Blackrock getta uno sguardo sui giganti dei fondi italiani

http://www.fondsprofessionell.at/ 12.6.18

Il più grande gestore patrimoniale al mondo vuole partecipare al gestore patrimoniale italiano Eurizon Capital. L’obiettivo è ottenere un migliore accesso ai clienti sulla penisola.

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© Brian Jackson / stock.adobe.com

Si tratta del prossimo round della maratona globale per fusioni nel settore dei fondi? In ogni caso, il leader del settore Blackrock ha presumibilmente gettato uno sguardo su Eurizon, il secondo più grande gestore patrimoniale in Italia con circa 314 miliardi di euro in gestione. Secondo un rapporto del Financial Times (FT), il gigante del fondo americano è inizialmente interessato a una partecipazione di minoranza in Eurizon al fine di espandere la propria influenza sul mercato dei fondi italiano, fortemente influenzato dalle banche e dalle compagnie di assicurazione in termini di vendite.

Ovviamente, secondo il capo di Blackrock Larry Fink, il manager degli Stati Uniti spera di ottenere l’accesso alla rete bancaria Eurizon di Eurizon attraverso il Gruppo Intesa Sanpaolo. Il gestore patrimoniale italiano, a sua volta, vuole ottenere l’accesso ai clienti internazionali attraverso il coinvolgimento di Blackrock, secondo il rapporto FT.

Idee diverse sulla quantità della partecipazione
L’argomento principale delle discussioni è quindi anche un accordo di distribuzione reciproca. Entrambe le parti hanno negoziato per diversi mesi, secondo il FT, ma i colloqui sono stati archiviati nelle ultime settimane a causa dell’attuale situazione politica precaria in Italia. Un altro motivo per questo sono idee diverse sulla quantità della partecipazione: Blackrock vorrebbe avere una quota del dieci percento in Eurizon. Tommaso Corcos, amministratore delegato del gestore del fondo italiano, vorrebbe dare una quota del cinque percento a Fink & Co. per motivi di rumorosità.

Blackrock ha acquisito alcune partecipazioni azionarie in servizi finanziari dallo scorso anno. Tra le altre cose, il gigante fondo detiene azioni in tedesco Robo consigliere scalabile Capitale , hanno comprato esperti americani per investimenti alternativi, Tennenbaum Capital Partners, e ha assunto la matrice di cache di fornitore IT. (JB)

Avvocato generale Ue: Banche centrali diano informazioni riservate a vittime di fallimenti bancari

RENATO GIANNETTI eunews.eu 12.6.18

L’interpretazione giuridica delle regole europee va estesa per consentire agli interessati di valutare se chiedere i danni. Ora la parola alla Corte Ue

 

Bruxelles – Chi ha un conto in una banca in liquidazione coatta ha sempre diritto di ottenere dalla Banca centrale competente l’accesso a documenti riservati per poter valutare se avviare una causa risarcitoria. Lo ha stabilito l’avvocato generale dell’Ue Michal Bobek, che propone alla Corte di giustizia dell’Ue di dichiarare l’obbligo, da parte dell’Autorità nazionale di vigilanza, di consentire l’accesso ad informazioni riservate.

La richiesta si fonda sull’interpretazione delle regole comunitarie, in particolare la direttiva del 2013 sull’accesso all’attività degli enti creditizi. Questa, se da una parte prevede una regola generale sul segreto professionale, dall’altra parte, prevede anche un’eccezione alla regola in caso di fallimento o liquidazione coatta della banca o, come recita il testo, “nell’ambito di procedimenti civili o commerciali”.

L’Avvocato Generale propone una lettura più ampia della locuzione “nell’ambito di procedimenti civili o commerciali”. Questi a suo giudizio non debbono essere necessariamente pendenti, essendo sufficiente che siano potenziali. Perché possano dirsi potenziali, è necessario, però, che il richiedente sia un soggetto direttamente danneggiato dal fallimento o dalla liquidazione coatta della banca.

Ad aprire una nuova disputa tra diritto fallimentare e questioni bancarie potrebbe essere un cittadino italiano, che ha portato la propria storia personale all’attenzione dei giudici di Lussemburgo. Correntista della Banca network investimenti Spa (Bni), la persona in questione aveva un deposito di circa 180mila euro ma, a seguito della liquidazione coatta amministrativa della banca, se ne è visti restituire soltanto 100mila. Sospettando l’esistenza di fatti che potrebbero dare luogo a responsabilità sia della Bni sia della Banca d’Italia, ha chiesto a Bankitalia l’accesso ad alcuni documenti della Bni per valutare l’opportunità di instaurare una causa volta ad ottenere un risarcimento o un indennizzo.A pronunciare la parola definitiva sarà la Corte di giustizia dell’Unione europea.

Lo spread e i gemelli Patuelli

Mario Seminerio phastidio.net 8.6.17

Vi segnalo un fantasmagorico uno-due, nel giro di meno di 24 ore, del presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, su titoli di stato, banche, spread e dintorni, che conferma la proliferazione ormai incontrollata di gemelli nella nostra vita pubblica e nella nostra attenta e reattiva classe dirigente.

Ieri, intervenendo al sesto Congresso nazionale della Uilca, il sindacato di bancari ed assicurativi della Uil, Patuelli ha dichiarato:

«Se non lo fanno le banche e le assicurazioni, chi li compra i titoli di Stato? Noi diamo un contributo per stabilizzare la Repubblica» (MF-Dj, 7 giugno 2018)

E qui c’è qualcosa da commentare. Intanto, balza agli occhi che la condizione di banche ed assicurazioni non è la stessa. Le prime comprano titoli di stato prevalentemente in conto proprio, le seconde in via prevalente per soddisfare i requisiti di riserve tecniche a fronte di emissione di polizze, oltre che per comporre i fondi separati che tali polizze alimentano. Quindi, nel caso delle assicurazioni, i portatori di rischio sono i clienti assicurati, che sono quelli che pagherebbero le conseguenze di un eventuale default del debito pubblico ma anche della ridenominazione dei titoli di stato in valuta differente dall’euro.

