Roma Caput Mundi: gesuiti e massoni, il piano di Bannon

libreidee.org 8.6.18

In questi giorni si parla molto di Steve Bannon e del suo ruolo nelle negoziazioni che hanno portato alla formazione del governo Lega-5Stelle. Il super-consulente di Trump, nonchè ex membro del Cda di Cambridge Analytica, poi apparentemente caduto in disgrazia, non solo ha proclamato che l’accordo Lega-M5S è nato su suo suggerimento, ma ha spiegato chiaramente i perchè. Ovviamente, a chi ha orecchie per intendere. Ma chi è questa eminenza grigia, che fino a due anni fa non conosceva nessuno, e che è dietro l’ascesa del presidente Usa? Per chi ci segue da tempo, è uno scherzo capirlo. Basta guardare la sua “provenienza”: Georgetown University, l’importante università gesuita di Washington, dove si forma l’élite gesuitica statunitense che stranamente finisce sempre per dettare le politiche di tutti i presidenti Usa da almeno 50 anni. E’ quella infatti la “casa” che ha formato Kissinger, Brzezinski, e migliaia di altre eminenze grigie minori, i gradini visibili del potentato del così detto Papa nero. Una casa che non fa distinzioni religiose, o di credo politico. Infatti la sua specialità è infilare i propri membri in tutte le organizzazioni che contano, dalla famosa e sopravvalutata lobby ebraica, agli altri ordini e potentati, come Opus Dei e massonerie varie, giù fino ai partiti, indifferentemente di finta destra o finta sinistra, o estremisti.

Tutti specchietti: quello che conta è che ci sia sempre qualcuno dei loro a prendere le decisioni e/o a dare i consigli “giusti” al momento giusto. L’educazione di Bannon prosegue ad Harvard, l’università “Ivy League” dove molti dei futuri “movers and Steve Bannonshakers” dell’establishment americano (e non) trovano, oltre alla cultura, i “fratelli” che li guideranno e accompagneranno nel loro percorso. D’altronde lo schema è chiaro e ripetuto in tutto il mondo, dove conta: ad esempio Georgetown ha aperto una branca qualche anno fa in Qatar, Stato creato e gestito dalla massoneria inglese. Lì si formano i dirigenti del golfo del petrolio, i cui proventi vengono in parte utilizzati per aizzare il divide et impera, come ad esempio sovvenzionare l’islamismo radicale di stampo wahabita, cosucce tipo l’Isis. In Italia non abbiamo bisogno di Georgetown, d’altronde qui abbiamo quello che si dice il “real deal”, non abbiamo certo bisogno d’importare professori del circuito gesuita. Al limite li esportiamo. Per esempio a Malta, dove uno strano elemento della Prima Repubblica va a chiedere se gli fanno aprire una branca dell’università di Malta a Roma. Branca che poi diventa università che da subito attrae e forgia i funzionari d’élite della difesa italiana. Gente che non conosceva nessuno, fino a ieri, e tutto a un tratto te li ritrovi, che so, ministro della difesa.

Chissà poi perché l’hanno chiamata “link”: collegamento.  Certo, un collegamento fondamentale che viene in mente è quello tra i Cavalieri di Malta e i gestori dell’isola: gli inglesi. Ma tornando a Bannon, è chiaro che in questo momento, evidentemente, i consigli giusti li dà lui. Per lo meno ad un lato della scacchiera politica. Un perfetto prototipo dell’agente gesuito-massone. Non deve quindi stupire che uno come lui, apparentemente lontano da personaggi che più visibilmente rappresentano l’espressione del potere dominante, sia stato in grado non solo di influenzare il così detto fronte populista, ma anche e soprattutto di farlo mandare giù a chi sembrava opporsi. “Ma aspetta”, dirà allora il lettore attento: “L’espressione dei Elisabetta Trenta, ministro della difesagesuito-massoni non erano i vari Monti, Letta, Draghi, Mattarella, Renzi? E se sì, perchè appoggiano il fronte contrario? Non ha senso!”. E superficialmente è così. Ma quando si analizza l’operato di strutture che funzionano sulla base del “divide et impera” e de “il fine giustifica i mezzi”, occorre sempre tenere a mente: a) il fine ultimo perseguito dalla struttura, e b) che il “divide”, per funzionare veramente, va applicato a 360°, ovvero anche e soprattutto ai membri stessi della struttura.

Ricordiamoci allora qual è il “fine”: rallentare o impedire lo sviluppo delle coscienze individuali. Questo fine è generalmente noto solo ai gradini più alti della struttura. Gli altri operano nell’ignoranza dello scopo, così che possano essere puntati contro qualsiasi bersaglio  in qualsiasi momento, con la scusa appropriata, e così che possano essere sempre tenuti sulla corda dalla competizione interna. Cosa ha a che vedere questo con il supporto a Lega e 5S? Come appunto dichiara serenamente Bannon: «Siete i primi a poter davvero rompere il paradigma sinistra-destra», avrebbe detto ai suoi interlocutori, come racconta al “Nyt”. «Potete mostrare che il populismo è il nuovo principio organizzatore». Lo stratega americano si dice convinto, tra le altre cose, che «altri paesi europei seguiranno l’esempio dell’Italia» (fonte: “Il Giornale”). Dunque, finalmente qualcuno si sbilancia e dichiara apertamente che, qui e ora, si sta attuando il cambio di paradigma di cui parliamo da anni su queste pagine.

Destra e sinistra, il paradigma con il quale ci hanno preso in giro per secoli, non regge più, specialmente all’ombra dell’accentramento che deve essere portato avanti: ormai la maggior parte delle persone si sono rese conto che le differenze tra i vecchi schieramenti destra-sinistra sono diventate puramente cosmetiche, dato che le decisioni importanti hanno un indirizzo solo: quello “neoliberista” delle politiche imposte da Bruxelles. Quindi il paradigma utile, quello con cui possono continuare a prenderci in giro per almeno qualche decina d’anni è quello “Populisti Vs. Europeisti”. E basta aprire il vostro social preferito per vedere che in realtà, a parte qualche vecchio “aficionado” alla bandierina rossa o nera, gli irriducibili incapaci di uscire dalla sicurezza e comodità del comodo vecchio schema a cui sono abituati, gli schieramenti di consenso reali Il gesuita Bartolomeo Sorgeruotano intorno a “Europa sì, Europano”. In varie salse. La preparazione ed il miscuglio di queste salse è e sarà lo sport di chi ci vorrà menare per il naso nei prossimi anni, se non decenni.

Ed è per questo che Bannon, allievo di Georgetown, viene qui a criticare un allievo del gesuita padre Bartolomeo Sorge, come il nostro Presidente, che a sua volta fa finta di ostacolare la nascita di un governo populista, che poi alla fine non ostacola. Ecco invece un’altra dichiarazione di Bannon riportata dal Televideo. Una dichiarazione più unica che rara, che non si riesce a capire se gli sia sfuggita nella foga, o l’abbia fatta di proposito. Bannon: «Questa Unione Europea è finita». Salvini e Di Maio? «Due giovani leader che hanno rinunciato alla premiership per un obiettivo più alto». Così Bannon, l’ex stratega di Trump che è tornato in Italia, a Roma, perché la capitale «è il centro del mondo», dice a “Repubblica”. Bannon confida di «aver esortato Salvini» a fare un governo con il M5S: «Ho dato consigli che sono stati ascoltati». Per Bannon «l’Unione Europea è finita, come sono finiti i diktat europei e il fascismo dello spread», e preconizza: «Presto avrete una confederazione di Stati liberi e indipendenti».

Analizziamola: “Questa Ue è finita” – questo non è che reiterare che il paradigma è cambiato definitivamente. E’ l’annuncio urbi et orbi, fatto da un allievo dei gesuiti, che la modalità di conduzione della Ue (gestita dallo stesso potere nelle persone di Draghi, Monti, Barroso, Van Rompuy, ecc) , per continuare ad andare avanti realmente, deve cambiare: deve smettere di essere vista come un monoblocco burocratese imposto dall’alto, ma deve essere vista come luogo d’incontro democratico, con forze che scendono a patti. Enfasi su “essere vista”. Ma non è questa l’informazione più golosa. E’ questa: «La capitale è il centro del mondo». Questo, per i più, è veramente incredibile. Verrà infatti presa per piaggeria: il potentone straniero che viene qui a darci il contentino e a dire che contiamo qualcosa. Ma non dicono mai queste parole, quando lo fanno. Quando è piaggeria dicono “l’Italia è un partner importante”. Qui Bannon non parla di Italia. Parla di Roma, ma non di quella della Raggi, tanto per intenderci. Manda un messaggio ben preciso a chi ha orecchie per intendere: “Sto qui a fare il lavoro di chiHerman Van Rompuycomanda davvero”. «Ho dato consigli che sono stati ascoltati». Non ha bisogno di spiegazioni: ha fatto il mestiere suo, quello per cui l’hanno preparato a Georgetown. Il resto è una reiterazione del primo punto. Ma perché fare tutta questa manfrina?

