Intesa, le conseguenze di Generali

 LETTERA43.IT 27.2.17

Dopo lo stop alla scalata di Trieste, è scoppiato il malumore tra i soci e i consiglieri della banca. Il cda non è in scadenza, ma già si parla di avvicendamenti. Il vero vincitore della vicenda? Mustier di Unicredit

Questa della mancata scalata a Generali è una storia di “emme”. No, non è quello che state subito pensando voi, miei affezionati e maliziosi lettori – d’altra parte la colpa è mia, vi ho tirato su così. No, io parlo di tre signori che hanno in comune la lettera “M” come iniziale dei loro cognomi: Messina, Mustier, Minali. Cui si aggiunge, buon peso, la “M” di Mediobanca.

UNA PESSIMA GESTIONE. Carlo Messina ha gestito come peggio non poteva la sua ambizione di conquistare Generali. Non vi posso spiegare perché – anch’io ho i miei segreti -, ma vi assicuro che il dossier era sul suo tavolo, così come su quello dei due grandi vecchi di Banca Intesa, Nanni Bazoli e Giuseppe Guzzetti, dall’autunno 2016. Cioè prima del 4 dicembre. Ma come, non vi ricordate più cosa è successo il 4 dicembre 2016? In fondo sono passati meno di tre mesi. Ma il referendum! No?

AXA SI STAVA MUOVENDO. E cosa c’entra il referendum con la scalata a Generali? C’entra, eccome se c’entra. Infatti quel dossier prima di tutto era sul tavolo dell’allora presidente del Consiglio. Conteneva indicazioni – vere – che Axa, in combutta con Vincent Bolloré e il suo amico e sodale ceo di Generali Philippe Donnet – sì proprio quello che insieme abbiamo scoperto che a Trieste chiamano “Vitel Donnet” – si stava organizzando per muovere sulla compagnia triestina.

«Vinco il referendum e poi voi date una bella sistemata a quei francesi», sembra abbia detto un esaltato Matteo a Messina, nel frattempo pubblicamente indicandolo, per esempio nel salotto televisivo di Bruno Vespa, come il miglior banchiere d’Europa (ma non sarà che l’ex premier porta un po’ sfiga?). Tuttavia, nonostante il 4 dicembre le cose siano andate per un altro verso, a Banca Intesa – in gran segretezza, facendo girare gli zebedei agli esclusi, Gaetano Miccichè in testa – hanno continuato a lavorare sul dossier, supportati da Carlo Pedersoli (Studio Pedersoli) e Leonardo Totaro (McKinsey Italia, per altro in pieno conflitto d’interessi visto che è super consulente di Generali).

AVEVAMO SCHERZATO. E quando, modestamente, il vostro Occhio di Lince ha raccontato per primo le loro intenzioni e le voci hanno cominciato a girare, Messina non ha trovato niente di meglio che sussurrare un “no comment” e poi, pressato, ammettere ufficialmente che stava studiando un’offerta su Generali. In questi casi, prima si nega e poi si parla dopo aver agito. Qui invece Messina ha fatto passare un mese – «stiamo studiando» (sic) – per scoprire che i fondi e i consiglieri che li rappresentano in cda erano contrari, e quindi dire che aveva scherzato.

BAZOLI AMAREGGIATO. Tutto ciò ha provocato grande scontentezza nelle fondazioni azioniste, la Cariplo di Giuseppe Guzzetti in testa, e di profonda amarezza di Nanni Bazoli, provato anche per le vicende giudiziarie che hanno coinvolto Ubi Banca. Lo so, obietteranno i miei lettori esperti di finanza, il cda di Intesa è stato nominato nel 2016, e non è in scadenza. Ma già qualcuno immagina che ci possano essere in anticipo degli avvicendamenti.

Si dice che Paolo Andrea Colombo, ora vice presidente, potrebbe prendere il posto del poco incisivo Gian Maria Gros-Pietro. Già presidente dell’Enel, Colombo, titolare di un avviato studio professionale a Milano che porta il suo nome, sarebbe molto gradito ai due grandi vecchi, Bazoli e Guzzetti, e ai fondi, che con i consiglieri Maria Mazzarella e Marco Mangiagalli si sono fatti sentire in modo critico in occasione dell’infausta gestione del dossier Generali.

