Il prof. Deaglio, dopo i disastri fatti da sua moglie Elsa Fornero, propone la resa dell’Italia: dare in pegno l’oro italiano! Se non è nozionismo questo….

Mit Dolcino scenarieconomici.it 9.6.18

Purtroppo il nozionismo, sebbene necessario ed utile per gli accademici di vecchio stampo in quanto devono seguire programmi precisi, rischia di essere deleterio in quanto permette solo limitatamente di affrontare aspetti correlati ad eventi con caratteristiche di novità assolute: ad esempio Elsa Fornero quando bloccò gli esodati lasciandoli senza stipendio nè pensione – per rispettare astratti principi di bilancio, che per altro fecero accumulare al governo Monti a cui apparteneva tra 140 e 150 miliardi di euro (fino ad Aprile 2012 quando subentrò E. Letta) di debito pubblico supplementare grazie alla nefasta austerità euroimposta -, rappresentò un classico esempio di effetto collaterale del più becero nozionismo professoriale.

“Riduci i costi/le uscite ossia riduci il debito“, poi invece ti va tutto storto: appunto, peccato che la cosa nel 2011 andò perfettamente al contrario, aumentò il debito e si andò in recessione, ossia incrementando esponenzialmente il rapporto debito/PIL invece di ridurlo. Peccato che tale “effetto secondario non atteso” abbia causato enormi danni a chi ha subito le conseguenze pratiche di tale quanto meno improvvida decisione.

Ora, visto che Elsa Fornero ed il suo mentore ed amico Mario Monti (che verrebbe da dire è diventato tanto importante sulle scene che contano soprattutto per aver sposato una Mattioli e non per le sue qualità di economista, dai caratteri tipicamente nozionistici anche lui) non possono confutare questi fatti, reali e fattuali, ecco il marito Mario Deaglio re-impostare la stessa linea ma con un approccio diverso.

Monti fece diminuire i tassi italiani ossia abbasso lo spread, ma fece decollare il rapporto debito/PIL:oggi l’EU ci incolpa del fatto che il rapporto debito/PIL è insostenibile… Grazie Monti?

Il prof. Deaglio evidentemente non ricorda che lo stesso J. C. Trichet nel 2009 ammonì sul fatto che l’oro della banca d’Italia non è utilizzabile dai governi in quanto di proprietà degli italiani….

 …Il fatto è che quell’oro non è proprietà dello Stato italiano ma del popolo italiano, tanto che lo stesso Giulio Tremonti, quando nel 2009 voleva tassare le plusvalenze generate dalle riserve di Bankitalia, fu bloccato dal governatore della Bce, Jean-Claude Trichet, che disse in Parlamento «Siamo sicuri che l’oro sia della Banca d’Italia e non del popolo italiano?» e dallo stesso Mario Draghi, all’epoca a capo di Palazzo Koch, secondo cui «le riserve auree appartengono agli italiani e non a via Nazionale».

Appunto, Mario Deaglio, facente parte della cerchia dei Reviglio’s boys, professore torinese di economia caro amico del “si dice” massone Siniscalco (ossia colui che nei fatti e negli eventi ha contribuito a bruciare Sapelli a Palazzo Chigi), ecco che propone un’altra soluzione tipicamente nozionistica per idealmente risolvere i problemi dell’Italia: vendere l’oro ovvero utilizzarlo per farsi prestare denari per ripagare il debito esistente (vedasi l’intervista pubblicata dal ilsussidiario.net di oggi, vedasi LINK). In pratica è come se un commerciante che deve usare l’auto per lavoro mettesse a pegno di un prestito la sua auto, in caso di crisi perde sia il mezzo di trasporto che la possibilità di sostentamento futuro. E dimenticando che la corrente crisi dello spread – sotto certi aspetti simile a quella del 2011 che permise a sua moglie di diventare ministro – è stata innescata da decisioni della BCE di non comprare più BTP ed invece acquistare Bund. Ossia quella del maggio scorso è stata una crisi voluta, per influenzare le scelte e la formazione del nuovo governo Conte.

A me quella dell’oro dato in pegno all’FMI sembra una soluzione veramente suicida, da kamikaze!

Ora, a parte confessarvi che chi scrive farà estrema attenzione a che suo figlio non vada a studiare da professori nozionisti, andiamo alle considerazioni importanti: mentre tutti comprano oro, anche la Turchia in forte crisi finanziaria, ecco che un professore dell’università di Torino suggerisce il più tipico dei harahiri, vendere/impegnare le riserve auree (ossia darle in pegno indebitandosi al FMI, ossia pagandoci anche gli interessi sui prestiti ottenuti, al netto del GOFO spero). Ossia, se tutti rimpatriano l’oro (Germania, Venezuela, Ungheria), se tutti vogliono comprarlo (anche l’INPS svizzera,) mentre il professor Deaglio vuole fare il perfetto contrario, i fatti sono due: o dicono una fesseria coloro che vogliono incrementare le loro riserve auree o la fesseria la dice chi propone di vendere l’oro messo a riserva.

La verità purtroppo non solo temo di conoscerla ma l’ho anche espressamente letta (…). Ossia, so dove il professor Deaglio vuole arrivare visto che il diavolo –  soprattutto a Torino – fa le pentole ma non i coperchi: Deaglio sa benissimo che l’oro italiano sarà lo strumento ultimo per gestire l’uscita dall’euro dell’Italia e, magari opportunamente pilotato nelle sue affermazioni, oggi spinge affinchè l’Italia si privi del suo oro per EVITARE che possa concretizzarsi una rottura dell’euro lato italiano, con uscita simultanea non solo dell’Italia ma anche di numerosi altri Paesi.

E questo lo fa perchè il suo pensiero, il suo schieramento principe – come dimostra più di mille parole la funzione di sua moglie nel governo più europeista e globalista che l’Italia abbia avuto nella sua storia repubblicana – pende per una subalternità dell’Italia vestita da EU ai poteri ex coloniali centro europei, Germania e Francia, superando l’alleanza con gli States.