Perché il modo in cui hanno portato avanti la creazione del Super-Stato Europeo finora sta cominciando a creare più problemi di quanti ne risolva, a chi comanda. Il dissenso ha numeri talmente importanti, che deve essere controllato e manovrato. Ma ciò è comunque un bene per le persone: il confronto populisti-europeisti dovrà per forza di cose far cadere qualche briciola di libertà in più. Quasi certamente la maggior parte delle concessioni saranno cosmetiche, libertà secondarie per lo più. Ma opportunità da cogliere. Come disse Steiner, «l’Italia traccia le strade»: è proprio qui, proprio in questi giorni, che stiamo assistendo al varo concreto di un progetto in preparazione da anni. Finalmente il cambio di paradigma diventa reale: ora c’è un governo “populista” in uno dei paesi fondatori della Ue, suggerito da un gesuita-massone, che da oggi è sia spauracchio e controparte di un governo europeo dominato dai gesuito-massoni, sia fonte d’ispirazione per altri grandi paesi. Affinchè il fronte si allarghi, e l’opinione pubblica continentale possa nuovamente essere divisa in due schieramenti che potranno essere menati per il naso con argomenti e mosse simili a quelle usate il secolo scorso quando la divisione era destra/sinistra.

Il ritorno di Eni nella “lavatrice” elvetica

Di Federico Franchini, La Cité tvsvizzera.it 10.4.17

L’Eni, posseduta in parte dallo Stato italiano, intrattiene da molto tempo una relazione particolare con le banche svizzere. Già a partire dagli anni ’60 se ne è servita per accaparrarsi delle concessioni petrolifere nel mondo intero o per negoziare accordi con paesi in guerra o regimi dittatoriali. Due casi recenti, in Nigeria e in Algeria, nei quali delle bustarelle sono transitate dalla rete finanziaria elvetica, fanno riemergere i “ricordi” di un’epoca che si pensava finita. Vi proponiamo l’inchiesta della rivista ginevrina La Cité

L’ENI, il petrolio e la piazza finanziaria elvetica: sin dagli anni ’60 la multinazionale italiana utilizza la Svizzera per le sue operazioni.

(Keystone)

È il 31 maggio del 2011. Alla BSI di Lugano c’è fibrillazione nell’aria. Un bonifico così non lo si vede certo tutti i giorni: 1,092 miliardi di dollari. L’ordine arriva da Londra, da un conto intestato al governo della Nigeria presso la JP Morgan Chase. Quel miliardo e “poco più” è atterrato alla Morgan solo da qualche giorno ed è quanto pagato dalla Eni con la partecipazione di Shell per la concessione del blocco Opl 245, un’immensa area petrolifera nel mare nigeriano. In riva al Ceresio il gruzzoletto ha un destinatario preciso: il conto A209798 intestato alla Petrol Service Co. Lp, sconosciuta società basata alle Isole Marshall.

La relazione bancaria è stata aperta da Gianfranco Falcioni, uomo d’affari nato a Domodossola, ma da anni stabilito in Nigeria dove è vice-console onorario italiano a Port Harcourt, nella regione petrolifera del Delta del Niger.

La transazione è sospetta. Come mai, poco dopo aver ricevuto i soldi dall’Eni, il Governo nigeriano ha trasferito l’intero ammontare della concessione ad una scatola vuota associata a un businessman italiano?

Se il dossier preparato dalla Procura di Milano verrà confermato dai giudici, si tratterebbe della bustarella più grossa della storia, un caso di corruzione senza precedenti.

Fine della citazione

Una domanda che forse si è posto anche il servizio di compliance (sorveglianza interna) della BSI e il 3 giugno 2011, infatti, i soldi vengono rimandati al mittente.

Rifiutata in Ticino, la colossale somma comincia a disperdersi in mille rivoli. Una parte, come vedremo, servirà a corrompere politici nigeriani, un’altra, secondo la procura di Milano che sta conducendo un’inchiesta su Eni e i suoi ultimi amministratori delegati, sarà invece destinata a tangenti per dirigenti e intermediari italiani e nigeriani. Un’ultima parte, infine, ritornerà in Svizzera dove sarà versata su dei conti appartenenti a due mediatori a Ginevra e a Lugano.

La richiesta di rinvio a giudizio è stata depositata lo scorso 8 febbraio. Se il dossier preparato dalla Procura di Milano verrà confermato dai giudici, si tratterebbe della bustarella più grossa della storia, un caso di corruzione senza precedenti.

La trattativa

La vicenda è una matassa monumentale e ingarbugliata che si srotola fino in Ticino ma il cui bandolo è in Nigeria, principale produttore petrolifero africano. Qui, più che una manna, l’oro nero è una maledizione: invece che favorire lo sviluppo, il petrolio crea distruzione e avvantaggia solo una piccola élite locale, foraggiata senza ritegno da multinazionali e trader occidentali. Una prassi ben nota in tutta l’Africa ma di cui il caso Opl 245 è forse l’esempio più emblematico.

Tutto comincia nel 1998. Al potere, in Nigeria, c’è lo spietato generale Abacha, uno che solo in Svizzera ha nascosto 700 milioni di dollari. È lui che assegna per 20 milioni il blocco Opl 245 a una società offshore, la Malabu Oil & Gas, dietro cui si nasconde l’allora ministro del petrolio Dan Etete.

Una volta che quest’ultimo ha in mano la concessione deve solo attendere. Lo sa, Dan Etete, che prima o poi una grossa major busserà alla sua porta e che quel pezzo di mare potrà rivenderlo cinquanta volte quanto gli è costato. È così che, nel 2009, alla porta di Etete (nel frattempo condannato per riciclaggio in Francia), bussano Eni e Shell. Comincia la trattativa ed entrano in gioco vari intermediari: il nigeriano Emeka Obi, titolare di Energy Venture Partners, società basata alle Isole Vergini britanniche, e i suoi sponsor italiani, Gianluca Di Nardo, faccendiere basato a Lugano, e il pregiudicato piduista Luigi Bisignani, considerato uno degli uomini più potenti d’Italia e vicino a Paolo Scaroni, allora amministratore delegato di Eni. Le parti s’incontrano in hotel di lusso, negoziano, cercano di ottenere il massimo dalla situazione. Le riunioni diventano sempre più tese. Ad un certo punto, però, la trattativa s’inceppa. Interviene così il governo nigeriano con il presidente Goodluck Jonathan, che mette (apparentemente) fuori gioco i mediatori e rilascia la licenza a Eni e a Shell per 1,092 miliardi di dollari. Il gruppo italiano potrà così dire: «Abbiamo trattato soltanto con lo Stato nigeriano».

Dan Etete (sulla destra, durante una riunione dell’OPEC) è stato ministro del petrolio della Nigeria dal 1995 al 1998. Nel 2009 è stato condannato dalla giustizia francese per riciclaggio.

(Keystone)

Delle indagini sveleranno l’esistenza di transazione sospette con Dan Etete, mentre la reputazione di quest’ultimo era già stata relativamente guastata dalla condanna francese un anno prima. Secondo gli inquirenti, le compagnie petrolifere sapevano che Dan Etete e altri politici nigeriani sarebbero stati i principali beneficiari dei soldi versati per la concessione.

Tutti rinviati a giudizio

Nel 2013, però, dopo un esposto fatto da tre Ong, (Global Witness, The Corner House e l’italiana Re:Common), la procura di Milano apre un procedimento penale.

La lunga inchiesta preliminare si è chiusa nel dicembre del 2016. L’8 febbraio 2017 è chiesto il rinvio a giudizio per complicità in un caso di corruzione internazionale per Paolo Scaroni, il suo successore Claudio Descalzi e due altri dirigenti di Eni, Roberto Casula e Vincenzo Armanna.

Anche Eni e Shell figurano sull’atto d’accusa così come Dan Etete che, a 72 anni, sperava probabilmente che con il tempo le turpitudini passate sarebbero state dimenticate.

Tra gli imputati compaiono anche i mediatori intervenuti nella trattativa, tra cui il “luganese” Di Nardo. Rinviato a giudizio anche Gianfranco Falcioni, accusato di aver accettato «il compito, in fase conclusiva della vicenda, di distribuire il denaro versato da Eni per la licenza».

Proprio a tale scopo avrebbe costituito la Petrol Service e aperto il conto alla BSI di Lugano.