Le banche, invece, sono le prime ad essere destabilizzate da una crisi del debito sovrano, visto che negli anni se ne sono strafogate. E, a giudicare dalle parole di Patuelli, questa sarebbe una missione fondamentale per “stabilizzare la Repubblica”. Se non fosse che l’unione bancaria europea non parte perché i tedeschi e molti altri paesi non intendono trovarsi a pagare il dissesto di banche italiane indotto dal possesso di Btp e Cct.

Ma non è finita: Patuelli ha poi proseguito:

«I titoli del debito pubblico, poi, per le banche, sono risorse di liquidità. Se uno ha titoli del debito pubblico è più forte. Le banche potrebbero anche sostituire questi titoli con Bund tedeschi che non hanno alcuno spread”, ma non è questa la strada»

Ora, confesso la mia ignoranza ma proprio non capisco che intenda il presidente Abi con l’espressione “risorse di liquidità”. Se intende che i titoli di stato sono stanziabili in Bce per avere prestiti, dovrebbe sapere che la stessa cosa si può ottenere presentando titoli di stato di altri paesi dell’Eurozona, che comunque la Bce applica scarti di garanzia che sono funzione del rating, e che l’Italia ha scarti maggiori di altri paesi, essendo a tripla B e non A. Taccio, per carità di patria, sulla Germania i cui Bund “non hanno alcuno spread”, evidentemente perché non sono dissociati, ma sarei curioso di capire quale è “la strada” per evitare il tossico legame banco-sovrano, sempre a giudizio del presidente dell’Abi. Prendo invece atto che il concetto di diversificazione degli investimenti di portafoglio sfugge completamente a Patuelli.

Oggi invece irrompe sulla scena il gemello di Patuelli, e lo fa con una dichiarazione pubblica durante il convegno dell’Acri, cioè delle fondazioni bancarie, di cui è dominus Giuseppe Guzzetti. Il gemello Patuelli è davvero tranchant:

«Questo spread che sta crescendo è preoccupante per la Repubblica italiana perché in precedenza viaggiava in una direzione di maggior benessere per tutti e lo spread è una tassa che l’Italia paga sui mercati internazionali. Più lo spread cresce più si impoverisce l’Italia e più cresce lo spread e più si complica la vita alle banche», con riflessi sui loro indicatori patrimoniali (Ansa, 8 giugno 2018)

Ineccepibile, bravo gemello Patuelli 2! Infatti quello che il gemello Patuelli 1 non ha detto, ieri, mentre difendeva le banche che si inzeppano di Btp per spirito repubblicano, è che al crescere dello spread, le banche piene di titoli di stato del paese colpito vanno nei guai, e seri. Quindi sì, i gemelli Patuelli sono fieramente in disaccordo, e io prendo le parti del gemello che ha parlato oggi.

Palese che tra i due gemelli Patuelli non corra buon sangue e che i due non si parlino. Ora resta da capire quale dei due guida il sindacato dei banchieri, oltre che la Cassa di Risparmio di Ravenna, anche perché pare usino lo stesso badge e siano davvero indistinguibili quando si presentano la mattina in ufficio.

Per Carlo Messina la diversificazione degli investimenti è un errore

Mario Seminerio phastidio.net 11.10.17

Immaginate di avere un portafoglio titoli in cui un singolo investimento arrivi a pesare un terzo. Sareste a vostro agio, con un assetto del genere, oppure vi verrebbe fatto di pensare che forse si tratta di un portafoglio squilibrato, anche se questo maxi investimento sta al momento andando bene? E che vi aspettate possa dirvi il vostro consulente di risparmio, spesso un bancario alle prese con l’angustia di fare il suo budget, e piazzarvi prodotti di risparmio carissimi e poco trasparenti? In astratto, dovrebbe dirvi che un portafoglio del genere è troppo squilibrato, che serve diversificazione, non mettere tutte le uova nello stesso paniere.

Ora, immaginate che il ruolo del risparmiatore sia rivestito da una fondazione, e che l’investimento che rappresenta un terzo del suo patrimonio sia una banca. Non solo, ma sia la banca conferitaria, cioè quella che è stata “espunta” dalla fondazione, per consentire a quest’ultima di svolgere il proprio ruolo istituzionale di Onlus, o charity, come direbbero gli anglosassoni. Forse ricorderete delle devastazioni inflitte alle fondazioni che avevano il proprio attivo concentrato in azioni della banca conferitaria. Pensate alla più celebre tra le fondazioni, quella Monte dei Paschi. Ma pensate anche alle fondazioni che controllavano le banche poste in risoluzione a novembre 2015, incenerite, o a quelle che investivano in Unicredit, dopo le vicissitudini della banca.

Forse ricorderete anche che, quando la bomba MPS esplose, il presidente della Fondazione Cariplo e delle Casse di risparmio italiane, Giuseppe Guzzetti, cadde di schianto dal letto denunciando la condizione di “illegalità” della fondazione senese, nel più classico schema italiano, quello che chiude la porta della stalla a buoi fuggiti e dove c’è sempre un esponente apicale del sistema che arriva a babbo morto con qualche “coraggiosa denuncia”.