Il motivo di cotanta attenzione e simpatia allo schieramento franco-tedesco? Lo stesso di 70 anni fa, anche appena prima dell’entrata in guerra a fianco della Germania esistevano due schieramenti in Italia, uno favorevole ed uno contrario all’alleanza con Berlino. Evidentemente tali schieramenti storici sono ancora ancora presenti in Italia ed in EUropa, come ben dimostra la geografia del potere tedesco attuale dove le elites germaniche sono in stragrande maggioranza nipoti di coloro che furono massimamente nazisti 75 anni fa. Per chi non lo avesse capito il globalismo come movimento sovranazionale è incentrato ideologicamente nel progetto di moneta unica, avente come fulcro Berlino assieme a Parigi come contraltare occidentale all’impero USA visto ormai in decadenza. Vedremo chi avrà sbagliato i conti, andiamo a poco…

Vorrei concludere con una riflessione sulla “Conventional Wisdom“: tale termine fu coniato dal geniale e mai subalterno al potere J.K. Galbraith, il fustigatore della grande crisi di Wall Street. La sua definizione nasconde in realtà una nemmeno troppo sottile critica al mondo accademico che pensa in modo convenzionale in quanto detta saggezza appunto convenzionale rappresenta il sunto del nozionismo, del conformismo accademico più becero (troppo spesso interessato “a stare a letto” con il Potere), quello assolutamente non in grado di prevedere conseguenze spesso disastrose proprio come fu per il grande crollo di Wall Street. La Conventional Wisdom si nutre delle certezze derivate dalla ripetizione degli eventi ossia affidandosi a soluzioni da textbook: applicare tali ricette, diciamo “convenzionali”, nel momento in cui tutti riconoscono che stiamo navigando in “uncharted waters” [leggasi ad es. tassi negativi], mi riferisco alla proposta “convenzionale” di usare l’oro per ripagare di fatto il debito nazionale, sembra un azzardo vieppiù illogico se non addirittura masochista.

Consigliamo al prof. Deaglio di riprendere un autore certamente non amato, J.K. Galbraith, in quanto potrebbe essere utile alla società a cui i cattedratici, alla fine, sono comunque tenuti a prestare un servizio educativo.

Chi scrive ha studiato a Torino ma fortunatamente alla fine scelse Duca degli Abruzzi… E proprio perchè ho scelto di essere ingegnere concludo dicendo: giù le mani dall’oro degli Italiani!

Meno male.

MD

Il fondo Usa Cerberus compra gli Npl di Banca Marche ma si trova lo scoglio delle Costruzioni Santarelli

http://carlofesta.blog.ilsole24ore.com/2018/06/09/

Dopo aver acquisito il portafoglio di crediti incagliati del dossier Rossini, eredità di Banca Marche, il fondo americano Cerberus deve ora risolvere un problema: tra i creditori della ex-Banca Marche, confluiti nel portafoglio in Rossini, c’è infatti il gruppo delle costruzioni marchigiano Santarelli. Per dare un’idea dell’entità della problematica, Santarelli Costruzioni su debiti complessivi per 160 milioni, doveva alla ex-Banca Marche ben 120 milioni. Questi debiti, dopo il crac dell’istituto, erano finiti nel veicolo Rev Società Gestione Crediti, costituito nel 2015 per ricevere in carico e valorizzare i crediti deteriorati delle quattro banche salvate (Etruria, Carichieti, Cariferrara e Banca Marche).
Poi erano stati ceduti con il portafoglio Rossini (con oltre 700 milioni di Npl) a Cerberus. Ora, secondo i rumors, sarebbero in corso trattative complesse tra il fondo Usa e il gruppo Santarelli: i colloqui sarebbero al momento in stand-by. Il fondo americano vorrebbe far valere le sue ragioni e chiede dunque un piano di rientro dell’esposizione. Ma un esito positivo della vicenda sembra lontano. Il gruppo Santarelli ha al momento asset e iniziative di sviluppo nel centro Italia e a Roma: tra cui uno sviluppo nel centro di Ancona.

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I debitori eccellenti di Banca Marche; ecco i 50 nomi di chi non ha restituito i soldi

(Tratto dal TGla7 di Mentana)
La Commissione Finanze del Senato, su richiesta di governo e Pd, ha deciso di non rendere pubblici i nomi di chi ha avuto milioni di euro in prestito dalle Banche e non li ha restituiti. In attesa che qualcuno chiarisca il telegiornale di La7 ha rilanciato, rivelando una lista di 50 nomi che non avrebbero saldato i loro debiti con Banca Marche: l’elenco contiene nomi e aziende insolventi per cifre che vanno da un massimo di 126 milioni a gli 11 milioni di Società sportiva romana, quella di Diego Anemone.
L’impresa più esposta, secondo quanto si legge nei documenti pubblicati dal telegiornale di Mentana, è Fortezza srl, la società del gruppo Lanari. Una vicenda, questa, che si intreccia ovviamente con le note vicende dell’istituto di credito marchigiano da tempo molto esposto con le società legate all’imprenditore anconetano. Scorrendo l’elenco, si nota anche la presenza di la Novafin Spa, da poco dopo fallita, appartenente a Vincenzo Angelini, il “re delle cliniche” abruzzesi, il grande accusatore dell’ex presidente della Regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco. Interessante anche il riferimento alla società Capo Caccia resort srl, per il quale è in corso un processo nel tribunale di Sassari per il reato di bancarotta in concorso. Somme importanti anche quelle attribuite al Gruppo Santarelli (110 milioni di euro), ai Minardi (130), ai Ciccolella (80), la famiglia pugliese che con i suoi vivai ha subito lo scorso anno un crac finanziario, Vittorio Casale (70) e Davide De Gennaro (70).
I primi 17 insolventi di Banca Marche:

Enrico Mentana, aveva anticipato su Facebook lo scoop del suo tg: “Se il governo – aveva scritto – nasconde il nome dei grandi debitori una parte della stampa ha deciso di comportarsi diversamente. Chi ci governa e chi sostiene il governo in parlamento sono liberi di farsi male da soli: ma a volte non si ravvisa il metodo di questa follia. Noi e tanti altri, e perfino il presidente dell’Abi, abbiamo chiesto che venissero ufficialmente rese pubbliche le liste dei maggiori debitori di Mps e delle altre banche messe nei guai dagli Npl (crediti deteriorati). Invece la Commissione Finanze del Senato ha bocciato tutti gli emendamenti che chiedevano la lista dei nomi dei grandi debitori delle banche in difficoltà e ha approvato la proposta di modifica del relatore che prevede una relazione in cui vengano indicati i profili di rischio ma non i nominativi dei soggetti insolventi. Come tgla7 – in mezzo a un clima di omertà e senza nessuna sponda negli istituti interessati – ci abbiamo lavorato per settimane e abbiamo già cominciato a fare alcuni nomi per la banca senese, e tutti i principali per la Popolare di Vicenza. Stasera facciamo il punto, e magari ci aggiungiamo la lista di Banca Marche”.
Altri dieci inadempienti:

Uno schiaffo, per l’ex rottamatore Matteo Renzi, i vertici del Pd, inclusi Gentiloni e i ministri hanno deciso che gli italiani devono pagare il crac di Monte Paschi di Siena e delle altre banche, ma senza sapere, senza aver il diritto di conoscere, i nomi dei debitori responsabili del buco. Fra le tante dichiarazioni rilasciate in queste ultime ore dai politici sull’amara vicenda delle Banche, qualcosa in più parrebbero contenere le uscite di Roberto Calderoli, in genere ben informato sui movimenti dei maneggioni di professione.

