Davide (Serra) contro Golia (Dalio)

http://www.itforum.it CLAUDIA SEGRE 21.2.18

Le recenti dichiarazioni di Davide Serra, CEO di Algebris Investments, che ha messo in guardia il miliardario Ray Dalio, leader della Bridgewater Associates, dal proseguire nella grande scommessa contro le banche italiane ha scatenato un acceso dibattito nelle sale operative.

Lo scontro verbale vede, da un lato, una delle più rappresentative società di gestione mondiale, un hedge fund che con i suoi 150 mld di dollari Usa gestiti (e 350 clienti) è sopravvissuta in oltre 40 anni di attività ad ogni tipo di crisi finanziaria e bancaria. Oggi è guidata da un quasi settantenne che ha sempre assicurato rendimenti superiore alle performance di mercato, creando un solido rapporto con una clientela affezionata e un modello di business del gestito pionieristico.

Tutto avviene in una sorta di campus nel Connecticut dove con oltre 1500 dipendenti, reclutati nelle migliori università del mondo Dalio, è stato il progenitore delle strategie complesse che hanno cambiato il volto dei fondi comuni di investimento con strategie quantitative innovative e quindi lanciando la società nel mondo degli hedge fund sempre in prima linea.

Davide SerraSerra quando Dalio lanciava la sua impresa aveva solo quattro anni. In 12 anni di attività indipendente con la sua società Algebris ha accumulato circa 12 mld di dollari Usa in gestione. La sua dichiarazione rilasciata alla TV di Bloomberg, secondo la quale l’esposizione di 22 mld di dollari Usa in una strategia ribassista contro le grandi corporates europee, includendo le banche italiane come Intesa, causerà forti perdite al concorrente Dalio si basa sulla considerazione che il processo di normalizzazione in atto da parte della BCE porterà all’avvio di un ciclo rialzista per i tassi benefico per le banco italiane.

Algebris ha puntato molto su UnicreditIntesa e Banco BPM in primis come principali beneficiari di un incremento dei margini. Inoltre vi ha puntato per piani industriali che forse, meglio di altri, hanno colto la sfida della rivoluzione del digitale nei servizi bancari e hanno dimostrato maggiore lungimiranza sulla gestione degli NPL.

Viviamo in un momento nel quale i guru degli anni ’80, come Soros e Dalio, devono venire a patti con una successione al vertice. Dal canto loro le banche europee hanno margini legati certamente alla consulenza, ma solo (e soltanto) se vi è la capacità da parte dei gestori di conciliare il pagamento delle commissioni di advisory con una continuità nelle performance.

Per quanto riguarda il listino italiano, dove quelle banche sono quotate, vediamo che da inizio anno mostra una delle migliori performance al mondo, impermeabile alle scadenze politiche, laddove però lunedì scorso ha chiuso come il peggior indice UE registrando la capitolazione del Credito Valtellinese (-60 % negli ultimi 4 mesi).

Un listino dove Ray Dalio e Davide Serra hanno incrociato le lame e si giocano le rispettive perrformance. L’impressione è che intanto i retail più accorti sembrano pronti a rientrare su una possibile correzione, che forse darà ulteriore adito al duello dei due guru, quello di ieri e quello di domani.

Foto Davide Serra © Algebris (UK) Ltd 

Davide Serra (Algebris) lancia un fondo per contrastare gli shock di mercato – (evito il commento personale per rispetto ed educazione)

 Citywire.it 5.6.18

Davide Serra (Algebris) lancia un fondo per contrastare gli shock di mercato

Algebris Investments, la società di gestione del risparmio guidata da Davide Serra, ha lanciato l’Algebris Tail Risk Fund. La strategie, che ha iniziato a trattare da inizio giugno, sarà supervisionata da Alberto Gallo, responsabile per le strategie macro.

“L’allentamento della politica monetaria da parte delle banche centrali ha portato a una ripresa economica, ma ha reso i mercati finanziari più fragili e binari. La mancanza di liquidità, la prolungata ricerca di rendimento e la proliferazione di strategie passive creano una situazione che aggrava i rischi di correzioni improvvise di mercato”, ha commentato Gallo.

Il fondo investirà in un portafoglio diversificato di coperture sugli attivi più fragili, identificando rischi macro a livello globale e implementando posizioni corte in tassi, credito, azioni, valute e materie prime, parzialmente finanziate da un portafoglio di posizioni lunghe speculative.

“Pensiamo che questa strategia offra vantaggi unici in termini di diversificazione per investitori con portafogli più tradizionali e long-only, rappresentando al tempo stesso un costo ridotto in condizioni di mercati stabili”, ha aggiungo Serra

La moneta intera non seduce gli svizzeri

Di Armando Mombelli tvsvizzera.it 10.6.2018

Moneta intera
Per i promotori dell’iniziativa, il sistema della “moneta intera” avrebbe permesso di ridurre i rischi di crisi finanziarie, come quella scoppiata 10 anni fa, che non ha risparmiato neppure la Svizzera.

(Keystone)

Lanciata per rendere più sicura la piazza finanziaria svizzera, l’iniziativa per una “Moneta intera” è apparsa come un esperimento troppo rischioso alla maggioranza dei votanti. Solo un quarto di loro hanno sostenuto questa riforma, senza precedenti, del sistema monetario.

La Svizzera non diventerà il primo paese al mondo a riformare in modo radicale il suo sistema monetario. Il 75% dei partecipanti alla votazione di questa domenica ha respinto l’iniziativa “Per soldi a prova di crisi: emissione di moneta riservata alla Banca nazionale! (Iniziativa Moneta intera)”, promossa da un gruppo di economisti, specialisti di finanza e imprenditori.

In base al testo, in futuro le banche commerciali avrebbero potuto prestare solo denaro messo realmente in circolazione dalla Banca nazionale svizzera (BNS). Non avrebbero invece più potuto creare “moneta dal nulla”, concedendo crediti non coperti da fondi propri equivalenti e iscrivendo semplicemente l’importo in un deposito a vista. La riforma mirava stabilizzare la piazza finanziaria, ponendola al riparo da eccessi speculativi e da nuove crisi sistemiche.

L’iniziativa era combattuta dal governo e da tutti i maggiori partiti, per i quali questa riforma – senza corrispettivi in nessun paese – avrebbe costituito un esperimento ad alto rischio, con potenziali costi ingenti. Il progetto avrebbe messo in gioco la credibilità della piazza finanziaria svizzera, limitato le attività delle banche commerciali ed esposto la BNS a maggiori pressioni politiche.

Per finire, il sistema della “moneta intera” è stato respinto in votazione non solo da una schiacciante maggioranza di votanti, ma anche da tutti i Cantoni. A Obvaldo, Nidvaldo e Svitto, oltre l’80% dei votanti ha bocciato l’iniziativa, che è riuscita a strappare più di un 40% di voti favorevoli soltanto nel Canton Ginevra.

Contenuto esterno

Risultati della votazione del 10 giugno 2018

Iniziativa moneta intera
RESPINTA
24.3% Maggioranza del popolo 75.7%
442’387
1’379’448NO
0 Necessaria anche la maggioranza dei Cantoni 23
Risultati della votazione del 10 giugno 2018

Esperimento kamikaze

Per il ministro delle finanze Ueli Maurer, il responso delle urne rappresenta una “prova di fiducia” del popolo nei confronti delle banche e del mondo politico. Il sistema finanziario funziona : “Non dobbiamo quindi assumerci dei rischi”, ha dichiarato Maurer. Il consigliere federale ha inoltre indicato che numerosi progetti politici sono stati avviati per rendere ancora più stabile la piazza finanziaria. “Gli svizzeri vogliono che il loro denaro sia al sicuro”.

Per gli oppositori all’iniziativa, il chiaro “no” al sistema della “moneta intera”, costituisce un inequivocabile sostegno al ruolo e all’indipendenza della BNS. La banca centrale non deve “diventare il giocattolo della politica”, scrive il comitato che si è battuto contro la riforma dell’ordinamento monetario. È evidente che “il popolo non vuole saperne nulla di un esperimento rischioso di politica monetaria”, ha dichiarato Olivier Feller, deputato del Partito liberale radicale e membro del comitato oppositore.

A detta di Thomas Matter, consigliere nazionale dell’Unione democratica di centro (UDC), il voto di questa domenica dimostra che l’elettorato “non vuole cambiare qualcosa che funziona”, dato che la valuta svizzera figura già oggi tra le più stabili al mondo. Matter si rallegra inoltre per il massiccio “no”, che ha superato addirittura le previsioni. A suo avviso, si tratta di un netto rifiuto di un “esperimento kamikaze”, in gran parte controllato e cofinanziato dall’estero.

 Troppi rischi, anche per la stampa svizzera

“La Svizzera non vuole sperimentazioni monetarie”, rileva la Neue Zürcher Zeitung dopo che il popolo elvetico ha nettamente respinto la l’iniziativa “Moneta intera”. Il motivo di questo rifiuto è semplice, secondo il quotidiano di Zurigo: “I promotori dell’iniziativa non sono stati in grado di spiegare quale problema volevano risolvere con la loro richiesta radicale”.

Anche agli occhi di Le Temps, gli svizzeri si sono rifiutati domenica di giocare agli “apprendisti stregoni”. Questo voto mette in evidenza i limiti della democrazia diretta, sostiene il giornale romando, per il quale l’iniziativa era, senza dubbio, “la più astrusa della storia”. “È la prova che un argomento troppo complesso non è in grado di innescare un vero e proprio dibattito popolare. Ed è ancora più difficile se non si gode di un sostegno politico minimo”.

Da parte sua, il Tages Anzeiger osserva che i promotori dell’iniziativa non sono riusciti a convincere i cittadini dell’obiettivo centrale del testo, vale a dire una migliore stabilità del sistema finanziario. “Alla fine, non era chiaro come l’attuazione dell’iniziativa avrebbe potuto proteggere il sistema finanziario dagli sviluppi che hanno portato, ad esempio, alla crisi finanziaria del 2008. Questo avrebbe comportato un importante cambiamento del sistema e molti nuovi rischi”, afferma il foglio zurighese.

