COSA SAI DEI ROTHSCHILD? Pietro Ratto

byoblu.com 7.6.17

 

“I Rothschild e gli altri – Dal governo del mondo all’indebitamento delle nazioni, i segreti delle famiglie più potenti del mondo”, è il libro di Pietro Ratto, insegnante, scrittore e filosofo, che racconta dell’influenza enorme esercitata dalla famiglia Rothschild, e dalle altre dinastie con le quali si è imparentata, sulla storia degli ultimi secoli. Una storia che, mettendo a nudo la stirpe dei grandi banchieri, si dipana dalle speculazioni sui conflitti bellici per arrivare a mostrare come nasce storicamente il debito pubblico. Una storia che, curiosamente, passa anche per il Titanic. Il libro si trova qui: https://amzn.to/2sLxBC9

Cdp, Mps, Popolare Vicenza, gli sbuffi di Guzzetti e gli smemorati

 startmag.it 7.6.17

cassa depositi e prestiti

Che cosa ha detto e che cosa ha dimenticato di dire oggi Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri, parlando di Cassa depositi e prestiti (Cdp) e dintorni

Se non è un altolà, ci manca poco. Giuseppe Guzzetti, presidente dell’associazione delle fondazioni bancarie (Acri), oggi ha dispensato ammonimenti e suggerimenti all’indirizzo di Palazzo Chigi, del Tesoro e della maggioranza di governo formata da Movimento 5 Stelle e Lega.

Il motivo degli sbuffi di Guzzetti? La possibilità che il governo tramite il ministero dell’Economia (che controlla la Cassa depositi e prestiti) possa puntare davvero su una banca pubblica per gli investimenti (come indicato nel programma di governo) relegando a un ruolo secondario le fondazioni che sono azioniste della Cassa.

Vediamo le parole di Guzzetti, gli scenari su Cdp e non solo. Con qualche rilievo su alcuni ammonimenti del presidente dell’Acri e uomo forte di Cariplo (alle prese peraltro con la successione proprio in casa Acri, qui le ultime indiscrezioni in un recente articolo di Start Magazine).

“Abbiamo letto il contratto di governo, io per dovere l’ho letto, e ascoltato le dichiarazioni del premier ma non abbiamo in mano nessun documento di nessun genere. Impostazione del contratto è programmatica, poi si vedrà come si traduce”. E’ quanto ha detto Guzzetti a margine del congresso Acri sull’idea contenuta nel contratto di governo dell’istituzione di una banca pubblica degli investimenti, forse tramite la Cdp.

Ma che sia direttamente o indirettamente la Cdp (nel caso il Tesoro passi le quote in Mps alla Cassa) a essere la banca per gli investimenti evocata e invocata da pentastellati e leghisti si pone un problema, comunque c’è una certezza: la Cdp rientrerebbe nella vigilanza bancaria e dovrebbe sottostare alle regole di Basilea 2.

Non è un’indiscrezione. Si basa su quello che fece intendere nel febbraio del 2015 Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia, in un’audizione in Parlamento, parlando del progetto bancario di Sace caldeggiato all’epoca dall’allora numero uno di Sace, Alesssandro Castellano: “Se Sace si trasforma in una banca, essendo Sace di Cdp, questo sicuramente farebbe scattare vigilanze anche maggiorate perché avremmo un conglomerato finanziario”, disse Rossi in Parlamento.

Il risultato di questa evoluzione adesso per Cdp visti gli obiettivi di M5S e Lega? La Cassa, dunque gli azionisti Tesoro e fondazioni creditizie, dovrebbero aumentare il capitale – secondo i calcoli effettuati da alcuni addetti ai lavori che seguono il dossier – per circa 25 miliardi di euro.

Oggi Guzzetti ha parlato anche di altro. Mettendo in guardia il nuovo governo. Le fondazioni bancarie, azioniste di minoranza di Cdp, sono favorevoli a “un ulteriore sviluppo della Cassa” che “non metta a rischio i risparmi degli italiani ma se si intende superare questo limite ci opporremo con tutte le forze”, ha affermato il presidente dell’Acri che ha ricordato come le fondazioni “hanno collaborato con governi di tutte le maggioranze” e continueranno a farlo, “noi non siamo l’opposizione in Parlamento” ma – ha aggiunto “senza il nostro voto, viste le norme statutarie, certe iniziative” non si possono realizzare.

Certe iniziative, dice Guzzetti. Quali non lo dice. Forse pensa ad Alitalia? Quando dice di aver collaborato con i governi precedenti, è vero. Collaborazioni fruttuose per la Cassa e dunque per fondazioni azioniste.

Lo sanno bene i vertici uscenti che, rispetto a quelli in cui c’erano Franco Bassanini come presidente e Giovanni Gorno Tempini come ad, hanno beneficiato di un occhio di riguardo da parte del Tesoro. In particolare una maggiore remunerazione del conto corrente di Tesoreria: circa 160 miliardi di liquidità che arrivano dalla raccolta presso gli sportelli delle Poste e che servono per stabilizzare il debito pubblico.

Secondo la relazione della Corte dei Conti sul bilancio 2016 della Cdp “si rileva un incremento della marginalità tra attività fruttifere e passività onerose, passata da circa 36 punti base del 2015 a circa 83 punti base del 2016, principalmente dovuto alla diminuzione del costo delle passività onerose (-26 punti base) e all’aumento del rendimento sul c/c di Tesoreria”.

Come è potuto avvenire? L’ex ministro dell’Economia, Piercarlo Padoan, ha rimpinguato di almeno 20 basis point la voce degli interessi attivi mentre gli interessi passivi pagati sui libretti dei risparmiatori si contraggono per effetto del calo generalizzato dei tassi di mercato, ha ricostruito di recente Business Insider Italia.

Così il margine di interesse della Cdp, che era sceso pericolosamente da 1,161 miliardi del 2014 a 905 ,1 milioni nel 2015, può ricominciare a salire a 2,368 miliardi del 2016 fino a raggiungere i 3 miliardi nel 2017: “Costamagna e Gallia – ha scritto Giovanni Pons, direttore di Business Insider Italia – hanno così l’ossigeno per gestire in tutta tranquillità il loro triennio alla Cassa (2,2 miliardi di utile per Cdp spa nel 2017) ma questa maggiore remunerazione, è bene ricordarlo, pesa su tutti i cittadini italiani visto che è andata ad aumentare il debito pubblico. Si tratta di soldi degli italiani che sono passati dal Tesoro a essere distribuiti come dividendi non solo allo stesso Tesoro (azionista prima all’80 e poi all’85%) ma anche alle fondazioni bancarie che sono azioniste della Cdp con il 15,8%”.

Nel corso dell’ultimo triennio la Cdp si è anche rafforzata patrimonialmente, sempre grazie alla generosità del Tesoro che le ha conferito una partecipazione del 35% di Poste facendosi pagare il valore non in contanti ma in azioni della stessa Cdp. Così il patrimonio della Cassa è cresciuto di 3 miliardi, dando spazio a nuove operazioni di investimento di capitale, la partecipazione del Tesoro nella Cassa è salita all’85% e quella delle fondazioni è scesa appena sopra il 15%: eppure gli enti presieduti da Guzzetti continuano ad avere un peso rilevante in Cdp. In base allo statuto esprimono la presidenza (ora punterebbe su Massimo Tononi al posto di Carlo Costamagna) e distribuiscono pagelle, ammonimenti e suggerimenti a destra e a manca. E dimenticano che il loro investimenti iniziale nella Cassa è stato ampiamente ripagato con i flussi di dividendi in questi anni.

Anche perché va ricordato agli smemorati che la Cdp, per evitare che la Popolare di Vicenza e Veneto Banca fallissero con effetti a catena, ha investito e perso 750 milioni nei fondi Atlante 1 e Atlante 2.

Quanto è costata agli italiani la crisi delle banche

Massimo Morici panorama.it 7.6.17

Lo Stato ha messo 10 miliardi per salvarle. I banchieri “bancarottieri” quasi nulla: hanno pagato 67 milioni in multe a fronte di compensi per 113 milioni

sportello_bancario

L’immagine di uno sportello bancario – Credits: ANSA/GIUSEPPE GIGLIA

Dal 2011 a fine 2016 le dieci banche italiane travolte dalla crisi hanno pagato 113 milioni di compensi ai loro amministratori. Soldi meritati? Nello stesso periodo gli stessi dieci istituti hanno subito 27,6 miliardi di euro di  perdite, hanno utilizzato 10,6 miliardi di soldi pubblici per fronteggiare le emergenze, oltre a 3,4 miliardi dal Fondo Atlante e 4,7 miliardi stanziati dal Fondo di risoluzione.

A confrontare i numeri della generosità verso i banchieri con quelli (drammatici) dei disastri bancari, è stato un recente studio della First Cisl, che ricorda anche i 14.000 posti di lavoro perduti, oltre ai 470.000 azionisti che hanno perso del tutto o in parte i loro risparmi, con l’aggiunta di migliaia di obbligazionisti, alcuni solo parzialmente rimborsati con 181 milioni del Fondo interbancario.

I 10 istituti sotto la lente

“Non è forse un disastro questo? Eppure in Italia non c’è una legge sul disastro bancario, una carenza inaccettabile, che va colmata. In sua assenza, sinora si contano appena 67 milioni di sanzioni irrogate dalle varie autorità di vigilanza e di garanzia ai manager o alle loro banche” ha commentato il segretario generale di First Cisl, Giulio Romani.

Le banche finite sotto la lente dell’uffcio studi del sindacato sono quelle tristemente note alla cronaca finanziaria e non degli ultimi tre anni: le quattro banche “risolte” del Centro Italia (Banca Etruria, Banca Marche e Carichieti, passate a UBI, e Carife, transitata a Bper); le due ex popolari venete integrate in Intesa Sanpaolo (Veneto Banca e Popolare di Vicenza); le tre casse romagnole finite a Cariparma – Crédit Agricole (CarimCarismi e Caricesena).

Le multe non fanno paura

Il sindacato fa notare lo “scarso potere di deterrenza esercitato dai meccanismi sanzionatori” da parte delle autorità italiane ed europee, che si va a sommare alla mancanza in Italia di una legge “ad hoc” che punisca chi procura dissesti bancari in grado di arrecare danni enormi all’occupazione e al risparmio privato. Detto con le cifre, il totale delle multe (per la maggior parte irrogate da Consob e Banca d’Italia) raggiunge un importo pari alla metà dei compensi pagati agli amministratori.

In dettaglio, First Cisl ricorda che Via Nazionale nel caso delle dieci banche in dissesto ha disposto provvedimenti per un totale di 26,8 milioni di euro, di cui 4,9 milioni milioni a Banca Mps, 4,8 milioni a Banca Etruria, 4,5 milioni a Banca Marche, 3,3 milioni a Carife, 3,7 milioni a Popolare di Vicenza, 2,8 milioni a Veneto Banca, 950 mila euro a Caricesena, 835 mila a Carim e 774 milioni a Carichieti e 335 mila a Carismi.

I “super” compensi a Vincenza

Non sono molto lontani in valore i 24,5 milioni di sanzioni della Consob, che si concentrano però su sei banche e riguardano per ben 9,2 milioni la Popolare di Vicenza e per 6,1 milioni Veneto Banca, mentre su Mps gravano per 5,4 milioni e su Etruria per 2,7, con Caricesena e Banca Marche a chiudere il conto rispettivamente a 638 e 420 mila euro. La Popolare di Vicenza, inoltre, è stata sanzionata per 4,5 milioni dall’Antitrust e per 11,2 milioni dalla Bce. In tutto, l’ex banca vicentina ha ricevuto sanzioni per 28,5 milioni, comunque inferiori ai 32,2 milioni pagati nel periodo ai suoi amministratori e a fronte di una perdita nel periodo di 3,8 miliardi di euro e una stima di 118 mila azionisti colpiti.

Il caso di Banca Mps

“Di fatto, nelle due venete si concedevano compensi monstre: in sei anni gli amministratori e i top manager delle due banche hanno incassato 62,8 milioni di euro, con i drammatici esiti che sono noti a tutti” sottolinea Romani. Un altro caso eclatante è quello di Mps: i compensi nel quinquennio sotto esame ammontano a 13,3 milioni a fronte di 10,2 milioni e perdite per ben 17,5 miliardi di euro. Stessa storia per le quattro banche “risolte”, dove però si segnala solo il caso di Banca Marche, dove le sanzioni (quasi 5 milioni di euro) superano i compensi (3,9 milioni). Del resto il piccolo istituto marchigiano ha accumulato dal 2011 alla risoluzione (a fine 2015) un rosso di 1,2 miliardi.

Per saperne di più

L’unica vera sfida, ormai, è quella fra sovranismo e globalismo. In gioco ci sono 3.000 anni di civiltà occidentale

7 Giugno 2018 il populista.it

L’unica vera sfida, ormai, è quella fra sovranismo e globalismo.  In gioco ci sono 3000 anni di civiltà occidentale

Se prendete nella mano dei grani di sale, non ne troverete uno identico all’altro. Mettendoli poi in un bicchiere colmo d’un fluido qualsiasi, noterete che nessuno di essi tenterà di assimilare il fluido, il quale invece farà di tutto per intaccare l’integrità dei grani. Ecco, i grani sono i popoli, con le loro bellezze, le loro identità, le loro differenze e le loro concomitanze; e il volume di fluido che ognuno di essi occupa nel bicchiere costituisce lo spazio vitale indispensabile alla loro precipua sopravvivenza.
Il fluido rappresenta invece l’asetticità globalista, una forza acefala, omogenea, incolore, amorfa e stagnante capace solo di inglobarne, annullandole, le differenti singolarità che animano l’universo. Ora, i grani più meritevoli, gioiosi e orgogliosi della propria natura avranno massimo interesse a distinguersi da tutto il resto, a moltiplicarsi e a tramandare se stessi così come sono nati; al contrario, quelli più mediocri, nichilisti, depressi, depressivi e vinti diventeranno i più cinici complici dell’azione diluente del fluido poiché non potranno che godere nel veder soccombere ad essa quei paradigmi differenzialisti d’eccellenza responsabili della propria frustrazione.

La parola, a questo punto, passa a Madre Natura. Già, ma in veste di madre, come appunto la riteniamo noi, o di “matrigna”, come essa viene considerata dalla vulgata globalista? Poiché se la natura ha creato i grani di sale, evidentemente intendeva anche preservarne bellezza e funzione, altrimenti si sarebbe risparmiata la fatica. Indubbiamente ha anche attribuito al fluido proprietà fisiche e chimiche tali da renderlo una sostanza potenzialmente solvente verso tutto ciò che arriva ad inglobare; ma è altresì vero che non ha poi fatto sì di sciogliere tutto il sale del mondo nel mare, anzi, con molti dei suoi “grani” ha costruito meravigliose cattedrali gotiche, con altri splendide pagode, e con altri ancora incredibili piramidi egizie. Insomma, Madre Natura ha creato le differenze; le “uguaglianze” sono solo fantasie congetture umane generate da ideologie decadenti.
Non esiste alcuna Pangea sul pianeta Terra, anzi: i continenti tendono a distaccarsi e a distinguersi come ogni entità geologica, vegetale e animale, favorendo condizioni estremamente differenziate declinatesi nei vari habitat e nei loro popoli. Non a caso l’intero universo è nato dall’immane forza centripeta e differenziatrice scaturita dal “Big Bang”. Ebbene, chi artificiosamente tradisce tutto questo per odio verso il senso d’appartenenza e/o per profitto derivante dall’omologazione produttiva, muove guerra a qualsiasi dignità ontologica e a qualsiasi forma d’amore basato sulla naturale genealogia dell’affettività fra esseri umani. E noi ci difenderemo.

Ferdinando Imposimato: ‘Il Gruppo Bilderberg è uno dei responsabili della strategia della tensione’

  

Interessante intervista fatta al magistrato Ferdinando Imposimato, che conferma che il gruppo Bilderberg governa il mondo in maniera ‘invisibile’.

Foto: pagina tratta dal libro ‘La Repubblica delle stragi impunite’ scritto da Ferdinando Imposimato in cui c’è il riferimento al documento di cui parla il magistrato nell’intervista

Qui nel video le dichiarazioni di Inposimato:

Italia tra i primi paesi in UE per uso di cocaina, in aumento decessi per overdose

Politicamente Scorretto,info 7.6.17

L’Italia è il terzo Paese in Ue per uso di cannabis e il quarto per uso di cocaina: è quanto emerge dal rapporto dell’Agenzia europea delle droghe. In generale, nell’ultimo anno il consumo di cocaina è rimasto stabile nel complesso, ma con segni di aumento, quello di cannabis è rimasto agli stessi livelli pur con grandi differenze nazionali, e per l’ecstasy si è vista una stabilizzazione o un leggero aumento. E sono aumentati i decessi per overdose, soprattutto nel Regno Unito.

La cannabis resta la sostanza illecita più diffusamente consumata in Europa. Nell’ultimo anno ne hanno fatto uso 24 milioni di adulti, e il 20,7% di giovani (15-34 anni) in Italia, percentuale superata solo da quella della Francia (21,5%). Se si considera il tasso di consumo nell’arco della vita, l’Italia è terza con il 33,1%, dopo Francia (41,4%) e Danimarca (38,4%).

La cocaina è invece stata consumata da 3,5 milioni di europei nel 2017. L’uso è molto alto nei giovani britannici (4%), danesi (3,9%) e olandesi (3,7%). In Italia solo l’1,9% dei giovani ne ha fatto uso nell’ultimo anno, ma se si guarda al tasso nell’arco della vita si sale al 6,8%, il quarto dato più elevato dopo Regno Unito (9,7%), Spagna (9,1%) e Irlanda (7,1%).

Per quanto riguarda l’ecstasy, nell’ultimo anno è stata assunta da 2,6 milioni di persone. In Italia il fenomeno riguarda il 2,8% della popolazione, tasso molto basso se si considerano il 9,2% di Irlanda e Olanda, il 9% del Regno Unito, il 7,1% della Repubblica Ceca, il 4,2% della Francia. La produzione di ecstasy in Europa è concentrata principalmente nei Paesi Bassi e in Belgio, con 11 laboratori smantellati nell’Unione europea nel 2016 (10 nei Paesi Bassi e uno in Belgio), più del doppio del 2015. La sostanza prodotta in Europa viene anche esportata in altre parti del mondo: la polizia australiana, ad esempio, ha riferito che il più elevato quantitativo di sequestrato in Australia nel 2016 (1,2 tonnellate) proveniva dall’Europa. Il numero complessivo di sequestri di MDMA segnalati nell’Unione europea ha continuato a crescere dal 2010.

L’agenzia Ue segnala inoltre un aumento del numero di decessi correlati all’eroina in Europa, in particolare nel Regno Unito. In Inghilterra e Galles, l’eroina o la morfina sono state menzionate in relazione a 1.177 decessi registrati nel 2015, con un aumento del 18% rispetto all’anno precedente e del 44% rispetto al 2013. I decessi legati all’eroina o alla morfina sono aumentati anche in Scozia: 473 nel 2016, pari a un incremento del 37% rispetto all’anno precedente. Raddoppiati anche in Francia: l’eroina è stata coinvolta nel 30% dei decessi per overdose nel 2015, rispetto al 15% nel 2012.

ANSA Europa

Banche di nuovo sotto fuoco vendite, Credit Suisse vede nero con nuovo governo M5S-Lega. Mps la più penalizzata

Ampliamento dello spread, ma non solo. Le banche italiane rischiano di dover fronteggiare nel prossimo futuro uno scenario decisamente più difficile rispetto a quello immaginato fino a qualche settimana fa e anche gli analisti di Credit Suisse oggi si sono mossi tagliando stime e prezzi obiettivo sui titoli bancari di Piazza Affari.

Dopo una prima parte di giornata in buon rialzo, i bancari ora viaggiano in forte calo con Mediobanca a -2%, -1,5% Intesa Sanpaolo e -1,87% per Unicredit. Calo dell’1,26% per UBi Banca che è stata bocciata da Credit Suisse (rating passato da outperform a neutral).

Nuovo scenario intralcerà processo riduzione esposizione Npl

Credit Suisse mette in evidenza, come fatto nell’ultima settimana da diversi analisti, che l’allargamento dello spread Btp-Bund andrà a impattare negativamente sul coefficiente patrimoniale CET1. Il broker elvetico intravede all’orizzonte ben 4 rischi per le banche: discesa del margine d’interesse, più deboli commissioni di gestione patrimoniale, un rallentamento del ritmo di riduzione dell’esposizione agli Npl e infine un aumento del costo del rischio. Proprio il costo del rischio era stato la nota più positiva dell’ultima tornata di trimestrali bancarie.

Giù le stime di utile

Il mutato scenario politico, con il programma del governo M5S-Lega difficilmente sostenibile a livello finanziario, potrebbe portare a un rallentamento economico e pertanto Credit Suisse ha provveduto a una revisione delle stime di utile per il settore. In media l’utile core del settore è stato rivisto al ribasso del 10,3% per il 2018, dell’11% per il 2019 e del 10,8% per il 2020. A livello di singole banche l’Eps di Intesa Sanpaolo è sceso del 6,5% medio per il triennio con prezzo obiettivo tagliato da 3,7 a 3,2 euro. Per Unicredit le nuove stime di Eps sono scese addirittura del 14,2% medio per il triennio con target price passato da 19,3 a 16,5 euro.