Un altro gruppo:

La bocciatura, ha detto l’ex ministro per la Semplificazione Normativa nel governo Berlusconi IV, è avvenuta in commissione Finanze al Senato, “con il mio emendamento al decreto ‘salva-risparmio’ – prosegue – chiedevo di derogare eccezionalmente alla legge 196/2003 sulla privacy ‘nei casi di ricapitalizzazione mediante intervento statale di qualsiasi istituto di credito operante sul territorio nazionale’ e di obbligare la Banca d’Italia e la Presidenza del Consiglio a pubblicare, sui propri siti istituzionali, ‘l’elenco dei debitori insolventi per i crediti concessi dai medesimi istituti‘ e di indicare ‘i nominativi delle persone fisiche e giuridiche insolventi per debiti superiori a 1 milione di euro’ e di indicare ‘i nominativi dei partiti politici e delle fondazioni e associazioni loro collegate, insolventi per debiti di qualsiasi importo”. Insomma, non c’è bisogno di fare particolari collegamenti, per Calderoli, fra gli insolventi potrebbero esserci anche partiti politici e movimenti a loro collegati. E che per questo si tenta di zittire la stampa. Dal cilindro delle banche potrebbe venire fuori qualcos’altro di inatteso.

Severo verdetto popolare per l’iniziativa “Moneta intera”?

Sonia Fenazzi tvsvizzera.it 9.6.18

Un uomo sta mettendo il cartello che indica l'entrata del seggio di voto.
Gli ingenti interessi finanziari in gioco nelle due proposte su cui vota il popolo svizzero il 10 giugno non sembrano mobilitare l’elettorato elvetico. L’affluenza alle urne si preannuncia inferiore alla media.

(Keystone)

Due quesiti che rappresentano somme miliardarie sono sottoposti domenica al voto degli svizzeri: un’iniziativa che, se accettata, rivoluzionerebbe il sistema monetario elvetico con probabili ripercussioni internazionali e una nuova legge che consentirebbe alla Confederazione di oscurare i siti web esteri di giochi d’azzardo.

Promossa da un gruppo di economisti, specialisti di finanza e imprenditori, l’iniziativa popolare “Per soldi a prova di crisi: emissione di moneta riservata alla Banca nazionale! (Iniziativa Moneta interaLink esterno)” è fermamente combattuta da governo, parlamento e tutti i partiti politici rappresentati alle Camere federali. Se fosse approvata nel voto popolare di domenica, per le banche svizzere significherebbe non poter più emettere moneta scritturale, ossia quel denaro che esiste unicamente nelle registrazioni contabili.

Le banche commerciali potrebbero dunque solo prestare denaro che è stato realmente messo in circolazione dalla Banca nazionale svizzera (BNS). Non potrebbero invece più concedere crediti non coperti da fondi propri equivalenti, iscrivendo semplicemente l’importo in un deposito a vista.

L’obiettivo dei promotori dell’iniziativa è di creare un sistema monetario più sicuro, al riparo da speculazioni e crisi finanziarie.

Sottolineando che il sistema proposto non esiste in nessun altro Paese al mondo, gli oppositori ritengono invece che per la Svizzera questa riforma radicale, senza precedenti, costituirebbe un esperimento ad alto rischio, con potenziali costi ingenti. Secondo il governo e il parlamento, così, si concentrerebbe un potere eccessivo nelle mani della BNS, esponendola a maggiori pressioni politiche.

Inoltre vi sarebbe il pericolo di una perdita di credibilità della politica finanziaria svizzera e di una limitazione delle attività delle banche, che indebolirebbe la piazza elvetica.

Gli argomenti degli oppositori sembrano aver convinto ampiamente l’elettorato. Nell’ultimo sondaggio rappresentativo condotto dall’istituto di ricerca gfs.bern per conto della Società svizzera di radiotelevisione (SSR), pubblicato la settimana scorsa, l’iniziativa non ha trovato scampo. Il 54% degli intervistati ha dichiarato che la boccerà.

videoeasyvote Moneta intera voto 10.6.18

video spiegazioni easyvote

video di easyvote con le spiegazioni sull’iniziativa “Moneta intera”

Scommessa quasi vinta per la legge sui giochi d’azzardo

Secondo il sondaggio, anche per la nuova Legge federale sui giochi in denaro (LGDLink esterno) il dado sembrerebbe tratto, ma in senso opposto. Il 58% degli intervistati ha infatti detto che approverà la normativa. Ciò nonostante, una sorpresa domenica non può essere esclusa in assoluto,  secondo i ricercatori del gfs.bern.

La nuova legge permetterebbe ai casinò svizzeri di offrire i loro giochi anche su internet e alle autorità elvetiche di fare bloccare l’accesso a tutte le piattaforme online di giochi in denaro senza una concessione della Confederazione. Approvata a larghissima maggioranza in parlamento, la LGD è stata combattuta con un referendum dalle sezioni giovanili di tutti i partiti rappresentati alle Camere federali, ad eccezione di quella del Partito popolare democratico (PPD, centro destra).

Le forze politiche giovanili, da destra a sinistra, sono unite in una lotta contro quella che definiscono “la censura di internet”. Per la loro generazione, la libertà di accesso e d’informazione sul web è un valore sacro. Nella campagna per il voto sono riusciti ad ottenere il sostegno del Partito liberale radicale (PLR, destra liberale) e del Partito borghese democratico (PBD, centro), i cui rappresentanti in parlamento avevano invece approvato la legge.

Secondo il governo e la maggioranza del parlamento, il blocco – praticato anche in altri Paesi, tra cui l’Italia e la Francia – è invece giustificato: esso risponde all’esigenza di un mercato dei giochi in denaro disciplinato e controllato dallo Stato, con la distribuzione dei proventi alle Assicurazioni vecchiaia e superstiti e invalidità e ad enti di utilità pubblica culturali, sociali e sportivi, conformemente al mandato costituzionale.

videoeasyvote LGD voto 10.06.2018

video spieagazioni easyvote.

video di easyvote con le spiegazioni sulla Legge sui giochi in denaro

Votazioni regionali e locali

Oltre che sui due quesiti a livello nazionale, in 14 cantoni domenica si tengono anche votazioni cantonali e nei Grigioni si svolgono le elezioni per il rinnovo del governo e del parlamentoLink esterno.

Tra i temi cantonali di rilevanza nazionale spicca il voto in Vallese su un credito di 100 milioni di franchi per la candidatura di Sion alle Olimpiadi invernali del 2026.

Di interesse nazionale è anche il voto di NidwaldoLink esterno, dove i cittadini devono decidere se avallare la richiesta del governo cantonale a quello federale di escludere la regione del Wellenberg dai siti in cui potrebbe essere costruito un deposito definitivo per le scorie radioattive. La Confederazione sta valutando dove è possibile realizzare un deposito in strati geologici profondi.

Grande attenzione attira il voto in otto comuni del Ticino sulla creazione del Parco nazionale del Locarnese, al confine con l’Italia. Se il progetto andasse in porto, sarebbe il primo parco nazionale nato attraverso la democrazia diretta. Inoltre sarebbe il primo passo verso un parco transfrontaliero, tramite la collaborazione con i comuni italiani confinanti che a loro volta creerebbero una zona protetta.

