA il carico d’armi ricomprendente il Carcano, si serve della Crescent Firearms, il cui factotum è l’ucraino Joseph Saik: un fervente anticomunista il quale, contemporaneamente, è pure vicepresidente dell’Adam. Saik, inoltre e soprattutto, appartenente durante l’ultimo Conflitto mondiale al Quartier generale statunitense in Francia guidato da Eisenhower, il quale Eisenhower aveva tra i propri più stretti collaboratori in quel frangente il generale Charles Thrasher. Coincidenza, è l’identico Charles Thrasher il cui Assistente in campo era il membro del CMC Shaw, come ammesso da Shaw stesso in un’intervista del novembre 1969 al mensile Penthouse. Il Clay Shaw, cioè, indagato nel 1967 dal Jim Garrison Procuratore distrettuale di New Orleans proprio per le prove che lo collegano all’omicidio Kennedy.

Non solo: la Adam significa Samuel Cummings. Ebbene: com’è possibile verificare attraverso un documento dell’Intelligence italiana, si dà il caso si tratti del medesimo Cummings fiduciario d’Enrico Frittoli. E chi è, a sua volta, Frittoli? Come mostra un altro documento dell’Intelligence italiana, è un sodale stretto di Gelli.

Questo, anche perché, contrariamente a quel che c’è in un esteso immaginario collettivo, il 411 di Elm Street non era sede da sempre della TSBD. Al contrario: fino al termine del 1961, lì c’era una ditta di genere alimentari. Poi, l’affitto a tale ditta non era stato rinnovato, la ditta era andata via, e prima dell’arrivo della TSBD l’edificio era rimasto deserto per lungo tempo. Deserto come un palcoscenico pronto ad allestire una messinscena atroce, che facendo deviare inopinatamente l’auto di JFK da Main Street – che, guarda caso, significa proprio via diretta, principale – portò Kennedy in Elm Street, in tal modo collocandolo in Dealey Plaza sotto il tiro incrociato, e ormai pressoché a veicolo fermo, da parte di cecchini le cui colpe sarebbero state poi addossate a Lee Oswald. Deviazione – attenzione – sopraggiunta all’ultimo momento, perché il percorso originario prevedeva che la svolta su Elm Street non ci fosse, e l’auto proseguisse così tranquillamente sull’assolutamente più sicura Main Street. Dealey Plaza che ha quel nome perché intitolata a George Dealey, l’editore del Dallas Morning News. George Dealey il figlio e successore Ted, nel 1961, essendo tra gli editori di giornali invitati da JFK alla Casa Bianca, aveva vilmente sfruttato l’occasione per, alzatosi appositamente in piedi, profferire a Kennedy le seguenti parole: “Sig. Presidente, abbiamo bisogno d’un condottiero a cavallo per guidare questa nazione, ma molte persone in Texas e nel Sud-Ovest pensano che tutto quel che lei è buono a cavalcare sia il triciclo di [sua figlia] Caroline”. Il fatto è che fu proprio sul Dallas Morning News, e proprio in occasione della fatale visita nella Capitale del Texas da parte di John Kennedy, che fu pubblicato un annuncio, contenente dodici domande, una più tendenziosa dell’altra, ed incorniciate da un bordo nero-lutto a mo’ di messaggio funebre. Domande tese a dipingere JFK come un criptocomunista nemmeno troppo criptico. Ebbene, dietro questo minaccioso e più che macabro annuncio, si scoprirà poi la mano di Nelson B. Hunt; che è il figlio dello H. L. Hunt sodale di Byrd. Il Byrd che poi in definitiva cede il proprio uranio nelle mani d’un socio israeliano del CMC: Arie Ben-Tovim. Questo, proprio nel mentre JFK s’opponeva con decisione alla proliferazione nucleare d’Israele.

Occorre, a questo punto, invocare con forza l’istituzione d’una Commissione d’inchiesta. E non sto parlando d’una Commissione parlamentare italiana, ché una in gestazione e poi per fortuna fallita l’ho ben conosciuta dall’interno, e ne son fuggito via stomacato per il concentrato d’egoismi ed accoltellamenti alle spalle che vi circolava, cosa che m’ha ribadito, ove mai ve ne fosse stato bisogno, quanto purtroppo intensamente vera sia la frase pasoliniana che recita “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”. No: sto parlando d’una Commissione d’inchiesta internazionale, seria, che riapra ufficialmente l’indagine sull’assassinio di JFK, e non esiti a porre alla sbarra finalmente anche gl’israeliani nemici d’Israele. Perché questo occorre dire con forza: lo Stato d’Israele ha gettato le proprie fondamenta affidandone la costruzione a nemici del proprio stesso popolo. Nemici che hanno rinnegato il rispetto dovuto ai milioni d’Ebrei morti nell’Olocausto e, anzi, nascondendosi dietro quei morti così fatti morire una seconda volta, hanno, e stanno tuttora conducendo sotto Netanyahu, politiche di cui quei morti si vergognerebbero, compreso, assolutamente, l’aver preso parte al Centro Mondiale Commerciale.

Scanu: sovranità svenduta illegalmente all’oligarchia Ue-Bce

Scritto il 03/6/18 LIBREIDEE.ORG

Dalle parole di Mattarella, protagonista dello strano veto su Paolo Savona all’economia, fermato sulla soglia di quel ministero “in nome dei mercati”, sembrerebbe che i trattati europei abbiano ridotto a zero la nostra sovranità. Ma è davvero così? Aderendo ai trattati europei – si domanda Patrizia Scanu – abbiamo ridotto a tal punto la nostra sovranità, quantomeno cedendone una parte? E soprattutto: «Se abbiamo ceduto sovranità, era possibile farlo sulla base della nostra Costituzione?». Ovvero: «La classe politica che ha firmato quei trattati era legittimata dalla nostra Costituzione ad una cessione del genere? E se così non fosse, quali sarebbero le conseguenze e le azioni future da compiere?». In prospettiva: «Come si conciliano l’esercizio della sovranità e l’esigenza di costruire quell’Europa dei popoli che è il sogno mai realizzato della mia generazione?», si chiede Patrizia Scanu, dirigente del Movimento Roosevelt. «Che nozione di sovranità è adatta ad affrontare le sfide della globalizzazione? In concreto: come ci liberiamo adesso di una menzogna criminale che ci è stata raccontata per decenni?». Il gesto di Mattarella, aggiunge la Scanu, «appare rivelativo di un contenuto non espresso chiaramente per decenni, ma di importanza capitale per tutti noi: si tratta della compatibilità fra la nostra Costituzione (così invisa, per ovvie ragioni, alle élite politico-finanziarie che vorrebbero ridurci a periferia dell’Impero) e i trattati europei».

Sovranità? Un concetto complesso, «lungamente dibattuto nella filosofia del diritto, in parallelo al percorso storico che porta alla formazione degli Stati moderni». Intesa come sovranità dello Stato – argomenta Patrizia Scanu – esprime l’idea che lo Paolo SavonaStato, inteso come persona giuridica, abbia esclusivo poterenell’ambito del proprio territorio. Uno Stato indipendente da altri poteri esterni, che esercita una supremazia nei confronti dei suoi abitanti. Il filosofo Thomas Hobbes, che pure aveva una visione assolutista del potere statale, lo vedeva comunque originarsi da un “contratto sociale” stretto fra gli uomini: per contenere la violenza insita nella loro natura, gli individui cedono la sovranità allo Stato, sottomettendosi totalmente ad esso. «Nella versione più attuale, che si avvale delle riflessioni successive di Grozio, Althusius, Locke e soprattutto Rousseau, e delle discussioni dei coloni della Nuova Inghilterra fra ‘600 e ‘700 – spiega la professoressa Scanu – la sovranità non solo si origina, ma resta nel popolo, poiché gli esseri umani ne sono titolari a prescindere dall’ordinamento giuridico dello Stato». Si parla perciò di “sovranità popolare”, nel senso che i cittadini – individui liberi e sovrani, portatori di diritti – concordano di delegare allo Stato la sovranità, per far funzionare la società in modo ordinato, restandone però unici titolari.

I governanti – almeno nelle democrazie indirette – sono rappresentanti del popolo, scelti ed espressi dalla sovranità popolare e agiscono in nome e per conto del popolo, che li può revocare e sostituire. Come recita l’articolo 1 della Costituzione Italiana, “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, ovvero la esercita per lo più nelle modalità della democrazia indiretta e rappresentativa e nella cornice dell’ordinamento giuridico dello Stato. La Costituzione, sottolinea Patrizia Scanu, prevede anche una limitazione alla sovranità. All’articolo 11, dice: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. La Costituzione dice, insomma, che la sovranità è e resta del popolo, ma che lo Stato può accettare particolari limitazioni alla sovranità all’unico L'avvocato Marco Moriscopo di assicurare la pace e la giustizia a livello internazionale (sentite evidentemente come un bene superiore) e in condizioni di parità con altre nazioni.

