Perché cancellare il debito pubblico dell’Italia ci costerebbe caro

  • Tortuga Team* businessinsider.com 4 giugno 2018

    Mario Draghi, presidente della Bce. Getty

    Tortuga è un think-tank di studenti di economia nato nel 2015. Attualmente conta 42 membri, sparsi tra Italia, Francia, Belgio, Inghilterra, Germania, Austria, Senegal e Stati Uniti. Scrive articoli su temi di economia, politica e riforme, ed offre alle istituzioni un supporto professionale alle loro attività di ricerca o policy-making

    Tanto si è scritto sulla proposta contenuta in una prima bozza di contratto di governo di chiedere alla BCE di cancellare 250 miliardi di debito pubblico italiano. È peraltro ragionevole ipotizzare che anche questa proposta, filtrata soltanto grazie agli organi di stampa negli scorsi giorni, abbia contribuito allo scontro istituzionale consumatosi fra il Capo dello Stato e i leader di Lega e Movimento 5 Stelle. Tra le tante voci contrastanti, forse non si è ancora fatta chiarezza.

    È una buona idea, oppure no? E perché?

    Di seguito proviamo a spiegare, senza entrare nei dettagli della proposta, come la cancellazione non sia una modalità gratuita di estinzione del debito (o di parte di esso, come viene proposto), ma una modalità di rientro alternativa all’equilibrio di bilancio, economicamente più regressiva, giuridicamente impossibile e politicamente poco attuabile, almeno allo stato attuale.

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    È importante tenere presente che le problematiche economiche, giuridiche e politiche che rendono questa misura difficilmente attuabile sono indissolubilmente legate fra loro, in quanto gli impedimenti giuridici (contenuti nello statuto della BCE) si propongono di risolvere contenziosi politici che deriverebbero dalle conseguenze economiche dell’operazione.

    Il cancelliere tedesco Angela Merkel e il governatore della Bce Mario Draghi. Foto Sean Gallup/Getty Images

    Se un paese in regime di crescita economica positiva ma contenuta, come l’Italia di oggi, ha contratto un ingente debito, può mantenerne la sostenibilità attraverso un sostanziale equilibrio tra entrate e uscite dei conti pubblici, oppure richiedendo alla banca centrale di cancellarlo omonetizzarlo (stampando moneta per ripagare i creditori).

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    La prima delle due soluzioni lascia in capo alla politica la possibilità di decidere a chi far pagare più tasse e a chi meno, quali spese pubbliche contenere e quali invece aumentare, mentre la seconda delle soluzioni agisce attraverso l’estinzione di parte del debito o la creazione di moneta.

    Secondo la teoria economica (e molti esempi del passato, compreso il nostro paese), la creazione di ingenti quantità di moneta da parte di una banca centrale dall’oggi al domani, vale a dire senza un corrispondente ed effettivo aumento della domanda di risparmio, produce un aumento di prezzi generalizzato, legato ad una più ampia disponibilità di moneta ed alla sua conseguente perdita di valore. Questo è il modo, indiretto, attraverso il quale il debito viene reso sostenibile: un aumento generalizzato dei prezzi dei beni di consumo. Una misura che spesso in passato ha coinciso con una drastica diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie, in particolare di quelle più povere.

    Il simbolo dell’euro davanti la Banca centrale europea – Ralph Orlowski/Getty Images

    Nel caso in cui invece la BCE cancellasse (senza perciò monetizzare) dal suo bilancio 250 miliardi di debito pubblico italiano, l’operazione si configurerebbe a tutti gli effetti come una forma di default. La principale conseguenza di un default sul debito pubblico sono, inevitabilmente, tassi di interesse più alti in futuro. Se perciò uno stato decide di non ripagare parte del debito, deve anche tenere in conto che il costo di un suo finanziamento futuro sarà molto più alto di quello attuale, soprattutto se agli investitori viene annunciato un piano fiscale dalle uscite esose e dalle entrate misere, come quello contenuto nel contratto di governo.

    Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea – Getty Images

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    Inoltre, la BCE si ritroverebbe con 250 miliardi di passività di bilancio (moneta) non coperte da altrettante attività (titoli di Stato). A seguito di questa operazione, vi sarebbero probabilmente due gravi conseguenze:

    • Dato il minor valore di attività a garanzia della moneta nei bilanci della BCE, ci sarebbe una relativa perdita di fiducia generale nel valore della moneta stessa, alla quale potrebbe seguire un aumento dei prezzi dei beni di consumo, proprio come avviene nel caso della monetizzazione;
    • La BCE si priverebbe di parte della leva per alzare i tassi di interesse in futuro attraverso operazioni di mercato aperto (scambiando cioè titoli con moneta, al contrario di ciò che avviene quando la necessità è di abbassare i tassi di interesse), cioè dell’unico strumento che ha in mano una banca centrale per rispondere ad una crisi valutaria.

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    Ed ecco che arriviamo alle complicazioni giuridiche e politiche legate a tale operazione.

