Dietro le linee dell’accoglienza

Federico Lordi – 6 giugno 2018 LINTELLETTUALEDISSIDENTE.IT

Cronache di una giornata da infiltrato nell’universo immigrazionista: il ‘Migranti Film Festival’ è un crogiuolo di pathos in provetta, di filantropia esibizionista, di spettacolarizzazione del dolore.

Una donna nera tiene il proprio neonato in grembo mentre un uomo di mezza età le punta addosso il suo smartphone: il sorriso sornione muta in una smorfia compiaciuta, il dito grassoccio unge lo schermo mentre tenta di regolare il focus. Risate straripanti d’isteria spezzano il momento imbarazzante. Click. Il souvenir è raccolto, benvenuti al “Migranti Film Festival”.

Click.

Tre giorni di proiezioni, vanno in scena i documentari realizzati in giro per il mondo dagli allievi della facoltosa University of Gastronomic Sciences di Pollenzo. Migliaia di euro l’anno e un amore spasmodico per il diverso. La location è amena, decine (!) di visitatori gaudenti si aggirano per il festival, tronfi nelle loro camicie di lino, commossi nei loro pantaloni di seta: d’altronde si sa, la filantropia ama andare a braccetto con la pecunia: sprazzi di umanità un tanto al chilo in quel di Polens. Una donna ben vestita si agita, cosa starà accadendo?

Quello è cibo multietnico, tutte cose buonissime! Tutte cose buonissime.

Occhi iniettati di esterofilia e una gran fretta:

Largo, largo! Stanno arrivando i pasti!

Squillo di trombe, si scateni l’elogio della cucina cosmopolita: la donna vomita addosso ai visitatori ogni genere di castroneria, si prodiga con estrema cura nell’esaltazione dell’esotico mentre una vena fa capolino dalla tempia e pulsa, pulsa sempre più forte. Mescolanze di profumi e aromi multietnici sotto gli archi del festival. I conviviali si compiacciono, si compiacciono un po’ tutti al “Migranti film festival”: tre giorni dedicata all’incontro tra il mondo dell’enogastronomia e il tema migrazioni. “Fino a qui tutto bene” recitava un noto film di Mathieu Kassovitz. Ma a Pollenzo, sede della kermesse, tra le torri e i merli del castello un tempo dimora dei sabaudi l’aria è intrisa di morbosità, ogni sorriso o cenno di cordialità è pateticamente forzato all’estremo:

ha mica assaggiato quel gustosissimo zighinì?

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La forzatura nei dialoghi è nauseante. Il sole sta calando, assembramento di borghesi in un piccolo chiostro del castel. Entro, osservo et voilà: Francesca Paci intrattiene il pubblico, la platea è in visibilio: è necessario trovare una nuova narrazione. Strabuzzo gli occhi, sogno o son desto? Trattasi di un piccolo preludio al requiem della stampa mainstream? Prendo i popcorn e rimango in ascolto:

i media si trovano a dover raccontare la realtà così com’è, sapendo di avere di fronte un’audience che la percepisce in un altro modo.

Quanto è difficile per un genitore saper dosare le parole sotto lo sguardo permeante dei pueriindisciplinati. La Nostra lo sa e fa del paternalismo virtù. Saper pesare le parole in certi casi è importante. Mi guardo intorno, attonito: un piccolo pubblico di venti, o tuttalpiù trenta persone ascolta con ingordigia l’inno al classismo culturale del proprio idolo. Quando il discorso volge per pura coincidenza lessicale a temi quale la disoccupazione a due cifre, alla povertà tra gli autoctoni o alle periferie, il tono di voce della Nostra perde vigore, scemando in una flebile (e sterile) tiritera: quel 30% di persone a rischio povertà preme alle porte d’ingresso, vuole imbucarsi al Migranti film festival. Chiamate la sicurezza e buttateli fuori a calci. Vogliono rovinarci la festa.

 All’improvviso, il buio: lugubri ombre incombono sul chiosco, un’aria gelida fa irrigidire il parterre:

sono allibita da quanto tempo passi in Italia l’ideologo d’estrema destra di Donald Trump Steve Ban…

gli astanti trasaliscono mentre il parquet del chiosco scricchiola nervosamente sotto il peso delle sedie inquiete.

Ero a Roma quattro o cinque giorni fa a una sua conferenza: è estremamente comunicativo, estremamente violento nel linguaggio, estremamente popolare e la narrativa ce l’ha.