Pareva che la disgraziata vicenda senese avesse insegnato qualcosa, nel paese che fa dell’analfabetismo economico finanziario il proprio segno distintivo, come ci ricorda la triste vicenda delle subordinate bancarie. Il governo “indusse” gentilmente (visto che in questi giorni parliamo molto di nudge in onore al neo-Nobel Richard Thaler) le fondazioni ad “autoriformarsi”, magica procedura in cui il regolato fa un casino gigante e finisce in mutande, ma il regolatore non ritiene di riformarlo d’imperio perché alla fine può sempre servire il suo volume di fuoco e consenso. E quindi lo scorso aprile un protocollo d’intesa col MEF ha stabilito che le fondazioni non possano controllare banche, neppure tramite accordi, non possano indebitarsi né ricorrere a derivati con finalità speculative e (soprattutto) ha fissato un tetto agli investimenti in una singola banca pari ad un terzo dell’attivo patrimoniale della fondazione.

Forse non lo ricordate, ma la Fondazione MPS fu autorizzata ad indebitarsi per sottoscrivere uno dei tanti aumenti di capitale di Banca MPS, per non perdere il “prezioso” controllo su di essa. Il ministro dell’Economia che autorizzò la moltiplicazione del rischio a livelli catastrofici era un raffinato intellettuale, implacabile critico della globalizzazione e della governance europea, di nome Giulio Tremonti, che ancora oggi ci delizia dagli schermi con i suoi moniti neo-umanisti. Ma sono dettagli.

Torniamo ai giorni nostri. Ieri, il CEO di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha criticato pubblicamente la necessità che la Compagnia di San Paolo debba scendere al fatidico limite del 33% nella banca, motivo per il quale ha effettuato una cessione per lo 0,95%, gestita da Goldman Sachs, e lo ha fatto con queste parole:

«Avrei trovato ragionevole posporre il tempo in cui veniva richiesto di adempiere a tale obbligo», dice. «Non vorrei mai che tra qualche anno dovessimo trovarci alle prese con la messa a punto di un golden power nel settore bancario», visto che «in Italia abbiamo una capacità di sottovalutare quanto possa essere strategico il mantenimento di noccioli duri italiani»

Messina sventola sotto il pavido naso della politica la futuribile esigenza di attivare il “veto di stato” a qualche straniero che pensasse di portarci via Intesa Sanpaolo. Questa scelta strategica va in direzione opposta a quella che sta perseguendo Jean Pierre Mustier a Unicredit, quella di una public company destinata ad aggregarsi a livello europeo in un ipotetico merger of equals. Forse perché l’epoca dei campioni nazionali è tramontata. Messina pare ignorare questo dato ed anche il percorso di devastazione che ci ha portato sin qui. Che accadrebbe in ipotesi di nuove forti richieste di capitale al sistema bancario, se la Compagnia di San Paolo non avesse i mezzi necessari? Ma soprattutto, perché decidere che avere un terzo di patrimonio della fondazione bloccato su una banca è una diversificazione sufficiente?

Sappiamo che la funzione di utilità di Intesa è quella di aumentare e massimizzare il payout in dividendi ai propri azionisti. Oggi la strategia è sostenibile, domani non si sa. Ma Messina insiste: fare scendere sotto il 33% il patrimonio delle fondazioni

«È una regola che andava bene per Mps, ma forse bisognerebbe valutare anche che se questa banca è una delle più redditizie d’Europa e difficilmente le Fondazioni potranno trovare investimenti con ritorni maggiori, allora forse posporre il tempo in cui si chiedono questi interventi lo avrei trovato ragionevole»

Certo, se la Fondazione MPS fosse stata costretta, con la forza della legge, a non avere tutto o quasi il patrimonio impegnato in MPS, forse ora sarebbe ancora viva e utile al suo territorio. Risulta poi piuttosto incomprensibile l’argomentare di Messina: “Intesa Sanpaolo è molto redditizia, perché vendere ora?”. Oh bella, forse perché vendere “sulla forza” è sempre un criterio igienico, quando si ha un portafoglio poco diversificato? A parte queste considerazioni “gestionali”, e sperando che i consulenti di risparmio di Intesa Sanpaolo siano più consapevoli del concetto di diversificazione, è evidente che a Messina non è andata giù la mancata acquisizione di Generali, che avrebbe creato il famoso “campione nazionale” nella bancassicurazione, non senza problemi non lievi di missione strategica, e quindi lancia messaggi alla politica. Ma sarebbe utile non perdere mai di vista il risk management, soprattutto quello delle fondazioni. Anche se Intesa Sanpaolo è effettivamente molto ben gestita e redditizia. Ma affermare che la Compagnia rischia di non trovare investimenti con redditività comparabile (o superiore) a quella della banca conferitaria, pare lievemente sopra le righe.

Nel frattempo, forse sarà meglio non invitare il dottor Messina a far parte di qualche comitato/commissione sull’educazione finanziaria.

I CONSUMATORI: NPL E GACS? UN GRANDE IMBROGLIO

MARCO MILIONI alganews.it 12.6.2018

«I piccoli contenziosi bancari sotto i 100mila euro? Sono praticamente tutti contestabili dai risparmiatori. Per questo motivo quando gli istituti di credito avanzano delle pretese sappiate che il più delle volte sono irricevibili, motivo per cui invitiamo tutti quanti a far vagliare quei rapporti da uno specialista». A parlare con toni così perentori è Alfredo Belluco, presidente veneto e vicepresidente regionale di Confedercontribuenti, una associazione di consumatori tra le più attive durante lo scandalo dei rovesci delle ex popolari venete VeBa e BpVi.

Tuttavia Belluco (in foto) nella video-intervista rilasciata ad Alganews.it lancia un altro monito. A suo giudizio la vicenda dei crediti non performanti in pancia alle banche (gergalmente noti come non performing loans o Npl) altro non è che «un mezzo imbroglio» pensato per aggredire i patrimoni dei piccoli risparmiatori proprio alla luce del fatto che le richieste avanzate presso questi ultimi sono troppo di frequente viziate da scorrettezze di ogni tipo a partire «dalla applicazione di tassi usurari che sono vietati dalla legge». Le banche poi, sostiene ancora Belluco, avrebbero gonfiato le pretese avanzate presso tanti correntisti anche al fine di imbellettare i propri bilanci per essere «più attraenti per la borsa e altri investitori».