Su questo (mancato) bonifico in Ticino la procura milanese non si sbilancia. Per chi ha seguito da vicino la saga, l’ipotesi più accreditata è che esso sarebbe dovuto essere un primo passaggio per poi far perdere le tracce del denaro con una cascata di versamenti. In una trattativa nervosa, in cui non ci si fidava l’uno dell’altro, il ruolo di Falcioni potrebbe essere stato quello di garante tra “nigeriani” e “italiani”. Ma la fretta di spartirsi il miliardo non ha fatto i conti con l’ufficio compliance della BSI, lo stesso che da lì a pochi mesi non darà prova della stessa intransigenza per i miliardi sottratti al fondo malese 1Mbd.

Come mai la banca ticinese, che ha chiuso tutt’e due gli occhi sui bonifici malesi, è stata così attenta nel caso nigeriano?

Da verificare se la banca non sia stata imboccata da qualche sabotatore interno alla trattativa. Il Fatto quotidiano, infatti, ha riportato le deposizioni di un ex manager di Eni in Nigeria, secondo cui egli stesso avrebbe inviato missive anonime alla BSI preannunciando l’arrivo del denaro. Non per denunciare una malversazione ma per fermare la transazione. Secondo lui la scelta della banca ticinese era troppo rischiosa: BSI era allora controllata da Generali, nel cui cda sedeva l’amministratore delegato di Eni, Scaroni.

L’amministratore delegato di Eni ha accesso alle alte sfere dirigenziali del mondo. Nella foto del 2009, da destra a sinistra: Vladimir Putin, l’amministratore delegato di Gazprom Alexei Miller, Silvio Berlusconi e il CEO di Eni Paolo Scaroni.

(Keystone)

Fatto sta che la tesi dei pm è che il denaro pagato per vedersi attribuiti «senza gara» l’Opl 245 è finito tutto in mazzette. Il Governo nigeriano si sarebbe prestato al ruolo ufficiale per permettere alla trattativa di andare in porto e garantire all’Eni un partner “credibile”. Ma la trattativa, nata corrotta, sarebbe stata marcia fino alla fine. Il percorso del denaro precedentemente respinto dalla BSI conferma infatti la spartizione delle prebende. La parte principale di quel miliardo, più di 800 milioni, è ritornata dapprima alla Malabu, sorta di schermo per far arrivare le presunte mazzette a vari politici nigeriani, tra cui il presidente Jonathan e Etete.

Ma non solo. Dal documento di chiusura delle indagini, di cui La Cité dispone una copia, emerge che circa 200 milioni di dollari sarebbero stati destinati «alle retrocessioni ad amministratori Eni».

Una parte, 120 milioni di dollari, sono ritornati in Svizzera, dal Regno Unito, e depositati su conti della società offshore Energy Venture Partners presso la banca Lgt di Ginevra. Da lì, nel maggio del 2014, 21,2 milioni di franchi sono trasferiti alla Banca Sarasin di Lugano su un conto di una società appartenente all’intermediario italiano Gianluca di Nardo. Questo denaro è attualmente sotto confisca da parte del Ministero pubblico della Confederazione (MPC) su richiesta delle autorità italiane.

A Milano i procuratori hanno anche indagato sulle condizioni nelle quali Eni e la sua ex filiale Saipem hanno ottenuto delle commesse pubbliche in diversi paesi africani. Fra questi, l’Algeria, dove contratti pubblici per un valore di 8 miliardi di euro – come la costruzione di gasdotti, fabbriche e contratti petroliferi – sarebbero stati conclusi grazie alla corruzione di funzionari e politici algerini, tra cui l’ex ministro dell’energia Chakib Khelil.

Secondo la procura milanese, la filiale di Eni avrebbe versato 198 milioni di euro a una società di Hong Kong, la Pearl Partners Ltd, il cui titolare è il finanziere franco-algerino Farid Bedjaoui, prestanome, in questo caso, per Chakib Khelil. In svizzera il nome di Farid Bedjaoui era emerso nell’ambito dell’affare che ha portato alla condanna, nell’ottobre del 2014, di Riadh Ben Aïssa, ex quadro della multinazionale canadese SNC-Lavalin.

Letto nei Panama Papers

In Italia Farid Bedjaoui è perseguito per corruzione e riciclaggio di denaro. Nel 2012 Roma trasmette a Berna una domanda di collaborazione. L’MPC entra in materia nel marzo del 2015 e decide d’inviare a Milano le informazioni raccolte. I documenti giudiziari in possesso di La Cité confermano che la richiesta milanese concerneva il dossier bancario dell’ex amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni. Altre richieste di collaborazione sono giunte a Berna dall’Algeria, dove un’inchiesta è in corso su commesse attribuite dall’impresa pubblica di idrocarburi Sonatrach a diverse società, tra le quali figura la Saipem.

“Il ruolo di intermediario svolto da H. (Farid Bedjaoui, ndr) nello schema corruttivo evocato dall’inchiesta algerina sarebbe stato imposto dalla società C. (Saipem, ndr) da A. (il ministro Chakib Khelil, ndr)”, indica il tribunale penale federale il 14 gennaio del 2015, sollecitato dagli avvocati di Khelil per evitare la consegna di dati bancari alla giustizia algerina. Le autorità elvetiche avevano infatti sequestrato dei documenti legati a conti bancari che l’ex ministro e la moglie possedevano in due banche in Svizzera.

Nel luglio del 2016, i Panama Papers riveleranno quello che da anni i procuratori hanno tentato di mettere in luce. È una fiduciaria con sede a Losanna e a Montreux, Multi Group Finance, che ha tessuto la rete di conti e di compagnie offshore che dissimulavano i fondi di Farid Bedjaoui e di Najat Arafat, la moglie del ministro Khelil, cervello di un vero e proprio sistema di corruzione che ha incancrenito il settore energetico del suo paese. In questo modo, secondo i Panama Papers, tre società panamensi hanno ricevuto, da Farid Bedjaoui, decine di milioni provenienti da Saipem. Quasi tutte le strutture offshore dietro le quali è stato nascosto il denaro seguito dalla giustizia italiana (e algerina), sono stati messi in piedi dalla fiduciaria losannese.

Ai vertici di Eni, il caso si chiude con l’esclusione di Paolo Scaroni, non rieletto alla testa del gruppo petrolifero italiano, e dalle dimissioni di Pietro Tali, amministratore delegato di Saipem. Assolto a sorpresa nel 2015, Scaroni è riacciuffato nel luglio del 2016, dopo una decisione della Corte di Cassazione che annulla l’assoluzione e trasmette il dossier a un altro giudice milanese che ordina l’apertura di un nuovo processo, attualmente in corso.

“Gestendo affari miliardari e contribuendo in modo autonomo a consolidare le alleanze internazionali e gli interessi geopolitici dell’Italia, talvolta pro-russi talvolta pro-arabi, il suo amministratore è sicuramente più influente che il ministro degli affari esteri”

Giuseppe Oddo, giornalista e autore di Lo Stato parallelo, libro inchiesta su Eni

Fine della citazione

Una vecchia storia

Dalla sua creazione nel 1953, la compagnia Eni, oggi controllata al 30,1% dallo Stato italiano, ha sempre avuto un ruolo chiave, e spesso ambiguo, nella politica del Bel Paese: “Gestendo affari miliardari e contribuendo in modo autonomo a consolidare le alleanze internazionali e gli interessi geopolitici dell’Italia, talvolta pro-russi talvolta pro-arabi, il suo amministratore è sicuramente più influente che il ministro degli affari esteri”, spiega il giornalista italiano Giuseppe Oddo, coautore di un libro inchiesta su Eni, intitolato Lo Stato parallelo. La storia della compagnia è attraversata da molti scandali e misteri: il suo fondatore, Enrico Mattei, ha perso la vita nel 1962 in un incidente aereo provocato da un sabotaggio; un suo ex presidente, Gabriele Cagliari, si è suicidato in prigione in seguito al caso Mani Pulite.

A più riprese, la multinazionale italiana ha utilizzato la Svizzera per le sue operazioni occulte. Già a partire dagli anni ’60, il gruppo si è servito di banche e società elvetiche per accaparrarsi concessioni petrolifere nel mondo intero, per negoziare degli accordi con paesi in guerra o regimi dittatoriali.

Ma non è tutto. In Svizzera, Eni gestiva i suoi fondi neri.

Nel 1963, i suoi dirigenti creano a Zurigo la Hydrocarbons International Holding Company. Questa società prenderà il controllo del 70% della Banque de commerce et de placement (BCP) di Ginevra, tramite la quale, fino alla vendita nel 1975, Eni effettuava delle speculazioni sulle valute. I profitti di queste operazioni erano fraudolentemente trasferiti su conti esteri appartenenti a partiti politici italiani.