Fine della finestrella

Anche il Partito socialista (PS) accoglie positivamente l’esito dello scrutinio, mettendo tuttavia in guardia il settore bancario. Il chiaro “no” del popolo non rappresenta “un salvacondotto per le banche e il mondo finanziario”. I problemi del sistema finanziario ed economico sono e rimangono una questione che tocca la popolazione e devono quindi essere affrontati, scrive il PS.

Campagna fuorviante

Molti degli stessi promotori dell’iniziativa non si facevano grandi illusioni sulle prospettive di successo alle urne del loro progetto. Così, alcuni di loro ritengono che il risultato di questa domenica possa già essere considerato “degno di stima”, dopo la massiccia campagna inscenata da partiti e organizzazioni economiche che si opponevano alla riforma monetaria.

“Siamo lieti di essere riusciti a convincere alcuni dei votanti”, ha dichiarato Raffael Wüthrich, membro del comitato promotore dell’iniziativa. A suo avviso, molti svizzeri si sono resi conto che la produzione di denaro da parte di banche commerciali private sta causando problemi e che “è necessario un cambiamento reale, non solo una politica di riduzione dei danni”.

I promotori continuano a denunciare aspramente anche gli interventi del Consiglio federale e della Banca nazionale, che hanno chiaramente preso posizione in vista del voto. Ai loro occhi, questa campagna politica è stata combattuta con mezzi sleali e, in particolare, con informazioni fuorvianti.

Ciononostante, secondo Raffael Wütrich, vi è da rallegrarsi per il fatto che l’iniziativa abbia permesso di aprire un grande dibattito tra la popolazione sul sistema monetario. Il comitato promotore intende quindi mantenere le pressioni sui politici, affinché il settore finanziario sia messo in futuro al servizio dell’economia reale – e non il contrario.

Creazione di debito e bolle speculative

I promotori dell’iniziativa erano partiti da una costatazione: oggi il denaro viene creato solo in piccola parte dalle banche centrali, che emettono banconote e monete metalliche – ossia “moneta intera”, mezzi di pagamento con base legale. In Svizzera, ad esempio, il denaro contante corrisponde a circa il 10% di tutta la massa monetaria circolante. Il resto viene emesso dalle banche commerciali, generalmente attraverso la concessione di crediti ad aziende, privati o altre banche.

Si parla in questo caso di “moneta scritturale”, una moneta che esiste solo nelle registrazioni contabili. Per fornire un credito, la banca non deve disporre di fondi propri equivalenti, basta che l’importo concesso venga iscritto in un deposito a vista. L’espansione della moneta scritturale ha contribuito alla crescita delle attività bancarie e di tutta l’economia, ma ha pure favorito la creazione di debito senza copertura reale, le bolle speculative e, non da ultimo, il moltiplicarsi delle crisi finanziarie.

L’iniziativa “Moneta intera” proponeva quindi di concedere solo alla BNS il diritto di emettere denaro – monete metalliche, banconote e, anche, moneta scritturale. In tal caso, le banche commerciali avrebbero potuto prestare soltanto denaro messo effettivamente in circolazione dalla banca centrale. Ciò avrebbe permesso di ridurre gli investimenti rischiosi e la piazza finanziaria sarebbe diventata più solida, affidabile e quindi concorrenziale. E anche i clienti delle banche avrebbero beneficiato di un sistema più trasparente e sicuro.

In base al testo, la BNS non avrebbe più riversato alla Confederazione e ai Cantoni solo l’utile netto annuale, ma avrebbe messo a disposizione della collettività anche gli utili derivanti dalla creazione di nuovo denaro, contante o elettronico: l’emissione di una banconota di 1000 franchi costa, ad esempio, solo pochi centesimi alla BNS. Questo denaro sarebbe stato distribuito, non gravato da debito o interessi, alla Confederazione, ai Cantoni o direttamente ai cittadini. Tenendo conto della crescita negli ultimi tempi della massa monetaria, era prevedibile un importo di 5 – 10 miliardi di franchi all’anno.

Pericoloso salto nel vuoto

L’iniziativa era combattuta dal governo, dalla stessa BNS e da tutti i maggiori partiti nazionali. Agli occhi del Consiglio federale, il sistema della moneta intera corrisponde a un salto nel vuoto, dato che nessun altro paese ha adottato un simile regime. L’attuazione dell’iniziativa avrebbe comportato una profonda riorganizzazione senza precedenti del sistema monetario e avrebbe esposto la Svizzera ad alti rischi e a costi potenzialmente elevati.

Le incertezze giuridiche legate alle conseguenze della riforma avrebbero pregiudicato la credibilità della politica finanziaria svizzera, che finora si è contraddistinta a livello internazionale per la stabilità delle sue condizioni quadro. La piazza finanziaria elvetica sarebbe quindi stata svantaggiata rispetto alla concorrenza, mettendo a repentaglio il futuro di molte banche e numerosi posti di lavoro.

Inoltre, la riforma avrebbe limitato notevolmente le attività commerciali delle banche: il divieto di emettere moneta scritturale avrebbe ridotto le risorse disponibili per la concessione di crediti, da cui gli istituti finanziari traggono una fonte di finanziamento stabile. Per compensare le perdite di redditività, le banche sarebbero state costrette ad imporre costi di gestione e commissioni più elevate alla clientela. Il calo del volume dei crediti avrebbe avuto conseguenze negative anche per le imprese e quindi per l’economia reale.

Sempre secondo il governo, l’iniziativa avrebbe infine ristretto l’indipendenza della BNS: l’istituto di emissione si sarebbe esporsto a forti pressioni politiche, se fosse stato costretto a partecipare regolarmente al finanziamento delle collettività, riversando loro ogni anno diversi miliardi di franchi. Con il nuovo regime, la banca centrale non sarebbe più stata libera di seguire una politica monetaria efficace – basata sui tassi d’interesse – per garantire la stabilità dei prezzi.

videoeasyvote Moneta intera voto 10.6.18

video spiegazioni easyvote

video di easyvote con le spiegazioni sull’iniziativa “Moneta intera”

L’Europa ci ripensa sul bail-in? Approfittiamone

Angelo Baglioni laviche.info 8.6.18

Eba ed Esma ammettono ora che il coinvolgimento dei risparmiatori nel bail-in può creare gravi problemi al sistema. Perciò propongono l’esenzione degli investitori al dettaglio. Il nostro governo dovrebbe fare tesoro del documento per trattare in Europa.

Il documento delle due autorità

Il 30 maggio, due autorità europee (European Banking Authority e European Securities Markets Authority) hanno emanato un importante documento, in cui ammettono che l’applicazione del bail-in agli investitori al dettaglio solleva seri problemi, e danno alle banche e alle autorità del settore precisi suggerimenti per evitare che gli stessi problemi si ripresentino in futuro. Purtroppo, si tratta appunto di suggerimenti. Le due autorità non hanno i poteri per imporli: per essere attuate, le loro indicazioni dovrebbero essere fatte proprie dalle banche e da altre autorità del settore, quelle di supervisione (Banca centrale europea e – per l’Italia – Banca d’Italia e Consob) e quelle di risoluzione (Single Resolution Board). Non solo, le indicazioni arrivano anche in ampio ritardo: se fossero state date, e messe in pratica, nella fase di introduzione della direttiva sul bail-in (Bank Recovery and Resolution Directive), cioè nel 2014-2015, si sarebbero evitati i danni che molti risparmiatori hanno subito.
Comunque, meglio tardi che mai. Vediamo dunque di che si tratta: i messaggi del documento sono sostanzialmente tre.
In Europa, le obbligazioni bancarie detenute dagli investitori al dettaglio sono ancora molte: 262 miliardi di euro, di cui 50 sono titoli subordinati, particolarmente rischiosi. La metà delle obbligazioni bancarie è concentrata in Italia (132 miliardi), di cui una ventina sono subordinati: siamo il paese nel quale l’eredità delle emissioni obbligazionarie del passato è di gran lunga più pesante, rispetto agli altri partner europei. Si potrebbe pensare che il problema si risolva da solo, man mano che le obbligazioni vanno in scadenza, ma è vero solo in parte. Lo stesso rapporto ci dice che la durata di questi titoli è piuttosto lunga: tra quattro anni, in Europa ve ne saranno in giro ancora 64 miliardi, di cui 25 subordinati. Va da sé che questi sono solo quelli già emessi oggi, andranno quindi aggiunti quelli di nuova emissione.

La disinformazione

Le due autorità lamentano che in troppi casi i risparmiatori non sono stati adeguatamente informati sui rischi dei titoli, in particolare quelli subordinati, violando le regole a protezione dei consumatori di servizi finanziari: a volte è stato lasciato intendere agli investitori che le obbligazioni fossero altrettanto sicure dei depositi, cosa ovviamente non vera. Sarebbe fin troppo facile dire: l’avevamo detto. Il documento chiede alle banche di informare gli investitori dei rischi in cui incorrono non solo nel momento in cui vendono un prodotto di investimento, ma anche dopo, se qualcosa di rilevante cambia nelle caratteristiche del prodotto (material change): questo è esattamente il caso dell’entrata in vigore del bail-in.
Le due autorità raccomandano che il principio, largamente disatteso in passato, venga applicato in futuro, anche per rispettare la direttiva Mifid II entrata in vigore all’inizio di quest’anno.