Da mesi sul mercato ci sono molte società che stanno acquistando a raffica pacchetti di Npl «sapendo che potranno rivalersi su piccoli risparmiatori spesso ignari dei loro diritti, ma lorsignori della finanza devono stare attenti perché la nostra associazione – attacca Belluco – contesterà in sede giudiziale queste richieste anche alla luce del fatto che la pretesa di ottenere dei soldi concessi a tassi usurari costituisce una estorsione. Questa gente non avrà un centesimo a meno che non sia dovuto per legge».

Per di più Belluco e la sua associazione che ha sede a Casalserugo nel Padovano, non si fermano e denunciano «uno scandalo che dai dati in nostro possesso può seriamente mettere a repentaglio i bilanci del Paese per le generazioni a venire». Si tratta delle garanzie di Stato, le Gacs, sulle cartolarizzazioni delle partite bancarie di cattiva qualità, ovvero la funzione di garante di ultima istanza che l’Ue ha chiesto e ottenuto che fosse «appioppata» in capo ai bilanci pubblici per coprire eventuale buchi che si potrebbero creare nei conti di quelle società che si sono accollate i debiti di operazioni bancarie andate male o dal risultato incerto. «Io non capisco, o forse capisco benissimo – attacca ancora il presidente – come mai noi, i nostri figli e i nostri nipoti si dovranno sobbarcare il peso delle scelte sbagliate fatte dai consigli di amministrazione degli istituti di credito. Non si capisce come mai se un gelataio o un fornaio gestisce male la sua piccola impresa debba fallire mentre se gli errori li commettono i padroni della finanza allora per lorsignori scatti il salvagente statale». Al riguardo Belluco sostiene che a causa delle Gacs negli anni a venire le casse dello Stato, già oppresse da un debito pubblico notevole «sulla cui entità molto ci sarebbe da discutere» potrebbero patire colpi da centinaia di miliardi di euro. Il che potrebbe portare ad una situazione per certi versi già vissuta in Irlanda e in parte in Spagna o addirittura in Grecia: tre nazioni europee convinte più o meno obtorto collo dalla Ue a sobbarcarsi i debiti degli istituti di credito nazionali che erano stati finanziati da banche tedesche e francesi in primis.

In realtà che questa condotta da parte dei più forti della Ue possa alla lunga costituire oltretutto un pericolo per le stesse economie più solide è stato detto in molte sedi. Basti pensare alla sessione speciale dei lavori del parlamento tedesco del 19 agosto 2015 con il famoso intervento del deputato Gregor Gysi del partito die Linke. Oppure del monito lanciato dallo stesso Gysi sempre dalla aule parlamentari di Berlino quando nell’aprile del 1998 mise in guardia i deputati dal pericolo che una Europa in cui la moneta unica e la Bce passavano in primo piano su tutto avrebbe comportato per il continente: previsioni che peraltro si sono rivelate tutte azzeccate.

Per non parlare dell’approfondimento che nel 2013 il canale franco-tedesco, ma di respiro europeo, Arté mandò in onda: documentando con una rigorosa inchiesta giornalistica, tra le più dure nei confronti dei privilegi del sistema bancario del Vecchio continente, i tabù che governi e centrali finanziarie custodiscono gelosamente. Ironia della sorte, ma non troppo, il documentario venne realizzato da un autore tedesco, Harald Schumann, uno dei più apprezzati giornalisti investigativi ed economici di quel Paese. Sarà un caso che quel reportage non sia mai stato tradotto e ampiamente diffuso in Italia? E sarà un caso che durante i grandi talk show serali ai quali pur spesso partecipano giornalisti tedeschi o americani duri, alle volte anche a ragione con la spesa pubblica italiana, Schumann non si sia mai visto?

GUARDA LA VIDEO-INTERVISTA AD ALFREDO BELLUCO

 

Economista ex FMI: Bce stia attenta, già responsabile di un trauma da cui l’Italia non si è mai ripresa

Ashoka Mody: semmai l’Italia dovesse scivolare in un’altra crisi, la banca centrale europea, diversamente da quanto fatto nel luglio del 2012, potrebbe non riuscire questa volta a salvarla.
Si chiama Ashoka Mody ed è un economista ex Fmi. Professore in visita presso la divisione di politica economica internazionale dell’Università di Princeton: Mody è stato anche assistant director presso il dipartimento europeo dell’Fmi, oltre ad aver scritto un libro il cui titolo dice tutto: “EuroTragedy: A Dramma in Nine Acts”, ovvero “Eurotragedia: un dramma in nove atti”. In un editoriale pubblicato su MarketWatch, l’economista emette una sentenza, a poche ore dal prossimo meeting della Bce di Mario Draghi, dopodomani giovedì 14 giugno.

“Italy never should have joined the euro, and the ECB can’t rescue it from its next crisis”. Ovvero, tradotto: “l’Italia non avrebbe mai dovuto aderire all’euro, e la Bce non riuscirà a salvarla dalla sua prossima crisi”. Un messaggio, questo racchiuso nel titolo, che è non è del tutto nuovo. Si sa: allarmi e profezie nefaste hanno preceduto e accomnpagnato la formazione del governo M5S-Lega, paventando i vari “worst case scenario”, rischi contagio, rottura dell’euro, uscita dell’Italia dall’euro, tempeste finanziarie varie.