I tagli più corposi decretati da Credit Suisse riguardano Mps (-31,2% medio per l’Eps nel triennio 2018-2020 con tp sceso a 2,40 euro). Per Ubi Banca, su cui il rating è stato abbassato a neutral, la stima di utile per azione è stata ridotta del 17,8% con tp sceso da 4,85 a 3,70 euro.

Riflessioni sull’efficacia verso i terzi del contratto di cessione previsto dal Decreto “Salva Banche Venete”

aprile 2018 dirittobancario.it Erika Cacciatore

Estremi per la citazione:

E. Cacciatore, Riflessioni sull’efficacia verso i terzi del contratto di cessione previsto dal Decreto “Salva Banche Venete”, in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 26, 2018

ISSN: 2279–9737
Rivista di Diritto Bancario

I. La creatività del Governo, costretto dall’Unione Europea ad intervenire sulla crisi delle due Banche Venete, si è spiegata con una manovra inedita, un intervento legislativo ibridodestinato a sollecitare ben più di un interrogativo sulle direttrici che paiono oggi orientare le scelte di gestione della res publica, laddove la stessa risulti aggredita anche nella sua fiducia nel risparmio[1].

La struttura del Decreto Legge 99/2017 (cd. «Decreto Salva Banche Venete»), convertito poi con Legge n.121/2017, pur nella sua scarna impalcatura, palesa infatti e da un angolo visuale sistemico un disegno architettonico di impatto incidente anche sui pilastri – per il vero già precari – delle più recenti politiche di intervento sugli istituti di credito in crisi [2], assumendo la volontà privata[3] a paradigma normativo, ovvero imponendo una efficacia erga omnes all’accordo tra i due istituti di credito in liquidazione coatta amministrativa, da un lato; ed altro Istituto di Credito, dall’altro[4].

Con atto di imperio la norma[5] ha infatti preteso che il perimetro della cessione bancaria venisse tracciato da un accordo (di natura privata) che i commissari liquidatori venivano ad acta chiamati a concludere con un (individuando[6]) cessionario. Testualmente, il Decreto Legge trasferiva al (redigendo[7]) contratto la delimitazione delle esatte passività ed attività da cedersi, pur tassativamente escludendo dal trasferimento le passività elencate nel primo comma dell’art.3 e rinviava alla pubblicazione della notizia di cessione sul sito della Banca d’Italia il momento determinante la sua efficacia verso i terzi.

Detta cessione, in effetti e a quanto consta[8], veniva poi confermata mediante scrittura privata sottoscritta l’indomani dell’entrata in vigore del Decreto Legge del 25 giugno 2017, ovvero durante le prime ore del mattino del giorno 26 giugno 2017; così, nei fatti, consentendo la prosecuzione dell’attività ordinaria dei due istituti di credito posti in liquidazione in capo all’Istituto di Credito cessionario, medio tempore individuato in Intesa Sanpaolo S.p.a., senza soluzione di continuità.

La scelta di risolvere la crisi bancaria al prisma delle ragioni privat(istich)e del cessionario, (legittimamente, sia ben inteso) mosse da un fine lucrativo, ha immediatamente attratto la più attenta dottrina, la quale ha già ravvisato nella operazione di intervento sui due Istituti di Credito ben più di un elemento distonico rispetto allo scheletro costituzionale[9].

Si è, infatti, osservato che il sacrificio imposto alla categoria di creditori identificati nella lettera b) dell’art. 3 del Decreto Legge, ovvero i titolari di azioni o obbligazioni subordinate acquistate dai medesimi Istituti di Credito, le cui pretese risarcitorie sono state escluse dalla cessione, si palesi ingiustificato a fronte di un’esegesi costituzionalmente orientata, non conformandosi detta esclusione al principio di uguaglianza sostanziale[10].

Si è, poi, rifiutata l’interpretazione della lettera c) del medesimo articolo, il quale precisamente esclude dal perimetro aziendale trasferito le passività derivati da controversie sorte dopo la cessione ma per atti o fatti antecedenti, quale sanatoria in favore del cessionario di tutte le anomalie suscettibili di intaccare la pienezza delle posizioni o dei rapporti ceduti. La libertà ed il fine del privato non potrebbero, invero, sconfinare in una lesione al diritto alla giustizia del creditore ceduto; né la scelta di individuare, quale elemento discretivo per ammettere la legittimazione passiva del cessionario, il mero elemento temporale – ovvero la data di instaurazione della controversia volta all’accertamento di un motivo di invalidità del rapporto ceduto – pare convincente, se attagliato entro i contenimenti costituzionali dell’autonomia privata[11].

Ad ogni modo v’è da annotare che, nel contesto riportato, le riflessioni non si sono concentrate criticamente sulla tutela delle ragioni di profitto del cessionario; né, d’altra parte, potrebbe fondatamente ammettersi una loro stigmatizzazione[12]. Del resto, la soluzione positiva rispetto al contemperamento tra il fine di lucro di un acquirente ed il rispetto – lato sensu – della collettività era già stata positivamente risolta dal legislatore, il quale aveva introitato e già armonizzato il conflitto scandendolo a mezzo della disciplina speciale di cessione d’azienda bancaria di cui al Testo Unico Bancario – peraltro derogata dal Decreto Legge 99/2017 in misura pressoché integrale. Ugualmente, è lo stesso architrave codististico a strutturare la disciplina della cessione d’azienda assumendo come perno la protezione degli interessi economici dell’acquirente, attraverso il contenimento della sua libertà negoziale e della sua responsabilità entro il perimetro delle scritture contabili tracciato dall’art. 2560 c.c.[13].

La stonatura del Decreto Legge rispetto all’armonia costituzionale pare, invece ed allo stato, insistere soprattutto sulla contrapposizione tra il profitto dell’acquirente da un lato e, dall’altro, non già un’inesigibile sua “ragionevolezza” o “parità di trattamento” indistinta ed aprioristica rispetto alle posizioni cedute, bensì e più pregnantemente la tutela degli inviolabili principi costituzionali di uguaglianza e di giustizia sostanziali[14].

Se è vero, infatti, che il privato ben è legittimato a perseguire il proprio profitto, altrettanto non pare possa affermarsi laddove il medesimo fine venga raggiunto attraverso la compromissione, imposta normativamente, dei diritti del terzo ceduto[15].

Non vuole, tuttavia, essere questa la sede per riflettere sulla armonia del Decreto Legge rispetto all’impianto costituzionale in cui andrebbe inserito onde vagliarne l’eufonia; né per valutarne l’impatto in sede processuale[16].

Tali premesse, tuttavia, risultavano necessarie, anche al fine di meglio osservare taluni nodi critici del contratto di cessione così come previsto dal richiamato art.3 del D.L. 99/2017, i quali e ben prima destano – quanto meno a chi scrive – importanti perplessità.

S’intende, cioè, spostare l’angolo visuale dal contenuto al contenitore, da intendersi letteralmente quale veste indossata dalla cessione intervenuta tra i Commissari Liquidatori ed Intesa Sanpaolo per palesarsi ai terzi, assumendo un punto d’osservazione certamente più miope, ma che parimenti disvela interrogativi non immediatamente solubili.

Del resto, se la costrizione ermeneutica cui si è sottoposti è quella di sussumere un accordo (con un contraente) privato a rango di norma primaria, e di postularne la volontà quale fonte maieutica di effetti e vincoli giuridici efficaci erga omnes, è impellente anche l’esigenza di doverne immediatamente apprenderne la sua esatta consistenza.

II. Si, vorrà, dunque, prescindere dal contribuire ad ulteriori riflessioni sugli elementi più propriamente sostanziali della manovra di cessione in commento; limitando l’osservazione alla sua forma. Pare, infatti, ed assumendo un angolo visuale ben pragmatico, che il contatto di cessione concluso ex Decreto Legge 99/17 presenti dismorfie, come dire, “visive”, prima ancora che sostanziali.

Come già evidenziato, il secondo comma dell’art. 3 del Decreto Legge 99/2017 individuava nella data di pubblicazione della notizia di cessione sul sito della Banca d’Italia il dies a quo per determinare l’efficacia della cessione medesima verso i terzi; così, in testualmente deroga all’art. 58 del Testo Unico Bancario (il quale come noto traccia un meccanismo di pubblicità della notizia di cessione che esalta l’esigenza di conferire puntuale determinatezza e trasparente pubblicità ai vincoli giuridici mutati per effetto del trasferimento, al punto da imporre la pubblicazione della relativa notizia in Gazzetta Ufficiale); nonché – e l’annotazione pare importante, per le ragioni che ulteriormente si avrà modo di svolgere infra – agli artt. 2556 e primo comma, 2559 c.c..

Ai sensi dell’art. 3, secondo comma, del Decreto Legge 99/2017, il sito internet di Bankitalia l’indomani effettivamente ospitava una notizia di cessione, dando cioè atto che in data 26 giugno 2017 vi sarebbe stato il trasferimento di talune [17] attività e passività dalle due Banche Venete in liquidazione coatta amministrativa ad Intesa Sanpaolo S.p.a..

Il tenore testuale della notizia, tuttavia, impone di rimarcarne la struttura circolare e tautologica rispetto al sotteso art. 3 del Decreto Legge n.99/2017.

Infatti, così come la disposizione normativa non delimita l’esatta area di cessione, ma ne rimanda la più puntuale definizione al redigendo accordo privato (di cessione); così la stessa notizia (di cessione) si limita fumosamente a riferirsi alla conclusione di un accordo che prevede il trasferimento di una serie di attività e passività, senza migliori e più dettagliate precisazioni, rinviando a propria volta alla correlata norma di legge l’esclusione delle passività già oggetto della critica dottrinaria sopra riportata.

La formula ellittica utilizzata in norma viene pedissequamente riportata in notizia, così che l’una non completa l’altra, bensì ne costituisce ridondante duplicazione.

Insomma ed in buona sostanza, l’accordo privato di cessione risulta talmente privato da essere stato notiziato, ai sensi e per gli effetti dell’art. 3 Decreto Legge 99/2017, solamente per estratto.

Eppure, l’intreccio tra l’efficacia erga omnes del Decreto Legge che anticipa la conclusione del contratto, “normativizzandone” aprioristicamente i contenuti, ed il contratto medesimo già “normativo” tra le parti contraenti ex art. 1372 c.c., confonde e sovrappone i piani[18] a tal punto da indurre a distrattamente ammettere che la mera informazione circa la conclusione di un accordo, ancorché riservato nei suoi contenuti integrali, sia sufficiente a soddisfare la prescrizione normativa di notiziare i terzi.

La cessione sembra, in tal modo, indossare i connotati di elemento dogmatico[19] e la laconica notizia di cessione pare assorbire, in punto di efficacia verso i terzi, l’obliato requisito della necessaria determinazione del perimetro trasferito, che rimane viceversa, come dire, caliginoso.

Pare, allora, e primariamente, urgente comprendere se possano essere opponibili ai terzi, ed anzi, possano acquistare sinanco forza di legge – così argomentando ex lege, ovvero ex art. 3 L.121/2017, laddove è la stessa fattispecie normativa a richiamare la fonte contrattuale, contenendo la responsabilità del cessionario entro il perimetro tracciato dal contratto di cessione[20] -, accordi privati il cui esatto contorno non sia stato notiziato nella loro interezza, bensì ed unicamente a mezzo di una sintesi, come detto ellittica e non consistente.

A tale quesito sembra doversi contrapporre un immanente ed inderogabile obbligo di esatta perimetrazione del trasferimento ed una sua correlata delimitazione puntuale anche in punto di informazione[21], giacché la sua opponibilità ai terzi postula ex lege la loro accettazione o la loro conoscenza; e v’è da ricordare che, per le fattispecie di cessione d’azienda non vale alcuna presunzione legale di conoscenza, bensì la prova si impone.

A confortare la tesi qui spiegata soccorrono anche i criteri giurisprudenziali[22] tracciati in punto di esatta pubblicazione delle notizie di cessione bancaria, laddove hanno escluso la legittimazione passiva del cessionario che non avesse fornito la prova positiva della cessione, ancor più in particolare annotando che la notizia di cessione dovesse contenere tutti gli elementi utili ad individuare i rapporti oggetto della cessione senza incertezze[23], ovvero esattamente delimitati sul piano temporale e sul piano delle caratteristiche[24].

Del resto, non v’è ragione di ritenere che l’art. 3 del D.L.99/2017 abbia inteso abdicare al rispetto di detti requisiti, e dunque tradire l’inderogata esigenza di certezza e di trasparenza dei rapporti giuridici, per il sol fatto di aver adattato gli obblighi pubblicitari prescritti dagli artt. 58 T.U.B. (per le cessioni d’azienda bancaria[25]) – e 2556 c.c. (per le cessioni d’azienda di diritto comune), attraverso la mera sostituzione (per la cessione speciale in commento) del luogo di pubblicazione della notizia di cessione, ovvero e rispettivamente, dalla Gazzetta Ufficiale e dalla iscrizione nel Registro delle Imprese al sito internet di Banca d’Italia. La differente scelta circa le modalità di dare pubblicità alla cessione non pare, infatti, implicare anche un’ingiustificata rinuncia alla compiuta e sostanziale conoscenza dell’esatto contorno di una cessione d’azienda, sia essa bancaria, civilistica, o speciale, quale quella di cui al Decreto Legge in commento[26].

Se, al contrario, si volesse attribuire all’obbligo di rendere “pubblicità della notizia di cessione” una accezione di prescrizione meramente formalistica[27], tale da ritenere satisfattivo anche un comunicato dai contenuti pleonastici rispetto al già vago art.3 del Decreto Legge 99/2017, che li anticipa “a specchio”, si dovrebbe consequenzialmente aderire ad una ipotesi di imposizione normativa di un accordo privato, ontologicamente legittimato ex lege a far stato non solo tra le parti contraenti, ma e bensì erga omnes, ed ex se, a prescindere cioè dal suo contenuto, non pubblicato, né previamente vagliato, né e tanto meno puntualmente precisato – come si avrà modo di osservare infra – nel suo contenuto, e di cui altro non è dato sapere.

Eppure, se le premesse del ragionamento sopra abbozzato sono corrette, e se dunque è vero che le disposizioni contrattuali sono state assunte, ex Lege n.121/2017, a rango esse stesse di legge, le relative disposizioni negoziali avrebbero a fortiori meritato compiuta pubblicazione quanto meno nel sito indicato dalla Legge medesima[28].

Dal presente punto prospettico, resta perciò quanto mai seducente la tesi di voler ritenere che l’’obbligo di dare compiuta notizia di cessione avrebbe concorso – ma non l’ha fatto – a cristallizzare la fattispecie progressiva articolata dall’art. 3 del Decreto Legge, e quindi a rendere opponibili ai terzi l’atto di cessione ed i suoi contenuti; ad oggi, viceversa, ostinatamente ed inopinatamente privati.

III. Del resto, la natura privatistica del contratto di cessione risulta oltremodo stressata dallo stesso tenore letterale delle condizioni riversate nell’ accordo del 26 giugno 2017, nei termini così come iscritti nel Registro delle Imprese: non solo, infatti e come detto, il fine di lucro di parte cessionaria ne costituisce espressamente il pilastro, immediatamente conficcato tra le premesse dell’architettura negoziale[29], ma viene sinanco enfatizzata la natura riservata e confidenziale[30] delle sottese intese; così rendendo quanto meno singolarel’espansione normativa che il D.L.99/17 sembra, viceversa, volervi imprimere, e presentando in tal modo un profilo talmente privato da nuovamente urtare l’eco erga omnes dei suoi effetti, imposti dal Legislatore.

La sovrapposizione di piani normativi e di vincoli contrattuali privati accentua ulteriormente la sua complessità ove, poi, si consideri la natura dichiaratamente ricognitiva delle pattuizioni concluse con Intesa Sanpaolo, nei termini della scrittura privata iscritta nel Registro delle Imprese[31].

L’interpretazione lessicale dell’accordo, laddove testualmente specifica che le intese raggiunte in precedenza tra le medesime parti non sono affatto modificate dal contratto (così come iscritto nel Registro, e dunque nella sua veste testualmente ricognitiva), sottrae dall’impegno di dover aderire ad una esegesi differente della volontà dei contraenti, i quali hanno inequivocabilmente voluto rafforzare la validità di precedenti accordi, rinnovandone tra loro la cogenza[32].

Si appalesa, così, una dismorfia che abbaglia: i contraenti – ovvero, Intesa Sanpaolo S.p.a. ed i Commissari Liquidatori delle due Banche Venete – non solo danno atto, ma rinnovano la vincolatività di pregresse intese, tramite l’atto ricognitivo assunto assiomaticamente quale contratto di cessione.

Pur mantenendo saldo un angolo prospettivo miope – e perciò non spingendo la riflessione anche ad più attento esame diacronico della contrattazione tra i contraenti- , paiono, a questo punto, stagliarsi idealmente due distinti binari: nell’uno, i contraenti hanno tra loro raggiunto un accordo costitutivo, avente tra loro forza di legge ex art. 1372 c.c., rimasto non notiziato. Parallelamente, e perciò nell’altro binario, la collettività pare supinamente vincolata ex lege ad un altro contratto, ricognitivo del primo; detto secondo contratto, testualmente non nova a precedenti intese tra le parti contraenti private originarie; eppure e contestualmente, configura una realtà giuridica “novativa” e “normativizzante” per i terzi.

Lo sforzo di dover rinvenire una disciplina unitaria alle due (o più?) realtà giuridiche così createsi pare, tuttavia, manovra ermeneutica di ostica applicazione, poiché costringe a postulare come certa la conclusione di un accordo costitutivo presupposto di quello ricognitivo, che lo richiama e lo conferma, senza che ad oggi si abbia a conoscerne l’oggetto.

Postulare, allora, quale certo, anzi, quale legge, un contratto di cessione d’azienda (o di rami d’azienda? O di singole attività e passività?) concluso per le vie private, dei due Istituti di Credito Veneti in liquidazione coatta amministrativa, oltre a poter presentare attriti in punto di ragionevolezza nella sua abdicazione alla normativa speciale di cui al Testo Unico Bancario derogata, si scontra già e prima ancora, con l’indeterminatezza del suo oggetto, che si fa evanescente.

Eppure, non pare ingenua l’esigenza di (cercare, e quindi) trovare certezza nella notizia di un fenomeno giuridico di portata collettiva ed impattante anche sulla tutela costituzionale del risparmio quale la cessione in commento.

IV. Va detto che le qui condivise perplessità non rimangono confinate nell’alveo della teoresi ma potrebbero impattare anche in sede processuale: la legittimazione, invero, segue la titolarità del rapporto sostanziale oggetto di lite e l’imprecisa definizione del medesimo potrebbe obnubilare anche la corretta instaurazione del contraddittorio[33]; oltre a costringere (o meno) ad assumere il contratto di cessione iscritto nel Registro delle Imprese come certo.

Dalle riflessioni circa l’efficacia verso i terzi del contratto in parola, infatti, non possono che dipanarsi distinte soluzioni, anche di strategia processuale; dovendosi cioè ed anzitutto comprendere se le disposizioni private raggiunte in sede contrattuale e pubblicate in forma sintetica in Banca d’Italia siano opponibili.

A tale quesito, si è già supra proposta una risposta negativa, ritenendo che la notizia di cessione debba essere pubblicata in termini chiari, univoci, completi e determinati e non già per mera sintesi, come viceversa ad oggi risulta edita nel sito di Banca d’Italia; e che, pertanto, il relativo accordo di cessione non possa essere opposto al terzo per difetto di conoscenza – così argomentando, come visto, ai sensi di una lettura del secondo comma dell’art. 3 del Decreto Legge in commento sorretto dai principi comuni in tema di pubblicità delle cessioni.

In secondo luogo, andrà vagliato l’effetto dell’iscrizione nel Registro delle Imprese della scrittura privata del 26 giugno 2017, come detto effettivamente avvenuta; al fine di comprendere se detto incombente possa aver surrogato la pubblicazione della notizia per le vie integrali nel sito internet specificamente indicato dall’art. 3 del Decreto Legge medesimo.

A dirimere il dubbio, tuttavia, forse basterebbe richiamare l’espressa deroga agli artt. 2556 e 2559, primo comma c.c. così come rimarcata dall’art.3 del Decreto Legge, per precludere definitivamente all’iscrizione l’effetto di opponibilità ai terzi della scrittura privata medesima.

Per inciso, verrebbe pure da aggiungere che anche un’osservazione più ficcante della scrittura privata sembra palesare ulteriori e di spiccato rilievo elementi di indeterminatezza, tali cioè da rendere ancor più incrinata l’esigenza di certezza del diritto che si va qui ricercando.