Esentare gli obbligazionsti dal bail-in

Le due autorità prendono atto che l’applicazione del bail-in agli investitori al dettaglio, soprattutto se poco informati, può essere destabilizzante, minacciando la fiducia nel sistema bancario. Da questa constatazione segue l’indicazione più innovativa del documento: le autorità chiamate ad applicare la Brrd dovrebbero seriamente considerare la possibilità (prevista dalla direttiva stessa) di esentare dal bail-in gli investitori al dettaglio in obbligazioni bancarie.
Per essere efficace, l’esenzione dovrebbe essere prevista nei cosiddetti “piani di risoluzione”, che sono una sorta di testamento in cui si delinea come dovrebbe essere gestita una situazione di crisi, tale da condurre potenzialmente al bail-in dei creditori. Il Srb (Single Resolution Board) sta predisponendo questi piani per ciascuna banca europea che rientra sotto il suo controllo (significativa). Si spera che Srb e autorità di risoluzione nazionale accolgano l’invito di Eba ed Esma. Per agevolare il loro compito, occorre che il nuovo requisito relativo alle passività da aggredire in caso di bail-in (Minimum Requirement on Eligible Liabilities) sia introdotto in modo coerente con il suggerimento delle due autorità: in pratica, venga soddisfatto mediante obbligazioni (subordinate e non-preferred senior) detenute da investitori istituzionali, oltreché con azioni (sulle linee di quanto suggerivamo in un altro articolo).

Un invito al governo

Se il nuovo governo pensa veramente di dare seguito al suo annuncio di volere tutelare il risparmio degli italiani (pag. 31 del contratto di governo), dovrebbe partire dal documento congiunto Eba-Esma e premere in sede europea affinché venga recepito e messo in pratica dalle altre autorità. Bisogna farlo in fretta, perché la definizione del requisito Mrel (Minimum Requirement on Eligible Liabilities) e dei piani di risoluzione è in fase avanzata. E bisogna farlo con competenza, uscendo dai proclami generici ed entrando nei dettagli tecnici, che sono quelli sui quali si gioca la partita in Europa.

BPVi e Veneto Banca, proposta “unitaria” per i soci di Riccardo Federico Rocca: al fondo contribuiscano anche Intesa e Bankitalia

Di Riccardo Federico Rocca vicenzapiu.com 10.6.18

Sono informato che il Governo è più che disponibile a un intervento a favore degli investitori nelle banche venete (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca) e però sollecita delle proposte che siano condivise dalle varie associazioni, per non trasformare in boomerang mediatico un intervento promesso e voluto. Associazioni che non riescono peraltro a mettersi d’accordo perchè ciascuna ha solo in mente i propri iscritti, e se c’è chi vorrebbe estendere il ristoro agli aderenti alla OPT vi sono altri che perorano la causa di chi ha ereditato le azioni dal nonno che le aveva acquistate il secolo scorso.

Mi permetto pertanto di inviare una breve nota con il mio pensiero, e magari suggerire lo spunto di sollecitare le varie associazioni a manifestare apertis verbis i propri desiderata, per un sereno confronto tra chi dovrebbe condividere un comune interesse.

  1. Il nostro attuale Governo intende meritoriamente porre rimedio alle molteplici distonie e gravi danni arrecati dai suoi predecessori, tra le quali la disastrosa gestione delle crisi bancarie e di quelle delleex banche popolari venete in particolare. La Politica ha, peraltro, necessità di soluzioni tecniche che il presente intervento vorrebbe contribuire a individuare.
  2. Il punto di partenza non può che essere ild.l. n. 99/2017,  provvedimento  che da un lato esprime una condivisibile preoccupazione per le gravi perdite per i creditori chirografari non professionali, dall’altro esclude dal compendio trasferito a Intesa Sanpaolo i debiti – e, in via selettiva, solo quelli – “delle Banche nei confronti dei propri azionisti e obbligazionisti subordinati derivanti dalle operazioni di commercializzazione di azioni o obbligazioni subordinate delle Banche o dalle violazioni della normativa sulla prestazione dei servizi di investimento riferite alle medesime azioni o obbligazioni subordinate”.
  3. Poiché i detti debiti – e non solo per comune sentire ma per accertamenti giudiziali in alcuni casi già definitivi – si sono generati anche per le deplorevoli  omissioni ai propri doveri da parte delle Pubbliche Autorità preposte alla vigilanza sulla regolare gestione degli istituti bancari, quali Banca d’ItaliaConsobProcura di Vicenza e Procura di Treviso, tale esclusione appare ictu oculi  davvero ingiusta e priva di qualsiasi motivazione giuridica, economica e morale.
  4. Infatti, tutti i restanti creditori, anche quando certo  coinvolti e/o finanche (cor)responsabili della situazione di dissesto,  quali le numerose società di consulenza strategica e finanziaria, gli studi legali, le società di revisione ecc. sono stati subito  soddisfatti al 100% e, soprattutto,  Intesa SanPaolo [ISP] è stata beneficiaria  di una impressionante elargizione di denaro pubblico. Regalia  priva di qualsiasi proporzione/relazione con i costi che si è assunta, e del tutto immotivata poiché  ISP ha rifiutato di farsi carico dei veri problemi –  rimasti pertanto aperti   e tutt’ora  in capo allo Stato – ovvero la gestione di 19 miliardi di NPL e  i risarcimenti agli investitori truffati.
  5. Pertanto, il primario obiettivo è rimborsare i titolari dei diritti violati dal suddetto d.l. n. 99/2017, senza la pretesa di introdurre nuove e diverse ragioni risarcitorie, poiché i rimedi esistenti già sono adeguati e prevederne di nuovi complicherebbe una materia già di per se intricata.
  6. Ciò richiede di necessità: (i) che siano definite le modalità di accertamento dei suddetti diritti; (ii) che i tempi per la definizione delle singole posizioni siano ragionevoli e (iii) che siano procurate le provviste finanziarie per fare fronte ai relativi risarcimenti.
  7. Il nostro ordinamento già dispone di due organismi arbitrali che dovrebbero sopperire alle note lungaggini dei procedimenti giudiziari, l’una è l’ACF[1] istituito presso la Consob e la seconda presso l’ANAC[2],. Peraltro, la capacità produttiva delle suddette strutture appare alquanto modesta, posto che l’ACF ha al suo attivo solo 540 decisioni in oltre un anno di operatività e l’ANAC – nonostante la sostanziale uniformità delle vertenze ad oggi esaminate, tutte relative alle obbligazioni subordinate delle quattro banche in risoluzione – si è posta l’obiettivo di 40 decisioni a settimana.
  8. Pertanto, si rende indispensabilela creazione di una task force tra le due strutture, con l’applicazione straordinaria di qualche decina di magistrati, che esaminino in via seriale posizioni omogenee per rendere rapido ed efficace il processo decisionale. Ad esempio partendo dagli aumenti di capitale negli anni 2013 e 2014 e dalle emissioni di obbligazioni convertibili nel 2013, il che consentirebbe di smaltire in breve tempo diverse migliaia di casi tra i più agevoli da trattare.
  9. E’, inoltre, necessario costituire un serbatoio cui attingere e, se una legge dello Stato – la nr. 205 del 27 dicembre 2017 – ha già previsto un contenitore definitoFondo di ristoro, ben venga tale struttura, purché se ne definiscano correttamente le modalità di funzionamento.
  10. La provvista deve, innanzitutto, derivare dallarinegoziazione del contratto con Intesa Sanpaolo, previa l’analitica ricognizione dei costi dalla medesima sostenuti con l’intervento nelle due banche venete e dei vantaggi conseguiti. I dati di cui disponiamo consentono di affermare, senza tema di smentita, che il detto Istituto potrebbe tranquillamente farsi carico di ogni e qualsiasi onere risarcitorio e chiudere l’operazione “ex banche popolari venete” con un comunque consistente profitto.
  11. Un ulteriore contributo di 500 milioni di euro dovrebbe essere a carico di Banca d’Italia, che nel 2012 effettuò un’ispezione in Banca Popolare di Vicenza senza alcun seguito e che, nel 2014, definì il suddetto istituto a elevato standing. Pur assumendone – per dovere patrio – la buona fede, pare evidente la responsabilità della detta Autorità che con un tempestivo intervento avrebbe evitato i due aumenti di capitale nel 2013 e 2014 per complessivi 1,5 miliardi di euro che a null’altro servirono se non a coprire le vertiginose perdite già presenti nei conti  dell’ex Istituto vicentino. Né, certo, vale la tesi che tale oblazione sminuirebbe il prestigio dell’Autorità di vigilanza, perché è molto più nobile e serio riconoscere un errore e fare fronte alle relative conseguenze che negare con protervia ciò che è a tutti oramai evidente.
  12. Ulteriori apporti al Fondo di ristoro, derivanti dai cd. conti dormienti e dalle polizze vita non rivendicate, sono certo apprezzabili, se però gestiti con rapidità. Poiché ad oggi le banche non hanno ancora reso noti i dati sugli importi dovuti,  ciascuna potrebbe versare al Fondo in via anticipata un importo forfettario parametrato ad esempio alla raccolta, e soggetto  a compensazione in più o in meno una volta disponibili i dati definitivi.
  13. In breve, se la Politica conferma gli impegni, le risposte  tecniche sono disponibili ed entro fine anno una parte almeno della vicenda, e certo la più vergognosa, potrebbe trovare equa  soluzione.

 

Come le banche possono evitare di farsi divorare dalle fintech. Report Bcg

 startmag.it 10.06.18

La finanza digitale rosicchia quote alle grandi banche di investimento: se nel 2006 queste ultime pesavano per il 48% dei ricavi totali generati dai mercati di capitale, nel 2017 la fetta della torta è scesa al 33%. Il 2017 ha segnato il quinto anno consecutivo di ricavi in calo per i gruppi dell’investment banking (nel 2016 attraevano il 36% dei ricavi totali). A dirlo è The Boston Consulting Group, big mondiale della consulenza strategica, nel nuovo studio “Global Capital Markets 2018: Embracing the Digital Migration”.

