Claudio Borghi – La verità su Monte dei Paschi di Siena

byoblu.com  28 . 12 . 2016

Monte dei Paschi di Siena. Cosa è davvero successo? La verità che nessuno racconta sulle responsabilità di Mario Draghi e della Banca d’Italia, passando per Massimo D’Alema e per l’Opus Dei, nell’intervista fiume a Claudio Borghi Aquilini.

Claudio Borghi Aquilini, siamo in diretta perché hai delle rivelazioni scottanti per i nostri amici di Byoblu sul caso Monte dei Paschi di Siena: è corretto?

Monte dei Paschi di Siena è una delle più antiche banche del mondo: 550 anni di storia, in una città piccola. Siena conta trenta/quarantamila abitanti, quindi diciamo una città non grande se consideriamo che Como ne conta almeno centomila. Per merito suo e dei suoi antenati, Siena ha saputo accumulare una grande ricchezza. Cosa è successo? A un certo punto questa banca ha cominciato a essere diretta espressione della politica del territorio. Lì governava PD, PSI o in generale la sinistra. Il vecchio PCI non aveva fatto particolari danni, anzi. I disastri avevano cominciato a venir fuori con le “nuove generazioni” del Partito Democratico. Da lì in poi hanno cominciato a fare quello che normalmente fa la sinistra quando vuol prelevare denaro, o dal pubblico o in generale dagli enti che controlla. Le modalità sono sempre quelle. Per esempio: far comprare a prezzo esagerato qualcosa da parte di qualcun altro, mettendola sul conto di “Pantalone”. E “Pantalone” può essere o l’ente pubblico, oppure – per esempio a Milano conoscono benissimo il caso della Serravalle -in generale può esserci l’amico che ha un palazzo o qualcosa del genere: lo si compra a un prezzo esagerato e si svuota, quindi si attingono soldi dall’ente che compra. Per attingere i soldi dal Monte dei Paschi di Siena avevano usato esattamente questo sistema. Il primo metodo – che si dovrebbe ricordare – fu la Banca Agricola Mantovana. Magari è una cosa che dice poco a tanti, però la Banca Agricola Mantovana fu acquistata dal Monte dei Paschi di Siena  – anche qui al solito prezzo esagerato – in modo tale da consentire a Colaninno e agli amici la prima provvista per cominciare a entrare nel giro dei loro affari, nel grande periodo delle acquisizioni di Colaninno % Company, fino ad arrivare alla Telecom.

Dopodiché, sempre nel giro Telecom, qualcuno si ricorda che c’era il regista di tutti gli affari del Partito Democratico: Massimo D’Alema. D’Alema che come tutti sanno è pugliese, sistemò per tramite del Monte dei Paschi la Banca del Salento, fatta comprare dal Monte dei Paschi a prezzi incredibili, portandosi dentro – oltretutto – il capo. Uno dei pochissimi casi in cui chi ha comprato poi, dopo va a comandare. Perché Vincenzo De Bustis, che era l’amministratore delegato della Banca del Salento, poi dopo andò al Monte dei Paschi di Siena.  E quello fu il secondo prelevamento.

Ma il Monte dei Paschi di Siena sembrava veramente, però un pozzo senza fondo, perché la ricchezza era così elevata che neanche ci si accorgeva di questi iniziali “prelevamenti”, che pur stavano cominciando a danneggiarne le radici. Con strascichi in tribunale, perché qualcuno si ricorda le sigle dei prodotti truffaldini della Banca del Salento “My way for you”, quelle belle cose lì, che intasarono le aule dei tribunali. A un certo punto, però, succede il patatràc. E il patatràc ha un regista. E questo regista ha un nome che – ovviamente – fa molta paura nominare. Il suo nome è Mario Draghi. Mario Draghi era Governatore di Banca d’Italia e concede l’autorizzazione – perché c’è la sua firma sotto la lettera di approvazione – a un’operazione sciagurata che condanna il Monte dei Paschi. Questa operazione è l’acquisizione della Banca Antonveneta.

La Banca Antonveneta era stata comprata poco prima dal Banco Santander – grande banca spagnola -, il cui “Padre padrone” – diciamo così -, tale Emilio Bottin è unanimemente considerato – non foss’altro perché la moglie lo è – vicino all’Opus Dei. L’Opus Dei mi ha scritto quando abbiamo pubblicato queste cose nella relazione della Commissione d’inchiesta regionale in Toscana sul Monte dei Paschi, dicendomi che Bottin non è dell’Opus Dei né formalmente, né ufficialmente, nonostante la banca sia vicina all’Opus Dei. È un fatto però che sia una banca molto importante sia in Spagna, con degli addentellamenti ovunque, che aveva appena perso un bel po’ di miliardi in Italia quando ci fu la creazione di Banca Intesa, come adesso. Perché fondendo la Cariplo e altre banche insieme con il San Paolo di Torino per dare origine a Intesa, il Santander finì per perdere un sacco di soldi.

Ed ecco che il regista del sistema bancario europeo, il neo-regista del sistema bancario europeo, vale a dire Mario Draghi pensò bene di dire: “Ma che problema c’è? Tanto il sistema bancario dev’essere un sistema di vasi comunicanti. Tu hai avuto una perdita da una parte? Non ti preoccupare: ti compenso andando a prendere dall’altra”. Suppongo io che il ragionamento sia stato questo. Dove andare a prendere questi soldi per la compensazione? Beh! Intesa no perché era – ovviamente – l’oggetto del contendere. Unicredit era difficilmente controllabile…  C’era un ottimo Monte dei Paschi dove la politica aveva messo questo tal Giuseppe Mussari, avvocato calabrese, finito lì a Siena non si sa bene come – Massoneria? Ognuno s’immagini quello che vuole – diventato quindi boss della Fondazione Monte dei Paschi e quindi poi anche dopo della banca medesima.

Adesso poi le sentenze diranno quanto costui fosse a disposizione, ma la mia sensazione è che fosse una persona che era stata messa lì perché all’occorrenza “eseguiva” – una specie di Gentiloni. Allora a quel punto che cosa succede? Succede che il nostro simpatico esecutore riceve una telefonata che gli dice di acquistare l’Antonveneta e la Santander a un determinato prezzo. Questo mette giù il telefono ed esegue l’ordine che gli è stato impartito.  Peccato, però che la Antonveneta era stata appena comprata per 5 miliardi e invece gliela fanno comprare per 7 miliardi! E oltretutto mancando dei pezzi! Allora ci si domanda: perché non è  stata comprata in precedenza a 5 miliardi ma solo adesso a 7 miliardi? Senza “Due Diligence”, si riunisce la massa dei fenomeni dei politici, che non vedono aldilà del proprio naso. Cioè, così come in Parlamento alzano tutti la mano per votare il Fiscal Compact, il MES, no? E tutte quelle belle cose lì, uguale nel Consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi di Siena arrivano e gli dicono: “Bisogna votare questa interessante acquisizione”. Tutti ad alzare la mano! Qualcuno prova a obiettare: “Magari una “Due Diligence”, due conti…”. “No, no! Bisogna far subito perché è un affare imperdibile: prendere o lasciare e non possiamo farcela scappare!”.

La Banca Antonveneta viene acquistata con un esborso di molti miliardi e oltretutto si scopre che bisognava subentrare anche nelle fonti di finanziamento dell’Antonveneta medesima, portando il totale a 17 miliardi per l’acquisto! Mussari, in fretta e furia dispone di raccogliere soldi, fra cui le famose obbligazioni subordinate che vengono vendute al pubblico per raccogliere denaro per comprare questa “benedetta” Antonveneta a un prezzo “fuori dal mondo”. Qualsiasi istituto bancario che voglia acquistare un’altra banca, deve chiedere prima l’autorizzazione della Banca d’Italia. Non si può far niente senza l’autorizzazione di Banca d’Italia! L’ho provato direttamente nelle mie esperienze lavorative. Qui arriva un’acquisizione di una banca enorme, a un prezzo pazzesco, senza nessun tipo di “Due Diligence”, di conti, di sinergie, di proiezioni e arriva l’autorizzazione da Banca d’Italia! Che dice: “Procedete pure!”. Firmato: Mario Draghi. Tutto normale? Tutto normale!

Subito dopo aver strapagato questa banca, arriva la crisi del 2008: i subprime e così via, …va tutto a “Patrasso”! E Siena si ritrova nella condizione simile a chi ha fatto un mutuo enorme per comprare una catapecchia e il giorno dopo perde il lavoro.Quindi non ci sono più i soldi per pagare il mutuo. La casa che ha comprato è una catapecchia e quindi non può pensare di rivenderla e uscire dal mutuo. E si cominciano ad accumulare perdite che si cerca di mettere sotto il tappeto. Allora si comincia con i derivati: si chiamano un bel po’ di banche d’affari compiacenti che cominciano già da subito a prendere commissioni enormi e si dice: “Puoi nascondermi un po’ questa perdita?” “Sì, non c’è problema, figurati: te la parcheggio qui, te la metto lì, ti metto questo derivato, faccio finta che quelli sono titoli di Stato, in realtà sono garanzia”. Allora arrivano i famosi Alexandria, Santorini… questi nomi che rimbombano da un po’ nelle aule giudiziarie – diciamo così -, ma che sono la conseguenza. Buona parte dei processi si stanno facendo su questi tentativi di andare a coprire il buco. Ma purtroppo, nessun processo si fa per l’origine del buco, vale a dire del perché a un certo punto, in quel momento uno ha alzato il telefono e ha fatto ordinare al “cameriere” – in quel momento preposto – di acquistare a prezzo totalmente esorbitante una banca!? Perché se si fosse indagato in diretta, si sarebbe potuto magari sapere il perché di questi soldi pagati con bonifico: c’è tutta la lista dei bonifici fatti, partiti da Siena, di miliardi. Perché se stiamo parlando di una super-tangente – la più grande tangente della storia dell’umanità – sarebbe stato utile tracciare i bonifici per vedere dove andavano a finire una volta usciti dalle casse di Siena, dalle casse dei risparmiatori che, con fiducia, avevano acquistato queste obbligazioni.

Quindi il meccanismo funziona così:

  1. I soldi vengono prelevati dai cittadini e dalle casse millenarie del Monte dei Paschi di Siena sottoforma di obbligazioni, cittadini che con la massima fiducia acquistano un titolo che per loro è un’obbligazione bancaria. Quindi un titolo assolutamente privo di rischi.
  2. I soldi dei risparmiatori, che vanno a finire nelle casse del Monte dei Paschi di Siena per tramite della raccolta obbligazionaria, vengono prelevati e vengono mandati in Spagna al Santander e alle altre banche che hanno fatto il processo, dove se ne perdono le tracce.

Questa gestione del denaro era stata denunciata in diretta da molte persone. Io ero all’epoca responsabile azionario di Deutsche Bank e, insieme ad altri addetti ai lavori, ci chiedevamo cosa stessero architettando. I ragazzi della Lega di Siena fecero presentare una denuncia in Procura dal deputato Borghezio. Denuncia che venne archiviata. La ricaduta di tutte queste azioni truffaldine, diventa poi la storia che conosciamo noi. Vale a dire: arriva Monti e impone l’austerità, che fa fallire le imprese. Le imprese dove falliscono soprattutto? Falliscono in Veneto, dove i prestiti erano magari accordati dall’Antonveneta. E quindi l’impresa fallisce e non restituisce più i soldi all’Antonveneta e di conseguenza al Monte dei Paschi di Siena. Qualche amico degli amici riceve dei finanziamenti dal Monte dei Paschi di Siena e non restituisce più niente. Per De Benedetti, tanto per citarne un altro, ci sono i prestiti accordati a Surgenia e così via. Si è sempre chiesto l’elenco di chi ha preso a prestito i soldi del Monte dei Paschi, ma senza successo.

Il risultato è che Monte dei Paschi adesso ha 50 mld di crediti e di questi 50 mld di crediti, metà non si riesce a riscuoterli. Quindi ai 25 miliardi netti da riscuotere bisogna aggiungere le Provisions. Quella che era una banca di valore, che possedeva una capitalizzazione tra le più grandi di Borsa Italia, è stata azzerata da anni di malagestione. Aumenti di capitale per circa 10 miliardi, quindi nuovo capitale chiesto sempre ai risparmiatori, nuovi azionisti a cui si millantavano aumenti del valore azionario solo per inglobare capitali da inserire in una banca, oramai diventata come una fornace, in cui i capitali vengono sempre azzerati dal continuo aumento di prestiti che non ritornano.

Perché? Vi ricordate come funziona una banca? Una banca che funziona raccoglie denaro dai cittadini, quindi tramite conti correnti, tramite prestiti, tramite obbligazioni, tramite convertibile e cose di questo tipo, questo denaro lo presta, lo presta alle imprese e a privati e così via, e lucra la differenza tra quello che costa pagare gli interessi a chi ti presta il denaro e quello che, invece incassa prestando a sua volta denaro. Quindi ai mutui e similari. Ecco, se però quelli a cui la banca ha prestato il denaro non restituiscono alla banca medesima, si crea il buco. Su 100 miliardi di prestiti che una banca può aver fatto, se il 10% non paga, non restituisce i soldi, sono 10 miliardi che mancano. E questi 10 miliardi, a fronte, hanno qualcuno che invece li aspetta, questi soldi. Perché magari sono i conti correnti, perché magari sono le obbligazioni. Ecco, questa storia dove la politica ha messo dei camerieri, degli esecutori e probabilmente ha “pappato” le solite briciole, dove qualcuno ha fatto conto pari su giri di miliardi europei, dove chi doveva vigilare – vale a dire la Banca d’Italia – ha avvallato tutto, di tutta questa bella storiella, da chi si vogliono andare a prendere i soldi? L’avete già capito: dai cittadini! Dai risparmiatori! Dalla vecchietta!Dagli unici che non sapevano, non potevano minimamente sapere che i soldi che stavano prestando non erano sicuri, perché lo erano!

Poi c’è anche il famoso, “suicidio” in tutta questa storia.

Ogni volta che uno ha provato a indagare un pochino più nel profondo, qualcosa è andata a finire male. Il povero David Rossi era un uomo di fiducia di Mussari. Allora, a un certo punto deve aver fatto qualche piccolo errore. Secondo me, non è detto che lui sapesse chissà che cosa, ma dev’essersi fatto sfuggire qualche frase del tipo: “Basta! Adesso parlo!” o qualche cosa del genere. E il risultato è stato forse quel video che qualcuno ha vistoDavid Rossi venne “simpaticamente” buttato dalla finestra del suo ufficio. Facendolo passare per un suicidio, cosa che ovviamente anche un bambino capirebbe che suicida non era, non fosse altro che per l’orologio che segue il suicida minuti dopo. Perché dal video si vede, cioè lui cade e dopo qualche minuto arriva l’orologio! Rido… cioè rido per la cosa paradossale, del fatto che non si sia subito voluto indagare su questa cosa, facendo capire che evidentemente anche in magistratura c’era gente che non doveva guardare lì.Perché sennò, altrimenti, un video che si vede chiaramente che è manipolato e in cui l’orologio arriva a seguire alcuni minuti dopo che uno si è suicidato… posizione, biglietti scritti con calligrafia sbagliata, segni di colluttazione ignorati. Cioè, voi immaginate che schifo, che disastro una situazione del genere perché i cittadini avrebbero dovuto essere garantiti da almeno tre strati di controllo:

  1. dallo strato della politica. Diciamo pure che il PD poteva essere corrotto e motore primo di tutta l’operazione, ma anche l’opposizione avrebbe dovuto fare il suo mestiere. Cioè, oggi in Toscana, dove facciamo le pulci anche ai centimetri, non avrebbe mai potuto succedere una cosa del genere. Invece lì l’opposizione era rappresentata da chi? Da Forza Italia di Verdini. Quindi immaginatevi che meraviglia! Lì l’opposizione, che doveva per prima garantire i cittadini, non ha visto niente.
  2. dalla vigilanza di Banca d’Italia – pagata per far quello – che era parte in causa.
  3. dalla magistratura – direttamente adita dai cittadini, perché sono andati a portare una denuncia indiretta – che non ha guardato.