Ma limitare – a certe condizioni – la propria sovranità vuol dire cederla? No: limitare e cedere non sono ha stessa cosa, come ha rilevato il Gip del tribunale di Cassino, Massimo Lo Mastro, in un decreto emesso in risposta ad una opposizione all’archiviazione di una denuncia dell’avvocato Marco Mori contro Laura Boldrini. «Proprio perché senza sovranità lo Stato non esisterebbe, i limiti della Costituzione in materia di compressione del potere d’imperio dello Stato sono rigorosi». Proprio per questo, scrive Lo Mastro, il legislatore si è occupato di sanzionare penalmente la lesione del potere d’imperio dello Stato: si parla infatti di “delitti contro la personalità giuridica internazionale dello Stato” ove ne risultino integrati gli estremi soggettivi e oggettivi. Sulla base dell’articolo 11 della Costituzione, aggiunge il magistrato, la sovranità non può dunque essere ceduta, ma solo limitata. E anche le mere limitazioni hanno ulteriori “limiti”: «Fermo il divieto assoluto di cessioni, la limitazione della sovranità può avvenire unicamente in condizioni di reciprocità ed al fine esclusivo (ogni altra soluzione è stata espressamente bocciata in seno all’Assemblea Costituente) di promuovere un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni».

Limitare, precisa il magistrato, significa «circoscrivere un potere entro certi limiti», ovvero «omettere di esercitare il proprio potere d’imperio (che pure deve rimanere intatto) in una determinata materia, oppure di esercitarlo all’interno di certi limiti generalmente riconosciuti dal diritto internazionale ai fini di pace e cooperazione fra le nazioni». Tutto questo, purché il contenimento del proprio potere (che “appartiene al popolo”) sia in ogni caso rispettoso dei limiti costituzionali. «La cessione di sovranità – chiosa Lo Mastro – comporta invece la consegna ad un terzo di un potere d’imperio proprio di uno Stato che così per definizione perde anche la propria indipendenza». Questo vuol dire che, se cessione di sovranità c’è stata – e c’è stata sicuramente, scrive Patrizia Scanu, visto che se per esempio la Bce è indipendente ed ha sovranità monetaria – significa che noi vi abbiamo rinunciato e abbiamo perso l’indipendenza. Una cessione dunque «non legittima»: chi l’ha permessa «ha commesso un reato». Alla lettera: «Nessun trattato europeo può avere più forza della nostra Costituzione. Un presidente della MattarellaRepubblica non può subordinare la sovranità popolare ai vincoli di trattati internazionali; semmai deve fare il contrario», scrive la Scanu, visto che «ha giurato di difendere la Costituzione», non i trattati europei.

Restando al popolo la sovranità, quei trattati «possono pacificamente essere ridiscussi o rigettati, purché nelle forme previste dalla Costituzione, ovvero se questa è la volontà del popolo, espressa con il voto». Questo, osserva Patrizia Scanu, «vuol dire anche che la via d’uscita da questa situazione intollerabile consiste nel riprendersi la sovranità così malamente compressa e calpestata». In altre parole: «Rivendicare sovranità – prima di tutto, sovranità monetaria – non vuol dire né tornare agli Stati nazionali del periodo pre-bellico né uscire dall’Unione Europea né necessariamente uscire dall’euro. Vuol dire al contrario portare a compimento quel processo di federazione europea che farebbe dell’Europa un contrappeso adeguato al dominio delle grandi potenze, Usa e Cina soprattutto (non certo spettatori disinteressati)». Significa «riprendersi la facoltà di emettere moneta nazionale», magari sotto forma di Stato-note o di crediti fiscali, come spiega da tempo l’economista Nino Galloni, vicepresidente del Movimento Roosevelt: una misura percorribile anche senza uscire dall’euro. Vuol dire «riportare sotto controllo dei cittadini i poteri extranazionali, non eletti e cooptativi che ci hanno imposto questo ordine neoliberista», in primis la Commissione Europea e la Bce per «riportare in primo piano il benessere e i diritti dei cittadini, invece delle esigenze della finanza internazionale».

Insiste Patrizia Scanu: «Non è pensabile una sovranità europea che si costituisca per cessione della sovranità nazionale, come sommatoria di non-Stati, perché senza sovranità popolare non c’è Stato democratico, e se i cittadini di un paese non possono esprimere la loro volontà politica, non siamo più in democrazia». Lo Stato moderno? «E’ entrato in crisi con la globalizzazione, ma non abbiamo ancora inventato una forma politica diversa». I trattati europei? «Sono contratti giuridici fra Stati nazionali, che sono i soggetti contraenti, ciascuno pienamente titolare della propria sovranità: rinunciare ad essa è un suicidio». Impossibile fare scempio in questo modo del vecchio continente: «L’Europa è troppo ricca di storia e di differenze nazionali perché esse possano essere ignorate, ma è anche effettivamente portatrice di una cultura condivisa e di una coscienza comune. Lo scenario attuale è desolante, perché disattende i principi istitutivi dell’Unione Europea». Lo ricorda lo stesso Patrizia ScanuPaolo Savona nel 2015: in teoria, l’Ue aveva formalmente promesso «lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale», senza trascurare «la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri».

La crisi della Grecia – osserva Savona – ha mostrato quanto la realtà sia lontana dalle enunciazioni di principio: «Invece di uscire dal paradosso di un non-Stato europeo formato da non-Stati nazionali si intende approfondire questa strana configurazione istituzionale, perché appare vantaggiosa a pochi paesi capeggiati dalla Germania». Per Patrizia Scanu, «stiamo assistendo a una feroce competizione economica fra gli Stati dell’Unione, a cominciare dal mercantilismo tedesco, a uno spaventoso trasferimento di ricchezza dai poveri ai ricchi e dall’economia reale ai mercati finanziari». E abbiamo governi che, uno dopo l’altro, «hanno tradito lettera e sostanza della Costituzione, cedendo progressivamente quote di sovranità per loro indisponibili, rendendoci subalterni a poteri oligarchici, estranei e autoreferenziali che tutto hanno a cuore, fuorché il nostro interesse di cittadini». Prima risposta: «Prendere consapevolezza del colossale inganno perpetrato a nostro danno, con l’illusione del sogno europeo». E quindi, «ridiscutere radicalmente i trattati europei, per rifondare l’Europa su basi autenticamente democratiche». Può sembrare un paradosso, conclude Patrizia Scani, ma «chi critica l’euro e i trattati europei ha l’Europa più a cuore di chi si straccia le vesti di fronte ad ogni ipotesi di cambiamento, come stanno facendo in questi giorni i dirigenti del Pd ormai in pieno stato confusionale, e intanto svende senza contraccambio (almeno per noi) la nostra sovranità nazionale, la nostra economia e il nostro futuro».

IL TERRORISMO DEI MEDIA SULLA BREXIT

 SCENARIECONOMICI.IT 4 GIUGNO 2018

Mi e capitato tra le mani un pezzo del Corriere

in cui si riporta uno scenario apocalittico (realizzato dal governo inglese) in caso di Brexit.

Il corriere mette in evidenza ben 6 punti:

di cui, alcuni rasentano il ridicolo (i cittadini comunitari resteranno senza diritti, vi sarà il blocco dei voli aerei, le dogane collassereranno) e non meritano neanche una risposta, 3 invece sono degni di adeguata trattazione.

Iniziamo dal primo:

Il calo del Pil iniziale!

Sin qui, direi, il punto potrebbe anche esser ritenuto ovvio, specialmente se nel frattempo le aziende non si fossero organizzate per produrre localmente quanto loro serve. In caso contrario, sono proprio le importazioni a ridurre il Pil, non il contrario! Quindi, se nel frattempo le imprese avessero pianificato una rete di sub-fornitura locale, al contrario, il Pil potrebbe crescere.

Vi ricordo che la formula è:

Y = …….. + X – M

 

ossia, le esportazioni aumentano il PIL, le importazioni lo diminuiscono!

Invece il secondo punto è:

Mancanza di medicine e materie prime per ospedali!

In questo caso, non si tratta di mancata importazione poiché tedeschi e francesi non vorranno più rifornire gli ospedali inglesi, non sarebbe invece possibile, in una prima fase, importare i farmaci precedentemente importati per carenza di nuovi accordi; analogamente però, non potrebbero essere esportati in UE i farmaci inglesi.

Ovviamente, come nel caso precedente, gli spazi lasciati vuoti dalle aziende europee non è che si eclissino, rimarranno tali pronti ad esser riempiti dalle produzioni farmaceutiche locali, quelle che produrranno il relativo fabbisogno all’interno dei propri confini. Non è pensabile immaginare che un’azienda farmaceutica inglese non sappia realizzare un antibiotico (un principio) o un flacone di soluzione per trattamenti in endovena! Non è immaginabile!

Questo porterà con se un piccolo aumento di prezzi, poiché la meno costosa merce estera non potrà più esser importata:

Tutto sara più caro poichè l’ARBITRAGGIO SUI PREZZI (importare beni da paesi dove la merce costa meno) non si potrà più fare.

Ma questo, è proprio quello che serve per far risollevare la produzione interna (per l’occupazione) e l’inflazione.

E ora veniamo al perché UK ne guadagnerebbe dalla Brexit.

Le sue partite correnti sono negative da lunghissimo tempo:

 

Notate come ogni anno esse siano sotto la linea di galleggiamento anche per valori superiori al 4%!

Come tale, significa che molti paesi accettano le loro sterline (stampate a costo zero) in cambio di merce che viene loro spedita tutti gli anni. Il trade-off è tra carta straccia e preziose merci.

Ma chi è in UE che effettua ben volentieri questo trade-off?

In primis la CRANTE CERMAGNA:

seguita da Olanda e Francia più Belgio e Italia. La somma delle loro importazioni è 234,35 miliardi di dollari.

