Quando c’era lui…Da Scelba a Kossiga: storia di sceriffi!

Paolo Delgado 13.6.18 il dubbio.news

Piano con le visioni in tinta orbace e con gli appelli agli Arditi del Popolo per una rapida ricostituzione. Matteo Salvini, ringhioso per professione, non è affatto il primo a calarsi nei panni solitamente redditizi dell’uomo forte nella storia repubblicana. Ci hanno provato in molti, qualcuno ci è anche riuscito.

Il modello resta Mario Scelba, da un po’ di anni molto in voga nella sinistra antifa’ per via della legge che porta il suo nome e punisce l’apologia di fascismo. Capricci della storia, e della mancata conoscenza della stessa. Mai e poi mai il ministro degli Interni più duro nella repressione anti- operaia che ci sia mai stato avrebbe immaginato di vedersi esaltato da quelli ai quali abitualmente faceva sparare addosso senza pensarci su due volte. Per Scelba il pericolo era quello rosso, non quello nero. La legge che viene citata a sproposito ogni volta che si chiacchiera d’antifascismo era calibrata per non coinvolgere il Msi Segretario di don Sturzo, amico di De Gasperi che lo nominò ministro degli Interni nel 1947, Scelba restò in carica fino al 1955, con un breve intermezzo tra il luglio 1953 e il febbraio 1954. Anche quando si ritrovò per pochi mesi presidente del Consiglio mantenne l’interim del Viminale. Contrariamente alla vulgata, però, non fu lui a creare la famigerata Celere: ci aveva già pensato il predecessore, un socialista, Romita. Scelba si occupò però di trasformarli in reparti molto più aggressivi, con tanto di mitragliatrici e mortai in dotazione, che potevano muoversi solo su mandato del ministero.

Per Scelba la guerra civile era davvero un’eventualità in agguato dietro l’angolo. Pertanto appena insediato al Viminale mise alla porta tutti gli agenti sospetti di simpatie sinistrorse e aumentò gli effettivi di 30mila unità: la polizia disponeva così di 70mila agenti affiancati da 75mila Carabinieri, non alle dipendenze del Viminale, e 45mila finanzieri. L’imponente armata si rivelò utile anche quando lo spettro della guerra civile fu fugato, dopo le elezioni del 1948. Pur se certamente disarmati, i rossi erano sempre rossi e Scelba non faceva mistero di considerarli l’avamposto di una potenza straniera. Nelle riunioni del governo era puntualmente il primo a spingere per adottare le misure discriminatorie nei confronti dei comunisti, cacciandoli ove possibile dalla Pubblica amministrazione. Il problema è che i comunisti manifestavano spesso in piazza. L’idolo dei centri sociali antifascisti del XXI secolo sapeva come trattare i sovversivi: pugno di ferro e niente guanto di velluto. Con lui al Viminale i morti durante manifestazioni furono un centinaio e passa, i feriti si contarono a migliaia. Non ci andò leggero neppure con gli arresti: 148.269 in sette anni. Non furono tutti condannati, ma il numero di quelli che in galera ci finirono non solo qualche notte è di tutto rispetto: 61.243 condannati per un totale di 20.426 anni di carcere. Al confronto quel Salvini resterà comunque e per sempre un pivello.

Anche il successore dell’impareggiabile Scelba se la tirava da uomo forte. Ma se il ministro di ferro era un combattente che credeva in quel che faceva, il nuovo inquilino del Viminale, Fernando Tambroni, era un furbo avventuriero pronto a civettare a turno con la sinistra o con la destra pur di arrivare al potere. A differenza di democristiani tosti e anticomunisti che erano stati però convinti oppositori del regime, come il ministro della Difesa Paolo Emilio Taviani o lo stesso Scelba, Tambroni era stato fascista e doveva l’improvvisa ascesa in una Dc che non lo stimava affatto all’amicizia con il presidente della Repubblica Gronchi. Anche Tambroni, nei suoi cinque anni al Viminale, si atteggiò a ‘ uomo forte’. Più che i manganelli però adoperava i dossier e le intercettazioni. Fu il primo a capire e sfruttare quell’impareggiabile strumento di potere: «Io a quello gli leggo la vita» era una delle sue frasi preferite e Sergio Lepri, non ancora direttore dell’Ansa, ricevette una telefonata dal ministro in persona che lo rimproverava per cose dette in privato la sera prima. Quando Scelba fu tentato dall’idea di una scissione nella Dc, il ministro lo stroncò con la minaccia di divulgare una relazione extraconiugale. Certo dopo essersi peritato di far sparire il dossier che denunciava la sua relazione con l’attrice Sylva Koscina. Però, quando dopo aver flirtato a lungo con la sinistra ( anche su mandato di Gronchi), Tambroni finì al guidare lui governo grazie ai voti del Msi e le piazze si ribellarono, l’ex ministro mise da parte i dossier e nel luglio ‘ 60 ordinò di aprire il fuoco come Scelba e più di Scelba.