    Lo statuto della BCE prevede che il debito dei paesi della zona Euro non possa essere monetizzato. Questa misura risolve un problema di coordinazione e di cosiddetto “azzardo morale” presente fra i paesi membri della moneta unica. Se infatti la monetizzazione del debito di un paese causa un aumento dei prezzi generalizzato nell’intera area valutaria,perché i cittadini di altri paesi membri dovrebbero accettare di pagare, via inflazione, lo stralcio di debiti altrui? Questo dubbio appare ancora più legittimo se il contratto di governo prevede, oltre allo stralcio di parte del debito, maggiori spese per più di 100-120 miliardi di euro all’anno senza coperture alcune.

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    Inoltre, i nostri partner dell’Eurozona potrebbero legittimamente chiedersi: perché la BCE non fa lo stesso per noi?

    Lo stesso statuto impone inoltre agli stati membri dell’Eurozona di ripianare pro quota ogni sbilanciamentofra le attività e le passività della BCE. In questo caso dunque la BCE dovrebbe cancellare 250 miliardi di debito italiano dai propri attivi e tutti i membri dell’Eurozona dovrebbero contribuire proporzionalmente a ripianare tale perdita. Ovviamente, la stessa domanda che gli stati membri si porrebbero in caso di monetizzazione si ripresenterebbe in caso di cancellazione: perché i nostri contribuenti devono pagare lo stralcio di parte del debito altrui? O, in alternativa: perché la stessa cosa non viene fatta anche con il nostro debito? Qualora la stessa operazione avvenisse su larga scala (e c’è un motivo per cui ciò non avviene), la conseguente crisi valutaria potrebbe assumere livelli di gravità tali da assicurare fuga di capitali verso altri beni/valute e mettere in pericolo il sistema di scambi attraverso Euro come lo conosciamo ora.

    Se si astrae dagli ostacoli di natura giuridico-politica, che pure costituiscono l’impedimento principale alla realizzazione dell’operazione, l’unica argomentazione rilevante a difesa della proposta di cancellare parte del debito italiano è che il rischio di iper inflazione sia flebile. Chi si appella a questa argomentazione fa notare, a ragione, come il Quantitative Easing attuato negli ultimi anni dalla BCE non abbia prodotto inflazione rampante, al contrario di ciò che la teoria economica predice. Vero è anche che una parte non indifferente delle risorse impegnate negli ultimi anni è andata a rimpolpare le riserve bancarie svuotate dalla crisi, e meno del previsto in moneta circolante (quella che, incentivando gli scambi, produce inflazione).

    Janet Yellen, ex governatrice della Fed e Mario Draghi, presidente della Bce. Kazuhiro Nogi AFP/Getty Images

    All’incirca lo stesso è avvenuto negli Stati Uniti, dove una politica monetaria espansiva, condotta ormai da tempo dalla Federal Reserve, non ha prodotto l’inflazione sperata. La stessa J. Yellen, ex governatrice della banca centrale statunitense, ha ammesso che il livello di inflazione registrato nel 2017 (2,14%) ancora troppo basso se si considera la quantità di moneta immessa nell’economia, “rimane un mistero”. Se infatti tra il 2014 e il 2016 una bassa inflazione era giustificata dall’andamento dei prezzi del petrolio, da un relativo apprezzamento del dollaro e da un tasso di disoccupazione persistente (anche se basso), nel 2017 tutti questi indicatori sono scesi, mentre la crescita del tasso di inflazione è stata moderata.

    Mario Draghi, Bce – foto di Hannelore Foerster/Getty Images

    C’è tuttavia sempre un fattore da osservare: fino a quando una banca centrale immette liquidità nell’economia per raggiungere l’obiettivo del 2% di inflazione, non viene meno la sua credibilità di fronte agli operatori finanziari. Se, al contrario, la banca centrale agisce con l’esplicito intento di monetizzare il debito di un paese, gli investitori perderanno fiducia nel suo ruolo a garanzia della stabilità dei prezzi, le aspettative di inflazione si alzeranno e l’inflazione stessa aumenterà. Con tutta probabilità, ciò che tiene l’inflazione a livelli così bassi in questo periodo, nonostante la grande immissione di liquidità nelle economie dell’Eurozona, è proprio la fiducia che i mercati hanno nella BCE come garante esclusivamente della stabilità dei prezzi.

    Al di là del “mistero”, il tasso di inflazione sia dell’Eurozona sia degli Stati Uniti è in ripresa e molti sono gli esempi di paesi che a seguito di una gestione poco prudente della politica monetaria si sono trovati in grande difficoltà a gestire iper inflazione e crisi valutarie (è di questi giorni la notizia che la Banca Centrale Turca ha alzato i tassi di interesse dal 13,5% al 16,5% nel tentativo di scongiurare il collasso della Lira). I rischi legati allo stralcio di parte del debito pubblico sembrano dunque molto alti, così come quasi insuperabili appaiono gli ostacoli politici ed economici. Gli economisti usano dire “There is no such thing as free lunch”, ossia “non esiste il pranzo gratis”. Ecco, non si stralcia il debito senza costi.