Esclusiva su BPVi e Veneto Banca, conferma le nostre tesi l’audizione dell’economista Marco Vitale alla commissione d’inchiesta

Pietro Cotròn vicenzapiu.com 9.6.18

Siamo venuti in possesso esclusivo dell’intervento di Marco Vitale, economista di vaglia e, tra l’altro ex vicepresidente della Banca Popolare di Milano, in data 4 maggio 2018 in occasione dell’audizione sulle banche popolari della specifica Commissione di inchiesta che ha sentito anche il nostro direttore, Giovanni Coviello, unico giornalista audito, che nell’occasione ha consegnato alla commissione un dossier con gli articoli  del quotidiano locale, che prospettava una Banca Popolare di Vicenza sempre in salute, e ora da noi pubblicato col titolo “BPVi. Bugie Popolari Vicentine” (nella foto la presentazione odierna in occasione di una diretta di Radio Vicenza al Centro Commerciale Palladio).

L’intervento dell’economista Marco Vitale non fa che ribadire le nostre tesi su una Veneto Banca sacrificata sull’altare della Banca Popolare di Vicenza fin troppo sponsorizzat da Banca d’Italia e di una gestione da parte di Gianni Zonin… Leggete

Marco VitaleMarco Vitale

 

Signora Presidente, Signore Consigliere, Signori Consiglieri

Ringrazio innanzitutto per l’invito ad intervenire alla presente audizione sulle banche Popolari, tema che mi ha visto profondamente coinvolto negli ultimi tempi a seguito della legge del 2015 che ha imposto la trasformazione delle maggiori Banche Popolari in società per azioni, con cancellazione della loro principale caratteristica: il voto capitario. In realtà, come dirò, il mio rapporto con le Banche Popolari è di lunga durata.

Il mio compito di oggi è di illustrare il quadro generale nel quale si inserisce la legge del 2015 e le ragioni della nostra reazione contro un provvedimento improvvido e distruttivo. (L’intervento successico del prof. Fausto Capelli, illustrerà gli aspetti giuridici dell’intera vicenda, ne valuterà le conseguenze e suggerirà qualche azione, per salvare il salvabile).

La mia esperienza con le Banche Popolari

La mia prima esperienza con le banche Popolari risale al 1985, quando 12 delle maggiori e migliori banche popolari italiane decisero di costituire la società comune Arca Spa per la creazione e gestione di fondi comuni di investimento, appena resi possibili dalla legge istitutiva (1984) della quale fui tra i promotori. Su suggerimento del direttore generale della Banca Popolare di Verona, Dott. Del Nero, mi fu offerta la responsabilità di presidente operativo, fusione che accettai con piacere e che esercitai per parecchi anni in tutta la fase di start up e di decollo, facendo di Arca uno dei protagonisti del settore, come, a lungo, rimase e come ancora oggi è.

Questa esperienza mi permise di conoscere a fondo le Banche Popolari e i loro direttori generali che allora erano tutti membri del consiglio di amministrazione di Arca. Tra queste un ruolo di particolare importanza fu proprio quello delle Banche Venete che, insieme alla Popolare di Sondrio e alla Popolare dell’Emilia, furono i pilastri dell’operazione.

Parlo della Popolare di Verona, con il suo bravissimo direttore Del Nero, della Popolare di Vicenza, con l’eccellente direttore Pavesi, già olimpionico di scherma, con la banca Antoniana diretta egregiamente dal direttore Ranieri e la Banca Popolare di Padova con l’eccellente direttore Ceola (queste due ultime furono poi fuse per formare l’Antonveneta). L’esperienza Arca fu esaltante e mi fece conoscere un mondo bancario serio, solido, efficiente, onesto, tra i migliori della mia esperienza, con una classe dirigente di alta qualità. Insieme ai loro colleghi, i direttori della Sondrio, della Bergamo, dell’Agricola Mantovana, di Commercio e Industria, della Popolare dell’Emilia, della Popolare di Lodi, Crema e Cremona, formavano un gruppo dirigente di altissimo livello, sia sul piano professionale che morale. Per questo l’operazione di Arca fu un grande successo. E questo è più che sufficiente per fare giustizia di tante “fake news” divulgate dal Presidente del Consiglio Renzi o dalla Banca d’ Italia per giustificare il loro improvvido provvedimento.