Fine della finestrella

 

Dalla fedeltà alla nazione alla “doppia fedeltà”

Massimiliano Vino lintellettualedissidente.it 9.6.18

Il paradigma dello scontro ideologico tra due concetti totalizzanti come l’idea di nazione comunista e quella democristiana può mettere in luce le controverse dinamiche della patria ideale e della ‘doppiezza’ nella storia d’Italia.

In principio era il regime fascista e il Partito Fascista, vale a dire la ragione ultima e il culmine della nazionalizzazione delle masse perseguita dal Risorgimento in avanti nella storia d’Italia. In principio era la progressiva negazione del concetto di nazione in nome di un concetto più ampio, meno limitato: il concetto di patria ideale. La patria ideale del fascismo era ovviamente il fascismo stesso. D’altra parte essere italiani diveniva sinonimo dell’essere fascisti. Ai soli fascisti veniva riconosciuta la pienezza dell’italianità laddove agi altri, agli italiani anti-fascisti o indifferenti, era comminata l’espulsione dalla comunità nazionale. Come sostenuto da Gentile, una tale sintesi avrebbe condizionato non solamente il sentimento nazionale italiano ma anche il modo con il quale i due più grandi partiti di massa post-fascisti, Democrazia Cristiana e Partito Comunista, avrebbero convogliato su di sé il concetto di italianità ed anti-italianità. Fu sotto il fascismo che una parte degli italiani cominciò a percepirsi come straniera in Patria, rinnegando i propri sentimenti di fedeltà e di lealtà verso lo Stato.

Mario-Sironi-LItalia-Grazie-Popolo-dItalia

La guerra costituì in effetti soltanto il momento più drammatico di questa spaccatura, laddove l’antifascismo la percepì prevalentemente come guerra fascista, anziché come guerra nazionale. Il concetto predominante divenne quello dell’anti-nazione, come se il ventennio costituisse una parentesi da rinnegare completamente. Nel 1946 Jemolo scrisse come, in conseguenza di questa scissione ideologica:

Si ama la propria patria desiderando vedere attuato in essa il regime che si crede migliore, e nei cui tratti agli occhi degli uni ha il primato la fede religiosa, agli occhi di altri l’ordine e la disciplina, di altri ancora la giustizia sociale e la protezione dei più umili.

La fede nella Patria ideale superava e rendeva superfluo qualsiasi attaccamento ad altre patrie. Una simile doppia fedeltà aveva in verità caratterizzato buona parte della storia unitaria italiana, almeno a partire dall’ostilità mazziniana allo Stato unitario di impianto sabaudo. Agli inizi del Novecento e soprattutto prima e durante la Prima Guerra Mondiale, un tale dualismo sembrava essere tramontato in luogo di un sincera adesione patriottica, dinanzi alla difesa dall’offensiva austro-tedesca. La fine del fascismo, portavoce ed erede, tra gli altri, anche del sentimento patriottico e militare successivo alla Grande Guerra, fece ritornare di moda l’ostilità verso la patria tradita, ad un livello mai visto prima. Dopo la guerra, era facile sentirsi più vicini ad uno straniero della medesima fede politica piuttosto che ad un qualunque nemico politico interno. La fine del fascismo segnò, altresì, la fine di un concetto di Stato etico spiritualmente pre-esistente al concetto stesso di nazione, superamento e completamento della stessa ed incarnato dal Partito e dal Duce. Ai valori assoluti propugnati dal fascismo seguirono i nuovi valori di un partito come il Partito Comunista.

Lo slittamento dalla fedeltà nazionale a quella ideologica lo si deduce, a livello simbolico, dal carattere spirituale e liturgico che accompagnava l’adesione al Partito di Togliatti. Il tesseramento comportava una serie di obblighi materiali e morali un giuramento di fedeltà ai principi del marxismo ed alla lotta delle masse. Figli di un’idea di disciplina e di sacrificio gramsciano grazie ai quali educare le masse, i comunisti giurarono fedeltà alla nazione, invertendo parte degli atteggiamenti anti-italiani manifestati nel corso dell’esperienza partigiana. Il 29 dicembre del 1945, nel corso del V congresso del PCI, Togliatti difese l’unità nazionale e la sua integrità, negando però nel 1948 qualsiasi sostegno ad un nuovo regime clerico-fascista di impianto democristiano ed atlantista. Italianità ed antifascismo si ritrovarono così a coincidere. E dato che il Partito comunista si percepì come diretto erede della lotta partigiana, ciò significava dare vita ad un pericoloso sillogismo: essere anticomunisti voleva dire tradire o insultare lo spirito della resistenza. Dunque essere contro il Partito comunista significa essere contro la Repubblica e contro la stessa Italia. Gli effetti sono tutt’oggi percepibili, laddove la narrativa comunista (o presunta tale) ha monopolizzato buona parte della storia della Resistenza. Tutto questo anche con effetti duraturi nella storiografia, dato che, come già avvenuto nel corso di altri momenti storicamente fondativi della Nazione, quale il Risorgimento o la Grande Guerra, a farla da padrone nel raccontare la storia italiana sono sempre gli sconfitti e non i vincitori.

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La Resistenza tradita ha molto in comune con il Risorgimento mancato o con la vittoria mutilata. D’altra parte non si può fare a meno di notare come il PCI tentasse di incarnare un concetto nazional-popolare, in cui la doppia fedeltà lasciava comunque spazio ad una sorta di sentire patriottico. L’esempio propagandistico della grande guerra patriottica condotta dall’Unione Sovietica di Stalin risultava emblematico agli occhi di Togliatti e dei dirigenti del partito: il cambio di paradigma dall’internazionalismo era stato piuttosto netto. Più internazionalista, in veste cattolica, fu invece il discorso dell’altra grande forza politica post-fascista italiana, la Democrazia Cristiana. Le stesse accuse rivolte dalla DC al Partito comunista, ovvero il problema della doppia lealtà, furono rivolte dai comunisti ai democristiani, accusati di tradire i veri interessi italiani in nome del capitalismo mondiale e americano. Lo scontro ideologico tra questi due partiti etici assumeva così i caratteri di un vero conflitto religioso, laddove anche nella Democrazia Cristiana il progetto da attuare trascendeva la semplice sfera politica, avvicinandosi a quella morale.

Da parte democristiana risulta altresì una visione meno esclusivista del problema della nazione, tanto da manifestarsi in una volontà di comprensione persino verso gli ex militanti della Repubblica sociale italiana. Tema centrale del rinnovato mito nazionale era l’unità religiosa degli italiani e il ruolo dell’Italia e di Roma come centro di una nuova civiltà cristiana europea. In tale ottica si comprendono le parole di De Gasperi, il quale spingeva per una armonizzazione dei valori nazionali italiani prima e dopo l’unità. Da tale unità che raccoglieva insieme cattolici, monarchici, liberali ed ex fascisti, dovevano essere esclusi i comunisti, responsabili, a detta di De Gasperi di aver tagliato il vincolo ombelicale che ci congiunge, noi generazioni del 1945-1946, alle altre generazioni della civiltà italiana e cristiana.