Se invece consideriamo i primi 10 paesi per esportazioni di UK abbiamo:

I paesi precedentemente citati sommano 137,89 miliardi di dollari. Uno squilibrio di 96.46 miliardi di dollari.

In pratica, sarebbe come annullare completamente le esportazioni di Francia, Paesi Bassi e metà Italia.

Secondo voi chi soffrirebbe di più?

“L’inettitudine, è un mare senza approdi in cui nuota l’ipocrita.”

(Cleonice Parisi)

Ad maiora

 

Ma quindi lo spread è aumentato per colpa della BCE?

ILPOST.IT 4 GIUGNO 2018

 Mario Draghi, presidente della BCE. (DANIEL ROLAND/AFP/Getty Images)

 

La scorsa settimana diversi esponenti del Movimento 5 Stelle hanno incolpato la Banca Centrale Europea (BCE) per l’aumento dello spread, iniziato lunedì dopo il primo fallimento del governo Conte. Laura Castelli, importante deputata del Movimento 5 Stelle, ha detto ad esempio: «La BCE e le banche italiane hanno rallentato se non sospeso l’acquisto di Btp sul mercato italiano contribuendo all’aumento dello spread».  Anche altri dirigenti, come l’ex membro del direttorio Carla Ruocco, hanno mosso le stesse accuse, di cui oggi si è tornati a parlare a causa di un articolo del Financial Times che è sembrato confermarle. È infatti vero che la BCE ha diminuito i suoi acquisti di titoli di stato italiani proprio nel mese di maggio, ma la lettura che ne danno Ruocco e Castelli – quella di un’azione cosciente della BCE per mettere pressione al nostro paese – non sembra corretta.

Peter Spiegel

@SpiegelPeter

So @Mov5Stelle has claimed @ECB was punishing last month to ensure no populist govt took power. Seemed nuts. But then ECB released QE data today. Interesting graph, no? https://www.ft.com/content/8a688786-67f8-11e8-8cf3-0c230fa67aec 

Per comprendere la questione bisogna sapere che dal marzo del 2015 la BCE ha iniziato il programma Quantitative Easing che, semplificando, significa che stampa denaro per acquistare titoli, soprattutto titoli di stato, sui mercati europei. Il QE, come viene abbreviato di solito, prevedeva inizialmente un acquisto mensile di 60 miliardi di euro al mese, arrivati poi a 80 e recentemente scesi a 30 miliardi (ma non è di questo abbassamento che stiamo parlando). In pratica, la BCE si coordina con le banche centrali dei vari paesi che effettuano per conto loro la quasi totalità degli acquisti del programma. Più titoli vengono acquistati, più il rendimento di quei titoli si abbassa. Se i titoli sono titoli di stato, significa che il paese in questione dovrà pagare interessi minori per raccogliere prestiti e questa è in genere ritenuta una cosa molto buona per le capacità di un paese di finanziarsi.

Se gli interessi sul debito si alzano, invece, è considerato un male. Di solito, per misurare gli interessi, o rendimenti, si utilizza lo spread (che avevamo spiegato qui). Gli acquisti della BCE servono proprio a tenere bassi i rendimenti e sono compiuti sulla base di una regola proporzionale: i titoli di un certo paese posseduti dalla BCE devono essere proporzionali alla percentuale di capitale azionario della BCE detenuto da quel paese (che a sua volta è legato alle dimensioni della sua economia).

Queste percentuali non vengono però rispettate ogni mese o ogni settimana. La quantità degli acquisti può variare per ragioni tecniche. Le accuse di Ruocco e Castelli sono che una di queste variazioni abbia coinciso con la delicata settimana di formazione del governo e che abbia contribuito in maniera determinante all’aumento dello spread. Secondo loro, quindi, è legittimo domandarsi se non ci fosse una volontà da parte della BCE di far innalzare lo spread per dare un segnale al paese (e quindi sfavorire la formazione di un governo guidato dal Movimento 5 Stelle).

Le accuse però non reggono a un’analisi approfondita. Secondo i dati rivelati oggi dalla BCE, nel mese di maggio la BCE ha acquistato 3,6 miliardi di euro di titoli italiani, cioè una quantità superiore a quella dei titoli acquistati a marzo e a gennaio. Se la quantità totale non è cambiata, la BCE ha comunque ammesso che la percentuale dei titoli italiani acquistati sul totale a maggio è molto calata: solo il 15 per cento dei titoli acquistati era italiano, la percentuale più bassa dall’inizio del programma, nota il Financial Times. Ma anche Francia, Belgio e Austria hanno visto la percentuale dei loro titoli acquistati calare molto. La ragione principale sembra essere un acquisto particolarmente consistente di titoli tedeschi, il 28 per cento del totale, che è servito a compensare il fatto che nei mesi precedenti proprio i titoli tedeschi erano stati acquistati in percentuali particolarmente basse.

Frederik Ducrozet@fwred

*Massive* swings in ECB QE data for May, but be careful as they are likely to be linked to huge redemptions of German Bunds affecting other purchases, including Italy.

Frederik Ducrozet@fwred

Again, unusually large Bund redemptions will go a long way in explaining these swings:
– largest ever overpurchase for Germany
– largest ever underpurchase for Italy
A technical effect, nothing else. But timing couldn’t be worse. pic.twitter.com/w2QVyCM6br

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Il primo problema nelle accuse del Movimento 5 Stelle, quindi, è che la diminuzione nell’acquisto dei titoli di stato italiani è stata solo percentuale, mentre la quantità assoluta di titoli acquistati è rimasta stabile, e anzi è aumentata rispetto a gennaio e marzo. Il secondo è che ha coinvolto i titoli di molti altri paesi, i cui spread però non hanno mostrato variazioni come quello italiano. Il terzo, indicato da molti operatori del mercato delle obbligazioni, è che gli acquisti eseguiti settimanalmente dalla BCE sono di valore troppo basso per generare fluttuazioni di mercato come quelle a cui abbiamo assistito.


L’andamento nello spread nel corso dell’ultimo mese (Sole 24 Ore)

Infine, la quarta ragione che spinge a derubricare le accuse del Movimento 5 Stelle la scrive la stessa BCE nel suo comunicato dove specifica che la variazione negli acquisti è il frutto di decisioni “concordate da tempo” e “comunicate” agli operatori di mercato. La quantità di acquisti che compie la BCE è infatti ben conosciuta in anticipo e, a parte variazioni per motivi tecnici nelle vendite settimanali, gli operatori di mercato sanno per tempo cosa intende fare la BCE e si comportano di conseguenza. In altre parole, non è ancora accaduto che la BCE sospendesse di colpo gli acquisti di qualche tipo di titolo di stato mandando nel panico i mercati. Le sue decisioni sono in gran parte prese con largo anticipo e comunicate pubblicamente.

La parentesi monetaria di Kennedy: l’ordine esecutivo numero 11110

http://www.politicamentescorretto.info/ 3 GIUGNO 2018

Il 4 giugno 1963, venne fatto un piccolo tentativo per togliere alla Federal Reserve Bank il suo potere di affittare la moneta al governo facendosi pagare un interesse. In quel giorno, il presidente John Fitzgerald Kennedy(1) firmò l’ordine esecutivo numero 11110 che ripristinava al governo USA il potere di emettere moneta senza passare attraverso la Federal Reserve.

L’ordine di Kennedy dava al Ministero del Tesoro il potere “di emettere certificati sull’argento contro qualsiasi riserva d’argento, argento o dollari d’argento normali che erano nel Tesoro”.
Questo voleva dire che per ogni oncia di argento nella cassaforte del Tesoro, il governo poteva mettere in circolazione nuova moneta.

In tutto, Kennedy mise in circolazione banconote per 4,3 miliardi di dollari.

Le conseguenze di questa legge furono enormi.

Con un colpo di penna, Kennedy stava per mettere fuori gioco la Federal Reserve Bank di New York. Se fosse entrata in circolazione una quantità sufficiente di questi certificati basati sull’argento, questa avrebbe eliminato la domanda di banconote della Federal Reserve.

Una delle banconote emesse da Kennedy nel 1963 con la scritta (in alto):
“United States Note”, invece dell’attuale “Federal Reserve Note”.

Questo sarebbe accaduto perché il certificati argentiferi sono garantiti da argento mentre le banconote della Federal Reserve non sono garantite da niente.

L’ordine esecutivo 11110 avrebbe impedito al debito pubblico di raggiungere il livello attuale, poiché avrebbe dato al Governo la possibilità di ripagare il suo debito senza utilizzare la Federal Reserve e senza essere gravato dall’interesse richiesto per la creazione di nuova moneta.

L’ordine esecutivo 11110 dava agli USA la possibilità di crearsi la propria moneta garantita da argento.
Dopo che Kennedy fu assassinato, dopo appena cinque mesi, non vennero più emessi certificati garantiti da argento.

“Final Call” è a conoscenza del fatto che l’ordine esecutivo non venne mai cancellato da nessun presidente attraverso un altro ordine esecutivo, quindi è ancora valido.

Perché allora nessun presidente successivo l’ha mai usato?
Virtualmente, tutti i seimila miliardi di dollari di debito sono stati creati a partire dal 1963. Se un presidente statunitense avesse utilizzato l’ordine esecutivo numero 11110, il debito non sarebbe assolutamente ai livelli correnti.