Ora, in tutto questo contesto di mancanze da parte dello Stato: vi sembra giusto far pagare ai cittadini? Eh no! Quello che dovrebbe pagare per tutti è l’istituto di emissione: Banca d’Italia, la Banca Centrale Europea. Anche tutti i responsabili di questa storia dovrebbero subire un giusto processo. Invece no. L’Europa ha ben pensato di far partire delle “belle” regole, approvate “giulivamente” da tutti perché, alla fine, tranne la Lega a Bruxelles e in Parlamento – una volta che si è arrivati a ratifica – Lega e Movimento 5 Stelle, tutti hanno votato per le regole del “bail in“, che significa: “Fotti i risparmiatori!”. C’è un problema della banca, non è controllato, c’è un buco“. “Che problema c’è? Fai conto pari fottendo i risparmiatori”, come vi ho raccontato nel messaggio dell’anno scorso .

Ecco! Adesso – dopo che hanno fatto la prova generale con l’Etruria – si sono un po’ resi conto che non è poi così semplice prendere e fottere il risparmiatore. Perché ogni tanto qualcuno si suicida, perché ogni tanto qualcuno si arrabbia. Ed è sempre poco, rispetto a quello che dovrebbe succedere. Ed ecco che stanno partendo con la grande idea della nazionalizzazione. Dopo che hanno tenuto nascosta questa roba per un sacco di tempo… ma anche i sassi oramai sapevano che quella banca lì non poteva stare in piedi! Renzi ha agito direttamente: ha fatto una telefonata e ha fatto sostituire il Direttore generale, chiamando al suo posto quello che era gradito alla banca JP Morgan, che voleva 450 mln di commissione per non fare nulla. Perché non prendeva nessun tipo di garanzia, nessun tipo di prestito. Poi dopo, al momento buono, quando c’è stato da finalizzare questa operazione… perché io non capisco chi poteva essere così “gonzo” da lasciargli convertire volontariamente le proprie obbligazioni in azioni (eppure più di 2 miliardi hanno raccolto con questo sistema), perché se io ho un’obbligazione, significa che io devo ricevere dei soldi, è come se io avessi prestato dei soldi alla banca, mentre se io le cambio in azioni – queste mie obbligazioni – ecco che a quel punto non devo più ricevere niente: divento un socio della banca e quindi spariscono questi debiti dal conto della banca. Ecco: son riusciti a raccogliere 2 miliardi, chissà cosa gli ha raccontato ai poveri sottoscrittori. Ma li hanno ingannati perché poi – subito dopo – hanno dovuto riaprire i termini della conversione e già il prospetto includeva delle altre cose che non erano scritte e soprattutto, adesso, una volta che – nonostante tutto – avevano trovato i 2 miliardi e che tutti si sono sfilati e deve intervenire lo Stato, a un certo punto scopriamo incredibilmente – cosa di ieri – che invece di 5, di miliardi ce ne vogliono ce ne vogliono 8! Ma, scusate: mi state prendendo in giro o che cosa? Tu Banca Centrale Europea, fino a ieri invitavi la gente – approvando quindi tutti i vari prospetti – ad aderire a una operazione dove si diceva che con 5 miliardi si sistemava la banca. Passano pochi giorni e tu stessa BCE dici che invece ce ne vogliono 8?! Ma stiamo parlando di miliardi! Tremila milioni in più! E voi capite che qua non c’è film, non c’è film! Perché adesso vedrete cosa succede con il sistema attuale del “salvataggio statale”. “Salvataggio statale” significa che sì, lo Stato ci mette dentro i soldi, ma quelli che verranno azzerati saranno – come al solito, in misura maggiore – gli obbligazionisti! Perché gli obbligazionisti subordinati, che sì saranno anche subordinati, ma da nessuna parte nel loro contratto, quando hanno sottoscritto queste obbligazioni, si diceva che la banca sarebbe andata avanti – statalizzata o meno – e gli unici a essere ingannati sarebbero stati loro! Si diceva che assumevano degli altri tipi di rischi, che anche quelli non venivano detti ai sottoscrittori. Però erano degli altri tipi di rischi che erano per esempio quelli di non incassare le cedole. Si diceva che se per caso la banca avesse avuto delle forti perdite, si poteva anche non ricevere le cedole. Questo era il rischio che ti sobbarcavi tu come obbligazionista subordinato. Soprattutto. Perché l’altra ipotesi, vale a dire quella di venir pagato dopo rispetto agli altri creditori in caso di liquidazione della banca, non veniva apprezzata perché tanto in ogni caso , se si fosse andati alla liquidazione della banca, non ce n’era per i subordinati, non ce n’era per gli ordinari, non ce n’era neanche per niente perché significa… e neanche per i correntisti. Per cui quel tipo di subordinazione non era mai stato apprezzato dagli addetti ai lavori. E se non era apprezzato dagli addetti ai lavori, figurarsi cosa poteva essere apprezzato dai privati! Fatto sta che il meccanismo adesso è questo: loro daranno in cambio delle azioni della banca – valutate agli ultimi 30 giorni – a tutti gli obbligazionisti. Gli obbligazionisti avranno quindi in mano una massa enorme di azioni che – speranzosi – vorranno incassare. Quindi ti dicono che ti danno un contro-valore in azioni valutando le azioni 20. Ecco: quando si andrà a vendere, ci ritroviamo qua e vedremo cosa sarà il valore di quelle azioni. Non sarà 20, non sarà 18, non sarà 17. Sarà… non so che cosa. Ma immaginate una massa enorme di persone che vuol portare a casa il proprio denaro e dall’altra parte nessuno che compra.

Trascrizione a cura di Maria Grande

 

integrazione: questa è la lista dei bonifici per l’operazione Antonveneta cui si fa riferimento nel video:

L’operazione Antonveneta costò poco più di 9 miliardi corrisposti direttamente ad Abn Amro, ma che il Monte si accollò anche il passivo che la stessa Antonveneta presentava al momento della vendita. Mps dovette infatti sostituire le linee di finanziamento (credit facility) che Abn aveva accordato ad Antonveneta per un importo complessivo di 7,5 miliardi. Il totale raggiunse l’iperbolica cifra di 17 miliardi 7milioni 760mila 687 euro e 52 centesimi (17.007.760.687,52 euro).

Il Monte effettuò otto bonifici, così ripartiti:

1) 9.267.652.631,96 di euro a favore di Abn Amro Bank Amsterdam (30/5/2008);
2) 2.500.000.000 di euro a favore di Banco Santander Madrid (30/5/2008);
3) 1.500.000.000 di euro a favore di Banco Santander Madrid (31/3/2009);
4) 67.392.291,67 di euro a favore di Banco Santander Madrid (31/3/2009);
5) 1.000.000.000 di euro a favore di Banco Santander Madrid (30/4/2009);
6) 49.347.361,11 di euro a favore di Banco Santander Madrid (30/4/2009);
7) 2.500.000.000 di euro a favore di Abbey National Treasury Service Plc Londra (30/4/2009);
8) 123.368.402,78 di euro a favore di Abbey National Treasury Service Plc Londra (30/4/2009).

L’ULTIMA RAZZIA: IL SACCO DEGLI NPL – Valerio Malvezzi

byoblu.com 3 mesi fa

Attraverso le nuove indicazioni per le banche sugli NPL, i Non Performing Loans, ovvero i crediti deteriorati (prestiti non ripagati), la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea stanno nei fatti autorizzando un nuovo esproprio delle ricchezze del nostro Paese, mettendo i fondi speculativi internazionali nelle condizioni di acquistare dalle banche italiane, a un tozzo di pane, i crediti garantiti da collaterali. Ad esempio i palazzi.

Si tratta di una ennesima forma di privatizzazione mascherata, attraverso la quale si concede alla finanza sovranazionale di entrare in possesso dei nostri beni a un prezzo ridicolo. Una regolamentazione che il Parlamento italiano dovrà guardarsi bene dal controfirmare.  Nello studio di Byoblu, a raccontarlo, torna Valerio Malvezzi, cofondatore di WinTheBank.com e docente di comunicazione finanziaria all’Università di Pavia.

COME UNA BANCA TI DISTRUGGE CON L’ANATOCISMO – Tiziana Teodosio

byoblu.com due mesi fa

 

Tiziana Teodosio, avvocato esperto nella difesa dei consumatori dagli abusi delle banche, spiega su Byoblu nel dettaglio come le banche creano  in modo illecito debito privato inesistente attraverso un meccanismo simile all’usura, noto con il nome di Anatocismo, che crea somme di denaro aggiuntive ed incalcolabili, sfruttando le ricapitalizzazioni.
Da Roma, per Byoblu, servizio di Eugenio Miccoli

ORGOGLIO POPULISTA – ControRassegna Blu #13

byoblu.com  5 giugno 2018

Ecco la nuova edizione della Controrassegna Blu, la rassegna stampa di Byoblu: le notizie che i radar dell’informazione mainstream non rilevano. Solo su Byoblu.

Le prime reazioni alla presentazione del governo Conte al Senato? Molte prevedibili, alcune sorprendenti. Nel discorso più lungo della storia della Repubblica, qualcuno nota l’assenza di riferimenti alla scuola (anche se si è parlato di ricerca) e alle infrastrutture (anche se si è parlato di appalti); e mentre Carlo Freccero, in studio a La7, mormora “è la prima volta che succede…”, dall’opposizione si bolla il discorso come noioso e banale, per Brunetta persino preoccupante. Renzi invece, forse per far dispetto a Martina, in aula lancia l’applauso sul punto della fedeltà alla Nato, per poi decretare che “Conte piacerà agli italiani”. Durante le dichiarazioni successive, un brivido di inquietudine percorre gli scranni del Senato, quando il senatore Monti, tetro, vaticina: “Non è escluso che l’Italia in futuro possa subire l’umiliazione della troika”. E poi dicono che quelli filo-russi sono gli altri! Alberto Bagnai ricorda che “ci vorranno comunque sedici anni per tornare ai livelli pre-crisi”. Nicola Morra soddisfatto nota che nella comunicazione di Governo siamo passati dai Jalisse ai grandi della letteratura russa. Ed è un passo avanti. Poi c’è Oscar Farinetti, patron di Eataly che, con una giravolta degna di un acrobata, sentenzia: “Ora tifo per questo governo, Renzi ha sicuramente sbagliato qualcosa!” Chissà… forse si riferisce agli opachi appalti per l’Expo? Ma il vero Oscar (non Farinetti) va ad Emma Bonino, decisamente “attapirata”, che tuona: “È il più grave attacco nella storia della nostra Repubblica alla democrazia rappresentativa, alla Costituzione, all’ordinamento liberale”. D’altronde, non per niente si scrive Bonino ma si legge… George Soros. E perfino Quagliariello in aula, emissario di Berlusconi, dice che, piuttosto che fare opposizione e trovarsi così dalla parte di Soros, preferisce votare la fiducia.

Giuseppe Conte ha appena presentato il programma del nuovo governoa al Senato: che impressione ha fatto?  Lo abbiamo chiesto ad alcune persone che conoscete bene. Sentiamo…

Diego Fusaro

Conte ha rivendicato l’etichetta, sprezzantemente impiegata dai signori del mondialismo e dai padroni del discorso cosmopolita, l’etichetta di populista: essere populistici, ci suggerisce Conte, in ciò rappresentando gli interessi del servo precarizzato significa difendere l’interesse nazionale popolare legato al mondo della vita più immediata: salari, diritti sociali, tutele basiche, tutto ciò che i signori del mondialismo, il Governo precedente che li rappresentava hanno completamente trascurato a beneficio degli interessi contrari a quelli del popolo e connessi, invece alle attività finanziarie legate al “Più Europa”, al “Più globalizzazione”, al “Più libero mercato deregolamentato”. Le parole di Conte sono di buon auspicio. Ci segnalano che, in qualche modo, il cosiddetto “Governo del cambiamento” – almeno nelle parole – qualcosa sta cambiando. La rotta è stata variata: si sta producendo quella che i velisti chiamano la “strambata”, ossia la brusca virata con cui s’inverte la direzione di marcia.

Alessandro Gilioli

Cinque anni fa il suo discorso al Senato Renzi aveva citato soltanto Gigliola Cinquetti, mi pare. Questo ha citato Dostoevskij o Ulrick Beck come se niente fosse, ma almeno in questo non si può negare che l’abbia stracciato. Per il resto mi sembra che – prima di tutto – sia un avvocato (e questo già lo sapevamo), però un avvocato proprio nel senso che misura le parole, che sa fare un po’ slalom fra assertività e prudenza, che non è arrogante, ma nello stesso tempo non è timido. Non ha dato tempistiche e non ha nemmeno detto dove andrà a prendere i soldi, dove… come arriveranno le famose coperture. Ma da qualche parte i soldi li deve prendere. Sui migranti è stato anche abbastanza sfumato. Non ha parlato di deportazioni di 500.000 clandestini (come diceva Salvini). E poi bisognerà vedere se ci sarà un’opposizione perché al momento non sembra proprio pervenuta. E questo forse è un po’ un problema di democrazia. Dove c’è un Governo è bene che ci sia anche un’opposizione.

Enzo Pennetta

La vera fiducia – a mio parere – è la conquista dal punto di vista personale. Nessuno conosceva ancora Giuseppe Conte come persona, come politico che si propone davanti a dei soggetti, degli interlocutori. Lo fa mostrando capacità e autorevolezza e nessuna soggezione per la situazione e per il nuovo tipo di ruolo. E poi la rivoluzione. C’è una rivoluzione copernicana. Quello che succede è che al centro della politica non c’è più il Dio mercato (e questa è veramente la grande rivoluzione): c’è la persona, ci sono i cittadini, si torna a parlare un discorso che sembrava ormai tramontato per sempre.

Sebastiano Caputo

Giuseppe Conte si è dimostrato tutt’altro che quel “pupazzo” – come lo avevano detto in molti giornali – in mano a Luigi Di Maio e a Matteo Salvini, ma si è dimostrato un uomo estremamente coraggioso che non ha paura delle reazioni dei suoi detrattori, ma anche anche di chi lo ha portato alla Presidenza del Consiglio. Giuseppe Conte è il volto presentabile di questa ideologia populista ed è colui che dovrà – nei prossimi mesi – tenere salda l’alleanza di governo tra Movimento 5 Stelle e Lega, visto l’atteggiamento mediatico di questi giorni, ma sicuramente dei mesi a venire perché si farà di tutto per metterli gli uni contro gli altri.

Pietro Salvatori

Se volessimo dare un titolo al discorso di Conte lo potremmo intitolare “Il portavoce”. Nel senso che Conte non ha fatto altro per 72 lunghissimi minuti di discorso di fare un po’ la parafrasi di quello che è il contratto di governo tra Lega e Movimento 5 Stelle creando pochissimi momenti di empatia con la stessa maggioranza di Governo. Un’immagine di lui tra Di Maio e Salvini: questo strano triunvirato di Governo del quale – appunto – per il momento lui si fa portatore di quel che è stato scritto da altri.

Tiziana Alterio

Forse sono maturi i tempi perché la politica ritorni a mettere al centro delle scelte l’uomo, non sia più succube e, in certi casi, complice dei diktat di Bruxelles o della grande finanza, delle banche o delle grandi multinazionali.

Giulietto Chiesa

Giuseppe Conte è entrato dignitosamente nel ruolo di primo Premier della Terza Repubblica. Ha detto: «Populisti e anti-sistema ci avete avete chiamato? Sì, certo! Lo siamo! Lo rivendichiamo se questo significa andare dietro e incontro alla domanda del popolo». È stato l’applauso più lungo dei 40 circa di cui la maggioranza lo ha gratificato e incoraggiato. Ma anche sulla questione della immigrazione: Conte è stato molto esplicito e chiaro: «Noi non siamo razzisti, ma la politica dell’immigrazione che ci ha preceduto… le politiche sono state tutte fallimentari, sia quella italiana che quella europea. Sull’Europa rispetteremo i vincoli. Sappiamo che questi vincoli sono molto forti» (anche la frase è molto forte), ma ha aggiunto: «Siamo molto fiduciosi sulla nostra nostra forza negoziale. La nostra linea per cambiarli sarà a vantaggio dell’Europa» (visto che l’Europa non ne può fare a meno) e qui ha citato addirittura le parole di Paolo Savona «Per farla più forte e più equa». In politica internazionale il punto, sicuramente, più debole di tutta l’impostazione di questa maggioranza di Governo ha confermato la piena, plateale, esplicita appartenenza all’Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti come alleato privilegiato. E ha aggiunto: «L’apertura verso la Russia senza più sanzioni». Essendo evidente che è difficile dire come riuscirà questo Governo (non lui, ma questo Governo) a tenere la rotta come… difficile come questa con un’Alleanza atlantica in palesi difficoltà, in palesi divisioni e con una tensione mondiale in crescita.

