SPY FINANZA/ Qualcuno vuole consegnarci alla Troika

Qualcuno potrebbe essere interessato a indurre l’Italia a una ristrutturazione anche parziale del proprio debito pubblico, aprendo di fatto la strada alla Troika. MAURO BOTTARELLI

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Borsa giù. Spread sopra quota 270. Addirittura, il Corriere della Sera che lancia l’allarme: sul titolo di Stato a 9 mesi, il debito greco è ritenuto più solido del nostro, visti i rendimenti registrati giovedì in chiusura di contrattazioni. Cazzate. Scusate il termine ma ci vuole: un’idiozia simile solo il quotidiano della borghesia illuminata (e parecchio scornata dal risultato elettorale del 4 marzo) poteva scriverlo, perché solo un idiota può fidarsi più del debito di Atene che del nostro. Non fosse altro che per una ragione: la Grecia è pressoché fallita tre volte, con somma gioia della speculazione e dei presunti creditori e ha combinato un mezzo disastro nell’eurozona. Stante solo le detenzioni di debito italiano delle banche francesi, belghe, tedesche e spagnole, se succedesse anche soltanto un minimo evento di credito nei confronti di Roma, le conseguenze sarebbe ingestibili. Certo, a meno che prima di quell’atto, chi di dovere non fosse così intelligente da scaricare ciò che ha: ma lo farà, con la Bce front-run sia sugli acquisti che sulle vendite, in questo secondo caso in modalità scaccia-speculazione? 

Perché la questione è sempre la stessa: tutto dipende da cosa decideranno Fed e Bce nei rispettivi meeting la prossima settimana, il resto sono solo chiacchiere buone per i salotti di via Solferino. Pensate a una cosa: per preservare una moneta, si tende a legarla a un asset dal valore riconosciuto universalmente e a prova di crisi, vedi l’oro. Un debito, invece, a cosa lo leghi? Alla ricchezza, agli assets del Paese che quel debito deve non solo gestirlo ma, soprattutto, onorarlo. E l’Italia può contare su qualcosa come circa 3500 miliardi di ricchezza privata: direi che è un’assicurazione sulla vita non male, un qualcosa che dovrebbe far riflettere chiunque abbia cattive intenzioni nei nostri confronti. Ma ci sono altre criticità, quelle vere. Quelle che la stampa da sempre a braccetto con la finanza e le banche che siedono nei Cda, come ad esempio il Corriere, non può dirvi. Ovvero che quella ricchezza può essere contemporaneamente assicurazione sulla vita ma anche liability di un Paese come il nostro, dai fondamentali macro tutt’altro che solidi e dalla solidità politica pari a un wafer: qualcuno, infatti, potrebbe volerla cannibalizzare quella ricchezza. O, peggio, colonizzarla. 

Cosa vi ho detto per mesi, quando vi rendicontavo riguardo la strana fretta della Bundesbank di rimpatriare il suo oro fisico stoccato all’estero? Che qualcosa di grosso era in gestazione. O in arrivo, magari come shock esterno. Ed eccoci all’oggi, un tutti contro tutti globale che si sta sostanziando in queste ore nel fallimento annunciato del G7 canadese e nel gioco delle parti in atto: notate come Donald Trump abbia aperto al ritorno della Russia nel simposio dei grandi, decisione subito spalleggiata dall’Italia, ma come Mosca, contemporaneamente, abbia risposto con freddezza, parlando di “altre prospettive”? È un’enorme partita a scacchi, intervallata da una di poker: Washington punta su Roma per spaccare l’Ue, Mosca su Berlino per tenerla insieme. In mezzo, la Francia doppiogiochista del ventriloquo Macron come battitore (semi)libero. E, guarda caso, Donald Trump con supremo sprezzo dei suoi partner lascerà il G7 a metà dei lavori, per raggiungere Singapore dove martedì incontrerà il leader coreano Kim Jong-un. 