Forse l’assassinio di JFK fu un avvertimento ai futuri presidenti che avessero pensato di estinguere il debito eliminando il controllo che la Federal Reserve esercita sull’emissione monetaria. Kennedy aveva sfidato il governo monetario attaccando i due sistemi che sono sempre stati usati per aumentare il debito: la guerra e la creazione della moneta da parte di una banca centrale privata.

I suoi sforzi per far uscire dal Vietnam le truppe americane entro il 1965 e l’Ordine Esecutivo 11110 avrebbero seriamente sminuito i profitti ed il controllo esercitato dal sistema bancario di New York. Mentre il debito americano raggiunge livelli incredibili e sta emergendo un conflitto in Bosnia che aumenterà ulteriormente il debito americano, uno deve chiedersi: avrà Clinton il coraggio di prendere in
considerazione l’utilizzo dell’ordine esecutivo 11110 e, se così fosse, vorrà pagarne le conseguenze?

(President Kennedy, the Federal Reserve and Executive Order 11110 – by Cedric X) tratto da “The Final Call” – vol. 15, n° 6, 17/01/1996 (USA) – http://www.john-f-kennedy.net/ tradotto dall’inglese da Marco Saba

 

Nuove accuse per il triclosan: danneggia l’intestino e promuove il cancro

Valentina Corvino 1 GIUGNO 2018 ILSALVAGENTE.IT

Il triclosan, il comune antimicrobici utilizzato in molti prodotti di uso comune – dal dentifricio al sapone per le mani – è accusato di alterare la flora batterica intestinale – o microbiota –  e promuovere l’infiammazione dell’intestino come per esempio la colite, nonché lo sviluppo del cancro al colon. Le nuove accuse giungono da uno studio su modello animale firmato dai ricercatori dell’Università del Massachusetts Amherst (UMass) guidati da Guodong Zhang, e i cui risultati sono stati pubblicati integralmente sulla rivista Science Translational Medicine. Qui, gli scienziati hanno osservato che anche un trattamento di breve durata e a basse dosi provoca un’infiammazione all’intestino e lo sviluppo di una grave forma di colite, nonché l’esordio del cancro al colon. “Questi risultati – spiega Zhang – per la prima volta, suggeriscono che il triclosan potrebbe avere effetti negativi sulla salute dell’intestino”.

Un eccipiente molto diffuso

Non è la prima volta che il triclosan finisce sotto accusa: nel 2016 la Fda, l’agenzia per i farmaci statunitense lo ha inserito in una lista di 19 sostanze da evitare nelle formulazione dei saponi per le mani proprio perché sospettato di “fare più bene che male”. Mentre in Europa la sostanza continua ad essere legale (e per questo ampiamente utilizzata), una nostra petizione ha convinto molto aziende a farne a meno.

Lo studio
In questo studio, il team di 21 membri che comprendeva 12 ricercatori di Amherst dell’UMass, ha studiato gli effetti del triclosan sull’infiammazione del colon e sul cancro del colon usando diversi modelli di topo. In tutti i modelli murini testati, il triclosan ha promosso l’infiammazione del colon e la tumoregenesi del colon, riferisce Zhang. “In particolare – aggiunge Hang Xiao – abbiamo usato un modello murino geneticamente modificato che sviluppa malattie infiammatorie intestinali o IBD [sindrome dell’intestino irritabile] spontanee. Inoltre, il trattamento con triclosan ha aumentato significativamente lo sviluppo della malattia IBD nei topi, suggerendo che i pazienti con IBD potrebbero dover ridurre l’esposizione a questo composto”.

L’impatto sul microbiota
In una serie di esperimenti progettati per esplorare i meccanismi d’azione del triclosan, il team di scienziati UMass ha scoperto che il microbiota intestinale è fondamentale per gli effetti avversi del triclosan osservati. Nutrire i topi con il triclosan ha ridotto la diversità e modificato la composizione del microbioma intestinale, un risultato simile a quello osservato in uno studio umano condotto da altri, dice Zhang in una nota dell’UMass. Inoltre, i ricercatori hanno osservato che il triclosan non ha avuto alcun effetto in un modello di topo privo di germi, in cui non è presente microbioma intestinale, né in un modello murino geneticamente modificato in cui non esiste un recettore Toll-like 4 (TLR4) – un importante mediatore per le comunicazioni dell’ospite-microbiota.

Bergoglio e la Cia: dal 2005 sapevano che sarebbe diventato papa

Maurizio 2 GIUGNO 2016 INFORMAZIONEXPERRESISTERE.FR

bergoglio

Gli Stati Uniti hanno seguito e spiato Bergoglio? – di Gelsomino Del Guercio

Dal 2006 al 2010 il futuro papa è stato monitorato in sei documenti ufficiali. Vediamo che cosa dicevano.

Papa Francesco è stato seguito e spiato dagli Stati Uniti? Ci sono documenti che lo attestano?

Non ne sono circolati da quando Jorge Mario Bergoglio è diventato Papa, ma ce ne sono diversi, invece, che dimostrano come gli Usa seguivano (dietro le quinte) le mosse di Bergoglio, quando era cardinale di Buenos Aires.

Il futuro Papa era considerato un personaggio molto influente per gli equilibri politici del Paese, data la sua posizione di Primate della Chiesa argentina e di critico verso il governo guidato da Nestor Kirchner.

Ci sono sei documenti riservati che citavano espressamente Bergoglio, inviati tra il 2006 e il 2010 dall’ambasciata Usa a Buenos Aires al Dipartimento di Stato a Washington. Si tratta di comunicazioni rese pubbliche da WikiLeaks.

L’intelligence e il futuro Papa. Secondo il giornalista di Avvenire Nello Scavo, autore di numerosi volumi che raccontano retroscena e intrecci della vita di Bergoglio, «sin dagli anni argentini la Cia regolarmente trasmetteva dispacci sulle mosse dell’allora arcivescovo di Buenos Aires, arrivando a preconizzarne l’elezione già nel conclave del 2005.

Dalla lettura di quei report, e da altri redatti da una potente agenzia di intelligence privata chiamata Stratfor, si intuisce la preoccupazione per una figura, come quella di Francesco, che può mettere in discussione i rapporti di forza nelle relazioni internazionali».

Ma il papa, prosegue Scavo, «come ha dimostrato il capolavoro diplomatico di Cuba, ha dimostrato che il suo intento non è quello di dividere, ma semmai quello di costruire ponti e nuove alleanze improntate alla cooperazione tra i popoli».

“Confidenziali”. Vediamo nel dettaglio il contenuto di queste informative su Bergoglio, che in quegli anni era arcivescovo di Buenos Aires e presidente della Conferenza Episcopale argentina.

Il livello di segretezza dei documenti è classificato come “confidenziale”, dunque un livello intermedio.

Il ruolo di Pina – Giovedì 2 novembre 2006, ore 11:33. Si parla di rapporti «tesi» tra la Chiesa cattolica e il governo di Nestor Kirchner. Il cardinale Bergoglio, è scritto nel cablo (documento), «ha appoggiato» l’ex vescovo Joaquin Pina  nella sua battaglia politica contro il governatore della provincia di Misiones, il kirchnerista Carlos Rovira.

Pur manifestando aperto sostegno a monsignor Pina, Bergoglio «ha anche scoraggiato qualsiasi coinvolgimento ufficiale della Chiesa in politica».

Il caso Von Wernich Giovedì 11 ottobre 2007, ore 16:53. In questo documento, inviato dall’ambasciata americana a Buenos Aires alla Segreteria di Stato, ma anche a Fbi, Cia, Dipartimento di Giustizia, Bergoglio viene citato in relazione al sacerdote argentino Christian von Wernich, condannato il 9 ottobre 2007 all’ergastolo dal tribunale di La Plata.

Von Wemich fu cappellano della Polizia della Provincia di Buenos Aires durante la disastrosa dittatura del Processo di Riorganizzazione Nazionale di Jorge Videla (1976-1983).

Detenuto dal 2003 per la sua partecipazione ai crimini contro l’umanità nei centri clandestini di detenzione Puesto Vasco, Coti Martínez e Pozo de Quilmes, il 9 ottobre 2007 il tribunale di La Plata lo ha giudicato colpevole del sequestro di 42 persone (di cui 32 torturate e 7 uccise), lo ha condannato all’ergastolo e all’inibizione perpetua da qualsiasi carica pubblica.

Von Wernich ha sempre negato le accuse a sui carico e ha sempre sostenuto che pur visitando i centri di detenzione del regime, non ha mai visto violazioni dei diritti umani.

Nel documento riservato americano si legge che la Chiesa argentina «non ha ancora disciplinato, né scartato Von Wernich, ma ha cercato di prendere le distanze dalle operazioni non autorizzate e anticonformiste dei preti “canaglia”.

Tuttavia, in un momento in cui alcuni osservatori considerano il primate cattolico romano, il cardinale Bergoglio, come leader dell’opposizione all’amministrazione Kirchner a causa dei suoi commenti sulle questioni sociali, il caso Von Wernich potrebbe anche avere l’effetto, alcuni ritengono, di minare l’autorità morale della Chiesa (e, per estensione, il cardinale Bergoglio)».

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Il dialogo interrotto Martedì 8 april 2008, ore 19:08. Questo documento è inviato, oltre che al Dipartimento di Stato, anche ad una serie di ambasciate argentine nei Paesi Sudamericani (Brasile, Colombia, Venezuela, ecc..) ed in particolare a quella argentina presso Città del Vaticano.