La ricetta di Soros: pagate l’Italia per tenersi i migranti

“E’ andato tutto storto!”, così ha esclamato George Soros qualche giorno fa a Parigi. Elencando tutte le minacce ai progetti a lui più cari, come il Brexit, le iniziative di Trump, il referendum e le elezioni italiane, il miliardario conclude che l’Europa è “in una crisi esistenziale”. A tal punto è stimato, in certi ambienti, l’uomo che distrusse la lira nell’ormai lontano 1992, da invitarlo -a governo appena nominato- al Festival dell’Economia di Trento: tale presenza ha suscitato le ire di molti, inclusa l’Associazione Italia-Israele che lo definisce “uno speculatore privo di scrupoli e moralità”.
Ma George Soros non se ne preoccupa. Con la sua Open Society finanzia molte delle ONG coinvolte nella questione migranti, e quindi si sente in dovere di proporre la sua ricetta. Questa: secondo lui gli italiani avrebbero votato il governo gialloverde a causa del problema immigrazione, e dato che l’Europa rifiuta di redistribuire le quote, sarebbe sufficiente pagare l’Italia per i migranti che arrivano. I soldi dovrebbero insomma ovviare al fastidio provocato dai cittadini italiani, che votano in modo sgradito, incoraggiandoli a tenersi i migranti che spetterebbero a tutta l’Europa. Per finire, Soros si è detto anche molto preoccupato per l’influenza che la Russia di Putin avrebbe sul governo italiano. In tutto ciò, consola la reazione dei trentini all’intervento dell’illustre miliardario: la piazza col maxischermo è rimasta desolatamente vuota.

La Polizia tedesca arriva al Brennero

Dopo gli ultimi avvenimenti, legati anche alle elezioni italiane, la tensione in Europa si taglia ormai col coltello. I giornali riportano che “Austria e Germania rafforzano i controlli ai confini”, per fermare un eventuale afflusso di immigrati dall’Italia verso le loro frontiere ormai da tempo sigillate, ma la realtà è un po’ diversa. Come raccontano invece i giornali tedeschi, si tratta di un vero accordo che prevede che la Polizia tedesca entri in territorio austriaco e si spinga fino al Brennero per collaborare con i colleghi inviati da Vienna. In pratica, al nostro confine nord ci saranno Polizie di entrambi i Paesi, di cui uno non confinante: un vero spiegamento di forze europeo per fermare i flussi. La notizia della Germania che si spinge fino al Brennero, seppure mantenuta sottotraccia, ha destato non poche inquietudini tra i cittadini e sui social.

L’Europa ama l’esotico, e il Cile ha sete

I consumatori italiani sono sempre più sensibili alla provenienza del cibo, malgrado il braccio di ferro con l’Unione Europea che ha tolto dalle etichette gli stabilimenti di produzione. Questo vale in particolare per i prodotti ortofrutticoli: nel Paese più ricco del mondo come varietà di frutta e verdura, non ha davvero senso importare prodotti da tutto il pianeta solo per gustare un frutto esotico o fuori stagione. Non ha senso, e spesso ha conseguenze drammatiche che neppure noi sospettiamo: come quello che sta accadendo in Cile. A causa della passione europea per l’avocado, frutto che certo non prospera alle nostre latitudini, e della sua conveniente coltivazione, ci sono villaggi cileni che combattono contro una ormai cronica carenza d’acqua. Le grandi multinazionali dell’agroindustria stanno infatti illegalmente distruggendo le riserve d’acqua per alimentare i campi, i fiumi sono letteralmente prosciugati e gli abitanti costretti a rifornirsi di acqua con le autobotti. Gli unici che possono aiutarli? Siamo noi: controllando sempre che i prodotti che acquistiamo siano a km zero, o almeno tutti italiani.

Il “lievito madre”, una speranza per la Melegatti

Forse avrete sentito la triste notizia sulla Melegatti. L’azienda italiana che ha inventato il pandoro, nell’ormai lontano 1894, ha definitivamente chiuso i battenti. Stavolta non si è trattato né di crisi né di speculazioni straniere, ma semplicemente di una gestione dissennata che ha portato al fallimento. Inutile è stata anche la mobilitazione nazionale dello scorso Natale, per tentare il salvataggio con l’acquisto collettivo di pandori. Ma in questi giorni una notizia da Verona ha commosso il web: gli ex operai della Melegatti hanno chiesto e ottenuto di poter entrare ogni giorno nello stabilimento per mantenere in vita il lievito madre utilizzato nella produzione del pandoro, un lievito amorevolmente curato fin dalle origini. Un bel gesto di speranza che ha indotto molti cittadini alla mobilitazione: tantissimi si sono attivati sui social, molti chiedendo al nuovo governo di intervenire per quello che è ormai sentito come un retaggio nazionale, altri addirittura per organizzare una raccolta fondi e riaprire l’azienda insieme agli operai. Chissà, forse la lunga storia del pandoro italiano non è finita qui.

GUERRA ALLA GERMANIA – ControRassegna Blu #12

byoblu.com 31 maggio 2018

Ecco la nuova edizione della Controrassegna Blu, la rassegna stampa di Byoblu: le notizie che i radar dell’informazione mainstream non rilevano. Solo su Byoblu.

“Grande è la confusione sotto al cielo, perciò la situazione è favorevole!”, diceva Mao Tse-tung.

E in effetti c’è grande subbuglio nel mondo, per l’annuncio dell’applicazione da parte degli Stati Uniti d’America dei dazi su acciaio e alluminio a partire dalla mezzanotte, anche per l’Europa.
Un settore nel quale l’Italia esporta 40 miliardi all’anno, ma nel quale non siamo i primi esportatori: il primo esportatore è la Germania. E dunque è anche la prima vittima.

Una partita, quella tra Stati Uniti e Germania, che si gioca anche su un terreno inaspettato: l’Italia. Se la crisi del 2011 infatti era stata scatenata dalla vendita inaspettata di 7 miliardi di titoli di stato da parte della Deutsche Bank, che aveva portato così lo spread a imbizzarrirsi e il governo di Mario Monti ad instaurarsi, questa volta sta avvenendo l’opposto.

Lo spread scende quando c’è odore di governo populista e sale quando si tenta di mettere a Palazzo Chigi un fedelissimo delle cancellerie del Centro Europa, come Cottarelli.

E la notizia è che a far lievitare di 87 punti lo spread proprio nell’imminenza di arrivo di Cottarelli, è stata Wall Street. Fondi americani dunque, che hanno effettuato una vendita allo scoperto degna delle grandi occasioni, spingendo Mattarella a tornare sui suoi passi.

La guerra alla Germania passa anche per il sostegno a un governo italiano inviso a Berlino, dunque. Cerchiamo di capire meglio.

CHI HA PAURA DI SAVONA

La situazione politica è talmente mutevole, che eventi di ieri sono già storia antica: Conte? Andato (forse). Sapelli? E chi se ne ricorda! Savona? Beh… Savona fa testo a parte…  E’ vero che Savona fa paura agli eurocrati? Eppure, è pur sempre un membro elitario di grandi think tank come l’Aspen Institute, un istituto di formazione per “giovani” leadership con sede a Washington, nel cui comitato esecutivo egli siede insieme a Romano Prodi, Mario Monti, Gianni Letta, Giuliano Amato, Giulio Tremonti… C’è anche Jean-Paul Fitoussi! Insieme a Giulio Tremonti poi è anche nel comitato scientifico della Fondazione Justus, e poi è nel consiglio scientifico della Fondazione Icsa, è Presidente della Fondazione Ugo La Malfa… Insomma.. non sembra un rivoluzionario! Ciononostante, ci sono due eurocrati ai quali Paolo Savona proprio non va giù: Mario Draghi e Ignazio Visco. Se l’è lasciato scappare persino Matteo Renzi: “Draghi e Visco vedono Savona come il fumo agli occhi”, parole sue! Il capo della BCE, racconta Lettera 43, avrebbe travolto con un turbine di telefonate sia il Quirinale che Berlino, Parigi e Bruxelles, pur di riuscire a fermare la nomina di un antico avversario verso il quale persistono vecchie ruggini. Visco invece, durante l’incontro con il premier incaricato Conte, al posto di Savona avrebbe sponsorizzato il direttore generale di Bankitalia Rossi. Più che di questioni di alta finanza internazionale allora, si tratterebbe di beghe tutte italiane. Invece, l’amministrazione USA con Savona sembra avere un certo feeling: Steve Bannon, consigliere di Trump, in questi giorni in Italia, ha speso per lui parole entusiaste. I giochi di potere dietro alla nomina di Savona, insomma, si infittiscono. E pensare che Giuseppe Conte avrebbe forse potuto giocarsi il jolly. Ce lo spiega Ugo Mattei, nell’intervista di ieri su Byoblu.

Il Presidente incaricato è un potere costituzionale dello Stato, ha ricevuto l’incarico. Nel momento in cui è Presidente incaricato ha le facoltà dei poteri costituzionali. In questo caso avrebbe potuto uscire autonomamente senza il parere di Salvini, senza il parere Di Maio, senza il parere di nessuno, andare di fronte alla Corte Costituzionale e sollevare un bel conflitto di attribuzione. Dire: «Io sono un Presidente incaricato, voglio poter decidere, avere l’ultima parola sul Ministro Savona. Il Presidente della Repubblica dice che quel potere ce l’ha lui: questo è un conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato, c’è un organo demandato ai sensi l’articolo 136 della Costituzione (che è la Corte Costituzionale), la Corte Costituzionale stabilisce il confine tra i due poteri.

Ma quali sono i poteri invisibili che si muovono dietro alla partita dello scontro di potere che dalla guerra dei dazi, passando per la formazione del Governo italiano, in queste ore si sta consumando? Lo abbiamo chiesto a Gioele Magaldi, che di queste cose… se ne intende!

È evidente che è in gioco una guerra vera e propria tra circuiti massonici. La massoneria di cui stiamo parlando è… si tratta di circuiti sovranazionali che hanno basi americane, inglesi, francesi, italiane, russe, cinesi. Cioè, sono dei network sovranazionali. Qualcuno ha detto di recente, ha ricordato di recente che il più grande protagonista, non per caso il nemico numero uno di Paolo Savona e anche di questo Governo – con o senza Paolo Savona -, cioè di un Governo Lega/5 Stelle che vada a ridefinire i rapporti Italia/Europa è Mario Draghi, il quale è affiliato a ben cinque super logge. E sono super logge importanti. Si va da… chiaramente, insomma, dalla “Pan-Europa”, la “Compass Star-Rose “. C’è la “Three Eyes” che chiaramente è stata la grande protagonista della svolta neoliberista degli anni ’70, che continua ad avere molta forza. Il veto a Savona è un veto che Mattarella ha incaricato il massone aristocratico Cottarelli, un uomo che possiamo tranquillamente ascrivere alla filiera di Massoni reazionari che da Mario Monti in poi ha cercato di ulteriormente devastare l’economia, la società italiana. E lo ha fatto su istigazione di due vasi – diciamo – ben più pesanti di un vaso di coccio e cioè i massoni Ignazio Visco e Mario Draghi che odiano profondamente, per ragioni molteplici, Paolo Savona. Viceversa i massoni progressisti guardano con grande favore a un Governo con queste intenzioni. E cioè le intenzioni di andare a negoziare, finalmente, in “un’Europa più forte e più equa” – come ha detto Paolo Savona -. Visco pure appartiene a una super loggia. Il riferimento di Visco è la “Edmund Burke”. Questa ripresa di forza della massoneria progressista è imperniata su una super loggia di cui ho fatto parte anch’io (poi andando per una mia strada e rimanendo poi in buoni contatti), che è la “Thomas Paine” (la più importante, la più antica delle Ur-Lodges progressiste). E poi c’è un’altra importante Ur-Lodge progressista “Dimat”, molto vicina al mondo cattolico, che è la “Joannes”. C’è un mondo massonico cattolico, in questo momento, che è saldamente… Progressista. Progressista! Questi massoni progressisti avevano e hanno intatte delle leve importanti che era ora che fossero utilizzate. Sono utilizzate: la guerra è in corso e adesso ci divertiremo! Vorrei suggerire al cittadino medio che deve percepire i massoni progressisti come i migliori alleati che ha a disposizione in questo contesto storico per poter riuscire a scardinare questa cattiva globalizzazione e questa cattiva governance dell’Europa che, effettivamente, ha arrecato all’Italia dei danni economici e sociali gravissimi. Rendere l’Europa un luogo in cui la democrazia e l’interesse popolare siano sovrani. Dove non siano tecnocrati, per conto di gruppi sovranazionali neo-aristocratici a dettare legge. Quando la gente se la prende coi massoni, sappia che i massoni con cui se la deve prendere sono quelli contro-iniziati, cioè che sono andati contro i princìpi della massoneria. Peraltro in Italia, anche le logge – come dire – ordinarie, non quelle dei circuiti sovranazionali giurano… tra i giuramenti iniziatici c’è da giurare sulla Costituzione italiana, di rispettarne lo spirito e la lettera. Quindi, se c’è qualcosa – come dire – di chiaro è che nessun massone, se si attiene ai princìpi massonici e ai suoi giuramenti può venir meno alla Costituzione e alle leggi che ad essa si ispirino.

BREXIT? REFERENDUM DA RIFARE: PAROLA, E SOLDI, DI SOROS

In questi giorni gli italiani hanno amaramente imparato, a proprie spese, come la democrazia e la volontà popolare finiscano spesso in subordine rispetto ai desideri di chi conta davvero. Ma lo sconforto che abbiamo provato noi, nel vedere disprezzate le nostre scelte elettorali ad opera di un dignitario straniero, non è purtroppo un caso isolato. C’è, insomma, chi sta peggio: gli inglesi ad esempio, che hanno votato “sbagliato” optando per la Brexit, e quindi ora c’è chi pretende di farli votare di nuovo finché non azzeccano il voto “giusto”. E questo qualcuno è nientemeno che George Soros, ovvero il miliardario specializzato nell’usare le proprie sostanziose fortune per influenzare le opinioni pubbliche recalcitranti in giro per il mondo. Soros ha appena finanziato Best For Britain, un’organizzazione che non si rassegna alla volontà popolare e si prefigge appunto di ripetere il referendum Brexit sperando in un risultato diverso.
Del resto, Peter Sutherland (ex Goldman Sachs, British Petroleum e Alto Commissario Onu per l’immigrazione), il giorno dopo del referendum l’aveva detto chiaro e tondo: “In qualche maniera, questo risultato… deve essere ribaltato!” Siamo certi che ciò non accadrà, ma se dovesse succedere, i cittadini inglesi potrebbero sempre rìconfermare la loro decisione forte e chiara. Così anche loro, come il popolare hashtag Twitter, potrebbero dire… “salutace a Soros”!

LIBIA: LA FRANCIA FA L’ASSO PIGLIATUTTO

I giornali ne hanno doverosamente parlato: si è svolto a Parigi l’incontro organizzato dal Presidente Macron con Haftar e Serraj, i leader delle due controparti con cui la Francia cerca di avviare un dialogo per la pace in Libia. Quello che non ci hanno però troppo raccontato, è che all’incontro non erano presenti solo i tre personaggi menzionati, ma anche delegati di altri 20 paesi e ben 4 organizzazioni internazionali. Tra questi, l’Italia non c’era: presente solo la nostra ambasciatrice a Parigi.
Eppure stiamo parlando della Libia, Paese dove l’Italia vantava grandi interessi commerciali e non solo petroliferi. La guerra del 2011, voluta fortemente da Gran Bretagna e Francia, ci ha scippato di tutto lasciandoci alle prese con gli scafisti. Ora, nel momento cruciale in cui si dovranno decidere gli assetti futuri, stiamo lasciando campo libero a Macron: che a parole sarà anche un grande europeista, ma nei fatti tiene ben presenti gli interessi della Francia. D’altronde, non è certo colpa di Macron se i governi italiani, ormai da molti anni, hanno adottato la tecnica tutta francese del laissez faire.