Mody tuttavia non si limita a fare una previsione, nel momento in cui afferma che “l’Italia potrebbe far scivolare l’Eurozona in una crisi ingestibile”, così come non si limita a citare l’enorme debito pubblico italiano, pari a 2,5 trilioni, “della stessa dimensione circa dei debiti di Francia e Germania, e più alto dei debiti governativi combinati di Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda, “i quattro paesi che sono stati costretti a ricorrere ai bail-out finanziari”.

Mody parla anche di una sorta di peccato originale della Bce, commesso nei confronti dell’Italia. La Bce, ricorda, non è stata infatti sempre salvifica come quella di Mario Draghi a cui i mercati, grati, si sono abituati negli ultimi anni. La Bce è anche quella che “il 7 luglio del 2011 (capitanata dall’allora numero uno Jean Claude Trichet) ha commesso l’errore catastrofico di alzare i tassi di interesse, mandando nel panico i mercati finanziari”.

“Tra la metà del 2011 e del 2012, le turbolenze finanziarie hanno regnato in gran parte dell’Eurozona, soprattutto in Spagna e in Italia”. Tutto ciò dopo che la crisi finanziaria era esplosa in tutto il mondo tra il 2007 e il 2009 e mentre la crisi dell’Eurozona stava acuendo le fragilità economiche e finanziarie precedenti all’adesione all’euro dell’Italia”.

Per Mody, era chiaro che una politica monetaria unica non avrebbe potuto funzionare per la forte economia tedesca e, contestualmente, per “una economia italiana sempre più decrepita”. Ma a rendere il quadro peggiore è stata proprio la Bce: “Entro la metà del 2011, nel bel mezzo dell’austerity fiscale richiesta dalle autorità dell’Eurozona, l’Italia avrebbe avuto bisogno in modo disperato di una politica monetaria accomodante e di un forte deprezzamento dell’euro”. Ma la Bce decise appunto di alzare i tassi e, secondo Mody, il risultato fu che “l’Italia non si riprese mai da quel trauma”.

L’economista ripercorre la storia degli ultimi anni, ricordando il tentativo di Draghi, nel luglio del 2012, di leccare le ferite, con la “sua promessa plateale” del “whatever it takes”, di salvare i paesi dell’Eurozona.

“Entro il momento in cui la Bce lanciò il piano QE in gran ritardo, nel gennaio del 2015, l’Italia era già invischiata nella trappola della bassa inflazione: prevedendo una ripresa al massimo modesta dei prezzi, gli italiani si trattennero dallo spendere, fattore che fece rimanere bassa l’inflazione”.

“Oggi – scrive Mody – il tasso di inflazione è fermo allo 0,6% circa, le aziende e i consumatori italiani fanno fronte a tassi di interesse reali (aggiustati tenendo conto dell’inflazione), che sono superiori al 2%. E non possono permettersi tassi così alti: con una produttività dell’economia stagnante da anni, e unita al forte calo degli investimenti durante gli anni della recessione, il Pil è atteso in crescita di meno dell’1% l’anno nel corso dei prossimi tre-cinque anni. E con lo smorzarsi della crescita commerciale globale, la crescita del Pil italiano potrebbe tornare in condizioni di recessione. Se dovesse accadere questo, i debitori faranno fatica a rimborsare i prestiti alle banche italiane, perennemente deboli.Le entrate fiscali scenderanno, rendendo ancora più difficile il ripagamento, da parte dell’Italia, dell’enorme carico fiscale”.

In questa situazione, l’economista scrive che, semmai l’Italia dovesse scivolare in un’altra crisi, la Bce, diversamente da quanto fatto nel luglio del 2012, potrebbe non riuscire questa volta a salvarla. “In linea di principio, la Bce può acquistare una quantità illimitata di bond italiani, riducendo i tassi di interesse e allontanando la crisi. Ma così facendo, visto che detiene già un quarto dei debiti sovrani italiani, la banca centrale finirebbe per rischiare enormi perdite, in caso di default del governo”.

Mody punta il dito sia contro la Bce, dove perfino Peter Praet, responsabile economista colomba, è pronto a cantare vittoria nel decretare la fine del QE, sia contro i paesi del Nord dell’Eurozona, che si basano su previsioni fin troppo improntate all’ottimismo, che “ignorano i segnali di rallentamento del momentum della crescita”. Nessuno di loro “riesce a capire, in particolare, la trappola in cui l’Italia è finita. E se la Bce porrà fine al QE, l’euro si rafforzerà e i tassi di interesse reali dell’Italia saliranno ancora di più, aumentando la fragilità finanziaria dell’Italia. In un tale contesto, lanciare il programma di acquisto diretto dei bond (della Bce), ovvero l’OMT (che tra l’altro non è stato mai usato) darebbe il via a trattative nervose con le autorità italiane sul una eventuale austerity fiscale, e ciò creerebbe una crisi politica ben prima di un possibile aiuto finanziario di qualsiasi tipo che la Bce fosse pronta ad accordare”.

A quel punto, il dado sarebbe ormai tratto, e anche previsto dal momento che, secondo l’economista, il fato dell’Italia è stato deciso nel momento in cui Roma ha deciso, facendo male i suoi calcoli, di entrare nell’euro. L’esplosione di una nuova crisi, a quel punto, scatenerebbe un effetto a catena in tutta l’Eurozona, con ripercussioni anche sui “sistemi finanziari globali”. Una “recessione italiana potrebbe creare una pressione insostenibile sulle banche, ancora alle prese con la zavorra degli NPL (crediti deteriorati)”. Si ripresenterebbe la tragedia del circolo vizioso: “le minori entrate fiscali farebbero salire il deficit, e gli investitori chiederebbero tassi di interesse più alti, mettendo l’economia e le banche in una situazione di stress maggiore”. A “causa della sua grande dimensione e delle sue profonde vulnerabilità”, l’Italia potrebbe scatenare un effetto domino che sarebbe avvertito, secondo Mody, non solo dalol’Eurozona, “ma dal mondo intero”.

