Economista ex FMI: Bce stia attenta, già responsabile di un trauma da cui l’Italia non si è mai ripresa

Ashoka Mody: semmai l’Italia dovesse scivolare in un’altra crisi, la banca centrale europea, diversamente da quanto fatto nel luglio del 2012, potrebbe non riuscire questa volta a salvarla.
Si chiama Ashoka Mody ed è un economista ex Fmi. Professore in visita presso la divisione di politica economica internazionale dell’Università di Princeton: Mody è stato anche assistant director presso il dipartimento europeo dell’Fmi, oltre ad aver scritto un libro il cui titolo dice tutto: “EuroTragedy: A Dramma in Nine Acts”, ovvero “Eurotragedia: un dramma in nove atti”. In un editoriale pubblicato su MarketWatch, l’economista emette una sentenza, a poche ore dal prossimo meeting della Bce di Mario Draghi, dopodomani giovedì 14 giugno.

“Italy never should have joined the euro, and the ECB can’t rescue it from its next crisis”. Ovvero, tradotto: “l’Italia non avrebbe mai dovuto aderire all’euro, e la Bce non riuscirà a salvarla dalla sua prossima crisi”. Un messaggio, questo racchiuso nel titolo, che è non è del tutto nuovo. Si sa: allarmi e profezie nefaste hanno preceduto e accomnpagnato la formazione del governo M5S-Lega, paventando i vari “worst case scenario”, rischi contagio, rottura dell’euro, uscita dell’Italia dall’euro, tempeste finanziarie varie.

Mody tuttavia non si limita a fare una previsione, nel momento in cui afferma che “l’Italia potrebbe far scivolare l’Eurozona in una crisi ingestibile”, così come non si limita a citare l’enorme debito pubblico italiano, pari a 2,5 trilioni, “della stessa dimensione circa dei debiti di Francia e Germania, e più alto dei debiti governativi combinati di Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda, “i quattro paesi che sono stati costretti a ricorrere ai bail-out finanziari”.

Mody parla anche di una sorta di peccato originale della Bce, commesso nei confronti dell’Italia. La Bce, ricorda, non è stata infatti sempre salvifica come quella di Mario Draghi a cui i mercati, grati, si sono abituati negli ultimi anni. La Bce è anche quella che “il 7 luglio del 2011 (capitanata dall’allora numero uno Jean Claude Trichet) ha commesso l’errore catastrofico di alzare i tassi di interesse, mandando nel panico i mercati finanziari”.

“Tra la metà del 2011 e del 2012, le turbolenze finanziarie hanno regnato in gran parte dell’Eurozona, soprattutto in Spagna e in Italia”. Tutto ciò dopo che la crisi finanziaria era esplosa in tutto il mondo tra il 2007 e il 2009 e mentre la crisi dell’Eurozona stava acuendo le fragilità economiche e finanziarie precedenti all’adesione all’euro dell’Italia”.

Per Mody, era chiaro che una politica monetaria unica non avrebbe potuto funzionare per la forte economia tedesca e, contestualmente, per “una economia italiana sempre più decrepita”. Ma a rendere il quadro peggiore è stata proprio la Bce: “Entro la metà del 2011, nel bel mezzo dell’austerity fiscale richiesta dalle autorità dell’Eurozona, l’Italia avrebbe avuto bisogno in modo disperato di una politica monetaria accomodante e di un forte deprezzamento dell’euro”. Ma la Bce decise appunto di alzare i tassi e, secondo Mody, il risultato fu che “l’Italia non si riprese mai da quel trauma”.

L’economista ripercorre la storia degli ultimi anni, ricordando il tentativo di Draghi, nel luglio del 2012, di leccare le ferite, con la “sua promessa plateale” del “whatever it takes”, di salvare i paesi dell’Eurozona.

“Entro il momento in cui la Bce lanciò il piano QE in gran ritardo, nel gennaio del 2015, l’Italia era già invischiata nella trappola della bassa inflazione: prevedendo una ripresa al massimo modesta dei prezzi, gli italiani si trattennero dallo spendere, fattore che fece rimanere bassa l’inflazione”.

“Oggi – scrive Mody – il tasso di inflazione è fermo allo 0,6% circa, le aziende e i consumatori italiani fanno fronte a tassi di interesse reali (aggiustati tenendo conto dell’inflazione), che sono superiori al 2%. E non possono permettersi tassi così alti: con una produttività dell’economia stagnante da anni, e unita al forte calo degli investimenti durante gli anni della recessione, il Pil è atteso in crescita di meno dell’1% l’anno nel corso dei prossimi tre-cinque anni. E con lo smorzarsi della crescita commerciale globale, la crescita del Pil italiano potrebbe tornare in condizioni di recessione. Se dovesse accadere questo, i debitori faranno fatica a rimborsare i prestiti alle banche italiane, perennemente deboli.Le entrate fiscali scenderanno, rendendo ancora più difficile il ripagamento, da parte dell’Italia, dell’enorme carico fiscale”.

In questa situazione, l’economista scrive che, semmai l’Italia dovesse scivolare in un’altra crisi, la Bce, diversamente da quanto fatto nel luglio del 2012, potrebbe non riuscire questa volta a salvarla. “In linea di principio, la Bce può acquistare una quantità illimitata di bond italiani, riducendo i tassi di interesse e allontanando la crisi. Ma così facendo, visto che detiene già un quarto dei debiti sovrani italiani, la banca centrale finirebbe per rischiare enormi perdite, in caso di default del governo”.

Mody punta il dito sia contro la Bce, dove perfino Peter Praet, responsabile economista colomba, è pronto a cantare vittoria nel decretare la fine del QE, sia contro i paesi del Nord dell’Eurozona, che si basano su previsioni fin troppo improntate all’ottimismo, che “ignorano i segnali di rallentamento del momentum della crescita”. Nessuno di loro “riesce a capire, in particolare, la trappola in cui l’Italia è finita. E se la Bce porrà fine al QE, l’euro si rafforzerà e i tassi di interesse reali dell’Italia saliranno ancora di più, aumentando la fragilità finanziaria dell’Italia. In un tale contesto, lanciare il programma di acquisto diretto dei bond (della Bce), ovvero l’OMT (che tra l’altro non è stato mai usato) darebbe il via a trattative nervose con le autorità italiane sul una eventuale austerity fiscale, e ciò creerebbe una crisi politica ben prima di un possibile aiuto finanziario di qualsiasi tipo che la Bce fosse pronta ad accordare”.

A quel punto, il dado sarebbe ormai tratto, e anche previsto dal momento che, secondo l’economista, il fato dell’Italia è stato deciso nel momento in cui Roma ha deciso, facendo male i suoi calcoli, di entrare nell’euro. L’esplosione di una nuova crisi, a quel punto, scatenerebbe un effetto a catena in tutta l’Eurozona, con ripercussioni anche sui “sistemi finanziari globali”. Una “recessione italiana potrebbe creare una pressione insostenibile sulle banche, ancora alle prese con la zavorra degli NPL (crediti deteriorati)”. Si ripresenterebbe la tragedia del circolo vizioso: “le minori entrate fiscali farebbero salire il deficit, e gli investitori chiederebbero tassi di interesse più alti, mettendo l’economia e le banche in una situazione di stress maggiore”. A “causa della sua grande dimensione e delle sue profonde vulnerabilità”, l’Italia potrebbe scatenare un effetto domino che sarebbe avvertito, secondo Mody, non solo dalol’Eurozona, “ma dal mondo intero”.