L’INGRESSO DELLE FINTECH

Sul calo dei guadagni delle grandi banche di investimento pesano i postumi della crisi economica e i sempre più severi limiti imposti dalle autorità di sorveglianza su finanza e credito, ma l’elemento che scardinato l’attività dell’industria finanziaria è l’arrivo di prodotti e player innovativi di settori adiacenti se non estranei a quello bancario. Le grandi banche, scrive BCG, hanno reagito al fenomeno nel modo tradizionale, agendo sui prezzi per sottrarre quota di mercato ai concorrenti e riducendo i costi: una strategia non sufficiente a difendere la rilevanza del proprio ruolo, perché la migrazione di valore dai tradizionali mercati di capitale ai nuovi prodotti e servizi è un trend consolidato e trainato dalle tecnologie basate sul web, il cloud, i big data e l’intelligenza artificiale. Mentre si moltiplica il numero di attori della finanza hitech (o fintech), spesso in grado di offrire prodotti e servizi flessibili e personalizzabili, che mettono sempre al centro il cliente, e vengono sviluppati sulla base dell’analisi dei dati, sfruttando l’automazione e una forte integrazione dell’ecosistema, le banche d’investimento restano troppo strutturate in funzione del prodotto e della produzione al costo minimo. Gli incumbent puntano a guadagnare market share più che all’ottimizzazione di capitale e liquidità.

LA STRATEGIA CHE SERVE ALLE BANCHE

È necessario che i grandi player affrontino al più presto la sfida digitale rivedendo le loro organizzazioni, ridisegnando i sistemi informativi e dotandosi delle risorse umane con competenze e mentalità nuove. Queste le strategie su cui puntare secondo BCG: essere client-centric (focalizzati sempre sulle esigenze del cliente); essere information-advanced (trattare l’analisi dei dati e in particolare la proprietà intellettuale come uno dei propri asset di maggior valore); abbandonare l’architettura IT legacy e adottarne una di nuova generazione (basata su cloud, API e applicazioni container-based, ecc.); assumere e gestire i talenti con l’ottica del digital leader (stile Google e Amazon, non da elite del mondo bancario); lavorare in modo agile. Con questi criteri le banche d’investimento tradizionali possono riuscire a digitalizzare il business e velocizzare l’arrivo dei prodotti sul mercato facendo fronte all’avanzata delle fintech. Per BCG le banche che vogliono combattere i concorrenti del digitale hanno una sola opzione: essere anch’esse digitali.

I NUMERI DEL REPORT

I ricavi complessivi generati dai mercati di capitale sono cresciuti del 7% dal 2016 al 2017, da 628 miliardi di dollari nel 2016 a 671 miliardi nel 2017. I player tradizionali guadagnano sempre di meno: il dato aggregato “maschera” in particolare le difficoltà dell’investment banking, dove i player globali hanno visto scendere i ricavi del 3% nel 2017, dopo un calo dell’1% nel 2016, mentre il Return on equity (ROE) si mantiene basso (intorno all’8% contro il 12% del 2012). Le entrate sui ricavi primari invece crescono del 12% a 61 miliardi di dollari e addirittura le entrate ECM (Equity capital markets) sono in aumento del 25% grazie a una ripresa delle Ipo nel 2017 rispetto al 2016. Le banche Usa hanno acquisito share a scapito delle concorrenti europee e le banche di grandi dimensioni hanno eroso quote a quelle più piccole e regionali. Un elemento di incertezza continua ad essere rappresentato dalla Brexit, i cui impatti per l’operatività dei gruppi dell’industria finanziaria non sono chiari.

MODELLO GOOGLE E AMAZON

La trasformazione del modello di business tradizionale deve puntare su questi cardini, suggerisce lo studio: diventare da product-centric a IP-centric, basarsi non solo sul controllo della spesa ma su una tecnologia superiore, adottare un pricing non per transazione ma platform-based, cercare una rete di alleanze anziché fare tutto “in casa”, assumere talenti meno incentrati sul finance e più sulle competenze digitali e mirare alla velocità più che alle dimensioni da big. I modelli a cui ispirarsi si chiamano Google, Amazon, Salesforce, Netflix, Uber, Spotify, Virtu Financial; di quest’ultima BCG scrive: “Concentrata sulla capacità di svolgere transazioni e sviluppare nuove funzionalità velocemente, non sull’allargamento del marker share di un prodotto”.

Intesa, le conseguenze di Generali

 LETTERA43.IT 27.2.17

Dopo lo stop alla scalata di Trieste, è scoppiato il malumore tra i soci e i consiglieri della banca. Il cda non è in scadenza, ma già si parla di avvicendamenti. Il vero vincitore della vicenda? Mustier di Unicredit

Questa della mancata scalata a Generali è una storia di “emme”. No, non è quello che state subito pensando voi, miei affezionati e maliziosi lettori – d’altra parte la colpa è mia, vi ho tirato su così. No, io parlo di tre signori che hanno in comune la lettera “M” come iniziale dei loro cognomi: Messina, Mustier, Minali. Cui si aggiunge, buon peso, la “M” di Mediobanca.

UNA PESSIMA GESTIONE. Carlo Messina ha gestito come peggio non poteva la sua ambizione di conquistare Generali. Non vi posso spiegare perché – anch’io ho i miei segreti -, ma vi assicuro che il dossier era sul suo tavolo, così come su quello dei due grandi vecchi di Banca Intesa, Nanni Bazoli e Giuseppe Guzzetti, dall’autunno 2016. Cioè prima del 4 dicembre. Ma come, non vi ricordate più cosa è successo il 4 dicembre 2016? In fondo sono passati meno di tre mesi. Ma il referendum! No?

AXA SI STAVA MUOVENDO. E cosa c’entra il referendum con la scalata a Generali? C’entra, eccome se c’entra. Infatti quel dossier prima di tutto era sul tavolo dell’allora presidente del Consiglio. Conteneva indicazioni – vere – che Axa, in combutta con Vincent Bolloré e il suo amico e sodale ceo di Generali Philippe Donnet – sì proprio quello che insieme abbiamo scoperto che a Trieste chiamano “Vitel Donnet” – si stava organizzando per muovere sulla compagnia triestina.

«Vinco il referendum e poi voi date una bella sistemata a quei francesi», sembra abbia detto un esaltato Matteo a Messina, nel frattempo pubblicamente indicandolo, per esempio nel salotto televisivo di Bruno Vespa, come il miglior banchiere d’Europa (ma non sarà che l’ex premier porta un po’ sfiga?). Tuttavia, nonostante il 4 dicembre le cose siano andate per un altro verso, a Banca Intesa – in gran segretezza, facendo girare gli zebedei agli esclusi, Gaetano Miccichè in testa – hanno continuato a lavorare sul dossier, supportati da Carlo Pedersoli (Studio Pedersoli) e Leonardo Totaro (McKinsey Italia, per altro in pieno conflitto d’interessi visto che è super consulente di Generali).

AVEVAMO SCHERZATO. E quando, modestamente, il vostro Occhio di Lince ha raccontato per primo le loro intenzioni e le voci hanno cominciato a girare, Messina non ha trovato niente di meglio che sussurrare un “no comment” e poi, pressato, ammettere ufficialmente che stava studiando un’offerta su Generali. In questi casi, prima si nega e poi si parla dopo aver agito. Qui invece Messina ha fatto passare un mese – «stiamo studiando» (sic) – per scoprire che i fondi e i consiglieri che li rappresentano in cda erano contrari, e quindi dire che aveva scherzato.

BAZOLI AMAREGGIATO. Tutto ciò ha provocato grande scontentezza nelle fondazioni azioniste, la Cariplo di Giuseppe Guzzetti in testa, e di profonda amarezza di Nanni Bazoli, provato anche per le vicende giudiziarie che hanno coinvolto Ubi Banca. Lo so, obietteranno i miei lettori esperti di finanza, il cda di Intesa è stato nominato nel 2016, e non è in scadenza. Ma già qualcuno immagina che ci possano essere in anticipo degli avvicendamenti.

Si dice che Paolo Andrea Colombo, ora vice presidente, potrebbe prendere il posto del poco incisivo Gian Maria Gros-Pietro. Già presidente dell’Enel, Colombo, titolare di un avviato studio professionale a Milano che porta il suo nome, sarebbe molto gradito ai due grandi vecchi, Bazoli e Guzzetti, e ai fondi, che con i consiglieri Maria Mazzarella e Marco Mangiagalli si sono fatti sentire in modo critico in occasione dell’infausta gestione del dossier Generali.

CACCIA ALL’UOMO GIUSTO. Ma se dovesse saltare il presidente difficilmente resisterebbe l’amministratore delegato, per la cui sostituzione è già partita la caccia all’uomo giusto. Forse ce n’è uno che già siede in consiglio, forse c’è un banchiere particolarmente in auge che potrebbe venire da fuori, ma per ora è presto per fare dei nomi. Io uno in mente ce l’ho, ma permettetemi di non entrare nel gioco al massacro del toto candidati.

Per “M” inizia anche il cognome di Jean Pierre Mustier, che di questa vicenda rischia di diventare il vincitore per abbandono del ring da parte del concorrente. Ora il numero uno di Unicredit, padrone incontrastato della banca dopo il felice esito del super aumento di capitale da 13 miliardi (più 7 da vendite), ha via libera per fare le sue mosse su Generali. Ma, come ha preannunciato al premier Paolo Gentiloni nella sua recente visita a Palazzo Chigi – organizzata senza l’ausilio dell’ormai bruciato capo delle relazioni esterne Maurizio Beretta – Mustier non ha alcuna intenzione di muovere su Trieste, bensì su Milano.

OBIETTIVO MEDIOBANCA. Già, il suo obiettivo è Mediobanca – vedete quante “emme” ci sono in questa storia – e il piano per conquistarla sarebbe già pronto. È segretissimo, ma vi prometto che il vostro Occhio di Lince ve lo racconterà prima degli altri. Chiaro invece l’obiettivo: prendere il controllo dell’istituto, scorporare l’attività di tipo retail come CheBanca! e rifocalizzare la creatura di Enrico Cuccia come banca d’affari.

UN ATTACCO FANTASMA. Va da sé che dentro il portafoglio di Mediobanca Mustier troverà il pacchetto di controllo di Generali, e dovrà decidere che assetto dare alla compagnia, che nel frattempo ha speso un miliardo (ha comprato il 3% di Intesa) per difendersi da un attacco fantasma. Sicuramente non farà sconti al suo amico Donnet, né tantomeno ascolterà Bolloré che, come ha scritto coraggiosamente Sara Bennewitz su la Repubblica (strano che nessuno l’abbia ripreso) è stato lasciato solo sia in Mediobanca sia nella partita con Fininvest.