IL PADRONE DEL CIBO DI TUTTI

La nascita del padrone mondiale del cibo si avvicina a grandi passi. Occorrerà il permesso degli antitrust di mezzo mondo, ma d’altronde stiamo parlando della fusione di due gruppi che rappresentano, da sempre, l’emblema delle multinazionali globali: Bayer e Monsanto. Anche il Dipartimento alla Giustizia di Washington, un anno dopo la Commissione Europea, ha approvato pochi giorni fa la fusione da 66 miliardi, che darà vita al colosso mondiale nel settore dell’agrochimica. Quella che nascerà sarà una realtà inquietante, che dominerà il mercato delle sementi, dei pesticidi, della produzione agricola di tutto il mondo. E, diciamolo francamente, Bayer e Monsanto non sono note per il loro approccio sostenibile, rispettoso della biodiversità e del lavoro dei contadini: la Monsanto è stata addirittura accusata di “ecocidio” e crimini contro l’umanità. Non appena otterrà il via libera dagli antitrust rimanenti, Canada e Messico, la multinazionale che nascerà avrà in mano il monopolio completo e globale del cibo di sette miliardi di persone.

CAR SHARING: ARRIVA LA GENERAZIONE SENZA AUTOMOBILE

Un’auto su quattro è a noleggio: il numero è sorprendente, e rivela come nel car sharing il futuro sia ormai arrivato. Il dato è di un centro studi di Confindustria, che ha analizzato noleggio veicoli a lungo termine, rent-a-car, car sharing, e ha scoperto che sulle nostre strade ne circolano oltre un milione, con un trend di immatricolazioni annuale al 22%. Perché questa è una buona notizia? Perché l’uso a noleggio, e meglio ancora quello condiviso dell’automobile, è sostenibile: l’auto in car sharing elimina dalle strade circa 10 vetture private, e la città guadagna spazio da destinare alla mobilità pedonale, alle biciclette oppure al verde. Oltre ad abbattere il consumo delle materie prime necessarie alla costruzione di un mezzo privato, che per la maggior parte del tempo se ne resterà fermo in un parcheggio. L’auto si avvia a non essere più uno status symbol: per i nativi digitali i beni irrinunciabili sono altri, sono quelli che servono per restare sempre connessi. Ci avviamo a vedere l’avvento di una generazione mobile… ma senza automobile.

I documenti UK che fanno gelare il sangue: da Enrico Mattei ad Aldo Moro

 

by Byoblu

Ho intervistato Giovanni Fasanella, giornalista che da anni scava in quella storia italiana che nessuno vi racconta, autore di oltre 21 libri. Insieme a Mario José Cereghino ha scritto “Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra“.

Sono cose che dobbiamo sapere.

Quando si pensa alle ingerenze dall’estero nei confronti del nostro Paese si pensa sempre agli Stati Uniti d’America. 

Basta aprire una cartina geografica e vedere dov’è l’Inghilterra, un’isola del Nord Europa, dove sono stati per molti decenni – a ancora oggi – i suoi interessi economici, strategici, militari. In Nord Africa, nel Medio Oriente e in Estremo Oriente. E cosa c’è tra la Gran Bretagna e i suoi interessi? C’è il Mediterraneo e, al centro del Mediterraneo, l’Italia. Quindi già dai tempi del Risorgimento, l’Italia per la Gran Bretagna era una postazione di fondamentale importanza, attraverso la quale poteva controllare i suoi domini e le sue rotte marittime.

Che cosa succede dalla seconda guerra mondiale in poi?

L’Italia perde la guerra e, tra Gran Bretagna e Stati Uniti, c’è una visione molto conflittuale sul problema Italia: per gli Stati Uniti noi eravamo un paese cobelligerante, cioè che si era autoliberato dal nazifascismo combattendo al fianco degli alleati. Per la Gran Bretagna invece noi eravamo un paese sconfitto tout-court. Punto e basta. Quindi un paese soggetto ai vincoli, imposti attraverso trattati internazionali, dalle potenze vincitrici alle nazioni sconfitte. Questo ha determinato il corso degli eventi della storia successiva, praticamente fino ai giorni nostri. Al tavolo della pace, quando le grandi potenze vincitrici cominciarono a spartirsi il mondo in aree di influenza, all’interno del campo atlantico la Gran Bretagna pretese e ottenne, dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, una sorta di diritto di supervisione sull’Italia. Quindi l’Italia, dalla seconda guerra mondiale in poi, è paese che appartiene all’area di influenza britannica.

Questa influenza come si è esplicata?

C’è una differenza importante tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Gli Stati Uniti hanno combattuto anche in Italia una guerra contro il comunismo. La Gran Bretagna non ha combattuto solo quella, ma anche una guerra contro l’Italia, in modo particolare contro quella parte della classe dirigente italiana del secondo dopoguerra – penso ai De Gasperi, ai Mattei, ai Fanfani, ai Vanoni fino agli Aldo Moro – sovranista, cioè che pur nel contesto di un’alleanza internazionale, l’alleanza atlantica, si muoveva con una propria visione sulla base di un proprio interesse nazionale. Era l’Italia del dopoguerra, uscita a pezzi, che però voleva crescere, riprendersi, ricostruire le proprie istituzioni, il proprio sistema economico e per poterlo fare aveva bisogno di quella materia prima che è il sangue, l’ossigeno per ogni sistema, e cioè il petrolio, l’energia. Questo è stato all’origine di un conflitto con la Gran Bretagna che dura ancora oggi.

Facciamo dei nomi: Enrico Mattei…

La Gran Bretagna, che ha esercitato un controllo pressoché assoluto sul nostro sistema di informazione, ha usato la stampa, i giornali, gli opinion leader, gli intellettuali per orientare l’opinione pubblica e tentare di condizionare le scelte politiche dei partiti e dei governi. Una di queste grandi scelte su cui la Gran Bretagna ha tentato di condizionarci è stata la politica mediterranea, la politica energetica, petrolifera dell’Italia. De Gasperi, Presidente del Consiglio nel 1953, aveva il mandato britannico di sciogliere l’AGIP. Mattei, nel 1953, era stato messo alla presidenza dell’Agip per scioglierla. E invece di sciogliere l’AGIP lui fondò l’ENI, grazie anche a un decreto di De Gasperi. E dopo aver fondato l’ENI, Mattei cominciò ad attuare una propria politica. Non era accettata l’Italia di Mattei, dell’ENI, al tavolo delle grandi compagnie internazionali, in modo particolare di quelle britanniche, con pari dignità. Era ammessa a sedersi, tutt’al più, su uno strapuntino, ma Mattei e l’Italia di quegli anni non volevano assolutamente dipendere dal punto di vista energetico dalla Gran Bretagna. Per cui cercarono autonomamente le fonti di approvvigionamento, offrendo ai paesi produttori di petrolio, che erano quasi tutti controllati dalle compagnie britanniche, condizioni più favorevoli. C’era la famosa regola del fifty-fifty: 50% ai produttori, 50% alle compagnie petrolifere straniere. Questa era una regola imposta dalle sette sorelle. Mattei cambiò le regole dello scambio, proponendo il 25% alle compagnie e il 75% ai produttori: i paesi produttori trovarono più conveniente fare affari con l’Italia che non con la Gran Bretagna. Questo disturbò parecchio gli inglesi.

La rivelazione di questo libro è l’esistenza di una vera e propria macchina della propaganda occulta britannica. E questa macchina venne scagliata contro De Gasperi e contro il suo erede politico Attilio Piccioni, attraverso la macchina del fango. De Gasperi venne coinvolto in uno scandalo, il famoso scandalo Guareschi – De Gasperi delle lettere che poi risultarono false, fabbricate dalla propaganda occulta inglese, e Piccioni venne coinvolto in un altro scandalo, quello famosissimo di Wilma Montesi, la ragazza trovata morta su una spiaggia di Tor Vaianica. Il figlio, Piero Piccioni, venne coinvolto in quello scandalo e il padre, Ministro degli Esteri, sodale di De Gasperi e protettore di Enrico Mattei, venne travolto da quell’ondata di fango. E poi lo scandalo si rivelò infondato, perché le responsabilità del figlio di Piccioni non erano quelle che la campagna ispirata dalla macchina occulta britannica gli aveva attribuito, tant’è che Piero Piccioni qualche anno dopo fu prosciolto, risultò innocente. Questo è solo un esempio di come la Gran Bretagna è intervenuta pesantemente nelle nostre vicende interne, e adesso ho citato due episodi che sono collegati alla guerra specifica energetico-petrolifera.

L’Iran di Mohammad Mosaddegh, primo ministro iraniano, aveva nazionalizzato il petrolio britannico. La Gran Bretagna reagì imponendo l’embargo e l’Italia dell’ENI e di De Gasperi violarono quell’embargo. Winston Churchill, allora premier britannico – nel libro ci sono dei documenti desecretati inglesi – ordinò ai suoi apparati di dare una lezione agli italiani, perché avevano osato violare l’embargo imposto dagli inglesi contro l’Iran.

E quindi, la morte di Mattei?

Sono emersi nuovi documenti sulla guerra scatenata dalla macchina della propaganda occulta contro Enrico Mattei. Mattei, attraverso la sua politica, emarginò progressivamente le compagnie che curavano gli interessi britannici, in aree che gli inglesi consideravano, per importanza – sto citando testualmente un documento -, seconde soltanto alla Gran Bretagna stessa. Aree come la Libia, come l’Egitto, come l’Iran, come l’Iraq che per gli inglesi erano di vitale importanza. Mattei andò a ficcare il naso, con la sua politica, in queste zone, disturbando, anzi emarginando addirittura nel corso degli anni la presenza britannica. In questi documenti Mattei venne definito dagli inglesi – cito testualmente – “un pericolo mortale per gli interessi britannici nel mondo”. E c’è un altro documento che fa venire la pelle d’oca. E’ del 1962. Gli inglesi dicono: “[Mattei] è una verruca, è un’escrescenza da rimuovere in ogni modo. Abbiamo tentato di fermarlo in tutti i modi e non ci siamo riusciti: forse è giunto il momento di passare la pratica alla nostra intelligence“. Sei mesi dopo Enrico Mattei morì in un incidente aereo che oggi sappiamo con certezza, anche sul piano giudiziario, essere stato causato da un atto di sabotaggio.

E Aldo Moro?

La vicenda di Aldo Moro si colloca esattamente nello stesso contesto della vicenda di Enrico Mattei. Aldo Moro è stato l’erede della politica mediterranea di Enrico Mattei. Tra il 1969 e il 1975, Aldo Moro è stato l’ispiratore della politica estera italiana. Era Ministro degli Esteri in diversi Governi, e riuscì a mettere a segno ulteriori colpi contro gli interessi inglesi. Certo, non è che gli italiani scherzassero, a loro volta. In Libia nel 1969, con Moro ministro degli esteri, ci fu un colpo di stato che rovesciò la monarchia filo britannica e portò al potere il colonnello Muammar Gaddafi, addestrato nelle accademie militari italiane. E’ vero che Gheddafi cacciò via gli italiani, ma subito dopo nazionalizzò il petrolio che era controllato dalle compagnie britanniche, espulse dalla Libia le basi militari britanniche e iniziò un rapporto privilegiato con gli italiani, grazie al quale l’Italia conobbe un periodo di grande benessere economico.

E poi, negli anni successivi, ci furono altri colpi messi a segno, come in Iraq, dove il regime nazionalista aveva espropriato, nazionalizzato il petrolio controllato dalle compagnie britanniche e l’ENI era riuscita a penetrare anche lì, grazie ovviamente ai successori della politica energetica di Mattei, ma soprattutto grazie alla politica estera di Aldo Moro. 

Leggi “Colonia Italia”

Tra i documenti di “Colonia Italia“, ce n’è uno che veramente fa venire i brividi, riportato con tutti i suoi riferimenti archivistici, per cui chiunque voglia andare a controllare può farlo.. Nel gennaio del 1969 il responsabile della macchina della propaganda occulta a Roma dice: “Attraverso la macchina della propaganda occulta non abbiamo ottenuto grandi risultati contro questa classe dirigente italiana“. Quindi invita il suo Governo: “Dobbiamo adottare altri metodi“. Quali metodi? Questa parte del documento è oscurata ancora oggi. E’ ancora oggi coperta dal segreto. Io chiedo continuamente agli opinionisti, ai direttori dei giornali, alla stampa: “Ma perché non chiedete al Governo britannico la desecretazione di quella parte del documento in cui sono spiegati gli altri metodi da utilizzare contro l’Italia a partire dal 1969?”. Nel 1969 ci fu la strage di piazza Fontana e iniziò una stagione di sangue, lo stragismo, il terrorismo, che toccò il suo punto più alto con il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro. E anche qui c’è da dire qualcosa a proposito dell’intervento britannico.

Nel 1976 – questo è provato, perché lo dicono gli stessi documenti inglesi desecretati e conservati nell’archivio di Stato di Kew Gardens, a disposizione di tutti – ci fu un tentativo di colpo di stato organizzato o progettato dagli inglesi nei primi sei mesi del 1976 per bloccare la politica di Aldo Moro. Quel progetto venne sottoposto all’attenzione degli alleati francesi, tedeschi e americani. I francesi aderirono immediatamente, perché l’Italia era un concorrente temibile anche per i francesi, non solo per gli inglesi, mentre americani e tedeschi si mostrarono mostro più scettici, e dissero agli inglesi: “Ma voi siete pazzi! Un colpo di stato in Italia, a parte i contraccolpi negativi nell’opinione pubblica per l’alleanza atlantica, ma poi c’è una sinistra forte, c’è una organizzazione sindacale molto radicata, cioè ci sarebbe una reazione e quindi un bagno di sangue!“. Gli inglesi allora misero da parte il progetto di un colpo di stato vero e proprio, classico. Però c’è un altro documento, pubblicato nel libro. Scrivono: “Visto che non è possibile attuare un colpo di stato militare classico, per l’opposizione di Germania, e Stati Uniti d’America, passiamo al piano B“. Qual era questo piano B? Purtroppo anche in questo caso, come nel documento che ho citato prima, c’è soltanto il titolo. E il titolo è agghiacciante. Testualmente: “Appoggio a una diversa azione sovversiva per bloccare Aldo Moro“. Quale poteva essere questa azione sovversiva, naturalmente io non lo so, perché anche questa parte del documento è ancora oggi secretata, protetta dal segreto. A suo tempo venne oscurata persino agli americani e ai tedeschi. E anche in questo caso non mi trattengo dal chiedere agli opinionisti italiani, alla stampa italiana: “Siamo in un paese in cui rivendichiamo tutti i giorni verità e giustizia, beh: quando ci troviamo di fronte a documenti di questo tipo, ma che ci vuole a chiedere agli inglesi di desecretare anche questo documento per capire quale poteva essere la diversa azione sovversiva contro Moro?“. Magari non c’entra nulla con il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, le cui responsabilità  ovviamente ricadono sulle brigate rosse italiane. Magari, attraverso la desecretazione di quel documento, scopriamo che la diversa azione sovversiva con cui gli inglesi volevano bloccare Aldo Moro era una scampagnata soltanto una scampagnata della regina Elisabetta in Italia.

Ci sono due documenti drammatici, che segnano due fasi drammatiche della nostra storia: Piazza Fontana e l’assassinio di Aldo Moro. Entrambi questi documenti sono incompleti. Sono ancora oggi secretati. E visto che la Gran Bretagna è un paese nostro amico, addirittura nostro alleato, sarebbe utile per noi sapere se questo paese amico ha avuto un qualche ruolo, oppure no, nella strage di Piazza Fontana e nell’assassinio di Aldo Moro.

La manipolazione dell’opinione pubblica italiana da parte della Gran Bretagna è ancora in essere, oppure nel tempo si è attenutato?

Allo stato delle nostre ricerche, che ovviamente continuano – non posso fare riferimenti precisi, per il momento, a documenti sui quali stiamo ancora lavorando -, sulla base di quello che abbiamo letto e pubblicato finora, ho ragione di ritenere che oggi il controllo britannico sul nostro Paese sia ancora più forte di prima.

Il resto della trascrizione verrà messo a disposizione successivamente. Se volete, intanto, guardate l’intervista cliccando sul video di seguito:

via Byoblu

Boeri : “Non solo vitalizi, gli onorevoli hanno un altro privilegio a carico della collettività ”

politicamentescorretto.it 6 giugno 2018

Il presidente dell’Inps Boeri spiega il meccanismo degli oneri figurativi (a carico della collettività): “Ho scritto a Fico ma non ho ricevuto risposta”.