Si parla dei rapporti tra la Chiesa (e quindi Bergoglio), e il neo presidente Cristina Fernandez Kirchner, moglie dell’ex presidente Nelson.

«Una delle promesse della campagna CFK (Cristina Fernandez Kirchner ndr) era quella di coinvolgere tutti i settori nel dialogo (compresi quelli che erano stati alienati dal marito).

Mentre la crisi del settore rurale smentisce questo impegno, nel dicembre 2007 ha incontrato il cardinale cattolico Bergoglio, riavviando un dialogo con l’anziano religioso della Chiesa cattolica in Argentina, sospeso da oltre tre anni da NK (Nelson Kirchner ndr).

Presto incontrò un’altra battuta d’arresto, tuttavia, con la nomina in stato di stallo e scarsamente occupata dell’ex ministro della giustizia Alberto Iribarne in qualità di ambasciatore dell’Argentina presso la Santa Sede».

Iribarne non era gradito al Vaticano «perché era un cattolico divorziato che viveva con un nuova compagna. Alla fine, Iribarne rimosse il suo nome per disinnescare la situazione».

Il sermone alla Festa Nazionale Martedì 20 maggio 2008, ore 13:57. I rapporti tra Bergoglio e il governo continuano a non essere sereni.

Si legge in un documento che la Chiesa cattolica ha mostrato di sentirsi offesa per la decisione del governo di spostare la celebrazione del 25 maggio da Buenos Aires alla città di Salta, ai piedi delle Ande, «in modo che il cardinale Bergoglio non sarebbe stato l’unico a dare il tradizionale sermone della chiesa del 25 maggio (probabile che sia critico nei confronti del governo)».

Cardinale “papabile” Giovedì 10 luglio 2008, 18:15. Bergoglio, in un’altra informativa, viene indicato tra i cardinali più influenti e “papabili” dell’America centromeridionale.

Vengono citati, tra gli altri, il guatemalteco Maradiaga, il brasiliano Hummes, il messicano Trujillo.

I buoni rapporti con la Michetti Martedì 26 gennaio 2010, ore 20:58. L’attuale vicepresidente argentina Gabriela Michetti, di area repubblicana, sarebbe gradita a Bergoglio.

Nel 2010, quando la Michetti era senatrice, in un dispaccio si sottolineava la sua estrazione di cattolica praticante. «Michetti mantiene un dialogo regolare con il cardinale Jorge Bergoglio e i gruppi cattolici.

È divorziata e ha un figlio adolescente, che frequenta il prestigioso Colegio Nacional de Buenos Aires». I documenti originali: Bergoglio – Cablo Dep State Usa (1) – Fonte: Aleteia

Ior, come procede il processo di riforma della banca vaticana

 LETTERA43.IT 4 GIUGNO 2018

La porta in faccia ai grandi evasori. La riduzione di costi e sprechi. La rimodulazione degli investimenti. In seguito alla presentazione del bilancio, uno sguardo alla complicata riorganizzazione dell’istituto.

Lo Ior non farà accordi transattivi con chi l’ha “trascinato nel fango”, si rimette anzi al giudizio dei tribunali per salvaguardare la propria reputazione e individuare le responsabilità delle malversazioni. Parole pesanti quelle messe nero su bianco dal cardinale spagnolo Santos Abril Castellò, presidente della commissione cardinalizia di vigilanza della banca vaticana, nella lettera di presentazione al bilancio 2017 dell’istituto. Il documento è interessante per varie ragioni e aiuta a capire come procede il faticoso lavoro di riforma delle finanze vaticane. Un successo viene considerato l’ok dato alla normativa antiriciclaggio (l’organismo del consiglio d’Europa vigila sulla trasparenza finanziaria), si spiega poi che l’istituto vaticano non è più il rifugio perfetto dei grandi evasori, mentre si lavora alacremente per ridurre i costi e gli sprechi di gestione e riorganizzare il business secondo parametri etici rispettosi dei principi cattolici. Gli investimenti compiuti, si legge, sono stati “prudenti”, ovvero non molto remunerativi.

UNA RIORGANIZZAZIONE NECESSARIA. La trasparenza ha un prezzo e il patrimonio in gestione dello Ior è in calo drastico: è passato dai 5,7 miliardi del 2016 ai 5,3 del 2017. Ma nel 2014 toccava ancora i 6 miliardi e nel 2012 arrivava a 6,3 miliardi; in sostanza nell’arco di 6 anni – da quando è iniziato l’adeguamento a criteri di trasparenza finanziaria – il patrimonio complessivo è sceso di 1 miliardo, un bel salto all’indietro. I clienti sono scesi sotto quota 15 mila e diverse congregazioni religiose hanno preferito rivolgersi al sistema bancario del proprio Paese (erano oltre 20 mila nel 2012, si contavano inoltre circa 4.500 conti ‘dormienti’, cioè inattivi da oltre 5 anni che nel tempo sono stati chiusi). È dunque urgente riorganizzare il settore investimenti per attirare nuova clientela fra le stesse istituzioni cattoliche, e questo è anzi uno degli obiettivi enunciati.

Jean Baptiste de Franssu, presidente del board laico dello Ior.

«Voglio ricordare», scrive il presidente della commissione cardinalizia, «la scelta dell’Istituto di rimettersi alle decisioni dei tribunali competenti per accertare le responsabilità di soggetti che in passato, a vario titolo (amministratori, dirigenti, investitori e/o consulenti dell’epoca) ne hanno tradito la fiducia e lo hanno gravemente danneggiato, nonostante i consistenti accordi transattivi proposti da alcuni degli interessati per riparare ai danni causati all’Istituto con le loro condotte». Con costoro, si precisa, «l’Istituto ha escluso qualsiasi trattativa con chi l’ha trascinato nel fango, subordinando il risarcimento dei danni reputazionali ed economici all’accertamento delle responsabilità emergenti ad opera delle autorità competenti e alla decisione delle autorità competenti». Da notare che nelle scorse settimane è infine iniziato il processo contro Angelo Caloia, ex presidente dello Ior per un ventennio (1989-2009) accusato di aver sottratto beni ingenti all’istituto insieme ad alcuni complici (imputazione di peculato e autoriciclaggio).

UNA LUNGA SERIE DI EPISODI OPACHI. Sul concetto torna anche il presidente del board laico dello Ior, Jean Baptiste de Franssu, il quale a sua volta scrive nel Rapporto di bilancio: «In merito agli illeciti passati che hanno coinvolto l’Istituto, è stato dato un nuovo impulso con le azioni legali intraprese a Malta, relative ai prodotti finanziari in cui lo Ior investì tra il 2011 e il 2013, e in Vaticano, contro alcuni ex dirigenti e membri del Consiglio dello Ior». Sottrazione di beni, investimenti sbagliati, sospetti di truffe: certo è che il percorso dell’istituto vaticano è costellato di episodi opachi fino a tempi recenti. E, come ormai dimostrano i fatti fin qui emersi, si tratta di una storia che aveva messo radici profonde nei sacri palazzi godendo di convivenze di alto livello. È in questa prospettiva, infatti, che si comprende la meglio l’importanza data, dai vertici attuali, all’opera di trasparenza e denuncia in corso.

FINE DI UN PARADISO. La scelta di adottare criteri etici nella selezione degli investimenti, si spiega, crea qualche problema alla crescita degli utili ma è questa la strada da seguire e corrisponde del resto a quanto richiesto dal papa; in tal senso traspare pure in modo evidente che gli accordi in materia fiscale sottoscritti con Italia e Stati Uniti hanno contribuito a ridurre il patrimonio dello Ior. Lo fa capire lo stesso cardinale Abril Castellò il quale mette in luce, in modo particolare, «la scelta dell’Istituto di continuare a selezionare per sé e per i propri clienti solo investimenti in linea con i principi cattolici e la scelta di dare piena attuazione alle convenzioni fiscali firmate negli ultimi anni rispettivamente con gli Stati Uniti d’America e con la Repubblica Italiana al fine di rendere fiscalmente trasparenti i conti della proprietà e quelli della clientela, pur consapevole di una possibile contrazione della clientela a seguito di scelte così rigorose». Tradotto, lo Ior non è più un paradiso fiscale anche a costo di perdere qualche beneficio finanziario; implicitamente si può facilmente dedurre che prima le cose andavano diversamente.

Il sindaco Fortunello e le promesse impossibile ”Acqua frizzante nelle case e poltorne numerate per gli anziani”

Peraltro l’istituto e lo Stato vaticano devono perfezionare la propria adesione a Sepa, sigla che sta ad indicare il sistema di pagamento europeo (quello usato per i bonifici per intendersi), il che naturalmente dovrebbe aiutare lo Ior facilitando le movimentazioni di denaro e quindi la clientela. Di fatto ‘la banca del papa’ ha scontato problemi seri in questi anni di passaggio verso l’adeguamento a standard riconosciuti internazionalmente in materia di trasparenza finanziaria. A ciò si aggiunga la necessità di investire in modo eticamente compatibile. Per questo è stato creato un comitato ad hoc denominato “Business transformation strategy” allo scopo di «generare una crescita ulteriore nel settore delle gestioni patrimoniali».