Ci volle parecchio perché dalle file della Dc emergesse un altro ‘ uomo forte’. Toccò a Francesco Cossiga, ministro degli Interni nel 1976. A Cossiga il ruolo piaceva e un po’ anche lo adoperava a scopo di deterrenza. Quando, nel marzo 1977, Bologna esplose dopo l’uccisione da parte della polizia dello studente Francesco Lo Russo, ‘ Kossiga’ mandò le autoblindo a occupare la città. Una mossa in schietto stile Salvini, ma decisa nella consapevolezza che a pesare sarebbe stato il segnale simbolico non le mitragliette. Allo stesso tempo, quando il 12 marzo una manifestazione nazionale a Roma finì con una serie di attacchi contro la polizia a colpi di pistola, il ministro con la K tenne la testa a posto e contenne la reazione degli agenti, evitando probabilmente una mezza strage.

Cossiga non era Scelba e neppure Tambroni. Le cose gli sfuggirono però di mano quando, dopo aver vietato ogni manifestazione a Roma in seguito all’uccisione di un agente, il partito radicale decise di festeggiare l’anniversario del referendum sul divorzio violando il divieto. Il ministro s’impuntò. La polizia si scatenò probabilmente oltre le previsioni dello stesso ministro: Giorgiana Masi fu uccisa il 12 maggio. Ma Cossiga, in quegli anni, lavorò sempre a strettissimo contatto di gomito con un altro ‘ uomo forte’, Ugo Pecchioli, anche lui a modo suo ‘ ministro degli Interni’, anche se del Pci e non del governo. Quasi sì però. La stretta emergenziale di quegli anni porta la sua firma a pari merito con quella di Kossiga.

Per quanto strano sembri nella seconda Repubblica, quella con leghisti ed ex fascisti spesso al governo, gli ‘ uomini forti’ hanno sempre latitato. Come premier Berlusconi cercava casomai di andare quanto più possibile d’accordo con tutti, anche per questioni di carattere: niente a che spartire con Bettino Craxi, per i nemici ‘ Bokassa’, epitome della grinta a palazzo Chigi. Ma i suoi ministri degli Interni non erano da meno: anche Beppe Pisanu veniva della Dc ma tra lui e Scelba era più o meno il solo elemento somigliante. Qualcuno ci ha provato, Maroni, a modo suo, e lo stesso Fini, ma per fortuna non erano tagliati.

A raccogliere la fiamma è stato Marco Minniti, tanto rigido nel fronteggiare l’eterna emergenza sbarchi da meritarsi i complimenti dello stesso Salvini: «Ha fatto un discreto lavoro. Non lo cambieremo». Del resto, appena un anno fa, a minacciare la chiusura dei porti per sbarrare la strada ai profughi era stato proprio lui. Un precurosore…

Visto che uomo, Macron? E visto che Italia? Orgoglio e dignità, finalmente!

blog.ilgiornale.it 13.6.18

Ma se il portavoce di En marche!, il partito del presidente francese Macron, giudica l’Italia “vomitevole”, perché non bisogna dirlo? Perché una parte della stampa mainstream sente il bisogno di attenuare, magari anche nascondere, come se si dovesse difendere la reputazione della Francia? Oggi su alcuni siti quel titolo è comparso, poi scomparso, poi riapparso; altri hanno affogato l’epiteto all’interno del pezzo.

Tutto questo, giornalisticamente, non ha senso. L’insulto c’è stato, eccome se c’è stato, pesantissimo. E sebbene poi lo stesso Macron abbia parzialmente corretto il tiro, giudicando il governo italiano “cinico e irresponsabile”, il caso è grave.

A provare imbarazzo non deve essere la stampa italiana, che semmai dovrebbe indignarsi. Dovrebbero essere i francesi perché a essere insostenibile non è la posizione italiana ma la loro. Di quella Francia che i porti li ha chiusi addirittura un anno fa;  che respinge brutalmente gli immigrati al confine di Ventimiglia, senza compassione nemmeno per bambini e donne incinte, e  si permette persino di sconfinare con i suoi gendarmi in territorio italiano.

L’ipocrisia di Macron e del suo partito è flagrante. E il loro macroscopico doppiopesismo dà la cifra di questa Unione Europea, mai solidale nel momento del bisogno e che vede nell’Italia un Paese da sfruttare, da umiliare, da comprare.

Quel Paese, però, grazie a Salvini e al governo Lega- 5 Stelle, ora dice no e rialza la testa con orgoglio. Pretende rispetto, non accetta lezioni da Parigi. E non tornerà indietro.

Diciamolo: era ora!

