Blackrock, ancora tu?

posted by Ilaria Bifarini scenari economici.it 8.11.16

Secondo il prestigioso giornale Limes fu proprio l’americana Blackrock a tessere la trama per la caduta del Governo Berlusconi nel 2011. Intanto, con la strategia già conosciuta da Ligresti di tenersi sotto il 5%, sta comprando l’Italia.

 

Gestisce 4,65 mila miliardi di dollari, circa due volte il famigerato debito italiano, ed è il primo Asset Manager Globale per volumi gestiti: per avere un ordine di grandezze la più conosciuta JP Morgan amministra un ammontare di 1,72 miliardi di dollari. Eppure non tutti sanno chi è Blackrock, il colosso finanziario americano, l’hedge fund nato nel 1988 sulle spoglie del crollo finanziario di Wall Street, e invigorito nel contesto di deregolamentazione finanziario della presidenza Clinton.

Con una strategia a macchia di leopardo la Roccia Nera ha acquisito piccole quantità di azioni in una moltitudine di banche e imprese e le ha poi incrementate. Con un occhio alle dinamiche di orientamento dei mercati finanziari, ha inoltre rilevato quote maggioritarie nelle due principali società di rating internazionali, Standard & Poors e Moody’s. Nel 2009 ha acquisito Barclays Investment Group, che detiene partecipazioni azionarie nelle principali multinazionali. Tra le partecipazioni di spessore Blackrock detiene una quota di circa il 6% di Deutsche Bank.

Come se non bastasse, ha acquisito il 5,8% del motore di ricerca più utilizzato al mondo, Google, e ha un proprio centro studi di eccellenza che studia le dinamiche economiche e sociopolitiche a livello mondiale. Detiene inoltre la piattaforma tecnologica “Alladin”, un sistema che è in grado di tradurre i dati di mercato in scelte di investimento per circa 200 fondi cui si appoggiano centinaia di operatori. Un congegno quasi fantascientifico, tanto che l’Economist lo ha considerato capace di manipolare il mercato e la società, creando “un pensiero unico” dei mercati che si ripercuote sulle politiche di interi Paesi.

Al momento in Italia è tra i primi azionisti di Unicredit e Intesa San Paolo e detiene ingenti quote di Atlantia (la nuova Autostrade), Telecom. Enel, Banco Popolare, Fiat, Eni e Generali, Finmeccanica, Banca Popolare di Milano, Fonsai, Intesa San Paolo, Mediobanca e Ubi. La strategia seguita è quella di rimanere sotto la soglia del 5% (molte partecipazioni si attestano al 4,99%) in modo da sfruttare l’esenzione dalle comunicazioni, come previsto dall’art.120 del nostro Testo unico della finanza (lo stesso stratagemma già noto a Salvatore Ligresti).

Recentemente è entrato anche nella gestione del risparmio della privatizzata Poste e ha mostrato interesse ad acquisire quote della società del controllo del traffico aereo italiano (Enav) passata in Borsa. Un elenco che non si ferma qui, visti gli ottimi rapporti instaurati con il presidente del Consiglio. Nei giorni scorsi Morelli è andato negli Usa ad incontrare i vertici di Blackrock per decidere il futuro di MPS. Circolano voci che voglia comprare i mutui deteriorati delle nostre banche a prezzi stracciati. Di certo il motto di Blackrock “comprare quando scorre il sangue” trova terreno fertile nella crisi dell’economia italiana.

PS Solo per rifrescare la memoria. Forse non tutti ricordano che per la prestigiosa rivista Limes (del gruppo Espresso-Repubblica, immune quindi dai complottismi) fu il colosso americano Blackrock a contribuire alla caduta del governo Berlusconi architettata nel 2011. Azionista rilevante di Deutsche Bank, “Annunciando la vendita di titoli di Stato italiani, fece esplodere il divario tra Btp e Bund causando la resa di Berlusconi e l’avvento di Monti”. Per avere una conferma bisognerebbe chiedere a Giuliano Amato, che allora ricopriva il ruolo di senior advisor della banca tedesca.

Ilaria Bifarini

BLACKROCK E’ guerra dei poteri forti verso l’Italia. Di Maio e Salvini si sbrighino a fare un governo “populista”

Oltrelebarricate.wordpress.com 27.3.18

Mentre in Italia, dopo l’elezione dei presidenti delle Camere  grazie all’accordo tra M5S e Centrodestra, si guarda con sempre maggiore attesa verso una possibile alleanza “populista” di governo tra Di Maio e Salvini, all’estero i poteri forti sovranazionali hanno già iniziato le manovre per azzoppare o ridurre all’obbedienza il nuovo esecutivo.

Prima è stato il Commissario europeo per gli affari economici Moscovici a dire – con un rispetto istituzionale degno di Riina – che “Se l’Italia dovesse aumentare il debito per creare aiuti sociali, lo spread salirà di nuovo” (9 marzo).

Poi è sceso in campo il Fmi, intimando agli italiani di tornare a tagliare le pensioni (contro la volontà di Lega e M5S di abolire la Fornero), di cancellare la quattordicesima e ridurre la tredicesima, nonché abolire i sussidi alla maternità. (16 marzo)

Infine si è fatta sentire pure BlackRock, la più grande società d’investimento al mondo, annunciando una posizione di “underweight” (significa sottopesare) dei Btp italiani, che potrebbe preludere a una serie di vendite, con conseguente aumento dello spread. (20 marzo)

A ciò vanno sommate le problematiche legate al Def (Documento di Economia e Finanze), da presentare a Bruxelles entro il 10 aprile, ben spiegate qui da Alberto Micalizzi.

Tutto questo dà la misura di quanta pressione si stia addensando sul nuovo esecutivo in Italia, specie se dovesse esprimere una linea di rottura con l’establishment finanziario  ed europeista pro-austerità.

Se tutti conosciamo la Troika, qui ben rappresentata da Moscovici e il Fmi, ben pochi conoscono il fondo BlackRock e il suo peso sulla finanza globale.

BlackRock è – come detto – la più grande società d’investimento al mondo, guidata da Larry Fink, con un patrimonio di oltre quattro mila miliardi di dollari.

E’ il principale investitore Usa di lungo periodo in Italia e detiene ingenti quote di Atlantia (la nuova Autostrade), Telecom, Enel, Banco Popolare, Fiat, Eni, Generali, Finmeccanica, Mediaset, Banca Popolare di Milano, Fonsai,  Mediobanca, Ubi; è entrata anche nella gestione del risparmio della privatizzata Poste.