Vuole fare il presidente di Cassa Depositi, spinto dalle fondazioni, ma è al vertice di uno dei principali fornitori della stessa Cassa. Tononi e l’ombra del conflitto d’interessi

Stefano Sansonetti lanotiziagiornale.it 12.6.18

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I più diplomatici parlano di una questione di opportunità. I meno diplomatici di un bel conflitto d’interessi. Protagonisti dell’azione sono i poteri forti, ma un po’ in difficoltà, delle fondazioni bancarie. Come è emerso nei giorni scorsi il settore, rappresentato dall’Acri sin guidata dall’uscente Giuseppe Guzzetti, sta cercando in ogni modo di tenere una presa molto salda sulla Cassa Depositi e Prestiti, ai loro occhi minacciata dal nuovo vento pentaleghista. Le fondazioni, azioniste di Cdp con il 16% (il resto è in mano al Tesoro), hanno diritto di nominarne il presidente. E il nome del prescelto, Massimo Tononi, gira già da diverso tempo (La Notizia ne parla addirittura dallo scorso aprile).

INCETTA DI POLTRONE. Il fatto è che finora non tutti sembrano aver considerato nella dovuta maniera il consistente pacchetto di poltrone in vari Cda occupate dal medesimo Tononi, un passato in Goldman Sachs e al Ministero dell’economia come sottosegretario del Governo Prodi. Si dà infatti il caso che oggi il pupillo delle fondazioni vanti posti nel Cda di Mediobanca, di Italmobiliare (holding di partecipazioni della famiglia Pesenti), di Isa-Istituto atesino di sviluppo (holding di partecipazioni che lo vede anche presidente e che fa capo alla Curia di Trento) e di Prysmian. Quest’ultima, tra le altre, sembra meritare qualche riflessione. Prysmian, infatti, è una società quotata in Borsa, attiva nella fornitura di cavi e fibre ottiche per il settore delle telecomunicazioni. Il tutto per un fatturato che si aggira intorno agli 8 miliardi di euro. Il legame tra la società e Tononi è particolarmente consolidato, visto che l’ex collaboratore di Prodi è entrato in Cda nel lontano 2010, diventandone presidente nel 2012. Carica che mantiene tutt’ora. Questo per chiarire che Tononi nella società non è certo una meteora di veloce passaggio.

IL DETTAGLIO. Il punto che nessuno ha finora messo a fuoco, però, è che Prsymian già adesso è uno dei fornitori della galassia di Cassa Depositi e Prestiti. E con lo sviluppo dei progetti sulla banda larga potrebbe incrementare questo rapporto. Da un documento reperibile on line risulta che la società è in diversi elenchi di fornitori ritenuti idonei da Open Fiber, la società della banda larga controllata proprio da Cassa Depositi e Prestiti e da Enel. E così si apprende che Prysmian è idoneo a offrire a Open Fiber forniture come cavi in fibra ottica, accessori, telai, armadi, muffole e ricoveri apparati. Certo, si dirà che Tononi, se nominato in Cdp, si dimetterà da Prysmian. Il fatto certo è che le fondazioni vogliono alla presidenza della Cassa Depositi il presidente di uno dei principali fornitori della stessa Cassa. Non proprio un’operazione da vento del cambiamento.

LA STRONCATURA. Così come, almeno secondo i grillini, non va in una nuova direzione il profilo di Massimo Sarmi quale prossimo amministratore delegato della Cdp. A esprimersi in tal senso è stato ieri Stefano Buffagni, capogruppo alla Camera dei Cinque Stelle e uomo delle nomine del Movimento. “Non mi sembra sia il cambiamento”, ha tagliato corto riferendosi a Sarmi, legatosi nei primi anni 2000 all’allora An, adesso più vicino alla Lega. A questo punto sembrano riprendere corpo le quotazioni di Dario Scannapieco, vicepresidente della Bei (Banca europea degli investimenti), con trascorsi al Tesoro e buoni rapporti con il presidente della Bce, Mario Draghi.

BlackRock è sul punto di diventare azionista di Eurizon

SOPHIE ROLLAND 11.6.18  https://www.lesechos.fr

 

 

La storica sede di Intesa San Paolo a Torino – Marco BERTORELLO / AFP

Il gigante americano è stato in trattative per diversi mesi per una quota di minoranza nella società di gestione di Intesa San Paolo, in cambio di un accordo di distribuzione.

Intesa San Paolo era nota  per essere alla ricerca di un partner per la sua sussidiaria di gestione patrimoniale Eurizon. Il gruppo bancario è infatti in discussione con BlackRock per diversi mesi, scrive il “Financial Times” di lunedì. Se gli attori in questione si rifiutano di commentare, la piccola musica è insistente. Lo scorso marzo, il nome dei 6 trilioni di dollari in gestione era già in circolazione.

Candidato ideale

BlackRock è l’ideale per il ritratto robot elaborato tre mesi fa da Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa San Paolo, e Tommaso Corcos, capo di Eurizon. Il progetto proposto? Cedere tra il 10 e il 20% del capitale della seconda società italiana di gestione patrimoniale (314 miliardi di euro di attività) a un operatore globale, quest’ultimo in grado di potenziare lo sviluppo internazionale di Eurizon e aiutarlo ad arricchire la sua offerta in attività alternative. I due leader italiani avevano espresso il desiderio di concludere un’operazione prima della fine dell’anno.

Hanno anche affermato che un’alleanza non impedirebbe futuri accordi con giocatori più piccoli. Il Gruppo Intesa San Paolo e la sua controllata intendono svolgere un ruolo nel consolidamento in corso del settore del risparmio gestito.