Un’uditrice seduta al mio fianco annuisce, spenta. La climax raggiunge il suo apice, si parla di controinformazione:

io credo che in questo momento la controinformazione sia tornare all’informazione tradizionale. C’è un’ubriacatura totale dell’attingere tutto da tutto. Tutti hanno l’impressione di sapere tutto perché hanno piluccato qua e là […] io faccio la giornalista, ho un nome, un cognome e una faccia. Ho una testata dietro di me: se io calunnio qualcuno io vado in tribunale […] ma quando la famosa controinformazione viene messa oggi nei social e non si sa da dove arriva, e non si sa chi c’è dietro, e non si sa se è un account da dove viene… su quella a chi chiediamo conto? E poi quando il veleno è andato in circolo come lo trovi l’antivirus?

La più grande sconfitta di chi ha perso è non indagare sulle ragioni della propria disfatta. La controinformazione come veleno, l’antidoto prodotto da chi non conosce neanche il primo articolo della Grundnorm della Repubblica italiana pare non funzionare più. È la caccia alle streghe: appiccate i blogger in pubblica piazza e dategli fuoco.

Migrant speaker's corner.

Mentre cerco di distogliere l’attenzione dallo sfarzo di anglofilia lessicale che appesta questo cortile, una brodaglia nera e fredda (al secolo un Chilaquiles messicano da 6 euro al piatto) fa a botte con il mio palato. Networkingenvironmentprojectgoalssentiment. Porca troia. Tasto il campo: “i migranti sono una risorsa” è il mantra, seguito a ruota dalla favoletta delle “pensioni”. “L’invasione non c’è” è il dogma: qui nessuno deve preoccuparsi della combutta salariale in fondo alla scala sociale, delle problematiche che un’integrazione forzata ai margini della grande città può creare, dei disagi subiti dall’una e dall’altra parte, degli scontri, dello sporco, della rude battaglia per la sopravvivenza quotidiana. Cane mangia cane ma guai a parlarne qui. 

Al “Migranti Film Festival” l’immigrazione è uno spettacolo emotivo. Si guardano film. Chiosa finale al chiaro di luna, prende la parola Carlo Petrini, Presidente di Slow food Italia:

tutta la storia della gastronomia è meticciato. Non c’è nulla di autoctono in Italia.

Rintoccano le campane di San Vittore, benvenuti alla sagra dell’immigrazionista. Raduno annuale di chi vuole portarli in Italia a tutti i costi, strappandoli alla loro terra madre. Colonialisti in erba.

Diritti umani.

Lunedì 4 giugnoDavide sa cucinare delle ottime torte di mele: durante un colloquio con la moglie scopre che la stessa ne ha trovata una divisa in sette fette: era nascosta nei panni sporchi che periodicamente passa a ritirare dal marito. Da quel giorno la donna non potrà più farne a meno e chiede due torte di mele tagliate in sette fette per ogni colloquio. Peccato che, dopo qualche giorno, la moglie si ripresenti all’appuntamento, stavolta imbestialita: non aveva ricevuto la sua torta.

Cosa sarà mai amore? Abbiamo così poco tempo per vederci

dice lui.

Non mi interessa, dovevi farlo! Dovevi farlo per me.

Replica lei. Davide non capisce, è furioso, la offende: non sopporta un simile spreco di tempo.

Davide e la regista dello spettacolo “Radici: luci e ombre”.

Ma proprio non capisci? Due torte tagliate in sette parti significano quattordici fette. Ne mangio una al giorno, così quando finiscono so che finalmente posso rivederti. Mi tengono attaccata a te.

Davide è un detenuto del carcere di Milano e sta scontando una pena di 24 anni per rapina a mano armata. Sta recitando davanti ai miei occhi nella chiesa di Pollenzo. Sa recitare in modo sublime ma l’espressione di stupore, di delusione, di rabbia una volta compreso il motivo di quel capriccio è vera, autentica. Lo spettacolo teatrale “radici: luci e ombre” è l’unica fiammata di vita, l’unico ceffone a cinque dita sferrato in pieno volto che ha saputo sconvolgere qualcuno o qualcosa in quella banale ridda che è stata la kermesse. Storie di vita raccontate da chi l’ha vissute: con un biglietto di ritorno verso il carcere in tasca. Trattasi dell’evento di chiusura (del Festival non c’è più traccia oramai) non pubblicizzato, lasciato ai margini e ignorato dai più: l’eccesso di crudezza potrebbe disturbare gli astanti. Davide e i suoi compagni salgono sul pullman della Penitenziaria: li ringrazio con un abbraccio, hanno dato moltissimo senza prendere nulla.