I NUMERI PARLANO CHIARO. I numeri in effetti parlano chiaro: oltre al patrimonio dell’istituto in forte calo, ci sono altre voci che fanno registrare oscillazioni negative. L’utile netto nel 2017 è stato pari a 31,9 milioni, l’anno precedente toccava i 36 milioni; il patrimonio al netto della distribuzione degli utili è risultato di 627,2 milioni di euro, nel 2016 era di 636,6 milioni. I depositi della clientela sono scesi da 2 miliardi di euro a 1,8 mentre la gestione patrimoniale è calata da 3,1 miliardi a 3 miliardi. Infine i titoli in custodia sono scesi da 0,6 mld a 0,5. Come scrive il prelato dello ior, monsignor Battista Ricca, «ormai si è superata la logica del far soldi per far soldi, ma usare i soldi per rispondere alle necessità per le quali l’Istituto è stato fondato, cioè aiutare le attività della Chiesa Cattolica». Ma di certo, pur seguendo strategie di investimento non voracemente speculative, lo Ior dovrà recuperare sul piano della clientela e su quello finanziario; il suo progressivo ridimensionamento infatti potrebbe avere conseguenze importanti sulle attività della Chiesa e soprattutto sui bilanci del Vaticano. A meno che proprio il ridimensionamento di quest’ultimo, non sia un obiettivo delle politiche di risparmio messe a punto da papa Francesco.

SE LE FONDAZIONI SI FONDONO – COMINCIA IL DOPO-GUZZETTI: IL GRANDE VECCHIO DELLE FONDAZIONI BANCARIE PENSA AL CONGRESSO TRIENNALE CHE PARTE GIOVEDÌ A PARMA COME IL SUO ULTIMO ATTO PROGRAMMATICO – INTANTO RESTA IN CAMPO FINO ALL’ULTIMO PER IMBASTIRE IL FUTURO DEL SETTORE CON IL GOVERNO CONTE, ESPRIMENDOSI GIÀ PER IL RINNOVO DI COSTAMAGNA AL VERTICE DI CDP…

DAGOSPIA.COM 4 GIUGNO 2018

Andrea Greco per Affari& Finanza – la Repubblica

«Sarà il mio canto del cigno». Giuseppe Guzzetti da mesi pensa al Congresso triennale dell’ Acri che parte giovedì a Parma come al suo ultimo atto programmatico. Secondo molti che lo conoscono lo userà a lanciare il “sistema fondazioni” verso un futuro che probabilmente il decano non vedrà dal comando ma che viaggia due binari: un radicale consolidamento che preservi le erogazioni sui territori che ospitano gli enti ormai troppo piccoli per poter distribuire fondi; e un nuovo patto con le forze che hanno in mano, insieme al governo, il domani dell’ Italia.

Al presidente dell’ Associazione fondazioni ex bancarie e di Cariplo, in duplice scadenza nel 2019 e non rinnovabile, anche i nemici riconoscono dedizione e senso della missione rari. Ma sono gli 84 anni compiuti, più che gli statuti e le motivazioni, ad avvisarlo che s’ avvicina l’ ora di passare la mano. L’ avvocato nato al centro del triangolo tra Varese, Como e Milano, raccontano i più vicini, sta declinando questa consapevolezza secondo il carattere.

GUZZETTIGUZZETTI

In campo fino all’ ultimo per imbastire la trama con il governo Conte e poi lasciare la lista di priorità al sistema Fondazioni, che in anni difficili per l’ Italia e le sue banche ha salvaguardato – quasi ovunque – la funzione di supporto ai territori, e quella di cassaforte di molti istituti da cui nel 1990 gli enti nacquero. Essere all’ altezza del compito ha però richiesto immani sforzi e risorse: oggi due terzi delle 88 fondazioni riunite in Acri sono talmente piccole o malmesse, nel rapporto tra patrimonio e costi di struttura, da imporre un’ aggregazione, a pena di sparire.

Sia perché tanti miliardi profusi nel ricapitalizzare le banche si sono spesso consumati sull’ altare borsistico. Sia perché diversificare gli investimenti, in una fase di bassa crescita e tassi zero, è una sfida anche ner i gestori più bravi.

Il cambiamento “Identità e cambiamento”, s’ intitola il XXIV congresso Acri. Due nomi quasi contrari ma che gli enti devono assolutamente coniugare se intendono entrare nel futuro. Vero è che qui si investe a lungo termine, una dote di circa 40 miliardi che garantiva un miliardo di erogazioni sui dati aggregati 2016 (e il 2017 è stato in diffuso miglioramento); ma non si possono rimandare due temi su cui Guzzetti, leader dal 2000, da mesi insiste.

E così farà a Parma, creando le premesse, l’ anno venturo, per una revisione del protocollo Acri-Mef siglato tre anni fa per riformare il comparto. Due sono i filoni contemplati dall’ accordo rimasti in gran parte inevasi: le fusioni e la diversificazione dei patrimoni bancari. Il consolidamento tra enti è reso frattanto ancor più urgente dalle crisi di una dozzina di banche, e la rovina delle fondazioni socie.

PATUELLI PADOAN GUZZETTI VISCOPATUELLI PADOAN GUZZETTI VISCO

L’ ente di Ferrara ora chiama in soccorso Bologna, quelli che partecipavano Banca Marche si affidano al buon cuore di Cariverona, attiva nella regione (ma che studia anche il dossier Cassamarca di Treviso), poi ci sono Cange, Caricesena, Monte di Pietà di Vicenza e tanti altri enti annichiliti per avere stolidamente difeso i possessi bancari. Li affiancano enti minori che in un contesto di maggiori vincoli normativi (e costi) e rendimenti calanti, faticano a erogare. Una ventina non supera i 25 milioni di dote: poiché le gestioni nel mondo Acri rendono – se va bene – il 3% medio, 750mila euro l’ anno.

Detratti i costi di struttura, non piccoli tra sedi, personale e governarne duale (cda, consiglio di indirizzo e sindaci controllori) poco o nulla va alle comunità locali. «In un contesto sempre più complesso e con risorse più scarse, unirsi produce benefici dal punto di vista della massa critica e della capacità di dare soluzioni a problemi nuovi, spesso condivisi e comuni », ha detto a II Sussidiario il dg dell’ Acri Giorgio Righetti. Le fusioni secche sono la via lineare, preparata dalle nozze pilota che Cuneo (1,3 miliardi di patrimonio) affina con l’ ente Cassa di Bra (37 milioni).

Anche Cantorino, che già come banca cercò invano di aggregare piccole casse piemontesi, guarda con interesse al frammentato paesaggio locale. Il bìog Eiiordouest ha analizzato i bilanci 2017 delle 12 fondazioni in Piemonte: il patrimonio sale (a 10,69 miliardi), ma tolti i big San Paolo, Crt e Cuneo nove enti sono sotto i 225 milioni. Presto Guzzetti potrebbe chiedere al ministro Giovanni Tria, tra le voci del dare-avere sul nuovo ‘tavolo”, sgravi fiscali per chi si fonde. Identità territoriale Ci sono anche altri modi per radunare le forze, più in armonia con la salvaguardia dell’ identità locale.

Compagnia di San Paolo muove in questa direzione: «Dal piano strategico 2016 abbiamo accelerato sulla con divisione delle gestioni patrimoniali tramite Fondaco Sgr, gestore del risparmio operante per cinque fondazioni, e di altri servizi come i formati dei bandi – dice il presidente Francesco Profumo -. È un modo per trasferire buone pratiche e condividere competenze, come anche le fondazioni di comunità, dove operiamo con diversi attori del territorio».

giuseppe guzzettiGIUSEPPE GUZZETTI

Genova e Vercelli hanno già siglato intese con i torinesi, e altri verranno.

Circa l’ impegno 2015 di ridurre sotto il 33% il patrimonio di ogni ente nella banca d’ origine, i ribassi borsistici non hanno giovato: e benché la scadenza per gli istituti quotati è vicina più attori sono distanti dall’ obiettivo. Per le banche non quotate gli anni sono cinque, ma c’ è il problema, più grande, di stravolgere inveterati legami: sarà più facile affrontar-lo insieme al dossier fusioni.

Malgrado il protocollo preveda elementi di flessibilità, anche su tale aspetto cruciale potrebbe rivelarsi opportuno aprire un confronto col governo Conte. Di revisione del protocollo parla quasi apertamente Cariverona, mentre a Torino il leader Profumo preferisce parlare di «intelligente rilettura, perché la rapidità del cambiamento a volte si scontra con regole che permangono nel tempo».

«Non conosco i programmi del nuovo governo: certo sui temi povertà, disoccupazione giovanile, anziani noi saremo collaborativi come siamo sempre stati. Purché ci coinvolgano. Le Fondazioni non sono all’ opposizione in Parlamento». Guzzetti lo ha detto 10 giorni fa, durante le trattative per l’ esecutivo Lega-M5s.

BAZOLI GUZZETTIBAZOLI GUZZETTI

È uno dei tipici dell’ ex presidente Dc della Regione Lombardia ai nuovi poteri: e la storia potrebbe ripetersi. Chi il 19 giugno 2015 era a Lucca al congresso Acri ricorda la “sparizione” pomeridiana di Guzzetti, quando riuscì a parlare al telefono al premier Matteo Renzi che da mesi lo schivava: come gli offrì la presidenza della Cassa depositi, spettante per statuto alle fondazioni padrone del 16%. Renzi scelse Claudio Costamagna, e il sacrificio di Franco Bassanini servì a Guzzetti a sedersi e concertare col governo Renzi, fino ad allora ostile, tanto che nel luglio 2014 aveva aumentato imponibile e aliquote fiscali al settore.