BlackRock ha per advisor l’onnipresente George Soros.

BlackRock controlla le agenzie di rating Moody’s e Standard & Poor’s (e quindi eventuali declassamenti annunciate da queste sarebbero sempre farina del suo sacco).

BlackRock detiene quote essenziali (attorno al 5%) di tutte le principali banche italiane, tra cui Unicredit e Intesa San Paolo, che a loro volta detengono la maggioranza delle quote della Banca d’Italia.

BlackRock  è l’azionista principale di Deutsche Bank e lo era anche nel 2011, quando fu avviata la massiccia vendita di titoli di Stato che portò all’innalzamento dello spread e conseguente caduta del governo Berlusconi.

Adesso BlackRock riscende in campo quando si sta delineando la possibilità di un governo populista, euroscettico, antisistema e sostanzialmente sovranista, quale sarebbe quello composto da M5S, Lega e Fratelli d’Italia.

La guerra dei poteri forti ai cittadini italiani e al voto del 4 marzo è cominciata, e si arricchisce di un dettaglio fondamentale: con l’attacco frontale del Fmi ai sussidi di maternità, si palesa ancora una volta la volontà dei poteri forti di distruggere la natalità in Italia, dopo le misure di austerità, il pareggio di bilancio e il Fiscal Compact imposti in piena crisi, e dopo il folle decreto Lorenzin che – su ordine di Obama – ha costretto i piccoli italiani a dieci vaccinazioni ingiustificate, rendendoli esposti come non mai agli effetti collaterali che ne possono conseguire.

I poteri forti dell’oligarchia finanziaria/massonica euroatlantica non vogliono solo impoverire gli italiani e saccheggiare le ricchezze che hanno accumulato in decenni di lavoro e sacrifici, ma anche ESTINGUERE la popolazione italiana autoctona, sostituendola con carrettate di immigrati generosamente portate dalle Ong gestite dagli stessi esponenti dell’oligarchia finanziaria.

L’obiettivo è chiaro: distruggere l’identità nazionale, l’orgoglio per la propria storia e le proprie radici, per rendere ciò che rimarrà degli italiani dei “bravi cittadini europei”, proni ai diktat di Bruxelles, Berlino e della finanza sovranazionale, in modo che il saccheggio del Belpaese continui senza che nessuno abbia la forza o la volontà di ribellarsi.

Il tempo di ribellarsi è ora: il voto del 4 marzo e il referendum del 4 dicembre 2016 hanno espresso con chiarezza qual’è la volontà della maggioranza degli italiani: quella di riprendersi le chiavi di casa e rispedire al mittente ogni ingerenza esterna, che sia delle banche d’affari, dell’Ue, del Fmi, di Stati esteri come gli Usa, la Germania o la Francia, delle Ong portamigranti, di Soros o di chiunque altro.

Perciò diciamo a Salvini e Di Maio: fate rapidamente un governo che faccia l’interesse nazionale e mandiamoli al diavolo,  come ordinato dalla maggioranza degli italiani.

Ecco come BlackRock entrerà in Eurizon di Intesa Sanpaolo

di Fernando Soto Startmag.it 11.6.18

Il colosso americano Blackrock sta per entrare nel capitale di Eurizon, la società di risparmio gestito del gruppo Intesa Sanpaolo. Ecco tutti i dettagli dopo gli articoli odierni del Financial Times e del Corriere della Sera

Financial Times e Corriere della Sera all’unisono: Blackrock entrerà in Eurizon (Intesa Sanpaolo). Ecco che cosa scrivono oggi i due quotidiani. Anche se la notizia era stata anticipata con indiscrezioni a metà marzo da Bluerating.

CHE COSA DICE IL FINANCIAL TIMES SU EURIZON E BLACKROCK

Blackrock, colosso americano del risparmio gestito, sta trattando l’acquisto di una quota di minoranza del fondo Eurizon in mano ad Intesa Sanpaolo. Lo scrive oggi il Financial Times, secondo il quale il negoziato è in corso da mesi. Blackrock detiene già il 5% delle azioni della banca italiana, di cui è il secondo azionista, e starebbe trattando una quota del 10% di Eurizon.

CHE COSA FA EURIZON DI INTESA SANPAOLO

Eurizon è il secondo asset manager italiano, con masse in gestione per 314 miliardi di euro. Blackrock ha in mano a livello globale asset pari a 6.300 miliardi di dollari e intende allargare la presenza in Italia e in Europa. Gli americani sono già il maggiore gestore in Europa con 1,8 miliardi di dollari di asset che rappresentano, scrive il Financial Times, il 28% del totale masse e il 30% dei ricavi del gruppo.

L’ARTICOLO DEL CORRIERE ECONOMIA

Attualmente l’industria italiana del risparmio vede due assoluti protagonisti: le Assicurazioni Generali e Intesa Sanpaolo. La prima vuole arrivare a gestire 500 miliardi e già controlla quasi il 24% del mercato; la seconda ha superato la soglia dei 400, con una quota di circa il 20%, ha ricordato oggi il Corriere della Sera nell’inserto Economia in un articolo di Edoardo De Biasi.

LE MOSSE DI GENERALI

Proprio l’asset management, sotto la guida di Tim Ryan, è uno dei principali strumenti di crescita del gruppo Generali. Il brand e la solidità patrimoniale favoriscono questo sviluppo: “Il gruppo di Trieste, comunque, vuole diventare la più grande piattaforma multi-boutique europea. Il primo passo sarà lo sviluppo di una piattaforma sui real asset e di gestione attiva per conseguire migliori rendimenti e profitti maggiori. Importanti poi i rapporti di collaborazione sempre più stretti con Unicredit”, ha scritto il Corriere Economia. Nei giorni scorsi, per esempio, è stata siglata una partnership che consentirà di distribuire prodotti assicurativi nei paesi del sud-est europeo. (qui l’approfondimento di Start Magazine sulle mosse di Unicredit nell’est Europa con Generali e Allianz).

LE ANTICIPAZIONI DEL CORRIERE SU BLACKROCK IN EURIZON

Anche Intesa Sanpaolo ha progetti ambiziosi: mira ad essere una delle prime cinque private bank in Europa e la seconda nell’Eurozona. Tommaso Corcos, capo azienda Eurizon, da tempo sta lavorando per stringere una partnership internazionale: “In passato si è parlato una possibile aggregazione tra Fideuram Sgr ed Eurizon Capital. Tutto questo però è superato. Entro la fine dell’anno verrà siglata un’alleanza internazionale. E se tutto andrà come previsto il partner sarà proprio BlackRock”, ha rivelato De Biasi sul Corriere Economia.