Tantomeno Mustier avrà pietà di Alberto Nagel, amministratore delegato di piazzetta Cuccia, che ha capito l’antifona tanto da aver chiesto al suo maestro di sci di Courmayeur di prepararsi a una sua lunga vacanza sulla neve. Chi invece potrebbe essere (ri)chiamato dal numero uno di Unicredit è la vittima sacrificale di tutta questa assurda vicenda Generali-Intesa, l’ex direttore generale del Leone, Alberto Minali. La terza “emme” di questa storiaccia.

E SE TOCCASSE PROPRIO A MINALI? Minali, infatti, nonostante fosse il vero perno operativo della compagnia assicurativa, è stato giubilato per volere del trio Donnet-Bolloré-Nagel – di fronte al quale tutti i consiglieri, compreso Francesco Gaetano Caltagirone che pure ha fatto sapere di non aver condiviso quella decisione, hanno piegato mestamente la testa – per il solo fatto che era l’unico ad avere il coraggio di denunciare il rischio che Generali finisse preda di Axa, la compagnia francese dalla quale proviene Donnet e a cui è legato Bolloré. E se, miei devoti e appassionati lettori, fosse proprio Minali a essere chiamato a sostituire Donnet – il cui posto traballa come quelli di Nagel e Messina – questa storia di “emme” avrebbe una conclusione altrettanto di “emme”, la “emme” di meraviglia.

(*) Con questo “nom de plume” scrive su Lettera43.it un protagonista e osservatore delle più importanti partite del potere politico ed economico-finanziario italiano.

Intesa, le trame che scuotono la poltrona di Messina

 LETTERA43.IT 29.4.17

Dietro l’attacco di Del Vecchio la longa manus di Nagel che agita l’ad. Già alle prese col malumore dei soci. Sale l’ipotesi di affiancargli un direttore generale esterno. Il retroscena di Occhio di Lince.

aduta dei freni inibitori, che può consentirsi chi a 82 anni (li compie tra tre settimane) ha avuto tutto dalla vita? Può darsi che ci sia anche questo a spiegare l’uscita di Leonardo Del Vecchio, che senza peli sulla lingua ha dato dell’incapace e del velleitario a Carlo Messina, ad di Banca Intesa, per il suo tentativo – oggettivamente goffo – di scalata-non scalata alle Generali di qualche mese fa. «Non so come si faccia a fare questi discorsi da parte di un amministratore delegato, lo può dire un ragazzino al bar come se stesse parlando di Inter e Milan», ha detto senza mezzi termini il patron di Luxottica ai giornalisti accorsi per l’assemblea della multinazionale degli occhiali.

LA PREMEDITAZIONE DEL ‘GRANDE VECCHIO’. Ma può essere solo ‘libertà senile’? Del Vecchio è uomo troppo navigato per non sapere che cosa quelle parole avrebbero scatenato. Così, incuriosito, il vostro Occhio di Lince è andato guardare dietro le quinte di questo scontro senza precedenti. E ha visto due cose. La prima è la premeditazione del ‘grande vecchio’. No, non gli sono scappate quelle battute a Del Vecchio. Ci aveva pensato. Voleva far male.

ARROCCO COMPATTO SU GENERALI. Perché? Intanto perché su Generali, di cui lui ha una quota del 3,19%, c’è un arrocco difensivo da parte del gruppetto di azionisti che erano pronti a mollare se Intesa avesse lanciato l’Opa: oltre a Del Vecchio, Francesco Gaetano Caltagirone e Marco Drago, capo delle De Agostini. Gli stessi che hanno assistito silenti, e in qualche caso complici, alla cacciata del direttore generale Alberto Minali, vero pilastro di Generali, che tra l’altro proprio in queste ore si è preso una bella rivincita, accettando l’offerta che gli è stata fatta di andare a fare, con pieni poteri, l’amministratore delegato di Cattolica Assicurazioni.

UNA GIRAVOLTA A DIFESA DI NAGEL. Costoro sono passati dalla posizione di chi avrebbe aderito all’Opas (mai avanzata) di Intesa su Generali – chiedevano 20 euro ad azione, ma si sarebbero accontentati di 18, forse anche 17 – lasciando Mediobanca al suo destino, a difensori di Albertino Nagel nella sua veste di socio forte del Leone di Trieste, tanto più ora che è diventato «distinto e distante» dal pigliatutto Vincent Bollorè (pare che Nagel e il bretone non si parlino da Natale).

Ed è proprio Nagel, secondo quanto abbiamo potuto curiosare allungando occhi e orecchie, che avrebbe istigato Del Vecchio a sparare palle incatenate contro l’odiato Messina. E che tra Mediobanca e Intesa, e in particolare tra Nagel e Messina, non corra buon sangue è talmente risaputo che non c’è alcun bisogno che ve lo stia a raccontare. Insomma, a Del Vecchio non ha dato fastidio che Messina volesse scalare Generali, quanto che non abbia portato a termine il suo disegno, lasciando a bocca asciutta lui e i suoi amici.

UNA REAZIONE TROPPO VEEMENTE. Fin qui la provocazione del patron di Luxottica. Ma perché a fronte di questa uscita che per Messina sarebbe stato facile – e utile – archiviare semplicemente come inelegante, facendo il superiore di fronte a persona più anziana e chiudendo sul nascere l’incidente, l’amministratore delegato di Intesa ha reagito con puntiglio e livorosa veemenza, arrivando a dire che quelle di Del Vecchio sono «affermazioni diffamatorie a fronte delle quali reagirò nelle sedi opportune a tutela mia e della banca»?

NERVOSISMO ALLO SCOPERTO PER L’AD DI INTESA. Nella risposta a questa domanda c’è il secondo retroscena che il vostro Occhio ha visto in questa brutta vicenda. Ed è l’estremo nervosismo che caratterizza il numero uno di Banca Intesa in questa fase, ben al di là dell’attacco di Del Vecchio, che evidentemente ha comunque toccato un nervo scoperto.

MALUMORI PER L’ASSENZA DI CONFRONTO. Il fatto è che c’è un diffuso scontento tra i soci tradizionali di Intesa su Messina. Non tanto sui risultati, quanto per gli atteggiamenti e la scarsa disponibilità al confronto preventivo. Ecco, è proprio questo che gli viene imputato: di fare troppo di testa sua. Come nel caso di Generali. Naturalmente non troverete nessuno che esponga il suo scontento in modo pubblico. Ma c’è più di un interlocutore che ha sentito bofonchiare il ‘grande vecchio’ Giuseppe Guzzetti. Borbottii che sono arrivati alle orecchie di Messina, che ha reagito cumulando tensione.

LA NECESSITÀ DI AVERE UN DIRETTORE FORTE. Dove può portare tutto questo? Messina scade nel 2019, e non è facile dargli il benservito. Ma non sarei stupito se nei prossimi mesi emergesse la necessità di avere un direttore generale forte, con molte deleghe. E che fosse cercato fuori dal gruppo dirigente, ormai tutto di Messina con la sola eccezione di Gaetano Miccichè e i suoi. Capito, ora, perché Del Vecchio ha sparato e perché Messina ha reagito rabbiosamente?

(*) Con questo “nom de plume” scrive su Lettera43.it un protagonista e osservatore delle più importanti partite del potere politico ed economico-finanziario italiano.

COME HA FATTO PADOAN A FOTTERE TUTTA LA UE, SALVANDO LE VENETE COI TUOI SOLDI?

https://comedonchisciotte.org DI PAOLO BARNARD 26.6.17

paolobarnard.info

Per chi non avuto accesso alla Suprema Summa postata da Chiara Zoccarato sulla catastrofe delle banche venete a firma dello stimabile saltimbanco Stefano Fassina, fornisco qui un modesto chiarimento di Serie B.

I fatti secondo La Repubblica:

Via libera del Consiglio dei ministri al decreto legge per il salvataggio di Veneto Banca e Popolare Vicenza. Un intervento a favore di correntisti e risparmiatori e delle economie del territorio… Semaforo verde anche dalla Ue in base alle norme sull’insolvenza… I depositi restano pienamente protetti. I detentori di debito senior non dovranno contribuire alle perdite finanziarie di quest’operazione… l’importo complessivo delle risorse mobilitate dal governo è di 17 miliardi, anche se l’esborso immediato è nei confronti di Banca Intesa, che rileverà le parti “sane” delle venete con un regalo di Stato da 5,2 miliardi (a Intesa vengono regalati 5,2 miliardi pubblici per comprarsi i crediti semi-marci delle venete, non quelli già decomposti nei loculi, nda)…

Per i titolari di obbligazioni subordinate (gli sfigati citrulli che ci cascarono, nda) sarà previsto un ristoro dell’80% da parte dello Stato… Lo Stato è disponibile a impiegare ipoteticamente per l’operazione un ammontare complessivo massimo che più o meno è di 12 miliardi aggiuntivi, oltre a i 5 per Intesa… Il provvedimento consentirà infatti di avviare la liquidazione ordinata dei due istituti veneti e aprire la strada alla separazione delle attività con la creazione di una bad bank, e creando così le basi per la cessione della parte sana a Intesa” (di fatto si regalano ad Intesa 5 miliardi per prendersi i crediti semi-marci delle venete, e per quelli decomposti nel liquame si fa una bad-bank con 12 miliardi pubblici)…

Poi uno sbircia ciò che scrivono gli analisti mondiali che non hanno il fiato di De Benedetti-Pd-Renzi sulle tastiere, e scopre altro. Ad esempio che l’intera operazione è a rischio di un buco insolvibile di 400 milioni di euro, perché sapete, ste cose sono come il preventivo dell’idraulico per rifarti il bagno: “Signora, XX euro garantiti!”… ma poi si scopre che c’è un tubo marcio in cui scarica la lavatrice e pure il cesso, o che ci passa una condotta gas proprio dietro il bidè, o che… e il preventivo diventa XXXX. Ma peggio…

Questi salvataggi di banche fallite europee (in Italia quasi tutte) devono essere eseguiti secondo le regole europee, no? senno che cazzo ci stanno a fare Draghi, la Commissione UE e la famosa Banking Union che regolamenta tutto il settore? Quando il Banco Popular in Spagna è andato a puttane, la UE ha preteso l’applicazione delle regole, e cioè che i risparmiatori senior e junior ci smenassero tutti i soldi PRIMA CHE LO STATO CI METTESSE QUELLI DEI CONTRIBUENTI, e che Banca Santander (l’equivalente di Intesa in sta storia) si comprasse solo i crediti decenti.