NO AI LIMITI AL CONTANTE Non aboliremo l’Euro, lo faremo girare

Andrea Lorusso il populista.it 13.6.18

Il vicepremier Matteo Salvini rilancia sulla necessità di far ripartire i consumi, eliminando ogni limite all’uso del contante

Foto corriere.it

“Io sono contro ogni tipo di coercizione, fosse per me non ci sarebbe alcun limite alla spesa di denaro contante, perché ognuno è libero di usare i soldi del suo conto corrente come vuole, dove vuole e pagando quello che vuole”. Parola di Matteo Salvini.


Non fa parte del contratto di Governo, ma è una battaglia di civiltà contro cui si scagliano immediatamente (sai quale novità) i radical chic e gli ideologi di sinistra, asseverando che tutto ciò porti ad una maggiore evasione fiscale, e contrasti con l’indirizzo di ostacolo al riciclaggio od alla corruzione. Paventando magari la virtuosità della fatturazione elettronica, che oltre ad avere gravato sulle imprese (acquisto di software, formazione del personale, assistenza esterna) è servita, grazie al connubio con lo split payment, a togliere cassa alle imprese che con l’IVA avevano ossigeno sino al successivo versamento a favore dello Stato.

Tracciabilità? Panoramica dettagliata delle spese pubbliche? La verità è che il Paese non si fida della propria classe imprenditoriale, e allora per paura che sempre più aziende tirino giù la saracinesca non versando nella pancia del fisco il dovuto, si corre ai ripari.

Siamo stati abituati in questi anni ad una politica di riparo dagli effetti della crisi, piuttosto che di difesa e rilancio del settore produttivo e di stimolo alla domanda interna. Uno stuolo di tecnici che hanno riempito di antidolorifici i cittadini anziché spuntare le armi agli agenti esterni di distorsione del ciclo economico. Pensiamo alla finanza selvaggia, all’immigrazione selvaggia, alla svendita degli asset patrimoniali pubblici e così via.

Il principio di innocenza non è solo un caposaldo penale, ma anche fiscale. Quando ho guadagnato onestamente il mio denaro, sono libero di spenderlo come meglio credo, nella forma in cui credo, senza che ci siano obblighi nella dematerializzazione e nel monopolio degli istituti di credito.

Oggi i più grandi crack, i collassi societari, i paradisi fiscali, le truffe, sono tutte regolarmente movimentate e tracciate. Si paventa il pericolo dello scontrino inevaso quando poi sfuggono agli occhi dell’erario decine di miliardi, facendo presumere che quello del contante strozzato sia soltanto un modo per indurre le persone a registrare ogni spostamento, ogni indole commerciale, e avere un big data mondiale, unico e preciso, per controllare i nostri gusti, incapsularci in una ripetizione costante e ciclica dei nostri consumi e stabilizzare le nostre abitudini.

Si chiama bolla di filtraggio, un po’ come la “coincidenza” fornita dai cookie nei siti di navigazione. Avete cercato un frullatore su Amazon? Ovunque andrete, dai social ai siti di informazione, troverete banner inerenti. Seguirci costa, perché invece non settarci come robot e invogliarci a non uscire mai dal nostro campo di conoscenza?  

Criptovalute: chance o rischio per la piazza finanziaria svizzera?

Di Armando Mombelli tvsvizzera.it.

13.6.18

La tecnologia già esiste, ma cambiare valute tradizionali in valute virtuali rimane una scommessa dall’esito alquanto incerto.

(swissinfo.ch)

Il boom delle società attive nel settore delle criptovalute e della blockchain suscita entusiasmo e, nel contempo, preoccupazione in Svizzera. Questo settore rivoluzionario potrebbe aprire enormi prospettive, ma anche compromettere di nuovo la reputazione della piazza finanziaria.   

“Le criptovalute sono tutto ciò che uno non capisce di denaro, combinato con tutto ciò che non capisce di computer”, la descrizione data dal comico britannico John Oliver ben si addice probabilmente alla maggior parte di noi. Bitcoin, ethereum, blockchain, token, wallet e via dicendo: nuove realtà che figurano sempre più nei media, ma che rimangono a molti incomprensibili. 

Perfino tra gli specialisti di economia e finanza regna apparentemente una grande incomprensione, da una parte o dall’altra, dato che vengono espresse opinioni totalmente contrapposte sulle criptovalute. Per alcuni, rappresentano i mezzi di pagamento del futuro, per altri una catastrofe preannunciata. 

Secondo l’investitore miliardario Warren Buffet, i bitcoin e le altre valute virtuali sono “veleno per topi al quadrato”. Chi li compera, può solo sperare che qualcun altro sia disposto a pagare un prezzo ancora più alto. Una visione condivisa dal cofondatore di Microsoft Bill Gates, che li ha definiti “una cosa speculativa pazzesca”, che non produce nulla. Per Joseph Stiglitz, Premio Nobel per l’economia, le criptovalute “non servono a nessuna funzione sociale utile” e andrebbero semplicemente vietate. 