Poi le tasse sono state rifilate, e una parte del mancato introito per l’ erario è stata dirottata dagli enti – spontaneamente, ci mancherebbe – nel Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, 120 milioni l’ anno per tre anni che godono del credito d’ imposta. Anche il fondo Atlante, dove il mondo Acri ha versato (e perso) 536 milioni per tentare il salvataggio semipubblico delle popolari Vicenza e Veneto Banca, è stato un bel gesto, pagato caro.

CLAUDIO COSTAMAGNA SCALACLAUDIO COSTAMAGNA SCALA

Per un ricorso storico, nei rapporti tra Acri e governo c’ è di mezzo ancora il rinnovo dei vertici Cdp: l’ ipotesi più accreditata sembra la proroga tecnica del consiglio, ma l’ insediamento di un governo politico potrebbe dare esiti diversi. Sul fronte del sociale, invece, non sorprenderebbe troppo se al Fondo per contrastare la povertà minorile presto se ne affiancasse uno sul reddito di inclusione, parente di quello di cittadinanza caro a M5S e agli elettori del Sud.

Difficile sostituzione Sarà difficile sostituirlo, sia per la visione strategica a 360° sia per l’ abilità a negoziare tra politica, finanza e terzo settore, sia perché è capo assoluto da un ventennio in Acri e in Cariplo (da dove la presa su Intesa Sanpaolo è ben salda). «La leadership che serve a un buon capo dell’ Acri non è diversa da quel che serve a guidare il Paese: una chiara idea di futuro, un metodo per realizzare le strategie, la capacità di mettere al centro le persone, i loro bisogni e la loro formazione », nota un esponente del settore. L’ identikit, anche in ossequio a criteri di continuità e stabilità che Guzzetti & C intendono difendere, può portare principalmente a due candidati, con caratteristiche leggermente diverse.

francesco profumo irenFRANCESCO PROFUMO IREN

Il primo è Profumo, ministro dell’ istruzione del governo Monti che presiede la solida Compagnia di San Paolo ed è l’ araldo del “partito dei rettori”, che accomuna all’ ex guida del Politecnico di Torino i presidenti e colleghi accademici Alessandro Mazzucco (Cariverona), Gilberto Muraro (Cariparo), Gino Gandolfi (Cariparma,e giovedì farà gli onori di casa). Il più accreditato rivale è Giovanni Quaglia, docente di economia al terzo giro da presidente di Crt e che tra il 1988 e 2004 fu presidente Dc della provincia di Cuneo, esperienza da cui ha tratto sensibilità politica e contatti trasversali che saranno in ogni caso utili – Quaglia è già vicepresidente Acri – per le sfide davanti.

ALESSANDRO MAZZUCCOALESSANDRO MAZZUCCOGiovanni QuagliaGIOVANNI QUAGLIA

VICENDA DIAMANTI A SEGUITO DELL’APERTURA DEL PROCEDIMENTO PENALE PRESSO LA PROCURA DEL TRINBUNALE PENALE DI MILANO IL CODACONS ORGANIZZA LE COSTITUZIONI DI PARTE CIVILE PER OTTENERE IL RIMBORSO ED IL RISARCIMENTO DEL DANNO

by Alessio D’Alterio on 

http://www.codacons.emiliaromagna.it/

Il CODACONS dopo aver denunciato da tempo l’inganno che molte banche hanno realizzato ai danni dei propri clienti vendendo loro sotto forma di investimento dei diamanti il cui reale valore di mercato era inferiore a quello dichiarato all’atto dell’investimento e dopo che negli opuscoli infortivi era garantita la possibilità di rivendere all’occorrenza dette pietre preziose in tempi brevi, preso atto che le banche che si sono prestate a detto gioco sono state sanzionate dall’antitrust e che la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano ha attivato un procedimento penale ipotizzando il reato di truffa ai danni degli investitori ha deciso di organizzare i clienti delle banche per una costituzione di parte civile collettiva volta a far ottenere ai risparmiatori non solo il rimborso delle somme investire in detti diamanti  ma anche il dovuto risarcimento del danno morale o danno da reato che costituisce una ulteriore somma rispetto al danno patrimoniale.

Al fine di illustrare le motivazioni alla base di detta azione e visionare i certificati di investimento dei diamanti e per raccogliere le firme sulla nomina di persona offesa, gratuita per chi si iscriverà al CODACONS alla somma simbolica di 2 euro, CONVOCA UN’ASSEMBLEA presso la propria sede sita in BOLOGNA – VIA EMILIA PONENTE N.86 dalle 19.00 alle 20.30.

 

Presidente  Regionale CODACONS  Emilia Romagna

Avv. Bruno Barbieri

Mussolini, servo del capitale?

di Andrea Marchese lintellettualedissidente.it 4 giugno 2018

È ora di far pace con la storia e prendere atto che l’Italia, da sempre prona alle istanze della grande industria e della finanza internazionale, non è mai stata libera.

Nel lontano dicembre del 1978, sulle pagine del quotidiano La Repubblica, Eugenio Scalfari, si trovò a dare voce ad uno degli ultimi avvertimenti che provennero in quegli anni dal mondo della “sinistra” rispetto alle conseguenze economiche dell’adesione dell’Italia al Sistema monetario europeo, primo banco di prova della moneta unica. Nell’esporre i possibili rischi per l’economia del Paese, i redditi dei lavoratori e la tenuta del sistema bancario, Scalfari faceva ricorso a un’inquietante analogia con le politiche economiche del ventennio fascista, e in particolare con la quota novanta di Mussolini.

Nel 1926 il governo fascista decise di rivalutare la lira, portando il cambio con la sterlina a quota 90. […] A quella scelta monetaria del governo seguirono alcuni rilevanti provvedimenti di politica dei redditi. Nell’ottobre del 1927, i salari furono ridotti per decreto da un minimo del 10 ad un massimo del 20 per cento. […] questi fatti antichi, e in gran parte dimenticati […] presentano notevoli analogie con le decisioni che sono state prese nei giorni scorsi circa il nostro immediato ingresso nel Sistema monetario europeo. Oggi come allora il cambio estero ha rappresentato il “vincolo esterno” dal quale dovranno derivare conseguenze inevitabili sull’economia reale.

(Eugenio Scalfari, Quota novanta, La Repubblica, 17 dicembre 1978)

Nella consapevolezza che le conseguenze inevitabili sull’economia reale da egli paventate – la deflazione salariale, il crollo dell’occupazione e la contrazione del credito – sono tutt’ora elementi caratterizzanti dell’economia italiana all’interno dell’eurozona, quello che all’epoca poteva suonare come un sinistro presagio assume oggi i contorni di un’amara profezia.

Eugenio Scalfari nel 1976

L’analisi di Scalfari potrebbe dirsi quasi ineccepibile, se l’articolo non proseguisse con altre considerazioni decisamente meno convincenti. Pur evidenziando le innegabili analogie da un punto di vista formale, Scalfari tenne infatti a precisare che Mussolini aveva fissato il cambio per puro prestigio nazionalistico, mentre l’Italia democratica degli anni ’70 stava compiendo uno sforzo di risanamento per congiungersi all’Europa.

Che la sciagurata politica monetaria del fascismo fosse mossa unicamente da considerazioni ottusamente nazionalistiche – come vorrebbe Scalfari – o indomitamente patriottiche – come voleva la propaganda dell’epoca – è un’ipotesi ampiamente smentita dai più recenti studi in materia. Nel prezioso saggio The guardians of Capitalism (2015), la ricercatrice Clara Mattei dimostra chiaramente come il nascente regime recepì fin dal principio le istanze della finanza e della grande industria, delineate proprio in quegli anni in occasione delle conferenze internazionali di Bruxelles (1920) e Genova (1922). Tali conferenze furono promosse dal consiglio della Società delle Nazioni allo scopo di fronteggiare la crescente “instabilità” dei mercati mondiali in un frangente storico caratterizzato da importanti conquiste e rivendicazioni sociali – che in Italia si tradussero fra le altre cose nell’estensione del suffragio (1918) e nella riforma del sistema elettorale in senso proporzionale (1919). Tra gli invitati vi fu anche il principale propugnatore del pensiero liberista in Italia, il futuro Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, le cui dichiarazioni degli anni immediatamente successivi sembrano imputare quel senso di estrema precarietà proprio alla presenza di un solido movimento socialista su scala internazionale, vera e propria minaccia esistenziale per l’allora traballante regime capitalistico:

Erano i tempi in cui si parlava della borghesia come di una classe sociale corrotta, in cui sembrava che bastasse un colpo di spalla per buttare a terra il cosiddetto regime capitalistico. Il millennio comunistico pareva vicino; il regno dell’uguaglianza prossimo ad attuarsi.
(Luigi Einaudi, Classe dirigente e proletariato, Corriere della Sera, 16 dicembre 1924)

Luigi Einaudi

Per quanto risulti difficile credere che Einaudi fosse veramente convinto di un’ormai prossima attuazione del regno dell’uguaglianza, resta il fatto che nel primo dopoguerra il forte appoggio popolare verso politiche statali a sostegno dell’occupazione e dei redditi poneva le classi dominanti di fronte a una sfida senza precedenti:

L’opinione pubblica è la principale responsabile di questa situazione. Quasi tutti i governi sono sottoposti a pressanti richieste di nuove spese.