Bè??? Com’è che per l’Italia sia Juncker che Draghi oggi hanno chiuso un occhio e permettono a Gentiloni di succhiare 17 miliardi dai soldi dei contribuenti italiani per salvare quei coglioni che hanno investito nelle venete senza che nessuno di questi coglioni ci rimetta un soldo? Fra l’altro Bloomberg calcola che alla fine noi cittadini – senza asili nido, con ospedali a pezzi, aziende che esplodono come petardi a Capodanno, o pensioni minime da Sudan – finiremo appunto per essere ri-tassati per 10 miliardi di euro per sta Gran Operazione Venete-Padoan-Gentiloni-Renzi.

Un balbettante Juncker ha detto che l’eccezione italiana è possibile perché le due banche venete non sono SISTEMICALLY DANGEROUS, cioè sono robetta che se fallisce non trascina a effetto domino il resto delle banche italiane, per cui in questi casi non si applicano le nazi leggi della Banking Union. CAZZATE. Le italiane sono le banche più fallite d’Europa, hanno in pancia 1/3 di tutti i crediti marci in Europa (360 miliardi) anche se contano per solo il 16% degli Istituti di Credito della UE, e se le venete venivano lasciate al loro destino ECCOME CHE TIRAVANO GIU’ TUTTO IL SISTEMA CREDITIZIO ITALIANO.

Mi fermo qui. Riassunto:

1) Gentiloni e Padoan adesso ci tasseranno per altri 10 miliardi per coprire i buchi del salvataggio di Veneto Banca e Popolare Vicenza e dei creduloni italioti che gli hanno comprato i pacchetti risparmi che erano marci come una ponga morta in agosto sul Tevere.

2) Se la UE lascia passare questa, essa diverrà la norma in Italia, e preparatevi a pagare oceani di aumenti IVA, sigarette, bolli, gabelle, tasse ecc. quando le altre ‘putrefatte italiane’ busseranno alla porta del PD con gli stracci in mano.

3) Ma in sto bordello psicopatico di regole UE da Banda della Magliana, non era meglio stabilire che una Banca marcia VIENE SEMPLICEMENTE NAZIONALIZZATA, NESSUN CONTRIBUENTE CI SMENA 1 SOLDO, TUTTI I CREDITORI JUNIOR VENGONO TUTELATI, POI QUANDO LA BANCA TORNA SANA, PALAZZO CHIGI LA RIVENDE AI PRIVATI E CI FA UN PROFITTO? Proprio come hanno fatto in USA e Gran Bretagna, i cui Ministeri del Tesoro si sono visti ritornare nelle casse decine di miliardi in profitti dopo i ‘salvataggi’? Che dite, una brutta idea?… AH! CHE GAFFE! Scusate, vero, dimenticavo, USA e GB hanno moneta sovrana…

 

Paolo Barnard

Banche venete, il gran tradimento di Renzi e Boschi a Guzzetti

 lettera43.it 14.7.17

L’ex premier e la sottosegretaria avevano tolto dal decreto legge il “salvataggio” degli ultimi amministratori. Così è intervenuto il grande vecchio di Intesa. Che ora per ripicca spinge per il Visco bis a Bankitalia.

pensare che lui, democristiano di lungo corso, a Matteo Renzi e a Maria Elena Boschi aveva anche creduto, investendo su una relazione con loro del tutto privilegiata. E invece adesso Giuseppe Guzzetti è nero come la pece. Nelle ore in cui stava andando all’esame della Camera il decreto legge del 25 giugno 2017 che ha regalato quel che di buono era rimasto in Popolare di Vicenza e Veneto Banca a quella Banca Intesa di cui il presidente di Fondazione Cariplo e Acri è da tre decenni padre-padrone, il vecchio Guzz si è dato un daffare dell’anima per far introdurre nel testo quel che al Tesoro – chissà se per distrazione o dolo – si erano dimenticati di mettere, e cioè la manleva per gli ultimi amministratori delle due banche, tutti espressione di Atlante, e la deroga per cui anche in mancanza di licenza bancaria la nascente bad bank avrebbe potuto “lavorare il credito”, sistemando così i circa 8 miliardi di incagli che si è ritrovata in pancia più i crediti in bonis ma considerati high risk che Intesa ha il diritto, nel giro di un anno, di retrocedere alla bad.

MANAGER DIVERSI DA ZONIN E CONSOLI. Guzzetti ha lavorato personalmente al testo degli emendamenti e si è raccordato, vedendolo più volte, con il relatore, il democratico di provenienza popolare (stessa area di Guzzetti) Giovanni Sanga, commercialista di Bergamo. Inoltre, la manleva per le delibere prese dai due consigli di amministrazione delle venete tra la richiesta di accesso alla ricapitalizzazione precauzionale di Stato (17 febbraio) e la data della liquidazione coatta (23 giugno), era stata garantita sia dal premier Paolo Gentiloni sia dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. E aveva un fondamento logico, visto che i Viola e i Mion, i Pansa, Pera e i Bragantini non sono certo i masnadieri alla Zonin e Consoli colpevoli dei buchi miliardari formatisi negli anni, ma al contrario hanno cercato, sempre d’intesa con il Tesoro, Bankitalia e Banca centrale europea (Bce), di metterci una pezza assumendosi rischi e prendendosi responsabilità.

E poi il Guzz, che è uomo d’altri tempi, si sentiva moralmente in debito con chi aveva scelto, assieme a Penati, per affidargli il compito ingrato di tentare di fondere Pop Vicenza e Veneto Banca. Proprio per questo, quando il presidente dell’Acri ha visto che il governo – di fronte alle proteste prevedibili delle opposizioni – evirava gli emendamenti pur ricorrendo al voto di fiducia, e ha notato che la mano assassina aveva le sembianze di quella di Maria Elena Boschi, allora ha davvero perso le staffe.

DIETROFRONT PER PAURA DEL POPULISMO. «Sa, avvocato, la sottosegretaria e Renzi coltivano il timore che la cosa venga strumentalizzata nella prossima campagna elettorale, presentandola all’opinione pubblica come un favore ai banchieri», gli hanno riferito i suoi interlocutori. «Ma se non sono capaci di resistere al populismo, allora vadano a fare un altro mestiere», ha risposto, battendo i pugni sul tavolo del suo ufficio di via del Corso a Roma.

GUZZ IN GIRO CON IL CAPPELLO IN MANO. Reazione più che comprensibile, considerato che quello sgarro arrivava dopo che per mesi era andato in giro con il cappello in mano a cercare quattrini per la sua creatura, Atlante, mettendoci la faccia, e dopo averne fatto buttare nel cesso delle due venete una quantità mostruosa (3,5 miliardi), bruciati perché l’intervento dello Stato, sbandierato ai quattro venti fin dal Natale 2016, il governo non è riuscito a vararlo.

Banche venete, Padoan “Risorse a Intesa per 4,785 mld”
 VIDO CLICCA SOTTO SULL’ARTICOLO

Certo, quella era una colpa che ricadeva interamente sul ministro Padoan, su cui Guzzetti ha speso parole di fuoco. Anche per questo, all’avvocato comasco è venuta voglia di chiamare Renzi direttamente. Ma mentre stava per farlo, i suoi collaboratori gli hanno segnalato le agenzie con le anticipazioni del libro del segretario del Pd. Quelle, in particolare, in cui senza vergogna Matteino attaccava la Banca d’Italia asserendo che se una colpa lui si attribuisce per il periodo in cui era premier, quella è di essersi fidato ciecamente di Ignazio Visco e dei suoi. Un attacco che ricorda quelli a Baffi e Sarcinelli, fatto circolare proprio mentre il governatore parla all’assemblea dell’Abi, ascoltato in prima fila dallo stesso Guzzetti. E avente come scopo lo sgambetto alla riconferma di Visco, in scadenza a ottobre 2017, o alla promozione di candidati interni alla banca centrale (Rossi e Panetta).

RENZI SPINGEVA PER L’IMPROBABILE FORTIS. D’altra parte, ricordate, cari e affezionati lettori? È proprio il vostro Occhio di lince che per primo vi ha segnalato il nome del candidato a governatore che Renzi ha in testa, l’improbabile Marco Fortis. E se non lui qualcun altro partorito della mente un po’ perversa di Matteino. Per questo il vecchio Guzz ha subito accantonato l’idea di aprire un dialogo con Renzi – che pure a suo tempo aveva sponsorizzato – per tentare di mettere rimedio al danno procurato dalla figlia dell’ex vice presidente di Banca Etruria.

ALMENO BANCA INTESA HA FATTO UN AFFARE. E no, Guzz è troppo scaltro e informato, per non sapere che su questa partita della nomina del governatore di Bankitalia Renzi è circondato: Gentiloni, Mattarella, Draghi e, per quel che serve, Padoan, sono totalmente allineati nell’idea che vada scongiurata la possibilità che Renzi faccia una pazzia. E che alla fine hanno convenuto che la soluzione migliore e più facile è quella della riconferma di Visco. Soluzione cui, per quel che vale – e vale – il buon Guzzetti ha dato il suo caldo assenso. Ora è pronto per godersi un po’ di meritato riposo. In fondo alla fine Atlante ha buttato soldi – in parte glieli stanno facendo recuperare con i Non performing loan (Npl, crediti deteriorati) di Montepaschi – ma la sua Banca Intesa ha fatto un affare.