Una nazione-blockchain

Dichiarazioni che possono incidere temporaneamente sui prezzi estremamente volatili delle criptovalute, ma che non scoraggiano la sempre più folta comunità di “minatori” (coloro che estraggono i bitcoin e le altre valute digitali), operatori, investitori e speculatori attivi in questo nuovo mercato. E cresce, quasi di giorno in giorno, anche il numero delle criptovalute: le quotazioni di oltre 1600 valute virtuali, con un valore di capitalizzazione di circa 340 miliardi di franchi, vengono ormai repertoriate dalle principali piattaforme online del settore. 

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10 principali criptovalute

Principali criptovalute nel mondo

Capitalizzazione di mercato in miliardi di dollari il 4 giugno 2018

Created with Raphaël 2.1.2

50,0

100,0

Bitcoin

Ethereum

Ripple

Bitoin Cash

EOS

Litecoin

Cardano

Stellar

IOTA

TRON

Fonte: https://www.livecoinwatch.com/ Get the data

Se le criptovalute suscitano molta diffidenza e la maggior parte di loro hanno un futuro alquanto incerto, grandi aspettative vengono riposte invece nella blockchain, la tecnologia informatica sulla quale si basano le monete virtuali. Questa tecnologia, paragonata all’avvento del computer o di internet, appare in grado di rivoluzionare il settore finanziario, decentralizzando le transazioni, eliminando gli intermediari, riducendo i costi di gestione e aprendo la via a nuove applicazioni in moltissimi rami economici. Gli investimenti nelle start-up legate alla blockchain sono in piena espansione: secondo la banca dati Crunchbase

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, hanno già superato nei primi cinque mesi di quest’anno il livello raggiunto nel 2017. 

La Svizzera offre uno dei terreni più fertili per la crescita di queste start-up: nel giro di pochi anni ne sono già spuntate circa 400, concentrate soprattutto tra Zugo e Zurigo, ma anche in altre regioni del paese. Un’evoluzione incoraggiata dal ministro delle finanze Ueli Maurer e da quello dell’economia Johann Schneider-Ammann. “La Svizzera deve diventare una nazione-blockchain”, ha dichiarato recentemente quest’ultimo, correggendo un po’ il tiro, dopo aver auspicato l’anno scorso una “cripto-nazione Svizzera”. 

Banche prudenti 

Mentre alcuni politici non nascondono il loro entusiasmo, il settore bancario si mostra invece reticente nei confronti di questo nuovo mercato. Finora nessuna banca svizzera ha accettato di aprire conti correnti per le nuove imprese delle criptovalute e della blockchain. Alcune di queste start-up si sono quindi rivolte a banche del Liechtenstein. 

La blockchain è “una tecnologia con un grande futuro”, che permette di “semplificare, accelerare e rendere più sicuri i processi bancari”, ha dichiarato in maggio il presidente dell’UBS, Axel A. Weber, durante l’assemblea generale degli azionisti. “Tuttavia, non tutti gli aspetti della blockchain e delle valute digitali sono auspicabili. Ad esempio, siamo critici nei confronti delle criptovalute, come bitcoin & Co, che spesso non sono trasparenti e possono quindi essere utilizzate in modo abusivo. Nel migliore dei casi si tratta di strumenti di investimento altamente speculativi, nel peggiore consentono il finanziamento del terrorismo, il riciclaggio di denaro e altre attività criminali”. 

Una posizione condivisa dall’Associazione svizzera dei banchieri (ASB)

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: “La tecnologia Blockchain può creare nuove e promettenti opportunità per la piazza finanziaria e tecnologica svizzera”, spiega Michaela Reimann, portavoce dell’ASB. A suo avviso, le banche “sono interessate a relazioni commerciali con le società del settore blockchain e criptovalute, ma attualmente sono riluttanti ad aprire conti commerciali in seguito ai rischi esistenti, quali frodi e riciclaggio di denaro”.  

Principali poli delle imprese legate alle criptovalute e alla blockchain in Svizzera.

(swissinfo.ch)

L’ASB ha quindi già creato un gruppo di lavoro interno per determinare le condizioni necessarie all’apertura di conti e alla gestione di modelli di affari con le società del settore in crescita. “Tuttavia, l’integrità e la reputazione della piazza finanziaria svizzera sono e resteranno la priorità assoluta”, sottolinea Michaela Reimann. 