“In aggiunta ai vitalizi c’è un altro tipo di privilegio: gli oneri figurativi. Se un parlamentare era prima un lavoratore dipendente, durante il mandato” alla Camera o al Senato “l’Inps gli deve versare i contributi datoriali: si tratta di circa il 24% della loro retribuzione, che in alcuni casi l’Inps ha versato per 20 o 30 anni”. A rivelarlo è il presidente dell’Inps, Tito Boeri, a Mezz’ora in più su Rai3. Boeri ha spiegato di aver scritto una lettera all’ufficio di presidenza della Camera (la struttura operativa del presidente Fico ndr) per sollecitare un intervento, ma di non aver ricevuto al momento “alcuna risposta”.

Dura critica anche al sistema dei vitalizi. “I vitalizi – ha detto Boeri – erano uno schema insostenibile fin dall’inizio: si è partito già da subito in disavanzo. Nel 2016 io ero stato chiamato in audizione parlamentare e ho fornito i dati in nostro possesso, sollecitandone altri, ma trovo scandaloso che la Camera non ci abbia dato questi dati. Anche sulle valutazioni che ci sono state richieste, come sul ddl Richetti, non abbiamo avuto i dati sui contributi versati dai parlamentari: avrebbero dovuto darci la possibilità di fare analisi più dettagliate”.

Boeri ha ricordato che secondo un calcolo dell’Inps, uniformando le pensioni dei parlamentari a quelle degli altri cittadini, si sarebbero ottenuti risparmi “importanti”, pari a 150 milioni all’anno. “Adesso – ha aggiunto Boeri – vedo che con questa nuova legislatura c’è un impegno nuovo: mi auguro sia vero. Il primo segnale serio sarebbe quello di darci le informazioni per rifare un calcolo serio”.

Boeri è intervenuto anche sul tema del reddito di cittadinanza, proposto dai 5 Stelle e ritenuto uno degli elementi che hanno decretato il successo dei pentastellati al Sud. La proposta “costa fino a 38 miliardi, se vogliamo essere più ottimisti 35 miliardi, si estenderebbe ad una platea che va ben oltre i poveri assoluti” e lo farebbe “su un piano rischioso” perché si tratterebbe di un “disincentivo a lavorare”. Per il presidente dell’Inps, invece, è più opportuno potenziare il Rei: “Portando nuove risorse al reddito di inclusione, circa 4 miliardi in più, riusciremmo ad aiutare tutte le persone in difficoltà”.
Al Sud voglia di ritornare all’assistenzialismo con un voto a favore del reddito di cittadinanza? “A mio avviso c’è bisogno di un’assistenza di base in Italia e questa assistenza deve essere erogata a livello nazionale: quei 4,7 milioni di persone che sono in povertà assoluta bisogna aiutarle. È un imperativo farlo, ma nel modo giusto, guardando alle loro condizioni di reddito e patrimoniale”.

“Molto spesso – ha spiegato Boeri – al Sud chi ha bisogno si rivolge al politico locale o nazionale: quello è l’assistenzialismo, è un rapporto sbagliato con la pubblica amministrazione. Se la pubblica amministrazione, guardando al reddito e patrimonio e facendo accertamenti rigorosi, è in grado di stabilire di quale aiuto hanno bisogno allora quelle persone non hanno bisogno di rivolgersi ai santi in paradiso”.

Stop alla riforma Fornero? Per Boeri costerebbe nell’immediato 11 miliardi, costo che potrebbe salire a 15 miliardi. L’impatto sul debito pensionistico, secondo il presidente dell’Inps, sarebbe circa 85 miliardi e si darebbe inoltre vita a un sistema “doppiamente iniquo” per i giovani e per chi ha pagato il costo della Fornero oltre che problemi si “sostenibilità al nostro Paese”.

[Huffingntonpost.it]

Confartigianato Veneto: «ministero Democrazia Diretta? Dichiarazione di guerra»

 vvox.it 6.7.17

Intervista esclusiva al presidente regionale Bonomo: «Calenda il migliore, ma attendiamo i fatti dal nuovo governo. Sì a flat tax leghista, no al reddito di cittadinanza M5S». E su BpVi: «Zonin mente sapendo di mentire»

In attesa, diffidente ma non pregiudiziale. Meglio le idee della Lega, di quelle del Movimento 5 Stelle. E preoccupazione, certamente, in particolare su alcune novità. Ma anche curiosità. E’ un’istantanea in chiaroscuro, quella che del nuovo governo Conte fotografa il presidente di Confartigianato Veneto, Agostino Bonomo. Che in questa intervista esclusiva a Vvox fa un primo giro d’orizzonte, non mancando di lambire anche questioni tutte venete.

Fra i suoi associati molti avranno votato la Lega, ma anche 5 Stelle. Altrettanti però non vogliono, per esempio, l’uscita dall’euro, e presumibilmente si spaventano anche al solo sentir parlare di rinegoziare i trattati europei, o comunque di mettersi di traverso a Commissione Ue e alla Bce. Come si concilia secondo lei questa “dissociazione” politica?
Viviamo in momento storico totalmente inedito. Il nostro associato medio vive tre sentimenti: uno, non capisce quel che sta succedendo; due, è confuso; tre, ha speranza. Ma è una speranza per disperazione, nel senso che è rimasto deluso da tutti coloro che hanno governato prima. Diciamo che dai 14.447 contatti al giorno che abbiamo in Veneto coi nostri associati, la domanda più ricorrente è “come va a finire”.

Ma quindi, di fatto, è un’apertura di credito al governo “populista”?
Dobbiamo dare un’apertura di credito! Ma non ci piace tutto, anzi.

Cosa, non vi piace?
Non ci piace il blocco delle infrastrutture, come Tav e Pedemontana. Non è che se i medici rubano in reparto, chiudiamo la sala operatoria!

Diciamo che è un’altra idea di sviluppo. Il reddito di cittadinanza, vi piace?
No. Da imprenditori, siamo abituati al fatto che guadagna chi lavora.

L’impostazione non è universalistica, ma condizionata all’accettazione di un lavoro: se si rifiuta l’offerta, si perde il diritto al reddito.
Al momento siamo solo al titolo, per così, ed è sul titolo che sono stati votati i grillini. Se fosse un reddito d’inclusione, diremmo di sì.

Continuando cioè sulla scia di quello già introdotto dal governo Gentiloni.
Sì, esatto. E a proposito, ci tengo a dirlo: il ministro Calenda è stato il miglior ministro degli ultimi anni, dopo Urso di An ai tempi del governo Berlusconi. Lo sa che grazie a lui in ogni ambasciata ora c’è uno sportello per le imprese?

Della flat tax cosa pensa?
Abbiamo qualche riserva per come è stata abbozzata, specialmente per i dubbi di costituzionalità: la Costituzione parla di tassazione progressiva. Valuteremo.

Da quel che si sa, la prossima manovra pentaleghista dovrebbe prevedere un taglio dell’Ires (la tassa sui redditi d’impresa) dal 24% a due aliquote al 15 e 20%, e idem alla nuova Iri, tassa introdotta da Renzi su redditi di imprese piccole o individuali. Resta l’interrogativo sull’aumento dell’Iva dal 22 fino al 25% l’anno prossimo, se non si trovano subito 12 miliardi per il 2019. Come dovrebbe agire il nuovo governo, secondo voi artigiani?
L’Iva al 25% è da scongiurare assolutamente. Anche se il nostro territorio è più votato all’export, sarebbe comunque una misura depressiva sui consumi interni. E farebbe aumentare il nero dal lato del cliente, perchè, come spiegano sociologi e psicologi, farebbe scattare la “soglia del quarto”, cioè appunto del 25%. Quanto alle nuove aliquote, questo sarebbe un buon inizio, per il cosiddetto “contratto”, termine che odio.

Ma come? Fa tanto economia privata…
Appunto! Siamo noi imprenditori a farli, i contratti. La politica deve realizzare programmi. Ma c’è una novità, in questo governo, che non ci piace per niente.

Dica.
Il nuovo dicastero dedicato alla “Democrazia Diretta”. Equivale ad una dichiarazione di guerra ai corpi intermedi.

Addirittura.
Ma certo. Voglio saltare gli intermediari, per loro si dovrebbe fare un referendum informatico su tutto. Ma poi come fai a fare sintesi?

Sintesi? In che senso?
Se io vado ad un’assemblea territoriale dei miei soci e trovo il soggetto incazzatissimo che vorrebbe, dico esagerando, copar tuti (uccidere tutti, ndr), io filtro questa rabbia. Pensiamo, per dire, al tema dell’immigrazione. Che si fa se quelli che vogliono copar tutti hanno la maggioranza in un referendum?

Perdoni, ma ci sono fior di Stati in tutto il mondo in cui la democrazia diretta, combinata con quella rappresentativa, funziona egregiamente.
Ma allora dove finisce la responsabilità della politica? Per cosa li abbiamo votati? Il popolo si esprime già su un programma elettorale. La democrazia rappresentativa può bastare, anche perchè ci costa, e non poco.

A conti fatti, mi pare che preferiate chiaramente le istanze leghista a quelle pentastellate.
Beh, dove sono andati i voti qui in Veneto? Fra i 20 mila nostri soci, senz’altro più alla Lega.

Senta, è un fatto che le regole europee si sono avviate verso un progressivo restringimento dei paletti di patrimonializzazione delle banche, il che tradotto significa credito sempre più difficile alle imprese, specie alle piccole e medie. In questo, secondo lei, l’attuale governo dovrebbe e soprattutto potrebbe, ancor meglio, avrebbe la capacità di intervenire in Europa, oppure le grandi banche europee hanno un potere che nemmeno i governi riescono a piegare?
Da Basilea 1 a Basilea 4, la grande trasformazione dei rappporti bancari è avvenuta all’insegna del principio secondo il quale il risparmiatore deve avere un prodotto free risk. In Italia, in passato, le imprese ma anche le famiglie investivano all’80% a debito. Bancario. E bastava la firma del papà, della mamma, dello zio o dell’amico. Basilea 4 ha detto: basta, ora la garanzia deve funzionare come funziona un’assicurazione sugli infortuni. Prima invece i soldi venivano dati a tutti, ed è per questo che il nostro sistema bancario non aveva i derivati come negli Usa. Ma abbiamo avuto, per stare al nostro Veneto, 13 miliardi sfumati per il crac delle due popolari. Per rispondere alla sua domanda, comunque, credo che oggi le banche siano meno potenti di prima.

In Veneto si vota in vari Comuni e in due capoluoghi, Vicenza e Treviso. Più a Vicenza che a Treviso, la campagna elettorale ha toccato anche la tragedia economica, sociale e umana delle due ex popolari fallite e svendute a Intesa. Lei che responsabilità vede nella classe dirigente veneta, oltre a quella, quanto meno storica, acclarata dalla commissione parlamentare banche, di chi doveva vigilare, cioè in primis Banca d’Italia?
Siamo cresciuti economicamente in un periodo storico in cui la cultura finanziaria, anche delle classe dirigente, era inadeguata. Noi, come associazione, stiamo facendo dei corsi di formazione su questo, anche assieme alla banche, con frequentazione obbligatoria ed esame finale, e alla fine uno avrà un patentino che potrà utilizzare. Siamo stati tutti creduloni di fronte agli incantatori di serpenti. Me lo ricordo, Zonin, quando disse “se il mio peccato è di dare credito, allora sono un peccatore”. E anch’io ho battuto le mani, lo ammetto. Abbiamo creduto che 62,5 euro fosse il valore reale dell’azione della BpVi, mentre quelle di Intesa crollavano in Borsa. Non abbiamo avuto capacità critica.

Mi scusi, ma non crede che chi legge avrà l’impressione di qualcuno che preferisce passare per incapace o stupido piuttosto che – e ovviamente non parlo di Lei personalmente – per connivente, complice o comunque colpevole? E’ un po’ come fa Zonin, che sostiene che era tenuto all’oscuro di tutte le malefatte.
Chi ha frequentato il mondo delle banche sa che Zonin mente sapendo di mentire. E poi, se fosse così, non sarebbe riuscito a far diventare la Popolare di Vicenza la prima popolare d’Italia. La verità è che aveva tutto controllo. Le rispondo dicendo che col senno di poi è facile giudicare, ma quel contesto era la normalità, allora. Ed era la normalità non solo qui, ma anche a Siena, Arezzo, Ferrara, nelle Marche, in Puglia. E’ vero, le associazioni di categoria avevano i loro rappresentanti nei cda, ma ognuno ha la propria responsabilità. E il 60% della responsabilità, in ogni caso, ce l’ha Banca d’Italia. Se non era per la Bce… E guardi che io so come funzionano le ispezioni Bce, faccio parte del cda del Consorzio Fidi.

Però Mattarella ha confermato Visco governatore di Bankitalia. E poi si lamentano se vanno al governo i “populisti”…
Guardi, quella volta Renzi aveva sbagliato a tentare di bloccare Visco in parlamento. Aveva sbagliato il contenitore, ma non il contenuto: era giusto mandarlo a casa.

Il neo-ministro leghista (e veneto) Erika Stefani ha promesso solennemente l’autonomia. Zaia ora sembra non avere più alibi: non ha più di fronte un governo centrale che recalcitra e fa resistenza. Sarà questo il banco di prova per la Lega in Veneto?
Sì. E’ una grossa opportunità per il Veneto. Col sottosegretario Bressa era stato già fatto un bel lavoro sulle competenze, che dobbiamo alla forza politica messa in campo dal Veneto che è stata la Regione che ha fatto la fatica col referendum. Zaia ha puntato in alto per ottenere comunque un buon risultato. E ora vedremo quello che uscirà dalle urne a Vicenza e Treviso.

A proposito: come la vede? Pronostici?
Ah non lo so, guardi. Vedremo quanto conterà il voto di pancia. Specie a Vicenza.

E perchè?
Perchè qui non corre il Movimento 5 Stelle.

“Non svendiamo la Svizzera ai cinesi”

tvsvizzera.it 6 giugno 2018

Un quinto delle acquisizioni nel mondo sono opera di fondi di investimento che rispondo a Pechino. I “senatori” svizzeri ora lanciano l’allarme: troppe imprese elvetica stanno finendo in mano estere, soprattutto cinesi.

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/06-06-2018-piu-controlli-per-le-aquisizioni-delle-aziende-elvetiche?id=10555595&startTime=0.000333&station=rete-uno

Il Consiglio degli stati (chiamato per facilità anche senato) ha adottato tacitamente un postulato che chiede di esaminare vantaggi e svantaggi della creazione di basi legali affinché gli investimenti esteri in imprese svizzere possano essere maggiormente controllati. i “senatori” si sono detti preoccupati in particolare delle acquisizioni da parte della Cina in questo ambito. Stando a uno studio del Credit Suisse, un quinto di tutti i rilevamenti di imprese realizzati a livello mondiale sono infatti oggi opera di investitori cinesi.

A far paura soprattutto il fatto che le acquisizioni cinesi rientrano in una precisa strategia governativa denominata “Made in China 2025”. Un disegno promosso da Pechino che, per esempio, ha suscitato la reazione dell’UE. Lo scorso marzo la Commissione ha annunciato una verifica più severa delle acquisizioni di società orchestrate dalla Cina al fine di garantire una concorrenza equa.

Il Governo, ha assicurato il consigliere federale Johann Schneider-Ammann, capo del Dipartimento dell’economia, vuole affrontare la questione ed elaborerà quindi un rapporto sul tema.

Una misura poco svizzera

In verità già molti paesi europei sono intervenuti varando regole e controlli sugli investimenti stranieri, e lo stesso hanno fatto la stessa Cina e altre superpotenze come Stati Uniti, Canada o India. non si vede dunque il problema di introdurre una simile regola anche in Svizzera. Questo anche alla luce del fatto che per acquistare una casa in Svizzera, uno straniero deve avere il nullaosta di comune, cantone e Confederazione. Acquistare, per esempio, un’azienda farmaceutica di Basilea basta avare i fondi necessari senza la necessità di ottenere chissà quale permesso.

INTESA SAN PAOLO SERVICE DELLE BANCHE VENETE – STORIE QUOTIDIANE- MA SECONDO VOI PENSATE CHE ESISTE?

Carlo Messina ,

 

Oggi vi racconto una storia dove vede protagonista Banca Intesa San Paolo service delle Banche venete.