Ovviamente, quei geni dei nostri media cos’hanno sottolineato? Se ne va prima che si parli di clima. Come se agli Usa fregasse qualcosa al riguardo. La questione è altra: se ne va perché ormai ha deciso di snobbare tutti e dare lui le carte, ma lo fa anche per dar vita, in maniera credibile, all’appuntamento talmente caricato di significati da oscurare la riunione della Fed. La quale, se per caso deciderà davvero di proseguire con la politica di rialzo dei tassi, invierà un segnale devastante ai mercati emergenti, già oggi in affanno per il finanziamento a caro prezzo dei loro debito pubblici/privati in dollari, vedi l’Argentina che si è consegnata mani e piedi a vita al Fmi, dopo aver accettato il prestito-record da 50 miliardi di dollari. Viviamo in un mondo che è un detonatore, ogni dove ci si gira, c’è un bottone pronto a far saltare tutto, se schiacciato nel momento sbagliato. Pensate alla Bce e al cosiddetto taper sul programma di stimolo. Nei giorni scorsi, almeno quattro membri del board hanno fatto capire che gli acquisti cesseranno come da accordi a fine settembre e, addirittura, qualcuno ha azzardato un primo aumento dei tassi entro metà 2019. Insomma, dalla riunione di Riga di giovedì, tutti di attendono un Mario Draghi che confermi le sue decisioni. 

Ma come reagirà il mercato, se fossimo davvero davanti a una partita di giro, a una recita a soggetto? Molto, quasi tutto, dipende paradossalmente dall’incontro fra Donald Trump e Kim Jong-un: se si tradurrà in un fallimento e lo spauracchio nucleare nordcoreano tornerà sul tavolo più forte e spaventoso di prima, non sarebbe una fortuna per chi ha necessità di un alibi “esterno” per proseguire con la cautela rispetto al ritiro degli stimoli? Magari con un compromesso: invece che il 30 settembre, si continuerà a comprare fino a fine anno, passando però da 30 miliardi di controvalore a 20. O, magari, a 15. Ma, almeno, si compra. Poco, molto meno, ma la formale difesa dello scudo Bce resterà, fino all’ultimo Bund disponibile all’acquisto, quantomeno. E poi, pensateci. Io capisco essere giornalisti attenti e scrupolosi, ma un titolo come quello del Corriere di ieri per un sorpasso frazionale del rendimento fra Bot a 9 mesi italiano sul pari durata greco, appare quantomeno tirato, se diamo un’occhiata alle criticità reali: insomma, siamo nell’ottica della trave e della pagliuzza. 

A meno che non serva cominciare a spargere un po’ di paura da troika nell’opinione pubblica e vendere la Grecia come risanata e il suo debito come un’occasione: forse, per il semplice fatto che la Bce potrebbe aver bisogno di ampliare la platea dei bond eligibili all’acquisto per allungare i tempi del Qe e fosse per questo pronta a rompere un nuovo tabù, dopo gli acquisti di debito corporate. Inserire cioè anche il debito greco fra quelli che godono dello schermo dell’Eurotower, solo per i pochi mesi che ci dividono dalla fine (solo formale) del Qe. 

Il problema, di fatto, sta tutto lì: le scelte delle Banche centrali, essendo esse gli unici soggetti attivi realmente sul mercato. In primis, relativamente al nostro debito, di cui la Bce è pressoché unico acquirente netto, alla faccia dell’attenzione spasmodica sullo spread. Il timore reale, a Francoforte, è solo uno e in questo caso l’attenzione prestata dal Corriere al riguardo, nel medesimo articolo, è tanto politicamente strumentale quanto giustissima nel merito: 38 miliardi hanno lasciato l’Italia nel mese di maggio, stando a quanto si evince dal bilancio di Target2. Soldi volati altrove per timore di instabilità politica, di patrimoniale, di rischio sul debito, di arrivo della Troika. Soprattutto, di controlli sul capitale, stile Cipro. E quest’ultima è una spirale autoalimentante che sta preoccupando molto la Bce: ovvero, l’idea che nei cittadini italiani, gli stessi “proprietari” di quei 3.500 miliardi di ricchezza privata che garantisce il nostro debito, de facto, possano aver paura di colpo per i propri risparmi e decidano di seguire l’esempio dei titolari di quei 38 miliardi, mettendosi in fila per ritirare – anche solo in parte – i propri averi. 