Entità più facilmente occultabile 

Una prudenza comprensibile, secondo l’avvocato Paolo Bernasconi

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, dopo che la piazza finanziaria svizzera non si è ancora completamente rimessa dalla tempesta scatenata a livello internazionale per abbattere il segreto bancario. “Da decenni la comunità internazionale sta lottando contro i reati legati al denaro contante. Ora ci troviamo di fronte ad una nuova entità che sostituisce il denaro contante e che è ancora più facilmente occultabile. È un po’ come nel ‘gioco dell’oca’: siamo caduti sulla casella criptovalute, che ci rimanda alla casella numero uno”, spiega lo specialista del settore bancario, già consulente del governo svizzero su questioni finanziarie internazionali. 

Mentre molti paesi stanno riflettendo a complesse regolamentazioni o divieti parziali delle criptovalute, in Svizzera l’Autorità di sorveglianza dei mercati finanziari (FINMA)

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si è mossa in modo pragmatico, ritiene Paolo Bernasconi. “La FINMA ha emanato alcuni mesi fa un manuale per gli operatori finanziari, in cui spiega come le norme vigenti si applichino anche al mercato delle criptovalute. Ha svolto in tal modo un ruolo pionieristico dal profilo del regolatore, permettendo a questo settore di continuare ad evolvere”. 

“Da decenni la comunità internazionale sta lottando contro i reati legati al denaro contante. Ora ci troviamo di fronte ad una nuova entità che sostituisce il denaro contante e che è ancora più facilmente occultabile”.

Fine della citazione

Ciò significa che le leggi attuali sono sufficienti per tenere sotto controllo anche il nuovo mercato? “No, ad esempio, attualmente il diritto civile svizzero contempla i beni materiali, come le automobili o il denaro, e i beni immateriali, come i diritti di autore. Con la blockchain e le criptovalute sorge un ‘nulla giuridico’, in quanto si basano su algoritmi, ossia qualcosa che non è finora contemplato dal nostro diritto. Bisognerà quindi probabilmente aggiungere degli adeguamenti, come quando era nato internet”, spiega Paolo Bernasconi.

Libro bianco 

Secondo l’esperto, le sfide maggiori riguardano però la sorveglianza del nuovo settore e l’organizzazione delle amministrazioni pubbliche: “In caso di truffa, ad esempio, in che modo il ministero pubblico potrà sequestrare delle criptovalute? Stesso discorso per l’ufficio fallimenti in caso di bancarotta di un’azienda che possiede valori in bitcoin. Oppure: il Canton Zugo ha annunciato che si possono pagare le tasse in criptovalute. Ma quali, dato che ce ne sono centinaia? Tanto per cominciare, gli uffici pubblici dovranno dotarsi di portafogli in criptovalute”. 

L’introduzione di un chiaro quadro giuridico è sostenuta anche dagli operatori del settore. A fine aprile, la Blockchain Taskforce

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– formata da una cinquantina di rappresentanti delle start-up, politici ed esperti giuridici e finanziari – ha consegnato a Johann Schneider-Ammann un “libro bianco

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” per una regolamentazione liberale e responsabile del ramo blockchain. Gli autori vi formulano una serie di raccomandazioni per creare condizioni quadro favorevoli ed eliminare l’incertezza giuridica che nuoce allo sviluppo del settore. 

Ma anche allora non tutti i rischi saranno cancellati, avverte Paolo Bernasconi. “In questo mercato insidioso e complesso soltanto gli esperti e le organizzazioni più potenti sono in grado di mettersi al riparo dagli enormi rischi di perdita. L’euforia che si diffonde specialmente fra i piccoli e medi investitori rischia quindi di fare alcuni ricchi e moltissimi poveri”.

Banche venete, le (impietose) pagelle ai protagonisti

occhio di lince lettera43.it 3.7.17

Padoan imbarazzante se confrontato al caso Banco Popular. Renzi furbetto. Gentiloni inconsistente. Boccia spudorato. Messina rapace. Mustier bugiardo. Nagel marginale. I giudizi sulla vicenda.

La “soluzione” (si fa per dire) trovata per le due banche venete in crisi merita uno “sciocchezzaio” tutto suo. Eccolo, protagonista per protagonista, con tanto di giudizio finale.

Pier Carlo Padoan: l’uomo senza attributi ora vuole pure gli applausi

Una bella faccia tosta, il ministro dell’Economia. Pretenderebbe di essere applaudito perché ha risparmiato a Popolare di Vicenza e Veneto Banca l’onta del bail-in. Peccato che la soluzione trovata gli somigli assai, mentre il decreto varato prima di Natale con cui il governo ha stanziato 20 miliardi per i salvataggi bancari faceva pensare, o quantomeno sperare, ben altro. Ma Padoan, che alla strutturale mancanza di attributi ha aggiunto la voglia di trovare un posto in Europa, non ha sfidato Bruxelles quando ha cominciato a mettere i bastoni tra le ruote, giocando su due tavoli, quello del Montepaschi (troppo grande per finire in risoluzione) e quello delle due venete (da lasciare al loro destino). Avrebbe dovuto convincere i falchi europei, con le buone (trattativa politica) o con le cattive (procedere alla ricapitalizzazione precauzionale e poi gestire la procedura d’infrazione), e invece ha finito col calarsi le braghe con Banca Intesa purché Carletto Messina gli togliesse le castagne dal fuoco. Il parallelo con il suo collega iberico, che in una settimana ha risolto il potenziale crac di Banco Popular, è drammaticamente impietoso. APOCADO (pavido in spagnolo, idioma necessario visto il confronto con la Spagna)

Matteo Renzi: dov’è finita la sua proverbiale voglia di rissa?