Quasi 20 anni più tardi, nel 1981, il banchiere Francesco Pacini Battaglia fonda a Ginevra la società finanziaria Karfinco. Sei anni dopo, nel 1987, questa ottiene l’autorizzazione per diventare una banca e prende il nome di Banque de patrimoines privés Genève. Questo istituto diventa intermediario finanziario tra i partner stranieri e Eni, ricevendo e gestendo somme enormi di denaro non dichiarato che era in seguito ripartito fra i manager della società e rappresentanti politici italiani, a seconda del loro peso elettorale: “Attraverso Karfinco, delle società di Eni, come il suo ramo d’ingegneria, versavano denaro a diverse società offshore che emettevano in cambio delle false fatture per servizi di consulting che, in realtà, non erano mai stati fatti. Tutta la contabilità fasulla era custodita in una cassaforte nel seminterrato della Saipem AG di Zurigo”, aggiunge Giuseppe Oddo.

Il 10 marzo del 1993, quando si costituisce alla giustizia italiana, Francesco Pacini Battaglia ammette di aver gestito, tramite la società Karfinco, circa 500 miliardi di vecchie lire non dichiarate appartenenti a Eni (circa 250 milioni di euro). Oggi il seguito della storia si può leggere attraverso le disavventure attraversate in Svizzera dal gruppo italiano.

Traduzione dal francese di Zeno Zoccatelli

L’economia italiana è in retromarcia da decenni

Leonardo Spagnoli tvsvizzera.it 8.7.17

VIDEO

http://www.tvsvizzera.it/tvs/embedded/l-analisi-di-alfonso-tuor_banche-salvataggi-che-violano-le-norme-europee/43317650

La crisi degli istituti bancari italiani, che ha richiesto a più riprese il sostegno diretto del governo, ha delle peculiarità proprie legate essenzialmente alla commistione con il mondo politico. È quanto evidenzia l’economista ticinese Alfonso Tuor riguardo agli ultimi fatti di cronaca finanziaria che hanno coinvolto il ministero del Tesoro.

Due le operazioni condotte in porto nelle due settimane che hanno fatto discutere politici ed esperti. Il 25 giugno il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge per il salvataggio di Veneto Banca e Banca popolare di Vicenza. La manovra prevede un esborso per lo Stato di 5,2 miliardi di euro (elevabili teoricamente a 17 per le garanzie) allo scopo di far confluire in Intesa San Paolo le parti sane delle due banche in dissesto finanziario che entrano a far parte del primo gruppo italiano.

Lo scorso 4 luglio è stata la volta della ricapitalizzazione precauzionale da 8,1 miliardi (5,4 di competenza dello Stato che diventa così il primo azionista) in favore del Monte dei Paschi di Siena che ha ottenuto luce verde dall’Unione europea.

Interventi che, sottolinea Alfonso Tuor hanno consentito la sopravvivenza di queste banche e del tessuto economico-produttivo ad esse collegato ma che allo stesso tempo sono state effettuate in flagrante violazione delle nuove norme europee sul bail-in che a tutela dei contribuenti vietano aiuti pubblici diretti.

Una crisi originata da inefficienze strutturali e del sistema finanziario italiano, osserva sempre l’economista ticinese, che la recessione originata dai titoli ipotecari statunitensi subprime, ha fatto emergere in tutta la sua ampiezza.

In questo senso non sono individuabili evidenti analogie con la crisi della prima banca elvetica UBS, che nel 2008 ha goduto del sostegno della Confederazione (governo e Banca nazionale) per un ammontare complessivo di 60 miliardi tra prestiti e garanzie.

”QUALCHE ENTE È ANDATO IN MALORA MA NON ABBIAMO MAI AVUTO SCANDALI”. CON QUESTE FANTASIOSE PAROLE GUZZETTI CHIUDE IL SUO 20° CONGRESSO DELLE FONDAZIONI BANCARIE, IRRITATO CON LA LEGA CHE VUOLE IMPORRE SARMI COME AMMINISTRATORE DELEGATO DI CDP, MENTRE LUI SPONSORIZZA SCANNAPIECO – PATUELLI: ”LO SPREAD IN AUMENTO CI PREOCCUPA, È UNA TASSA SULL’ITALIA” – ROSSI (BANKITALIA): ”NON È UNA DEMONIACA SPECULAZIONE DI POCHI”

dagospia.com 8.6.17

  1. SPREAD:PATUELLI,PREOCCUPA AUMENTO, È TASSA SULL’ITALIA

GIUSEPPE GUZZETTIGIUSEPPE GUZZETTI

 (ANSA) – “Questo spread che sta crescendo è preoccupante per la Repubblica italiana perchè in precedenza viaggiava in una direzione di maggiore benessere per tutti e lo spread è una tassa che l’Italia paga sui mercati internazionali”. Lo afferma il presidente Abi Antonio Patuelli al convegno Acri secondo cui “più lo spread cresce più si impoverisce l’Italia e più cresce li spread e più si complica la vita alle banche” con riflessi sui loro indicatori patrimoniali..

  1. PATUELLI, NON TUTTE COLPE EUROPA, CON LIRA TASSI ALTI

 (ANSA) – PARMA, 8 GIU – “Più debole è la moneta più alti sono i tassi, non dobbiamo cullarci che tutte le colpe siano dell’Europa”. Lo afferma il presidente Abi Antonio Patuelli al congresso dell’Acri ricordando come l’Italia non vanti “una storia virtuosa” su debito e deficit e che “nonostante i rialzi di questi giorni i tassi sono infimi” grazie all’appartenenza all’euro. “I tassi con la lira agli inizi degli anni ’80 erano al 19,5%, era una moneta debole” ha aggiunto.

patuelliPATUELLI

  1. SPREAD: ROSSI, NON C’È DEMONIACA SPECULAZIONE DI POCHI

 (ANSA) – L’aumento dello spread non è causato “da una demoniaca e misteriosa” manovra da parte “di pochissimi speculatori” ma dall’aumento del “rischio percepito dai gestori dei risparmi degli italiani” che uno dei “paesi come l’Italia possa uscire dall’euro”. Lo afferma il dg di Banca d’Italia Salvatore Rossi al convegno dell’Acri, “è tema che non dobbiamo cessare di spiegare all’opinione pubblica” sottolineando come i gestori “a cui sono affidati i nostri risparmi, di fronte a questo rischio, si coprono vendendo i titoli”. La speculazione “esiste ma si accoda a questo movimento”.

  1. ACRI: GUZZETTI CHIUDE CONGRESSO, SUO ULTIMO DOPO 20 ANNI

GUZZETTIGUZZETTI

 (ANSA) – Si è chiuso con la mozione finale approvata all’unanimità e un’ovazione in piedi dei partecipanti, il congresso Acri di Parma, l’ultimo del presidente Giuseppe Guzzetti che lascerà il vertice nel 2019. Guzzetti, che non è riuscito a trattenere un moto di commozione è tornato a ringrazie il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che nel suo intervento di ieri all’inaugurazione dei lavori, ha definito le fondazioni “un’ancora di stabilità per il paese”.

Il numero uno dell’Acri ha sottolineato il lavoro svolto in questi anni per difendere il patrimonio e l’impegno nel sociale delle fondazioni grazie anche alle battaglie giuridiche intraprese. Ancora ieri Guzzetti e le fondazioni hanno posto dei paletti sulle nomine e il ruolo di Cdp dove partecipano in minoranza. Infine ha riconosciuto come qualche “ente è andato alla malora ma non abbiamo mai avuto scandali”.

  1. CDP, GUZZETTI CONTRO LA LEGA PER LA SCELTA DEL NUOVO AD

Andrea Greco per la Repubblica

La prima giornata del convegno Acri si può guardare dalla platea del teatro Paganini: ed è il trionfo di Giuseppe Guzzetti, leader dal 2000 delle fondazioni, che arringa per l’ ultima volta gli enti soci di tante banche italiane e della Cassa depositi, da cui traggono un miliardo di euro per le erogazioni ai territori. « Le fondazioni offrono al nuovo governo, sulla scia di quanto fatto con i precedenti, massima collaborazione per ridurre le diseguaglianze fra i cittadini », dice.

salvatore rossiSALVATORE ROSSI

Se invece si osserva la giornata dal proscenio, è un più stressante tentativo di tessere la trama nuova con il governo, a partire dalle nomine del vertice della Cdp che gestisce i 250 miliardi del risparmio postale. Guzzetti ha esperienza e una strategia forte sui nomi da depositare entro il 16 giugno con il Tesoro, in vista dell’ assemblea Cdp del 20. La presidenza ( senza deleghe) spetta statutariamente alle fondazioni, e pare riservata a Massimo Tononi, presidente di Prysmian, in passato banchiere di Goldman Sachs e Mps, e sottosegretario del governo Prodi.