Il cliente signor X si rivolge alla filiale di Monza dove il Suo cc e stato trasferito per richiedere un operazione SDD b2b – il Direttore impaurito del cliente perche ha denunciato il proprio Istituto e piu precisamente il consigliere delegato Carlo Messina ed i Presidente del CDA Gros per delle gravi irregolarità risponde al Signor X di rivolgersi a Milano al Suo interlocutore perche Lui non puo decidere nulla. ora Milano – Monza e viceversa sono Km , benzina perdita di tempo – l’interlocutore interpellato deve richiedere al responsabile di area se non addirittura al responsabile della regione – sempre con un clima di diffidenza perche’ pende una denuncia penale chiara e circoscritta.

insomma per un operazione dove l’Istituto non anticipa nulla al cliente ma percepisce esclusivamente competenze passano giorni e nessuno ti chiama affinché il Signor X si arrabbia e chiama l’interlocutore di Milano che inventa FROTTOLE e ti dice che l’operazione non si puo’ fare senza giustificazione alcuna.

Ora il Consigliere Delegato che e’ un uomo attento a tutti particolari poco gradevoli alla Sua persona impone ai suoi funzionari di rispondere non si puo’ fare mentre le normative vigenti di Banca D’Italia e Consob sono chiarissime.

Ora il Sig Carlo Messina che e’ Consigliere Delegato dovrà’ rispondere anche di questo grave fatto  agli organi competenti – allora mi domando che service e’ stato sottoscritto con Vento Banca in LCA? quante commissioni percepisce inutilmente Intesa San Paolo ?

Consiglio a Messina di svegliarsi dal Suo lungo torpore perche’ il mondo in queste settimane e’ completamente cambiato e i suoi pallini siedono all’opposizione  e le persone sono stanche di essere prese in giro dall’externor Messina a buon intenditor poche parole.

Vedremmo nelle prossime 48 ore cosa succederà la nostro Signor X.

Vi terrò’ aggiornati perche diversamente scoppierà’ una bomba atomica inaspettata per il nostro mitico Carlo Messina – l’uomo da un Euro.

 

Il PIL misura tutto eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

 SCENARIECONOMICI.IT 6 GIUGNO 2018

“… il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini.Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Comprende le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l’intelligenza del nostro dibattere. Il Pil non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani”

Robert Kennedy, 1968

Potere al Popolo. Report Tavoli della 4a Assemblea Nazionale

Potere Al Popolo CONTROPIANO.ORG 6 GIUGNO 2018

Tavoli 5
Capitale/Lavoro

Il tavolo capitale/lavoro ha visto alternarsi al microfono 34 persone, compagne e compagni, che hanno mostrato una cosa semplice e banale per noi, ma non scontata in un’epoca di attacchi ideologici e contronarrazioni della classe dominante: il conflitto capitale lavoro esiste, è centrale e deve essere il fondamento del nostro orientamento politico e della nostra azione.

Non è possibile fare una sintesi di un tavolo dove sono state portate mille storie: il tempo rubato ai pendolari, il lavoro autonomo, impoverito e sfruttato, i lavoratori e le lavoratrici a nero, i fattorini che rischiano la vita per strada, la repressione contro chi lotta, le diverse forme di organizzazione e resistenza.

È possibile, però, riportare qui in plenaria le esigenze che sono emerse e i non pochi elementi di condivisione.

Le compagne e i compagni che hanno preso parola hanno posto con forza l’esigenza che Potere al Popolo assuma come linea guida del proprio agire in questo ambito una parola chiara e semplice: mettersi al servizio delle lavoratrici, dei lavoratori, delle lotte.

Per evitare che questo sia un vuoto slogan dobbiamo dotarci di strumenti per essere da subito utili ed efficaci nel conflitto di classe: il sostegno alle lotte, a chi è in difficoltà, al diritto dei lavoratori e delle lavoratrici a decidere sui propri posti di lavoro devono essere la misura di quello che facciamo.

Tra gli esempi di interventi diretti di Potere al Popolo nel conflitto capitale lavoro sono state indicate le camere popolari e gli sportelli legali che stanno nascendo un molti territori e che ci permettono non solo di sostenere le lotte e di creare coscienza, ma anche di tornare a fare inchiesta, altra esigenza venuta fuori con forza da tutti gli interventi.

Noi vogliamo che le bandiere di Potere al Popolo siano presenti ad ogni sciopero, ogni presidio, ogni picchetto. In questo senso, non ci interessa l’appartenenza sindacale e non scegliamo un sindacato di riferimento, l’unico discrimine che assumiamo per decidere a chi dare il nostro sostegno è la scelta chiara e radicale della lotta e del conflitto, piuttosto che della concertazione e della cooptazione. Sono nostri amici coloro che lottano, sono nostri avversari quelli che frenano, controllano, reprimono il dissenso, calpestano i diritti di lavoratrici e lavoratori. Questo è il nostro unico faro e, sulla base di questo criterio, saremo accanto a chi lotta senza guardare quale tessera sindacale ha eventualmente in tasca.

Alcuni interventi hanno comunque aggiunto, alla condivisione unanime di questo assunto, una critica alle scelte politiche fatte dalle direzioni del sindacalismo che un tempo si chiamava confederale, CGILCISL e UIL, viste come una delle causcoresponsabili della perdita di diritti conquistati con le lotte.

Concretamente e immediatamente, Potere al Popolo identifica alcuni appuntamenti importanti sul piano nazionale:

  • lo sciopero dell’industria del 31 Maggio, contro infortuni e morti sul lavoro, indetto da USB;

  • l’appuntamento dell’11 Luglio, prima udienza del processo che vede 16 lavoratori a nero di Napoli Sotterranea contro il padrone Albertini;

  • la manifestazione nazionale autunnale delle lavoratrici e dei lavoratori dei beni culturali.

Il Tavolo ritiene anche che Potere al Popolo debba assumere l’impegno di ragionare sulla costruzione di una campagna nazionale per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Tavoli 6
Welfare e diritti. Sanità, istruzione, inclusione, con focus sulle lotte e iniziative in corso

Al tavolo welfare hanno partecipato circa 100 persone. Gli interventi da parte di portavoce di assemblee territoriali, organizzazioni, collettivi e singoli dai vari territori sono stati ben 39. Dopo una prima proposta di suddivisione del tavolo in 3 gruppi distinti (sanità, istruzione, trasporti) si è deciso di mantenere un’unica assemblea e questa decisione si è infine rivelata importante sostanzialmente per tre motivi:

  1. Sui servizi pubblici e sul welfare in generale si stanno abbattendo le stesse tendenze, in Italia come in Europa e in molte parti del mondo, accompagnate da un generale disinvestimento di fondi pubblici: A)Privatizzazione e aziendalizzazione, ossia progressivo smantellamento delle infrastrutture di offerta pubblica dei servizi; finanziamento pubblico di un servizio controllato dal privato (cooperative, aziende anche multinazionali); introiezione di una logica di mercato nella gestione dei servizi; sviluppo del welfare aziendale a scapito di quello universalistico. B) Introduzione in tutti gli ambiti dell’ideologia della competizione, del “tutti contro tutti” in cui ogni problema viene scaricato sul singolo e non viene inteso e quindi risolto come problema collettivo. C)Introduzione di metodi di valutazione fintamente neutrali e super partes, per destinare risorse verso le “eccellenze” a scapito di una diffusione capillare e universale. D) Disinvestimento generale favorito dalla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio (art.81 Cost.), dal Patto di stabilità del 2007, dall’adesione italiana ai trattati europei (Fiscal compact in testa) e dal ricatto del debito pubblico, che colpisce soprattutto i comuni, ossia i principali erogatori di servizi pubblici.

  2. È importante evitare lotte di tipo corporativo. Ad esempio non si possono chiedere più soldi per scuola e università ignorando quanto avviene nei trasporti. Potere al popolo lotta per una difesa e un’espansione complessiva dei servizi pubblici e dei diritti sociali nella loro globale interazione.

  3. Le pratiche di resistenza e di lotta proposte e sperimentate in un settore possono essere riprodotte in altri settori.

E’ difficile sintetizzare qui la varietà di implicazioni che la questione dello stato sociale porta con sé, come testimoniato dalla varietà degli interventi, che hanno spaziato dalla questione dei trasporti a quella del razzismo, dalle discriminazioni verso le donne e della comunità LGBT+ alla ristrutturazione del mercato del lavoro. I due settori sui quali si sono però concentrati la maggioranza dei contributi sono due, e su quelli ci soffermeremo maggiormente: istruzione e sanità.

Istruzione

L’insieme delle politiche sull’istruzione degli ultimi decenni ha modificato profondamente la funzione stessa della scuola in Italia, da luogo della formazione del pensiero critico a luogo dell’omologazione in funzione del mercato del lavoro di stampo neoliberista: l’alternanza scuola-lavoro è l’ultimo segnale emblematico di questi processi. Siamo al capovolgimento del dettato costituzionale. In tal senso la LIp “Per la Scuola della Costituzione” è il terreno per ricostruire lo spazio di discussione escuola pubblica laica e democratica.

E’ sotto gli occhi di tutti il disinvestimento costante dello Stato sull’istruzione pubblica: i vincoli imposti dal pareggio di bilancio, il fiscal compact e le scelte intraprese dagli ultimi governi drenano risorse dalla scuola pubblica quando l’investimento in istruzione dovrebbe raggiungere il 6% del PIL. La flat-tax contenuta nel programma del nuovo governo non farà altro che aggravare questa situazione. Contemporaneamente si dirottano ingenti risorse, specie nella scuola dell’infanzia e primaria, verso le strutture private, spesso di stampo confessionale, che godono di privilegi e assumono i lavoratori e le lavoratrici con condizioni peggiorative rispetto al pubblico. Come se non bastasse l’universalità del servizio è intaccata dal funzionamento dei sistemi di gestione e valutazione, INVALSI per la scuola e ANVUR per l’università. Se a livello scolastico l’autonomia tende a selezionare le scuole già favorite perché situate in zone più ricche, nell’università il sistema di valutazione crea una vera discriminazione tra i cosiddetti “dipartimenti di eccellenza” – situati guarda caso in maggioranza nel Nord del paese – che ricevono un surplus di finanziamenti, e il resto del sistema universitario lasciato, in particolare al Sud, in stato di abbandono. La logica della competizione che informa il modello organizzativo scolastico si riversa inevitabilmente anche nei contenuti. L’alternanza scuola lavoro, che nella sua sostanza è accettata anche dal nuovo governo, è forse il simbolo più evidente di una formazione totalmente ripiegata sui bisogni delle imprese, in particolare al livello dell’obbligo, nel quale gli studenti vengono disciplinati alla precarietà tramite l’accumulazione compulsiva di esperienze lavorative a discapito di uno sviluppo delle capacità critiche. Lo stesso fenomeno avviene a livello universitario, dove all’organicità degli insegnamenti si è voluto sostituire il criterio dell’accumulazione di crediti formativi, e dove la produzione di nuova conoscenza non è improntata a criteri di pubblica utilità ma è orientata dal mercato per il tramite dei processi di valutazione della ricerca.

Anche le condizioni lavorative, nella scuola come nella ricerca, sono in netto peggioramento. Non solo in termini salariali e normativi – pesano nella scuola la condizione precaria di una parte consistente dei docenti  e le strategie baronali di reclutamento nell’università –, ma anche in termini di potere decisionale: il rafforzamento dei presidi porta ad uno svuotamento degli organi collegiali a discapito degli spazi di democrazia e di autogoverno della scuola.

Durante il tavolo sono stati numerosi gli interventi che hanno provato a delineare delle strategie di resistenza e lotta. Proviamo qui ad elencare le principali indicazioni emerse:

    1. Organizzare dove possibile gruppi di lavoro/azione centrati sul problema scolastico, coordinandoli a livello locale. E’ emersa in questo senso la proposta di costituire un coordinamento nazionale dei gruppi di lavoro sulla scuola, attraverso la convocazione di un’assemblea nazionale nell’autunno prossimo, a sua volta da impostare in occasione del campeggio estivo;

  • Puntare sull’organizzazione degli studenti, e più in generale sull’aggregazione giovanile;

  1. Organizzare e rafforzare ovunque campagne nazionali di lotta: in particolare portare a termine, entro luglio, la raccolta firme per la presentazione della Legge di Iniziativa Popolare sulla scuola (LIP), anche organizzando una due giorni nazionale dedicata alla raccolta;

  2. Sviluppare il controllo popolare nelle scuole e nelle università, non solo agendo attraverso i canali classici della democrazia scolastica (rappresentanze di istituto, organi collegiali), ma anche creando momenti di controllo sulle istituzioni deputate allo sviluppo dell’edilizia scolastica (es. a Salerno siamo riusciti ad aprire un tavolo permanente presso la città metropolitana), denunciando costantemente i casi di sfruttamento cui dà vita l’alternanza scuola lavoro (es. campagna BastAlternanza), e dando vita o rendendo funzionanti servizi cui gli studenti avrebbero diritto (aule studio, biblioteche, mense etc.);

  3. Sostenere le lotte dei lavoratori della scuola, puntando ovunque all’unione in un fronte unitario di tutte le categorie di docenti esistenti (spezzando la logica della guerra tra precari e garantiti) e denunciando le norme sulla rappresentanza che limitano l’agibilità sindacale negli istituti.

Sanità

Sul terreno della sanità stiamo assistendo alle stesse tendenze che interessano quello dell’istruzione. Anche qui la valutazione e la competizione tra poli sanitari funzionano come dispositivi per destinare le risorse pubbliche alle sole “eccellenze”, creando una disparità strutturale che rende sempre meno omogenea la copertura sanitaria in Italia. Dal Nord al Sud la sanità è sempre meno un diritto garantito: le politiche degli ultimi anni, fortemente determinate dal vincolo di pareggio di bilancio (art. 81 Cost.), determinano una carenza di organico, un progressivo smantellamento dei presidi sanitari locali e un netto spostamento di molte prestazioni sul privato, con evidenti conseguenze in termini di accessibilità del servizio sanitario per gli strati sociali meno abbienti. Lo stato arretra e chi può permetterselo si rivolge alle strutture private, che sulla salute delle persone fanno profitto.

Queste sono le tendenze generali, messe in luce dagli interventi delle compagne e dei compagni che hanno preso parola (spesso a nome di gruppi di lavoro territoriali sul tema della sanità e della salute). Vi sono poi alcune regioni, come in particolare la Lombardia, che fungono da laboratorio di sperimentazione di un “nuovo” modello sanitario destinato ad essere esteso ovunque, il quale vede i privati (cooperative, ma anche multinazionali del settore) ricevere denaro pubblico ed essere direttamente implicati nella gestione del piano terapeutico dei pazienti. Altro grave problema è la non applicazione della L. 194, di cui quest’anno ricorrono i 40 anni, a causa della forte presenza specie in alcune regioni di medici antiabortisti. A ciò si unisce il progressivo smantellamento dei consultori pubblici.

A partire dalle diverse esperienze già avviate ed attive sui territori, vari interventi hanno condiviso spunti e proposte di lotta, da unificare in una campagna nazionale per la difesa del diritto costituzionale alla salute (alle cure e alla prevenzione): una campagna per il ripristino del Servizio Sanitario Nazionale per tutte e tutti, sulla scorta della legge 883/78 che, 40 anni fa, lo istituiva. Le proposte concrete hanno spaziato dalla produzione e condivisione di materiali di analisi, denuncia e propaganda (ad es. opuscoli e volantini), alla valorizzazione di esperienze di base come sportelli salute e ambulatori popolari. La necessità prima è ad ogni modo quella di rilanciare la lotta a livello nazionale, partendo anche da vertenze locali ma puntando a superare ogni sorta di corporativismo e di separazione tra lavoratori e utenti. Al fine di approfondire l’analisi e coordinare con maggiore efficacia le pratiche e le campagne di mobilitazione è stata condivisa da tutte e tutti l’esigenza di dare vita ad un tavolo nazionale permanente sul tema della sanità pubblica. A tal proposito, un primo appuntamento rilevante sarà l’assemblea regionale sulla sanità organizzata per il 7 giugno prossimo dalle assemblee di Potere al Popolo della Lombardia.