Ha lasciato che la patata bollente scottasse le mani di Padoan, con cui ha rotto in via definitiva. Ma quando è stato il momento di alzare la voce se ne è ben guardato, e persino a cose fatte ha rinunciato alla sua proverbiale voglia di rissa e ha sommessamente sibilato qualche parola di labile approvazione («scelta doverosa»), anche se rivolta a Gentiloni e non a Padoan. Tra i suoi (quelli che sono rimasti, visto che il Giglio magico ha perso molti petali) circola un’interpretazione maligna ma veritiera: in Matteo ha prevalso la paura che gli fosse rinfacciata la penosa vicenda Mps-Jp Morgan. FURBETTO

Paolo Gentiloni: il mite che si allinea con il pavido

Nella vicenda di Popolare Vicenza e Veneto Banca il presidente del Consiglio si è mosso, anche su impulso del capo dello Stato Sergio Mattarella, parlando a più riprese con Angela Merkel e Jean-Claude Juncker, preferendo fare tutto sotto traccia, come è suo costume. Ma buona volontà e understatement non sono sufficienti in una partita che richiederebbe ben altre componenti. Il risultato è che il mite Gentiloni finisce con allinearsi al pavido Padoan, e tutto il mondo ci vede regalare 5 miliardi alla banca più forte del Paese per prendersi le due venete, mentre in Spagna il Santander ne sborsa 7 per il Banco Popular. INCONSISTENTE

Fabrizio Viola: avrebbe fatto diversamente, ma ha obbedito

Dopo Siena, Vicenza e Montebelluna. Le situazioni difficili, per non dire impossibili, sono tutte sue. E nell’uno come nell’altro caso, è il governo a dire l’ultima e decisiva parola. Lui, probabilmente, avrebbe fatto diversamente, ma il senso del ruolo e della responsabilità lo hanno indotto a obbedir tacendo. C’è però da scommetterci che il prossimo incarico – pare che siano molti a essersi fatti sotto – sarà di ben altro tipo. SOLIDO

Gianni Mion: distacco e ironia senza capirci nulla

Per sua stessa ammissione, di banche non capiva nulla prima di questa esperienza e ancor meno ne capisce ora che è finita. Anche perché ha visto scorrere un film di cui ha condiviso poco e nulla, lato istituzioni nazionali ed europee. Si è fidato di Viola, di cui ha maturato una stima crescente, e ha cercato di spendere la sua credibilità di veneto doc per convincere tutti gli interlocutori, a cominciare dai clienti e dai piccoli azionisti, delle mosse della banca che presiedeva. Sempre con distacco e ironia. SIGNORILE

Alessandro Rivera: il perfetto sconosciuto dietro la trattativa

A dispetto del cognome calcisticamente famoso, il dirigente dell’Ufficio II della Direzione IV del Dipartimento del Tesoro è un perfetto sconosciuto, ma è lui che avuto sulle spalle per mesi la trattativa con la Dg comp (la direzione generale europea della Concorrenza) di Bruxelles per difendere le posizioni italiane. Ha portato a casa poco e niente, ma è anche stato lasciato solo dal suo ministro, dal suo ministero (il direttore generale La Via è “non pervenuto”) e dal governo nel suo insieme. Merita la sufficienza per l’impegno. DECOROSO

Fabio Panetta: il leone che si è fatto agnellino

Vice direttore generale della Banca d’Italia e membro del Consiglio di vigilanza della Banca centrale europea (Bce), è stato partecipe, con Rivera, di tutti i tavoli di trattativa a Bruxelles. Famoso per il carattere fumantino, abituato ad alzare la voce contro i falchi nordeuropei, questa volta il leone si è fatto agnellino. Sarà che si sente in corsa per la poltrona di governatore di Bankitalia, sarà che ha visto sia Ignazio Visco sia Salvatore Rossi tenersi prudentemente lontani dalla zona calda delle trattative di Viola e del Tesoro con Bce e Dg comp, sta di fatto che non si è speso come avrebbe potuto (e dovuto) e non ha ottenuto nulla. RINUNCIATARIO