L’Abi, il dopo Patuelli e la rincorsa di Camillo Venesio

 s tartmag.it 11.6.18

Che cosa si dice e si bisbiglia nell’Abi, l’associazione delle banche italiane presieduta da Antonio Patuelli

Con i giochi fatti per il biennio 2018-2020, in Abi c’è già chi guarda al futuro ovvero a quando finirà il terzo e ultimo mandato di Antonio Patuelli.

Spiccano, in questo senso, le ambizioni di Camillo Venesio, da parecchi anni amministratore delegato e direttore generale della Banca del Piemonte, un piccolo ma ricco e storico istituto di credito torinese/piemontese. Dimensioni ridotte a parte e quote di mercato impalpabili, il mini istituto ha consentito a Venesio di avere, nell’organizzazione di categoria, un discreto spazio di manovra. Con la benedizione e il placet del presidente Patuelli, Venesio ambiva a fare il salto già quest’anno. Tuttavia, dovrà attendere. Sarà confermato nel suo attuale ruolo di vice anche per i prossimi due anni (grandi gruppi bancari permettendo) e potrebbe essere promosso nel 2020, quando il pallino per la designazione del presidente della Confindustria del credito passerà agli istituti minori.

A Palazzo Altieri è conosciuto. È a lui che Patuelli si affida, talora, per la gestione di alcuni equilibri nel parlamentino dell’Abi. Venesio comunque ha dato il suo contribuito a costruire la tela per le nomine nei vari organismi dell’Associazione per il 2018-2020. L’ultima parola però nelle decisioni resta sempre al presidente Patuelli, sensibile e abile ad ascoltare e rispettare le esigenze dei grandi gruppi bancari e le decisioni del numero uno di Intesa, Carlo Messina.

Quello attuale è un periodo cruciale per l’intera Abi, specie se si considera il fatto che, nei prossimi mesi, andrà rinnovato il contratto di lavoro, in scadenza a fine anno. Partita nella quale è decisiva la figura del presidente del Casl: è il Comitato affari sindacali e del lavoro, quello che dialoga e negozia con le sigle sindacali le piattaforme contrattuali (negli ultimi due anni pressoché fermo per l’inerzia del presidente uscente, Omar Eliano Lodesani, si mormora tra i sindacati).

A presiederlo, stavolta, sarà un alto dirigente del BancoBpm, Salvatore Poloni, che ha avuto, in passato, una permanenza in Banca Intesa, uscendone non senza qualche incomprensione. Ed è in Ca de’ Sass che Poloni ha costruito una importante relazione professionale con l’attuale Chief Operating Officer, Rosario Strano (manager moderno e innovativo, di grande fiducia di Messina, si dice nel gruppo creditizio milanese). Un rapporto, quello tra i due ex colleghi, fatto di collaborazione e rispetto reciproco, un legame personale e professionale che ha portato Strano a caldeggiarne fortemente il nome a Messina. In ballo, fino a qualche giorno fa, c’era anche la candidatura dell’amministratore delegato di un grande gruppo.

La poltrona del Casl garantisce grande visibilità e prestigio, ma è estremamente pericolosa per il fatto di poter bruciare manager in pochissimo tempo. Il patto è stato comunque poi chiuso con la decisione di affidare il Casl al condirettore generale di Piazza Meda. Un puzzle che si completa con la scelta “a monte” di attribuire a Gian Maria Gros Pietro, torinese come Venesio e presidente di Intesa, la vicepresidenza vicaria della stessa Abi che ha di fatto escluso una candidatura della prima banca italiana alla presidenza del Casl.

Sta di fatto che l’accoppiata Poloni-Strano farà dormire sonni tranquilli al presidente Patuelli anche se Venesio, fino all’ultimo, avrebbe preferito un uomo Unicredit alla guida del Comitato sindacale di Abi.

Perché le autostrade italiane sono le più care d’Europa

Milena Gabanelli e Ferruccio Pinotti corriere.it 10.6.18

 

Neanche fossero un tappeto da biliardo! Le nostre autostrade sono le più care d’Europa. In Germania, Olanda e Belgio le autostrade sono gratuite. In Austria l’abbonamento annuale alla rete autostradale costa 87,30 euro l’anno per gli automobilisti e 34,70 per i motociclisti. In Italia con 34 euro si percorrono 400 chilometri. In Svizzera l’abbonamento costa 40 franchi l’anno, circa 38,12 euro. In Francia il sistema di pedaggi è simile al nostro, ma meno caro: Parigi-Lione sono più o meno 450 chilometri, €19,80 in moto, €33,30 in auto. In Italia la tratta Ventimiglia-Bologna, chilometraggio equivalente, costa 40,50 euro. In Spagna le autostrade si chiamano Autovie e sono gratuite; solo per le Autopistas si paga. In Slovenia il costo dell’abbonamento annuale è di 55 euro per i motociclisti, di 110 per gli automobilisti. In Italia con questa cifra si può percorrere una volta la Milano-Napoli andata e ritorno.
Efficienza

La rete italiana (e quella francese che però vanta una rete di oltre 9.100 chilometri contro i nostri quasi 7.000) ha scelto un sistema di pedaggi basato sui caselli. Un sistema che in molti Paesi europei è giudicato antiquato e oneroso in termini di costi di progettazione, costruzione, personale per la riscossione (dove non sono automatici) e assistenza. Inoltre i caselli consumano corrente e producono incolonnamenti quando il traffico è intenso.

Concessioni

Oltre ai mille chilometri gestiti da Anas, per gli altri seimila chilometri le concessioni sono 26, ma quasi il 70% se lo spartiscono da anni due gruppi. Si tratta del Gruppo Atlantia (Benetton), che controlla Autostrade per l’Italia e che gestisce oltre 3.000 chilometri, e del Gruppo Gavio, che gestisce oltre 1.200 chilometri. Insieme coprono i tre quarti circa del mercato. Gli altri 1.650 chilometri sono gestiti da società controllate da enti pubblici locali e da alcuni concessionari minori.