Per i ruoli operativi, Guzzetti continua a sponsorizzare Dario Scannapieco, ex Ciampi boy già al Tesoro e da tempo vice presidente della Banca europea per gli investimenti. E proprio Scannapieco, tra i pochi a parlare al tavolo inaugurale, centrato il suo intervento sulla solidarietà: « Lavorare insieme mettendosi al servizio delle istituzioni italiane, condividendo le best practice e proponendo le soluzioni finanziarie più adatte».

Dario ScannapiecoDARIO SCANNAPIECO

Per cogliere l’ ambo in Cdp, Guzzetti e l’ Acri farebbero buon viso a una promozione di Fabrizio Palermo ( oggi direttore finanziario e molto ben visto da M5S) a direttore generale e alla nomina di un dg del Tesoro di rottura, a opera dei nuovi astri politici: per esempio Antonio Guglielmi, capo dell’ azionario di Mediobanca a Londra le cui visioni eurocritiche piacciono a Lega e M5s.

Lo schema di Guzzetti tuttavia rischia di arenarsi sulla voglia dei nuovi ministri di scegliere figure “loro”. Per questo secondo le voci che rimbalzano dai palazzi romani la Lega appoggia Massimo Sarmi come ad della Cassa: un manager che ha guidato per anni le Poste italiane ed è stato vicino ad An, che ora profitta dei vecchi legami finiani – come quello con la ministra Giulia Bongiorno – e di quelli nuovi che ha instaurato con il vertice leghista. I giochi restano tutti da fare, e in una settimana.

MASSIMO SARMIMASSIMO SARMI

Un punto di forza, per il mondo Acri cui non mancano buone entrature con la Lega ( auspice il sottosegretario Giancarlo Giorgetti), sarà il sostegno non formale incassato dal capo dello Stato Sergio Mattarella – a Parma – e per iscritto dal premier Giuseppe Conte. « Il contributo che le fondazioni danno alla stabilità finanziaria è un elemento prezioso per l’ Italia», afferma Mattarella, ricordando «anni di funzioni preziose di integrazione e supplenza alle funzioni pubbliche».

Apprezzamenti che a Guzzetti servono per mettere un paio di paletti forti sulla gestione futura della Cdp, dove gli enti hanno il 16%: « Siamo favorevoli a un ulteriore sviluppo della Cassa, a patto che non si metta a rischio il risparmio degli italiani. Se si intende superare questo limite ci opporremo con tutte le forze», afferma.

E ringrazia gli ultimi due vertici « per aver avuto in questi anni come stella polare« questo limite; anche quando si è trattato di dire no ai governi, come sul dossier Alitalia. Forse presto toccherà al dossier Mps e alla banca pubblica: « Aspettiamo di vedere i progetti veri, per ora quella che hanno fatto se la sono palleggiata», aggiunge il presidente Acri, parlando della Banca del Mezzogiorno.

GIUSEPPE CONTE IN CANADAGIUSEPPE CONTE IN CANADA

Un robot nei campi per dosare correttamente i prodotti

Marc-André Miserez, Galmiz tvsvizzera.it 8.6.17

trattore in un campo d'insalate
Visto dall’alto, questo trattore in un campo di insalate sembra un tradizionale automezzo agricolo. In realtà, nella parte posteriore è dotato di un robot d’avanguardia.

(KEYSTONE / ANTHONY ANEX)

Un’agricoltura senza pesticidi? Pochi contadini ci credono. Quindi, se si devono utilizzare questi prodotti, si potrebbe almeno spanderne il meno possibile nella natura. E la robotica può essere d’aiuto.

Galmiz, nel cuore del Seeland, una regione dove si mescolano i territori dei cantoni di Friburgo, Vaud e Berna, è un’ex palude diventata l’orto della Svizzera: qui è coltivato un quarto degli ortaggi prodotti nella Confederazione.

Un’insolita folla ha invaso uno dei campi di insalate di Thomas Wyssa. Oltre alla stampa specializzata e locale, sono presenti rappresentanti dell’Unione svizzera dei produttori di verdura (USPVLink esterno) e di altre associazioni di agricoltori, ma anche degli istituti di ricerca AgroscopeLink esterno (federale), GrangeneuveLink esterno (cantonali) e FiBLLink esterno per l’agricoltura biologica – tutti partner con esperienza.

Fonte di tanto interesse è il congegno, ancora poco diffuso in Svizzera, di cui è dotato il trattore che sta per attraversare una striscia di quattro file di lattuga. Proveniente dai Paesi Bassi, questo irrigatore robotizzato e diserbante sarebbe una delle soluzioni del futuro per un’orticoltura molto più rispettosa dell’ambiente.

Esattamente quel che ci vuole

Pilotata da uno schermo nella cabina del trattore, dotata di telecamere di riconoscimento a terra, la macchina sa essere molto efficiente, senza mai esagerare. Mentre le lame affilate tagliano le erbe infestanti, gli ugelli rilasciano su ogni insalata (e non a lato) la necessaria microdose di prodotto (e non una goccia in più)

VIDEO

http://www.tvsvizzera.it/tvs/la-macchina-che-sussurra-alla-lattuga/44172006

Per ora la macchina è in fase di test e si accontenta di versare acqua. Ma il risultato è convincente. Su una striscia larga 1,50 metri e lunga 100 metri, spruzzerà solo 0,9 litri di liquido, contro 2,5 per una spruzzatura su tutta la striscia e 9 litri per una spruzzatura “alla cieca” su tutto il campo. Per non parlare della spruzzatura con un aereo o un elicottero, che comunque non è molto praticata in Svizzera.

“È solo l’inizio, ma speriamo che nei prossimi due o tre anni, con gli sviluppi e la garanzia di risultati positivi, il numero si moltiplicherà”, spiega Jimmy Mariéthoz, direttore dell’USPV. “Si percepisce che c’è interesse nel settore”, conferma Thomas Wyssa. 25 anni fa, quando ho iniziato con l’irrorazione mirata, nessuno la voleva, mentre ora tutti vengono per vedere questa nuova tecnologia.

Tuttavia, “non è ancora domani che vedremo raccolti fatti dai robot” ride l’orticoltore.

Due volte no

Il coltivatore e i suoi colleghi approfittano dell’occasione per dichiarare la loro opposizione alle due iniziative popolari “Acqua potabile pulita e cibo sanoLink esterno” e “Per una Svizzera senza pesticidi sinteticiLink esterno“. Secondo questi agricoltori già ampiamente convertiti alla produzione biologica, gli obiettivi dei due testi sono lodevoli, ma i mezzi previsti sono troppo radicali.

“Nessuno tratta con pesticidi i suoi raccolti per piacere”, aggiunge Jimmy Mariéthoz. Lo si fa semplicemente lottare contro le malattie e i parassiti e per garantire la qualità”.

Per robot “swiss made”

Un conto è usare i robot in agricoltura, un altro è fabbricarli nel Paese. A Yverdon-les-Bains, nel cantone di Vaud, ecoRobotixLink esterno dal 2011 sviluppa piccoli congegni su ruote, autonomi, a energia solare, in grado di rilevare e distruggere le erbacce in modo efficiente, economico ed ecologico, con microdosi di erbicidi.

Nel 2016 la start-up ha raccolto con successo i primi 3 milioni di franchi e a fine maggio ha annunciato di aver raccolto oltre 10 milioni di franchi per “affrontare la seconda fase della sua esistenza, che significa diventare un’impresa commerciale internazionale”. Il denaro è stato raccolto presso fondi d’investimento orientati sull’agricoltura e sull’innovazione.

La piccola azienda svizzera punta niente di meno che sul mercato mondiale del diserbo, che complessivamente vale diversi miliardi di dollari.

Fine della finestrella

(Traduzione dal francese: Sonia Fenazzi)

I nuovi dati sul consumo di droga in Europa

il post.it 8.6.17

Secondo una relazione di un’agenzia europea, l’Italia è il terzo paese europeo per uso di cannabis e il quarto per uso di cocaina

 Parte di 640 chilogrammi di cocaina sequestrati dalla polizia di Monaco di Baviera, in Germania, il 16 maggio 2018 (Peter Kneffel/picture-alliance/dpa/AP Images)

L’Italia è il terzo paese dell’Unione Europea per uso di cannabis e il quarto per uso di cocaina: è uno dei dati contenuti nella Relazione europea sulla droga 2018 dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (EMCDDA), pubblicata il 7 giugno. I dati raccolti si riferiscono al 2016 o comunque all’ultimo anno per cui sono disponibili. La relazione è molto lunga e dettagliata, con alcuni limiti dovuti alle differenze di raccolta dati tra i diversi paesi dell’UE e alla generale difficoltà di fare stime e trarre conclusioni su questo argomento, ma contiene comunque molte informazioni interessanti: abbiamo riassunto alcuni dati della relazione, evidenziando in particolare quelli che riguardano l’Italia.