Vincenzo Boccia: una spudorata captatio benevolentiae per Il Sole

Esplode in sguaiate urla di giubilo per la conclusione della vicenda veneta senza che nessuno abbia chiesto il suo inutile parere. Anche i bambini hanno capito che si trattava di una spudorata captatio benevolentiae nei confronti di Banca Intesa, da cui spera di avere sostegno finanziario per il disastrato Sole 24 Ore. QUESTUANTE

Carlo Messina: ma quale “banchiere di sistema”

Se non fosse che è ancora in galera, Stefano Ricucci avrebbe commentato l’impresa dell’amministratore delegato di Banca Intesa con una delle sue frasi diventate famose: «Ha fatto il frocio con il c… degli altri». Dal suo punto di vista – e dei fondi internazionali azionisti di Intesa, che sono il suo unico punto di riferimento e pensiero costante – ha fatto un ottimo affare. Bene per lui. Quello che stona è la pretesa di farsi ritrarre come “banchiere di sistema”. Forse converrebbe mandarlo a fare uno stage al Santander, poi ne parliamo. RAPACE

Jean Pierre Mustier: diceva di avere in mano le chiavi della soluzione…

Dopo essere stato il primo a svalutare (polemicamente) la partecipazione di Unicredit in Atlante, a un certo punto ha fatto dichiarare al (in)fido Beretta che le chiavi della soluzione per le due banche venete le aveva in mano lui. Ma al dunque al Tesoro ha fatto una offerta indecente: voleva acquistare 17 filiali in Toscana (come, unici, abbiamo raccontato qui). BUGIARDO

Alberto Nagel: udite udite, parla bene del rivale Messina

«Già da un anno avevamo la convinzione, e l’abbiamo espressa nelle sedi opportune, che l’unica soluzione per le banche in difficoltà fosse una soluzione industriale. Quindi quella di Intesa è una soluzione che risolve i problemi». Udite udite, il ceo di Mediobanca parla bene del rivale Messina. Forse perché ha fottuto Mustier, che Albertino considera ancora più nemico nonostante sia il suo primo azionista. O forse per far dimenticare di essere stato advisor (per un paio di giorni) di Iccrea, che sembrava voler sbarrare la strada a Intesa e invece è stata messa fuori gioco da Tesoro e Bankitalia. MARGINALE

Stefano Barrese e Gabriele Piccini: i gestori della nuova realtà

Il primo è l’attendente di Messina, designato a gestire filiali e attivi che arrivano dalla Popolare di Vicenza e da Veneto Banca, rimaste in essere come bad bank. Il secondo era uno dei due vice di Viola a Vicenza (l’altro, Enrico Fagioli, è in uscita), responsabile commerciale. Toccherà a entrambi gestire la nuova realtà veneta di Banca Intesa. OPERATIVI

(*) Con questo “nome de plume” scrive su Lettera43.it un protagonista e osservatore delle più importanti partite del potere politico ed economico-finanziario italiano.

La “Grande Estinzione” di BPVi e Veneto Banca, un anno dopo: “un calvario per tutti, eroina nelle vene della nostra economia”

Rassegna Stampa Vicenzapiu.com 13.6.18

Sostiene Agostino Bonomo (Confartigianato), leader di quei «piccoli» che più degli altri hanno sofferto nella lunga traversata del deserto senza credito: «Quest’ultimo anno, dalla liquidazione delle due ex Popolari venete (25 giugno 2017, ndr), è stato un calvario per tutti. Anche per le imprese buone. E non è ancora finita». Già, non è finita. Perfino le aziende più solide, uscite più forti dagli anni difficili, hanno meno credito di prima della crisi.

I ricercatori dell’Università di Ca’ Foscari, che hanno acceso un faro sul difficile rapporto tra imprese e mondo finanziario, lo dicono chiaramente: «Inizialmente era stato concesso credito anche alle aziende non meritevoli, mentre la successiva restrizione ha riguardato anche le meritevoli». Di più: «La crisi ha portato a un preoccupante atteggiamento di chiusura sul credito, a volte irrazionale, dopo anni di esuberanza anche ingiustificata». Giampiero Brunello, presidente di Fondazione Venezia (che della ricerca di Ca’ Foscari è stata committente), ne ricava la seguente morale: «È evidente la necessità di avere più vicini i centri di decisione bancari e tempi più rapidi: non si può portare tutto a Milano o a Torino».

La Grande Estinzione

Nel primo anniversario della Grande Estinzione (di Veneto Banca e Popolare Vicenza), Corriere Imprese Nordest – in edicola lunedì all’interno del Corriere della Sera – torna a occuparsi del tormentato rapporto tra la comunità dei produttori e il mondo finanziario. I dati elaborati dall’Ufficio studi della Cgia sono inequivocabili: il totale degli impieghi bancari verso le imprese ha fatto segnare nel 2017 un -9,5 % rispetto all’anno precedente nel Veneto e un -9,4 nel Friuli Venezia Giulia. In termini assoluti, si tratta di oltre 10 miliardi di erogazioni in meno. Ma se prendiamo in considerazione un intervallo di tempo più ampio, confrontando i valori del 2017 con quelli del 2011 (quindi ancora nel pieno della crisi economica), lo sprofondo del credito alle imprese è persino più spaventoso: -24,1 per cento in Veneto, qualcosa come 26 miliardi abbondanti di differenziale negativo.