La concorrenza

Dopo continui richiami sul tema della concorrenza, Bruxelles ha messo il dossier sul tavolo della Commissione. Un anno fa lo Stato italiano è stato deferito alla Corte di giustizia per non avere messo a gara la realizzazione dei lavori della Civitavecchia-Livorno, prorogando la concessione alla Società autostrada Tirrenica Spa, partecipata al 99% dall’Atlantia dei Benetton. Ma l’appoggio ai signori delle autostrade è sempre stato bipartisan. A partire dagli anni Novanta sono state rinnovate molte concessioni, sia da governi di destra che di sinistra, mediante proroghe anche di oltre vent’anni e senza gare pubbliche. La contropartita è la promessa di investimenti: però se si va a vedere nell’ultima relazione attività del Ministero dei Trasporti si scopre che succede il contrario. Per l’anno 2016 il valore degli investimenti è pari a 1.064 milioni di euro, il 20% in meno rispetto all’importo a consuntivo dell’esercizio precedente. Anche la spesa per le manutenzioni è calata del 7% rispetto al 2015.

La gallina dalle uova d’oro

Il fatturato del 2017 del settore autostradale è stato di quasi 7 miliardi e l’83% dei ricavi arriva dai pedaggi. Le concessioni generano per lo Stato canoni complessivi di oltre 841 milioni (dati 2016). Un business ricchissimo per i privati, e non a caso la famiglia Benetton è in testa nella classifica delle cedole che le società quotate staccheranno nel corso del 2018, con quasi 377 milioni di dividendi. I 97 milioni in più rispetto all’ anno scorso sono in gran parte frutto della partecipazione in Atlantia, che ha ulteriormente alzato la posta della distribuzione ai soci portandola da 0,97 a 1,22 euro per azione (ovvero quasi 63 milioni in più nella cassaforte della famiglia). Arrotonda l’incasso dei Benetton la partecipazione in Autogrill (il cui dividendo è passato da 0,16 a 0,19 euro per azione).

I lavori «in house»

L’affidamento dei lavori a società controllate dai concessionari è un mercato stimabile intorno ai 3,5 miliardi di euro. Le società che lavorano di più «in house» sono Itinera del gruppo Gavio e la Pavimental del gruppo Benetton, cioè Autostrade per l’Italia. La riforma dei lavori pubblici e il Codice degli appalti 2016 aveva previsto, a partire dal 18 Aprile 2018, l’innalzamento dal 60% all’80% della quota obbligatoria dei lavori da mettere a gara. Era uno scherzo: nell’ultima legge di bilancio la soglia è stata riportata al 60%.

Le tariffe

L’attuale regime di proroga prevede l’incremento annuo dei pedaggi del 2,75% (oltre il doppio dell’inflazione), un tasso che la Commissione ha chiesto di ridurre allo 0,50%. Molto alta la remunerazione del capitale investito dai concessionari, prevista dalle leggi italiane ancora in vigore: un tasso di interesse del 7,95% all’anno. Mentre sul denaro che chiedono in prestito (fra cui a cassa Depositi e Prestiti) pagano l’1,7%.

La decisione dell’Europa

Il 17 maggio 2017 l’esecutivo Ue ci aveva ricordato per l’ennesima volta «che la proroga di una concessione equivale a una nuova concessione» e dunque deve essere messa a gara. Dopo una trattativa durata un anno, il 27 aprile 2018 anche l’Europa, tramite il Commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager, si è arresa accettando un compromesso: disco verde in cambio di 8,5 miliardi di investimenti delle concessionarie italiane. Il piano, accolto in base alle norme dell’Ue sugli aiuti di Stato, prevede la proroga delle due maxi concessioni detenute da Autostrade per l’Italia (Benetton) e da Società Iniziative Autostradali e Servizi (Gavio).

Il rinnovo delle concessioni dovrebbe consentire ai Benetton di portare a termine tempestivamente la cosiddetta «Gronda di Genova», mentre la Sias (Gavio) finanzierà gli investimenti necessari per concludere i lavori dell’autostrada Asti-Cuneo A33. In sostanza: Autostrade per l’Italia che già vantava una concessione rinnovata in automatico fino al 2038, con il consenso dell’Ue se la vede allungata fino al 2042. Mentre quella di Gavio sulla A4 Torino-Milano gestita da Sias, che scadeva nel 2026, è stata prorogata al 2030. Altre concessioni scadono addirittura nel 2046 (Sat S.p.A.) o nel 2050 (Sitaf S.p.A., Società Italiana Traforo Monte Bianco).
Sanzioni

La Commissione ha previsto l’imposizione di sanzioni in caso di ritardi nel completamento lavori o di mancata realizzazione degli investimenti. L’Italia dal canto suo si impegna ad introdurre dei massimali sugli aumenti dei pedaggi, e ad abbreviare di 13 anni la durata della concessione di Sias per l’autostrada Asti-Cuneo, per poi mettere a gara la tratta, insieme alla Torino-Milano. Sul resto, chi vivrà vedrà. Certo, siamo stati bravi ad ammorbidire l’Europa, che per anni ha detto: «dovete costruire un regime di vera concorrenza». Si può brindare all’ottimo risultato portato a casa, forse non esattamente nell’interesse

Cassa depositi e prestiti, tutte le ultime novità dal Movimento 5 Stelle

 startmag.it 11.6.18

Cassa depositi e prestiti

Non erano solo rumors giornalistici quelli raccontati giorni fa da Start Magazine su sbuffi e malumori nel Movimento 5  Stelle e nella Lega sul nome di Massimo Sarmi come amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti (la madre di tutte le partite sulle nomine pubbliche, è stata definita).

Oltre ad essere stato spiazzato lo stesso leghista Giancarlo Giorgetti (come svelato da Start), anche nel Movimento capeggiato da Luigi Di Maio (come scritto da Start) si nutrivano perplessità sull’ex numero uno di Poste Italiane.

Oggi una conferma di quelle voci è giunta direttamente da un esponente di spicco dei Pentastellati: Massimo Sarmi “non mi sembra il cambiamento”, ha detto papale papale il deputato dei Cinque Stelle, Stefano Buffagni, parlamentare che segue da vicino la questione delle nomine nelle controllate del Tesoro. Sarmi, ha aggiunto parlando della Lega, “è un nome che a loro piace perché ci hanno già lavorato”.

Ma la vera novità della giornata è un’altra: sono le parole di gradimento di Buffagni per il vicepresidente della Bei, Dario Scannapieco, un tecnico apprezzato a livello istituzionale senza sponsorizzazioni politiche. Nelle ultime ore sia nella Lega che nel Movimento 5 Stelle – secondo le indiscrezioni raccolte da Start Magazine – stanno crescendo i consensi per una figura come Scannapieco, già al Tesoro con dg Mario Draghi durante il governo Ciampi. Scannapieco, così, comporrebbe dunque il vertice di Cdp con Massimo Tononi alla presidenza su indicazione delle fondazioni azioniste di Cdp che per statuto designano appunto il presidente.