Uno sconvolgimento per il settore

Una partnership con Eurizon consentirebbe a BlackRock di avere finalmente accesso a una grande rete di distribuzione in Europa. Ma è proprio il collegamento che manca per raggiungere gli individui. Nel Vecchio Continente, questa categoria di investitori rimane, infatti, riserva delle compagnie di assicurazione e dei gruppi bancari locali. Data l’aggressività della politica commerciale di BlackRock, sarebbe un vero scossone per il settore. Non c’è dubbio che Amundi, che ha acquistato Pioneer in UniCredit a fine 2016, e abbia grandi ambizioni in Italia, sta monitorando la situazione da vicino.

In contrasto con gli Stati Uniti, BlackRock è cresciuto essenzialmente con gli investitori istituzionali negli ultimi dieci anni. Ciò non gli ha impedito di raccogliere circa $ 1,8 trilioni di attività. L’Europa rappresenta ora il 28% del patrimonio gestito dalla società di Larry Fink e il 30% dei suoi ricavi.

Accordi di distribuzione da mettere in atto

Non sorprende che la maggior parte delle discussioni finora si siano concentrate sugli accordi da mettere in atto per assicurare la distribuzione dei prodotti BlackRock nella rete Intesa San Paolo. Secondo il “Financial Times”, BlackRock sarebbe interessato a una quota azionaria del 10%, ma i termini finanziari non sarebbero stati ancora fissati. Un altro sconosciuto: l’esito della crisi politica italiana. I negoziati hanno riferito di essere rallentati nelle ultime settimane.

Sophie Rolland

Bilderberg sarà ancora importante, se cambia il futuro della guerra?

https://comedonchisciotte.org 12.6.18

A protester’s sign saying ‘Stop The New World Order’ near the venue of the 2016 Bilderberg conference in Dresden, Germany. Photograph: Chad Buchanan/Getty Images

Il vertice di quest’anno è tutto sulla guerra – ma che cosa vogliono?

Quest’anno il Summit di Bilderberg  è un consiglio di guerra. In agenda: Russia e Iran. In sala conferenze: il Segretario Generale della Nato, il  Ministro della Difesa tedesco e il Direttore dei Servizi di Intelligence francese, DGSE. Si tratta di una sfilza di strateghi, accademici e teorici militari che si sono riuniti a Torino, in Italia, , ma per quei paesi che si trovano nei punti caldi della geopolitica non c’è niente di teorico in questi colloqui. Non quando i PM di Estonia e Serbia discutono della  Russia né quando il PM della Turchia parla dell’Iran.

L’indicazione più chiara sulle  sorti del conflitto guidato dagli Stati Uniti si può trarre dalla presenza del top war-gamer, il giocatore di punta del Pentagono, James H Baker, esperto di tendenze militari e nessuna tendenza è più di tendenza nel mondo della strategia della guerra, oggi,  se non l’intelligenza artificiale. Quest’anno Bilderberg  dedica un’intera sessione alla I.A. – e ha invitato il teorico militare Michael C Horowitz, uno che ha scritto molto su come vede l’impatto della IA sul futuro della guerra.

Il Presidente della Russia, Vladimir Putin,  si congratula con il Presidente della Cina, Xi Jinping. Cina e Russia stanno investendo molto sulle Intelligenze artificiali. Foto: Sergey Guneyev/AFP/Getty Images

Horowitz considera la IA come un “aiuto definitivo”. In un articolo pubblicato poche settimane fa nel Texas National Security Review, cita una osservazione di Putin del 2017:“L’intelligenza artificiale è il futuro, non solo per la Russia, ma per tutta l’umanità. Chi diventa leader in questa materia governerà del mondo. “

Horowitz dice che ” Cina, Russia e altri paesi stanno investendo nella IA per aumentare il loro rispettivo potenziale militare, perché questo permette di fermare la superiorità militare USA.” La dominazione militare globale è improvvisamente diventata di dominio pubblico e questo ci porta al punto più intrigante dell’agenda Bilderberg di quest’anno: “La leadership mondiale degli Stati Uniti”.

Il più eminente tra i geopolitici presenti al Bilderberg, Henry Kissinger, avrà qualcosa da dire, dato che per decenni ha suonato la campana a morto per la leadership mondiale americana. Nel 2005 già scrisse su come l’ascesa della Cina avrebbe comportato “un sostanziale riordino del sistema internazionale“.

La Casa Bianca è chiaramente preoccupata, tanto da aver inviato al Bilderberg il Direttore del Consiglio di Sicurezza Nazionale per la Cina, Matthew Turpin e sicuramente  Turpin non riferirà di questo “spostamento gravitazionale” verso est, di nascosto, solo all’orecchio di Trump.

Ma ecco il punto: questo rimodellamento del potere tettonico, in cui “il centro di gravità degli affari del mondo” si sposta dall’America alla Cina, è un concetto precedente alla IA.  L’ AD di Google recentemente ha detto  che la IA sarà  importante come l’elettricità o il fuoco”. Questa “rivoluzione onnicomprensiva” per le strutture di potere tradizionali potrebbe portare ad una trasformazione totale. Non si tratta solo del passaggio del testimone della leadership mondiale dagli Stati Uniti alla Cina, è l’intera struttura della leadership mondiale che potrebbe – semplicemente – svanire, o prendere una forma che nessuno, nemmeno Kissinger, avrebbe potuto prevedere.

E questo significa per Bilderberg che il sistema di influenza transatlantica e di formazione dell’opinione pubblica che il gruppo ha costruito e perfezionato per decenni, potrebbe svanire da un giorno all’altro. Tutte le macchinazioni diplomatiche di Józef Retinger e Étienne Davignon, tutto il potere dei vari  Rockefeller, Agnelli e Wallenberg diventerebbero irrilevanti con la discontinuità che porterebbe la IA.

