RISCHIO ITALIA/ “Usiamo l’oro per abbattere lo spread”

Secondo MARIO DEAGLIO non si tratta di vendere le riserve auree, ma di intitolarle su un conto presso il Fmi da utilizzare per acquistare i nostri titoli nei momenti difficili

La sede della Bce (LaPresse)La sede della Bce (LaPresse)

Lo spread che è risalito in area 270; i titoli di Stato italiani a breve più rischiosi di quelli greci; la Bce che giovedì prossimo annuncerà la fine del Quantitative easing a dicembre 2018: tutte notizie non positive per l’Italia e i conti pubblici. Ma quanto è reale il nostro rischio-Paese? E che cosa dobbiamo fare per tamponare questa percezione e far fronte all’imminente abbandono delle politiche monetarie accomodanti della Banca centrale europea? Le risposte dell’economista Mario Deaglio sono nette: “Dobbiamo evitare dichiarazioni in allegria che i mercati valutano con ben altra attenzione. E dopo il Qe potremmo usare l’oro per limare le punte dello spread”.

Balzo dello spread, titoli di Stato italiani a breve meno affidabili di quelli della Grecia, capitali esteri in fuga. Quanto è realmente elevato il rischio-Italia sui mercati?

Il rischio-Italia è oggi una variante leggermente più grave di un generale rischio mercati. In queste settimane abbiamo assistito a una forte variabilità delle quotazioni e l’Italia è solo il focus di una paura che aleggia a livello mondiale. Basti pensare a Trump che abbandona il G-7 o alle tensioni con la Cina e con la Corea del Nord, tutte variabili potenzialmente pericolose. È il mondo che non dorme tranquillo, e noi abbiamo qualche motivo in più per essere insonni.

C’entra anche il nuovo governo giallo-verde, accolto dai mercati con poco entusiasmo?

Dire con poco entusiasmo è un bel eufemismo. Il governo Lega-M5s è stato accolto con preoccupazione, che non è ancora panico.

Come, allora, non cadere nel panico?

Paradossalmente potrebbe essere d’aiuto il fatto che il nuovo governo non facesse nulla, se non mettersi a studiare le dinamiche dei mercati, evitando con continue dichiarazioni in allegria di pontificare su cose che all’estero sono valutate con ben altra attenzione. I politici facciano le ferie dalla politica gridata. Meglio lasciar andare un’economia abbastanza ben avviata, che inizia a mandare segnali, ancorché deboli, di ripresa anche dell’edilizia, finora rimasta praticamente immobile.

Il ministro Savona ha dichiarato: “mercato comune ed euro sono pilastri Ue da rafforzare al servizio dei cittadini”. Può essere l’inizio di un cambio di passo?

Non ho sufficienti indizi per capire se queste parole sono frutto dell’iniziativa personale del ministro Savona o se sono state coordinate con il governo, ma di certo vanno nella giusta direzione, sono parole assolutamente condivisibili. Comunque Savona non è sicuramente una persona che metterebbe a soqquadro le istituzioni europee e l’euro, ma è il profilo giusto per poter introdurre i cambiamenti tecnici necessari, perché è uno dei pochi che li conosce bene.

Il ministro delle finanze tedesco, Olaf Scholz, non ha invece esitato a ricordarci che “l’Italia deve risolvere da sé il problema del debito pubblico”. Significa che la Germania non concederà sponde per eventuali politiche di condivisione dei rischi?

Probabilmente è così. Ma quando si parla della Germania e delle sue posizioni europee ci si dimentica a volte di ricordare che i tedeschi vivono una situazione finanziaria difficile.

Un’affermazione sorprendente…

Sì, ma non diventa più tale visto che parliamo del caso Deutsche Bank, la principale banca tedesca, che ha in pancia un’enorme quantità di titoli derivati e un suo fallimento, che al momento non è comunque all’orizzonte, disordinato avrebbe conseguenze tali da tirar giù l’intera costruzione europea. Recentemente sono stati annunciati ingenti tagli di personale e sono ben quattro gli amministratori delegati che si sono avvicendati negli ultimi anni alla sua guida. Per i tedeschi è un problema intrattabile, e a onor del vero non lo nascondono, anche se non lo enfatizzano. Sono anni che cercano una soluzione, ma è difficile e questo li rende nervosi, specie quando si parla di condivisione dei rischi.

Giovedì prossimo, nella riunione a Riga, la Bce dovrebbe annunciare la fine del Qe a dicembre 2018. Cosa succederà quando si chiuderà l’ombrello di Draghi? Arriveremo impreparati, esposti alle intemperie dei mercati?

Questa scadenza sarà un punto che deve rimanere ben fisso nel nostro orizzonte. Anche se molto probabilmente la Bce non venderà i titoli che ha acquistato, ma li rinnoverà, tenendo aperto un piccolo spiraglio per affrontare le emergenze. Cioè da supporto strategico diventerà tattico, utilizzabile in caso di bisogno. Quindi non ci dovrebbero essere conseguenze distruttive, ma ogni Paese dovrà trovare il suo equilibrio.

In questo scenario l’Italia è in una posizione delicata a causa del suo enorme debito. Cosa può fare nel breve?

Nel breve non è facile. Ma potrebbe utilizzare il suo oro.

Deve vendere le riserve auree?

Nessuno vuole venderle. Ma partiamo da due dati. Primo: l’Italia è tra i maggiori possessori di oro, visto che più di noi ne dispongono solo Stati Uniti, Germania e Fmi. Secondo: questo oro è a bilancio a 45 dollari l’oncia, quando oggi il valore è pari a 1.300 dollari l’oncia.

Dunque?

Intanto va premesso che non è possibile sfruttare questa rivalutazione per abbattere il debito, possibilità che non è stata concessa a nessun Paese. Ma l’oro può essere dato in garanzia per aprire linee di credito presso il Fondo monetario con cui poter fare quello che fa adesso la Bce con il Quantitative easing. Si intitola su un conto del Fmi parte delle riserve auree, che poi possono essere spese, entro certi limiti, per spuntare le oscillazioni brusche dello spread. Questa materializzazione finanziaria non sarebbe da utilizzare sempre, ma solo in certi frangenti, perché qualora il mercato tornasse a voler acquistare il nostro debito, saremmo noi a rivendere i titoli pubblici già comprati con il nostro oro. È una possibilità di cui si parla poco, ma che potrebbe essere utile nel breve per ridurre le punte dello spread, spendendo poco per il pagamento di questo conto presso il Fmi.

(Marco Biscella)