RIPRESA E POLITICA/ Vendere beni pubblici per non restare prigionieri di Ue e mercati

L’Italia dovrà cercare di tranquillizzare sia i mercati che l’Europa circa la possibilità di potersi permettere investimenti per la crescita. CARLO PELANDA

Giovanni Tria (Lapresse)Giovanni Tria (Lapresse)

Le prime comunicazioni del ministro dell’Economia Tria puntano a rassicurare i mercati e a sottolineare il rispetto delle regole europee. Ma c’è una differenza tra i due tipi di rassicurazione. Per i mercati il punto principale è la riduzione del debito e non tanto il deficit annuo se questo viene utilizzato per stimolare più crescita. Per l’Ue il requisito è sia ridurre il debito, sia azzerare il deficit. In altri termini, il mercato finanziario valuta la solidità di un’economia nazionale in base a una formula che combini ordine e crescita, mentre le regole Ue impongono un tipo di ordine contabile anche a scapito della crescita stessa. Infatti, Tria, in un’intervista, ha usato parole convinte per enfatizzare la priorità della rassicurazione verso i mercati e un po’ forzate per aggiungere il rispetto delle euroregole, cioè del pareggio di bilancio ogni anno.

Ciò che vorrebbero gli attori di mercato per (tornare a) investire in Italia è un’operazione straordinaria di riduzione parziale del debito combinata con una forte detassazione sulle imprese e un aumento degli investimenti pubblici. Se ciò avvenisse, un piccolo incremento del deficit annuo di bilancio non sarebbe visto come un problema, ma come un atto normale di stimolo, a patto che il deficit finanzi investimenti e non spesa improduttiva come finora successo. La regola europea, invece, impedisce la stimolazione in deficit.

Nei governi precedenti il ministro Padoan attuò una politica economica più euroconformista che stimolativa – la “via stretta” – riducendo il potenziale di crescita. Questo governo non può attuare la medesima scelta perché sono mutate in peggio le condizioni esterne che avevano permesso all’economia italiana una pur minima ripresa nonostante il freno del rigore: la protezione Bce sul debito italiano che ne ha ridotto i costi per interessi e, soprattutto, un boom globale che ha trainato come non mai l’export. La protezione Bce sta per finire, la crescita globale è ora stagnante e perturbata da conflitti commerciali, il Pil dell’Italia per il 2018 è stimato attorno all’1,1% dall’1,4% previsto qualche mese fa.

Per evitare una recessione il governo sarà costretto a tentare una “via larga” di stimolazione della crescita, cioè la formula preferita dal mercato e non quella del rigore. L’opinione di chi scrive è che la chiave del successo sarà riuscire a tagliare una parte del debito complessivo vendendo beni pubblici per conquistare uno spazio di deficit stimolativo compatibile con i requisiti di ordine contabile sia del mercato, sia europei.

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