Disinvestendo Bot e Btp, cercando di smobilitare polizze assicurative anche pagando una penale, ma tutelando il grosso dell’investimento e del capitale, correndo alle Poste a chiedere lumi, visto che Cassa depositi e prestiti è sempre più soggetto attivo delle attenzioni di governo e venticelli romani dicono che la volontà reale dell’esecutivo sia quella di trasformarla in vera e propria banca. Con obblighi, anche di vigilanza e di attivi, che vengono da sé. Signori, occorre dirci la verità, il Paese è su un crinale e non relativo al suo default, ma al suo futuro economico, prima che politico, questo sì. Il rischio è la Troika, ovvero il fatto che qualcuno sia tentato di indurci a una ristrutturazione anche parziale del nostro debito, sfruttando i buchi nell’ormai meno impenetrabile scudo della Bce e delle tensioni palpabili a ogni livello, non solo sui mercati ma anche nei consessi internazionali. Basterebbe avere aiuto, anche solo parzialmente e per un limitato ammontare finalizzato a una destinazione d’uso precisa, dal fondo di garanzia Esm: a quel punto, l’arrivo della Troika, lo stesso stranamente paventato da Mario Monti durante il suo intervento nel dibattito al Senato prima del voto di fiducia al governo Conte, sarebbe automatico. Statutario. Non ce la leverebbe di torno nemmeno il Padre Eterno. 

E qualcuno interessato a questo epilogo, c’è. Molto potente. Sia in ambito Ue che altrove. Oltreoceano precisamente. Non a caso, da qualche settimana Washington ci coccola un po’ troppo, vedi la sviolinata filo-linea italiana sulla Russia tenuta da Trump al G7, non a caso spiazzante per Mosca. Siamo a un nuovo 1992, questa volta però con paradossalmente molte più debolezze e molte più quinte colonne del nemico nei posti apicali del sistema Italia. Politicamente, economicamente e finanziariamente. Chi detiene il nostro debito, chiedetevi questo. E chiedetevi quale sia il suo passaporto, di quale reale nazionalità. E chi avrebbe interesse a spolpare l’asset più goloso di questo nostro splendido ma disgraziato Paese, ovvero il sistema bancario che controlla tutto, politica in primis. Cosa vi ho detto la settimana scorsa, rispetto alle parole di Gunther Oettinger, il commissario Ue al Bilancio, quello che ci ha minacciato, dicendoci che saranno i mercati a insegnarci come votare bene? Che non dovevamo avere paura di questa idiozia strumentale, ma di quanto detto, a freddo, due giorni prima: «In caso di nuova crisi nell’eurozona, l’Italia è troppo grande per essere salvata dal fondo Esm». È vero, ma non serve salvarla, basta salvarne un pezzetto. Quello sostanziale, ovvero i suoi assets strategici e profittevoli. Per l’Europa delle élites finanziarie, il resto del Paese può poi tranquillamente andare in malora. 

Attenzione all’estate, il rischio di abbassare la guardia potrebbe essere mortale. Vi pare un caso che moltissime banche del Canton Ticino abbiano revocato le ferie a gran parte del personale per troppo lavoro, presente e atteso nell’immediato futuro? Tenete d’occhio come me il bilancio di Target2 e le conseguenti fughe di capitali dal Paese: sarà l’orologio che scandirà i tempi che ci dividono dal redde rationem. E, magicamente, tutte le tessere combaceranno. Vedrete, fidatevi di me.