La mia seconda esperienza con le Popolari fu, negli anni ’90, con una presenza quasi decennale come amministratore e vicepresidente della Banca Popolare di Milano. Era questa una banca fortissima sul ricco territorio milanese, ma piuttosto tormentata nella governance. La ragione di questa atmosfera non serena era che, col tempo, si era creata nel corpo sociale una presenza importante di soci-dipendenti che, grazie alla loro compattezza, dominava le assemblee. Era difficile far passare misure, ancorché giuste e utili alla banca, che non avessero il consenso dei soci-dipendenti e, in ultima analisi, dei sindacati. Perciò si diceva, spesso esagerando, che la banca era dominata dai sindacati, che il consiglio stesso era, almeno in parte, succube degli stessi e che certi aspetti delicati, come le carriere interne, venivano spesso decise in modo improprio. A bilanciare queste parziali degenerazioni ed a contrastare rischi maggiori, si ponevano presidenti ottimi e forti come Cesarini, Mazzotta e, prima di loro, Schlesinger che sapevano ben tenere la barra diritta (tutti presidenti eletti dall’Assemblea dominata dai soci-dipendenti!). La Banca d’Italia, via via formulava critiche sulla “governance”, ma non ha mai saputo assumersi la responsabilità di imporre misure correttive adeguate, anche se auspicate dalla presidenza e da parte dei consiglieri.

Con tutto ciò la banca andava molto bene e non si vissero episodi gravi di malversazione, clientelismo e simili. La banca andò in crisi solo quando la “politica” saldatasi con i “peggiori sindacalisti” fece eleggere un presidente che portò nella banca le pratiche peggiori.

Le persone più attente all’evoluzione delle popolari sapevano bene che lo strumento andava corretto, aggiornato e rafforzato e che era necessaria e utile una assennata riforma. Parecchi studiosi cercarono di contribuire a questa evoluzione nella prospettiva di ammodernare e rafforzare le popolari.

Tentativo di soppressione delle Banche Popolari

L’idea di una riforma, quindi, non sorprese nessuna persona informata. Ma ci sorprese questo improvvido e rozzo provvedimento del 2015, perché si capì subito che questa misura non era una riforma ma era la prova della volontà di distruzione del mondo e dello strumento delle Popolari, dopo 150 anni di prezioso servizio al Paese.

Tra i primi a lanciare questa lettura fu uno dei più stimati economisti italiani, Stefano Zamagni che, nel gennaio 2016, scrisse:

La vicenda delle quattro banche fallite è più seria di quanto si creda. Non si tratta infatti solo di errori compiuti, ma di un disegno più ampio che mira da un lato a modificare la natura propria dell’azienda bancaria e dall’altro a sottrarre ai territori le loro banche di riferimento, cancellando secoli di storia… Ovviamente la responsabilità è delle banche imprudenti e poco trasparenti, ma è anche ovvio che queste siano state indotte ad agire in questo modo a causa degli esasperati interventi patrimoniali europei. In conclusione, a me pare che esista un preciso disegno che punta ad eliminare le banche del territorio, non in maniera diretta, ma esasperando il rispetto di regole troppo pesanti. Non si ha il coraggio di ammettere questo disegno, ma se si continuerà a ritenere le economie di scala e le ragioni dell’efficienza l’unico criterio di giudizio, a scapito del valore sociale e della fiducia, la strada è segnata”.

Su questa linea di pensiero costituimmo un gruppo di lavoro formato da studiosi esperti ed indipendenti per contribuire ad una discussione pubblica seria e approfondita.

Ma discussione seria non ci fu. Non ci fu in Parlamento dove lo strumento del decreto-legge strozzò la discussione prima che potesse iniziare, insieme alla passività di parlamentari che accettavano come verità assoluta tutto quello che proveniva dalla Banca d’Italia con l’avallo del Governo. Non ci fu sulla stampa dove pressioni fortissime sui principali giornali impedirono un dibattito libero. Non ci fu nell’opinione pubblica in generale, dove circolò e dominò la visione superficiale che la crisi di alcune popolari giustificava la cancellazione o, comunque, la castrazione dello strumento.

