Come M5S e Lega vogliono intervenire nel sistema bancario e finanziario

 startmag.it 10.6.18

fintech

L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta sul programma di M5S e Lega su banche e finanza

C’è banca e banca: anche da noi, sembra tempo di riforme. Nel Contratto di governo, questo tema cruciale viene affrontato così: “Sempre a tutela del risparmio e del credito, bisogna andare verso un sistema in cui la banca di credito al pubblico e la banca d’investimento siano separate sia per quanto riguarda la loro tipologia di attività sia per quanto riguarda i livelli di sorveglianza”.

Poche parole, che riecheggiano la vecchia distinzione del sistema italiano tra le aziende e gli istituti di credito, rimasta in vigore dalla riforma del ’36-’38 fino al varo del Testo Unico del 1993. Era una specializzazione funzionale: mentre le aziende raccoglievano depositi ed erogavano prestiti a breve termine,  gli istituti operavano con raccolta ed impieghi a medio e lungo termine, ed erano spesso specializzati per settore economico di intervento. Si volle ovviare alle cause che avevano determinato la crisi bancaria italiana dei primi anni Trenta, dovuta alle perdite derivanti dalle partecipazioni azionarie nelle imprese industriali, e dal pesante coinvolgimento finanziario nei loro piani di investimento. Si abbandonò per questo il modello bancario alla tedesca che molto aveva contribuito alla vigorosa industrializzazione dell’Italia nel trentennio che precedette la Prima guerra mondiale. Il ritorno alla banca universale, nel ’93, fu assunto dopo un decennale dibattito sugli asfittici rapporti tra banche ed imprese, e sulla carenza di investimenti industriali che derivavano dalla carenza di prestiti a medio e lungo termine.

La crisi di Wall Street del ’29, con i fallimenti che ne conseguirono, aveva avuto una genesi assai diversa da quella italiana, ed anche la riforma bancaria che ne conseguì aveva uno spirito diverso. Con il Glass-Steagall Act americano, nel 1933, si volle evitare il ripetersi di una bolla di valori azionari alimentata dai prestiti concessi dalle banche agli speculatori: era stato per anni l’unico investimento davvero conveniente, con il quadruplicarsi dei corsi, mentre i prezzi dei prodotti agricoli interni ed internazionali cedevano in continuazione. Si combinarono la deflazione dei prezzi al consumo con la inflazione di quelli degli asset. Un fenomeno che si sta verificando pericolosamente, di recente.

Dopo la crisi del 2008, le riforme bancarie hanno cercato di operare una sola distinzione nell’attività bancaria, che rimane altrimenti universale, tra la raccolta del risparmio e la correlativa erogazione del credito all’economia reale, e le attività di investimento speculativo o di trading sui mercati, regolamentati e non, svolta direttamente dalle banche di propria iniziativa, senza un ordine specifico del cliente che si assume il rischio della operazione.

Negli Usa, la riforma bancaria Dodd–Frank del 2010 ha introdotto la “Volker Rule”, che sancisce non solo il divieto di proprietary trading, ma anche quello di acquisire ovvero di mantenere la proprietà di Edge funds o di Fondi di private equity. E’ stato previsto un periodo transitorio quinquennale per procedere alla cessione degli asset ed una deroga che consente alle banche di partecipare direttamente ed attivamente al lancio di nuovi fondi, ma con due vincoli: esplicitare per iscritto agli investitori che qualsiasi perdita rimarrà a loro esclusivo carico, senza alcuna garanzia da parte della banca; uscire dal fondo entro un anno dal lancio, non potendo successivamente detenere più del 3% della sua proprietà.

In ogni caso, il complesso delle quote proprietarie detenute da ciascuna banca nei diversi fondi non potrà superare il 3% del suo capitale, misurato come Tier 1. Non c’è, in questo caso, un trasferimento del rischio originato dalla banca verso gli investitori nei fondi e quindi non è stato introdotto il vincolo della corresponsabilizzazione dell’emittente che invece viene stabilito in via di principio per le asset-baked securities: è qui che serve la credit risk retention dell’emittente.

In Francia, nella riforma bancaria adottata 2013, è stata introdotta sotto questo profilo una disposizione molto meno incisiva: si prevede solo che le attività speculative condotte dalle banche nel proprio interesse debbano essere “confinate in una apposita filiale”. In Inghilterra, nel Banking  Act del 2009, sono state ridefinite le Banche di investimento, istituzioni che effettuano custodia e gestione di investimenti in proprio o come agenti, a cui il Tesoro può ordinare di non effettuare operazioni su determinate categorie di asset.

In generale, le azioni dei legislatori e dei regolatori, anche in Europa, hanno mirato invece al rafforzamento della vigilanza prudenziale, alla simulazione della resilienza agli shock attraverso stress-test, all’aumento dei coefficienti patrimoniali e delle dotazioni di liquidità, alla introduzione di sistemi e di procedure volte a rendere tempestiva e veloce la gestione dei fallimenti bancari.

Nel programma elettorale della Lega, gli obiettivi della riforma bancaria sono stati descritti in modo più articolato. Si parte dal  divieto per le banche commerciali, ovvero le banche che effettuano la raccolta di depositi tra il pubblico, di effettuare attività legate alla negoziazione e all’intermediazione dei valori mobiliari. Si prevede conseguentemente la separazione tra le funzioni delle banche commerciali e quelle delle banche d’affari, che va letta in correlazione con il citato divieto di proprietary trading) che con quello successivo. Alle banche commerciali è infatti vietato detenere partecipazioni o di stabilire accordi di collaborazione commerciale di qualsiasi natura con banche d’affari, banche d’investimento, società di intermediazione mobiliare e in generale società finanziarie che non effettuano la raccolta di depositi tra il pubblico. Pur considerando che si usa una terminologia diversa, sembra la versione italiana della Volker rule, con un periodo transitorio di soli due anni.

Infine, viene previsto un diverso trattamento fiscale tra le banche commerciali e le banche d’affari al fine di favorire le prime, tenuto conto della loro attività a sostegno dell’economia reale e in particolar modo in favore delle piccole e medie imprese: è la stessa proposta che venne avanzata dal Ministro dell’economia Tremonti, ancorchè non prevedesse alcuna distinzione tra categorie di banche, applicando le diverse aliquote alle corrispondenti risultanze contabili.

Fin qui le proposte, che però sembrano ben lungi dall’affrontare organicamente i nodi della situazione bancaria italiana, la cui crisi è dipesa dalla duplice recessione, aggravata da una politica fiscale che non ha saputo prevedere le conseguenze sistemiche delle misure che si accumulavano le une sulle altre.

 

(1.continua)

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