CACCIA ALL’UOMO GIUSTO. Ma se dovesse saltare il presidente difficilmente resisterebbe l’amministratore delegato, per la cui sostituzione è già partita la caccia all’uomo giusto. Forse ce n’è uno che già siede in consiglio, forse c’è un banchiere particolarmente in auge che potrebbe venire da fuori, ma per ora è presto per fare dei nomi. Io uno in mente ce l’ho, ma permettetemi di non entrare nel gioco al massacro del toto candidati.

Per “M” inizia anche il cognome di Jean Pierre Mustier, che di questa vicenda rischia di diventare il vincitore per abbandono del ring da parte del concorrente. Ora il numero uno di Unicredit, padrone incontrastato della banca dopo il felice esito del super aumento di capitale da 13 miliardi (più 7 da vendite), ha via libera per fare le sue mosse su Generali. Ma, come ha preannunciato al premier Paolo Gentiloni nella sua recente visita a Palazzo Chigi – organizzata senza l’ausilio dell’ormai bruciato capo delle relazioni esterne Maurizio Beretta – Mustier non ha alcuna intenzione di muovere su Trieste, bensì su Milano.

OBIETTIVO MEDIOBANCA. Già, il suo obiettivo è Mediobanca – vedete quante “emme” ci sono in questa storia – e il piano per conquistarla sarebbe già pronto. È segretissimo, ma vi prometto che il vostro Occhio di Lince ve lo racconterà prima degli altri. Chiaro invece l’obiettivo: prendere il controllo dell’istituto, scorporare l’attività di tipo retail come CheBanca! e rifocalizzare la creatura di Enrico Cuccia come banca d’affari.

UN ATTACCO FANTASMA. Va da sé che dentro il portafoglio di Mediobanca Mustier troverà il pacchetto di controllo di Generali, e dovrà decidere che assetto dare alla compagnia, che nel frattempo ha speso un miliardo (ha comprato il 3% di Intesa) per difendersi da un attacco fantasma. Sicuramente non farà sconti al suo amico Donnet, né tantomeno ascolterà Bolloré che, come ha scritto coraggiosamente Sara Bennewitz su la Repubblica (strano che nessuno l’abbia ripreso) è stato lasciato solo sia in Mediobanca sia nella partita con Fininvest.

Tantomeno Mustier avrà pietà di Alberto Nagel, amministratore delegato di piazzetta Cuccia, che ha capito l’antifona tanto da aver chiesto al suo maestro di sci di Courmayeur di prepararsi a una sua lunga vacanza sulla neve. Chi invece potrebbe essere (ri)chiamato dal numero uno di Unicredit è la vittima sacrificale di tutta questa assurda vicenda Generali-Intesa, l’ex direttore generale del Leone, Alberto Minali. La terza “emme” di questa storiaccia.

E SE TOCCASSE PROPRIO A MINALI? Minali, infatti, nonostante fosse il vero perno operativo della compagnia assicurativa, è stato giubilato per volere del trio Donnet-Bolloré-Nagel – di fronte al quale tutti i consiglieri, compreso Francesco Gaetano Caltagirone che pure ha fatto sapere di non aver condiviso quella decisione, hanno piegato mestamente la testa – per il solo fatto che era l’unico ad avere il coraggio di denunciare il rischio che Generali finisse preda di Axa, la compagnia francese dalla quale proviene Donnet e a cui è legato Bolloré. E se, miei devoti e appassionati lettori, fosse proprio Minali a essere chiamato a sostituire Donnet – il cui posto traballa come quelli di Nagel e Messina – questa storia di “emme” avrebbe una conclusione altrettanto di “emme”, la “emme” di meraviglia.

(*) Con questo “nom de plume” scrive su Lettera43.it un protagonista e osservatore delle più importanti partite del potere politico ed economico-finanziario italiano.

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