L’analisi del nostro Gruppo di lavoro dimostrò e dimostra, anche con il senno di poi, che quasi tutti gli argomenti sviluppati per sostenere lo sciagurato decreto-legge, erano del tutto inesistenti e alcuni autenticamente falsi, “fake news” come si dice oggi o “Tanten Geschichte” (storie di vecchie zie), come dice un efficace motto tedesco. Tutto ciò è documentato in un rapporto pubblicato come libro da Rubbettino, con il titolo: “Banche Popolari, Credito Cooperativo, Economia reale e Costituzione”, del quale forniamo copia a tutti i consiglieri. L’unico argomento che regge all’analisi critica, e che è anche l’unico che spiega l’accanimento della volontà distruttiva degli autori e sostenitori del decreto legge è che, con la trasformazione in SpA, le banche popolari diventano contendibili. Questo volevano i suggeritori del provvedimento, italiani e stranieri, dei quali il Governo e la Banca d’Italia si fecero portavoce e braccio armato. E questo ebbero.

In realtà la responsabilità è da attribuire in primo luogo alla Banca d’Italia, il vero protagonista di questa vicenda. La sua dirigenza cercava di allinearsi al pensiero dominante, all’ideologia del neocapitalismo secondo cui tutto deve essere contendibile, tutto deve essere mercato, dai servizi taxi alle banche.

In realtà anche la nostra disperata e isolata difesa, contro il bonapartismo economico e la concentrazione del potere bancario, aveva un fondamento ideologico. Il nostro fondamento ideologico era la nostra Costituzione, come illustrammo con queste parole:

La nostra Costituzione è un grande baluardo per resistere a ulteriori concentrazioni di potere finanziario, per una economia ed una finanza partecipativa dove c’è posto per i grandi e per i piccoli, per un’economia del libero intraprendere ma nel rispetto di diritti sovraordinati, in rapporto a quelli, pur legittimi, della buona finanza, per un’economia, una società, una cultura equilibrate che si oppongono all’uniformità ed omogeneizzazione tecnocratica per le quali solo le grandi dimensioni meritano rispetto. Ecco perché non perdono occasione per tentare di scardinarla. Questa, e semplicemente questa, è la partita in gioco nel tentativo in atto di omogeneizzare e banalizzare tutte le nostre strutture bancarie, per sottoporle al pensiero unico di chi pensa che le banche popolari, e tutto il credito cooperativo, siano un’anomalia del sistema. Ed in effetti si tratta di un’anomalia rispetto al loro sistema. Ma il loro sistema è esattamente quello che i padri costituenti non volevano”.

Perché ho parlato di una difesa “disperata ed isolata”? Perché il fuoco di sbarramento contro chi cercava di tenere alta la bandiera della discussione seria e documentata è stata fortissimo e vincente. Ho già parlato delle pressioni indebite sulla stampa. Ma un altro episodio è lucida testimonianza di quanto appena affermato. All’inizio, appena uscì il decreto legge del 2015, oltre 150 docenti di tante università italiane firmarono un manifesto che sosteneva tesi fortemente critiche contro il decreto, in linea con la nostra posizione, tanto che noi lo citammo ripetutamente. Purtroppo, il gruppo dei 150 professori si sciolse come neve al sole e il manifesto sparì dai tavoli, probabilmente con scuse. Le pressioni, unite alla tradizionale mancanza di coraggio degli intellettuali italiani, chiuse rapidamente la partita e tutti o quasi tutti si ritirarono zitti e in buon ordine nel loro banco.

Perciò non ci restava che la via dell’impugnazione davanti all’Autorità giudiziaria e costituzionale, cosa che facemmo come spiegherà il prof. Capelli. Ma da questa battaglia sono emerse alcune amarissime verità:

–   la Banca d’Italia non è più quell’ente intellettualmente onesto e indipendente che

abbiamo imparato a rispettare;

–   anche la Banca d’Italia dice bugie, come viene documentato nel citato libro-rapporto, pubblicato da Rubbettino;

–   anche la Banca d’Italia dice sciocchezze come quando sostiene che le banche devono diventare sempre e solo più grandi e concentrate (già oggi il nostro grado di concentrazione degli attivi bancari è uno dei più elevati del mondo occidentale) e che solo l’elevato capitale rappresenta la garanzia per i depositanti (Einaudi, Menichella, Mattioli, Baffi si rivoltano nella tomba).