La Gruber al Bilderberg, Mazzucco: davvero ve ne stupite?

libreidee.org 10.6.18

Ma davvero abbiamo bisogno di leggere che Lilli Gruber partecipa al salotto del Bilderberg per scoprire che la sua attendibilità è condizionata? Non ci arriviamo, da soli, a supporre che la Gruber parli regolarmente con qualcuno – non necessariamente il famigerato Bilderberg – prima di decidere cosa raccontarci, che tipo di contenuti somministrarci e quale genere di ospiti propinarci, invariabilmente, ogni sera? Insomma: va bene tutto, ma ormai siamo piuttosto grandicelli per fare i nostri ragionamenti, al di là del solito gossip complottistico e decisamente naif, pronto a scatenarsi non appena l’ombra del “diavolo” compare all’orizzonte. E’ lo sfogo, in apparenza semiserio ma in realtà serissimo, che Massimo Mazzucco affida agli ascoltatori di Fabio Frabetti, animatore di “Border Nights” e della diretta web-streaming “Mazzucco Live”, il sabato pomeriggio su YouTube. Un’occasione per riflettere su aspetti inesplorati del giornalismo, inclusi i risvolti recentissimi dell’attualità politica. «Salvini? E’ partito bene: impeccabile la sua denuncia dell’atteggiamento di Malta. Perché mai le navi-soccorso che passano davanti all’isola non vi sbarcano mai i migranti raccolti in mare, preferendo dirottarli in Italia?». Lo svelò un leader dell’opposizione maltese, Simon Busuttil: il governo Renzi sottoscrisse un patto segreto, in base al quale Malta smista su Lampedusa i naufraghi, e in cambio concede all’Italia il permesso di effettuare trivellazioni petrolifere.

Nulla che, ovviamente, possa sperare di perforare il muro di gomma della cosiddetta informazione televisiva, nonostante il ruolo anche istituzionale del politico maltese – europarlamentare dal 2013. Ma appunto: qualcuno si aspetta, davvero, che Lilli

Gruber e soci si mettano, di punto in bianco, a raccontare qualcosa che assomigli alla verità? Certo che no, rispondono ormai 3 italiani su 4: secondo l’ultimo sondaggio targato Pew Research, l’Italia è il paese europeo con meno fiducia, in assoluto, nei propri media mainstream, cartacei e radiotelevisivi. I soloni di “Repubblica” e del “Corriere”? Possono, appunto, continuare a pontificare a reti unificate nei salotti come quelli della Gruber, ma il prestigio dei loro giornali è in caduta libera, così come loro vendite. Secondo i ricercatori statistici, ormai l’Italia “gialloverde” la verità se la cerca altrove: il 50% del campione ammette di informarsi direttamente sul web, se vuol tentare di capire cosa sta succedendo nel paese e nel resto del mondo. Un italiano su due – come confermato platealmente dal risultato elettorale – sa benissimo che non può più fidarsi della “fabbrica delle fake news” denunciata magistralmente da Marcello Foa, nel saggio “Gli stregoni della notizia” che smaschera le bufale “vendute”, una dopo l’altra, dai grandi media.

La Gruber al Bilderberg? Siamo seri, sottolinea Mazzucco: se il più malfamato club finanziario del mondo pubblica le liste

degli invitati e pure l’ordine del giorno per il summit di Torino, significa che poi tanto segreto non è. «Esistono, le vere società segrete? Certamente. E in quanto tali, appunto, agiscono nella massima segretezza: non c’è caso che possiamo venire a sapere quello che combinano». Ma attenzione, avverte Mazzucco: «Il fatto che qualcuno provi a cambiare il mondo segretamente, non significa che poi ci riesca». Il nuovo ordine mondiale? Un progetto in pieno corso, ma non lineare: ci sono complotti, provocazioni, forzature. Ma non è un’unica piramide: anche ai vertici, ci sono spaccature profonde. «E poi esistono contropoteri, popoli, elezioni. Nel nostro piccolo ci siamo anche noi, che – facendo informazione – possiamo fare la nostra parte per limitare i danni provocati dalla manipolazione». La tesi della “massoneria buona” opposta a quella “cattiva”? «Perfettamente coerente con la divisione fondamentale dell’umanità: da una parte chi vuol tenere tutto per sé, e dall’altra chi tende, per indole e per cultura, a essere più generoso e democratico». L’importante, dice Mazzucco, è non dimenticare mai che la storia non procede per linee rette. E comunque, nella storia, ci siamo anche noi.

Banche slovene “lavatrici” del denaro sporco italiano

Mauro Manzin impiccolì.geolocal.it 10.6.18

LUBIANA. È il “metodo italiano”, o meglio, l’”Italian job” la cui messa in pratica ha trasformato la Slovenia in una vera e propria lavatrice per il denaro sporco proveniente dal Belpaese. Alcuni casi erano già noti alla commissione parlamentare contro il riciclaggio che nella sua relazione finale aveva parlato di infiltrazioni di elementi collegati al crimine organizzato in Italia (leggi ’ndrangheta). Ma quello scoperto da un’inchiesta del quotidiano Delo di Lubiana costituisce la prova madre dell’uso praticamente sistematico del sistema bancario sloveno da parte degli italiani per ripulire il proprio denaro sporco.

Ma come funziona il “metodo italiano”? Basta aprire una società di “paglia” in Slovenia con una sua sede legale e poi intestarle un conto corrente bancario. Al momento giusto su questo conto affluisce il denaro da ripulire, di solito non cifre da capogiro per non destare sospetti eccessivi, lo stesso giorno allo sportello si presenta il beneficiario del bonifico e ritira tutto in contanti. E voilà, il gioco è fatto. Senza andare a Dubai, alle Cayman o in altri paradisi fiscali, basta la Slovenia, Paese europeo e confinate con l’Italia.

Nella ricerca svolta dal Delo è emerso che in soli tre indirizzi della capitale Lubiana hanno dichiarato la propria sede sociale ben 216 aziende molte delle quali di “paglia”, che non dichiarano alcun profitto e non hanno nessun dipendente, dove almeno uno dei soci è italiano. Ma c’è di più. In uno di questi indirizzi e più precisamente alla Dunajska 136 c’è la sede anche di una società slovena, la Data la quale garantisce la creazione in Slovenia del cosiddetto “ufficio virtuale”. Alla domanda se nei loro servizi è previsto anche un aiuto per la creazione della aziende di paglia nel Paese i responsabili di Data on hanno risposto e hanno spiegato che delle aziende e dei loro affari che si rivolgono a loro conoscono quanto le stesse sono pronte s far conoscere delle proprie attività e affari.

Ma facciamo alcuni esempi. Al numero civico 136 della su citata Dunajska cesta sono registrate 396 società, 298 di queste sono in mani di stranieri e, più del dettaglio, 52 risultano le società dove almeno un socio è italiano. Stessa “filosofia” operativa anche al civico 113 sempre della Dunajska cetsa dove sono registrate 83 società, 29 delle quali straniere tra le quali 16 risultano italiane. Invece al civico 53 della Parmova ulica sono state registrate ben 137 società italiane.

I casi conosciuti dalla commissione parlamentare anti riciclaggio riguardavano la Nova Kreditna Banka Maribor dove due conti correnti italiani erano stati aperti in due filiali locali in due piccoli centri assolutamente anonimi e quindi nei quali era molto semplice operare. Ma è chiaro che a fare da lavatrici al denaro sporco italiano sono stati anche altri istituti bancari, ma sull’argomento la Banca di Slovenia (Banca centrale) non rilascia dichiarazioni.

Ricordiamo che il caso più clamoroso di riciclaggio di denaro sporco in Slovenia è il cosiddetto “Irangate” quello cioè del cittadino di Teheran Farrokh il quale è riuscito a ripulire tramite la Nova Ljubljanska Banka qualcosa come un miliardo di dollari tra il 2009 e il 2010 utilizzato per l’acquisto di tecnologie per lo sviluppo del programma nucleare iraniano all’epoca dei fatti sotto embargo internazionale. Altri casi sono stati poi scoperti di somme di denaro sospette che sono passate attraverso gli istituti di credito sloveni, ma anche austriaci (da Vienna è partito l’allarme) provenienti dalla Bonsia-Erzegovina. Dopo il lavoro della commissione parlamentare ci sono state anche denunce all’autorità giudiziaria di vertici bancari e in Parlamento un voto trasversale che ha avallato la responsabilità politica dell’allora premier e oggi capo dello Stato, Borut Pahor per quel che riguarda l’”Irangate”. E le banche? Hanno iniziato a indagare su tutti i conti stranieri. Chi non risponde all’indagine si vede il conto chiuso d’ufficio. I correntisti italiani che finora hanno risposto sono solo due.

Fiaip a Governo: no alle Banche come agenzie immobiliari

https://www.monitorimmobiliare.it 10.6.18

Dopo le sanzioni inflitte dall’Antitrust alle principali banche Italiane (Prov. PS10677 e  Prov. PS10678 ottobre 2017), tra cui spiccano Intesa San Paolo e Unicredit, in relazione alla vendita dei diamanti ai loro correntisti, è ormai chiaro a tutti che gli istituti di credito possono condizionare le scelte dei propri correntisti.

 

Centinaia di migliaia di cittadini, su consiglio di alcuni istituti bancari,  hanno acquistato diamanti ad un valore nettamente superiore al loro valore, in molti casi la differenza tra il valore di mercato e quello indicato nelle transazioni e’ superiore al 50%.

 

D’altronde questo fenomeno di condizionamento si era già chiaramente manifestato nell’occasione del fallimento delle Banche Venete allorquando agli inconsapevoli correntisti venivano vendute azioni senza valore.

 

Se queste banche sono riuscite a condizionare i valori di un bene durevole come i diamanti, che hanno una loro quotazione ufficiale, cosa potrebbe succedere al mercato immobiliare italiano e conseguentemente ai risparmi dell’ 83% delle famiglie italiane proprietarie di casa, se questi istituti decidessero di speculare al rialzo o al ribasso sul mercato delle abitazioni?

