IL NUOVO PRIMO MINISTRO SPAGNUOLO È UN UOMO DEL BILDERBERG?

https://www.nexusedizioni.it 4 giugno 2018

Jacopo Castellini


Mentre in Italia viene varato un governo politicamente molto diverso dai precedenti, definito “del cambiamento” dai due gruppi politici che ne hanno redatto il programma e che lo sostengono, i lettori mi concederanno una digressione su quanto accade in un’altra nazione a noi vicina, la Spagna, dove di recente ha giurato come nuovo Primo ministroPedro Sànchez. Capo politico del Partito socialista spagnolo (PSOE), Sànchez ha sostituito il popolare Mariano Rajoy alla guida dell’esecutivo di Madrid in seguito alla sfiducia costruttiva votata dal Parlamento iberico il 1° giugno scorso: una misura che permette a chi propone il voto di sfiducia, in caso questo venisse accolto, di sostituire il capo del governo sfiduciato.

Su Sànchez qualcuno ha già segnalato una anomalia rispetto ai predecessori, del tutto legale: è stato il primo premier della nazione iberica a prestare giuramento nella formula laica, ovvero in assenza del crocifisso e della Bibbia, su cui avevano invece giurato tutti i predecessori. La novità è permessa, su richiesta del candidato al giuramento, da una legge del 2014 voluta per concessione diretta della Corona. Ma al di là della liceità legale, resta un segnale di discontinuità simbolica con la lunga tradizione “cattolicissima” della Spagna.
​       L’altra discontinuità è data dalla composizione della maggioranza parlamentare che ha sostenuto la sfiducia costruttiva a Madrid, e che quindi si candida ad appoggiare il nuovo governo Sànchez: oltre ai socialisti e ad Unidos Podemos, anche gli autonomisti catalani che nell’ottobre scorso hanno sostenuto il referendum per la secessione dalla Spagna e la dichiarazione di Indipendenza catalana, e i nazionalisti baschi del Pnv, il cui leader Íñigo Urkullu Rentería – che ricopre l’incarico di Lehendakari, ovvero presidente della Comunità autonoma dei Paesi Baschi – si è fatto sostenitore sin dall’inizio della crisi catalana di una necessaria mediazione tra Barcellona e Madrid. Non solo: ma anche di una riforma della Costituzione spagnuola in forma federale, per rendere la monarchia iberica simile alla Germania, al Belgio, all’Austria o, per restare in campo monarchico, al Regno Unito. Questa proposta potrebbe essere tutt’altro che un’ipotesi peregrina, ma, al contrario, è proprio il motivo per cui sto scrivendo queste righe.

Nell’articolo a mia firma “L’irresistibile fascino del Kosovo“, pubblicato su PUNTOZEROnr. 8 dell’inverno scorso, avevo avuto occasione di approfondire la questione dell’indipendenza catalana, e della discrepanza tra i fatti avvenuti in Catalogna negli scorsi mesi autunnali – dal referendum al voto per l’indipendenza del parlamento regionale catalano alle nuove elezioni rimaste senza vincitori (come in Italia?) – e la loro narrazione mediatica, come riportata anche dai media italiani. E la sorpresa non è stata poca: approfondendo le dinamiche e le ragioni dell’indipendenza, ho potuto scoprire di profondi legami tra movimenti indipendentisti catalani e politica dell’accoglienza forzata nei confronti degli immigrati extra-europei, soprattutto provenienti dal vicino Marocco e di religione islamica, e di come questi siano stati strumentalizzati ai fini dell’indipendenza, arrivando finanche alla predicazione indipendentista all’interno delle moschee. E viceversa: gruppi islamici di predicazione salafita sembrano avere infiltrato gli stessi movimenti indipendentisti al fine di ottenere, in una Catalogna indipendente e de-spagnuolizzata, maggiori concessioni in vista della realizzazione di una società islamica nel nuovo stato che seguisse i precetti della Sharia (per chi vuole approfondire, rimando al link dell’articolo e della rivista). In questa dinamica, ho potuto scoprire anche come in passato, ovvero nel lontano 1934, fosse già stata tentata la strada della secessione… una notizia che, per chi avesse letto qualcosa in merito anche nel web, potrebbe non essere nuova. Ciò che invece risulta “nuovo”, in quanto non oggetto di attenzione in rete, è un piccolo particolare. Per indicarvelo, riporto una breve citazione dell’articolo:

“Nel 1932, durante la Seconda repubblica spagnuola, fu istituita la Comunità Autonoma di Catalogna e la lingua catalana (molto diversa dal castigliano, che è lingua ufficiale dello stato unitario, e simile all’antica lingua occitana parlata nella Francia meridionale) parificata al castigliano come suo idioma ufficiale. Due anni dopo, il 6 ottobre 1934, il presidente della Generalitat, il massone Lluís Companys i Jover, in risposta all’ingresso di esponenti della destra all’interno del governo repubblicano di Madrid proclamò la trasformazione della Comunità Autonoma in una “repubblica”, all’interno di uno stato federale iberico: “Gli ambienti monarchici e fascisti che hanno da qualche tempo tentato di tradire la repubblica sono riusciti a raggiungere il loro obiettivo” esclamava a gran voce affacciandosi dal balcone sede della Generalitat. “In quest’ora solenne, in nome del popolo e del parlamento, il governo che presiedo si assume tutte le cariche del potere e proclama lo stato catalano della repubblica federale spagnola e, serrando i ranghi di coloro che sono uniti nella comune protesta contro il fascismo, li invita a sostenere il governo provvisorio della repubblica catalana”. Con queste parole, oltre all’autonomia della Catalogna sotto forma di repubblica federata, si autoproclamava una federazione spagnuola che all’epoca non esisteva: un’operazione che non trovò sostegno negli ambienti militari, anzi, durò soltanto fino alla mattina del giorno seguente, quando il comandante militare spagnuolo nella regione, Domingo Batet, fece arrestare il governo catalano e represse con la forza il tentativo di ribellione, ripristinando la sovranità delle istituzioni spagnuole”.