Questo passaggio culturale, cioè il rendersi conto che la Banca d’Italia, che continuiamo a rispettare, non merita però più la fiducia incondizionata che si era guadagnata grazie agli Einaudi, Menichella, Baffi, è un passaggio cruciale. Altrimenti continueremo a ripetere errori su errori, senza rendercene conto, se non a posteriori, dando fiducia a chi non merita più fiducia incondizionata. Il presidente del consiglio Renzi ha commesso uno dei suoi più grandi errori dando, in questa materia, carta bianca a Banca d’Italia e agendo come puro megafono di voci che venivano da lontano, incanalate attraverso la Banca d’Italia, incapace di difendere il nostro territorio e il nostro sistema da voci e interessi estranei. Come scrive Zamagni:

In questo quadro mondiale, il caso delle banche italiane ha delle sue specificità. La prima riguarda la non sufficiente capacità della nostra classe politica di difendere le nostre banche del territorio, anche nei confronti delle regole imposte dalla Bce, che non favoriscono la concessione di prestiti e finanziamenti. Inoltre, non è stato rispettato il principio di proporzionalità che vorrebbe che non fossero applicati i ratios patrimoniali delle grandi banche a quelle piccole, o ancora che i criteri di riorganizzazione fossero diversi per i grandi istituti e per quelli di minori dimensioni”.

Il crollo delle banche venete

Mi sono soffermato sullo scenario generale perché è difficile capire il crollo delle banche venete, senza inquadrarle in tale scenario.

Non ho fatto analisi particolari sulle banche venete. Le mie riflessioni si basano quindi su quanto è stato reso noto dalla stampa, arricchito da colloqui approfonditi con manager impegnati nel vano e tardivo tentativo di salvataggio delle stesse, da incontri con gruppi di azionisti che hanno perso tutto, da corrispondenza con persone, a vario titolo, coinvolte in questa tragedia. La parola tragedia non appaia esagerata. La distruzione di due banche di territorio di questa importanza, che operava da molto tempo in un’area prospera come quella della Regione Veneto, non è solo una sventura costituita dal, pur grave, impoverimento di alcune centinaia di migliaia di azionisti che hanno perso un patrimonio e ancora più hanno perso la loro fiducia nel sistema, ma è una disgrazia per l’intero territorio veneto che si trova privo di un proprio sistema bancario dedicato prevalentemente al territorio stesso. Avere un sistema bancario con una dirigenza locale è fondamentale per ogni territorio. Ma alla Banca d’Italia si narrava la favola che ciò non è più vero e che l’unica cosa che conta è la dimensione e la consistenza del capitale.

Certamente la crisi economica ha colpito queste banche, come ha colpito tante altre banche popolari e non popolari, la maggior parte delle quali non sono fallite. E’ sicuramente vero che la crisi è, in parte, dovuta a pratiche disinvolte e ad abusi gestionali inaccettabili e che meritano di essere sanzionati. Ma queste due cause, anche sommandosi, non potevano portare, da sole, alla distruzione di queste due banche. Per distruggere due banche di questo tipo bisogna essere molto bravi. Non nutro il minimo dubbio su questa conclusione, soprattutto conoscendo, come ho detto, la forza di queste banche e la forza del loro legame con uno dei territori più ricchi di imprenditoria capace e diffusa, in un sistema economico molto forte. Qualcuno ha dunque, consapevolmente o inconsapevolmente, perseguito l’obiettivo di distruggere queste banche. L’errore iniziale è stato quello della Banca d’Italia che voleva, ad ogni costo, che la Banca Popolare di Vicenza si fondesse con Veneto Banca. Nel 2012 Bankitalia fece un’ispezione al termine della quale non trovò nulla da sanzionare. L’anno dopo una dura ispezione su Veneto Banca legittimava fortissime anche se informali pressioni su Veneto Banca perché “si consegnasse senza condizioni a Vicenza”. Ma i test BCE nel 2014 dimostrarono che Veneto Banca era più solida di Popolare di Vicenza e che l’idea di fondere le due banche era un’autentica sciocchezza. Poi ci fu la grave vicenda diAtlante con autentico esproprio degli azionisti e complicazioni a non finire di trattative con BCE. Senza entrare nei dettagli: ci furono due-tre anni di inerzia, allarme, confusione. Eppure, tutti sanno che una crisi bancaria si affronta e risolve rapidamente ed efficacemente, altrimenti si acuisce la perdita di fiducia nei depositanti e clienti e la crisi diventa ingovernabile. Nessuna banca, per quanto capitalizzata, può resistere a una cura di questo tipo. È come tentare di difendersi dalla valanga alzando contro di essa gli sci. Mi ha scritto un imprenditore veneto che ha perso tutto quello che aveva investito in una delle due banche: “non si affrontano le responsabilità di chi ha gestito la “distruzione” della Banca dal 2015 (ed anche prima): i gestori, i sindaci, gli amministratori della Banca, i revisori dei bilanci, la Banca d’Italia e, primo fra tutti, il Capo di Governo di allora che è intervenuto con dei decreti che, visti nel loro insieme, hanno creato di fatto “una tempesta perfetta” che ha consentito alla speculazione finanziaria di acquisire la Banca a valore zero: obbligo di trasformarsi da cooperativa (non scalabile) in SpA (scalabile); scalata di Atlante con un aumento di capitale di 0.1 euro per azione favorita da regolamento che ha impedito ai vecchi soci di partecipare all’aumento di capitale; notizie nei mass-media di possibile fallimento, unito al rischio di bail-in che ha creato un fuggi fuggi generalizzato dalla Banca; due anni con una gestione totalmente inerte, senza avviare alcuna opera di ristrutturazione”. Cosa potevo rispondere a questa lettera? Quello che ho risposto: “Lei ha ragione. Nessuna banca al mondo poteva resistere a questa cura”.