Infatti a chi gli chiedeva se il nome possa essere quello di Dario Scannapieco, l’esponente di spicco del Movimento 5 Stelle molto vicino anche a Davide Casaleggio ha risposto: “Vediamo se si è candidato. Faremo le valutazioni. E’ una persona molto preparata ma, prima di tutto, bisogna capire qual è l’obiettivo per noi e quali sono i punti nevralgici della Cassa”.

Il 16 giugno è il termine per la presentazione delle liste per il rinnovo dei vertici della Cassa depositi e prestiti: il 20 è in programma l’assemblea. Il M5S – ha aggiunto Buffagni – parla anche con le fondazioni, perché “siamo consapevoli dei paletti previsti dal contratto di governo e che ci sia un socio di minoranza da rispettare, ma rispetto al passato c’è una maggioranza forte”. Per Cdp “serve un board che funzioni. C’è un po’ bisogno di cambiamento, non si può avere sempre le stesse persone, dobbiamo formare una classe di manager nuovi, 40enni, e 50enni”, ha chiarito Buffagni. “Abbiamo delle seconde linee di livello – ha proseguito -, forse è il caso che nei prossimi anni salgano un po’. Non possono essere sempre i 70enni a rilanciare il Paese”.

http://www.libreidee.org/2015/04/fa-crollare-litalia-poi-se-la-compra-ma-chi-e-blackrock/

Faccio scoppiare l’Italia con la crisi dello spread, la costringo a svendere i gioielli di famiglia e quindi arrivo io, col portafogli in mano, pronto a rilevare a prezzi stracciati interi settori vitali dell’economia italiana, messa in ginocchio dalla manovra finanziaria. Secondo “Limes”, l’architetto supremo del complotto non è la Germania, ma il colossale fondo d’investimenti statunitense BlackRock, azionista rilevante della Deutsche Bank che nel 2011, annunciando la vendita dei titoli di Stato italiani, fece esplodere il divario tra Btp e Bund causando la “resa” di Berlusconi e l’avvento di Monti, l’emissario del grande business straniero. La rivista di Lucio Caracciolo, riassume Maria Grazia Bruzzone su “La Stampa”, ha messo a fuoco un po’ meglio le dimensioni, gli interessi e il vero potere del primo fondo d’investimenti mondiale, fattosi sotto con l’ascesa di Renzi a Palazzo Chigi, dopo che ormai il Pil italiano era stato letteralmente raso al suolo dai tecnocrati nostrani, in accordo con quelli di Bruxelles. Il “Moloch della finanza globale” vanta la gestione di 30.000 portafogli, per un totale di 4.650 miliardi di dollari: non ha rivali al mondo ed è una delle 4-5 “istituzioni” che ricorrono tra i maggiori azionisti delle banche americane.

Con la globalizzazione dell’economia, il valore complessivo delle attività finanziarie internazionali primarie è passato dal 50% al 350% del Pil mondiale, raggiungendo i 280.000 miliardi di dollari, di cui solo il 25% legato agli scambi di merci. E il valore dei derivati negoziati fuori dalle Borse (“over the counter”) a fine giugno 2013 aveva toccato i 693.000 miliardi di dollari, in gran parte legati al mercato delle valute: al Forex si scambiano in media 1.900 miliardi di dollari al giorno. Tutto ha avuto inizio col neoliberismo promosso da Margaret Thatcher e Ronald Reagan: deregulation e meno vincoli per le megabanche, autorizzate a “giocare” con sempre nuovi prodotti finanziari come gli “hedge fund”, i fondi a rischio speculativi e le società di investimento spesso collegate alle banche, innanzitutto anglosassoni. Il colpo di grazia porta la firma di Bill Clinton, che negli anni ‘90 rende assoluta la deregolamentazione della finanza, abolendo il Glass-Steagal Act creato da Roosevelt negli anni ‘30 per limitare la speculazione alle sole banche d’affari e tenere il credito commerciale al riparo dalla “ruolette” finanziaria di Wall Street che aveva causato la Grande Crisi del 1929.

A estendere al resto del mondo l’immediata cancellazione dei vincoli di sicurezza provvide il Wto, egemonizzato dagli Usa, su impulso delle megabanche, dell’allora segretario al Tesoro Larry Summers e del suo vice Tim Geithner, futuro ministro di Obama. Questo il clima in cui cominciò l’ascesa di BlackRock, autonoma dal 1992 e basata a New York, pronta a inserirsi in banche e aziende acquistando azioni, obbligazioni, titoli pubblici e proprietà, per un totale di oltre 4.500 miliardi, cioè pari al Pil della Francia sommato a quello della Spagna. BlackRock comincia anche a far politica: entra nel capitale delle due maggiori agenzie di rating, “Standard & Poor’s” (5,44%) e “Moody’s” (6,6%), ottenendo la possibilità di influire sulla determinazione di titoli sovrani, azioni e obbligazioni private, incidendo così su prezzo e valore delle attività acquistate o vendute. Quindi opera anche nell’analisi del rischio, vendendo “soluzioni informatiche” per la gestione di dati economici e finanziari, ed elabora dati che «incorporano anche pesanti elementi politici».

Naturalmente sfrutta appieno la crisi del 2007: due anni dopo, lo stesso Geithner consulta proprio BlackWater per valutare gli asset tossici di Bear Stearns, Aig e Morgan Stanley. Compiti che BlackRock esegue, «agendo alla stregua di una sorta di Iri privato». Nel 2009 fa anche un colpo grosso, acquistando Barclays Investment Group, col suo carico immenso di partecipazioni azionarie nelle principali multinazionali. Il colosso finanziario americano informa e «manipola i propri clienti, utilizzando tecniche e software non diversi da quelli impiegati da Google (di cui ha il 5,8%) o dalla Nsa per sondare gli umori della gente», scrive “Limes”. Si serve della piattaforma Aladdin, «con almeno 6.000 computer in 12 siti più o meno segreti, 4 dei quali di nuova concezione, ai quali si rapportano 20.000 investitori sparsi per il mondo». Il suo centro studi d’eccellenza, il “BlackRock Investment Institute”, esamina le variabili politico-strategiche: il maxi-fondo è interessato al profitto «ma anche alla stabilità, sicurezza e prosperità degli Stati Uniti». Il fondatore e leader, Larry Fink, è considerato «il più importante personaggio della finanza mondiale», eppure resta «virtualmente uno sconosciuto» a Manhattan, secondo “Vanity Fair”.

