Potere al Popolo. Report Tavoli della 4a Assemblea Nazionale

Potere Al Popolo CONTROPIANO.ORG 6 GIUGNO 2018

Tavoli 5
Capitale/Lavoro

Il tavolo capitale/lavoro ha visto alternarsi al microfono 34 persone, compagne e compagni, che hanno mostrato una cosa semplice e banale per noi, ma non scontata in un’epoca di attacchi ideologici e contronarrazioni della classe dominante: il conflitto capitale lavoro esiste, è centrale e deve essere il fondamento del nostro orientamento politico e della nostra azione.

Non è possibile fare una sintesi di un tavolo dove sono state portate mille storie: il tempo rubato ai pendolari, il lavoro autonomo, impoverito e sfruttato, i lavoratori e le lavoratrici a nero, i fattorini che rischiano la vita per strada, la repressione contro chi lotta, le diverse forme di organizzazione e resistenza.

È possibile, però, riportare qui in plenaria le esigenze che sono emerse e i non pochi elementi di condivisione.

Le compagne e i compagni che hanno preso parola hanno posto con forza l’esigenza che Potere al Popolo assuma come linea guida del proprio agire in questo ambito una parola chiara e semplice: mettersi al servizio delle lavoratrici, dei lavoratori, delle lotte.

Per evitare che questo sia un vuoto slogan dobbiamo dotarci di strumenti per essere da subito utili ed efficaci nel conflitto di classe: il sostegno alle lotte, a chi è in difficoltà, al diritto dei lavoratori e delle lavoratrici a decidere sui propri posti di lavoro devono essere la misura di quello che facciamo.

Tra gli esempi di interventi diretti di Potere al Popolo nel conflitto capitale lavoro sono state indicate le camere popolari e gli sportelli legali che stanno nascendo un molti territori e che ci permettono non solo di sostenere le lotte e di creare coscienza, ma anche di tornare a fare inchiesta, altra esigenza venuta fuori con forza da tutti gli interventi.

Noi vogliamo che le bandiere di Potere al Popolo siano presenti ad ogni sciopero, ogni presidio, ogni picchetto. In questo senso, non ci interessa l’appartenenza sindacale e non scegliamo un sindacato di riferimento, l’unico discrimine che assumiamo per decidere a chi dare il nostro sostegno è la scelta chiara e radicale della lotta e del conflitto, piuttosto che della concertazione e della cooptazione. Sono nostri amici coloro che lottano, sono nostri avversari quelli che frenano, controllano, reprimono il dissenso, calpestano i diritti di lavoratrici e lavoratori. Questo è il nostro unico faro e, sulla base di questo criterio, saremo accanto a chi lotta senza guardare quale tessera sindacale ha eventualmente in tasca.

Alcuni interventi hanno comunque aggiunto, alla condivisione unanime di questo assunto, una critica alle scelte politiche fatte dalle direzioni del sindacalismo che un tempo si chiamava confederale, CGILCISL e UIL, viste come una delle causcoresponsabili della perdita di diritti conquistati con le lotte.

Concretamente e immediatamente, Potere al Popolo identifica alcuni appuntamenti importanti sul piano nazionale:

  • lo sciopero dell’industria del 31 Maggio, contro infortuni e morti sul lavoro, indetto da USB;

  • l’appuntamento dell’11 Luglio, prima udienza del processo che vede 16 lavoratori a nero di Napoli Sotterranea contro il padrone Albertini;

  • la manifestazione nazionale autunnale delle lavoratrici e dei lavoratori dei beni culturali.

Il Tavolo ritiene anche che Potere al Popolo debba assumere l’impegno di ragionare sulla costruzione di una campagna nazionale per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Tavoli 6
Welfare e diritti. Sanità, istruzione, inclusione, con focus sulle lotte e iniziative in corso

Al tavolo welfare hanno partecipato circa 100 persone. Gli interventi da parte di portavoce di assemblee territoriali, organizzazioni, collettivi e singoli dai vari territori sono stati ben 39. Dopo una prima proposta di suddivisione del tavolo in 3 gruppi distinti (sanità, istruzione, trasporti) si è deciso di mantenere un’unica assemblea e questa decisione si è infine rivelata importante sostanzialmente per tre motivi:

  1. Sui servizi pubblici e sul welfare in generale si stanno abbattendo le stesse tendenze, in Italia come in Europa e in molte parti del mondo, accompagnate da un generale disinvestimento di fondi pubblici: A)Privatizzazione e aziendalizzazione, ossia progressivo smantellamento delle infrastrutture di offerta pubblica dei servizi; finanziamento pubblico di un servizio controllato dal privato (cooperative, aziende anche multinazionali); introiezione di una logica di mercato nella gestione dei servizi; sviluppo del welfare aziendale a scapito di quello universalistico. B) Introduzione in tutti gli ambiti dell’ideologia della competizione, del “tutti contro tutti” in cui ogni problema viene scaricato sul singolo e non viene inteso e quindi risolto come problema collettivo. C)Introduzione di metodi di valutazione fintamente neutrali e super partes, per destinare risorse verso le “eccellenze” a scapito di una diffusione capillare e universale. D) Disinvestimento generale favorito dalla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio (art.81 Cost.), dal Patto di stabilità del 2007, dall’adesione italiana ai trattati europei (Fiscal compact in testa) e dal ricatto del debito pubblico, che colpisce soprattutto i comuni, ossia i principali erogatori di servizi pubblici.

  2. È importante evitare lotte di tipo corporativo. Ad esempio non si possono chiedere più soldi per scuola e università ignorando quanto avviene nei trasporti. Potere al popolo lotta per una difesa e un’espansione complessiva dei servizi pubblici e dei diritti sociali nella loro globale interazione.

  3. Le pratiche di resistenza e di lotta proposte e sperimentate in un settore possono essere riprodotte in altri settori.

E’ difficile sintetizzare qui la varietà di implicazioni che la questione dello stato sociale porta con sé, come testimoniato dalla varietà degli interventi, che hanno spaziato dalla questione dei trasporti a quella del razzismo, dalle discriminazioni verso le donne e della comunità LGBT+ alla ristrutturazione del mercato del lavoro. I due settori sui quali si sono però concentrati la maggioranza dei contributi sono due, e su quelli ci soffermeremo maggiormente: istruzione e sanità.

Istruzione

L’insieme delle politiche sull’istruzione degli ultimi decenni ha modificato profondamente la funzione stessa della scuola in Italia, da luogo della formazione del pensiero critico a luogo dell’omologazione in funzione del mercato del lavoro di stampo neoliberista: l’alternanza scuola-lavoro è l’ultimo segnale emblematico di questi processi. Siamo al capovolgimento del dettato costituzionale. In tal senso la LIp “Per la Scuola della Costituzione” è il terreno per ricostruire lo spazio di discussione escuola pubblica laica e democratica.

E’ sotto gli occhi di tutti il disinvestimento costante dello Stato sull’istruzione pubblica: i vincoli imposti dal pareggio di bilancio, il fiscal compact e le scelte intraprese dagli ultimi governi drenano risorse dalla scuola pubblica quando l’investimento in istruzione dovrebbe raggiungere il 6% del PIL. La flat-tax contenuta nel programma del nuovo governo non farà altro che aggravare questa situazione. Contemporaneamente si dirottano ingenti risorse, specie nella scuola dell’infanzia e primaria, verso le strutture private, spesso di stampo confessionale, che godono di privilegi e assumono i lavoratori e le lavoratrici con condizioni peggiorative rispetto al pubblico. Come se non bastasse l’universalità del servizio è intaccata dal funzionamento dei sistemi di gestione e valutazione, INVALSI per la scuola e ANVUR per l’università. Se a livello scolastico l’autonomia tende a selezionare le scuole già favorite perché situate in zone più ricche, nell’università il sistema di valutazione crea una vera discriminazione tra i cosiddetti “dipartimenti di eccellenza” – situati guarda caso in maggioranza nel Nord del paese – che ricevono un surplus di finanziamenti, e il resto del sistema universitario lasciato, in particolare al Sud, in stato di abbandono. La logica della competizione che informa il modello organizzativo scolastico si riversa inevitabilmente anche nei contenuti. L’alternanza scuola lavoro, che nella sua sostanza è accettata anche dal nuovo governo, è forse il simbolo più evidente di una formazione totalmente ripiegata sui bisogni delle imprese, in particolare al livello dell’obbligo, nel quale gli studenti vengono disciplinati alla precarietà tramite l’accumulazione compulsiva di esperienze lavorative a discapito di uno sviluppo delle capacità critiche. Lo stesso fenomeno avviene a livello universitario, dove all’organicità degli insegnamenti si è voluto sostituire il criterio dell’accumulazione di crediti formativi, e dove la produzione di nuova conoscenza non è improntata a criteri di pubblica utilità ma è orientata dal mercato per il tramite dei processi di valutazione della ricerca.

Anche le condizioni lavorative, nella scuola come nella ricerca, sono in netto peggioramento. Non solo in termini salariali e normativi – pesano nella scuola la condizione precaria di una parte consistente dei docenti  e le strategie baronali di reclutamento nell’università –, ma anche in termini di potere decisionale: il rafforzamento dei presidi porta ad uno svuotamento degli organi collegiali a discapito degli spazi di democrazia e di autogoverno della scuola.

Durante il tavolo sono stati numerosi gli interventi che hanno provato a delineare delle strategie di resistenza e lotta. Proviamo qui ad elencare le principali indicazioni emerse:

    1. Organizzare dove possibile gruppi di lavoro/azione centrati sul problema scolastico, coordinandoli a livello locale. E’ emersa in questo senso la proposta di costituire un coordinamento nazionale dei gruppi di lavoro sulla scuola, attraverso la convocazione di un’assemblea nazionale nell’autunno prossimo, a sua volta da impostare in occasione del campeggio estivo;

  • Puntare sull’organizzazione degli studenti, e più in generale sull’aggregazione giovanile;

  1. Organizzare e rafforzare ovunque campagne nazionali di lotta: in particolare portare a termine, entro luglio, la raccolta firme per la presentazione della Legge di Iniziativa Popolare sulla scuola (LIP), anche organizzando una due giorni nazionale dedicata alla raccolta;

  2. Sviluppare il controllo popolare nelle scuole e nelle università, non solo agendo attraverso i canali classici della democrazia scolastica (rappresentanze di istituto, organi collegiali), ma anche creando momenti di controllo sulle istituzioni deputate allo sviluppo dell’edilizia scolastica (es. a Salerno siamo riusciti ad aprire un tavolo permanente presso la città metropolitana), denunciando costantemente i casi di sfruttamento cui dà vita l’alternanza scuola lavoro (es. campagna BastAlternanza), e dando vita o rendendo funzionanti servizi cui gli studenti avrebbero diritto (aule studio, biblioteche, mense etc.);

  3. Sostenere le lotte dei lavoratori della scuola, puntando ovunque all’unione in un fronte unitario di tutte le categorie di docenti esistenti (spezzando la logica della guerra tra precari e garantiti) e denunciando le norme sulla rappresentanza che limitano l’agibilità sindacale negli istituti.

Sanità

Sul terreno della sanità stiamo assistendo alle stesse tendenze che interessano quello dell’istruzione. Anche qui la valutazione e la competizione tra poli sanitari funzionano come dispositivi per destinare le risorse pubbliche alle sole “eccellenze”, creando una disparità strutturale che rende sempre meno omogenea la copertura sanitaria in Italia. Dal Nord al Sud la sanità è sempre meno un diritto garantito: le politiche degli ultimi anni, fortemente determinate dal vincolo di pareggio di bilancio (art. 81 Cost.), determinano una carenza di organico, un progressivo smantellamento dei presidi sanitari locali e un netto spostamento di molte prestazioni sul privato, con evidenti conseguenze in termini di accessibilità del servizio sanitario per gli strati sociali meno abbienti. Lo stato arretra e chi può permetterselo si rivolge alle strutture private, che sulla salute delle persone fanno profitto.

Queste sono le tendenze generali, messe in luce dagli interventi delle compagne e dei compagni che hanno preso parola (spesso a nome di gruppi di lavoro territoriali sul tema della sanità e della salute). Vi sono poi alcune regioni, come in particolare la Lombardia, che fungono da laboratorio di sperimentazione di un “nuovo” modello sanitario destinato ad essere esteso ovunque, il quale vede i privati (cooperative, ma anche multinazionali del settore) ricevere denaro pubblico ed essere direttamente implicati nella gestione del piano terapeutico dei pazienti. Altro grave problema è la non applicazione della L. 194, di cui quest’anno ricorrono i 40 anni, a causa della forte presenza specie in alcune regioni di medici antiabortisti. A ciò si unisce il progressivo smantellamento dei consultori pubblici.

A partire dalle diverse esperienze già avviate ed attive sui territori, vari interventi hanno condiviso spunti e proposte di lotta, da unificare in una campagna nazionale per la difesa del diritto costituzionale alla salute (alle cure e alla prevenzione): una campagna per il ripristino del Servizio Sanitario Nazionale per tutte e tutti, sulla scorta della legge 883/78 che, 40 anni fa, lo istituiva. Le proposte concrete hanno spaziato dalla produzione e condivisione di materiali di analisi, denuncia e propaganda (ad es. opuscoli e volantini), alla valorizzazione di esperienze di base come sportelli salute e ambulatori popolari. La necessità prima è ad ogni modo quella di rilanciare la lotta a livello nazionale, partendo anche da vertenze locali ma puntando a superare ogni sorta di corporativismo e di separazione tra lavoratori e utenti. Al fine di approfondire l’analisi e coordinare con maggiore efficacia le pratiche e le campagne di mobilitazione è stata condivisa da tutte e tutti l’esigenza di dare vita ad un tavolo nazionale permanente sul tema della sanità pubblica. A tal proposito, un primo appuntamento rilevante sarà l’assemblea regionale sulla sanità organizzata per il 7 giugno prossimo dalle assemblee di Potere al Popolo della Lombardia.

Tavoli 7
Ambiente e modello economico/sociale

Premessa: Il tavolo è stato animato da una quarantina di contributi, la maggior parte dei quali apportati da compagni e compagne appartenenti a comitati e movimenti ambientalisti locali; in misura minore essi sono stati espressione di posizioni di sintesi di assemblee territoriali o gruppi tematici locali di Potere al Popolo.

Gli interventi hanno insistito soprattutto su tre punti:

  1. Presentare problemi, istanze ambientali di specifici territori, nell’obiettivo di costruire una panoramica delle emergenze ambientali e dei conflitti territoriali ed esperienze di lotte attuali;

  2. Esprimere posizioni di senso  sul significato di ambientalismo ed ecologismo;

  3. Suggerire temi, questioni e modalità per arricchire e fare avanzare Potere al Popolo sulla tematica ambientale.

Punto 1.

Emerge una ricchissima e allarmante ascesa dei conflitti territoriali, che testimonia la centralità della crisi ambientale. Questi conflitti, espressi soprattutto da comitati e movimenti, non trovano più né referenti politici – nella politica istituzionale rapprsentata in Parlamento – né associazioni di riferimento (basti pensare a Legambiente o a WWF) capaci di farsi carico dei problemi, affiancarsi nelle lotte e proporre “soluzioni” capaci di incidere in senso trasformativo sull’esistente.

Ogni territorio esprime un suo problema specifico, ma è fondamentale riconoscere che per quanto sembri locale e circoscritto, in realtà è strettamente interconnesso ad aree geografiche molto più ampie, legato a processi socio-politici ed economici – non sempre visibili! – di più ampia scala, che impongono la lettura delle tematiche affrontate in ottica internazionalista.

Fondamentale il ruolo dei comitati e movimenti, in riferimento ai quali in molti interventi si sottolineava l’importanza della loro autonomia, del non essere istituzionalizzati o assorbiti tout-court nella politica.  Alla luce di questo Potere al Popolo deve mettersi al servizio di queste lotte, offrire una sponda politica per arricchirle e rafforzarle all’interno di una lenta, paziente ricucitura di esperienze troppo spesso parcellizzate, limitate ad un piano di articolazione locale.

Punto 2.

La questione ambientale non è un settore o una tematica specifica e compartimentalizzata, ma un approccio culturale, un modo olistico di vedere, comprendere ed affrontare la vita e dovrebbe quindi essere parte integrante di ogni tematica affrontata sul piano dell’analisi politica e del conflitto.

L’ecologismo, dovrebbe diventare una parte fondamentale e integrante dell’essere anticapitalista, perché i problemi ambientali e territoriali derivano dal modello politico economico capitalista.

Le questioni ambientali dovrebbero essere affrontate, sia da un punto analitico che propositivo, insieme al tema del lavoro, dello sviluppo economico e dell’internazionalismo. La scala del “problema ambientale” è quella planetaria.

Punto 3.

Ambientalismo ed ecologismo dovrebbero diventare pilastri fondanti di Potere al Popolo, per ricostruire un grande movimento ambientalista reale.

Potere al Popolo, secondo alcuni interventi, potrebbe avere anche una  funzione di osservatorio su questioni ambientali e potrebbe altresì articolare una rete di conoscenze e competenze su questi temi, assumendo, a livello nazionale, un ruolo di trait d’union fra l’universo di esperti del settore e le esperienze variegate di lotta dal basso esistenti oggi nel paese.

Potere al Popolo, ancora, dovrebbe essere promotore di proposte di leggi popolari, istanze, ricorsi legali e iniziative politiche in materia ambientale – alcuni di questi sono già state proposte in sede di discussione assembleare e si riportano di seguito –  al fine di articolare su più piani, e dunque rafforzare, la lotta per la tutela dell’ambiente:

  • Contro incentivi agli idrocarburi e piano energetico nazionale;

  • Per rendere anticostituzionali opere che hanno profitti privati ma sono di dubbia, pubblica utilità;

  • Contro il ruolo delle multinazionali nel controllo delle risorse;

  • Contro il consumo e lo sfruttamento di suolo;

  • Per una reale rigenerazione urbana, contro ciò che è diventata solo una pratica estrattivista e speculativa;

  • Per il recupero di reale sovranità popolare territoriale e amministrativa delle comunità locali (che sul piano comunale e regionale, oramai sono sempre più svuotate di potere decisionale);

  • Per una pianificazione urbanistica, contro leggi obsolete e proposte di legge guidate dagli interessi della rendita e non da quelli del benessere degli abitanti dei territori;

  • Per i beni comuni;

  • Per una moratoria sulle emissioni e sull’inquinamento come priorità immediata di lotta.

In molti interventi si è sottolineata l’importanza di tradurre campagne e conflitti locali in azioni più generali, anche in prospettiva di avere ricadute sistemiche e potere trasformativo sui processi decisionali e non solo sugli effetti di questi, passando così da una lotta di resistenza ad un orizzonte di proposta e di trasformazione immediato dell’esistente.

Si è sottolineata poi la necessità di assumere un ruolo culturale ed educativo, con lavoro di lunga lena, affinché si dia spinta alla consapevolezza sulle tematiche ambientali: a questo proposito di fondamentale importanza è un’attenzione ulteriore alla comunicazione: Potere al Popolo dovrebbe assumere ruolo di guida, per far crescere l’ecologismo e sottolineare la stretta connessione tra ambientalismo e anticapitalismo. Per risolvere i problemi dell’ambiente, cambiare sistema, sperimentare nuovi stili di vita e un nuovo modello di sviluppo.

Necessario è mettere in campo pratiche ambientali concrete (ad esempio laboratori di ri-uso) per sottrarre terreno alla controparte, attraverso la diffusione di pratiche virtuose ecologiste. Nelle case del popolo devono entrare e vivere anche l’ambiente e l’ecologia, attuando anche su questi temi pratiche mutualistiche.

In considerazione della embrionale ma già attuale articolazione di alcuni dei nodi territoriali di Potere al Popolo in gruppi di lavoro e tematici che mettono al centro del proprio impegno e della propria azione  politica le questioni ambientali, si auspica un ulteriore sviluppo di tale modello organizzativo ed una messa in rete di competenze, esperienze, con condivisione di documenti analitici e di una cassetta degli attrezzi, che possano consentire un ulteriore sviluppo delle pratiche di lotta articolate sui territori e una loro maggiore connessione: a tal proposito si chiede l’attivazione di una sezione tematica sul Forum di Potere al Popolo già lanciato negli scorsi giorni e lo sviluppo di una sezione analoga sulla piattaforma in via di costruzione.

Il tavolo si è concluso con l’evidenziazione di una necessaria continuità per occasioni di confronto e approfondimento teorico sul tema, a partire già da questo autunno, motivo per il quale si auspica la calendarizzazione di nuovi appuntamenti collettivi sui temi trattati, che sappiano mettere a valore fin da subito il patrimonio di esperienze e di saperi degli attivisti e delle attiviste che hanno partecipato all’assemblea nazionale e che partecipano o si riconoscono nell’organizzazione Potere al Popolo.

Tavoli 8
Giustizia

Vista la liquidità dell’attuale situazione politica italiana è pressoché impossibile poter elaborare una qualsiasi analisi sullo scenario che si andrà a configurare nelle prossime settimane.

Si può però ipotizzare, con ampio margine di certezza, che in materia di giustizia e penalità lo scenario rimarrà invariato. Se il risultato elettorale del 4 marzo ha consegnato l’Italia al populismo penale più becero e reazionario della storia della Repubblica, eventuali nuove votazioni daranno ai “martiri del complotto” percentuali bulgare. E quello che hanno già siglato i partiti di maggioranza è un contratto di governo che mette al centro l’ossessione securitaria e legalitaria, peraltro non supportata da dati reali, ma sapientemente alimentata dai mass media che va a colpire e criminalizzare ulteriormente larghe fasce di marginalità sociale (migranti, occupanti di case, rom e detenuti).

Una visione della Giustizia in grado non solo di intaccare in modo significativo gli istituti di garanzia previsti dall’ordinamento, ma di concretizzare un salto di qualità antropologico, che Luigi Ferrajoli ha definito come la “sistematizzazione governativa di una rottura epistemologica”. Cioè del valore e della natura della giustizia costituzionale e dello “Stato penale minimo”, che si fa invece “massimo”, con una autentica “decostituzionalizzazione” della pena. Un diritto penale classista e diseguale a doppio regime: massimo per i reati di strada e minimo per i reati dei soggetti forti. Una giustizia che punisce i poveri.

Le ricette proposte dal duo Salvini-Di Maio, all’insegna della tolleranza zero, sono l’esatto contrario dei dettami di uno stato di diritto: sgomberi immediati delle occupazioni abitative e dei campi rom senza soluzioni alternative (andando persino a peggiorare il già pessimo decreto Minniti-Orlando), rimpatri forzati e costruzioni di nuove carceri sono le risposte che si intendono dare ad alcune delle emergenze sociali più scottanti.

Siamo pienamente consapevoli del fatto che a spianare la strada a questa deriva sia stato chi ha governato finora, non solo lasciando in piedi le pessime leggi figlie dei governi delle destre come la Bossi-Fini (intervenuta sull’impianto della Turco-Napolitano), ma stravolgendo con decretazione il diritto penale, sostanziale e processuale, dichiarando guerra ai poveri e dimidiando le garanzie per migranti e richiedenti asilo con provvedimenti che recano chiari i nomi dei proponenti, ossia Minniti e Orlando e finanche non riuscendo o meglio, non volendo riuscire, a condurre in porto quella riforma dell’ordinamento penitenziario sicuramente insufficiente ma che poteva costituire un primo passo in una giusta direzione. Dunque, il materiale, l’armamentario cui attingere per realizzare i propositi securitari è già stato messo gentilmente a disposizione del futuro inquilino del Viminale.

Prendiamo al contempo atto che tutto ciò è assunto oggi a livello programmatico, con una demagogia populista autoritaria che mira a sfibrare e dissolvere quel poco di coscienza democratica ancora viva, specie nell’area penale. Non un programma di governo emendativo, che rimane nello stesso campo, ma di rottura “filosofica”.

Ed è nel piano carceri e sicurezza che il capolavoro si manifesta in tutta la sua barbarie, seppellendo definitivamente lo stato di diritto e suggellando lo “stato penale”. Si inizia con: 1. “rapidità ed efficienza della giustizia” che, a nostro avviso, equivale a una pericolosissima sommarietà; 2. abbassamento dell’età di punibilità; 3. rafforzamento delle pene; 4. certezza della durezza del carcere con particolare attenzione ai regimi differenziati e al 41-bis; 5. introduzione di nuove fattispecie di reato; 6. azzeramento delle misure alternative; 7. cancellazione della c.d. “sorveglianza dinamica ” (un regalo, quest’ultimo, a quei sindacati di polizia penitenziaria da sempre ostili all’apertura diurna delle celle).

Il paragrafo sulla lotta alla corruzione ed al bullismo prevede l’introduzione di meccanismi di premialità della delazione a partire dalle scuole a finire ai luoghi di lavoro, introduzione dell’agente sotto copertura e dell’agente provocatore, potenziamento dei sistemi di videosorveglianza.

Ancora, la liberalizzazione della legittima difesa: una “giustizia fai da te” in salsa padana che aprirebbe a scenari da far-west e da caccia all’uomo (preferibilmente straniero) con l’abrogazione del principio della proporzionalità tra offesa e difesa e con il venir meno del monopolio statale dell’uso della forza; l’eliminazione del rito abbreviato per una serie di reati; la riforma della prescrizione dei reati che renderà possibili più di oggi processi infiniti e pene irrogate a soggetti completamente cambiati da quando commisero i fatti-reato; l’attacco pesante, forcaiolo e classista a tutti quegli strumenti deflattivi pensati e realizzati al fine di adeguare la normativa penale alla nuova realtà sociale (depenalizzazione) e di eliminare il ricorso alla pena nei casi ritenuti di non particolare gravità (particolare tenuità del fatto, condotte riparatorie), laddove gli unici reati per cui non sarebbero ammissibili alternative alla pena sono quelli contro il patrimonio.

Pur in presenza di una continuità ed evoluzione di misure repressive attuate dai passati governi, assistiamo oggi a un salto di qualità, ad un colpo definitivo allo stato di diritto.

Il fallimento dell’istituzione carceraria fine a se stessa e contraria al senso di umanità richiamato dalla Carta costituzionale in primis e poi dalle diverse convenzioni internazionali, dovrebbe proiettarci verso il superamento delle misure detentive, consapevoli che la lotta al crimine ed alla devianza passano attraverso la garanzia dei diritti che diano a tutte e tutti le stesse opportunità di scelta. Rimuovere gli ostacoli, in particolare la povertà, che impediscono il libero e consapevole sviluppo dei cittadini, è il principio che ispira l’art. 3 della Costituzione, disatteso da sempre. Da questo è derivata una stratificazione sociale che favorisce il radicamento delle condotte c.d. devianti nelle fasce più deboli e ricattabili della società, particolarmente nel Sud del Paese. La prevenzione del crimine deve passare attraverso la ricostruzione di un corpo sociale sano che metta al centro l’individuo (come parte della collettività), la giustizia sociale e l’uguaglianza.

Lo scenario che ci si pone di fronte è quello di uno Stato che sacrifica i diritti umani, tutti, seguendo una logica di mercato in cui il profitto viene prima del benessere collettivo di ognuna e di ognuno, dove la sicurezza è argomento da talk show politici che hanno come unico obiettivo quello di intimorire la società e, attorno alle paure sociali, reali o indotte che siano, ingenerare la richiesta di sicurezza per farla sentire bisognosa di protezione, così da poter legittimare pene esemplari e, in definitiva, proporre come soluzione più galera per tutti. Un circolo vizioso che alimenta e produce il crimine stesso, mercificando i diritti e le libertà, alimentando così la fabbrica penale e tramutando la nostra Costituzione in carta straccia.

Un prodotto finale che viene determinato dalle condizioni socio-economiche di specifiche aree del Paese (Sud e periferie metropolitane) e viene definito attraverso campagne mediatiche emergenzialiste di criminalizzazione, secondo uno schema ormai ben consolidato che permette la sospensione dello Stato di diritto.

Tutto ciò, mentre avanza una prassi che evolve nel senso di un riconoscimento del reato di solidarietà e il contrasto alle mafie è posto su un terreno esclusivamente giudiziario, e non sociale, con una genericità disarmante.

In tema di diritto del lavoro, poi, gli intendimenti appaiono fumosi e generici con un accenno a una possibile revisione del Jobs act, ma con la proposta concreta di reinserimento dei voucher, già cancellati per evitare la pronuncia della cittadinanza attraverso un referendum abrogativo e poi parzialmente reinseriti nell’ordinamento.

Niente di concreto nemmeno sulla tutela di lavoratrici e lavoratori licenziati e, dunque, sull’eventuale reintroduzione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, già pure oggetto di propaganda elettorale.

Naturalmente, noi non siamo per il “tanto peggio tanto meglio”. Tutte le misure rivolte ad abbattere la costituzione materiale delle riforme senza spese previste nella giustizia civile e a facilitare l’accesso alla giustizia, come il calendario da stabilirsi a inizio processo, l’abbassamento del contributo unificato e il superamento del doppio sbarramento, mediazione e conciliazione, sono sicuramente positive e da tempo da noi auspicate e ne andrà pretesa la realizzazione.

In conclusione, riteniamo che qualunque sarà il prossimo governo, sarà comunque incentrato sulla gestione penale e repressiva delle lotte e delle emergenze sociali. Quella che ci aspetta nei prossimi mesi è una sfida ardua, le parole d’ordine dovranno essere decostruire e sfatare la retorica securitaria ed emergenzialista, ricostruire una coscienza di classe che faccia del garantismo la propria bandiera, consapevoli che è esattamente sul piano securitario che le forze di maggioranza hanno trovato consenso ed equilibrio e sarà probabilmente su questo piano che riusciranno a mantenere salda l’intesa.

Dobbiamo riuscire a mettere a valore le relazioni positive che si sono riuscite a intessere negli ultimi mesi, in cui abbiamo avuto la possibilità di portare i temi del carcere e della repressione fuori dai circuiti di “addetti ai lavori”, perché è solo portandole nella società che potremo decostruire il populismo penale.

È necessario, oggi più che mai, provare a far nascere una nuova sensibilità diffusa affinché si superi non solo la retorica securitaria, ma la necessità stessa della segregazione fisica, della privazione della libertà, come unico dispositivo correttivo dei mali sociali. Ritornare a essere “comunità sociale” contro lo Stato penale. Pretendere la certezza dei diritti prima della certezza della pena.

Il prossimo 26 giugno è la giornata mondiale dedicata dall’Onu alle vittime della tortura e in Italia è già stata lanciata la terza giornata nazionale di digiuno nelle carceri per chiedere la cancellazione dell’ergastolo: Potere al Popolo! aderisce all’iniziativa e richiede la partecipazione attiva su tutto il territorio nazionale, anche per dare continuità al già citato punto 15 del programma.

Nello stesso giorno è prevista, a Roma, un’iniziativa pubblica che illustrerà i motivi di incostituzionalità della Legge Minniti-Orlando che verranno esaminati il giorno successivo dalla Prima Sezione civile della Corte di Cassazione. Anche su questo tema, Potere al Popolo! seguirà da vicino gli sviluppi della importantissima decisione.

Infine, proponiamo che avvocate ed avvocati, operatrici e operatori del diritto, militanti e attivisti sociali si coordinino all’interno di Potere al Popolo! per creare una rete in grado di agevolare e condividere prassi e materiali atti a facilitare l’elaborazione dei contenuti già sviluppati nel programma elettorale e l’azione delle realtà mutualistiche attive sui territori.