Per aiutarvi nell’individuare il particolare citato, l’ho evidenziato in grassetto. Potete rileggerlo se non lo ricordate: “repubblica federale spagnola“. All’epoca il tentativo di trasformare repentinamente e arbitrariamente la Spagna in uno stato federale, attraverso la Catalogna, aveva ricevuto come risposta la netta repressione governativa. Eppure, mi sono chiesto se, a distanza di oltre ottant’anni, il più recente analogo tentativo operato dagli indipendentisti catalani (il cui fronte è ideologicamente variegato) non possa avere avuto una simile finalità nel lungo termine: provocare il governo di Madrid per spingere l’allora governo Rajoy ad una modifica della Costituzione, per permettere lo svolgimento della consultazione referendaria sull’indipendenza (ad oggi illegale) o, in alternativa, attuare oggi la stessa riforma istituzionale richiesta allora da Lluís Companys i Jover, di cui si può riscontrare l’adesione alla Massoneria (vedi qui).

A spingere in questa direzione, per cercare una mediazione tra indipendentisti catalani e governo centrale, è stato in questa occasione il già citato Urkullu Rentería, che in una lettera al giornale britannico Guardian non si limitava a chiedere al governo spagnuolo di comportarsi coma Londra con la Scozia (con riferimento al referendum sull’indipendenza del 2014), ma parlava addirittura di una “sovranità condivisa” tra lo Stato e le Comunità autonome spagnuole (equivalenti delle nostre regioni), ovvero di fatto ad una ‘promozione’ delle regioni allo stesso rango del governo nazionale, in particolare nelle trattative con Bruxelles e su temi importanti quali, ad esempio, l’immigrazione. Urkullu è infatti in buoni rapporti con Juncker, che l’ha ricevuto in diverse occasioni a Bruxelles, e il suo partito fa parte del Partito Democratico Europeo, il più europeista tra i partiti politici paneuropei, membro del gruppo parlamentare liberal-democratico A Strasburgo. In tema di immigrazione, il Lehendakari è un forte sostenitore dei “corridoi umanitari“, dei quali ha parlato anche con Juncker e che sono il motivo per cui ha conferito, il 12 dicembre 2016, alla Comunità di Sant’Egidio il premio René Cassin per i diritti umani. Si tratta di un progetto, ideato appunto dalla nota associazione italiana insieme alle Chiese evangeliche italiane e alla Tavola valdese, poi esportato in altri Paesi europei, che vorrebbe offrire ai futuri rifugiati dai teatri di guerra extra-europei una via di accesso diretto al Vecchio continente, senza passare per i ‘viaggi della disperazione’ via mare o per la rotta balcanica.

In quest’ottica, la politica in tema di immigrazione e di federalizzazione della Spagnadel neonato governo Sànchez, difficilmente, ad avviso di chi scrive, potrà non essere influenzata dalle posizioni su tali questioni dei nazionalisti catalani e baschi. Già nel 2013, in occasione del precedente referendum sull’indipendenza della Catalogna, i socialisti spagnoli avevano proposto la federalizzazione del Paese come alternativa al voto sull’indipendenza, trovando sulle stesse posizioni, in un secondo momento, anche Podemos. Tutti partiti che oggi si apprestano ad appoggiare il governo Sànchez.

A completare il quadro, possiamo aggiungere quanto veniva segnalato ancora nel 2016 dalla giornalista spagnola Cristina Martín Jiménez, in un articolo pubblicato il 21 gennaio di quell’anno sull’edizione iberica di The objective. La Martín Jiménez, con due anni di anticipo, annunciava la futura successione a Rajoy del giovane leader socialista, designato a divenire Primo ministro in seguito alla sua partecipazione alla riunione del Club Bilderbergdell’11 giugno 2015. Secondo la giornalista, uno degli obiettivi per raggiungere i quali il Bilderberg punterebbe su di lui sarebbe proprio la federalizzazione della Spagna, come passo necessario per una federazione europea in cui le regioni possano sostituire gli stati nazionali come diretti esecutori delle politiche decise a Bruxelles.

Nel frattempo, quasi in contemporanea con il giuramento di Sànchez da premier, a Barcellona Joaquim «Quim» Torra diveniva nuovo Capo del governo catalano, dopo aver assunto il 17 maggio l’incarico di presidente della Generalitat de Catalunya, ponendo fine al vuoto di potere seguito alle elezioni regionali del 21 dicembre scorso. Torra è stato in passato presidente dell’associazione indipendentista Òmnium Cultural ed è membro dello stesso partito di Carles Puidgemont, il predecessore destituito da Rajoy con l’accusa di sedizione per aver proclamato l’indipendenza.

Insomma, lasciato cuocere lentamente nel suo brodo, il governo Rajoy, visto come ultimo baluardo a difesa dell’unità nazionale spagnola, è ora stato definitivamente sostituito con un governo più disponibile alla disintegrazione del Paese, attraverso la sua trasformazione in stato federale sul modello jugoslavo e alla rimozione di eventuali ostacoli all’islamizzazione della (ex) nazione iberica?