Proprio BlackRock, aggiunge “Limes” è probabilmente il vero regista della crisi italiana del 2011, o meglio della capitolazione dell’Italia di fronte agli appetiti della grande finanza. Lo spread fra i Bund tedeschi e i nostri Btp iniziò a dilatarsi non appena il “Financial Times” rese noto che nei primi sei mesi di quell’anno Deutsche Bank aveva venduto l’88% dei titoli che possedeva, per 7 miliardi di euro. «Molti videro un attacco al nostro paese ispirato da Berlino e dai poteri forti di Francoforte», ma forse – secondo “Limes” – non era così. La rivista di Caracciolo rivela che il potente istituto di credito tedesco aveva allora un azionariato diffuso, il 48% del capitale sociale era detenuto fuori dalla Repubblica Federale, e il suo azionista più importante era proprio BlackRock con il 5,1%. Peraltro, aggiunge la Bruzzone sulla “Stampa”, oggi la “Roccia Nera” detiene in Deutsche Bank una quota ancor maggiore (il 6,62%) e ne è il maggior azionista, seguito da Paramount Service Holdings, basato alle Isole Vergini Britanniche. «Si può escludere che il fondo non abbia avuto alcuna parte in una decisione tanto strategica come quella di dismettere in pochi mesi quasi tutti i titoli del debito sovrano di un paese dell’Ue?».

«Se attacco c’è stato non è detto che sia stato perpetrato dalle autorità politiche ed economiche della Germania: è un fatto che a picchiare più duramente contro i nostri titoli a partire dall’autunno 2011 siano proprio “Standard & Poor’s” e “Moody’s”». Un’ipotesi, quella di Limes, che getta nuova luce su tanta parte della narrazione di questi anni sulla Germania, l’Europa e i Piigs, a partire dalle polemiche di quell’agosto bollente, «con Merkel e Sarkozy fustigati da Giuliano Amato sul “Sole 24 Ore”», anche se Amato – ricorda la Bruzzone – in quel 2011 era fra l’altro “senior advisor” proprio di Deutsche Bank. «E chissà che senza la decisione di Deutsche Bank di vendere i titoli di Stato di Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna, la tempesta finanziaria non sarebbe iniziata». Un’ipotesi realistica, secondo la Bruzzone, che apre altri interrogativi: sugli intrecci fra potere finanziario e politico, sul “potere sovrano” degli Stati (anche della potente Germania) e sulla composizione azionaria di questi onnipotenti istituti. Banche, fondi, superfondi: di chi sono? Chi decide che cosa, al di là dei luoghi comuni ripetuti delle narrative ufficiali?

La fine della Deutsche Bank come motore sano dell’economia industriale tedesca risale all’epoca del crollo dell’Urss, quando l’attenzione della finanza angloamericana si concentra sull’Europa. E avviene a seguito di misteriosi omicidi, scrive la giornalista della “Stampa”, ricordando che Alfred Herrhausen, presidente della banca e consigliere fidato del cancelliere Kohl – un uomo che aveva in mente uno sviluppo della mission tradizionale e stilò addirittura un progetto di rinascita delle industrie ex comuniste, in Germania, Polonia e Russia, andandone persino parlarne a Wall Street – venne «improvvisamente freddato fuori dalla sua villa», a fine 1989. Si disse dalla Raf, o dalla Stasi, o da altri ancora. Stessa sorte toccò al suo successore, altro economista che si era opposto alla svendita delle imprese ex comuniste elaborando piani industriali alternativi alla privatizzazione. Fu ucciso nel 1991 da un tiratore scelto.

Dopo di lui, alla sede londinese di Deutsche Bank arriva uno squadrone di ex banchieri della Merrill Lynch, compreso il capo, che diventa presidente, riorganizzando tutto in senso “moderno”. Anche lui però muore, a soli 47 anni, «in uno strano incidente del suo aereo privato». Va meglio al suo giovane braccio destro, Anshu Jain, un indiano con passaporto britannico, cresciuto professionalmente a New York, tutt’oggi presidente della banca diventata prima al mondo per quantità di derivati, spodestando Jp Morgan: la Deutsche Bank infatti è considerata fuori dalle righe “la banca più fallita del mondo”, «esposta per 55.000 miliardi, cioè 20 volte il Pil tedesco», a fronte di depositi per appena 522 miliardi. «Quanto è pericoloso il potere di mercato delle maggiori banche di investimento?». Se lo chiedeva due anni fa lo “Spiegel”, riportando un durissimo scontro fra Deutsche Bank e il ministro tedesco dell’economia, il super-massone Wolfgang Schaeuble.

Scriveva il settimanale: «Un pugno di società finanziarie domina il trading di valute, risorse naturali, prodotti a interesse. Migliaiaia di investitori comprano, vendono, scommettono. Ma le transazioni sono in mano a un club di istituti globali come Deutsche Bank, Jp Morgan, Goldman Sachs. Quattro banche maneggiano la metà delle transazioni di valuta: Deutsche Bank, Citigroup, Barclays e Ubs». Un’altra ragione che dovrebbe farci prestare attenzione alla “Roccia Nera”, aggiunge “Limes”, è che ha messo radici in molte realtà imprenditoriali nel nostro paese. Per “L’Espresso”, addirittura, «si sta comprando l’Italia». Se un altro colosso americano, State Street Corporations, ha acquistato la divisione “securities” di Deutsche Bank e nel 2010 ha comprato l’attività di “banca depositaria” di Intesa SanPaolo (custodia globale, controllo di regolarità delle operazioni, calcoli, amministrazione delle quote, servizi ausiliari, gestione dei cambi e prestito di titoli), è proprio BlackRock a far la parte del leone.

A fine 2011, il super-fondo americano aveva il 5,7% di Mediaset, il 3,9% di Unicredit, il 3,5% di Enel e del Banco Popolare, il 2,7% di Fiat e Telecom Italia, il 2,5% di Eni e Generali, il 2,2% di Finmeccanica, il 2,1% di Atlantia (che controlla Autostrade) e Terna, il 2% della Banca Popolare di Milano, Fonsai, Intesa San Paolo, Mediobanca e Ubi. E oggi Molte di queste quote sono cresciute e BlackRock è ormai il primo azionista di Unicredit (col 5,2%) e il secondo azionista di Intesa SanPaolo (5%). Stessa quota in Atlantia, mentre avrebbe ill 9,4% di Telecom. «Presidi strategici, che permetteranno a BlackRock di posizionarsi al meglio in vista delle privatizzazioni prossime venture invocate da molti “per far scendere il debito”», scrive “Limes”. E’ la nuova ondata in arrivo, dopo quella del 1992-93 a prezzi di saldo. «La crisi dei Piigs a che altro serve, se no?».