(League of Nations 1920, 13)

Fu così che, per la prima volta nella storia, equipe di tecnici dell’alta finanza si riunirono insieme a politici e uomini d’affari provenienti da ogni nazione dell’occidente con l’obiettivo di elaborare una strategia di risposta congiunta ai problemi che affliggevano il grande capitale.

Lo spirito delle due conferenze è riassunto nelle parole pronunciate a Genova dal delegato francese M. Picard: si trattava di disciplinare quell’opinione pubblica che, facendosi portatrice di richieste irrealizzabili, si era resa responsabile del dissesto finanziario degli stati e quindi dell’instabilità dei mercati:

Il primo passo è quello di far sì che in ogni paese l’opinione pubblica sia posta di fronte ai fatti, e in particolare alla necessità del risanamento dei conti pubblici come presupposto per l’attuazione delle riforme sociali.
(League of Nations 1920, 13)

 

Sfortunatamente, dalla fine della guerra, non ha prevalso uno stile di vita attento e parsimonioso ma, al contrario, una certa propensione al lusso, al piacere e alla dissolutezza.
(W.N. Medlicott & D. Dakin 1974, First Series Vol. XIX, 712)

Alle masse popolari che appena qualche anno prima avevano pagato con il sangue le politiche scellerate dei loro governanti, fu dunque attribuita ogni responsabilità morale dello stato di crisi della finanza internazionale. Le rivendicazioni sociali venivano liquidate come espressione degli istinti egoistici di un popolo dissoluto e più in generale come il risultato dell’incapacità di adottare uno stile di vita sufficientemente austero. Da questo ribaltamento moralistico della realtà prese le mosse la narrazione secondo cui il sacrificio delle classi subalterne rappresentava l’unica garanzia di stabilità e prosperità.

Ci viene chiesto, al fine di evitare ulteriori indebitamenti, di stabilizzare i conti pubblici e di ridurre la spesa. Ma non è forse questo un problema di carattere morale? La riduzione della spesa comporta l’abbandono di ogni pretesa eccessiva ed egoistica da parte di individui, gruppi e classi sociali desiderosi di condizioni migliori.
(W.N. Medlicott & D. Dakin 1974, First Series Vol. XIX, 712)

Società delle nazioni

Il ripristino dell’ordine morale e del “corretto” funzionamento del sistema economico si sarebbe dovuto realizzare attenendosi a due principi fondamentali: la stabilità dei cambi (da sempre grande preoccupazione dei prestatori internazionali) e il pareggio di bilancio, che avrebbe ulteriormente contribuito a tenere a freno i consumi interni.

Le fondamenta di ogni costruzione monetaria e finanziaria sono morali.  Commisurare la spesa alle risorse disponibili; onorare gli impegni sottoscritti; ripagare i debiti in una valuta che non perda di valore al momento dell’uso perché creata artificialmente e stampata in quantità eccessive.
(W.N. Medlicott & D. Dakin 1974, First Series Vol. XIX, 710)

 

Fino a quando gli stati sosterranno i loro deficit con la creazione di moneta fiduciaria o attraverso prestiti bancari, non sarà possibile alcuna riforma del sistema monetario che ci avvicini alla realizzazione del gold standard. La riforma più importante sarà dunque quella del pareggio di bilancio, grazie al quale non sarà possibile emettere credito senza la copertura di nuovi beni reali. Il pareggio del bilancio richiede un livello di tassazione adeguato. Tuttavia, se la spesa pubblica è così grande da spingere la tassazione oltre un livello sostenibile dal reddito del paese, l’inflazione non può più essere frenata da nuove imposte. Il vero rimedio è la riduzione della spesa. Il pareggio di bilancio risolverà il problema del deficit delle partite correnti attraverso la riduzione dei consumi interni.(Resolution VII, 3)

La completa privatizzazione dell’industria rappresentava naturalmente un ulteriore strumento di risanamento delle finanze pubbliche. L’impresa sarebbe dovuta passare interamente nelle mani dei privati la cui esperienza, unita allo spirito imprenditoriale, è uno strumento assai più efficace per la ripresa del Paese. (Resolution VI, 19)

Il governo Mussolini, per opera del ministro del Tesoro e delle Finanze Alberto De Stefani (1922—1925) e del suo successore Giuseppe Volpi (1925—1928), fu il principale e migliore interprete di quanto prefigurato nelle due conferenze:

Per riordinare il sistema tributario allo scopo di semplificarlo, di adeguarlo alle necessità di bilancio e di meglio distribuire il carico delle imposte; per ridurre le funzioni dello Stato, riorganizzare i pubblici uffici ed istituti, renderne più agili le funzioni e diminuire le spese, il Governo del Re ha fino al 31 dicembre 1923, facoltà di emanare disposizioni aventi vigore di legge.
(Legge 3 dicembre 1922, n.1601)

 

Lo Stato ci dia una polizia, che salvi i galantuomini dai furfanti, una giustizia bene organizzata, un esercito pronto per tutte le eventualità, una politica estera intonata alle necessità nazionali. Tutto il resto, e non escludo nemmeno la scuola secondaria, deve rientrare nell’attività privata dell’individuo.
(Mussolini, primo discorso al parlamento, 21 giugno 1921)

 

Il problema finanziario è fondamentale: bisogna arrivare colla maggiore celerità possibile al pareggio del bilancio statale.
(Mussolini, discorso del bivacco, 16 novembre 1922)

Queste dichiarazioni di intenti valsero a Mussolini gli elogi del già citato Einaudi, che dalle colonne del Corriere, in un articolo dall’eloquente titolo Sulla buona via, evidenziò come il programma economico fascista fosse in netta continuità con la tradizione liberale classica […] della marca più autentica e pura.

Questo dimostra, contrariamente a quanto rilevato da Scalfari, quanto già all’epoca la retorica fascista servisse a mascherare il perseguimento di obiettivi tutt’altro che avversi a quelli del capitale finanziario internazionale. Poco importa se la moneta forte (leggasi sopravvalutata) da difendere a costo di tutti i sacrifici necessari fosse la nostra lira e non una moneta espressione di istituzioni sovranazionali.

Giuseppe Volpi

Il regime fascista resisterà con tutte le sue forze ai tentativi di jugulazione delle forze finanziarie avverse, deciso a stroncarle quando siano individuate all’interno. Il regime fascista è disposto, dal suo capo all’ultimo suo gregario, a imporsi tutti i sacrifici necessari, ma la nostra lira, che rappresenta il simbolo della Nazione, il segno della nostra ricchezza, il frutto delle nostre fatiche, dei nostri sforzi, dei nostri sacrifici, delle nostre lacrime, del nostro sangue, va difesa e sarà difesa.
(Mussolini, discorso di Pesaro, 18 agosto 1926)

Non è poi così sorprendente, in fondo, che in un periodo storico come il Ventennio fascista fosse possibile fare leva su una presunta natura eroica dell’atto sacrificale per giustificare una politica economica di deflazione salariale, privatizzazioni e di sostanziale restaurazione rispetto alle conquiste sociali del primo dopoguerra. Stupisce invece che questo genere di narrazione possa essersi imposta in tempi ben più recenti, senza peraltro suscitare lo sdegno di alcun intellettuale di “sinistra”. Sarebbe bastato infatti un pizzico della memoria storica che Scalfari sembrava ancora conservare nel 1978 per rabbrividire di fronte a dichiarazioni come quella di Padoa Schioppa:

Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità.
(Padoa Schioppa, Berlino e Parigi ritorno alla realtà, Corriere della Sera, 26 agosto 2003)

E ancora, in una fase critica come quella del 2011, non avremmo assistito al totale silenzio della sinistra di fronte all’imposizione di un governo tecnico come quello di Monti, le cui cure – prefigurate già nella lettera inviata in “segreto” da Mario Draghi e Jean-Claude Trichet al governo italiano il 5 agosto 2011 – ricalcano in maniera inquietante quelle implementate dal governo Mussolini in ossequio ai dettami che già allora provenivano da Bruxelles.

L’obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell’1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. […]

a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala;
b)
 C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione;
c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

marciasuroma

A conti fatti, molti di coloro che ai giorni nostri agitano lo spettro del fascismo sembrano del tutto ignorare quale fu la natura del disegno sociale che la violenza squadrista servì a imporre. Il vincolo esterno rappresentato dalla difesa del cambio ebbe come effetto quello di migliorare in termini reali la posizione dei creditori e di peggiorare quella dei debitori, di avvantaggiare la grande industria a scapito delle piccole e medie imprese – i fallimenti crebbero da 867 nel 1921 a 8.839 nel 1930 – e di costringere a pesanti provvedimenti di politica dei redditi –  i salari furono ridotti, attraverso lo strumento del contratto collettivo di lavoro, nel 1927 (del 10-20%), nel 1930 (dell’8%) e ancora nel 1934 (dell’8%).

A quasi un secolo di distanza, le istituzioni europee continuano a voler riproporre quei rimedi che mai nella storia del nostro Paese hanno prodotto benefici e sempre hanno arricchito pochi a svantaggio di molti; tuttavia, per uno strano risvolto della storia, ad essere additati come reazionari sono oggi proprio coloro che si oppongono alla costruzione europea e alle ricette fallimentari che essa impone agli stati membri come unica risposta agli squilibri internazionali.