Le stime sul consumo di droghe nei paesi dell’Unione Europea
La droga più diffusa nei paesi dell’Unione Europea è la cannabis: si stima che nel 2016 sia stata consumata da 24 milioni di persone con età compresa tra i 15 e i 64 anni, di cui 17,2 milioni con età compresa tra i 15 e i 34 anni. Quasi 88 milioni di cittadini europei hanno fatto uso di questa sostanza almeno una volta nella vita: più di un quinto dell’intera popolazione dell’UE. L’Italia è il terzo paese dove si consuma di più: si stima che il 33,1 per cento della popolazione l’abbia usata almeno una volta nel corso della vita, una percentuale inferiore solo a Francia (41,4 per cento) e Danimarca (38,4).

Se si considera la sola fascia d’età dai 15 ai 34 anni, l’Italia è il secondo paese per uso di cannabis: si stima che il 20,7 per cento degli adulti più giovani ne abbia fatto uso nei 12 mesi precedenti all’ultima indagine condotta in merito, nel 2017, contro il 21,5 della Francia. Dal 2011 a oggi il consumo di cannabis tra i giovani è aumentato: allora si stimava che il 15,4 per cento ne facesse uso. Parlando di cannabis è comunque particolarmente importante distinguere i consumatori quotidiani o quasi quotidiani da quelli occasionali: si stima che solo l’1 per cento degli adulti europei appartenga alla prima categoria e che il 37 per cento di loro abbia un’età compresa tra i 35 e i 64 anni; tre quarti sono di genere maschile.

La seconda droga più consumata è la cocaina, che nel 2016 è stata usata da 3,5 milioni di persone nei paesi dell’Unione Europea, di cui 2,3 con età compresa tra i 15 e i 34 anni. In Italia il consumo maggiore si ha tra le persone con età compresa tra i 25 e i 34 anni (il 2,5 per cento della popolazione in questa fascia d’età ne ha fatto uso) e tra i 35 e i 44 anni (2 per cento). L’Italia è il quarto paese per uso di cocaina tra quelli dell’Unione Europea, con il 6,8 per cento delle persone con età compresa tra i 15 e i 34 anni che ne ha fatto uso almeno una volta nella vita: è preceduta da Regno Unito (9,7 per cento), Spagna (9,1) e Irlanda (7,8 per cento). In Italia sembra che l’uso della cocaina sia stabile, come nel complesso dell’Unione Europea, a parte qualche stato dove è in aumento.

Un dato interessante riguarda Milano, città che partecipa a un programma europeo di analisi delle acque di scolo per la rilevazione di sostanze stupefacenti: tra il 2015 e il 2017 c’è stata una notevole diminuzione della presenza di cocaina nelle acque della città; non sono state trovate tracce di amfetamine mentre quelle di MDMA e di metamfetamine sono più o meno stabili e non molto alte dal 2012. Le tracce di sostanze aumentano sempre nei fine settimana.

Per quanto riguarda le droghe di diffusione più recente, quelle di cui si sa ancora poco, non ci sono molti dati, soprattutto perché sono ancora poche le persone che sono state in cura per averne assunte e non c’è modo di sapere quanto siano effettivamente diffuse con i metodi d’indagine attuali. Si sa però che nel 2017 sono state individuate per la prima volta 51 nuove diverse sostanze psicoattive: sono tante, ma meno di quante ne siano state individuate in ciascuno dei precedenti cinque anni. Sia nel 2014 che nel 2015 erano state cento. Non sapendo quante persone facciano uso di queste sostanze, spesso acquistate attraverso internet, è però difficile capire di che rischio si sta parlando.

Le novità sulla produzione e il commercio delle droghe
Negli ultimi anni la produzione di cocaina nei paesi dell’America Latina è aumentata, secondo l’analisi dell’EMCDDA con effetti sul mercato europeo: anche se i prezzi della cocaina sono rimasti stabili, il grado di purezza della sostanza sequestrata dalle forze dell’ordine non era così alto da circa dieci anni. È anche cambiata la via che segue la cocaina per raggiungere il mercato europeo: storicamente arrivava in Europa dalla Spagna e dal Portogallo, mentre ora arriva sempre più spesso in porti più settentrionali, all’interno di grandi container. Nel 2016 il Belgio ha superato la Spagna come paese con il maggior quantitativo di cocaina sequestrato.

Anversa e la cocaina

https://www.ilpost.it/2018/03/04/porto-anversa-cocaina/embed/#?secret=L9gWVcLvBA

Per quanto riguarda il mercato della cannabis, è aumentata la produzione europea, che ha in parte sostituito l’importazione da paesi che non fanno parte dell’UE. Come conseguenza, sembra che sia aumentata la produzione di hashish fuori dall’Europa, che continua invece ad essere importato nella UE. Per quanto riguarda l’MDMA, l’Europa è un grosso produttore ed esportatore. Infine, a proposito dell’eroina, si pensa che in diversi paesi si sia diffusa la pratica di convertire la morfina in eroina, dato che le forze dell’ordine hanno trovato e smantellato vari laboratori attrezzati per realizzare il processo: è probabile che questo succeda perché in Europa l’anidride acetica, una sostanza necessaria al procedimento, è più economica che nei paesi da cui l’eroina viene esportata.

Qualcosa sugli oppiacei
Negli ultimi anni negli Stati Uniti si è sviluppato un grosso problema legato al consumo di droghe: la cosiddetta crisi dei farmaci oppiacei (fanno parte della stessa famiglia dell’eroina), che per due anni consecutivi ha fatto diminuire l’aspettativa di vita dei cittadini americani. Le ragioni per cui negli Stati Uniti si è molto diffuso l’abuso di queste sostanze – che sono in molti casi legali – sono in parte legate alla struttura del sistema sanitario americano, molto diverso da quelli europei, e quindi al momento non c’è un fenomeno comparabile in Europa. L’oppiaceo illegale consumato di più nell’Unione Europea è sempre l’eroina, anche se la relazione dell’EMCDDA dice che «varie fonti suggeriscono un abuso crescente di oppiacei sintetici legali», cioè il metadone, la buprenorfina e il fentanil soprattutto, ma anche la codeina, la morfina, il tramadolo e l’ossicodone

La maggior parte dei nuovi oppiacei monitorati dall’EMCDDA sono i derivati del fentanil, dato che si tratta di sostanze particolarmente potenti: come spiega la relazione, «quantità minime sono in grado di causare avvelenamenti potenzialmente mortali da depressione respiratoria rapida e grave». Per questo sono sostanze pericolose per chi li acquista pensando di comprare eroina o medicinali antidolorifici. Inoltre sembra che siano sostanze per cui è facile sviluppare abuso e dipendenza.

In un’intervista a SkyTg24 Riccardo Gatti, direttore del Dipartimento Dipendenze della ASL di Milano, ha commentato i dati della relazione dell’EMCDDA dicendo che bisognerebbe fare più indagini sulle nuove sostanze e in particolare sugli oppiacei, oltre che pensare a nuove strategie di contrasto all’uso delle droghe che tengano conto delle nuove forme di utilizzo, e dei problemi legati all’insorgenza di malattie psichiatriche tra chi ne fa uso (compresi i consumatori quotidiani di cannabis).

La Goccia ed il Mare: bisogna rendersi conto delle dimensioni del disastro

 scenarieconomici.it 8.6.17

 

Cari amici,

non voglio fare polemica, veramente. Vi invito a leggere questo comunicato di FdI di, come si diceva un tempo, “Stimolo al governo “:

 

“BANCHE. FDI, SI GARANTISCANO RISARCIMENTI A TRUFFATI
INTERROGAZIONE A MINISTRO ECONOMIA

“Fratelli d’Italia chiede di sapere quali siano le misure previste per provvedere tempestivamente all’emanazione del decreto attuativo, scaduto il 30 marzo 2018, necessario a garantire ai risparmiatori danneggiati, gli adeguati risarcimenti, e se non ritenga opportuno incrementare la dotazione del ‘fondo ristoro’ ad oggi insufficiente a compensare le perdite subite anche da azionisti e obbligazionisti”.

Così in una interrogazione al ministro dell’Economia Giovanni Tria i deputati di Fratelli d’Italia Luca De Carlo, Marco Osnato, Maria Cristina Caretta, Ciro Maschio e Walter Rizzetto che chiedono inoltre “una adeguata regolamentazione della procedura Anac per standardizzare ed agevolare l’accesso al fondo da parte dei risparmiatori traditi”.

“In passato – aggiunge il deputato di FDI, Luca De Carlo – si è abusato della grandissima fiducia che i veneti, specialmente quelli di una certa età, nutrivano per le banche che sentivano proprie. Ai risparmiatori truffati dobbiamo dare risposte immediate e per questo motivo vogliamo sapere a che punto sono i decreti attuativi e se il governo Conte intende ampliare la dotazione di risorse visto che i 25 milioni previsti all’anno sono davvero ben poca cosa. Centinaia di migliaia di risparmiatori sono stati depredati dei loro risparmi e ad oggi non hanno ancora ottenuto alcun sostegno”.