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L’eticità e la visione totalizzante dei due schieramenti impedirono qualsiasi avvicinamento. Una certa idea manichea della politica caricava di tutti i valori negativi il nemico e di tutti quelli positivi il proprio partito. Figliastri di tale concezione, gli italiani hanno visto così la propria Repubblica sorgere sulle ceneri di uno Stato nazionale incarnato dal fascismo e poi diviso a metà. La negazione e la demolizione dell’avversario, visto come nemico ideologico prima che come connazionale, sopravvive ancora oggi in occasione delle grandi feste nazionali italiane. Si pensi al distacco e all’indifferenza di una parte d’Italia verso l’anniversario dell’Unità nazionale o verso le celebrazioni per la vittoria nella Grande Guerra; o si pensi, dalla parte opposta, alle critiche costanti ed ambigue in coincidenza con il 25 aprile. La Repubblica Italiana sembra faticare ancora a trovare quella coesione nazionale che i padri del Risorgimento auspicavano per il nascente Stato unitario. Se in passato la doppia fedeltà era stata quella comunista o democristiana, oggi è la fedeltà europea a costituire talvolta, per alcuni, un elemento di negazione dell’appartenenza nazionale. La nuova dimensione politica europea sta consegnando alla storia un nuovo scontro, quello tra europeismo e sovranismo, per quanto entrambi dai caratteri ideologici non ancora definiti.

Il caso emblematico della Deutsche Bank

Paolo Raimondi sputniknews.com 9.6.18

La Deutsche Bank a Francoforte© AP Photo / Michael Probst

Parlare della situazione finanziaria della Deutsche Bank, la prima banca tedesca, sembra doveroso. Non tanto per ributtare oltralpe la palla dello scandalo e della polemica pretestuosa, ma per affrontare insieme una sfida difficile che tocca tutta l’Unione europea e l’intero sistema bancario e finanziario internazionale.

Dall’inizio dell’anno a oggi le azioni DB hanno perso oltre il 40% del loro valore. Certo, non per l’inaffidabilità del governo tedesco. Neanche per la decisione del management di operare una riduzione dell’organico di circa 10.000 dipendenti. E nemmeno per il recente abbassamento del rating fatto dall’americana Standard & Poor’s.

La vera ragione è negli effetti del fallimento provocato dalla conversione della banca da commerciale a banca d’investimento speculativo.

Ciò è stato candidamente ammesso da David Folkerts-Landau, l’economista capo della DB, che, in un’intervista al quotidiano economico Handelsblatt, ha affermato che dagli anni Novanta il management ha, di fatto, trasformato la banca in una specie di hedge fund speculativo di tipo anglosassone. A tutti i costi bisognava ottenere un rendimento del 25% sul capitale, “accettando di correre grossi rischi finanziari ed etici”.Fino alla fine degli anni ottanta la DB era stata la banca più impegnata nel sostegno ai grandi progetti industriali, poi, purtroppo, come hanno fatto tante altre banche, ha favorito il rischio e la speculazione rispetto all’economia reale.

Tra gli analisti indipendenti alcuni dicono che, se si collega la situazione emblematica della DB alla bolla globale del debito societario, si potrebbe essere vicini a una nuova crisi di liquidità, di enormi dimensioni.

Non è casuale il fatto che recentemente la Bce abbia richiesto che la banca faccia la simulazione di uno “scenario di crisi” per valutare i costi e gli effetti sistemici della repentina cessazione del reparto di investment banking. Quel reparto che opera in derivati e in altre operazioni finanziarie ad alto rischio sui mercati di Londra e di New York.

Indubbiamente la DB non è una “banchetta” qualsiasi e i suoi dirigenti si affannano a dimostrare che essa può contare, sulla carta, su alcuni elementi di garanzia, quali la notevole liquidità e un tasso di solidità, il cosiddetto CET1, pari a 13,4%, ben oltre i livelli richiesti dalla Bce. Com’è noto, esso misura l’ammontare del capitale versato con le attività a rischio.Tutto ciò è vero. Infatti, non è l’intera DB a rischio default, ma è la sua componente di banca d’affari a trascinare a fondo l’intero istituto. Da oltre tre anni essa registra consistenti perdite. Anche la cultura popolare sa che una mela guasta non rimossa può far marcire l’intero cesto!

Basta leggere il Rapporto annuale della Deutsche Bank del 2017. Fornisce due dati impressionanti: rispetto all’anno precedente, il 2017 ha visto perdite nel settore dei derivati pari a 124,1 miliardi di euro, mentre il valore nozionale totale dei derivati è salito da 42,9 a 48,3 trilioni di euro! E di questi quasi il 90% sarebbero i “famigerati derivati over the counter (otc)”, quelli negoziati fuori dei mercati regolamentati.

Per obiettività, comunque, non si può certo negare quanto sostengono i dirigenti attuali della DB. Secondo loro la banca è da qualche tempo oggetto di una “particolare attenzione” e anche di attacchi all’interno degli Stati Uniti, come se si volessero addebitare alla DB tutte le malefatte finanziarie perpetrate negli ultimi anni da tutte le banche “too big to fail”, in primis dalla Goldman Sachs, dalla JP Morgan, ecc.

Nel settembre 2016 il Wall Street Journal riportò che il Dipartimento di Giustizia americano aveva iniziato un procedimento legale contro la DB per ottenere il risarcimento di ben 14 miliardi di dollari con l’accusa di aver utilizzato dubbie ipoteche durante la grande crisi.Naturalmente simili notizie dovrebbero essere mantenute nel riserbo assoluto per evitare conseguenze sui mercati e per arrivare a possibili patteggiamenti. Nel caso specifico, dopo l’intervento da parte del governo tedesco, si convenne di far pagare alla DB circa la metà della somma.

Intanto l’immagine della banca era già stata fortemente compromessa, tanto che oggi si parla di una sua uscita dal mercato americano. Del resto anche la Federal Reserve nel 2017 ha avviato altre 4 azioni legali nei confronti della banca tedesca con multe per 200 milioni di dollari. Oggi, poi, la Fed rincara la dose e parla di “condizioni problematiche” in cui verserebbe la DB.

Se le pratiche delle grandi banche internazionali continuano a essere distorsive dei mercati, certamente il rischio di un’ulteriore crisi diventa più concreto.

E’ un problema globale che dovrebbe essere affrontato con urgenza, soprattutto dall’Europa.