Chi è BlackRock? Il web rivela, più che altro, un labirinto. Secondo “Yahoo Finanza”, il maggiore azionista (21,7%) sarebbe Pnc, antica banca di Pittsburgh, quinta per dimensioni negli Usa ma poco nota. Azionisti numero uno e due sarebbero Norges Bank, cioè la banca centrale di Norvegia, e Wellington Management Co., altro fondo di investimenti, di Boston, con 2.100 investitori istituzionali in 50 paesi e asset per 869 miliardi di dollari. Poi ci sono State Street Corporation, Fmr-Fidelity e Vanguard Group, che a loro volta sono gli unici investitori istituzionali di Pnc. Sempre loro, i “magnifici quattro”, si ritrovano con varie quote fra gli azionisti delle principali megabanche: non solo Jp Morgan, Bank of America, Citigroup e Wells Fargo, ma anche le banche d’affari come Goldman Sachs, Morgan Stanley, Bank of Ny Mellon. A ricorrere nell’azionariato di questi istituti ci sono anche altre società e banche, ma i “magnifici quattro” non mancano mai.

Oltre ai soliti BlackRock, Vanguard, in Barclays – megabanca britannica che risale al 1690 – è presente anche Qatar Holding, sussidiaria del fondo sovrano del Golfo, specializzata in investimenti strategici. La stessa holding qatariota è anche maggior azionista di Credit Suisse, seguita dall’Olayan Group dell’Arabia Saudita, che ha partecipazioni in svariate società di ogni genere, mentre nell’altra megabanca elvetica, Ubs, si ritrovano BlackRock, una sussidiaria di Jp Morgan, una banca di Singapore e la solita Banca di Norvegia. Barclays Investment Group compariva tra i grandi azionisti di BlackRock, e viceversa, ma prima della crisi del 2008: dopo, non più – almeno in apparenza. Su “Global Research”, Matthias Chang mostra come nel 2006 “octopus” Barclays fosse davvero una piovra con tentacoli ovunque: Bank of America, Wells Fargo, Wachovia, Jp Morgan, Bank of New York Mellon, Goldman Sachs, Merrill Lynch, Morgan Stanley, Lehman Brothers e Bear Sterns, senza contare un lungo elenco di multinazionali di ogni genere, americane ed europee, comprese le miniere, senza dimenticare i grandi contractor della difesa.

Dopo la crisi, che ha rimescolato le carte dell’élite finanziaria, il paesaggio cambia: Barclays Global Investors viene comprata nel 2009 da BlackRock. Il maxi-fondo, che nel  2006 aveva raggiunto il trilione di dollari in asset, dal 2010 al 2014 cresce ancora (fino ai 4.600 miliardi di dollari) insieme a Vanguard, presente in Deutsche Bank. Seguite i soldi, raccomanda il detective. Chi c’è dietro? «Attraverso il crescente indebitamento degli Stati – scrive la Bruzzone – megabanche e superfondi collegati, già azionisti di multinazionali, stanno entrando nel capitale di controllo di un numero crescente di banche, imprese strategiche, porti, aeroporti, centrali e reti energetiche. Solo per bilanciare l’espansione dei cinesi?». E’ un processo che va avanti da anni, «accelerato molto dalla “crisi” del 2007-8 e dalle politiche controproducenti come l’austerità, che sempre più si rivela una scelta politica». Tutto ciò è «evidentissimo nei paesi del Sud Europa, Grecia in testa, ma presente anche altrove e negli stessi Stati Uniti». Lo dicono blogger come Matt Taibbi ed economisti come Michael Hudson. Titolo del film: più che Germania contro Grecia, è la guerra delle banche verso il lavoro. Guerra che continua, dopo Thatcher e Reagan, nel mondo definitivamente globalizzato dai signori della finanza.

La stanza buia dell’eroina finanziata dalla sinistra francese

occhidellaguerra.it 11.6.18

(Parigi) Il funzionamento è semplice: prendi un ticket e aspetti. Poi, quando arriva il tuo turno, hai 20 minuti per drogarti. Et voilà. La prima  stanza del buco francese ha aperto le porte a ottobre del 2016 e si trova accanto all’ospedale Lariboisère, a pochi passi dalla Gare du Nord. Pieno e affollatissimo centro parigino. Si cammina per rue Ambroise Paré fino ad arrivare a un grosso e anonimo cancello grigio. Non è in un luogo isolato o in qualche via fuori mano.  No. L’oasi dei tossicodipendenti ha un entrata diretta sulla strada nel cuore di un quartiere residenziale della Ville Lumière.

La stanza buia dell’eroina finanziata dalla sinistra – video

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“Il supermercato della droga”

Ufficialmente il suo nome è “stanza di consumo a minor rischio”, ma gli abitanti del quartiere inviperiti la chiamano in un altro modo: “Il supermercato della droga”.  Non hanno tutti i torti. Basta prendersi un caffè nel bar di fronte per capire l’andazzo. Insomma, per gli spacciatori si sono spalancate le porte del paradiso. Passano lì davanti, vendono, vanno.

“CONSUMARE IN SICUREZZA”

Nella stanza bel buco parigina si può entrare a due condizioni: “Devi essere maggiorenne e avere con te la droga da consumare”, spiega  a Gli Occhi della Guerra Caroline, la coordinatrice della sala. L’obiettivo, comunque, è consumare le sostanze in sicurezza, riducendo i rischi di tipo igienico sanitario, in particolare di Aids ed epatiti. “L’80% della consumazione avviene per iniezione endovenosa. Soprattutto morfina. Mentre per inalazione in gran parte del crack. Questi due prodotti  – aggiunge – vanno per la maggiore.  Più raramente, invece, eroina, cocaina: circa il 2% del totale”. Lo scopo, tra le altre cose, è anche quello di prevenire i casi di overdose. “Succede circa una volta al mese che qualcuno si senta male”, afferma Caroline. Proprio per questo, all’interno della sala c’è uno studio medico per consultazioni ed emergenze, con infermieri o un medico part-time. 