Tavoli 7
Ambiente e modello economico/sociale

Premessa: Il tavolo è stato animato da una quarantina di contributi, la maggior parte dei quali apportati da compagni e compagne appartenenti a comitati e movimenti ambientalisti locali; in misura minore essi sono stati espressione di posizioni di sintesi di assemblee territoriali o gruppi tematici locali di Potere al Popolo.

Gli interventi hanno insistito soprattutto su tre punti:

  1. Presentare problemi, istanze ambientali di specifici territori, nell’obiettivo di costruire una panoramica delle emergenze ambientali e dei conflitti territoriali ed esperienze di lotte attuali;

  2. Esprimere posizioni di senso  sul significato di ambientalismo ed ecologismo;

  3. Suggerire temi, questioni e modalità per arricchire e fare avanzare Potere al Popolo sulla tematica ambientale.

Punto 1.

Emerge una ricchissima e allarmante ascesa dei conflitti territoriali, che testimonia la centralità della crisi ambientale. Questi conflitti, espressi soprattutto da comitati e movimenti, non trovano più né referenti politici – nella politica istituzionale rapprsentata in Parlamento – né associazioni di riferimento (basti pensare a Legambiente o a WWF) capaci di farsi carico dei problemi, affiancarsi nelle lotte e proporre “soluzioni” capaci di incidere in senso trasformativo sull’esistente.

Ogni territorio esprime un suo problema specifico, ma è fondamentale riconoscere che per quanto sembri locale e circoscritto, in realtà è strettamente interconnesso ad aree geografiche molto più ampie, legato a processi socio-politici ed economici – non sempre visibili! – di più ampia scala, che impongono la lettura delle tematiche affrontate in ottica internazionalista.

Fondamentale il ruolo dei comitati e movimenti, in riferimento ai quali in molti interventi si sottolineava l’importanza della loro autonomia, del non essere istituzionalizzati o assorbiti tout-court nella politica.  Alla luce di questo Potere al Popolo deve mettersi al servizio di queste lotte, offrire una sponda politica per arricchirle e rafforzarle all’interno di una lenta, paziente ricucitura di esperienze troppo spesso parcellizzate, limitate ad un piano di articolazione locale.

Punto 2.

La questione ambientale non è un settore o una tematica specifica e compartimentalizzata, ma un approccio culturale, un modo olistico di vedere, comprendere ed affrontare la vita e dovrebbe quindi essere parte integrante di ogni tematica affrontata sul piano dell’analisi politica e del conflitto.

L’ecologismo, dovrebbe diventare una parte fondamentale e integrante dell’essere anticapitalista, perché i problemi ambientali e territoriali derivano dal modello politico economico capitalista.

Le questioni ambientali dovrebbero essere affrontate, sia da un punto analitico che propositivo, insieme al tema del lavoro, dello sviluppo economico e dell’internazionalismo. La scala del “problema ambientale” è quella planetaria.

Punto 3.

Ambientalismo ed ecologismo dovrebbero diventare pilastri fondanti di Potere al Popolo, per ricostruire un grande movimento ambientalista reale.

Potere al Popolo, secondo alcuni interventi, potrebbe avere anche una  funzione di osservatorio su questioni ambientali e potrebbe altresì articolare una rete di conoscenze e competenze su questi temi, assumendo, a livello nazionale, un ruolo di trait d’union fra l’universo di esperti del settore e le esperienze variegate di lotta dal basso esistenti oggi nel paese.

Potere al Popolo, ancora, dovrebbe essere promotore di proposte di leggi popolari, istanze, ricorsi legali e iniziative politiche in materia ambientale – alcuni di questi sono già state proposte in sede di discussione assembleare e si riportano di seguito –  al fine di articolare su più piani, e dunque rafforzare, la lotta per la tutela dell’ambiente:

  • Contro incentivi agli idrocarburi e piano energetico nazionale;

  • Per rendere anticostituzionali opere che hanno profitti privati ma sono di dubbia, pubblica utilità;

  • Contro il ruolo delle multinazionali nel controllo delle risorse;

  • Contro il consumo e lo sfruttamento di suolo;

  • Per una reale rigenerazione urbana, contro ciò che è diventata solo una pratica estrattivista e speculativa;

  • Per il recupero di reale sovranità popolare territoriale e amministrativa delle comunità locali (che sul piano comunale e regionale, oramai sono sempre più svuotate di potere decisionale);

  • Per una pianificazione urbanistica, contro leggi obsolete e proposte di legge guidate dagli interessi della rendita e non da quelli del benessere degli abitanti dei territori;

  • Per i beni comuni;

  • Per una moratoria sulle emissioni e sull’inquinamento come priorità immediata di lotta.

In molti interventi si è sottolineata l’importanza di tradurre campagne e conflitti locali in azioni più generali, anche in prospettiva di avere ricadute sistemiche e potere trasformativo sui processi decisionali e non solo sugli effetti di questi, passando così da una lotta di resistenza ad un orizzonte di proposta e di trasformazione immediato dell’esistente.

Si è sottolineata poi la necessità di assumere un ruolo culturale ed educativo, con lavoro di lunga lena, affinché si dia spinta alla consapevolezza sulle tematiche ambientali: a questo proposito di fondamentale importanza è un’attenzione ulteriore alla comunicazione: Potere al Popolo dovrebbe assumere ruolo di guida, per far crescere l’ecologismo e sottolineare la stretta connessione tra ambientalismo e anticapitalismo. Per risolvere i problemi dell’ambiente, cambiare sistema, sperimentare nuovi stili di vita e un nuovo modello di sviluppo.

Necessario è mettere in campo pratiche ambientali concrete (ad esempio laboratori di ri-uso) per sottrarre terreno alla controparte, attraverso la diffusione di pratiche virtuose ecologiste. Nelle case del popolo devono entrare e vivere anche l’ambiente e l’ecologia, attuando anche su questi temi pratiche mutualistiche.

In considerazione della embrionale ma già attuale articolazione di alcuni dei nodi territoriali di Potere al Popolo in gruppi di lavoro e tematici che mettono al centro del proprio impegno e della propria azione  politica le questioni ambientali, si auspica un ulteriore sviluppo di tale modello organizzativo ed una messa in rete di competenze, esperienze, con condivisione di documenti analitici e di una cassetta degli attrezzi, che possano consentire un ulteriore sviluppo delle pratiche di lotta articolate sui territori e una loro maggiore connessione: a tal proposito si chiede l’attivazione di una sezione tematica sul Forum di Potere al Popolo già lanciato negli scorsi giorni e lo sviluppo di una sezione analoga sulla piattaforma in via di costruzione.

Il tavolo si è concluso con l’evidenziazione di una necessaria continuità per occasioni di confronto e approfondimento teorico sul tema, a partire già da questo autunno, motivo per il quale si auspica la calendarizzazione di nuovi appuntamenti collettivi sui temi trattati, che sappiano mettere a valore fin da subito il patrimonio di esperienze e di saperi degli attivisti e delle attiviste che hanno partecipato all’assemblea nazionale e che partecipano o si riconoscono nell’organizzazione Potere al Popolo.

Tavoli 8
Giustizia

Vista la liquidità dell’attuale situazione politica italiana è pressoché impossibile poter elaborare una qualsiasi analisi sullo scenario che si andrà a configurare nelle prossime settimane.

Si può però ipotizzare, con ampio margine di certezza, che in materia di giustizia e penalità lo scenario rimarrà invariato. Se il risultato elettorale del 4 marzo ha consegnato l’Italia al populismo penale più becero e reazionario della storia della Repubblica, eventuali nuove votazioni daranno ai “martiri del complotto” percentuali bulgare. E quello che hanno già siglato i partiti di maggioranza è un contratto di governo che mette al centro l’ossessione securitaria e legalitaria, peraltro non supportata da dati reali, ma sapientemente alimentata dai mass media che va a colpire e criminalizzare ulteriormente larghe fasce di marginalità sociale (migranti, occupanti di case, rom e detenuti).

Una visione della Giustizia in grado non solo di intaccare in modo significativo gli istituti di garanzia previsti dall’ordinamento, ma di concretizzare un salto di qualità antropologico, che Luigi Ferrajoli ha definito come la “sistematizzazione governativa di una rottura epistemologica”. Cioè del valore e della natura della giustizia costituzionale e dello “Stato penale minimo”, che si fa invece “massimo”, con una autentica “decostituzionalizzazione” della pena. Un diritto penale classista e diseguale a doppio regime: massimo per i reati di strada e minimo per i reati dei soggetti forti. Una giustizia che punisce i poveri.

Le ricette proposte dal duo Salvini-Di Maio, all’insegna della tolleranza zero, sono l’esatto contrario dei dettami di uno stato di diritto: sgomberi immediati delle occupazioni abitative e dei campi rom senza soluzioni alternative (andando persino a peggiorare il già pessimo decreto Minniti-Orlando), rimpatri forzati e costruzioni di nuove carceri sono le risposte che si intendono dare ad alcune delle emergenze sociali più scottanti.

Siamo pienamente consapevoli del fatto che a spianare la strada a questa deriva sia stato chi ha governato finora, non solo lasciando in piedi le pessime leggi figlie dei governi delle destre come la Bossi-Fini (intervenuta sull’impianto della Turco-Napolitano), ma stravolgendo con decretazione il diritto penale, sostanziale e processuale, dichiarando guerra ai poveri e dimidiando le garanzie per migranti e richiedenti asilo con provvedimenti che recano chiari i nomi dei proponenti, ossia Minniti e Orlando e finanche non riuscendo o meglio, non volendo riuscire, a condurre in porto quella riforma dell’ordinamento penitenziario sicuramente insufficiente ma che poteva costituire un primo passo in una giusta direzione. Dunque, il materiale, l’armamentario cui attingere per realizzare i propositi securitari è già stato messo gentilmente a disposizione del futuro inquilino del Viminale.

Prendiamo al contempo atto che tutto ciò è assunto oggi a livello programmatico, con una demagogia populista autoritaria che mira a sfibrare e dissolvere quel poco di coscienza democratica ancora viva, specie nell’area penale. Non un programma di governo emendativo, che rimane nello stesso campo, ma di rottura “filosofica”.

Ed è nel piano carceri e sicurezza che il capolavoro si manifesta in tutta la sua barbarie, seppellendo definitivamente lo stato di diritto e suggellando lo “stato penale”. Si inizia con: 1. “rapidità ed efficienza della giustizia” che, a nostro avviso, equivale a una pericolosissima sommarietà; 2. abbassamento dell’età di punibilità; 3. rafforzamento delle pene; 4. certezza della durezza del carcere con particolare attenzione ai regimi differenziati e al 41-bis; 5. introduzione di nuove fattispecie di reato; 6. azzeramento delle misure alternative; 7. cancellazione della c.d. “sorveglianza dinamica ” (un regalo, quest’ultimo, a quei sindacati di polizia penitenziaria da sempre ostili all’apertura diurna delle celle).

Il paragrafo sulla lotta alla corruzione ed al bullismo prevede l’introduzione di meccanismi di premialità della delazione a partire dalle scuole a finire ai luoghi di lavoro, introduzione dell’agente sotto copertura e dell’agente provocatore, potenziamento dei sistemi di videosorveglianza.

Ancora, la liberalizzazione della legittima difesa: una “giustizia fai da te” in salsa padana che aprirebbe a scenari da far-west e da caccia all’uomo (preferibilmente straniero) con l’abrogazione del principio della proporzionalità tra offesa e difesa e con il venir meno del monopolio statale dell’uso della forza; l’eliminazione del rito abbreviato per una serie di reati; la riforma della prescrizione dei reati che renderà possibili più di oggi processi infiniti e pene irrogate a soggetti completamente cambiati da quando commisero i fatti-reato; l’attacco pesante, forcaiolo e classista a tutti quegli strumenti deflattivi pensati e realizzati al fine di adeguare la normativa penale alla nuova realtà sociale (depenalizzazione) e di eliminare il ricorso alla pena nei casi ritenuti di non particolare gravità (particolare tenuità del fatto, condotte riparatorie), laddove gli unici reati per cui non sarebbero ammissibili alternative alla pena sono quelli contro il patrimonio.

Pur in presenza di una continuità ed evoluzione di misure repressive attuate dai passati governi, assistiamo oggi a un salto di qualità, ad un colpo definitivo allo stato di diritto.

Il fallimento dell’istituzione carceraria fine a se stessa e contraria al senso di umanità richiamato dalla Carta costituzionale in primis e poi dalle diverse convenzioni internazionali, dovrebbe proiettarci verso il superamento delle misure detentive, consapevoli che la lotta al crimine ed alla devianza passano attraverso la garanzia dei diritti che diano a tutte e tutti le stesse opportunità di scelta. Rimuovere gli ostacoli, in particolare la povertà, che impediscono il libero e consapevole sviluppo dei cittadini, è il principio che ispira l’art. 3 della Costituzione, disatteso da sempre. Da questo è derivata una stratificazione sociale che favorisce il radicamento delle condotte c.d. devianti nelle fasce più deboli e ricattabili della società, particolarmente nel Sud del Paese. La prevenzione del crimine deve passare attraverso la ricostruzione di un corpo sociale sano che metta al centro l’individuo (come parte della collettività), la giustizia sociale e l’uguaglianza.

Lo scenario che ci si pone di fronte è quello di uno Stato che sacrifica i diritti umani, tutti, seguendo una logica di mercato in cui il profitto viene prima del benessere collettivo di ognuna e di ognuno, dove la sicurezza è argomento da talk show politici che hanno come unico obiettivo quello di intimorire la società e, attorno alle paure sociali, reali o indotte che siano, ingenerare la richiesta di sicurezza per farla sentire bisognosa di protezione, così da poter legittimare pene esemplari e, in definitiva, proporre come soluzione più galera per tutti. Un circolo vizioso che alimenta e produce il crimine stesso, mercificando i diritti e le libertà, alimentando così la fabbrica penale e tramutando la nostra Costituzione in carta straccia.

Un prodotto finale che viene determinato dalle condizioni socio-economiche di specifiche aree del Paese (Sud e periferie metropolitane) e viene definito attraverso campagne mediatiche emergenzialiste di criminalizzazione, secondo uno schema ormai ben consolidato che permette la sospensione dello Stato di diritto.

Tutto ciò, mentre avanza una prassi che evolve nel senso di un riconoscimento del reato di solidarietà e il contrasto alle mafie è posto su un terreno esclusivamente giudiziario, e non sociale, con una genericità disarmante.

In tema di diritto del lavoro, poi, gli intendimenti appaiono fumosi e generici con un accenno a una possibile revisione del Jobs act, ma con la proposta concreta di reinserimento dei voucher, già cancellati per evitare la pronuncia della cittadinanza attraverso un referendum abrogativo e poi parzialmente reinseriti nell’ordinamento.

Niente di concreto nemmeno sulla tutela di lavoratrici e lavoratori licenziati e, dunque, sull’eventuale reintroduzione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, già pure oggetto di propaganda elettorale.

Naturalmente, noi non siamo per il “tanto peggio tanto meglio”. Tutte le misure rivolte ad abbattere la costituzione materiale delle riforme senza spese previste nella giustizia civile e a facilitare l’accesso alla giustizia, come il calendario da stabilirsi a inizio processo, l’abbassamento del contributo unificato e il superamento del doppio sbarramento, mediazione e conciliazione, sono sicuramente positive e da tempo da noi auspicate e ne andrà pretesa la realizzazione.

In conclusione, riteniamo che qualunque sarà il prossimo governo, sarà comunque incentrato sulla gestione penale e repressiva delle lotte e delle emergenze sociali. Quella che ci aspetta nei prossimi mesi è una sfida ardua, le parole d’ordine dovranno essere decostruire e sfatare la retorica securitaria ed emergenzialista, ricostruire una coscienza di classe che faccia del garantismo la propria bandiera, consapevoli che è esattamente sul piano securitario che le forze di maggioranza hanno trovato consenso ed equilibrio e sarà probabilmente su questo piano che riusciranno a mantenere salda l’intesa.

Dobbiamo riuscire a mettere a valore le relazioni positive che si sono riuscite a intessere negli ultimi mesi, in cui abbiamo avuto la possibilità di portare i temi del carcere e della repressione fuori dai circuiti di “addetti ai lavori”, perché è solo portandole nella società che potremo decostruire il populismo penale.