 

Nella passata legislatura furono presentati numerosi emendamenti volti a vietare alle banche la gestione e la proprietà di agenzie immobiliari, tali emendamenti prendevano spunto dall’atto approvato dal Senato Americano, che dopo la crisi finanziaria del 2008, causata dai mutui sub-prime, ha tracciato una netta distinzione tra l’attività bancaria e le agenzie immobiliari.

 

I Governi Renzi e Gentiloni hanno sempre respinto tali emendamenti, nonostante numerosi parlamentari di tutti gli schieramenti politici, si fossero schierati apertamente per il divieto.

 

Fiaip auspica che l’attuale Governo voglia evitare al mercato immobiliare quanto accaduto ai cittadini italiani che fidandosi di alcune banche hanno gettato al vento i loro risparmi acquistando azioni fasulle e diamanti sovrapprezzo.

 

L’economia Italiana ha bisogno di banche che assolvano il loro scopo, che è quello di finanziare le imprese e le famiglie e non già, quello di condizionare i mercati.

 

La crisi mondiale del 2008 è stata causata dalla finanziarizzazione del mercato immobiliare, per non ripetere gli errori del passato, Fiaip chiede un immediato intervento del Governo.

La strana Italia vista da Londra. I tassi di interesse per David Serra

 scenarieconomici.it 10.6.18

 

Ora un breve, brevissimo, telegrafico post per mostrare come l’Italia sia “Lontana” da Londra e come le notizie, evidentemente, giungano distorte al di là della Manica.

David Serra pensa che il sistema creditizio italiano sia allo sfascio, impazzito, con interessi alle stelle:

Davide Serra 🇪🇺🇮🇹🇬🇧

@davidealgebris

Governo del cambiamento : I mutui a 10 anni costavano 2%. Oggi cambiando costano il 4%. Ultimi 5 anni 1.7 millioni di famiglie hanno comprato casa. Vediamo quanti lo potranno fare nei prossimi 5 anni con Mutui che costeranno 2 o 3 volte tanto!

Dato che ho cercato recentemente un mutuo per un amico, sono letteralmente sobbalzato dalla sedia. I tassi sono raddoppiati in pochi giorni ??? Allarmato vado a controllare ed apro un sito molto diffuso per i prestiti. Mutui.it, e controllo i tassi fissi. Scelgo la stessa condizione che ho controllato qualche mese fa : tasso fisso, 200 mila euro immobile, 100.000 euro mutuo, località Pavia.

Ecco i risultati.

Ma come, nessun tasso FISSO fra i primi tre  supera il 2%. Su dieci offerte di mutuo NESSUNA arriva al 4%, la più elevata è pari solo al 3,36%. Su 10 offerte, 7  presentano un tasso fisso inferiore al 2%……..

Magari si sarà sbagliato ed intendeva tassi variabili, calcolati con Euribor o IRS. Vediamo un po’:

Ma come neanche IRS a 30 anni, arriva al 2% . Insomma, che cavolo di mutui paga il signor David Serra? Oppure chi lo ha informato sui tassi in Italia? Mi chiedo sinceramente come si possano dire dei numeri a caso, senza fare una verifica che, a qualsiasi cittadino italiano, prende al massimo 5 minuti. Però a Londra le cose sono più complesse , si vedono ingrandite, allargate, gonfiate. Pure le fake news.

 

Come M5S e Lega vogliono intervenire nel sistema bancario e finanziario

 startmag.it 10.6.18

fintech

L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta sul programma di M5S e Lega su banche e finanza

C’è banca e banca: anche da noi, sembra tempo di riforme. Nel Contratto di governo, questo tema cruciale viene affrontato così: “Sempre a tutela del risparmio e del credito, bisogna andare verso un sistema in cui la banca di credito al pubblico e la banca d’investimento siano separate sia per quanto riguarda la loro tipologia di attività sia per quanto riguarda i livelli di sorveglianza”.

Poche parole, che riecheggiano la vecchia distinzione del sistema italiano tra le aziende e gli istituti di credito, rimasta in vigore dalla riforma del ’36-’38 fino al varo del Testo Unico del 1993. Era una specializzazione funzionale: mentre le aziende raccoglievano depositi ed erogavano prestiti a breve termine,  gli istituti operavano con raccolta ed impieghi a medio e lungo termine, ed erano spesso specializzati per settore economico di intervento. Si volle ovviare alle cause che avevano determinato la crisi bancaria italiana dei primi anni Trenta, dovuta alle perdite derivanti dalle partecipazioni azionarie nelle imprese industriali, e dal pesante coinvolgimento finanziario nei loro piani di investimento. Si abbandonò per questo il modello bancario alla tedesca che molto aveva contribuito alla vigorosa industrializzazione dell’Italia nel trentennio che precedette la Prima guerra mondiale. Il ritorno alla banca universale, nel ’93, fu assunto dopo un decennale dibattito sugli asfittici rapporti tra banche ed imprese, e sulla carenza di investimenti industriali che derivavano dalla carenza di prestiti a medio e lungo termine.

La crisi di Wall Street del ’29, con i fallimenti che ne conseguirono, aveva avuto una genesi assai diversa da quella italiana, ed anche la riforma bancaria che ne conseguì aveva uno spirito diverso. Con il Glass-Steagall Act americano, nel 1933, si volle evitare il ripetersi di una bolla di valori azionari alimentata dai prestiti concessi dalle banche agli speculatori: era stato per anni l’unico investimento davvero conveniente, con il quadruplicarsi dei corsi, mentre i prezzi dei prodotti agricoli interni ed internazionali cedevano in continuazione. Si combinarono la deflazione dei prezzi al consumo con la inflazione di quelli degli asset. Un fenomeno che si sta verificando pericolosamente, di recente.

Dopo la crisi del 2008, le riforme bancarie hanno cercato di operare una sola distinzione nell’attività bancaria, che rimane altrimenti universale, tra la raccolta del risparmio e la correlativa erogazione del credito all’economia reale, e le attività di investimento speculativo o di trading sui mercati, regolamentati e non, svolta direttamente dalle banche di propria iniziativa, senza un ordine specifico del cliente che si assume il rischio della operazione.

Negli Usa, la riforma bancaria Dodd–Frank del 2010 ha introdotto la “Volker Rule”, che sancisce non solo il divieto di proprietary trading, ma anche quello di acquisire ovvero di mantenere la proprietà di Edge funds o di Fondi di private equity. E’ stato previsto un periodo transitorio quinquennale per procedere alla cessione degli asset ed una deroga che consente alle banche di partecipare direttamente ed attivamente al lancio di nuovi fondi, ma con due vincoli: esplicitare per iscritto agli investitori che qualsiasi perdita rimarrà a loro esclusivo carico, senza alcuna garanzia da parte della banca; uscire dal fondo entro un anno dal lancio, non potendo successivamente detenere più del 3% della sua proprietà.

In ogni caso, il complesso delle quote proprietarie detenute da ciascuna banca nei diversi fondi non potrà superare il 3% del suo capitale, misurato come Tier 1. Non c’è, in questo caso, un trasferimento del rischio originato dalla banca verso gli investitori nei fondi e quindi non è stato introdotto il vincolo della corresponsabilizzazione dell’emittente che invece viene stabilito in via di principio per le asset-baked securities: è qui che serve la credit risk retention dell’emittente.

In Francia, nella riforma bancaria adottata 2013, è stata introdotta sotto questo profilo una disposizione molto meno incisiva: si prevede solo che le attività speculative condotte dalle banche nel proprio interesse debbano essere “confinate in una apposita filiale”. In Inghilterra, nel Banking  Act del 2009, sono state ridefinite le Banche di investimento, istituzioni che effettuano custodia e gestione di investimenti in proprio o come agenti, a cui il Tesoro può ordinare di non effettuare operazioni su determinate categorie di asset.

In generale, le azioni dei legislatori e dei regolatori, anche in Europa, hanno mirato invece al rafforzamento della vigilanza prudenziale, alla simulazione della resilienza agli shock attraverso stress-test, all’aumento dei coefficienti patrimoniali e delle dotazioni di liquidità, alla introduzione di sistemi e di procedure volte a rendere tempestiva e veloce la gestione dei fallimenti bancari.

Nel programma elettorale della Lega, gli obiettivi della riforma bancaria sono stati descritti in modo più articolato. Si parte dal  divieto per le banche commerciali, ovvero le banche che effettuano la raccolta di depositi tra il pubblico, di effettuare attività legate alla negoziazione e all’intermediazione dei valori mobiliari. Si prevede conseguentemente la separazione tra le funzioni delle banche commerciali e quelle delle banche d’affari, che va letta in correlazione con il citato divieto di proprietary trading) che con quello successivo. Alle banche commerciali è infatti vietato detenere partecipazioni o di stabilire accordi di collaborazione commerciale di qualsiasi natura con banche d’affari, banche d’investimento, società di intermediazione mobiliare e in generale società finanziarie che non effettuano la raccolta di depositi tra il pubblico. Pur considerando che si usa una terminologia diversa, sembra la versione italiana della Volker rule, con un periodo transitorio di soli due anni.

Infine, viene previsto un diverso trattamento fiscale tra le banche commerciali e le banche d’affari al fine di favorire le prime, tenuto conto della loro attività a sostegno dell’economia reale e in particolar modo in favore delle piccole e medie imprese: è la stessa proposta che venne avanzata dal Ministro dell’economia Tremonti, ancorchè non prevedesse alcuna distinzione tra categorie di banche, applicando le diverse aliquote alle corrispondenti risultanze contabili.

Fin qui le proposte, che però sembrano ben lungi dall’affrontare organicamente i nodi della situazione bancaria italiana, la cui crisi è dipesa dalla duplice recessione, aggravata da una politica fiscale che non ha saputo prevedere le conseguenze sistemiche delle misure che si accumulavano le une sulle altre.

 

(1.continua)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: