SPY FINANZA/ Il governo eterodiretto da chi vuole l’Italia fuori dall’Europa

Questo governo è pericoloso, perché è palesemente eterodiretto da forze che hanno tutto l’interesse ad ampliare ai massimi la frattura fra Italia e Ue, dice MAURO BOTTARELLI

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«Adesso lo Stato siamo noi». Con queste parole il nuovo ministro per il Lavoro e vice-premier, Luigi Di Maio, ha arringato la folla radunatasi in piazza a Roma sabato sera per quella che doveva essere una manifestazione di protesta in favore dell’impeachment del presidente, Sergio Mattarella, e che invece si è trasformata nella celebrazione per la nascita del governo giallo-verde (o blu, come vorrebbero che fosse chiamato i leghisti, ai quali bisognerebbe far notare che se il verde è andato fuori moda, il blu è sì un evergreen per i blazer, ma anche il colore della bandiera Ue). Non so voi, ma io sono terrorizzato da una frase del genere, oltretutto proferita in un contesto plebiscitario e schiumante rabbia come quella piazza, trasposizione moderna della voglia di sangue e ghigliottina della Rivoluzione francese, stando almeno alle voci che sono emerse dai resoconti giornalistici. Ovviamente, sarà stata colpa della stampa che millanta e travisa. 

Nessuno però ha avuto da ridire per il fatto che siano state travisate e in maniera palese, le parole di Jean-Claude Juncker relative al Mezzogiorno d’Italia, quelle che nella versione diffusa – casualmente – mentre il nuovo governo si apprestava a presentare i nomi al Quirinale, vedevano il capo della Commissione invitare gli italiani a lavorare di più e a essere meno corrotti. A tradurre “male” la frase è stato il Guardian, quotidiano liberal di uno Stato che l’Ue sta abbandonandola: certo, qualche servizio tv sulle vere parole di Juncker c’è stato, ma la logica è quella della calunnia che è un venticello. Se chiedete al bar, per capirci, tutti sono ancora arrabbiati per quella generalizzazione verso gli italiani. E con chi? Con l’Europa, matrigna e ora anche razzista e insultante. Missione compiuta per chi aveva come unico scopo quello di gettare benzina sul fuoco anti-europeo del nuovo governo. 

E restando in tema di Europa, Italia e Gran Bretagna, come non sottolineare il fatto che ieri il Corriere della Sera ospitasse una strappalacrime lettera appello di George Soros, uno che nel 1992 dimostrò con i fatti il suo amore per Londra e Roma, più che altro per sterlina e lira, nella quale diceva all’Italia di sentirsi orgogliosa per il suo impegno verso i migranti, tanto che deve essere l’Ue a vergognarsi per il comportamento tenuto finora con il nostro Paese sul tema immigrazione. Cosa per altro vera, ma che si infila come un cuneo fra due notizie che sembrano fatte apposta per esacerbare ancora di più gli animi: primo, venerdì la Germania ha inviato suoi poliziotti alla frontiera austro-italiana del Brennero per rafforzare i controlli proprio in chiave anti-migranti. Secondo, è di ieri il naufragio di un barcone al largo delle coste turche, costato la vita a 9 persone, fra cui 6 bambini. Una combinazione mediatico-emotiva perfetta, talmente perfetta da avere palesemente una regia alle spalle. 

Primo, la Germania invia un ulteriore segnale di mancanza di fiducia verso Roma, mandando suoi uomini a rafforzare i controlli in uno Stato terzo come l’Austria. Secondo, non solo l’idea di 6 bimbi morti trasforma il «È finita la pacchia per i clandestini» pronunciato dal neo-ministro degli Interni, Matteo Salvini, durante un comizio elettorale in Veneto in un autogol clamoroso, ma dimostra anche altro: che dalla Turchia ripartono gli sbarchi, nonostante l’accordo a livello europeo che ha garantito finora pace sulla rotta balcanica a suon di miliardi di euro pagati da Bruxelles a Erdogan. Ancora una volta, Europa e immigrazione sono i punti cardine della questione, sparati in faccia al telespettatore/cittadino/elettore con il massimo impatto emozionale possibile. Non a caso, prima che emergesse la notizia del nuovo naufragio, fonti del Viminale gettavano acqua sul fuoco dell’attivismo di Salvini per espulsioni di massa: tecnicamente, non sono possibili, facevano sapere i funzionari. Lo sa anche Salvini, da sempre, ma pur di andare al governo e incamerare consensi elettorali, si mente sapendo di mentire. 