Sir John Sawers, ex capo dell’MI6, ora gestisce Macro Advisory Partners, che offre consulenze per navigare  in “un paesaggio globale volatile e frammentario”.  Foto: Elyse Marks / Edelman / PA

Non c’è da stupirsi che Bilderberg, preso dall’angoscia esistenziale, stia cercando disperatamente di tenere il passo con gli ultimi sviluppi tecnologici: quest’anno discute di “quantum computing” in una sessione guidata da Hartmut Neven, Direttore del Quantum Artificial Lab di Google. La lista degli invitati è piena di gente di Google. L’esperto di IA Demis Hassabis, capo del progetto DeepMind di Google, è una presenza fissa nelle conferenze, Bilderberg ha capito che il futuro sta nell’hi-tech e sta attaccandosi a Google con tutte e due le mani.

Intanto si deve pur passare piacevolmente il tempo e cosa c’è di meglio se non qualche piccola guerra per procura con la Russia, soprattutto se sigestiscono enormi fabbriche  di armi, come tanti dei presenti al Bilderberg. Marcus Wallenberg è presidente della Saab, che costruisce jet da guerra. Giampiero Mossola è presidente di Fincantieri, che costruisce fregate e Thomas Enders è il capo di Airbus, la settima compagnia che produce armi al mondo.

Qualche scaramuccia in Estonia farebbe bene agli affari, anche se non all’Estonia.

Comunque la più grande questione etica affrontata dal summit non è se mungere o no profitti dalla follia della guerra, non è Bombardare e Ricostruire paesi, fare debiti per comprare missili ecc… , va tutto bene: è così che funziona il neoliberismo. Quello che è più difficile da giustificare – in un quadro democratico – è il processo decisionale-pratico in cui vengono dibattuti i conflitti : a porte chiuse da gente che decide dove va la politica insieme a industriali miliardari e a speculatori del settore privato. Il PM dei Paesi Bassi che discute sui nuovi punti caldi del mondo, nel lusso e nella più assoluta riservatezza con il CEO di Royal Dutch Shell e con il presidente di Goldman Sachs International. È un’ottica orribile.

Al Bilderberg, il Segretario Generale della Nato discute della Russia con i finanzieri che devono trasformare le informazioni che ricevono in dollari. Il membro di Bilderberg, Sir John Sawers, che era capo del progetto MI6, adesso è capo della Macro Advisory Partners e aiuta i suoi clienti a navigare “verso un panorama globale volatile e frammentario” così “massimizza le opportunità e minimizza i rischi” e fa lo stesso con la BP, quando partecipa al suo Consiglio di Aministrazione.

Lo stesso che ha fatto Kissinger  per anni con la sua Kissinger Associates: sfruttando le informazioni che possedeva per fare soldi. NON E’ QUESTO il modo in cui deve funzionare la democrazia rappresentativa. Così funziona Wall Street. Questa è la versione geopolitica dell’abuso di informazioni privilegiate: accesso privato a informazioni non pubbliche.

I politici presenti al Bilderberg dovrebbero rendersi conto, quando si prendono una pausa dai brain-storming, per godersi il buffet, che al tavolo del buffet : il vero buffet sono loro. Non c’è molta dignità nel buttare a mare la democrazia, ma c’è un gran mucchio di soldi, e per tanta gente questo basta.

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Fonte : https://www.theguardian.com

Cdp: tempi più lunghi per le nomine, sull’ad si riaprono i giochi

Stefano Neri finanzareport.it 12.6.18

Si slitta a fine mese. In prima fila per la presidenza confermato l’ex Mps Tononi. Per la successione a Costamagna ipotesi scelta interna


Rischiano di allungarsi i tempi per le nomine alla Cassa Depositi e Prestiti (Cdp). Ieri mattina un colloquio tra il presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, e il capo di gabinetto del Tesoro, Roberto Garofoli, ha concordato di mandare deserta l’assemblea di mercoledì 20 giugno in prima convocazione e di procedere con l’elezione del Cda in seconda, giovedì 28.

Lo riferiscono idiscrezioni di stampa. In prima fila per la presidenza resta l’ex Mps Massimo Tononi, mentre per la poltrona di ad la candidatura di Massimo Sarmi, cara alla Lega, è stata ridimensionata da Stefano Buffagni (M5S): “Non è il cambiamento”, ha detto l’esponente dei 5 Stelle. Prende quota invece l’ipotesi di una scelta interna.

Per la successione a Claudio Costamagna, che nei giorni scorsi ha comunicato il suo passo indietro, Sarmi in questo momento sarebbe quindi fuori dai giochi. “Faremo le valutazioni, è una persona molto preparata ma, prima di tutto, bisogna capire qual è l’obiettivo per noi e quali sono i punti nevralgici della Cassa”. L’ex numero uno delle Poste “piace” alla Lega, ha spiegato Buffagni, “perché loro ci hanno già lavorato”.

A questo punto la casella di amministratore delegato della Cdp potrebbe essere riempita con una più sobria soluzione interna. Si parla soprattutto del direttore finanziario Fabrizio Palermo, mentre nelle ultime ore è stato fatto il nome dell’ad di Cdp Immobiliare, Salvatore Sardo.

Inoltre restano in corsa i nomi del vicepresidente della Bei Dario Scannapiecoe dell’ad di Fincanieri, Giuseppe Bono. Non è invece disponibile l’ad del Banco Bpm, Giuseppe Castagna.

Secondo lo statuto di Cassa Depositi e prestiti nel cda 6 componenti su 9 (compreso l’ad) sono indicati dall’azionista Tesoro mentre i restanti 3 (compreso il presidente) sono di competenza delle fondazioni, socie di minoranza.

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