Cassa depositi e prestiti, adesso buoni e libretti postali in mano a Salvini e Di Maio

di Giuseppe Timpone, pubblicato il investire oggi.it

Cassa depositi e prestiti presto in mano a Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Le nomine dei vertici in scadenza passano per il governo e in ballo c'è la ridisegnazione del potere industriale-finanziario italiano.

Formato il governo, adesso la vera partita per Matteo Salvini e Luigi Di Maio è entrare nelle stanze dei bottoni, ad iniziare con la Cassa depositi e prestiti, i cui vertici scadono in questi giorni. Le Fondazioni, azioniste al 15%, per statuto hanno il diritto di nominare il presidente, mentre l’amministratore delegato spetta al Ministero dell’Economia, ovvero formalmente a Giovanni Tria, ma è evidente che delle nomine si occuperanno i due leader della maggioranza. Giuseppe Guzzetti, a capo delle Fondazioni bancarie, ha già fatto sentire la sua voce negli ultimi giorni, avvertendo il governo di non voler sentire parlare di trasformare la Cdp in una banca pubblica d’investimenti e né accetterebbe che fosse usata per sostenere operazioni, che mettano a repentaglio il risparmio degli italiani. Il riferimento riguarda, in particolare, il programma elettorale del Movimento 5 Stelle, che prevedeva di utilizzare l’ente come banca pubblica. E in più occasioni, i rappresentanti di M5S e Lega si sono spesi favorevolmente per operazioni che vedano la Cdp fungere come longa manus dello stato.

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I vertici ancora in carica – il presidente Claudio Costamagna e l’ad Fabio Gallia – si sono detti indisponibili per un secondo mandato. Trattasi di una presa d’atto dell’assenza delle condizioni politiche, che tre anni fa avevano portato alla loro nomina nel bel mezzo del “renzismo”. Per la presidenza si fa il nome di Massimo Tononi, ex presidente di MPS, mentre per il ruolo di ad circola quello di Daniele Scannapieco, attuale dirigenti alla Bei, la Banca europea degli investimenti, la quale di fatto vanta compiti abbastanza simili a quelli che in Italia svolge la Cdp.

La Cdp e il sistema Italia

Perché tanto timore e interesse attorno all’ente, nato nel lontano 1875? Esso gestisce il risparmio postale e per il prossimo triennio ha già stretto un accordo con Poste Italiane, che garantirà a quest’ultima commissioni annue per 1,55-1,85 miliardi di euro. Tra libretti e buoni postali, ci sono in ballo 321 miliardi, di cui 312 in buoni. Trattasi di denaro appartenente a ben 26 milioni di clienti-risparmiatori postali, i quali inconsapevolmente lo erogano proprio alla Cdp, che lo gestisce per operazioni spesso di sistema, pur senza metterlo a repentaglio con interventi spericolati. Ecco, quindi, che lo stesso Costamagna ha respinto nei mesi scorsi l’ipotesi dell’ex ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, di accollarsi Alitalia, cosa a cui starebbero pensando anche i ministri del governo giallo-verde, insieme ad altri dossier, come MPS e Ilva. Ma per statuto, la Cdp non può acquistare aziende decotte, altrimenti minaccerebbe proprio il risparmio degli italiani affidatogli da Poste, che controlla per il 35% del capitale.

Ci sono limiti normativi nazionali ed europei per l’operatività della Cdp; diremmo, per fortuna. La disciplina europea vieta partecipazioni di rilievo nel settore bancario e industriale, per cui i successori di Costamagna-Gallia non potranno, ad esempio, prendersi una banca in crisi (MPS) o agire a loro volta come banca direttamente sul mercato del credito, altrimenti dovrebbero dismettere le partecipazioni in Eni, Poste, Saipem, Open Fiber, etc. D’altro canto, anche ammesso che si trovasse lo stratagemma di spostare tali quote in capo al Tesoro, s’incorrerebbe in un paio di problematiche non di poco momento: lo stato dovrebbe consolidare i debiti delle neo-controllate, oggi formalmente appioppate alla Cdp, e quest’ultima verrebbe sottoposta all’attività di vigilanza di authority come Bankitalia e BCE, dovendo soggiacere alle stesse regole e limitazioni delle banche private.

Il giallo della Cdp in TIM che costa 100 milioni ai risparmiatori postali

Insomma, l’idea che vi possa essere una banca pubblica che presti denaro alle imprese o lo investa in opere infrastrutturali, a beneficio dei territori e in barba al mercato, è facile a dirsi, ma quasi impossibile da attuarsi. Le Fondazioni se la darebbero a gambe, Poste Italiane non passerebbe più il proprio denaro alla Cassa e lo stato si ritroverebbe con più debito pubblico. Meglio allora che la Cdp perseveri nel suo “core” business, quello degli investimenti mirati e oculati, effettuati per un ammontare di 162 miliardi negli ultimi 3 anni, qualcosa pari come la media di oltre il 3% del pil all’anno. E non ultimo, Costamagna lascia al successore un pacchetto azionario del 4,7% in TIM, servito a fare sistema per spingere Elliott a disarcionare Vivendi dalla plancia di comando, riuscendoci. E questo è il dossier politicamente più sensibile, visto che chi lo gestisce ha in pugno anche il destino di Mediaset, una società che fa capo a un certo Silvio Berlusconi, oppositore formale del governo Conte. Nella sostanza, chissà!

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