Ed invero, lo stesso tenore negoziale – così come risulta visionabile nel Registro delle Imprese – pare presentare opacità tali da rendere ulteriormente surrettizio il perimetro di cessione. Secondo le disposizioni contrattuali, infatti, taluni rapporti potrebbero essere retrocessi[34], ovvero a seguito di una due diligence di indefinita durata[35]; altri, sinanco a prescindere da una due diligence stessa, ma discrezionalmente, ovvero a seguito di una successiva riclassificazione di parte cessionaria del sotteso credito[36]; altri ancora, subiscono sorti distinte sulla base di distinzioni soggettive, non tipizzate[37] e perciò quanto mai labili. L’inversione logica, poi, prende ulteriore vigore laddove si consideri che nel testo negoziale in commento viene prevista la sottoscrizione tra le parti di ulteriori e successivi accordi, in esecuzione del contratto (ricognitivo), da considerarsi tutti quali un unicum inscindibile, sì che la invalidità anche di un solo tra tali accordi (ignoti ai terzi), travolgerebbe la validità dell’intero impianto contrattuale[38].

La pretesa di ritenere sufficiente, ai fini di legge (e perciò nonostante la sua cogenza erga omnes), una frettolosa[39] e fumosa notizia di cessione nel sito internet di Banca d’Italia, si specchia dunque nell’altrettanta indeterminatezza che sembra permeare la scrittura privata la cui lettura è stata offerta ai terzi tramite la Camera di Commercio.

Si annoti, insomma, che l’esatto perimetro del trasferimento non è stato tracciato con Legge; non è stato notiziato integralmente ai terzi; né pare esser stato puntualmente delineato tra le parti contraenti medesime.

L’aberratio di detta indeterminatezza non pare affatto trascurabile: l’evanescenza del contorno di cessione invero, disturba l’esigenza di certezza del diritto al punto da doversi dubitare della sua stessa validità, per assenza di requisiti univoci e prestabiliti utili a soppesarne l’oggetto, così ed ancora incrinando l’impianto costituzionale che impone tassativamente alla norma (ancorché di fonte contrattuale) di atteggiarsi a prescrizione determinata; oltre a presentare i qui rimarcati profili di inopponibilità ai terzi per mancato rispetto dei vincoli di forma – e non già di sterile formalismo – dettati dall’art. 3 del D.L.99/2017 di cui già si è detto.

Spogliarsi di un rigorismo garantista e perciò costringersi ad attenuare la vincolatività dell’impalcatura delle fonti del diritto, aderendo ad unafictio iuris – che poi tanto fictio non è – che dilata la portata di una scrittura privata ricognitiva e confidenziale sino ad assumerla a norma primaria, non pare, in definitiva, e comunque, sufficiente a rispondere all’esigenza, quanto meno, di delineare con inequivocità i rapporti; i quali rapporti vorrebbero, per la loro stessa esistenza, prima ancora che per la loro validità, una disciplina normativa e contrattuale che li regolamenti con puntuale determinazione e tipizzazione, anche temporale, oltre che contenutistica.

Vi è che, così dubitata la efficacia e la validità del contratto di cessione (ricognitivo), e per ragioni di forma e di sostanza, resta però orfana di Grundnorm la cessione (o le cessioni) de facto avvenuta tra le due Banche Venete ed Intesa Sanpaolo.

L’inversione logica, così, permane, ed altrettanto l’insoddisfazione, parendo che la cessione avvenuta tra le due Banche Venete ed Intesa Sanpaolo presenti offuscamenti tali da offrire altri gravi pungoli di dubbio. Vi è, anzi, che la mancata pubblicazione del contratto di cessione, e la sua consustanziale indeterminatezza, paiono assommarsi ai vacillamenti dei principi costituzionali richiamati in premesse e contribuiscono anch’essi ad una lettura dell’intervento normativo destinata ad ennesime colorazioni interpretative e forse ad un suo più incisivo ripensamento.


[1] In data 23 giugno 2017 la Banca Centrale Europea ha dichiarato Veneto Banca S.p.a. e Banca Popolare di Vicenza S.p.a. in condizioni di dissesto; in pari data il Comitato Unico di Risoluzione, chiamato a valutare se vi fossero tutti i requisiti per una risoluzione secondo la disciplina europea per i salvataggi bancari (direttiva 2014/59/UE, cd. BRRD), è giunta ad escluderli, non sussistendo in particolare il requisito dell’interesse pubblico. Di conseguenza, aderendo alle regole della UE, lo Stato italiano è stato chiamato ad applicare le procedure di insolvenza per le crisi bancarie previste nel nostro ordinamento. Il Governo ha perciò ritenuto necessario applicare la normativa del Testo Unico Bancario che prevede l’avvio della procedura di liquidazione coatta amministrativa e contestualmente adottare misure di aiuto pubblico volte a sostenere una gestione ordinata delle crisi delle due banche, nel contesto di una speciale procedura d’insolvenza; in data 24 giugno 2017 l’Italia ha notificato alla Commissione Europea il piano di aiuti per facilitare la liquidazione delle due Banche, approvato dalla Commissione il successivo 25 giugno 2017. L’intervento si è quindi tradotto nella messa in liquidazione delle due banche, nella cessione delle due aziende bancarie di talune attività e passività, nei termini di cui al relativo contratto di cessione – concludendo al momento dell’entrata in vigore del Decreto Legge n.99 del 25 giugno 2017 ed attuativo del disegno d’intervento sin d’ora descritto, nella cessione alla SGA S.p.a. dei crediti deteriorati, non ceduti e non retrocessi; nella previsione di agevolazioni fiscali a favore del soggetto cessionario (tratto dalle «Disposizioni urgenti per la liquidazione coatta amministrativa di Banca popolare di Vicenza S.p.a. e di Veneto Banca, D.L. 99/A.C. 4565, Documentazione per l’esame di Progetti di Legge, Senato Della Repubblica»; ma vedasi anche «Informazioni sulle soluzioni della crisi di Veneto Banca S.p.a. e Banca Popolare di Vicenza S.p.A. », Memoria per la VI Commissione Finanze della Camera dei Deputati – documento depositato presso Banca d’Italia). Sulla manovra, come strutturata, utili gli apporti di L.ERZEGOVESI, «Il Decreto di Salvataggio delle banche venete: una via d’uscita dal labirinto della BRRD», Editoriali di Diritto Bancario, Giugno 2017; A. PEZZUTO, «La liquidazione delle banche venete», in Approfondimenti, Diritto Bancario, Luglio 2017.

[2] Sull’intervento sulle “quattro banche centrali” si segnalano i preziosi apporti di P. FIORIO,«La responsabilità delle good banks per la vendita delle azioni e delle obbligazioni risolte e le procedure di indennizzo a carico del fondo di solidarietà»Scritto per il Convegno «Salvataggio bancario e tutela del risparmio», inRiv. dir. banc., dirittobancario.it, 4, 2016; di S. BONFATTI, «La responsabilità degli “enti ponte” (e delle banche incorporanti) per le pretese risarcitorie nei confronti delle “quattro banche” (vantate dagli azionisti “risolti”, e non solo)», in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 27, 2017; di R. LENER, «Bail-in ampio bancario e depositi bancari fra procedura concorsuali e regole di collocamento degli strumenti finanziari», in Banca Borsa Titoli di Credito, fasc. 3,2016, pag. 287.

[3] Sulla base del primo comma dell’ art.3 del D.L. 99/2017, infatti, «I commissari liquidatori, in conformità con quanto previsto dal decreto adottato ai sensi dell’articolo 2, comma 1, provvedono a cedere ad un soggetto, individuato ai sensi del comma 3, l’azienda, suoi singoli rami, nonché beni, diritti e rapporti giuridici individuabili in blocco, ovvero attività e passività, anche parziali o per una quota di ciascuna di esse, di uno dei soggetti in liquidazione o di entrambi. Alla cessione non si applica quanto previsto ai sensi degli articoli 58, commi 1, 2, 4, 5, 6 e 7, salvo per quanto espressamente richiamato nel presente decreto, e 90, comma 2, del Testo unico bancario. Restano in ogni caso esclusi dalla cessione anche in deroga all’articolo 2741 del codice civile: a) le passività indicate all’articolo 52, comma 1, lettera a), punti i), ii), iii) e iv), del decreto legislativo 16 novembre 2015, n. 180; b) i debiti delle Banche nei confronti dei propri azionisti e obbligazionisti subordinati derivanti dalle operazioni di commercializzazione di azioni o obbligazioni subordinate delle Banche o dalle violazioni della normativa sulla prestazione dei servizi di investimento riferite alle medesime azioni o obbligazioni subordinate, ivi compresi i debiti in detti ambiti verso i soggetti destinatari di offerte di transazione presentate dalle banche stesse; c) le controversie relative ad atti o fatti occorsi prima della cessione, sorte successivamente ad essa, e le relative passività».

Viene perciò demandato ai Commissari Liquidatori, di procedere alla cessione di cui all’art. 3“in conformità all’offerta vincolante formulata dal cessionario individuati ai sensi dell’art.3 comma 3. Con l’offerta il cessionario assume gli impegni ai fini del rispetto della disciplina europea sugli aiuti di Stato, identificati nell’offerta stessa”.Come puntualmente evidenziato da B. INZITARI, nel corso del Convegno organizzato da Fallimenti e Società -Osservatorio di Diritto Fallimentare e Societario presso la Fondazione CUOA di Altavilla Vicentina (VI) del 20 ottobre 2017, i Commissari Liquidatori sono stati, in tal senso, investiti quali commissari ad acta, poiché incaricati ex lege di procedere alla conclusione del contratto di cessione, secondo “l’offerta vincolante” già presentata in sede di trattative da un soggetto terzo, non menzionato tuttavia nel decreto legge, ma che verrà individuato poi, ovvero il giorno successivo, in Intesa Sanpaolo, sottoscrittore del contratto di cessione di data 26.06.2017.

[4] Così disponendo, la Legge imprime vincolatività e cogenza erga omnes ad un accordo tra privati, rectius, tra un “Legislatore Contraente” e la parte privata, concessionaria.

La paternità dell’intuizione è di D. MAFFEIS,«Banche Venete e Legislatore Contraente: il contratto ha forza di legge, ma non è una metafora», 21 luglio 2017, inedito. L’Autore, ancora più in particolare, acutamente osserva: “occorre dunque valutare se resti vero, a proposito del decreto legge sulle banche venete, l’assunto, generalmente ricevuto, secondo il quale la legge sta sopra il contratto – perché il contratto ha forza di legge solo in senso metaforico, come statuisce con enfasi l’art. 1372 del codice civile – o se invece si debba prendere atto che il 25 giugno 2017 la legge è rimasta sotto il contratto – che allora ha auto forza di legge, ma non più in senso metaforico –.Questo interrogativo è ineludibile per molte ragioni, tra le quali primeggiano i profili di meritevolezza di tutela, rilevanti per il giudizio sulla validità”.La sovversione delle fonti del diritto, infatti e secondo la qui condivisa opinione dell’Autore, assume un angolo acuto di impossibile soluzione, non potendosi imprimere una forza di legge ad un accordo tra privati, il cui fine di profitto arrivi ad identificare la stessa ratio legis.

[5] Cfr precedente nota 3

[6] Specificamente, risulta doveroso richiamare l’art.2: «il Ministero dell’Economia e delle Finanze con uno o più decreti, adottati su proposta della Banca d’Italia, dispone che: (…) c) i commissari liquidatori procedano alla cessione di cui all’art. 3 in conformità all’offerta vincolante formulata dal cessionario individuati ai sensi dell’art.3 comma 3. Con l’offerta il cessionario assume gli impegni ai fini del rispetto della disciplina europea sugli aiuti di Stato, identificati nell’offerta stessa”); nonché, nuovamente, 3,: “i commissari liquidatori, in conformità con quanto previsto dal decreto adottato ai sensi dell’art.2, comma 1, provvedono a cedere ad un soggetto, individuato ai sensi del comma 3, l’azienda, i suoi singoli rami, nonché beni, diritti e rapporti giuridici parziali o per una quota di ciascuna di essere, di uno dei soggetti in liquidazione o di entrambi””Le disposizioni del contratto di cessione hanno efficacia verso i terzi a seguito della pubblicazione da parte della Banca d’Italia del proprio sito internet della notizia di cessione».

[7] Sulla base dell’art. Art. 3, comma 3 del Decreto Legge 99/2017: il cessionario sarebbe stato individuato «anche sulla base di trattative a libello individuale, nell’ambito di una procedura, anche se svolta prima dell’entrata in vigore del presente decreto, aperta, concorrenziale, non discriminatoria di selezione dell’offerta di acquisto più conveniente, nonché avendo riguardo agli impegni che esso dovrà assumersi ai fini del rispetto della disciplina europea sugli aiuti di Stato».

[8] La scrittura privata qui in commento risulta pubblicata nel Registro delle Imprese; la notizia di cessione, invece, risulta edita nel sito di Banca d’Italia, negli esatti termini riportati sub successiva nota 17.

[9] Ed invero, le prime riflessioni che hanno interessato il Decreto Legge in commento si sono, sin d’ora e a quanto consta alla scrivente, funditas soffermate sulla legittimazione passiva dell’Istituto cessionario e sulle implicazioni conseguenti alle esclusioni tassative di cui al Decreto Legge in commento: così A.A. DOLMETTA e U. MALVAGNA, «Banche venete» e problemi civilistici di lettura costituzionale del decreto legge n. 99/2017, in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 15, 2017, cit.; S. BONFATTI, La responsabilità degli “enti ponte” (e delle banche incorporanti) per le pretese risarcitorie nei confronti delle “quattro banche” (vantate dagli azionisti “risolti”, e non solo), in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 27, 2017; URBANI, A, “La cessione ex lege n.121/2017 e la posizione degli azionisti delle due “banche venete” poste in liquidazione coatta amministrativa in Rivista Trimestrale di diritto dell’economia, vol. 9, pp. 190-206, 2017, U. MINNECI«Sull’art. 3, comma 1 lett. c del d.l. n. 99/2017: una soluzione pro banca costituzionalmente fragile», in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 19, 2017. Pregnante di contenuti il Convegno organizzato da Diritto Bancario in data 29 settembre 2017 in tema di «Tutela Giurisdizionale della clientela nei processi di risoluzione di banche in crisi; nel corso del quale F.ASTONE aveva e già denunciato la conflittualità delle disposizioni in commento con il principio di uguaglianza-razionalità e la labilità dei criteri e delle fonti cui attingere per comprendere la disciplina da applicare ai crediti risarcitori, ancor più in particolare ponendo l’interrogativo circa l’esistenza di una duplicità di fonti, ovvero normativa (art. 3 della Legge 99/2017) e contrattuale (scrittura privata del 26.06.2017, iscritta nel Registro delle Imprese), tra loro confliggenti già in punto di perimetrazione delle passività escluse dalla cessione.

[10] In merito, istintiva la condivisione delle riflessioni di A.A. DOLMETTA – U. MALVAGNA, «Banche venete» e problemi civilistici di lettura costituzionale del decreto legge n. 99/2017, in www.dirittobancario.it, secondo i quali “La disposizione scritta nella lett. b) stralcia dalla prevista cessione taluni debiti, che le banche cedenti hanno (o vengano ad avere per successivo riconoscimento o accertamento giudiziale) nei confronti di propri azionisti o di propri obbligazionisti subordinati (…) il confronto che più di ogni altro indica l’irragionevolezza della discriminazione in discorso non è quello esterno, condotto tra creditori dell’ente genericamente intesi; è quello specifico, piuttosto, che si pone tra i clienti che abbiano avuto dei rapporti di servizi di investimento con le banche cedenti: da un lato, i clienti con rapporti che hanno investito su titoli emessi dalle banche stesse; d’altro, i clienti con rapporti relativi ad altri titoli (quindi, per dire, gli acquirenti di titoli Cirio, o Parmalat, o Lehman, o Argentina, …; o anche di strumenti che si ricolleghino a vicende meno traumatiche, ma comunque di violazione delle regole di trasparenza finanziaria). La discriminazione tra i primi (debiti che non «transitano») e i secondi (che invece «transitano») appare proprio irragionevole e non giustificata”.

[11] U. MINNECI«Sull’art. 3, comma 1 lett. c del d.l. n. 99/2017: una soluzione pro banca costituzionalmente fragile», in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 19, 2017, cit..

[12] Illuminante, in merito, l’intervento di U.MINNECI,«Imputazione e responsabilità in ordine ai debiti relativi all’azienda ceduta», Banca borsa tit. cred., fasc.6, 2008, pag. 736, nota a commento della sentenza del Tribunale Milano, 27 giugno 2007.

[13] La giurisprudenza ha poi ulteriormente rafforzato la tutela del cessionario, rimarcando il principio di immediatezza dell’evidenza contabile del debito: la responsabilità dell’avente causa va, cioè, contenuta nell’alveo dell’evidenza diretta, risultante dai libri contabili obbligatori dell’impresa, a tutela del suo legittimo affidamento, essenziale per il corretto svolgimento della circolazione di beni di particolare rilievo commerciale (Cassazione Civile, Sezioni Unite, 5054 del n. 28.02.2017); non essendo cioè sufficiente la conoscenza o conoscibilità del sotteso rapporto.

[14] U. MINNECI «Sull’art. 3, comma 1 lett. c del d.l. n. 99/2017: una soluzione pro banca costituzionalmente fragile», in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 19, 2017.

[15] Volendo ulteriormente riflettere circa l’impatto della contrattazione privata sull’architrave costituzionale, merita di richiamare l’approccio di V. ROPPO, «Il contratto e le fonti del diritto», tratto dalla Relazione al convegno “Immagini contemporanee delle fonti del diritto tra memorie storiche e scenari futuri», Pisa, 1-3 marzo 2001, in Contratti e Impresa, ), il quale pone il proprio angolo visuale proprio sullo schema per cui la libertà di fare contratti funzionali all’esercizio dell’iniziativa economia è costituzionalmente protetta nella stessa misura in cui riceve protezione la medesima iniziativa economica.

[16] A quanto consta, i Tribunali nazionali già si stanno impegnando a risolvere le prime questioni processuali, al momento rispondendo al tema della interruzione dei procedimenti pendenti e della successione a titolo particolare nei diritti controversi in maniera pressoché unanime: così, a titolo esemplificativo, si vedano i provvedimenti interruttivi emessi dal Tribunale di Treviso in data 06.07.2017; dal Tribunale di Padova in data 13.11.2017; dal Tribunale Ordinario di Venezia, Sezione Speciale Imprese di data 06 dicembre 2017; dalla Corte d’Appello di Trieste il 10.10.2017.

Doveroso, tuttavia, segnalare anche le prime reazioni giurisprudenziali a fronte delle pretese risarcitorie dei soggetti ricompresi nella esclusione di cui alla lettera b) dell’art.3 del D.L.99/2017, ovvero le soluzioni adottate, rispettivamente, dal Tribunale di Roma, ordinanza del G.U.P. del 26 gennaio 2018 e dal Tribunale di Vicenza, ordinanza del G.U.P. dell’8 febbraio 2018.

Sul tema processuale, si richiama per esaustività l’intervento di P. CECCHINATO, «Quale destino per le cause proposte contro le due popolari venete? », commento a Tribunale di Genvoa, Sez. VI, 5 luglio 2017, in Diritto dei Mercati Finanziari, Le Società, 10/2007.

[17] Sul sito della Banca d’Italia la notizia di cessione si limita, infatti, a notiziare quanto segue:«I Commissari Liquidatori della Veneto Banca S.p.A. e della Banca Popolare di Vicenza S.p.a. in liquidazione coatta amministrativa (le “Banche”) hanno ceduto a Banca Intesa Sanpaolo S.p.A. (il “cessionario”) le attività e passività costituenti un ramo d’azienda bancaria delle due Banche in liquidazione, in conformità con il D.M. del 25 giugno 2017, adottato a norma dell’articolo 2, comma 1, del D.L. n. 99 del 25 giugno 2017, recante “Disposizioni urgenti per la liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e di Veneto Banca S.p.A.”, secondo quanto previsto dall’articolo 3 del medesimo D.L.. Sono esclusi dal perimetro della cessione, tra l’altro, i crediti deteriorati (sofferenze, inadempienze probabili ed esposizioni scadute) e ulteriori attività e passività delle Banche in liquidazione, come specificate nel contratto di cessione, in conformità con il suddetto articolo 3 del D.L. citato. Sono altresì esclusi i diritti degli azionisti, gli strumenti di capitale (computabili e non nei fondi propri) e le passività subordinate. Il cessionario succede, senza soluzione di continuità, alle Banche in liquidazione coatta amministrativa nei diritti, nelle attività, nelle passività, nei rapporti, nei privilegi e nelle garanzie, nonché nei giudizi, oggetto di cessione, secondo quanto previsto nell’offerta dallo stesso formulata e oggetto di accettazione da parte dei commissari liquidatori delle Banche medesime. L’acquisto delle suddette attività e passività prevede il pagamento del corrispettivo simbolico di complessivi 1 € da parte del cessionario ed è stato da questi condizionato all’attivazione di talune misure di intervento pubblico a sostegno della cessione, come disciplinate dal citato D.L. n. 99 del 25 giugno 2017. Si dà notizia della suddetta cessione con pubblicazione sul sito della Banca d’Italia, ai sensi e in conformità all’articolo 3, comma 2, del D.L. n. 99 del 25 giugno 2017».

[18] Nuovamente doveroso il richiamo a D.MAFFEIS, cit., precedente nota 4.