“QUANDO KISSINGER MINACCIÒ DI MORTE ALDO MORO” BILDERBERG RESPONSABILE

politicamentescorretto.info 9.6.18

«Nel 1982, John Coleman, un ex agente dell’intelligence che poteva accedere a tutti gli stadi del potere e a tutte le carte segrete, rivelò che l’ex Presidente del Consiglio italiano Aldo Moro, «un alto esponente della Democrazia Cristiana, che si opponeva alla “crescita zero” e alle politiche di riduzione della popolazione [oltre che al signoraggio (Nota di Andrea Di Lenardo)], pianificate per il suo Paese, fu ucciso da killer gestiti dalla loggia massonica P2 [di Licio Gelli, amico di Henry A. Kissinger, membro del R.I.I.A. e del Gruppo Bilderberg (Nota di Andrea Di Lenardo)], allo scopo di piegare l’Italia ai voleri del “Club di Roma” e del Bilderberg, volti a deindustrializzare il Paese e a ridurne in modo considerevole la popolazione».

In La Cerchia dei Cospiratori1, Coleman afferma che le forze della globalizzazione volevano utilizzare l’Italia per destabilizzare il medio Oriente, il loro obiettivo principale.

«Moro progettava di dare stabilità all’Italia attraverso la piena occupazione e la pace industriale e politica, rafforzando l’opposizione cattolica al comunismo e facendo in modo che la destabilizzazione del Medio Oriente fosse più difficile da ottenere»2.

Coleman descrive con dovizia di particolari la sequenza di eventi che paralizzò l’Italia: il rapimento di Moro e la spietata esecuzione della sua scorta, da parte delle Brigate Rosse [collegate, almeno per quanto riguarda la figura di Franceschini, con i vertici dei Liberali al Parlamento Europeo, esattamente con un funzionario del Parlamento Europeo, amico di Gaetano Martino, di Antonio Martino (membro della P2) e del padre di Alessio Vinci, come provano le lettere originali di cui sono in possesso (Nota di Andrea Di Lenardo)], nella primavera del 1978 alla luce del giorno, e la sua successiva uccisione. Il 10 novembre 1982, in un’aula del tribunale di Roma, Corrado Guerzoni, un intimo amico della vittima, testimoniò che Aldo Moro – che è stato un leader politico per decenni – «fu minacciato da un agente del “Royal Institute for International Affaire” (RIIA), mentre era ancora ministro».

Coleman racconta che, durante il processo ai membri delle Brigate Rosse, «molti di loro testimoniarono di essere venuti a conoscenza dell’implicazione di un alto funzionario degli Stati Uniti nel pieno per uccidere Moro». Tra il giugno e il luglio del 1982, «la vedova di Aldo Moro testimoniò che l’omicidio di suo marito era stato il risultato di una serie di minacce alla sua vita, mosse da qualcuno, che lei definì una figura molto importante della politica degli Stati Uniti».

Quando il giudice le chiese se poteva dichiarare alla Corte cosa aveva detto precisamente questa persona, Eleonora Moro ripeté esattamente lo stesso concetto espresso da Guerzoni: «Se non cambi la tu alinea politica, la pagherai cara».

In una delle pagine più emozionanti del libro, Coleman scrive: «A Guerzoni, richiamato dal giudice, venne chiesto se era in grado di identificare la persona, di cui aveva parlato la signora Moro. Guerzoni rispose che si trattava di Henry Kissinger, come aveva già detto precedentemente».

Perché un importante uomo politico statunitense minaccia un leader di una nazione europea indipendente? La testimonianza sensazionale, e potenzialmente distruttiva delle relazioni tra Stati Uniti e Italia, di Guerzoni fu immediatamente diffusa da tutti i media dell’Europa occidentale, il 10 novembre 1982. curiosamente, nessun canale televisivo americano pose l’attenzione su quella notizia, anche se Kissinger venne condannato per complicità in omicidio. Ma questo silenzio non è poi tanto sorprendente, come capiremo meglio nella seconda parte del libro, quando parleremo del “Council [on (Nota di Andrea Di Lenardo)] Foreign Relations” [C.F.R. (Nota di Andrea Di Lenardo)]»3.

Fonte conoscenzaliberta

IL VIDEO… QUANDO KISSINGER MINACCIÒ DI MORTE ALDO MORO:

Fortunatamente ho buona memoria e ricordo che nel 2015 il M5S voleva interrogare Kissinger in parlamento sul caso Moro (a testimonianza di ciò che dico l’articolo I grillini vogliono Kissinger in Parlamento. «Ci dica la verità su Moro»). Bene, se qualcuno lo vuole interrogare in questo momento si trova a Torino in riunione con il Club Bilderberg, (riunione segreta di tipo massonico, vietate per legge in Italia) non so forse a qualche parlamentare, giudice, interessa? Non credo.

CONSOB-BANKITALIA: ACCORDO O AMMISSIONE DI COLPA?

 di: ELIO LANNUTTI lavocedellevoci.it

Banca d’Italia e Consob – con sospetto tempismo – avviano una collaborazione più stretta dopo i rilievi mossi dalla Commissione d’inchiesta sulle banche ad inizio anno, sotto forma dell’accordo quadro, “per la collaborazione e il coordinamento nell’esercizio delle funzioni di vigilanza e di risoluzione, con l’obiettivo di assicurare il miglior perseguimento delle rispettive finalità istituzionali, risultato del confronto che negli ultimi anni, si è sviluppato con crescente intensità”.

Parlare di strano tempismo è il minimo sindacale, vista la concomitanza dell’accordo in argomento con l’insediamento del nuovo Governo. Persino una commissione bicamerale di inchiesta (visti i tempi strettissimi in cui ha potuto operare, edulcorata peraltro nelle indagini e nelle risultanze da un Presidente dalla dubbia neutralità) ha riconosciuto le debolezze delle Authority di vigilanza e soprattutto le carenze sinergiche e di dialogo tra le stesse, la tecnica dello scaricabarile tra autorità, salvo poi riconoscere l’esistenza quantomeno di “protocolli perfettibili” tra le stesse (copyright Carmelo Barbagallo).

  Dal comunicato stampa e dalle poche pagine dell’accordo sottoscritto oggi, si può evincere che sin dal 2007-2008-2009, non solo vi erano protocolli contemplanti il dialogo da porre in essere tra Authority, ma addirittura era sancita l’esistenza dei Comitati  Strategico e Tecnico, mai citati nelle varie audizioni in Commissione di inchiesta.

Non è infatti tollerabile che un disastro epocale come quello causato dai vari crac bancari degli ultimi anni (che hanno bruciato decine di miliardi di risparmio privato, peraltro garantito dalla Costituzione),  reso possibile o quantomeno non impedito anche da una “vigilanza inefficace” (questa in sostanza la sentenza della relazione della maggioranza della commissione banche), venga accantonato senza che emergano con tutta evidenza le varie responsabilità, sia a livello di manager bancari infedeli e/o scorretti, ma anche e di controlli centrali indubbiamente non presidianti, distratti, sonnolenti e forse conniventi.