Roma, 7 giugno 2018″

Ora le intenzioni erano sicuramente buona, ma pensare che la soluzione possa venire dal “Decreto Baretta” che stanziava , letteralmente , quattro soldi (ad occhio un venticinquesimo o un trentesimo di quanto necessario, cifre comunque di molto inferiori a quanto stanziato dallo stato per regalare le banche ad Intesa…), quasi come se fosse un’elemosina, per sanare i danni derivanti dai crack delle SOLE popolari venete, senza contare le altre banche fallite o quasi, è, mi consentite, risibile. Tanto più che il decreto Baretta prevedeva come condizione la condanna della banca da parte del Giudice o dell’ANAC, il che significa aspettarsi che decine di migliaia di soci facciano causa legale alla banca o presso l’arbitrato ANAC di Cantone che ci risulta n un anno abbia affrontato 4  (quattro) casi. Visti i tempi della giustizia civili in Italia una richiesta del genere appare quasi offensiva per i risparmiatori ed eversiva verso lo Stato, perchè i primi vedranno postporsi magri rimborsi ad epoche lontanissime nel futuro e lo Stato vedrà messa in crisi la propria macchina giudiziaria per decenni: infatti non si tratta di Class Action, ma di cause singole, da discutersi una per una. Quanto tempo impiegheranno i tribunali veneti, ed a scapito di quali cause altrettanto importanti ? Vogliamo proprio mettere una bella pietra tombale sulla giustizia civile in Italia ?

Insomma quella che è necessaria non è la soluzione del “Decreto Baretta”,  leggiucola inutile che serve essenzialmente a coprire le vergogne del governo degli ultimi 5 anni quello che ha distrutto banche  risparmi, ma una normativa completa, semplice, priva di costi, che in un tempo RAGIONEVOLE dia la possibilità di far fronte alle richieste GIUSTE dei risparmiatori truffati, a partire da quelli più in difficoltà. Parliamoci chiaro non è impossibile, ci vuole buona volontà e oculatezza, cioè due cose che erano scomparse in Italia sino al 4 marzo 2018. Speriamo che siano tornate.

 

Popolari, fondi esteri e Bcc, i tre fronti bancari di Conte

Gianluca Zapponini formiche.net 8.6.17

Popolari, fondi esteri e Bcc, i tre fronti bancari di Conte

Il governo mira a fermare le riforme di Renzi ma non sarà facile. Tante le anime e gli interessi in campo

Il primo atto del governo Conte è quello di aprire un triplice fronte sul terreno delle banche. E il motivo è presto detto. Due giorni fa, intervenendo alla Camera in occasione della seconda fiducia, il premier ha annunciato un’inversione di rotta sulla riforma delle banche popolari e di quelle cooperative (qui l’approfondimento di Formiche.net). In termini politici significa innanzitutto dare un primo colpo di piccone a due delle riforme renziane per eccellenza, quella del credito cooperativo e quella delle popolari.

Partendo proprio da quest’ultima, ieri il presidente di Assopopolari, Corrado Sforza Fogliani, che fin dalla prima ora si è battuto contro il riassetto delle popolari, ha fatto una dichiarazione dalla quale emerge l’effetto delle parole di Conte all’estero. “Le dichiarazioni dei rappresentanti delle banche estere in Italia contro l’annuncio del presidente del consiglio a proposito della volontà di correggere la riforma delle popolari, si capiscono bene. Tutte le banche popolari che hanno dovuto convertirsi in spa non sono più di proprietà dei risparmiatori italiani ma di fondi speculativi esteri, europei o statunitensi, così come molte grandi banche. Evidentemente si vuole da parte di questi fondi che la festa continui”.

Che cosa significa? Semplice, con la trasformazione in spa delle popolari con oltre 8 miliardi di attivi (all’appello mancano solo Bari e Sondrio ma a questo punto vista l’intenzione politica non è detto che il cambio di statuto vada in porto) ha aperto il capitale e molte grandi banche, ma soprattutto fondi, ne hanno approfittato. E ora, la possibilità paventata da Conte di riportare le lancette indietro di tre anni (la riforma delle popolari è del 2015), ha messo in allarme molti giganti. Qui dunque, già due schieramenti. Quello a guida Assopopolari, che la riforma l’ha sempre osteggiata e che ora non può che gioire della paventata retromarcia e quello estero, con i nuovi azionisti delle ex popolari che potrebbero addirittura un giorno o l’altro vedersi costretti a uscire dal capitale.

Poi ci sono le Bcc. Anche qui ci sono diverse spaccature. Anche qui le intenzioni del governo, almeno a parole sono chiare, bloccare tutto. Sostanza ribadita ieri da Alberto Bagnai, economista, senatore della Lega e consigliere politico di Salvini. “Il governo deve bloccare la riforma del credito cooperativo fino a quando le regole europee continueranno a penalizzare le banche italiane ignorando i fattori di rischio accumulati dalle banche di minori dimensioni in Germania”. Il credito cooperativo, e qui viene il terzo fronte, non ha gradito l’altolà di Conte, nonostante le parole dal sapore istituzionali di circostanza.

“Come nelle precedenti stagioni di riforma, assicuriamo il nostro apporto costruttivo alla migliore definizione possibile di eventuali nuovi assetti normativi, hanno scritto in una nota congiunta i presidenti di Federcasse, Augusto dell’Erba, e il presidente della Confederazione delle cooperative italiane, Maurizio Gardini. Ma è bene ricordare come “la categoria è oggi impegnata a costruire gruppi bancari cooperativi solidi ed efficienti, come previsto dalla normativa in vigore. l’obiettivo del credito cooperativo è comunque quello di accrescere la capacità di servizio di ciascuna Bcc all’economia reale e allo sviluppo responsabile delle comunità locali, salvaguardando e valorizzando la finalità mutualistica”. Tradotto, è proprio necessario bloccare tutto ora che il riassetto basato su due grandi gruppi (Cassa centrale e Iccrea) è alle battute finali?

E proprio da chi rappresenta il cardine del riassetto, come Iccrea, il soggetto aggregatore alternativo a quello del Nord Italia, è arrivata la maggiore delle preoccupazioni. “Le dichiarazioni del premier in merito alle intenzioni del governo di rivedere il provvedimento di riforma del credito cooperativo, destano preoccupazione. La riforma ha l’obiettivo di rafforzare le banche locali per assicurarne la capacita’ di sostenere le piccole e medie imprese e le famiglie nei territori”, ha attaccato Giulio Magagni, ricordando che il gruppo Iccrea ha già “inviato l’istanza per la costituzione del gruppo bancario cooperativo agli Organismi di Vigilanza europei ed italiani, a valle di un lungo, complesso ed impegnativo percorso progettuale con l’impiego di importanti risorse economiche”.

In tal senso “chiediamo con urgenza un incontro con il premier affinché possa chiarirci meglio la posizione del governo, rappresentandogli al contempo i rischi per l’economia locale derivanti da uno slittamento dei tempi della riforma”. Tre fronti in pochi giorni non sono pochi.

La sanità privata si fa strada aizzando la guerra tra poveri

Dante Barontini contropiano.org 8.6.17

La salute è una preoccupazione, e ogni problema relativo ti fa aprire il portafoglio con molta più velocità che per qualsiasi altra cosa. E’ una constatazione banale, ma la distorsione culturale imposta da anni di pensiero unico neoliberale riesce a pervertire anche la percezione collettiva di un bisogno vitale (se non ti curi muori, o muori prima). Ossia di qualcosa che dovrebbe essere chiara a chiunque, ma non lo è più.

Il Rapporto Censis-Rbm sulla spesa sanitaria pubblica e privata conferma appieno alcune impressioni che tutti noi potevamo aver avuto, ma presenta anche una curiosa – ma utilissima –lettura politica di massa del perché le cose vadano così male.

Partiamo dai dati, com’è giusto. “La spesa sanitaria privata degli italiani arriverà a fine anno al valore record di 40 miliardi di euro (era di 37,3 miliardi lo scorso anno). Nel periodo 2013-2017 è aumentata del 9,6% in termini reali, molto più dei consumi complessivi (+5,3%). Nell’ultimo anno sono stati 44 milioni gli italiani che hanno speso soldi di tasca propria per pagare prestazioni sanitarie per intero o in parte con il ticket.” La prima conclusione è ovvia: se si spende per le cure ad un ritmo di crescita superiore (quasi il doppio) rispetto ai consumi normali (sia essenziali che voluttuari) probabilmente è perché la sanità pubblica fornisce sempre meno prestazioni, con tempistiche sempre più dilatate (liste d’attesa, ecc), a una popolazione che nel frattempo invecchia, e quindi si presenta con più frequenza dal medico e in farmacia.