20 minuti per drogarti

“I consumatori entrano di qui – ci spiega sempre la coordinatrice – è un’entrata diretta sulla strada”.  La stanza del buco è aperta dalle 13.30 alle 20 e 30. I tossicodipendenti devono registrarsi all’ingresso usando il loro nome o uno pseudonimo, e poi devono mostrare la droga che devono consumare. “Prima di iniziare devono lavarsi le mani”,  aggiunge. “Poi gli diamo il materiale di cui hanno bisogno”. Siringhe, elastico, materiale per disinfettare. “Prendono un posto e hanno 20 minuti. Che sia per inalare o per iniettarsi”. 

La sala di ricreazione

I consumatori, dopo essersi fatti la loro dose, hanno a disposizione uno spazio chiamato “stanza di ricreazione”. Ci sono divani, pouf colorati, una televisione e un computer. Una sorta di doposcuola della droga in cui si può fare merenda, dormire, chiacchierare e rilassarsi.

La rabbia degli abitanti del quartiere

 L’iniziativa  era stata promossa dal Ministero della Salute francese durante la presidenza di François Hollande. Non senza polemiche da parte della destra francese. E non senza polemiche, oggi, dagli abitanti del quartiere che devono convivere con una realtà che squalifica di giorno in giorno la zona. E il valore delle case. “Il prezzo delle case si è abbassato da quando hanno aperto”, ci racconta un commerciante di Rue Ambroisé Paré. “Tutti quelli che abitano qui si lamentano”, afferma invece il proprietario di un bar. “D’altronde è normale. Come puoi essere contento? Non ti viene di certo da dire ‘che bello’ “.

Secondo quanto riportato da  Le Parisien, nove giorni su dieci viene segnalato un delitto nel quartiere. A febbraio, per esempio, una donna incinta è stata aggredita a pochi metri dalla sala.

In Europa, comunque, la sala di consumazione è una realtà da diversi anni. In totale, infatti, se ne contano quasi 90 e la prima ha aperto in Svizzera nel 1986. Qui, nel decimo arrondissement parigino, però, i residenti non l’hanno ancora accettata. E non sono disposti a farlo. “Quartiere sacrificato“, si legge su uno striscione appeso a un balcone. “La stanza del buco deve sloggiare”.

Bce, Draghi anti-collasso. Der Spiegel: “Per Italia resa dei conti imminente”

Marta Moriconi On 11/06/2018 lospecialegiornale.it

Quello che scrive oggi il settimanale tedesco Der Spiegel sembra un monito più che una cronaca e racconta di una guerra, quella tra tecnocrati e popoli. Si parla di Italia, Stati Uniti e di conti che potrebbero non reggere e Draghi avrebbe in mano le nostre sorti.

Chi collasserà prima il sistema o noi? E saremo lasciati soli o ci daranno una mano i Paesi con cui stiamo sostenendo una lotta impari contro l’austerity europea e la politica dell’immigrazione attuale?

Nell’agosto del 2011 – scrive il quotidiano tedesco – la Banca centrale europea (Bce) ha iniziato ad acquistare titoli di Stato “dall’Italia e dalla Spagna”... La cronaca la sappiamo. Ci fu confusione tra linea politica monetaria e finanziaria. Il presidente della Bundesbank Axel Weber si dimise nella primavera del 2011 in segno di protesta. Nel settembre dello stesso anno si dimise anche il capo economista della Bce tedesca Juergen Stark. E ancora: “Nel 2015 il nuovo vertice della Bce, Mario Draghi, adottò la politica del “Quantative Easing” che finora ci ha salvato le tasche, ma che non è mai piaciuto come strumento alla Germania.

Fin qui i dati sul piatto.

Ma è bene sapere che giovedì la Bce si incontrerà e deciderà il corso futuro delle politiche di espansione monetaria. Al momento ci sono due paesi particolarmente preoccupanti, scrive il settimanale tedesco: l’Italia e gli Stati Uniti. E potrebbero presto essere più numerosi: cosa succederebbe, si chiede lo “Spiegel”, se “altri paesi seguissero il corso dell’Italia?”. E’ questa la verità, si nasconde una paura dietro questi moniti, secondo gli analisti. Il timore che altri Stati membri seguano il corso italiano contestando “l’euro-ideologia”. Promettere rapidi miglioramenti e trascurare gli effetti collaterali a lungo termine per il giornale sarebbe un errore da pagare.

“Senza preoccuparsi delle regole della Ue sulle finanze pubbliche” per Der Spiegel il governo populista 5stelle-Lega va incontro a un aumento di spesa pubblica e tagli alle tasse insostenibili. E il messaggio è che se l’Italia, fortemente indebitata, si trovasse nei guai sui mercati finanziari, “sarebbe difficile per la Bce intervenire in queste condizioni”.

Da qui l’avvertimento sulla prossima della Banca centrale che potrebbe scegliere di abbandonare un paese la cui capacità di pagare è “minacciata dalla propria responsabilità di violazione delle regole di bilancio della Ue”. Secondo lo “Spiegel”, per l’Italia “una resa dei conti è imminente”.

Per non parlare della guerra commerciale con gli Stati Uniti, che oggi hanno definito l’Unione Europa peggio della Cina.

Intesa e il service ai clienti delle banche venete – terzo episodio

Il nostro Signor X dopo aver ricevuto una telefonata dal Direttore della Filiale dove il suo conto corrente è migrato nel Dicembre 2017 – aveva richiesto una risposta scritta per il diniego da parte di Intesa di fornirgli il servizio richiesto – così come Lui ha formalizzato per mail la Sua semplice richiesta , correttamente il Direttore Pro Tempore della Filiale avrebbe dovuto per correttezza e professionalità mezzo mail. Ora il nostro Signor X dopo aver inoltrato PEC sia al Direttore – sia all’ufficio Territoriale e sia al servizio clienti di Banca Intesa chiama il Direttore della Filiale e si sente dire ” attendo da parte dell Ufficio Preposto mail per girarla”. Il Signor X arrabbiato comunica al Direttore che non ricevendo riscontro nelle prossime 24 ore procederà come indicato nella Sua Pec . Ora viene da domandarsi ma il servizio che Intesa dovrebbe fornire agli ex clienti delle Banche Venete perché non funziona? O meglio esistono clienti di serie A e di serie B? UN DIRETTORE NON HA L AUTONOMIA DI RISPONDERE? Ma dietro a tutto ciò cosa c’è che non sappiamo? Ricordo che in un intervista Carlo Messina dichiarava ” non esistono più le Banche Venete – esiste Intesa San Paolo” . Questa vicenda mi da L impressione che arriverà molto in alto in tutti i sensi della parola.

Al prossimo episodio