Troppo facile oggi – dopo i disastri provocati –  annunciare con squilli di trombe un accordo tra Authority volto al “miglior perseguimento delle finalità di salvaguardia i) delle fiducia nel sistema finanziario, ii) tutela degli investitori, iii) contenimento del rischio sistemico e buon funzionamento del sistema finanziario, iv) competitività del sistema finanziario”. Spesso si è data la colpa anche ai provvedimenti voluti dall’Europa; ma a ben vedere, dai richiami nelle premesse dell’accordo sottoscritto, gli stessi risalgono al 2013 e 2014. Come mai allora si arriva a questo accordo quadro solo adesso, a giugno del 2018, a due giorni dalla fiducia del nuovo Governo ?

 I risparmiatori traditi, le 500.000 vittime di questo sistema funzionante a corrente alternata, chiedono al governo di accertare in primis le colpe dei distratte vigilanti, le porte girevoli dei massimi dirigenti della Banca d’Italia assoldati dalle banche, i doverosi risarcimenti da imputare certamente ai bancarottieri, ma in egual misura ai massimi dirigenti di Bankitalia e Consob, che confessano le loro pesanti responsabilità con la tardiva sottoscrizione di un accordo il quale, se stipulato in tempo, avrebbe attenuato o impedito tragedie annunciate di risparmio tradito.

GIALLO UNIPOL SAI / RINVIO A GIUDIZIO, ARRIVA LA DECISIONE

lavocedellevoci.it 7.6.18

di: PAOLO SPIGA

Rush finale alla procura di Torino. Entro un paio di settimane il pm Marco Gianoglio scioglierà la riserva sul maxi caso Unipol-Sai, che va ormai avanti da quasi quattro anni. A fine giugno, infatti, deciderà se archiviare il fascicolo oppure notificare agli imputati l’avviso di “chiusura indagini”, il passo preliminare che poi porta alla richiesta di rinvio a giudizio.

I rumors che filtrano da palazzo di giustizia sono decisamente a favore della richiesta di rinvio, vista la mole di elementi probatori e la massa di documenti raccolti da Gianoglio in questi anni (compresi due anni e mezzo di intercettazioni telefoniche, dal 2014 a metà 2016), e vista anche la ponderosa perizia redatta da due consulenti tecnici, Enrico Stati e Fabrizio Dezani, protrattasi per quasi due anni e da un paio di mesi al vaglio del pm.

Pesante il capo d’accusa – aggiotaggio – a carico del numero uno di Unipol-Sai, Carlo Cimbri, e di una decina di altri indagati, tra i quali Roberto Giay, all’epoca amministratore delegato di Premafin Finanziaria; Fabio Cerchiai, ex presidente del consiglio d’amministrazione di Milano Assicurazioni (la controllata di Fondiaria Sai), Vanes Galanti, ex vertice del cda di Unipol Assicurazioni.

Al centro dell’inchiesta la più che sospetta fusione tra l’allora colosso delle polizze che faceva capo alla famiglia Ligresti e la rampante compagnia rossa (sic): un’operazione da Guinness dei primati visto che le dimensioni di Fondiaria Sai erano di 5 volte maggiori rispetto ad Unipol: come se una rana inghiottisse una gallina.

Carlo Cimbri

In quel frangente il gruppo Ligresti navigava in cattive acque, con un forte indebitamento verso le banche. E forse proprio per questo i colossi del credito, a cominciare da Mediobanca passando per Unicredit, hanno visto di buon occhio il matrimonio.

Ma sotto la lente degli inquirenti sono finiti tutti i momenti del complesso e ‘pericoloso’ passaggio. Il perno sul quale si basano le ipotesi accusatorie è quello di “aver falsato il valore di concambio delle azioni a favore di Unipol”, in questo modo alterando pesantemente il mercato e ingannato chi investiva in Borsa.

A questo punto i riflettori si accendono anche sulle banche che hanno chiuso gli occhi, ma soprattutto su coloro i quali sono istituzionalmente preposti a vigilare sulla trasparenza di simili manovre, Consb e Isvap, ossia gli organismi creati apposta per accendere i riflettori sulle operazioni in campo finanziario e assicurativo. Sia Consob che Isvap, invece, hanno dormito sonni più che profondi.

Commenta un avvocato torinese: “Se si apriranno le porte del processo, dopo la richiesta di rinvio a giudizio e l’accoglimento da parte del gup, ne vedremo delle belle, con un dibattimento al quale prenderà parte la crema dei banchieri e dei cosiddetti controllori. Forse anche qualche politico. Si preannuncia un autunno di fuoco”.

Perché i mercati sono attendisti sull’Italia

di Gianfranco Polillo startmag.it 9.6.18

Il Taccuino di Polillo fra politica e mercati con un occhio ai rapporti fra governo italiano e Unione europea

Giornata complicata per la Borsa italiana, che si trova tuttavia in cattiva compagnia. Maglia nera in Europa rispetto ad un cedimento più generale, seppur più contenuto. Due i fattori di carattere sistemico che preoccupano. Il dossier sui dazi, oggi in discussione nel G7 canadese, che vede gli Stati Uniti fin troppo distanti dalle richieste europee. Le attese per la riunione del board della Bce in cui dovrebbero essere indicate le date del possibile rientro dal quantitative easing. Quelle misure – il cosiddetto bazooka di Mario Draghi – che hanno permesso a tutti (Stati, banche, famiglie ed imprese) di finanziarsi a tassi agevolati.

L’eventuale rientro avrà effetti immediati sugli spread – quelli relativi ai titoli italiani viaggiano intorno ai 270/280 punti base – per poi diffondersi attraverso l’euribor sulle banche e quindi sulle imprese. Ma le stesse famiglie, che hanno contratto mutui a tassi variabili, dovranno pagar pegno. Questa preoccupazione, che alimenta le vendite del debito sovrano di tutti i Paesi, spiega un generale rialzo di tutti gli spread. Uniche eccezioni: il Portogallo, la Danimarca e l’Austria. Non ne è esente nemmeno il bund tedesco che quota intorno a 0,45, dopo aver toccato, nei giorni precedenti, 0,52.

L’Italia, purtroppo, resta il vaso di coccio. Dal giorno del voto di fiducia in Senato, la sua performance è stata la peggiore. Niente di drammatico, per carità: con una caduta del Ftse-mib (fino a giovedì) dell’1,7 per cento, mentre le principali borse europee chiudevano in pareggio o in attivo. Significativo, tuttavia, il confronto con Madrid. Che dopo la rapida soluzione della crisi di governo, con il cambio della guardia a favore di Pedro Sanchez, registra un incremento vicino all’1 per cento.

Per non parlare del rapporto con gli spread che penalizza notevolmente l’Italia: da una tradizionale differenza di 50 punti base, si passa agli oltre 150 delle ultime sedute. C’è quindi qualcosa di specifico che, pur nel buio dell’Eurozona, caratterizza la situazione italiana e spinge gli investitori a tirare i remi in barca.

La sensazione è che il “contratto per il governo del cambiamento” abbia più spaventato, che convinto. Non tanto per i propositi colà enunciati, quanto per la loro indeterminatezza. Temi come la flat tax, il reddito di cittadinanza o le modifiche alla legge Fornero hanno pieno diritto di cittadinanza nella cultura europea.