Questo governo è pericoloso. Molto. Perché è palesemente eterodiretto da forze che hanno tutto l’interesse ad ampliare ai massimi la frattura fra Italia e Ue in un momento di scontro senza precedenti fra Washington e Bruxelles, vista anche l’ufficializzazione dei dazi sull’export europeo di acciaio e alluminio decisa da Trump proprio mentre Di Maio, Salvini e Conte trovavano la famosa “quadra” per l’accordo di governo. E, guarda caso, mentre Angela Merkel ha riannodato i fili del dialogo con Vladimir Putin, due viaggi a Sochi in 15 giorni a maggio, in nome delle pressioni degli imprenditori dell’export tedesco, massacrati prima dalle sanzioni alla Russia e poi dai dazi commerciali e del progetto di gasdotto Nord Stream 2, quello talmente inviso agli Usa da aver già visto il Dipartimento di Stato annunciare sanzioni ulteriori alle aziende che entreranno a far parte del consorzio. Serve altro per capire che, mai come oggi dal Dopoguerra, l’Italia è una pallina da ping pong utilizzata nella partita per il dominio economico-commerciale-militare a livello globale? 

Casualmente, Steve Bannon, il guru d Donald Trump, ufficialmente fatto fuori dal team della Casa Bianca perché troppo estremista, ora è di stanza fisso a Roma e tesse elogi continui del nuovo governo: «La rivoluzione parte da Roma», ha dichiarato al Corriere della Sera. Sì, la rivoluzione per far mantenere al dollaro lo status di benchmark globale del commercio (petrodollari in testa, vista la rivoluzione dei futures denominati in yuan), stante l’attivismo cinese per scambi bilaterali che utilizzino valute locali e yuan, bypassando il biglietto verde e le sue sanzioni. Russia, Iran, export di metalli: l’America sta imponendo la sua legge. Anzi, ci sta provando. E proprio mentre Bruxelles sembra averlo finalmente capito, tanto che Federica Mogherini ha detto chiaramente che a fronte dei nuovi dazi, occorre implementare i rapporti fra Cina e Ue, ecco che salta fuori il governo più stupidamente populisticamente euroscettico possibile. Oltretutto, dopo un parto di oltre ottanta giorni, mille capriole e strane e irrituali messe in discussione di Quirinali, prerogative presidenziali e Costituzione stessa. 

Ve lo avevo detto e ora ci siamo in pieno il nuovo 1992 è arrivato, ci siamo dentro in pieno. All’epoca, però, al governo c’era Psi e Dc, a rappresentare – nel bene e nel male -, l’Italia e i suoi interessi politici ed economici, c’erano Bettino Craxi e Giulio Andreotti, non Matteo Salvini e Gigi Di Maio. O, peggio ancora, la Casaleggio Associati, azienda privata di fatto sbarcata al governo del Paese: abbiamo una Srl nella stanza dei bottoni, vi sentite tranquilli, visto l’aria che tira a livello globale e le crisi sui mercati alle porte? Pensate che sarà un’estate tranquilla sui mercati? Pensate che quella specie di Circo Barnum che è il nuovo esecutivo sia arrivato al potere solo e soltanto per volontà popolare attraverso le preferenze acquisite nel voto del 4 marzo? Come Tangentopoli distrusse Psi e Dc, che fine faranno in questo tritacarne Pd e Forza Italia, ovvero i partiti più istituzionali e moderati? 

Certo, i congiuntivi sbagliati di Di Maio fanno ridere, ma questo è parte dello schema: se metti Kissinger al governo di un Paese terzo, l’eterodirezione dell’operazione la vede anche un cieco. Se metti un Di Maio, ci vuole un po’ a capire che – più o meno volontariamente- è lì per implementare un’agenda precisa, con interessi precisi e per conto terzi. Di un dilettante allo sbaraglio, d’altronde, si tende a non pensare che abbia un doppio fine, ma anche inciampi in gaffes e bufale per incapacità. Siamo in guerra. Siamo in un altro 1992, temo più cruento a livello politico e non solo. Perché quando una banca d’affari come JP Morgan, di domenica, pubblica come ha fatto ieri un corposo report in cui definisce l’uscita dall’euro dell’Italia la migliore opzione potenziale per Roma, c’è da porsi delle domande. E serie. Tanto più, visto qual è la ratio del ragionamento: partendo dagli sbilanci in seno a Target2, JP Morgan ragiona come un truffatore di assicurazione da quattro soldi. Ovvero, se alla Bce devi poco, il coltello dalla parte del manico ce l’ha Francoforte. Ma se come nel caso dell’Italia, tramite Target2 hai un debito – da onorare in pieno in caso di uscita dall’euro – di qualcosa come 426 miliardi di euro di sbilanci su Target2, il coltello dalla parte del manico ce l’hai tu. E puoi trattare le condizioni migliori. 

Siamo a questo, una banca d’affari che arriva a conclusioni da simil-malavitoso che opera in base alla regola del “se devi fare un debito, fallo grosso”. Almeno non lo ripaghi. O hai l’illusione di non doverlo ripagare. E, magari, quell’illusione la metti nel contratto di governo, casualmente sotto la voce di abbuono di 250 miliardi debito da parte della Bce. Salvo poi, dire che era solo una bozza. Abbiate timore. Stavolta, purtroppo, è ben riposto.