[19] In tal modo fungendo da perno per un “entimema perfetto”, ovvero un sillogismo (giuridico!) in cui il contratto di cessione viene apoditticamente assunto quale assioma sul quale dipanare il ragionamento e, soprattutto, la disciplina dei rapporti ceduti. Si rammenta che l’ entimema(dal gr. ἐνϑύμημα “riflessione”)identifica un sillogismo retorico, ovvero che deduce “da verosimiglianze o da segni” (ἐξ εἰκότων καὶσημείων), e cioè argomenta da premesse non del tutto certe o nei loro dati di fatto o nelle loro connessioni logiche.

[20] Il secondo comma dell’art. 3 del D.L. 99/2017 prevede, infatti, che «il cessionario risponde solo dei debiti ricompresi nel perimetro della cessione ai sensi del comma 1”, già riportato sub nota 3.

[21] Si rimarca che le Istruzioni di Banca d’Italia stabiliscono l’obbligo per la banca cessionaria di un’azienda bancaria di rendere nota l’operazione mediante pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (oltre che mediante l’iscrizione nel registro delle imprese: e così, anche prima della modifica apportata all’art. 58, co.2, dal d.lgs 37/2004, che come noto ha introdotto il relativo obbligo. Sul punto R. CERCONE, «Cessione di rapporti giuridici e banche», in P. Ferro-Luzzi, G. Gastaldi (a cura di), La nuova legge bancaria, Milano, 1996, pag. 977) “degli elementi distintivi che consentano l’individuazione dell’oggetto di cessione”. Come sostenuto – e qui quanto mai condiviso – da D. VATTERMOLI, «Commento all’art. 58 Cessione di Rapporti Giuridici del T.U.B. », da Testo Unico Bancario, a cura di M.Porzio, F.Belli, G.Losappio, M.Rispoli Farina; V. Santoro, Milano, 2010, pagg. 518., la disposizione risponde all’esigenza di informare compiutamente i terzi coinvolti dall’operazione, ossia i soggetti-parte di rapporti giuridici che subiscono la sostituzione unilaterale della controparte originaria. Il requisito dell’esatta determinazione del perimetro di cessione è stato evidenziato anche da G. FAUCEGLIA, «la cessione di attività e passività nella liquidazione coatta amministrativa delle banche e la successione nei rapporti contrattuali», in Banca Borsa Titoli Credito, fasc.4, 1997, pag. 452: l’Autore evidenzia che la riserva tra le parti, di voler disporre un effetto traslativo immediato del complesso dei rapporti evidenziati in una situazione contabile provvisoria, rinviando ad una fase successiva la valutazione delle poste cedute e dell’eventuale avviamento della azienda, al fine di stabilire il prezzo di cessione, debba in ogni caso ed inderogabilmente rispondere al criterio della “determinabilità” di cui all’art. 1346 c.c… Così anche CERCONE, «La liquidazione dell’attivo», in La nuova legge bancaria, a cura di Ferro-Luzi e Castaldi, II, cit., p.1440, il quale aggiunge che per tale ipotesi l’oggetto non possa essere ab origine indeterminato, ma debbano indicarsi i criteri in base ai quali fissare le modalità e le quantità delle prestazioni oppure i procedimenti e gli atti attraverso i qwuali possa pervenirsi all’esatta individuazione dei rapporti oggetto di trasferimento; escludendo in ogni caso e recisamente che l’attività di determinazione possa essere affidata esclusivamente ad uno dei contraenti. Così anche NIGRO, «La disciplina delle crisi bancarie: la liquidazione coatta amministrativa», in Giur. Comm. 1996, I, p.155; R. Scognamiglio dei contratti in generale, in Commentario del Codice Civile, a cura di Scialoja e Branca, Bologna-Roma, 1972, pag. 362.

[22] Così la giurisprudenza di legittimità, la quale efficacemente chiarisce che le forme di notificazione a mezzo di pubblicazione non ammettono equipollenti, poiché «(…) la pubblicazione dell’atto di cessione […]s è sostitutiva della notificazione dell’atto di cessione o dell’accettazione da parte del debitore ceduto, con la conseguenza che, mentre secondo la disciplina ordinaria è sufficiente per il cessionario provare la notificazione della cessione o l’accettazione da parte del debitore ceduto, la disciplina speciale richiede soltanto la prova che la cessione sia stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale. Da tale pubblicazione, infatti, discende la legittimazione del cessionario […]. A questo proposito va sottolineato che la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale deve essere provata, perché essa si sostitutiva della notificazione od accettazione della cessione, ma per essa non vale la presunzione legale di conoscenza che sola si applica alle leggi e agli altri atti normativi alle leggi equiparati, secondo la disciplina dettata dall’art. 73 Cost. art. 10 preleggi, oltre che nei casi ulteriormente previsti da specifiche disposizioni di legge. Il difetto di prova dell’avvenuta pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dei due atti di cessione comporta la mancata prova della legittimazione della ricorrente(Cassazione civile, sez. I, 16/06/2006, (ud. 11/04/2006, dep.16/06/2006), n. 13954; in pari direzione, cfr anche Cassazione civile, sez. III, 16/11/2011, (ud. 09/06/2011, dep.16/11/2011), n. 23992; Cass. 17 marzo 2006 n. 5997; Cass. Civ., Sez. I, Sent., 07-06-2016, n.11642.

[23] Puntuale sul punto la sentenza della Cassazione civile, sez. I, 29/12/2017, n. 31188Nella specie la S.C. aveva cassato la sentenza con la quale la Corte di Appello aveva ritenuto insufficiente la produzione dell’avviso di pubblicazione, recante l’indicazione per categorie dei rapporti esclusi dalla cessione, omettendo di verificare se il credito azionato fosse o meno riconducibile ad una delle predette categorie.

[24] Secondo la Corte di Cassazione, infatti, l’avviso di cessione produce l’effetto dell’opponibilità ai ceduti ex art. 1264 c.c., (principio, peraltro, già evidenziato dalla precedente pronuncia, citata sub nota 15, della Cass. 13594 del 2006) in quanto le informazioni contenute nell’avviso consentono di collegare questo effetto con l’identificazione esatta del cessionario, del cedente e dei debiti ceduti, così conducendo verso tutti gli indici probatori idonei a ritenere esistente ed efficace la cessione di credito ed identificato il legittimato attivo (Cassazione civile, sez. I, 07/06/2016, (ud. 04/04/2016, dep.07/06/2016), n. 11642)

[25] Nell’ipotesi di cessione di azienda bancaria e di cessione di crediti oggetto di cartolarizzazione, la pubblicazione dell’atto di cessione sulla Gazzetta Ufficiale sostituisce la notificazione dell’atto stesso o l’accettazione da parte del debitore ceduto, con la conseguenza che, mentre secondo la disciplina ordinaria è sufficiente per il cessionario provare la notificazione della cessione o l’accettazione da parte del debitore ceduto, la disciplina speciale richiede soltanto la prova che la cessione sia stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale (Cassazione civile, sez. I, 16/06/2006, n. 13954; già citata sub nota 22)

[26] E’ stato, in modo condivisibile, evidenziato dalla dottrina, come la struttura dell’art. 58 T.U.B. ricalchi, in parte, quello proprio del trasferimento di azienda in generale (ex artt. 2556 ss., c.c.), poiché i trasferimenti “aggregati” rivestono un ruolo di primaria importanza tra gli strumenti di concentrazione del sistema bancario, la cui agevolazione potrebbe avere ricadute positive sul piano della concorrenzialità anche internazionale. In un’ottica teleologicamente orientata, dunque, il favor insiste sull’interesse dell’economia in generale a salvaguardare l’unità funzionale dei complessi di beni e rapporti giuridici organizzati per l’esercizio dell’impresa – interesse alla base anche delle cessioni d’azienda disciplinate dal codice civile (D. VATTERMOLI, «Commento all’art. 58 Cessione di Rapporti Giuridici del T.U.B. », da Testo Unico Bancario, a cura di M.Porzio, F.Belli, G.Losappio, M.Rispoli Farina; V. Santoro, Giuffrè Editore, 2010, pagg. 518); qual è la cessione d’azienda oggetto delle presenti riflessioni. Pare, perciò, corretto inferire che la circolazione dei beni imponga certezza anche d’informazione, oltre che di esatta perimetrazione.

[27] Il tema peraltro non è nuovo. In materia cessione d’azienda bancaria si è infatti autorevolmente criticata la lacunosità delle notizie come pubblicate in Gazzetta Ufficiale. Così E. OLIVIERI,«L’ambulatorietà delle garanzia del confidi nelle cessioni di rapporti giuridici e nelle cessioni di crediti: spunti interpretativi e riflessioni», in Responsabilita’ Civile e Previdenza, fasc.4, 2015, pag. 1368B, così specificamente osservando: “Le operazioni di cessione in ambito creditizio sono generalmente caratterizzate da una estrema riservatezza sui loro reali contenuti, non neutralizzabile neppure attraverso l’obbligo di trasparenza di dover rendere pubbliche alcune tipologie di queste operazioni mediante inserimento della notizia in Gazzetta Ufficiale, pubblicazione assai spesso, per non dire sempre, limitata agli estremi dei soggetti stipulanti e ad un contenuto assai generico dell’operazione di cessione, ma trasparenza mai realizzata attraverso la completa disclosure delle clausole contrattuali

[28] Pur non volendo interferire nel già vivace ed autorevole dibattito tra due autorevoli correnti dottrinarie, l’una, che ricollega gli effetti della pubblicità di cessione in esame al tipo dichiarativo, l’altra, secondo la quale tale pubblicità si avvicina maggiormente alla cosiddetta pubblicità notificativa, rimane infatti comunque fermo l’assioma dell’opponibilità ai terzi di cessioni d’azienda non accettate o non notiziate nei modi di legge; rimanendo così irrisolto, ai fini che qui rilevano, il quesito circa l’opponibilità ai terzi della scrittura privata così come non notiziata nelle forme previste dall’art. 3 del D.L.99/2017.

Importanti i contributi dottrinari in tema di forma del contratto di cessione d’azienda, tra i quali risalta per il suo peculiare rilievo l’elaborazione di una diversa accezione delle prescrizioni di forma, ovvero la individuazione di una forma cd. ad regularitatem, di cui costituisce l’art. 2556 rappresenta esempio perfetto (così anche M.C. ANDRINI, «Forma contrattuale, formalismo negoziale e documentazione informativa», in Contratto e Impresa, 2001, 1, pag. 134; A. BORTOLUZZI, L’impresa, l’azienda e il suo trasferimento, Torino, 1996, 117-118; F. CAPRIGLIONE, «Commentario al testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia», II ed., 462; C.IBBA, «Il sistema della pubblicità d’impresa oggi, Riv. Dir. Civ., 2005, 6, 10587); e le precisazioni giurisprudenziali, tra le quali si ricorda la recente Cassazione civile, sez. I, 25 Settembre 2017, n. 22280, come pubblicata sul sito www.ilcaso.it: “Se è vero che l’art. 2556 c.c. prescrive che, per le imprese soggette all’iscrizione nel registro delle imprese, l’atto negoziale che dispone il trasferimento dell’azienda deve essere depositato per l’iscrizione nel registro, detta pubblicità ha, tuttavia, solo l’efficacia dichiarativa di cui all’art. 2193 c.c., rendendo quindi il fatto storico iscritto (la cessione dell’azienda) opponibile ai terzi””.

[29] Viene, invero, immediatamente precisato in patti che l’interesse di Intesa Sanpaolo a valutare l’operazione “è motivato dall’opportunità di rafforzare la propria presenza nelle Regioni del Nord Est e in Sicilia, di estrarre valore dall’acquisizione ivi delineata attraverso l’applicazione delle best practice del Gruppo ISP in tutti gli ambiti di attività, anche recuperando la fiducia della clientela […]”; così, la prima parte della lettera (E) della Premesse di cui alla scrittura privata iscritta presso il Registro delle Imprese.

[30] Il contratto di cessione, infatti, prevede espressamente che il suo contenuto debba intendersi riservato e confidenziale e, pertanto, da comunicarsi, se del caso, unicamente ai professionisti incaricati dalle rispettive parti di approfondire le questioni ivi evidenziate o alle Autorità competenti o al pubblico sulla base di quanto obbligatoriamente previsto da leggi o regolamenti applicabili (cfr sub art. 12 Contratto di cessione, come pubblicato nel Registro delle Imprese). Nonostante le attenuazioni del vincolo di riservatezza pleonasticamente contenuta nella seconda parte della previsione contrattuale, rimane comunque di ostica comprensione, come detto, la portata concreta della confidenzialità e riservatezza impressa all’accordo dalle parti contraenti.

[31] Nel testo contrattuale pubblicato in Camera di Commercio risulta, infatti, espressamente previsto sin dalle premesse, che «le parti intendono addivenire con il presente contratto a seguito dell’emanazione del Decreto Legge Banche Venete, all’acquisto da parte di ISP di certe attività, passività o rapporti giuridici facenti capo alle Banche in LCA, il tutto fatta avvertenza che il presente Contratto costituisce esecuzione di accordi già intercorsi, e non ha efficacia novativa rispetto ad alcuna delle pregresse pattuizioni, le quali, a loro volta non possono dunque intendersi derogate o superate da quanto qui convenuto”. Ed anzi, la natura meramente ricognitiva dell’accordo viene ribadita anche sub art. 6.3.1 del medesimo, ove viene testualmente sottolineato che “tutte le pattuizioni di cui al presente Contratto, che sono destinate a non esaurire i loro effetti con l’Esecuzione, resteranno in vigore anche successivamente all’Esecuzione stessa, senza necessità per le Parti di rinnovare l’assunzione dei relativi obblighi. Si ripete che le pattuizioni del presente Contratto non hanno effetto novativo sulle pregresse pattuizioni intercorse tra e Parti”.

[32] Sulla peculiare natura degli accordi ricognitivi o di mero accertamento la bibliografia è talmente ricca da potersi richiamare solo per estratto: G. STOLFI, «Natura giuridica del negozio di accertamento”, in Rivista di diritto processuale, 1933, I, p. 1 segg.; R. NICOLO’, «Il riconoscimento e la transazione nel fenomeno della rinnovazione del negozio e della novazione dell’obbligazione”, in Annali Università, Messina, 1932-33, p. 430 segg.; M. GIORGIANNI, «Il negozio di accertamento», Milano 1939; F. CARNELUTTI, «Note sull’accertamento negoziale», in Rivista del diritto processuale, 1940, I, p. 3 segg.;; R. CORRADO, «Il negozio di accertamento”, Torino 1942; F.SANTORO PASSARELLI, «Dottrine generali del diritto civile», Napoli 1954; p. 159; F. CARRESI, «Note critiche in tema di accertamento negoziale», in Rivista di diritto commerciale, 1946, I, p. 62 segg; GAMBINO, «La potenziale efficaciatraslativa del negozio di accertamentoe le teorie della forma», in CeI, 1999.

[33] Le valutazioni prospettiche condivise da A.V. CAMBI, «Azioni legali e legittimazione passiva», nel corso del Convegno sulla Tutela giurisdizionale della clientela nei processi di “risoluzione” di banche in crisi, tenuto da Diritto Bancario in data 29 settembre 2017, paiono già intuire le problematiche connesse ad una inesatta perimetrazione del trasferimento delle attività e passività delle due Banche Venete, laddove il Magistrato nel corso del proprio intervento ipotizzava una verosimile “gemmazione” di cause nella causa, sviluppantesi cioè dalla delibazione dei rapporti bancari alla non agevole indagine circa l’inclusione del rapporto controverso nell’ambito delle attività o passività cedute.

[34] Vi è da dire che è lo stesso Decreto Legge a prevedere il meccanismo di retrocessioni, senza tuttavia descriverne l’esatta dinamica. Si riporta testualmente il testo del relativo art. 4 comma 4: D.L.99/2017: «Entro il termine previsto dal contratto di cessione un collegio di esperti indipendenti effettua una due diligence sul compendio ceduto, secondo quanto previsto nel contratto di cessione e applicando i criteri di valutazione ivi previsti, anche ai sensi dell’articolo 1349, primo comma, del codice civile. Il collegio e’ composto da tre componenti, di cui uno nominato dal Ministero, uno dal cessionario di cui all’articolo 3 ed il terzo, con funzione di Presidente, designato di comune accordo dagli esperti nominati dalle parti o, in mancanza di accordo, dal Presidente del Tribunale di Roma. Gli esperti possiedono i requisiti indicati dall’articolo 15, comma 3, del decreto-legge 23 dicembre 2016, n. 237, convertito con legge 17 febbraio 2017, n. 15. Ad esito della due diligence:

a) il Ministro dell’economia e delle finanze dispone con decreto, se del caso, l’adeguamento dell’importo dell’intervento nei limiti del comma 1, lettera b);

b) il cessionario di cui all’articolo 3 puo’ restituire o retrocedere al soggetto in liquidazione attivita’, passivita’ o rapporti dei soggetti in liquidazione o di societa’ appartenenti ai gruppi bancari delle Banche, entro il termine e alle condizioni definiti dal decreto di cui all’articolo 2, comma 1. Si applica la lettera a).

5. Il contratto di cessione puo’ prevedere che il cessionario possa, secondo le modalita’ e i criteri indicati nel contratto medesimo, retrocedere al soggetto in liquidazione:

a) partecipazioni detenute da societa’ che, all’avvio della liquidazione coatta amministrativa, erano controllate da una delle Banche, nonche’ i crediti di dette societa’ classificati come attivita’ deteriorate;

b) crediti ad alto rischio non classificati come attivita’ deteriorate, entro tre anni dalla cessione.

6. Alle restituzioni e retrocessioni di cui ai commi 4 e 5 si applica l’articolo 3, comma 2.

7. Nel caso di restituzioni e retrocessioni di cui al comma 4, cosi’ come nel caso di restituzioni al soggetto in liquidazione in forza di condizioni risolutive della cessione pattuite nel contratto, il soggetto in liquidazione risponde dei debiti e delle passivita’ restituiti o retrocessi, con piena liberazione del cessionario retrocedente anche nei confronti dei creditori e dei terzi.»

[35] Nonostante fosse stato contrattualmente previsto che la due diligence sarebbe stata completata entro il 30.09.2017 (cfr art. 4.2.5., lettera a); e nonostante la successiva comunicazione dei Commissari Liquidatori attraverso i siti internet delle due Banche venete, mediante la quale questi ne prevedevano la conclusione entro il mese di novembre 2017; solo alla data in cui si scrive, ovvero il 22.02.2018, questi ultimi finalmente hanno confermato la sua ultimazione.

[36] Il riferimento è ai crediti high risk, di cui all’art. 3.3.1 del contratto di cessione, sulla base del quale “qualora, in qualsiasi momento nel periodo intercorrente tra la Data di Esecuzione e fino alla data di approvazione del bilancio di ISP al 31.12.2020, in applicazione dei Principi Contabili e dei modelli interni e metriche di ISP, fossero rilevati i presupposti per rettificare il valore di uno o più Crediti High Risk e, di conseguenza, classificarli come “sofferenze” e/o inadempienze probabili! (unlikely to pay”), ISP avrà diritto di cedere alle Banche di LCA i Crediti High Risk così riclassificati”.

[37] A titolo esemplificativo, si pensi alla distinzione tra contratti derivati di copertura e contratti speculativi, che secondo il contratto di cessione (ricognitivo) subirebbero una diversa sorte, trasferendosi in capo ad Intesa Sanpaolo S.p.a. solamente i primi.. Più precisamente, sulla base dell’art. 3.1.2, (a), (vi) del contratto di cessione, rientrano nell’insieme aggregato ceduto ad Intesa Sanpaolo solo i contratti derivati che non abbiano natura speculativa e il cui scopo sia quello di coprire i rischi finanziari del cliente. Istintive le perplessità circa la oggettiva ed univoca demarcazione della fattispecie contrattuale come descritta in patti, giacché la distinzione tra i derivati di copertura e quelli speculativi, oltre a non essere positivamente tipizzata, impone un’indagine in concreto, non potendosi certamente risolvere in un’aprioristica dichiarazione (in forma scritta, ammesso sia presente per ciascun rapporto contrattuale “transitato”) ovvero in un mero intento, rimasto tale in sede di esecuzione del rapporto.

[38] Sulla base del combinato disposto di cui agli art. 6.2.1 e 6.2.3 della scrittura privata iscritta nel Registro Imprese è stato infatti previsto che, ai fini di dare compiuta esecuzione al contratto, le parti possano sottoscrivere ogni atto, documento o contratto necessario o utile; i quali atti o contratti, nonostante la loro pluralità e varietà, devono considerati come un atto unico e inscindibile, cosicchè, in caso di mancanza o imperfezione anche di uno solo di essi, l’esecuzione non può ritenersi effettuata […]:

[39] Nella scrittura privata come iscritta presso il Registro delle Imprese le ragioni di urgenza vengano, in realtà, immediatamente evidenziate in premesse, espressamente sottolineando sub lettera (H) delle medesime “la straordinaria necessità e urgenza di adottare disposizioni volte a consentire l’ordinato svolgimento delle operazioni di fuoriuscita dal mercato delle banche ed evitare un grave turbamento dell’economia nell’area di operatività delle banche in questione”.

«Banche venete» e problemi civilistici di lettura costituzionale del decreto legge n. 99/2017

LUGLIO 2017 dirittobancario.it

Aldo Angelo Dolmetta e Ugo Malvagna

Estremi per la citazione:

A.A. Dolmetta e U. Malvagna, «Banche venete» e problemi civilistici di lettura costituzionale del decreto legge n. 99/2017, in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 15, 2017

ISSN: 2279–9737
Rivista di Diritto Bancario

1.- Il testo del recentissimo decreto legge recante «disposizioni urgenti per la liquidazione di Banca Popolare di Vicenza s.p.a. e di Veneto Banca s.p.a.» non manca di proporre incertezze, dubbi, domande. Che pare opportuno esplicitare subito, in funzione dell’esigenza di acquisire soluzioni comunque equilibrate, che tengano conto adeguato dei tanti interessi in gioco, di necessità non tutti in linea tra loro (una campionatura di questi interessi si trova richiamata, d’altra parte, dallo stesso «considerato» posto in premessa al provvedimento[1]).

In questo contesto, l’attenzione viene qui rivolta, in modo particolare, ai distinti precetti normativi portati dalle lettere b)c) dell’art. 3, comma 1, del decreto[2]. Precetti, questi, che senza dubbio sono da annoverare tra i «fuochi» principali del provvedimento inteso, oltre a mettere in liquidazione coatta amministrativa le due banche venete, a regolare i termini della cessione delle loro aziende (ovvero di rami delle stesse o comunque di rapporti anche in blocco) al «soggetto individuato dal comma 3» del medesimo articolo 3[3].

2.- La disposizione scritta nella lett. b) stralcia dalla prevista cessione taluni debiti, che le banche cedenti hanno (o vengano ad avere per successivo riconoscimento o accertamento giudiziale) nei confronti di propri azionisti o di propri obbligazionisti subordinati.

In punto oggettivo il riferimento non pare produrre incertezze: lo stesso va alle operazioni riguardanti – in senso oggettivo, appunto – i titoli di capitale (e relative varianti ibride, i.e. i «subordinati») emessi dagli intermediari, e da essi commercializzati, nei diversi contesti operativi in cui tale attività può venire – e nei fatti è venuta – ad esprimersi. Si tratti della mera sollecitazione all’investimento, nella forma della sottoscrizione di azioni in sede di aumento di capitale; o anche dell’inclusione di quei titoli nel portafoglio titoli dei clienti, in sede di prestazione del servizio di gestione patrimoniale, o della sola consulenza o raccomandazione; o ancora, dell’abbinamento – più o meno «forzato» – della vendita di azioni all’erogazione di credito da parte della banca, secondo quella dinamica operativa che il gergo corrente designa in termini di operazioni c.d. baciate.

E intende coprire, d’altra parte, tanto le – posizioni debitorie connesse alle – controversie che censurino la violazione della normativa societaria (cfr., così, l’art. 2358 c.c.); tanto quelle che, assunta una prospettiva sulla fattispecie di stampo non più societario, bensì «finanziario», invochino la violazione della disciplina dei servizi d’investimento, contestando la coerenza tra il concreto agire dell’intermediario e la direttiva normativa di fondo della materia, costituita dall’obbligo di agire nell’interesse del cliente ex art. 21 TUF ovvero di altri obblighi di informazione e/o di adeguatezza; tanto, ancora, quelle che neghino – anche sulla base del rilievo delle violazioni ora indicate (in specie, della necessaria protezione dell’interesse del cliente) -, l’esistenza di un interesse meritevole di tutela ex art. 1322, comma 2, c.c., come proprio dell’operazione. Insomma, lo stralcio appare inteso a coprire l’intero arco della reazione rimediale che l’ordinamento mostra percorribile, in reazione a queste condotte: tutte e tre le vie di tutela che per diritto positivo sembrano darsi, cioè.

Se è certo l’intento generale veicolato da una disciplina siffatta (quello cioè «protettivo», ovvero «esonerativo», del soggetto acquirente: cfr. appena infra, n. 3), meno scontata sembra manifestarsi, invece, la portata effettiva della sottrazione stabilita dalla norma in questione. Qui, dunque, si pone un primo ordine di dubbi di solida portata.

3.- A una prima lettura, l’impressione che si ricava dalla norma della lett. b) è che questa intenda evitare al soggetto acquirente ogni tipo e forma di coinvolgimento rispetto alle indicate posizioni debitorie.

Si tratta di posizioni debitorie – su cui appunto insiste la norma – che risultano accomunate da un dato qualificante: quello di prodursi come conseguenza di prassi e condotte delle banche cedenti, non propriamente in linea con la normativa di legge. Il dato assurge, in realtà, a rilievo definitorio, posto che è lo stesso tenore testuale della lettera b) a esplicitare e sottolineare alquanto tale aspetto. Può anche dirsi, anzi, che alla base della stessa sussistenza di una norma del genere sta proprio l’esigenza di regolare simile tipologia di debiti, quali frutto di un’attività svolta contra legem a livello (evidentemente non isolato, ma) imprenditoriale.

La norma è significativa in sé, nella misura in cui sottende – prima di abbozzare una strategia di soluzione – una diagnosi (non troppo difficile da svolgere, forse) dei fattori genetici della crisi delle due banche venete: a pesare sono state non solo le irregolarità sul lato degli impieghi, ma pure quelle accumulatesi sulla via della provvista. Da qui il passaggio all’ipotesi di «cura»: in presenza di operatività imprenditoriali connotate da logiche estranee al principio della sana e prudente gestione dell’art. 5 TUB, il tentativo di assicurare, a mezzo cessione, la continuità aziendale poteva essere assicurato – e la continuità assorbita – anche per il mezzo di una cesura delle posizioni debitorie di stampo risarcitorio e/o restitutorio, propriamente relative alla provvista.

Ed è questo, forse, l’intendimento sostanziale di coloro che, nella comunità degli operatori giuridici, vengono definiti come il «legislatore storico». Quasi a dire: che c’entra l’acquirente con le malefatte dell’alienante? Perché, allora, coinvolgerlo in tal modo nell’onere economico del salvataggio[4]?

4.- Può tuttavia seriamente dubitarsi che, se così effettivamente inteso, il tentativo di contemperamento delle diverse esigenze coinvolte nella vicenda delle banche venete sia in grado di superare la misura – va da sé, al di là di ogni eventuale rilievo della condivisibilità politica e tecnica di una cura del genere, – della legalità costituzionale. In realtà, una simile ipotesi di lettura propone e veicola, com’è del resto evidente, la creazione di un titolo discriminatorio a danno di taluna parte della clientela delle imprese cedenti.

Si tratta, per la verità, di una discriminazione di segno assai importante e profondo, (anche) perché non si limita a evocare i problemi e rischi di ragionevolezza insiti nel fatto di vestire di trattamento disciplinare diverso fattispecie di tratto similare (con riferimento, si intende, al livello qualificativo rilevante per la disciplina considerata: qui, a fare da prima sponda, il genere dei debiti delle imprese in relazione alla cessione dell’azienda). La stessa assume, in realtà, connotati più preoccupanti, perché – al di là di questo primo livello di differenziazione – viene specificamente a toccare, penalizzandola, proprio la posizione di coloro che hanno subito non solo in via indiretta, ma pure in via proprio immediata, gli effetti negativi dell’azione contra legemdelle banche cedenti.

Quest’ultima notazione va, peraltro, articolata in maniera opportuna. Per farlo, occorre evidenziare la distinzione – materiale, ma pure normativa – che corre tra la fattispecie a cui fa cenno la frazione di apertura della lett. b) («debiti delle Banche nei confronti dei propri azionisti e obbligazionisti subordinati derivanti dalle operazioni di commercializzazione di azioni o obbligazioni subordinate delle Banche») e quella considerata dalla frazione seguente (debiti derivanti «dalle violazioni della normativa sulla prestazione dei servizi di investimento riferite alle medesime azioni o obbligazioni subordinate»). Si tratta di posizioni che, se possono coincidere nel concreto, per l’ordinamento rilevano in termini diversi.

La prima frazione considera i clienti delle banche cedenti quali azionisti, come soggetti istituzionalmente destinati, dunque, a sopportare il rischio di impresa e tutelati dai mali comportamenti degli amministratori – in un sistema eteronormativo di impianto classico, almeno – soprattutto a mezzo dell’azione di responsabilità nei loro confronti. L’altra frazione della norma si pone in una logica invece diversa, là dove assume i «danneggiati» – così, in via segnata, procedendo alla costruzione di un titolo discriminatorio – come clienti-investitori. Come fruitori, cioè, di servizi di investimento, le cui forme di reazione si esprimono, istituzionalmente, mediante rimedi esercitabili direttamente nei confronti della società prestatrice del servizio: in termini tanto risarcitori, quanto – pure in ragione del nesso che lega la clausola generale dell’«agire nell’interesse del cliente» (cfr., in specie, l’art. 21 TUF) alla valutazione di meritevolezza dell’operazione – in termini restitutori.

Sì che, in definitiva, il confronto che più di ogni altro indica l’irragionevolezza della discriminazione in discorso non è quello esterno, condotto tra creditori dell’ente genericamente intesi; è quello specifico, piuttosto, che si pone tra i clienti che abbiano avuto dei rapporti di servizi di investimento con le banche cedenti: da un lato, i clienti con rapporti che hanno investito su titoli emessi dalle banche stesse; d’altro, i clienti con rapporti relativi ad altri titoli (quindi, per dire, gli acquirenti di titoli Cirio, o Parmalat, o Lehman, o Argentina, …; o anche di strumenti che si ricolleghino a vicende meno traumatiche, ma comunque di violazione delle regole di trasparenza finanziaria). La discriminazione tra i primi (debiti che non «transitano») e i secondi (che invece «transitano») appare proprio irragionevole e non giustificata.

Posto un simile scenario, pare sicuro che a «reggere» la prodotta stortura non basti, non possa bastare il richiamo derogatorio dell’art. 2741 c.c., che opera l’art. 3 del decreto. Il richiamo si manifesta o come non pertinente e dunque inutile, nella misura in cui sia inteso nel significato tecnicamente proprio della norma, se è vero che i crediti considerati sono tutti chirografari; ovvero addirittura esorbitante, là dove il riferimento alla par condicio venga inteso nel suo significato sistematico generale, e cioè come declinazione, nel rapporto tracreditori, del principio base che l’art. 2740 c.c. detta con mente rivolta al singolo rapporto obbligatorio: conducendo il passaggio ideale, dunque, dal diritto del singolo creditore di soddisfarsi su tutti i beni del debitore all’uguale diritto di ciascun creditore di soddisfarsi sui medesimi, cioè su tutti i beni del debitore (v. infatti appena infra, n. 5). Comunque, un richiamo vacuo.

A venire in questione è, in realtà, il muro invalicabile – un «muro berlinese», per dire – della parità di trattamento rispetto a situazione omogenee (anzi, a volere scendere proprio nel dettaglio, una disparità di trattamento rovesciata), nella misura in cui la lesione del principio ex art. 3, comma 1, Cost. viene a incidere direttamente sulla materia della tutela del risparmio, di cui all’art. 47 Cost., per negare tutela al soggetto programmaticamente protetto dalla norma della Carta fondamentale. Il punto non è, insomma, tanto il nudo fatto di sottrarre a taluno tra i creditori la tutela di una data posizione creditoria, quale che essa sia; quanto il rapporto tra tale sottrazione e la lesione degli interessi a cui quella posizione risulta strumentale.

5.- Rilevata la tensione anticostituzionale che attraversa l’ordito normativo in questione, l’esigenza di una lettura alternativa della lett. b) – che nutra l’ambizione di porsi in linea con i dettami della Carta (ovvero, rovesciando la prospettiva, la necessità di una lettura «costituzionalmente orientata») – sorge, per così dire, spontanea. Date le riportate premesse, una diversa linea interpretativa viene fuori proprio da sola, cioè.

Nella prospettiva così indicata, della lettura costituzionalmente orientata della norma, sembra dunque da valorizzare la circostanza che l’incipit la norma dell’art. 3 si limita a considerare l’oggetto della cessione («sono esclusi»), senza occuparsi del regime di responsabilità esterna che, normalmente, consegue a una cessione di azienda[5]. Senza occuparsi, cioè, di tale essenziale aspetto in modo specifico o in modo partito, distinto.

Al riguardo, un’ipotetica obiezione alla praticabilità di tale prospettiva ermeneutica potrebbe forse essere costituita dal rilievo che, nella materia delle cessioni di aziende bancarie, questa distinzione tra oggetto del trasferimento, da un lato, e misura di responsabilità verso terzi, dall’altro, non risulta praticata normativamente: né nella disciplina sulla cessione d’azienda (art. 58, comma 5, TUB), né in quella sulle cessioni aggregate in sede di liquidazione coatta amministrativa (90, comma 2, TUB).

Una riflessione un poco più attenta mette però in dubbio un simile assunto. In effetti, la norma sulle cessioni limita – al decorrere del termine trimestrale – la responsabilità del cedente, non quella del cessionario; e la norma dell’art. 90, co. 2, TUB si riconduce a una logica di concentrazione dell’accertamento, più che di limitazione di responsabilità (v. infatti l’inciso che impone di tenere conto «dell’esito delle eventuali opposizioni presentate»). Ad ogni modo, il tema si manifesta nel concreto ininfluente ai fini della costruzione interpretativa qui in discorso: ché, nella disciplina di specie, queste norme vengono propriamente ed espressamente derogate (cfr., art. 3, comma 1, decreto).

E non è detto, allora, che (in ragione appunto del ruolo guida dell’interpretazione che il necessario rispetto dei principi costituzionali non può non possedere) il frutto effettuale delle compiute deroghe sia – non già la sospensione della vicenda in discorso in una sorta di vuoto di regole e criteri ordinatori, bensì – l’inserimento nei relativi interstizi dei comuni principi generali della materia della cessione di azienda (tanto più che, quella regolata dal decreto legge è, sul piano strutturale, una cessione negoziale, seppure «assistita» per così dire; certo non si tratta, comunque, di una cessione ex lege)

Al quale proposito, atteso che il riferimento corre a una specie di liquidazione coatta amministrativa, vanno ricordate le norme della vendita fallimentare, dove la posizione preminente è data all’alienante, non già all’acquirente: cfr. art. 105, comma 5, e pure comma 8; nonché, in via di ulteriore conferma, l’art. 104-biscomma 6. Ma soprattutto, va richiamata la disposizione generalissima – e cardine del sistema comune – dell’art. 2560, comma 2, c.c.: una delle pochissime disposizioni in materia di cessione di azienda – quale regolata in via generale dal codice civile, per l’appunto – che non sono, a quanto pare, fatte oggetti di deroga da parte del decreto in questione[6].

Com’è noto, tale norma segna la strutturale dissociazione tra l’oggetto del negozio di cessione – quale disegnato dall’accordo contrattuale – e il regime di responsabilità verso terzi, che ex lege somma alla responsabilità del cedente quella solidale del cessionario (cfr. anche sopra, nota 6). Ché se il primo risponde in quanto ha assunto il debito, il secondo risponde in quanto destinatario dei beni intesi a fornire la «garanzia» di quel debito.

E tanto va pure predicato – pare a noi, per evitare ogni eventuale taglio che venga operato dalle forbici della Corte Costituzionale – con riferimento alla lettura della norma di cui alla lett. b. del decreto. Non sembra un caso, d’altronde, che il decreto – al di là dell’inconcludente richiamo derogatorio alla norma dell’art. 2741, quando in questione è l’«inderogabilità» della Costituzione – non pensi proprio a derogare alla norma base della responsabilità, come data dalla disposizione dell’art. 2740 c.c. Che questa, in definitiva, sarebbe stata l’unica via «alternativa» – a quella della deroga espressa alla norma dell’art. 2560 (ugualmente non praticata, si è appena visto) – per sottrarre effettivamente il soggetto acquirente dalla responsabilità nei confronti dei creditori in questione[7].

In ultima analisi, pare ragionevole – e sistematicamente corretto – rifiutare ogni lettura della disposizione del decreto, che nel sottrarre tutti (o quasi tutti) i beni dell’originario debitore alla garanzia patrimoniale in favore di taluni creditori, venga a imprimere alla procedura concorsuale il segno programmatico della disparità di trattamento, così alterando il principio – per l’appunto, in sé non derogato: v. appena supra – della responsabilità patrimoniale, come altresì riferito alla sua proiezione relativa al rapporto tra i creditori del comune debitore (cfr. già sopra, nel n. 4).

6.- Problemi di spessore non inferiore a quelli appena sopra accennati propone pure la norma della lett. c) dell’art. 3, comma 1, del decreto. Problemi che, difatti, si manifestano destinati ad andare oltre la constatazione che il dettato della norma, se principia in termini di «controversia» (con il «riflettore» puntato dunque sull’aspetto inerente al rapporto processuale, come genericamente determinato), si conclude per contro in termini di «passività», con riferimento così al rapporto sostanziale – e di (solo) debito per le imprese parti del negozio di cessione –, di cui la controversia per l’appunto mira appunto ad accertare esistenza ed entità.

Su questo profilo specifico sembra del tutto ragionevole, in effetti, ritenere che la norma in questione intenda predicare l’esclusione dalla cessione[8] di certi debiti, come pertinenti all’azienda (bancaria, finanziaria, etc.) ceduta per i quali non sia ancora sorta – al momento della cessione medesima – una controversia (in qualche modo relativa, occorre pure aggiungere, al an e/o al quantum del debito).

Pur così dipanatone il testo, la norma – si è detto – conserva (se non altro) due livelli problematici proprio di fondo. Questi, ci pare.

Uno insiste sui termini di effettiva applicazione dell’indicato criterio cronologico di cesura, segnatamente appuntandosi sul peculiare significato da assegnare – nel contesto in questione – alla parola «controversia» (n. 7). L’altro interessa invece la perimetrazione oggettiva dei rapporti inclusi nella norma, esprimendosi nell’interrogativo circa quali siano gli specifici debiti, tra quelli aziendali, cui la norma si riferisce: se tutti o, invece, solo una parte degli stessi[9] (n. 8 s.).

7.- Quanto alla problematica che verte sulla nozione di controversia, l’interrogativo che assume dimensione maggiormente fattiva è quello della identificazione definitoria delle controversie «sorte» – «già sorte», per dire meglio – al momento della cessione[10].

Su questo aspetto, va subito detto che non si vedrebbe la ragione per intendere a priori il termine in questione come equivalente a quello di (avvenuta proposizione di una) azione giudiziaria; ovvero per indirizzare la relativa ricerca e la questione senz’altro verso questo genere di approdo. Nell’indicare un conflitto di interessi in ordine a un dato rapporto intersoggettivo, in effetti, la parola «controversia» risulta in sé stessa alquanto generica (così come lo, del resto, è il termine «lite», su cui si costruisce il tipo della transazione ex art. 1965 c.c.): in quanto tale, la stessa si manifesta di per sé suscettibile di più accezioni e gradi di intensità.

Volendo formalizzare un poco di più il discorso, può dirsi che, se (anche) nel discorso giuridico ogni nomen assume tratti inevitabili di relatività, alcuni nomina – tra cui, appunto, quello di «controversia» – restano ancora più di altri esposti, in ragione della loro intrinseca conformazione, alla rilevanza semantica propria del contesto di utilizzo specifico. Una scelta terminologica dei compilatori del decreto, in altre parole, che non appare propriamente felice (per il tasso di equivocità che la caratterizza).

Occorre allora domandarsi quali siano i dati normativi che connotano il contesto di utilizzo del termine; e rispetto agli stessi valutare il significato. Nell’indicata prospettiva, viene senza dubbio in rilievo la norma dell’art. 2560 c.c. (e cioè della limitazione dei debiti ceduti a quelli rilevanti dai libri contabili obbligatori): disposizione la cui funzione è, all’evidenza, quella di rendere preventivamente edotto il cessionario dei rischi a cui va incontro acquisendo l’azienda[11]. Conferma indiretta dell’affermata ratio si ritrae, a ben vedere, pure dalla norma dell’art. 90 comma 2, TUB: che trova la propria ragione d’essere nella prospettiva di tutelare l’interesse/affidamento dell’acquirente a «conoscere esattamente e con certezza lo stato patrimoniale attraverso il risultato di una procedura pubblica»[12].

Se questo è vero, allora pare doversi positivamente escludere la necessità, per poter valutare già «sorta» la controversia, di un giudizio radicato presso l’autorità giudiziaria. Piuttosto, sembra bastare una contestazione scritta, e dotata delle caratteristiche della sufficiente specificità. Del resto, in tal modo non si fa che riprendere, dal punto di vista del diritto effettivo, la regola generale dell’art. 2560 c.c.: l’esito è indicato, in particolare, dalla combinazione del dettato del capoverso della disposizione appena menzionata (che parla di «libri contabili») con la norma dell’art. 2220, comma 2, c.c., che obbliga le imprese alla conservazione de «le fatture, le lettere e i telegrammi ricevuti e le copie delle fatture, delle lettere e dei telegrammi spediti»[13].

A tale rilievo, già in sé pregnante, si può aggiungere un ulteriore riscontro sistematico, come costituito dalle disposizioni della Banca d’Italia che regolano il funzionamento dell’Arbitro bancario finanziario. Rileva, in particolare, la definizione della nozione di reclamo che vi è data: «ogni atto con cui un cliente chiaramente identificabile contesta in forma scritta (es. lettera, fax, e-mail) all’intermediario un suo comportamento anche omissivo». E allora, essendo il reclamo atto necessario – quale adempimento preliminare e strumentale – all’introduzione del ricorso, esso segna l’ingresso nella fase «controversa» del rapporto[14].

Sembra a noi, in definitiva, che la cessione in discorso includa in ogni caso i rapporti debitori (originati dalle cedenti, va da sé), per i quali sia intervenuta una specifica contestazione scritta prima della notizia del trasferimento che venga data dalla Banca d’Italia.

8.- Ancora più delicato si manifesta l’altro profilo problematico di base, che riguarda la definizione dei rapporti effettivamente inclusi nell’ambito di applicazione della norma della lett. c).

Il dubbio discende, anzitutto, da ciò che la normativa del decreto legge sembrerebbe disporre una successione automatica dei contratti aziendali in essere. Al punto che viene derogata, addirittura, la norma dell’art. 58, comma 6, TUB; a fortiori si deve allora ritenere l’esclusione, per quanto non testualmente operata, dell’applicabilità della norma dell’art. 2558 comma 2, c.c.; del resto, si tratta di disposizione pressoché uguale a quella dell’art. 58, comma 6, del testo unico.

L’interrogativo si completa, poi, nel rilievo che di sicuro vengono trasferiti al soggetto acquirente anche crediti in essere delle cedenti. Molti di questi crediti, se non proprio tutti o quasi tutti (cfr. l’art. 3, comma 2): invero, rimangono in capo alle cedenti solo i crediti c.d. «deteriorati», siano gli stessi esclusi ab origine dalla cessione, ovvero «retrocessi» (dal cessionario, s’intende) ai sensi dell’art. 4 del decreto.

Di conseguenza, il dubbio si focalizza e condensa nella seguente domanda di base: se la mancata contestazione, in tempi anteriori alla cessione, escluda dalla stessa anche i debiti inerenti a rapporti tuttora in essere al momento della medesima cessione e/o i debiti da fattispecie da cui (anche se chiuse) residui pure un credito della banca (cedente o cessionaria). Per portare esempi davvero facili, come pure di riscontro operativo vastissimo, basta pensare all’ipotesi del conto corrente tuttora aperto ovvero a quella in cui il cliente abbia ancora da restituire parte del capitale, a seguito di rate ormai scadute. Né si vedono, ci pare, spazi apprezzabili per trattare in modo differenziato le due tipologie di ipotesi appena rappresentate.

9.- Ora, la gravità del problema, che si sta qui tracciando, appare cosa non discutibile; così come evidente si mostra la dimensione prospetticamente crescente dello stesso, dal punto di vista dei valori economici in gioco (ché il tempo opera, in questa materia, come moltiplicatore) e del rischio legale cui il soggetto acquirente resterebbe esposto. E così pure, in via correlata ancora, la necessità della sua pronta chiarificazione.

Per constatarlo, basta pensare, nell’indicata prospettiva, all’eventualità di decreto ingiuntivo richiesto e ottenuto dalla Banca, in funzione del recupero del credito – nel caso, passato a sofferenza – relativo a un rapporto di credito transitato alla cessionaria. Ingiunzione a cui, per dire, il cliente intenda opporre – in via riconvenzionale – la nullità di certe poste anatocistiche; o il mancato rispetto delle prescrizioni di cui all’art. 118 TUB; o il carattere usurario della pretesa azionata; o il mancato rispetto della normativa sulle valute; o anche – naturalmente – il mancato rispetto della normativa TUF sui servizi di investimento; o, nel caso, la mancanza di causa dell’operazione oppure la violazione del divieto di cui all’art. 2358 c.c. (quali che siano le esatte conseguenze rimediali da imputarvisi).

Ora, posta una simile ipotesi (di riscontro, come si vede, piuttosto frequente), il punto è se accedere a una lettura della norma del decreto che – in conformità alle sue apparenze testuali – venga a vietare in perpetuo al cliente, che si muove in opposizione, una siffatta possibilità. Ché ciò significherebbe, all’evidenza, conculcare il diritto di difesa proprio di questi, e comprimere, pertanto, il principio fondamentale di cui alla norma dell’art. 24 Cost. Così intesa, in definitiva, la norma parrebbe incostituzionale: e in modo palese, pare a noi di potere osservare. È possibile evitare una simile – e inaccettabile – conclusione?

Pare a noi che, in proposito, si potrebbe provare a immaginare – e sondare – la percorribilità di due strade. Tra loro alternative, entrambe queste vie comunque ridurrebbero alquanto la portata della norma dell’art. 3, lett. c), tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori dalla cessione: ovvero, e in ogni caso, dalla responsabilità verso terzi del soggetto acquirente.

La prima opzione è di operare «a monte» sulla costruzione interpretativa del significato e dei limiti dell’esclusione dalla cessione. E giungere, per tale via, a ritenere esclusi dalla portata della norma dell’art. 3 i debiti indicati supra, n. 8. Anche qui, venendo nella sostanza a ricondurre il regime disciplinare al diritto comune della cessione: in cui certo la disposizione dell’art. 2558 c.c. non si pone come regola di per sé sola idonea a esaurire la regolamentazione (del transito) dei rapporti in corso, piuttosto costruendosi sulla linea della sua necessaria integrazione con il complessivo plesso disciplinare della cessione d’azienda, come a sua volta inscritta in un più generale framework sistematico[15]. Del resto, l’argomento svolto con riferimento ai debiti della lett. b) attinge al tenore dell’incipit della disposizione («restano in ogni caso esclusi dalla cessione»), che è testualmente riferibile anche alla lett. c).

La seconda eventualità – che, diversamente, assume come data la preclusione del cliente all’azione autonoma, e di iniziativa propria – invece opera, valorizzandolo, sul nesso di unitarietà che lega il credito vantato dalla Banca e il controcredito (o la «ragione» del minor credito) affermato dal cliente: così ammettendo, per lo meno, la possibilità che il cliente sia abilitato – in via di domanda ed eccezione riconvenzionali – a opporre al cessionario i detti suoi diritti[16].


[1] «Considerato che, in assenza di misure pubbliche di sostegno, la sottoposizione di Banca Popolare di Vicenza s.p.a. e VenetoBanca s.p.a. a liquidazione coatta amministrativa comporterebbe la distruzione di valore delle aziende bancarie coinvolte, con conseguenti gravi perdite per i creditori non professionali chirografari, che non sono protetti né preferiti, e imporrebbe una improvvisa cessazione dei rapporti di affidamento creditizio per imprese e famiglie, con conseguenti forti ripercussioni negative sul tessuto produttivo e di carattere sociale, nonché occupazionali, e che, pertanto, vi è la straordinaria necessità e urgenza di adottare disposizioni volte a consentire l’ordinato svolgimento delle operazioni di fuoriuscita dal mercato delle banche ed evitare un grave turbamento dell’economia nell’area di operatività delle banche in questione».

[2] Qui di seguito, nella sua interezza, il testo del comma 1 dell’art. 3.

«I commissari liquidatori, in conformità con quanto previsto dal decreto adottato ai sensi dell’articolo 2, comma 1, provvedono a cedere ad un soggetto, individuato ai sensi del comma 3, l’azienda, suoi singoli rami, nonché beni, diritti e rapporti giuridici individuabili in blocco, ovvero attività e passività, anche parziali o per una quota di ciascuna di esse, di uno dei soggetti in liquidazione o di entrambi. Alla cessione non si applica quanto previsto ai sensi degli articoli 58, commi 1, 2, 4, 5, 6 e 7, salvo per quanto espressamente richiamato nel presente decreto, e 90, comma 2, del Testo unico bancario. Restano in ogni caso esclusi dalla cessione anche in deroga all’articolo 2741 del codice civile: a) le passività indicate all’articolo 52, comma 1, lettera a), punti i), ii), iii) e iv), del decreto legislativo 16 novembre 2015, n. 180; b) i debiti delle Banche nei confronti dei propri azionisti e obbligazionisti subordinati derivanti dalle operazioni di commercializzazione di azioni o obbligazioni subordinate delle Banche o dalle violazioni della normativa sulla prestazione dei servizi di investimento riferite alle medesime azioni o obbligazioni subordinate, ivi compresi i debiti in detti ambiti verso i soggetti destinatari di offerte di transazione presentate dalle banche stesse; c) le controversie relative ad atti o fatti occorsi prima della cessione, sorte successivamente ad essa, e le relative passività».

[3] «Il cessionario è individuato, anche sulla base di trattative a livello individuale, nell’ambito di una procedura, anche se svolta prima dell’entrata in vigore del presente decreto, aperta, concorrenziale, non discriminatoria di selezione dell’offerta di acquisto più conveniente, nonché avendo riguardo agli impegni che esso dovrà assumersi ai fini del rispetto della disciplina europea sugli aiuti di Stato. Le spese per la procedura selettiva, incluse quelle per la consulenza di esperti in materia finanziaria, contabile, legale, sono a carico del soggetto in liquidazione e possono essere anticipate dal Ministero, il cui credito è prededucibile ai sensi dell’articolo 111, comma 1, numero 1), e dell’articolo 111-bis del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 e s.m. (legge fallimentare). Tali spese possono essere anticipate a valere sulle somme di cui all’articolo 9, comma 1 e sono restituite dal soggetto in liquidazione mediante versamento all’entrata del bilancio dello Stato».

[4] Il rilievo si pone a monte, chiaramente, della disciplina sugli «interventi dello Stato» di cui all’art. 4, che hanno consegnato all’operazione l’elemento della fattibilità economica.

[5] Sulla intima distinzione tra i due profili v. Minneci, Trasferimento di azienda e regime dei debiti, Torino, 2007, 139 ss.; nel senso che la disciplina codicistica in materia di cessione d’azienda considera il passaggio dei debiti nella sola prospettiva della responsabilità, e non della cessione, v. G. Ferri, Manuale di diritto commerciale, a cura di Angelici e G.B. Ferri, Torino, 2001, 228; in giurisprudenza, v. Cass., 3 marzo 1994, n. 2108, che icasticamente, e in modo assai significativo, si esprime in termini di «responsabilità senza debito», per escludere la rivalsa, in assenza di patto espresso: «trattasi, nel caso di cui al capoverso dell’art. 2560 cod. civ., di una responsabilità senza debito (il debito è solo dell’alienante), che va ricondotta ad un accollo cumulativo «ex lege», e dà luogo ad una solidarietà in forza di legge tra l’alienante e l’acquirente dell’azienda commerciale, solidarietà «sui generis» che non implica il diritto del primo di ripetere, neppure in parte, dal secondo quanto versato al terzo creditore, appunto perché – diversamente da quanto avviene nei casi di solidarietà ordinaria in cui il fatto costitutivo del debito è imputabile anche al condebitore nei confronti del quale si agisca poi in via di regresso (v. artt. 1292, 1294, 1298 e 1299 cod. civ.) – l’alienante, debitore, ha adempiuto un’obbligazione discendente esclusivamente dal fatto proprio, contrattuale o extracontrattuale (v., in tal senso, Cass. 25 febbraio 1987, n. 1990)».

[6] Sul rapporto tra le risultanze del debito nei libri obbligatori del cedente, di cui alla norma dell’art. 2560 c.c., e la «sorta controversia», di cui discorre invece la lett. c) dell’art. 3, v. nel prosieguo del lavoro.

[7] Con scelta, tuttavia, che – a nostro avviso – avrebbe reso del tutto incontrovertibile (insuperabile, cioè) l’incostituzionalità della regolamentazione portata dal decreto.

[8] E insieme dalla responsabilità dell’acquirente ex art. 2560 c.c., così si direbbe. La cosa, peraltro, potrebbe anche risultare (assai) più complicata: v. subito appresso per i debiti di cui alla norma della lett. b); ma v. pure (e soprattutto) nel successivo n. 9, nella parte finale.

[9] Segnaliamo che, se si accoglie la soluzione interpretativa suggerita supra, nei numeri 4 e 5, lo spartiacque rappresentato dalla «sorta controversia» dovrebbe valere anche per i debiti di cui alla norma della lett. b).

[10] Dal testo del comma 2 dell’art. 3 sembra doversi dedurre, a quanto pare, che al riguardo debba valere il momento di «pubblicazione da parte della Banca d’Italia sul proprio sito della notizia della cessione».

[11] Tanto più che il decreto 99/2017 (art. 4, co. 4, anche per gli effetti di cui al co. 1, lett. a) i)) fa espresso riferimento a una due diligence da svolgersi, a cui ricollega la previsione di conguagli.

[12] Cfr., Cass., 23 novembre 2009, n. 24635, in Banca e borsa, 2010, II, 517, con nota di Minneci, Il regime dei debiti nell’ambito delle cessioni aggregate di cui alla liquidazione coatta bancaria.

[13] Minneci, Trasferimentocit.passim.

Il tessuto normativo della sezione dal codice dedicata alle «scritture contabili» assicura che il «libro contabile» è semplice specie del relativo genere.

[14] Lo spunto, riportato nel testo, si deve a Ugo Minneci.

[15] Cfr., Portale e Dolmetta, Parere del 23 giugno 2004, inedito, p. 13 s.: «l’applicazione della norma dell’art. 2558 c.c., compresi i suoi riflessi sul regime dei debiti pregressi, non può comunque privare il terzo contraente ceduto; (a) del potere di risoluzione del contratto (di cui al passaggio), nonché – e conseguentemente – (b) delle minori facoltà potestative connessevi».

[16] Dal punto di vista sistematico, deve segnalarsi il principio espresso, in materia di compensazione – ma che può essere dotato di una più ampia rilevanza ricostruttiva –, dell’art. 1248, comma 2, c.c., secondo cui «la cessione non accettata dal debitore, ma a questo notificata, impedisce la compensazione dei crediti sorti posteriormente alla notificazione».

“Visto l’articolo 47 della Costituzione …” (una nota sul salvataggio di Veneto Banca e Popolare di Vicenza)

14-Jul-2017

http://fchub.it/detail/news/visto-l-39-articolo-47-della-costituzione-una-nota-sul-salvataggio-di-veneto-banca-e-popolare-di-vic

La stampa straniera non ha lesinato critiche all’ultimo atto della saga dei salvataggi bancari italiani. Le banche venete sono state effettivamente (e indebitamente) salvate? Offrire una risposta a questa domanda non è facile. Le regole europee lasciano margini di discrezionalità alle autorità di risoluzione, alla Commissione europea e ai Governi. Si tratta di capire se e come questi margini di discrezionalità vadano utilizzati. Certamente ciò può avvenire a patto che non si tradiscano la ratio e la filosofia della disciplina che oggi impongono il bail-in o il fallimento. Ma anche nel bail-in e nel fallimento non viene meno un’esigenza: tutelare il risparmio. Un’esigenza che nel nostro ordinamento ha rango costituzionale.

La vicenda delle banche venete ha attirato sul Governo italiano critiche velenose dalla stampa estera (vedi, ad esempio, il Financial Times: Italian bailout: too small to fail ). Le censure si appuntano sul decreto legge 99/2017 con cui è stata disposta la “speciale” liquidazione coatta di Veneto Banca e Popolare di Vicenza.

Le critiche non stupiscono perché nel decreto legge c’è molta italianità, nel bene e nel male. Nel male perché il Governo ha, forse, forzato un po’ le maglie delle regole europee nel disporre una cessione della “parte buona” delle banche in crisi dopo aver isolato – e socializzato – le perdite in cui si trasformeranno i crediti deteriorati. Nel bene perché in un momento oggettivamente critico l’approccio italiano si è mostrato orientato alla soluzione del problema. Una soluzione che ha richiesto di muoversi tra le regole attraverso un percorso che alcuni commentatori hanno ritenuto non condivisibile.

Sarebbe tuttavia riduttivo esaminare la questione da questo punto di vista, che attiene al politico o, forse, al gossip che si muove intorno alla politica. La questione è infatti eminentemente tecnica e, per orientarsi, dalla tecnica bisogna muovere.

Il che presuppone la risposta a due domande.

Chi ha deciso che le due banche dovessero essere liquidate (che dovessero, cioè, fallire)?

Come si è giunti al decreto legge?

Le due banche venete rientrano nel novero degli enti “significativi”, il che significa che si tratta di banche vigilate direttamente dalla Banca Centrale Europea e non, quindi, dalla Banca d’Italia che vigila sugli enti “meno significativi”.

Le banche significative sono peraltro assoggettate a un particolare e sovranazionale regime di risoluzione: è il Single Resolution Board (SRB), autorità europea con sede a Bruxelles, a stabilire se esse debbano fallire o se possano essere “risolte” attivando gli strumenti di risoluzione (ad esempio, il bail-in). Non, quindi, la Banca d’Italia, che può avviare la risoluzione delle sole banche “meno significative”.

La risoluzione in luogo del fallimento può essere disposta solo se ricorrono tre condizioni: (i) la banca deve essere in dissesto; (ii) non devono presentarsi alternative alla risoluzione; e (iii) deve ricorrere un interesse pubblico alla risoluzione.

Nel caso delle due venete, il dissesto è stato accertato dalla BCE il 23 giugno scorso. È, infatti, la banca centrale in funzione di autorità di vigilanza ad avere le informazioni necessarie e la competenza per stabilire se una banca, come si dice in gergo, è failing likely to fail.

L’accertamento delle altre due condizioni competeva al Single Resolution Board. Questo, con due decisioni del 23 giugno ha, da un lato, verificato l’assenza di misure alternative e, dall’altro lato, ritenuto che non ricorresse il pubblico interesse alla risoluzione. Secondo l’autorità europea il fallimento delle due banche, vale a dire l’interruzione immediata delle attività e l’espulsione delle stesse dal mercato, non avrebbe importato un impatto rilevante sulla stabilità finanziaria (a diverse conclusioni, lo si ricorderà, giunse la Banca d’Italia nel diverso caso delle quattro banche “meno significative” risolte a novembre 2015: Etruria, Cariferrara, Banca Marche e Carichieti).

In parole povere, e rispondendo alla prima delle due domande, le autorità creditizie europee hanno deciso che le banche venete avrebbero dovuto essere lasciate al loro destino: la liquidazione coatta amministrativa.

Una risposta che gli eventi del week end del 23-25 giugno hanno mostrato non essere stata del tutto condivisa dal Governo italiano. Ecco perché questo si è rivolto alla Commissione europea per ottenere l’autorizzazione a intervenire con soldi pubblici.

Rivolgersi alla Commissione era una delle opzioni possibili. Nel complesso quadro della tecnica di gestione delle crisi bancarie un ruolo speciale è, infatti, giocato dalla Commissione in funzione di arbitro del diritto della concorrenza. Essa è, come noto, l’autorità da cui ogni Governo deve passare se vuole concedere un aiuto di Stato. Sicché in questa materia i poteri della Banca Centrale Europea e del Single Resolution Board, così come quelli della Banca d’Italia, finiscono con l’intersecarsi con la competenze della Commissione in materia antitrust. Se tocca ai primi stabilire se una banca vada risolta o liquidata, solo la Commissione, quando vengono in rilievo soldi pubblici (sin qui: sempre), può stabilire il come della risoluzione e, se non si avvia la risoluzione, il come della liquidazione.

Si è detto che, nel caso delle due venete, le autorità creditizie europee hanno stabilito che si dovesse liquidare. A fronte di tale decisione – qui la risposta alla seconda domanda: come si è giunti al decreto legge? – il Governo italiano ha chiesto e ottenuto dalla Commissione il placet all’utilizzazione di soldi pubblici per gestire quelle liquidazioni emanando il citato decreto legge. Secondo il Governo l’esborso pubblico sarebbe nel caso di specie necessario in quanto (si cita dalle premesse al decreto): la «liquidazione coatta amministrativa comporterebbe la distruzione di valore […] con conseguenti gravi perdite per i creditori non professionali chirografari, che non sono protetti né preferiti, e imporrebbe una improvvisa cessazione dei rapporti di affidamento creditizio per imprese e famiglie, con conseguenti forti ripercussioni negative sul tessuto produttivo e di carattere sociale, nonché occupazionali, e che, pertanto, vi è la straordinaria necessità e urgenza di adottare disposizioni volte a consentire l’ordinato svolgimento delle operazioni di fuoriuscita dal mercato delle banche ed evitare un grave turbamento dell’economia nell’area di operatività delle banche in questione».

Se ne potrebbe trarre che vi sia stato un contrasto tra la posizione europea e quella nazionale. Secondo il SRB nel caso delle banche venete non si sarebbe presentato il presupposto dell’interesse pubblico alla risoluzione, mentre per il Governo italiano un interesse a evitare la liquidazione disordinata è venuto in rilievo, pur se è limitatamente a un contesto geografico ed economico ridotto rispetto al campo di indagine del SRB (il Veneto). Nel d.l. 99/2015 è chiaro il riferimento al contesto locale, la regione delle due banche, che da tempo soffre le conseguenze di una crisi finanziaria e di una crisi economica che alla prima si è accompagnata.Sicché, questa sembra l’impostazione del Governo, sarebbe stato irresponsabile abbandonare creditori non garantiti, piccoli investitori, depositanti oltre i 100.000 euro e dipendenti di quelle banche al destino della liquidazione coatta.

Per conseguire il risultato di contenere la distruzione di valore in àmbito locale, il d.l. ha dato vita a una liquidazione coatta atipica: prima di far fallire veramente le due banche, si è disposta la cessione della parte buona delle due aziende bancarie a Intesa Sanpaolo, che le ha acquistate al prezzo simbolico di un euro. Questa misura, che alcuni hanno immediatamente equiparato a un regalo all’istituto torinese, ha consentito di mettere in sicurezza depositanti e lavoratori delle due banche venete.

E, ancora, prima di porre in liquidazione coatta le due banche, sono stati trasferiti i crediti deteriorati stimati al momento della cessione alla SGA (Società Gestione Attivi), vecchio veicolo creato ai tempi del fallimento del Banco di Napoli che, nel tempo della sua esistenza (dal 1996), ha dato buoni risultati nel recupero delle passività verso cattivi creditori, sino a essere stata acquistata dal MEF. Questa misura, che importa il trasferimento del rischio di insolvenza dei debitori delle due venete sulle casse pubbliche, ha avuto l’effetto di rendere possibile la cessione delle aziende buone a Intesa Sanpaolo che, con i crediti deteriorati, non le avrebbe acquistate. Non solo: le due banche in liquidazione coatta in questo modo non divengono mere “scatole vuote”, ma restano titolari di un credito verso SGA che potrà servire, in futuro, per pagare alcuni dei creditori delle venete i cui rapporti giuridici non sono stati trasferiti a Intesa Sanpaolo.

Vi è una terza linea di intervento, pure criticata, che merita di essere richiamata.

È noto che nel nuovo regime europeo (con o senza risoluzione, con o senza bail-in) è assurta al rango di principio la regola per cui azionisti e creditori subordinati non solo non possono essere salvati, ma devono subire le perdite per primi. Anche in questo caso è stato così, in linea quindi con i precetti comunitari. Il parziale bail-out che consente ai depositanti e ad alcuni creditori di ricollocarsi presso Intesa non riguarda gli azionisti e i creditori subordinati, che hanno perso l’investimento. È giusto? Si risponderà, generalmente, che sì, è giusto, perché hanno rischiato, consapevolmente, per ottenere un profitto superiore a quello che mediamente ci si può attendere sul mercato. E, tuttavia, se la perdita secca dell’investimento riguarda tutti gli azionisti (in concreto: banche, tranne spiccioli, essendo Atlante giunto a detenere la quasi totalità delle azioni delle due venete), essa non ha investito anche tutti i creditori subordinati. Il d.l. protegge con una forma di “ristoro”, disposta anche nei casi delle quattro banche e di MPS, gli obbligazionisti subordinati delle banche venete dando loro accesso al già esistente “fondo di solidarietà”.Ovviamente il ristoro non riguarda tutti, ma solo gli investitori non professionali che abbiano sottoscritto obbligazioni subordinate prima della pubblicazione della direttiva BRRD. Come nel caso delle quattro banche, anche in quello delle venete i creditori subordinati subiscono la perdita e hanno accesso, ex post, a un indennizzo sul presupposto che non si può punire chi abbia fatto inconsapevolmente affidamento sull’esistenza di una garanzia pubblica sul debito subordinato emesso dalle banche prima che fossero in vigore le nuove regole (il principio sta diventando tralatizio, anche se è all’evidenza un po’ forzato nei suoi esiti interpretativi: del resto, anche prima della BRRD, non esisteva alcuna esplicita garanzia pubblica dell’investimento in obbligazioni bancarie).

Le regole europee sono state quindi, almeno nella forma, applicate: le autorità europee hanno imposto la liquidazione delle due venete e questa è stata effettivamente disposta dalle autorità italiane. Tuttavia, nella sostanza, il decreto del 25 giugno contiene disposizioni che attenuano il rigore della disposta liquidazione coatta, ponendo a carico dei contribuenti una parte del costo della crisi. Qui sta la decisione che si è esposta alle critiche di una parte della stampa estera. Qualcuno ha detto che saremmo dinanzi a un fallimento delle nuove regole europee e che i grandi Paesi dell’Unione, tra cui l’Italia, avrebbero diritto a un regime speciale, di favore, che non eliminerebbe l’azzardo morale. Il giudizio appare davvero troppo troncante. Nel caso delle due venete è stata l’Europa a stabilire che non si dovesse ricorrere al bail-in.

Certo, il Governo, con il supporto della Commissione europea, ha deciso di intervenire per tutelare soggetti deboli che avevano e hanno relazioni contrattuali con le due banche che si sarebbero dovute lasciar fallire. Una forzatura? Forse sì. Il Governo ha mostrato coraggio o disperazione? Forse entrambi. E, tuttavia, senza voler qui prendere le difese di un’operazione che ha le sue evidenti criticità, la decisione di mettere in sicurezza quelle posizioni deboli con i soldi dei contribuenti non si pone in contrasto con tutte le filosofie della nuova disciplina.

Tra gli obiettivi delle regole europee vi è, infatti, il contenimento della spesa pubblica, ma anche la tutela di depositanti e investitori. Esigenza di tutela che si fa più pressante là dove vi sia il rischio di un contagio, anche a livello locale. Sicché il contrasto tra le regole europee e l’azione del Governo non appare poi così evidente. Peraltro, la decisione del Governo si pone apertamente in linea con un’altra vecchia, ma certamente non superata, “filosofia”. Non sarà sfuggito ai più attenti che il decreto legge si apre con una premessa: “visto l’articolo 47 della Costituzione e considerata l’esigenza di assicurarne la finalità”. Una premessa molto significativa, anche perché poco o nulla ricorrente nei testi legislativi adottati negli ultimi anni (basti pensare che la disposizione costituzionale sulla tutela del risparmio non è espressamente richiamata nel testo unico bancario né nel testo unico della finanza, leggi che di certo perseguono, tra le altre, la finalità di tutelare il risparmio “in tutte le sue forme”).

Si dovrà certamente discutere, in futuro e dati alla mano, della economicità della cessione delle aziende a banca Intesa, della ulteriore concentrazione del mercato dei depositi che forse non giova alla concorrenza, dei risultati che la SGA conseguirà, nonché dell’effettività – o della effettiva necessità – del ristoro agli obbligazionisti subordinati (certo è che non si sarebbe potuto tollerare politicamente che gli obbligazionisti subordinati delle quattro banche e di MPS ottenessero il ristoro mentre quelli delle due venete perdevano tutto il capitale investito).

Se, dunque, la mano del Governo è stata davvero mossa dalla finalità di tutelare il risparmio come vuole l’art. 47 Cost., allora si è trattato di un intervento, oltre che disperato, anche opportuno perché vi sono ambiti di azione cui la Repubblica non può sottrarsi, anche in presenza di regole europee. Lo rilevava profeticamente all’inizio degli anni Novanta uno dei Maestri della materia che ci occupa, secondo il quale le finalità di cui agli artt. 41 e 47 Cost. «dovrebbero essere salvaguardate dalla Repubblica anche al di là delle previsioni comunitarie [per] evitare turbamenti della regola di uguaglianza, insufficienze o ritardi nella tutela del risparmio, pregiudizi da incontrollata proliferazione degli sportelli, e in generale lesione della “utilità”» (G. Oppo, Libertà di iniziativa e attività bancaria, in Riv. dir. civ., 1990, p. 469).

L’indirizzo appena richiamato, si badi, non induce a essere indulgenti con il Governo ove questo violi o non rispetti le regole europee, visto che l’Italia si è vincolata a esse e ha contribuito ad approvarle. Tuttavia là dove, come nel caso di specie, le regole europee lascino un margine di discrezionalità al Governo e quel margine di discrezionalità possa essere utilizzato per tutelare valori costituzionalmente rilevanti, sarebbe impropria e forse anche illegittima un’autolimitazione, da parte dell’Esecutivo, nell’esercizio dei propri poteri e delle proprie prerogative.

allegato

Guzzetti: «Il nostro futuro proseguirà sulla strada dell’innovazione sociale» di Redazione 3 ore fa

Il presidente dell’Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio spa ha aperto a Parma i lavori congressuali alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «La nostra storia ha dimostrato come, partendo da una identità, ci siamo gradualmente trasformati affrontando con apertura il cambiamento che il contesto sociale, culturale economico e normativo ci ha posto di fronte»

Alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è aperto oggi a Parma il XXIV Congresso Nazionale delle Fondazioni di origine bancaria e delle Casse di Risparmio Spa, un appuntamento che, con cadenza triennale, consente di fare il punto su ruolo, attività e prospettive delle associate Acri: Fondazioni e Casse. Sono due importanti realtà del sistema sociale ed economico italiano, che nella diversità del loro ruolo – le une soggetti non profit a vocazione filantropica, le altre banche con forte radicamento territoriale – si pongono come attivatori di cambiamento e di innovazione, capaci di mobilitare energie e risorse per il progresso del Paese e delle loro comunità. Questa edizione del Congresso s’intitola appunto “Identità e Cambiamento”: pur mantenendo ferme le proprie caratteristiche identitarie più profonde, in termini di valori, le Fondazioni di origine bancaria e le Casse di risparmio sono parimenti proiettate verso una costante evoluzione nelle proprie modalità di intervento e di declinazione della loro rispettiva missione, in modo da essere sempre in armonia con bisogni in continuo mutamento. Sugli elementi identificativi di questa evoluzione ha centrato il proprio intervento Giuseppe Guzzetti, il presidente di Acri.

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andrea d’ortenzio@andreadortenzio

A Parma le fondazioni bancari dell’Acri inaugurano il 24esimo congresso fra nuovo governo e cambiamenti delle

Nei lavori della mattinata si succederanno gli interventi di: Federico Pizzarotti, sindaco di Parma; Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia Romagna; Gino Gandolfi e Roberto Delsignore, presidenti rispettivamente della Fondazione Cariparma e della Fondazione Monteparma, che hanno contribuito all’organizzazione dell’evento. Interverranno poi: Paolo Andrei, rettore dell’Università degli Studi di Parma; Michele De Pascale, presidente dell’ANCI Emilia Romagna; Claudia Fiaschi, portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore; Massimo Lapucci, presidente dell’European Foundation Centre; Dario Scannapieco, vicepresidente della Bei.

Nel pomeriggio si svolgeranno tre tavole rotonde, introdotte dal direttore generale di Acri Giorgio Righetti e coordinate dalla responsabile di Buone Notizie – Corriere della Sera Elisabetta Soglio. Alla prima, dal titolo “Le Fondazioni per il contrasto della povertà educativa minorile”, parteciperanno: Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione Con il Sud; Mauro Magatti, professore ordinario di Sociologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore; Umberto Tombari, vicepresidente di Acri e presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze. Alla seconda, dal titolo “Le Fondazioni per una nuova realtà urbana”, interverranno Stefano Boeri, professore ordinario di Urbanistica al Politecnico di Milano; Giusella Finocchiaro, presidente della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna; Matteo Melley, vicepresidente di Acri e presidente della Fondazione Cassa di Risparmio della Spezia. Della terza, dal titolo “Le Fondazioni per l’innovazione e lo sviluppo”, sono stati relatori: Fabio Gallia, amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti Spa; Francesco Profumo, vicepresidente di Acri e presidente della Compagnia di San Paolo; Renato Ravanelli, amministratore delegato di F2i – Fondo Italiano per le Infrastrutture Sgr Spa.

La mattinata di domani, venerdì 8 giugno, ha invece in calendario una tavola rotonda dedicata alle Banche, che sarà introdotta da Gerhard Brandstätter, vicepresidente di Acri e presidente della Cassa di Risparmio di Bolzano Spa. Sarà coordinata da Alessandro Plateroti, vicedirettore del Sole 24 Ore. Intervengono: Giuseppe Morbidelli, presidente della Banca CR Firenze; Antonio Patuelli, presidente dell’Abi e della Cassa di Ravenna Spa; Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia; Camillo Venesio, amministratore delegato della Banca del Piemonte.

L’intervento del presidente

«Chi siamo e dove stiamo andando? – si è interrogato Guzzetti, aprendo ufficialmente i lavori del Congresso -. La nostra storia ha dimostrato, e lo dimostra ogni giorno, come, partendo da una identità, ci siamo gradualmente trasformati, e io dico migliorati, affrontando con apertura il cambiamento che il contesto sociale, culturale economico e normativo ci ha posto di fronte, o che noi stessi abbiamo deciso di intraprendere, grazie all’arricchimento, graduale ma costante, della nostra visione, delle nostre competenze, delle nostre esperienze. In un solo caso ci siamo difesi con tutte le forze, abbiamo fatto muro, ci siamo opposti al cambiamento: quando si è tentato di sottrarre alle Fondazioni di origine bancaria la loro natura di soggetti privati». Di seguito alcuni dei numerosi punti trattati da Guzzetti.

L’origine bancaria delle Fondazioni e l’evoluzione del settore bancario
L’origine bancaria delle Fondazioni è stata considerata una sorta di “peccato originale”, che ha fortemente condizionato la percezione corretta della loro identità. Le Fondazioni nacquero con la legge Amato (n. 218) del 30 luglio 1990, varata per rendere più competitivo il sistema bancario italiano in un contesto di libera concorrenza a livello europeo. Il mercato italiano era, infatti, caratterizzato, in particolare, dalla presenza di Casse di Risparmio, di Banche del Monte e di istituti di diritto pubblico, che, a causa della propria origine, erano prive di un elemento la cui assenza limitava potenzialmente la concorrenza: gli azionisti. Questi istituti, che rappresentavano la massima espressione dello spirito solidaristico delle nostre comunità, in un contesto di mutamento non risultavano più idonee a sostenere la competizione. Era necessario un cambiamento, che però salvaguardasse i due elementi valoriali che Casse di Risparmio e Banche del Monte incarnavano: il saper fare banca e l’attenzione ai bisogni delle comunità. Il legislatore fece in modo che, attraverso due diverse entità, la Banca conferitaria (Casse di risparmio Spa e Banche del monte Spa) e la Fondazione (inizialmente chiamata Ente conferente), venissero salvaguardati entrambi. L’esperimento ebbe successo.

In merito alle Banche: «Le Banche conferitarie hanno dimostrato, in un contesto nuovo, di saper fare banca – ha affermato Guzzetti -. Ne sono prova tre elementi incontrovertibili. Il primo è che, grazie al ruolo sapiente di azionisti svolto dalle Fondazioni, ovviamente facendo perno sulle ottime capacità manageriali e gestionali delle Banche conferitarie e il forte radicamento territoriale che ne ha sempre caratterizzato l’azione, sono nati, attraverso processi aggregativi, due Gruppi bancari che sono in grado di competere a livello internazionale al pari, o anche meglio, di tanti player stranieri: il Gruppo Intesa San Paolo e il Gruppo Unicredit. Non vi è dubbio che questo rappresenta un grande risultato, che purtroppo raramente viene riconosciuto, ma che dimostra la capacità di adattamento e di cambiamento dei nostri enti. Il secondo è che, almeno sino a prima della crisi, nei processi aggregativi che si sono susseguiti, il valore di cessione delle partecipazioni delle Banche conferitarie è stato particolarmente elevato, segno evidente che questi istituti bancari erano stati in grado di accrescere il valore del proprio patrimonio grazie a una grande capacità gestionale. Il terzo è che, sebbene ridotte nel numero, le Banche conferitarie rimaste autonome mostrano tutte segni di vitalità e di dinamismo e una buona capacità di competere, grazie al presidio di nicchie di mercato non coperte da istituti di maggiore dimensione e alla focalizzazione sul servizio e sull’elemento fiduciario, che rappresentano indiscussi punti di forza. Certo, non possiamo nasconderci alcuni incidenti di percorso, che a mio avviso sono riconducibili proprio alla difficoltà di interpretare il cambiamento, o, meglio ancora, di anticiparlo. Una visione dell’identità chiusa e difensiva, quasi di arroccamento esclusivamente sull’elemento territoriale, di sovente alimentata dalla politica locale e dall’opinione pubblica da questa fomentata, ha impedito di cogliere i mutamenti di contesto che la crisi economica stava generando. Una maggiore capacità di visione avrebbe suggerito a questi istituti e alle relative Fondazioni azioniste, di percorrere la strada che avevano già intrapreso altre consorelle, evitando che la crisi ne spazzasse via il valore. Ciò non è accaduto, anche, lasciatemelo dire, per un comportamento al limite della legalità di alcuni manager che, perseguendo finalità di carattere personale e non istituzionale, hanno compromesso la capacità competitiva di questi istituti, o hanno ostacolato, se non addirittura impedito, processi aggregativi che avrebbero salvaguardato la Banca e la relativa Fondazione… In ogni caso, questi incidenti di percorso rappresentano singoli casi di patologia all’interno di un sistema complessivamente sano. E come ogni patologia, vanno curati individualmente, e non intervenendo per modificare, come molti vorrebbero, la fisiologia del sistema, che invece ha dimostrato di saper affrontare e gestire il cambiamento con lungimiranza».

In merito alle Fondazioni: «In loro quei geni valoriali, quello spirito solidaristico e filantropico degli enti creditizi originari hanno trovato piena espressione. Nel corso degli anni, grazie agli interventi susseguitisi, nonché ai processi di autoriforma promossi in sede associativa, il ruolo delle Fondazioni è germogliato e finalmente sbocciato. Quello che sembrava essere l’unico fine costitutivo delle Fondazioni, cioè la custodia di un patrimonio azionario per consentire lo sviluppo dei nuovi istituti creditizi, è diventato un mezzo, cioè uno strumento per perseguire la loro vera missione che, come indica quella che comunemente e impropriamente chiamiamo la legge Ciampi (d.lgs. 153 del 1999), è l’utilità sociale e la promozione dello sviluppo economico… La vocazione solidaristica e la forte attenzione alla comunità di riferimento hanno trovato nel corso della loro lunga storia la possibilità di manifestarsi in una molteplicità di azioni e di interventi, ma, in particolare, attraverso due principali forme: la valorizzazione del patrimonio culturale e artistico locale e la beneficenza a favore dei più bisognosi… Ciò che è cambiato, nel corso della storia delle Fondazioni, è la modalità attraverso la quale l’azione trova compimento. L’accumulo di esperienza e competenza, nonché la naturale vocazione all’innovazione che caratterizza le Fondazioni, le ha spinte a cercare di perfezionare e rendere più efficienti ed efficaci le modalità di intervento. Se in una fase iniziale, l’atteggiamento delle Fondazioni rispetto ai bisogni era di tipo prevalentemente reattivo, cioè di risposta alle sollecitazioni provenienti dal territorio, nel tempo esse hanno assunto e consolidato un approccio di tipo opposto, cioè proattivo. Questo approccio, che si è diffuso via via sempre più, ha modificato sia i processi che gli strumenti. La fase di rilevazione dei bisogni sui quali intervenire ha assunto una straordinaria importanza attraverso modalità di ascolto, di coinvolgimento dei territori, di costituzione di tavoli multi-attore, di attivazione di commissioni interne agli organi, di coinvolgimento di esperti, di creazione di veri e propri centri di ricerca. Voglio qui sottolineare – ha dichiarato Guzzetti – l’importanza dell’Organo di indirizzo delle Fondazioni quale strumento formidabile per portare al loro interno le istanze del territorio. Certo, questo è tanto più vero quanto più la sua composizione è effettuata sulla base di designazioni che privilegiano la competenza e la professionalità. Su questo, permettetemi di dirlo, dobbiamo fare ancora di più. Altrimenti, sarà sin troppo facile la rozza critica che ci viene a volte mossa che gli organi delle Fondazioni sono pletorici. L’architettura di governance duale prevista dalla 153 del 1999 è invece molto lungimirante, perché ha inteso creare all’interno della Fondazione un consesso di persone in grado di rappresentare le varie istanze e sensibilità del territorio. Sta solo a noi confermare con i fatti la validità di questa scelta del legislatore.

Sul piano erogativo vi è stato un fiorire di nuovi processi e strumenti, dai bandi, alla progettazione partecipata, dalla chiamata di idee alla progettazione propria, con sfumature e variazioni sul tema degne di un Bach o di un Geminiani. Ma soprattutto in due aspetti le Fondazioni hanno maggiormente posto l’attenzione e perfezionato le tecniche. Da una parte, l’accessibilità. Si è cioè cercato di intervenire sui processi per consentire a tutti coloro che possiedono i necessari requisiti di poter interagire con la Fondazione, di avere accesso alle opportunità che essa mette in campo, di poter offrire la propria competenza e capacità di innovazione alla comunità. In tal senso, i siti web sono divenuti i pilastri dei processi di accessibilità e trasparenza delle Fondazioni. Dall’altra, la valutazione. Un attento e imparziale processo di valutazione ex-ante, di monitoraggio dei progetti e di valutazione finale stanno sempre più divenendo condizioni imprescindibili per garantire trasparenza, efficienza ed efficacia degli interventi. Anche in questo campo, le modalità adottate sono diverse a seconda delle esigenze, delle caratteristiche e delle sensibilità delle Fondazioni, del contesto territoriale… Bisogna, però, che non siamo vittime delle mode che, periodicamente, ci vengono proposte su sollecitazione di consulenti ed esperti esterni, che ci dicono che quello che facciamo è superato e c’è bisogno di ben altro. A me sembra invece che, spesso, ciò che ci viene proposto non sia altro che vino vecchio in botti nuove!

Gli strumenti non sono né buoni né cattivi in sé. La loro efficacia dipende esclusivamente dalla loro coerenza con la strategia che si è deciso di perseguire. A titolo provocatorio, la tanto vituperata “erogazione a pioggia” può trovare invece una propria ragion d’essere se è il frutto di una strategia di attivazione del territorio da “dietro le quinte”, per valorizzare e far emergere le energie positive presenti. La “pioggia fa germogliare”, se non segue logiche clientelari. Vedo già qualcuno che dà di gomito al vicino dicendogli: “Visto? Torniamo alle vecchie erogazioni a pioggia!”. Beh, ovviamente, non è quello che intendevo dire. Perché, lo ripeto, è prima fondamentale avere una strategia. Solo dopo, si può scegliere nel vasto armamentario di strumenti a disposizione. Così come la trasparenza, sempre doverosa e necessaria, deve essere gestita avendo a mente che essa è uno strumento e non un fine in sé. La trasparenza deve consentire di evitare che i processi erogativi possano essere inquinati da elementi impropri. Ma se, in nome della trasparenza, si piegano le strategie e addirittura la missione, allora si può correre il rischio di trovarsi con procedure e processi perfetti sul piano tecnico, ma inefficaci sul piano strategico. Basti guardare a cosa succede in altri settori dove, comprensibili e doverose esigenze di trasparenza, rischiano però di bloccare interi settori e comparti. Come ogni strumento, anche la trasparenza va calibrata e dosata in funzione del fine per cui la si utilizza.

Infine, la valutazione di impatto. Capire l’effetto che la nostra azione produce è non solo doveroso, ma soprattutto utile perché ci consente di migliorare e perfezionare il lavoro nostro e quello di coloro che sosteniamo. Ma anche in questo caso, dobbiamo calibrarne l’impiego, avendo sempre a mente che una buona valutazione presuppone una chiarezza degli obiettivi per cui si valuta. Se gli obiettivi di valutazione non sono chiaramente definiti, essa rischia di produrre risultati che possono a volte indurre decisioni fuorvianti. E soprattutto che, citando Einstein, “non tutto ciò che conta può essere contato e non tutto ciò che può essere contato conta”. A volte è necessario rischiare, anche in assenza di strumentazione valutativa, per intraprendere strade ancora sconosciute, sperimentare e innovare».

Le possibili aggregazioni tra Fondazioni
Fra i numerosi temi che Guzzetti ha trattato c’è anche quello delle possibili aggregazioni tra Fondazioni. Oggi esistono 88 Fondazioni di origine bancaria, mentre non esistono più, a seguito dei processi aggregativi, altrettante Banche conferitarie. Inoltre, più del 40% delle Fondazioni non detiene ormai alcuna partecipazione nella originaria Banca conferitaria e ha quindi reciso quel legame costitutivo. Ciò, oltre a dare prova del processo di diversificazione patrimoniale che ha interessato le Fondazioni, dimostra che quello che era un fine, cioè la gestione del patrimonio delle Banche conferitarie, è diventato un mezzo. Il patrimonio è infatti divenuto, per le Fondazioni, un mezzo per raggiungere la missione ad esse affidata. E, salvo alcune eccezioni, i patrimoni delle Fondazioni oggi presentano un grado di diversificazione adeguato, con rischi di concentrazione oramai alquanto limitati.

In questo quadro, peraltro, da qualche tempo a questa parte si è iniziato a ragionare sull’opportunità di non ostacolare, o addirittura favorire, eventuali processi aggregativi tra Fondazioni. Il dibattito, avviato con la Carta delle Fondazioni approvato dall’Assemblea Acri del 2012, si è intensificato a seguito della firma del Protocollo di intesa Acri-Mef, cioè di quello strumento di autoriforma condiviso con l’Autorità di vigilanza, che 85 Fondazioni su 88 hanno sottoscritto. Ebbene, il secondo capoverso dell’art. 12 del Protocollo, indica che “Le Fondazioni che per le loro ridotte dimensioni patrimoniali non riescono a raggiungere una capacità tecnica, erogativa ed operativa adeguata attivano forme di collaborazione per gestire, in comune, attività operative ovvero procedono a fusioni tra Enti”. «L’interesse verso questa tematica – ha evidenziato Guzzetti – ha subìto un’accelerazione a seguito delle situazioni di difficoltà in cui si sono trovate alcune Fondazioni. Proprio per far fronte a queste difficoltà e, al contempo, per favorire processi aggregativi, in occasione della legge di bilancio 2018, Acri si era fatta portatrice presso il Governo di una proposta per agevolare, mediante credito di imposta, questo percorso. Purtroppo, a causa di valutazioni che non ci competono, il provvedimento non ha visto la luce. Ma Acri e alcune Consulte territoriali delle Fondazioni non si sono fermate e stanno approfondendo meccanismi e strumenti che possano rendere possibili, ove necessario e opportuno, dei veri e propri processi di fusione tra Fondazioni».

Le Consulte regionali attualmente esistenti sono nove e coprono pressoché l’intero territorio nazionale. Sono libere associazioni di Fondazioni, accomunate da una medesima collocazione regionale o sovraregionale, che, in piena autonomia, hanno deciso di trovare un luogo di interazione e di scambio, non solo per condividere esperienze e competenze, ma anche e soprattutto per sperimentare forme nuove di collaborazione che possano produrre effetti più significativi su territori più vasti. Da esse sono scaturite innumerevoli iniziative in quasi tutti i settori di intervento e anche in ambiti più operativi relativi all’organizzazione interna o alla gestione del patrimonio. Tra le tante è da evidenziare la scelta dell’Associazione tra le Fondazioni dell’Emilia Romagna che, per rispondere alla situazione di difficoltà che ha toccato alcune Fondazioni della regione a seguito della crisi delle relative Casse di risparmio locali, sta realizzando un Fondo, cui contribuiscono tutte le Fondazioni del territorio, per mettere a disposizione di quei territori che hanno perso in tutto o in parte il sostegno della locale Fondazione risorse da destinare in particolare al welfare di comunità. «Una iniziativa lodevole – ha riconosciuto Guzzetti – che testimonia come la vocazione solidaristica delle Fondazioni travalichi i confini locali per diffondere oltre essi i benefici effetti della propria azione».

Guardando al futuro
Non è facile metterlo pienamente a fuoco, in un contesto che muta così rapidamente, in cui cambiano i bisogni, cambiano i punti di riferimento politico e sociale, e ciò che oggi sembra nuovo, domani può già diventare vecchio. «Posso, tuttavia, tentare di segnalare alcuni orientamenti che credo debbano indirizzare il nostro futuro – ha concluso il presidente di Acri, Giuseppe Guzzetti -. Il primo è di intensificare la collaborazione con gli altri attori pubblici e privati che condividono gli stessi obiettivi. Sarà sempre più necessario coinvolgere le forze attive della comunità per trovare insieme le risposte ai bisogni. Non per l’esigenza di aumentare la massa critica degli interventi, ma perché in una società complessa l’azione dovrà essere sempre più di natura corale e strutturata, in cui le diverse sensibilità, esperienze e competenze della società si mettono assieme, abbattendo steccati e pregiudizi, per fornire risposte alle attese e alle speranze di chi è in difficoltà. In questo scenario, l’interlocutore privilegiato, anche se non esclusivo, è il Terzo settore, non solo per l’affinità in termini di obiettivi, ma anche perché esso rappresenta lo strumento principe della sussidiarietà orizzontale e sul quale dobbiamo fare affidamento se vogliamo contribuire a dare pienezza al dettato costituzionale.

Il secondo è proseguire verso la strada dell’innovazione sociale. Dobbiamo continuare a percorrere strade non battute per trovare soluzioni inedite. L’innovazione non è né un vezzo né un lusso: è un dovere che ci viene imposto dalla nostra natura di soggetti privati e indipendenti. Abbiamo la necessaria libertà per correre quel rischio che l’innovazione implicitamente comporta, cioè la possibilità del fallimento. Abbiamo il dovere di mettere a frutto questa libertà. Ma la propensione all’innovazione può produrre dei frutti solo se siamo in grado di dare concretezza al sistema di collaborazione che ho precedentemente indicato. L’innovazione serve per diffondere nuove e più efficaci soluzioni ai problemi. Ma se essa non trova un terreno fertile, in primo luogo istituzionale, su cui germogliare, rimarrà solo un passatempo, che soddisferà al più il desiderio e l’ego personale dei “tecnici”, senza però produrre alcun progresso. Anche in questo caso dobbiamo ricordare che l’innovazione è, per le Fondazioni, un mezzo e non un fine in sé.

Il terzo è di rafforzare, in un contesto mutevole e complesso, i presidi a salvaguardia della nostra identità di soggetti privati, indipendenti e autonomi. Per fare questo non serve tanto intessere buoni rapporti con le “persone giuste”. Servono soprattutto i buoni comportamenti. Serve un genuino spirito di servizio con il quale gli amministratori pro tempore delle Fondazioni debbono avvicinarsi al mandato che la comunità loro affida. Servono decenni per costruire una reputazione e pochi istanti per distruggerla: sta a ciascuno di noi salvaguardare e soprattutto accrescere questo patrimonio reputazionale che ci viene affidato e che è la condizione indispensabile per poter generare valore a beneficio delle nostre comunità. Se saremo in grado di accrescere la nostra reputazione, nei momenti di difficoltà non ci troveremo più soli e saranno le comunità stesse a difendere le Fondazioni perché le sentiranno un bene da salvaguardare.

Il quarto è di concentrare sempre più l’azione delle Fondazioni sul terreno del welfare nella sua più ampia accezione. Perché solo una società più equa e solidale, che si prenda cura delle persone fragili e deboli, dei bambini, dei disoccupati, dei disabili, di coloro che hanno perso la fiducia e dei giovani che la fiducia invece la cercano in noi adulti, potrà avere la possibilità di prosperare. Non esiste reale sviluppo economico se questo non è in grado di ridurre prima di tutto le diseguaglianze.

Infine, non perdere mai di vista la missione che ci anima. Presi come siamo da progetti, incontri, contatti, riunioni e bilanci, non è facile tenere sempre la barra dritta. La nostra missione non è fare erogazioni. Queste, come il patrimonio e la rete di relazioni e collaborazioni, sono solo strumenti. La nostra missione è accrescere il capitale sociale delle nostre comunità, perché grazie a questo esse possano progredire e prosperare. E dobbiamo contribuire ad accrescerlo talmente tanto fino al punto che un giorno, anche grazie al nostro contributo, le comunità avranno talmente interiorizzato i valori della solidarietà, della coesione, della pacifica convivenza da non avere più bisogno di noi».

 

Che cosa vogliono dire Bp, Eni, Exxon, Equinor e L1Energy a Papa Francesco

 startmag.it 7.6.17

energia

Ci sono le big oil company e il primo fondo di investimenti del mondo alla Casina Pio IV nel verde dei giardini vaticani, venerdì 8 giugno e sabato 9 giugno, per discutere sulla “transizione energetica e la cura della nostra casa comuneˮ. Incontro a porte chiuse ospitato dalla Pontificia accademia delle scienze al quale hanno assicurato la loro presenza i Ceo delle major del petrolio. E non solo.

PETROLIO SOTTO IL CUPOLONE

Stando ad Axios.com (non smentito, quindi confermato dal Vaticano) interverranno tra gli altri: Bob Dudley, numero uno di British Petroleum; Darren Woods, capo azienda di ExxonMobil; Eldar Sætre, al timone della norvegese Equinor (ex Statoil); Ernest Moniz, ex segretario per l’energia degli Stati Uniti sotto l’allora presidente Obama; John Browne, ex Ceo di BP e oggi presidente esecutivo di L1Energy, società di investimento nel settore del petrolio e del gas.

QUASI SORELLE AL GOVERNO DEL MONDO

Secondo il portale Vatican Insider al meeting vaticano parteciperà anche Eni, con l’amministratore delegato Claudio Descalzi. Data per confermata la presenza di Larry Fink, Ceo della newyorkese Blackrock, accreditata come la più grossa società di investimento al mondo, con un patrimonio gestito di 6.3 trilioni di dollari. Una recente inchiesta del Corsera ha definito Blackrock il “primo investitore straniero in Europa (e in Italia) e azionista di peso in molte banche”.

DUTCH SCHELL, L’ASSENTE GIUSTIFICATA: VA AL BILDERBERG CON IL CARDINALE PAROLIN

Stando ad Axios.com, invitato – ma assente per precedenti impegni – è Ben Van Beurden, amministratore delegato della Royal Dutch Shell. La notizia battuta da Axios dell’incontro vaticano è del 1 giugno. Da un paio di giorni si conosce l’elenco completo dei partecipanti all’incontro annuale del Gruppo Bilderberg. E al meeting annuale, questa volta in programma a Torino dal 7 al 10 giugno, risulta invitato proprio Van Beurden.

Van Beurden a Roma ha preferito Torino. Gli farà compagnia il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin.

Primo punto in agenda al club Bilderberg, i populismi in Europa. Seguono, tra gli altri: il ruolo degli Usa e le elezioni midterm negli States. Con un passaggio su Arabia Saudita e Iran.

PADRE, HO PECCATO

Tra le major invitate e in cerca di nuove strategie green le cronache segnalano British Petroleum che nel 2010 ha passato brutti momenti per l’incidente della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico.

Alla vigilia dell’appuntamento romano, BP ha riconosciuto che la compagnia “aspetta con impazienza il dialogo con il Vaticano”. Perché “crede che incontri di questo tipo aiutino a sviluppare una migliore comprensione della transizione energetica”.

Exxon invece è sotto accusa a New York per presunte omissioni di comunicazione sugli impatti nocivi dei combustibili fossili. Il suo portavoce ha dichiarato che la società è “fiduciosa che il dialogo (in Vaticano, ndr) possa aiutare a sviluppare soluzioni alla doppia sfida di gestire i rischi dei cambiamenti climatici e a soddisfare la crescente domanda di energia, fondamentale per alleviare la povertà e innalzare gli standard di vita nei Paesi in via di sviluppo”.

OLTRETEVERE PRIVATO

L’appuntamento Oltretevere accolto dalla Pontificia accademia delle scienze è promosso dalla Notre Dame University, ateneo cattolico dell’Indiana. L’Università ha declinato gli inviti a commenti su scopo e natura del meeting: “Qualsiasi incontro sul tema dell’energia che coinvolge il Vaticano e Notre Dame è un dialogo privato tra i partecipanti”.

Fraseggio non dissimile da quello utilizzato dal Gruppo Bilderberg per rivendicare la riservatezza del concomitante meeting di Torino.

SOFT POWER VATICANO. COME TI SOLLECITO (SOLLECITATO) I GOVERNI ALLE ENERGIE GREEN

Più loquace il cancelliere dell’Accademia pontificia delle scienze, Marcelo Sánchez Sorondo. Al vaticanista Andrea Tornielli il vescovo argentino ha chiarito che sono state le multinazionali a volere il meeting. Invito accolto dalla Santa Sede “per iniziare un dialogo serio, critico e costruttivo”. Per un dibattito che metta a tema la consapevolezza “che il petrolio è la principale causa del cambio climatico”, quindi che è “il riscaldamento globale che sta rovinando il pianeta”. Secondo Sorondo la due giorni dentro il recinto di Pietro “è importante perché loro (le multinazionali, ndr) oggi non solo comandano l’economia ma anche la politica di molte nazioni, particolarmente del G20. Si tratta di suggerire loro, e tramite loro ai politici, che investano in energie rinnovabili o nella de-carbonizzazione come nuova sfida, traguardo socio-economico, fonte di lavoro e benessere della casa comune”.

CATECHESI AMBIENTALE

I partecipanti al meeting incontreranno Papa Francesco, presumibilmente sabato mattina. Bergoglio ha firmato la sua prima enciclica completamente di suo pugno esattamente sui temi della custodia del creato. Laudato si’ è il testo che verrà offerto in particolare alla riflessione dei partecipanti all’incontro vaticano. Tra le pagine del documento questo passaggio al n.165 risulta utile al discernimento: “Sappiamo che la tecnologia basata sui combustibili fossili, molto inquinanti – specie il carbone, ma anche il petrolio e, in misura minore, il gas –, deve essere sostituita progressivamente e senza indugio”.

MESSAGGIO A TRUMP

Chiaramente l’incontro vaticano si inserisce nel solco dell’enciclica di tra anni fa. E cade alla vigilia delle elezioni di medio termine Usa, di cui si dibatterà anche al Bilderberg di Torino. Gli Stati Uniti con Donald Trump sui temi dell’ambiente hanno avuto parecchio da dissentire con la Santa Sede. Non da meno per il ritiro di Washington dall’accordo sul clima di Parigi. Passo molto criticato dal cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale che parteciperà al meeting con le multinazionali dell’energia alla Casina Pio IV. Duro verso Trump è stato il padrone di casa, il vescovo Sánchez Sorondo. Muso duro agli Usa di Mr. Donald, il suo, quanto disponibile alla CinaDefinitivo il giudizio di Papa Francesco che alla Fao ha stigmatizzato chi si allontana dagli accordi di Parigi.

4 rischi all’orizzonte, Credit Suisse usa la scure sulle banche italiane

di Francesca Gerosa milanofinanza.it 7.6.17

Non è solo l’allargamento dello spread a preoccupare il broker. Un calo del margine di interesse, commissioni di gestione più deboli, un rallentamento nella riduzione delle Npe e un aumento del costo del rischio minano il trend delle banche italiane. Tagliate le stime di eps 2018-2020, -31,2% nel caso di Mps (rating underperform). Ubi downgradata a neutral. Solo Intesa merita outperform | Capitale solido e derisking credibile, Equita promuove Bper a buy

I giorni di maggio potrebbero non essere ancora finiti per le banche italiane. L’avvertimento arriva da Credit Suisse in un report di oggi sulle banche italiane di cui ha rivisto al ribasso stime e target price e downgradato Ubi Banca  da outperform a neutral. “Riduciamo le stime di utile e i prezzi obiettivo per il settore in modo da tener conto di un potenziale rallentamento macro, data la preoccupazione per la sostenibilità finanziaria del programma del governo M5S-Lega”, spiegano gli analisti della banca d’affari svizzera.

In particolare, gli esperti vedono quattro rischi chiave per i fondamentali delle banche italiane, oltre naturalmente all’impatto dell’ampliamento dello spread Btp/Bund sul loro capitale tangibile e sul coefficiente patrimoniale Cet1. Ecco quali sono i rischi: un calo del margine di interesse; commissioni di gestione patrimoniale più deboli; un rallentamento nella riduzione delle esposizioni non performanti (Npe); un aumento del costo del rischio.

Di conseguenza gli analisti di Credit Suisse hanno ridotto le stime sugli utili core delle banche italiane nel complesso del 10,3%/11%/10,8%, rispettivamente, per gli anni 2018/2019/2020. Più nel dettaglio nel caso di Intesa Sanpaolo  in media il taglio dell’eps 2018-2020 è stato del 6,5% e il target price quindi scende da 3,70 a 3,20 euro (rating outperform confermato) e nel caso di Unicredit  in media il taglio dell’eps 2018-2020 è stato del 14,2% e il target price quindi cala da 19,30 a 16,50 euro (rating neutral confermato).

Più corposo il taglio dell’eps 2018-2020 per Ubi Banca  e Mps . Per la prima banca il taglio medio dell’eps è del 17,8% con il target price che passa da 4,85 a 3,70 euro e il rating da outperform a neutral. Per la seconda il taglio medio dell’eps 2019-2020 è addirittura del 31,2% e il target price scende da 3 a 2,40 euro (rating underperform confermato).

D’altra parte, proseguono gli analisti di Credit Suisse, il premio per il rischio Paese è in aumento. “Restiamo concentrati sulle azioni del nuovo governo M5S-Lega dato il crescente rischio di deragliamento del debito pubblico da un trend virtuoso, con potenziali implicazioni negative per lo spread e le prospettive macro”, spiegano alla banca d’affari, ricordando che Moody’s ha messo l’Italia e il rating sul settore bancario sotto osservazione per un possibile downgrade.

“Riteniamo, comunque, che le banche più grandi dovrebbero essere maggiormente in grado di resistere a un potenziale rallentamento macro e a un recupero più lento della qualità del credito. Rimaniamo, quindi, positivi su Intesa Sanpaolo  che sembra più resiliente di Unicredit  nonostante la prima sia più esposta all’Italia e alla gestione patrimoniale. Il mix geografico di Unicredit : Italia, Turchia e Russia non sembrano interessanti, a nostro avviso”, affermano gli esperti.

Invece, Ubi è stata bocciata a neutral perché il suo piano di riduzione delle esposizioni non performanti appare “ambizioso” nel nuovo contesto macro, mentre l’istituto ha la copertura sulle Npe e il Cet1 più bassi tra le banche italiane. Quanto a Mps , di proprietà statale, gli analisti di Credit Suisse vedono un potenziale rischio aggiuntivo nell’esecuzione del piano di ristrutturazione a causa dell’incertezza politica.