È necessario, oggi più che mai, provare a far nascere una nuova sensibilità diffusa affinché si superi non solo la retorica securitaria, ma la necessità stessa della segregazione fisica, della privazione della libertà, come unico dispositivo correttivo dei mali sociali. Ritornare a essere “comunità sociale” contro lo Stato penale. Pretendere la certezza dei diritti prima della certezza della pena.

Il prossimo 26 giugno è la giornata mondiale dedicata dall’Onu alle vittime della tortura e in Italia è già stata lanciata la terza giornata nazionale di digiuno nelle carceri per chiedere la cancellazione dell’ergastolo: Potere al Popolo! aderisce all’iniziativa e richiede la partecipazione attiva su tutto il territorio nazionale, anche per dare continuità al già citato punto 15 del programma.

Nello stesso giorno è prevista, a Roma, un’iniziativa pubblica che illustrerà i motivi di incostituzionalità della Legge Minniti-Orlando che verranno esaminati il giorno successivo dalla Prima Sezione civile della Corte di Cassazione. Anche su questo tema, Potere al Popolo! seguirà da vicino gli sviluppi della importantissima decisione.

Infine, proponiamo che avvocate ed avvocati, operatrici e operatori del diritto, militanti e attivisti sociali si coordinino all’interno di Potere al Popolo! per creare una rete in grado di agevolare e condividere prassi e materiali atti a facilitare l’elaborazione dei contenuti già sviluppati nel programma elettorale e l’azione delle realtà mutualistiche attive sui territori.

 

Dietro le linee dell’accoglienza

Federico Lordi – 6 giugno 2018 LINTELLETTUALEDISSIDENTE.IT

Cronache di una giornata da infiltrato nell’universo immigrazionista: il ‘Migranti Film Festival’ è un crogiuolo di pathos in provetta, di filantropia esibizionista, di spettacolarizzazione del dolore.

Una donna nera tiene il proprio neonato in grembo mentre un uomo di mezza età le punta addosso il suo smartphone: il sorriso sornione muta in una smorfia compiaciuta, il dito grassoccio unge lo schermo mentre tenta di regolare il focus. Risate straripanti d’isteria spezzano il momento imbarazzante. Click. Il souvenir è raccolto, benvenuti al “Migranti Film Festival”.

Click.

Tre giorni di proiezioni, vanno in scena i documentari realizzati in giro per il mondo dagli allievi della facoltosa University of Gastronomic Sciences di Pollenzo. Migliaia di euro l’anno e un amore spasmodico per il diverso. La location è amena, decine (!) di visitatori gaudenti si aggirano per il festival, tronfi nelle loro camicie di lino, commossi nei loro pantaloni di seta: d’altronde si sa, la filantropia ama andare a braccetto con la pecunia: sprazzi di umanità un tanto al chilo in quel di Polens. Una donna ben vestita si agita, cosa starà accadendo?

Quello è cibo multietnico, tutte cose buonissime! Tutte cose buonissime.

Occhi iniettati di esterofilia e una gran fretta:

Largo, largo! Stanno arrivando i pasti!

Squillo di trombe, si scateni l’elogio della cucina cosmopolita: la donna vomita addosso ai visitatori ogni genere di castroneria, si prodiga con estrema cura nell’esaltazione dell’esotico mentre una vena fa capolino dalla tempia e pulsa, pulsa sempre più forte. Mescolanze di profumi e aromi multietnici sotto gli archi del festival. I conviviali si compiacciono, si compiacciono un po’ tutti al “Migranti film festival”: tre giorni dedicata all’incontro tra il mondo dell’enogastronomia e il tema migrazioni. “Fino a qui tutto bene” recitava un noto film di Mathieu Kassovitz. Ma a Pollenzo, sede della kermesse, tra le torri e i merli del castello un tempo dimora dei sabaudi l’aria è intrisa di morbosità, ogni sorriso o cenno di cordialità è pateticamente forzato all’estremo:

ha mica assaggiato quel gustosissimo zighinì?

header-migranti-film-festival-2018-ITA_15.5.2018

La forzatura nei dialoghi è nauseante. Il sole sta calando, assembramento di borghesi in un piccolo chiostro del castel. Entro, osservo et voilà: Francesca Paci intrattiene il pubblico, la platea è in visibilio: è necessario trovare una nuova narrazione. Strabuzzo gli occhi, sogno o son desto? Trattasi di un piccolo preludio al requiem della stampa mainstream? Prendo i popcorn e rimango in ascolto:

i media si trovano a dover raccontare la realtà così com’è, sapendo di avere di fronte un’audience che la percepisce in un altro modo.

Quanto è difficile per un genitore saper dosare le parole sotto lo sguardo permeante dei pueriindisciplinati. La Nostra lo sa e fa del paternalismo virtù. Saper pesare le parole in certi casi è importante. Mi guardo intorno, attonito: un piccolo pubblico di venti, o tuttalpiù trenta persone ascolta con ingordigia l’inno al classismo culturale del proprio idolo. Quando il discorso volge per pura coincidenza lessicale a temi quale la disoccupazione a due cifre, alla povertà tra gli autoctoni o alle periferie, il tono di voce della Nostra perde vigore, scemando in una flebile (e sterile) tiritera: quel 30% di persone a rischio povertà preme alle porte d’ingresso, vuole imbucarsi al Migranti film festival. Chiamate la sicurezza e buttateli fuori a calci. Vogliono rovinarci la festa.

 All’improvviso, il buio: lugubri ombre incombono sul chiosco, un’aria gelida fa irrigidire il parterre:

sono allibita da quanto tempo passi in Italia l’ideologo d’estrema destra di Donald Trump Steve Ban…

gli astanti trasaliscono mentre il parquet del chiosco scricchiola nervosamente sotto il peso delle sedie inquiete.

Ero a Roma quattro o cinque giorni fa a una sua conferenza: è estremamente comunicativo, estremamente violento nel linguaggio, estremamente popolare e la narrativa ce l’ha.

Un’uditrice seduta al mio fianco annuisce, spenta. La climax raggiunge il suo apice, si parla di controinformazione:

io credo che in questo momento la controinformazione sia tornare all’informazione tradizionale. C’è un’ubriacatura totale dell’attingere tutto da tutto. Tutti hanno l’impressione di sapere tutto perché hanno piluccato qua e là […] io faccio la giornalista, ho un nome, un cognome e una faccia. Ho una testata dietro di me: se io calunnio qualcuno io vado in tribunale […] ma quando la famosa controinformazione viene messa oggi nei social e non si sa da dove arriva, e non si sa chi c’è dietro, e non si sa se è un account da dove viene… su quella a chi chiediamo conto? E poi quando il veleno è andato in circolo come lo trovi l’antivirus?

La più grande sconfitta di chi ha perso è non indagare sulle ragioni della propria disfatta. La controinformazione come veleno, l’antidoto prodotto da chi non conosce neanche il primo articolo della Grundnorm della Repubblica italiana pare non funzionare più. È la caccia alle streghe: appiccate i blogger in pubblica piazza e dategli fuoco.

Migrant speaker's corner.

Mentre cerco di distogliere l’attenzione dallo sfarzo di anglofilia lessicale che appesta questo cortile, una brodaglia nera e fredda (al secolo un Chilaquiles messicano da 6 euro al piatto) fa a botte con il mio palato. Networkingenvironmentprojectgoalssentiment. Porca troia. Tasto il campo: “i migranti sono una risorsa” è il mantra, seguito a ruota dalla favoletta delle “pensioni”. “L’invasione non c’è” è il dogma: qui nessuno deve preoccuparsi della combutta salariale in fondo alla scala sociale, delle problematiche che un’integrazione forzata ai margini della grande città può creare, dei disagi subiti dall’una e dall’altra parte, degli scontri, dello sporco, della rude battaglia per la sopravvivenza quotidiana. Cane mangia cane ma guai a parlarne qui. 

Al “Migranti Film Festival” l’immigrazione è uno spettacolo emotivo. Si guardano film. Chiosa finale al chiaro di luna, prende la parola Carlo Petrini, Presidente di Slow food Italia:

tutta la storia della gastronomia è meticciato. Non c’è nulla di autoctono in Italia.

Rintoccano le campane di San Vittore, benvenuti alla sagra dell’immigrazionista. Raduno annuale di chi vuole portarli in Italia a tutti i costi, strappandoli alla loro terra madre. Colonialisti in erba.

Diritti umani.

Lunedì 4 giugnoDavide sa cucinare delle ottime torte di mele: durante un colloquio con la moglie scopre che la stessa ne ha trovata una divisa in sette fette: era nascosta nei panni sporchi che periodicamente passa a ritirare dal marito. Da quel giorno la donna non potrà più farne a meno e chiede due torte di mele tagliate in sette fette per ogni colloquio. Peccato che, dopo qualche giorno, la moglie si ripresenti all’appuntamento, stavolta imbestialita: non aveva ricevuto la sua torta.

Cosa sarà mai amore? Abbiamo così poco tempo per vederci

dice lui.

Non mi interessa, dovevi farlo! Dovevi farlo per me.

Replica lei. Davide non capisce, è furioso, la offende: non sopporta un simile spreco di tempo.

Davide e la regista dello spettacolo “Radici: luci e ombre”.

Ma proprio non capisci? Due torte tagliate in sette parti significano quattordici fette. Ne mangio una al giorno, così quando finiscono so che finalmente posso rivederti. Mi tengono attaccata a te.

Davide è un detenuto del carcere di Milano e sta scontando una pena di 24 anni per rapina a mano armata. Sta recitando davanti ai miei occhi nella chiesa di Pollenzo. Sa recitare in modo sublime ma l’espressione di stupore, di delusione, di rabbia una volta compreso il motivo di quel capriccio è vera, autentica. Lo spettacolo teatrale “radici: luci e ombre” è l’unica fiammata di vita, l’unico ceffone a cinque dita sferrato in pieno volto che ha saputo sconvolgere qualcuno o qualcosa in quella banale ridda che è stata la kermesse. Storie di vita raccontate da chi l’ha vissute: con un biglietto di ritorno verso il carcere in tasca. Trattasi dell’evento di chiusura (del Festival non c’è più traccia oramai) non pubblicizzato, lasciato ai margini e ignorato dai più: l’eccesso di crudezza potrebbe disturbare gli astanti. Davide e i suoi compagni salgono sul pullman della Penitenziaria: li ringrazio con un abbraccio, hanno dato moltissimo senza prendere nulla.

Cdp e Tesoro, che cosa si agita nei palazzi romani (e non solo romani)

 STARTMAG.IT 6 GIUGNO 2018

Cassa depositi e prestiti

Nomi, fatti, indiscrezioni e scenari sulle nomine in ballo ai vertici della Cassa depositi e prestiti e alla direzione generale del Tesoro

Telefonate, incontri riservati, stilettate, articoli del passato che riemergono utilizzati come corpo contundente.

Non mancano le manovre sotterranee nei palazzi romani della politica e della finanza in vista di nomine di peso: il vertice della Cassa depositi e prestiti, la direzione generale del Tesoro.

Nomine che saranno decise in settimana, se non nelle prossime ore.

In ambienti governativi si dice che i candidati alla successione del direttore generale del Tesoro, Vincenzo La Via, che non ha lasciato troppe tracce al Mef, siano due.

Appare favorito al momento Antonio Guglielmi, già capo degli analisti di Mediobanca Securities, e da pochi mesi head of Equity Markets, nuova struttura che include i team di Equity Sales, Equity trading e Corporate Broking. Ieri Guglielmi è stato visto a Roma, proprio dalle parti del Mef. Solo un caso?

In concorrenza con Guglielmi c’è Alessandro Rivera, alla testa da anni della direzione Banche e sistema finanziario dello stesso dicastero ora guidato da Giovanni Tria.

Chi vincerà? Di sicuro, la scelta di Guglielmi costituirebbe una manovra di rottura, viste anche le sue analisi e i suoi report fra finanza, economia e politica che hanno destato interesse e sorpresa, talvolta, nella comunità finanziaria e non solo.

Rivera garantirebbe invece continuità e relazioni consolidate con banche e fondazioni (che dovrebbe poi vigilare come dg del Tesoro).

Guglielmi è considerato in prima fila perché sostenuto dai vertici del Movimento 5 Stelle, in primis Davide Casaleggio e Pietro Dettori. Mentre ci sarebbero alcuni rilievi da parte di una componente romano-genovese dei Pentastellati con al centro Stefano Donnarumma, ad di Acea, e soprattutto l’avvocato Luca Lanzalone, presidente di Acea,

Ma c’è un altro dossier che sta scaldando i palazzi. Il nuovo vertice di Cassa depositi e prestiti: le liste per l’assemblea del 20 giugno che eleggerà il nuovo consiglio di amministrazione saranno presentate entro il 16 giugno.

Il presidente uscente, Claudio Costamagna, si è defilato per il secondo mandato. In verità, non aveva il gradimento delle due forze politiche che compongono la maggioranza di governo: M5S e Lega.

Ambienti pentastellati e leghisti stavano già affastellando materiale per interrogazioni parlamentari su alcune operazioni della Cassa presieduta da Costamagna su cui la stampa aveva sollevato perplessità e interrogativi (in primis il caso Salini-Impregilo, il dossier Rocco Forte e altro ancora, con potenziali strascichi anche su Saipem).

In verità la presidenza di Cdp in base ai patti parasociali tra gli azionisti della Cassa (controllata dal Tesoro e partecipata dalle fondazioni bancarie) è espressione degli enti di natura creditizia. Ma il governo Renzi impose sia il presidente (Costamagna) sia l’ad (Fabio Gallia), e l’Acri di Giuseppe Guzzetti accettò, silente.

Ora l’orientamento prevalente tra le fondazioni azioniste (ma c’è una parte che fa capo a Fabrizio Palenzona tutt’altro che guzzettiana) è di candidare Massimo Tononi, già sottosegretario all’Economia nei governi Prodi e Monti.

Al momento sono due gli scenari sull’assetto complessivo di Cdp. Uno di tipo più istituzionale che politico. Un secondo più politico e meno istituzionale.

Il primo prevede la presidenza a Tononi, amministratore delegato Dario Scannapieco (già con Mario Draghi al Tesoro e attuale vicepresidente della Bei; sarà uno dei relatori di spicco del congresso Acri che si apre domani con la presenza eccezionale e non programmata del capo dello Stato, Sergio Mattarella) e Fabrizio Palermo, ora cfo di Cassa, come direttore generale: Palermo è gradito ai Cinque Stelle.

Lo scenario più “politico” è il seguente: Tononi come presidente e come amministratore delegato Flavio Valeri, numero uno di Deustche Bank Italia, su cui oggi il Fatto Quotidiano si è esercitato con un articolo urticante.

In mattinata c’è stato un comunicato di Deutsche Bank Italia: “Con riferimento alle notizie di stampa pubblicate in questi giorni, Flavio Valeri, Chief Country Officer di Deutsche Bank in Italia, conferma che proseguira’ il suo impegno professionale nell’ambito del gruppo Deutsche Bank, in cui lavora da oltre 17 anni”, si legge in una nota di Deutsche Bank.

Valeri dunque esce di scena? Non tutti sono concordi. C’è chi dice che sia una nota di prammatica in questi casi e chi fa notare che non parla Valeri. Che anzi, secondo alcune indiscrezioni, è sempre più lanciato verso Cdp con l’appoggio del Movimento 5 Stelle (ma ci sarebbero alcuni rilievi, come nel caso di Guglielmi, da parte dei vertici di Acea espressione di M5S).

Resta da comprendere se e come la Lega avrà voce in capitolo. In questi giorni le cronache raccontano di una chance per Massimo Sarmi: solo consigliere del leghista Giancarlo Giorgetti sulle nomine nelle partecipate o anche aspirante a un ruolo di spicco in Cdp?

Tutte le domande avranno a breve una risposta.

La Verità, banche in crisi ma per i top manager compensi alti

http://www.firstcisl.it/ 6 GIUGNO 2018

Il quotidiano “La Verità” riprende lo studio First Cisl sui bonus erogati dalle banche in crisi ai loro manager pubblicando la tabella riassuntiva. Con il titolo “Le venete e le altre. Compensi per 113 milioni ai top manager delle banche in crisi”, il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, rimarca la contraddizione dei numeri. A fronte di 27,6 miliardi di euro di risparmio bruciati dai banchieri, i bonus pagati ai vertici sono stati così generosi da ammontare a 113 milioni di euro. “A farne le spese – scrive La verità –  473.000 azionisti”.