Il problema è capirne la dimensione in sede di attuazione per poi – ma solo dopo – verificarne gli oneri. E quindi indicare i mezzi di copertura. Lasciare invece tutto nel vago, mentre si tentavano “impossibili” valutazioni quantitative, ha creato confusione. Tanto più che venivano enunciati, fin dall’inizio, propositi di aumentare debito e deficit anche oltre le colonne d’Ercole previste dai Trattati. Sebbene Francia e Spagna, senza sbandierare, per anni, hanno fatto altrettanto.

Il rapporto con l’Europa rimane, quindi, problematico. L’Italia ha a disposizione strumenti tecnici necessari per intervenire nella discussione. Deve solo saperli utilizzare senza gridare “al lupo”. Finora si sono perse molte occasione ed altre se ne perderanno se si pensa che il ricorso alla voce grossa possa spaventare.

L’unico risultato che si ottiene – questo sì – è mettere in allarme i mercati. Che si comportano come farebbe qualsiasi creditore nei confronti di un debitore che rischia di essere insolvente. Né convincono le sole argomentazioni giuridiche, pure tirate in campo.

E’ vero, infatti, che l’articolo 3 della Costituzione europea stabilisce che “l’Unione si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi; su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva che mira alla piena occupazione e al progresso sociale” che “promuove la coesione economica sociale territoriale e la solidarietà fra gli Stati membri”. E che, al contrario, la realtà fattuale è completamente all’opposto: segnata com’è da una profonda asimmetria tra Paesi forti e Paesi deboli.

Quindi la recriminazione sulla differenza tra ciò doveva essere ed invece non è stato è più che giustificata. Si deve, tuttavia, tener conto del fatto che difficilmente le norme costituzionali sono “precettive”. Esse hanno al contrario, come riconoscono i costituzionalisti, un contenuto programmatico, la cui attuazione richiede altri interventi. Come mostra il fatto che molti articoli della Costituzione italiana, a distanza di 70 anni, non hanno ancora avuto la necessaria attuazione.

Come colmare questa lacuna? Nel caso dell’Europa non contano tanto i successivi provvedimenti legislativi. Sono naturalmente importanti. Ma ancora più importanti sono i processi reali. Ed è qui che si apre un nuovo problema. Chi deve metterli in atto? I tedeschi, ad esempio, ritengono che ogni processo di condivisione del rischio deve essere accompagnato da provvedimenti interni a ciascun Paese nel segno di una maggiore responsabilizzazione. La retorica dei “compiti a casa”: cavallo di battaglia del Governo Monti.

Altri puntano invece il dito sulla necessità di un gioco cooperativo, senza il quale gli stessi “compiti a casa” non portano al sospirato superamento dell’esame. Come si vede la matassa è piuttosto intricata. Pensare di prendere le forbici per tagliare questo nodo gordiano è solo una grande illusione.

L’editore del Foglio ha criticato il Foglio sul governo

il post.it 9.6.18

Il proprietario Valter Mainetti ha scritto una lettera dicendo che bisogna dare maggiore credito a Conte, verso il quale la testata è molto critica

Sul Foglio di oggi, in prima pagina, c’è una lettera di Valter Mainetti, presidente di Sorgente Group e proprietario della testata, nella quale critica la linea editoriale ostile tenuta finora dal giornale nei confronti del governo Conte. Mainetti invita a dare credito al nuovo esecutivo, suggerendo di evitare di mettersi «strenuamente di traverso», e definisce «insignificante» l’opposizione. Ammette poi che nel “contratto di governo” di Lega e Movimento 5 Stelle ci siano degli elementi che definisce «pericolosi», ma auspica che porti comunque a un cambiamento nelle «gerarchie di potere del paese», prendendo atto della «inefficacia degli ultimi governi nel rispondere alle richieste dei cittadini».

Non si placa il forcing della maggior parte dei media italiani e soprattutto esteri contro il governo Conte. Dopo il giuramento al Quirinale del nuovo premier e dei suoi ministri ci si aspettava una tregua. Invece salgono di livello le critiche e gli sberleffi, come se l’esecutivo Lega-M5s sia destinato a frangersi entro poco tempo. Lasciando molti poteri e poltrone intatti. E ciò si spiega con la consorteria di interessi che unisce una parte della “vecchia’’ politica, la burocrazia finanziario-amministrativa e alcuni media. Li guida la convinzione che continuando a screditare il nuovo governo se ne acceleri la fine. E lo controprova la stessa bagarre, suscitata alla Camera nel corso del dibattito sulla fiducia, dalle parole del premier, che si riferivano al conflitto d’interesse. “Ciascuno ha un piccolo conflitto di interessi da risolvere’’ ha osato dire, cogliendo nel segno, anche se poi si è affrettato a scusarsi di non aver voluto accusare alcuno.

Chi si mette così strenuamente di traverso al radicale cambiamento di metodo e di obiettivi del governo Cinque stelle-Lega sembra però ignorare che un’alternativa a medio termine è quasi impossibile. Dato che l’opposizione attuale, Pd e Forza Italia, appare sempre più destinata a essere insignificante, sia nei numeri che nei contenuti. Un declino che diventa anche un inaspettato collante per la maggioranza che sostiene il governo Conte. E più la maggioranza è ampia e unita, come hanno dimostrato i voti di fiducia al Senato e alla Camera, più le elezioni si allontanano, più si prospetta una stagione ben difficile per quel sottobosco burocratico, finora vero potere e piaga di questo paese, che imprenditori e cittadini subiscono da tempo.

Continua a leggere la lettera sul Foglio

Il direttore del Foglio Claudio Cerasa ha risposto a Mainetti, mantenendo le proprie posizioni ma dicendosi sempre disposto ad ospitare le opinioni critiche dell’editore.

Valter Mainetti ha le sue idee, il Foglio ha le sue. Al proprietario della nostra testata piace il governo e dispiace l’opposizione, il rumore che giudica aggressivo dei media. A noi dispiace il governo e piace l’opposizione che ancora non c’è, magari senza indulgere a stupidaggini, con il senso di un’alternativa che va cercata e non è scontato trovare. Ovviamente rispettiamo le idee di Valter Mainetti, che è libero di esprimere qui quando vuole, e lui ha sempre rispettato le nostre, la nostra storia, la nostra identità corsara, liberale, eccentrica, sempre aperta al pluralismo degli interventi e delle opinioni, mai incerta sulla necessità di dire le cose come le pensiamo. Non siamo i primi e non saremo gli ultimi a registrare un dissenso, e a considerarlo parte del gioco. Sarebbe facile e conformista dire che i nostri padroni sono i lettori. No. Chi rischia capitali per tenere insieme la baracca è il professor Mainetti. È padrone di una comunità di ribelli disciplinati, che non hanno bisogno di provocare perché ciascuno si considera da sempre dipendente di un editore e padrone di se stesso.