La Banca d’Italia ha emesso un documento datato 2016 al Consiglio Regionale Veneto, dove fornisce la sua lettura dei vari passaggi della crisi. In esso, tra l’altro si legge: “poiché non riuscivamo a reperire risorse private per il finanziamento del piano (piano quinquennale di ristrutturazione) le due banche hanno presentato istanza di ricapitalizzazione precauzionale al Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF). Dopo mesi (sic! Siamo nel marzo 2017 di una crisi già evidente dal 2012-2013 e si perdono altri mesi!) di confronto tra le banche, il MEF, la Banca d’Italia, la BCE e la Commissione Europea, quest’ultima ha ritenuto che non esistessero le condizioni per autorizzare la ricapitalizzazione precauzionale. Il 25 giugno le due banche sono state poste in liquidazione”. In queste poche righe e nelle date in esse contenute, c’è la sintesi delle ragioni che hanno portato al disastro delle due banche venete, ed al “dono” del ricco territorio veneto, su un vassoio d’argento, a Banca Intesa Sanpaolo.

Non si capisce tanta inerzia e tanti “errori” negli interventi se non si legge l’intera storia inquadrandola nella volontà lucida e pervicace di Banca d’Italia di eliminare le Banche Popolari e il loro mondo. Ad essa si aggiunge, questa volta, anche l’approccio burocratico e dispersivo della BCE che ci ha messo, in questa tragedia, molto del suo.

Poteva andare diversamente? Sicuramente sì, se non si fosse coltivato per lungo tempo l’idea errata della fusione; se si fosse, invece, forzata ogni singola banca a fare urgentemente i necessari interventi di pulizia, ristrutturazione e ricapitalizzazione; se non si fosse forzata la trasformazione in SpA con il decreto del 2015; se, al limite, si fossero commissariate entrambe le banche; se si fosse lanciato per entrambe un serio aumento di capitale chiamando i soci a raccolta anziché impedire loro di intervenire. Perché non lo si è fatto? Perché la Banca d’Italia voleva eliminare le Banche Popolari e non poteva perdere questa ghiotta occasione. Perché l’approccio superburocratico e lentissimo della BCE è incompatibile con la gestione delle crisi bancarie. Perché il Presidente del Consiglio, Renzi, aveva una visione viziata e fanciullesca del nostro sistema bancario ed in particolare delle Popolari.

Al centro di tutto sta lo sciagurato decreto legge del 2015, che ha portato solo guai ed impoverimento del sistema bancario italiano, che è anche grazie a queste vicende, il sistema con la massima concentrazione degli attivi bancari in poche mani del sistema occidentale; una situazione contraria a quello che vuole la nostra Costituzione e contraria agli interessi dell’economia e del popolo italiano.

Su questi aspetti e sul che fare, per salvare il salvabile, si svilupperà l’intervento del Prof.Capelli…