Vero è che quei 40 miliardi di spesa sanitaria privata contengono un po’ di tutto (dalle operazioni fatte in proprio ai ticket per farmaci e analisi), ma comunque sono un segnale difficile da minimizzare. Tanto più se

La spesa sanitaria privata pesa di più sui budget delle famiglie più deboli. Nel periodo 2014-2016 i consumi delle famiglie operaie sono rimasti fermi (+0,1%), ma le spese sanitarie private sono aumentate del 6,4% (in media 86 euro in più nell’ultimo anno per famiglia). Per gli imprenditori c’è stato invece un forte incremento dei consumi (+6%) e una crescita inferiore della spesa sanitaria privata (+4,5%: in media 80 euro in più nell’ultimo anno). Per gli operai l’intera tredicesima se ne va per pagare cure sanitarie familiari: quasi 1.100 euro all’anno. Per 7 famiglie a basso reddito su 10 la spesa privata per la salute incide pesantemente sulle risorse familiari.”

Qui la “questione di classe” salta agli occhi. I consumi operai – in senso lato – sono rimasti al chiodo in termini assoluti, anche perché il loro salario non è affatto aumentato (dunque è diminuito tenendo conto dell’inflazione, fortunatamente bassa); ma ciò nonostante la spesa sanitaria è cresciuta molto più dell’inflazione.

Andando a guardare più in dettaglio, il quadro si fa drammatico quando le cure di cui si necessita sono urgenti, al punto di non poter attendere i tempi delle liste d’attesa.

Nell’ultimo anno, per pagare le spese per la salute 7 milioni di italiani si sono indebitati e 2,8 milioni hanno dovuto usare il ricavato della vendita di una casa o svincolare risparmi. Solo il 41% degli italiani copre le spese sanitarie esclusivamente con il proprio reddito: il 23,3% deve integrarlo attingendo ai risparmi, mentre il 35,6% deve usare i risparmi o fare debiti (in questo caso la percentuale sale al 41% tra le famiglie a basso reddito). Il 47% degli italiani taglia le altre spese per pagarsi la sanità (e la quota sale al 51% tra le famiglie meno abbienti). In sintesi: meno guadagni, più devi trovare soldi aggiuntivi al reddito per pagare la sanità di cui hai bisogno.

Un crescendo di impegni finanziari obbligati – l’alternativa è attendere che la malattia faccia il suo corso, spesso mortale – che può essere ancora più dettagliato:

«Sono 150 milioni le prestazioni sanitarie pagate di tasca propria dagli italiani. Nella top five delle cure, 7 cittadini su 10 hanno acquistato farmaci (per una spesa complessiva di 17 miliardi di euro), 6 cittadini su 10 visite specialistiche (per 7,5 miliardi), 4 su 10 prestazioni odontoiatriche (per 8 miliardi), 5 su 10 prestazioni diagnostiche e analisi di laboratorio (per 3,8 miliardi) e 1 su 10 protesi e presidi (per quasi 1 miliardo), con un esborso medio di 655 euro per cittadino».

Sia chiaro: il Rapporto Censis-Rbm non punta a “realizzare il socialismo”, ma più sobriamente a promuovere una “seconda gamba” per il sistema sanitario, sul modello delle “pensioni integrative”: Questa situazione può essere contrastata solo restituendo una dimensione sociale alla spesa sanitaria privata attraverso una intermediazione strutturata da parte del settore assicurativo e dei fondi sanitari integrativi. Bisogna superare posizioni di retroguardia e attivare subito, come già avvenuto in tutti gli altri grandi Paesi europei, un secondo pilastro anche in sanità che renda disponibile su base universale – quindi a tutti i cittadini – le soluzioni che attualmente molte aziende riservano ai propri dipendenti.

Progetti Rbm a parte (è una società di assicurazione, in fondo), si comprende facilmente come una gestione così “profittevole” del sistema sanitario abbia fin qui creato rabbia, scoramento o, come da qualche tempo scrive il Censis, “rancore”. Ed è qui che l’intreccio tra disagio sociale e culture politiche superficiali crea cortocircuiti in altri tempi impensabili:

Il 37,8% degli italiani prova rabbia verso il Servizio sanitario a causa delle liste d’attesa troppo lunghe o i casi di malasanità. Il 26,8% è critico perché, oltre alle tasse, bisogna pagare di tasca propria troppe prestazioni e perché le strutture non sempre funzionano come dovrebbero. Il 17,3% prova invece un senso di protezione e di fronte al rischio di ammalarsi pensa: «meno male che il Servizio sanitario esiste». L’11,3% prova un sentimento di orgoglio, perché la sanità italiana è tra le migliori al mondo. I più arrabbiati verso il Servizio sanitario sono le persone con redditi bassi (43,3%) e i residenti al Sud (45,5%). Ma per un miglioramento della sanità il 63% degli italiani non si attende nulla dalla politica. Per il 47% i politici hanno fatto troppe promesse e lanciato poche idee valide, per il 24,5% non hanno più le competenze e le capacità di un tempo.

Ci sono insomma tutti gli elementi per cui la “rabbia” potrebbe prendere la forma dell’”odio di classe” – per dirla con Edoardo Sanguineti – ma ciò non avviene. Il “rancore” resta incosciente, incapace di individuare i responsabili veri di questa situazione (l’avanzare del capitale privato nel business della salute, grazie a tagli della spesa pubblica decisi di concerto tra Unione Europea e governi nazionali). E dunque accetta per buoni gli slogan più idioti prodotti dalla politica peggiore:

«Ognuno si curi a casa propria». È questa una delle reazioni alla sanità percepita come ingiusta, il sintomo del rancore di chi vuole escludere e punire gli altri per non vedersi sottrarre risorse pubbliche per sé e i propri familiari. Sono 13 milioni gli italiani che dicono stop alla mobilità sanitaria fuori regione. E in 21 milioni ritengono giusto penalizzare con tasse aggiuntive o limitazioni nell’accesso alle cure del Servizio sanitario le persone che compromettono la propria salute a causa di stili di vita nocivi, come i fumatori, gli alcolisti, i tossicodipendenti e gli obesi.

L’inversione della responsabilità balza agli occhi. La “colpa” è del vicino (il meridionale, il vizioso, gli immigrati, ecc), non di chi comanda. Invece dell’odio di classe – i poveri contro i ricchi – si accetta di essere spinti nella “guerra tra poveri”, da cui comunque non potrà venire alcun giovamento, neppure nel caso – altamente improbabile – di “vittoria”. Quando pure venissero escluse dalla cure pubbliche una serie di categorie “colpevoli” (attendiamo con pazienza che la lista comprenda anche “i vecchi”), in ogni caso i tagli alla spesa sanitaria ristabilirebbero in poco tempo la situazione attuale.

Sul piano politico questa ottusità indotta è addirittura solare:

Più rancorosi verso il Servizio sanitario sono gli elettori del Movimento 5 Stelle (41,1%) e della Lega (39,2%), meno quelli di Forza Italia (32,9%) e Pd (30%). Ma gli elettori di 5 Stelle (47,1%) e Lega (44,7%) sono anche i più fiduciosi nella politica del cambiamento, rispetto a quelli di Forza Italia (31,4%) e del Pd (31%). La sanità ha giocato molto nel risultato elettorale (per l’81% dei cittadini è una questione decisiva nella scelta del partito per cui votare) e sarà il cantiere in cui gli italiani metteranno alla prova il passaggio dall’alleanza del rancore al governo del cambiamento.
In questo mondo rovesciato fin nei fondamentali, quelli che più hanno da perdere si identificano politicamente in quelli che toglieranno loro anche quel poco che è rimasto, nella convinzione che verranno colpiti “gli altri”.

Non ci vuole molto per vedere come queste “ideologie colpevolizzanti” siano prodotte in appositi think tank e poi fatte assorbire in anni di continue, pressanti, sgangherate, campagne mediatiche. Lega e Cinque Stelle passano all’incasso; imprevedibilmente, almeno per chi aveva promosso quelle campagne, ma come conseguenza piuttosto logica. A forza di indicare “il pubblico” come il luogo dello spreco e del malaffare, il capitale multinazionale neoliberista – grazie ai governi diGrosse Koalition che cancellavano praticamente la distinzione tra destra e sinistra parlamentare – ha aperto la strada al piccolo capitale in crisi, nazionalistico per limitatezza degli orizzonti e della capacità di comepetere globalmente, gretto e reazionario come un rettile in pericolo, ma più vicino – nella vita quotidiana – al “senso comune della gente”.

Non è la prima volta che accade. Sta a noi far sì che non accada di nuovo. Ragionando e lottando, senza farsi ingannare dai lamenti della “vecchia sinistra liberista” che in queste ore rispolvera il vocabolario antifascista.