Gli anni grassi

D’accordo, con tutta evidenza negli anni grassi le nostre banche hanno prestato soldi anche a chi non li meritava (e non li restituiva, come si è visto: in giro ci sono 18 miliardi di crediti deteriorati passati dalle due ex Popolari alla Sga del Tesoro). Per dirla ancora con Bonomo: «Hanno sicuramente fatto crescere il territorio ma hanno anche pompato eroina nelle vene della nostra economia. Il problema, adesso, è che ci vuole un periodo di metadone per disintossicarsi». In questo contesto piuttosto deprimente, si fa largo la tendenza di quegli imprenditori che, in numero sempre più consistente, decidono di fare a meno dei fidi e delle aperture di credito. Sono i cosiddetti «senza banca», come Vittorio Frison, Ad della Visa International giostre di Montagnana (Padova): «Abbiamo un cash flow di 7-8 milioni – spiega l’imprenditore -, altrettanti di riserve e un conto separato dove versiamo il Tfr dei dipendenti. Tutto quello che guadagniamo, lo lasciamo in azienda». Per la cronaca, Visa International fattura oltre 33 milioni di euro, con un Ebitda del 12%.

da Corriere.it – Corriere del Veneto

Piramide schiavista: gli “amici” dei migranti sono i loro killer giu 13th, 2018 Giorgio Cattaneo libreidee.org

Si dice spesso che quello dell’immigrazione sia “un problema complesso”, e che non lo si possa quindi risolvere con una semplice formula di due righe. Questo è verissimo, ma quando poi si cerca di analizzare questa complessità ci si trova davanti ad un garbuglio intricato di concetti che tendono a mescolarsi continuamente fra di loro. Forse un piccolo grafico può aiutare, se non altro a separare fra di loro i vari livelli del problema. Al livello più basso ci sono sicuramente i migranti stessi. Ovvero la carne umana, l’oggetto del contendere, la cristallizzazione fisica del problema reale. Centinaia di migliaia di disperati che lasciano le loro terre vuote di promesse alla ricerca di un futuro migliore. Queste masse si spingono istintivamente verso nord, attratte dal miraggio del benessere europeo. Ma fra loro e questo miraggio si frappone un problema: il viaggio. I paesi europei infatti non accettano un’immigrazione libera, da qualunque parte del mondo. E’ quindi necessario arrivare in Europa con metodi illegali. E qui subentrano gli schiavisti, che si approfittano del desiderio di queste persone di raggiungere l’Europa, e ne traggono un notevole vantaggio economico.

I migranti vengono raccolti in veri e propri lager sulle coste africane, e vengono spediti con mezzi di fortuna attraverso il mare, dopo essere stati torturati, schiavizzati e sfruttati, e dopo che a loro è stato spremuto dalle tasche fino all’ultimo soldo che possedevano. In mezzo al mare ci sono ad attenderli le navi delle Ong, che rappresentano il “lato buono” dello schiavismo. Mentre i negrieri africani sfruttano apertamente i migranti prima di mandarli in mezzo al mare, coloro che li raccolgono lo fanno – almeno ufficialmente – per motivi umanitari. Chi paghi il costo di queste navi, chi paghi lo stipendio ai suoi marinai, chi paghi le tonnellate di viveri che trasportano non è mai stato molto chiaro, perché a quanto pare queste Ong non sono obbligate ad una particolare trasparenza finanziaria. Ma diciamo, almeno per adesso, che siano tutti motivati da puro spirito umanitario, e andiamo avanti. Una volta che le navi hanno raccolto in mare i naufraghi li rifocillano, li curano se ne hanno bisogno, e li scaricano in qualche porto europeo, quasi sempre italiano (o almeno fino a ieri le cose funzionavano così).

A questo punto entrano in scena i popoli europei, ovvero coloro che si vedono riversare queste masse di migranti nelle loro strade e nelle loro piazze, e che non sono quasi mai contenti di assistere a questo spettacolo. Un po’ perché la presenza di questi migranti crea un senso di insicurezza fisica nelle popolazioni, un po’ perché si teme una lenta ma irreversibile “colonizzazione” del nostro sistema culturale (curioso, vero? I colonizzatori di una volta temono oggi di essere colonizzati). I popoli europei lamentano la loro insoddisfazione per questa “invasione” di popoli africani, e quindi si rivolgono alla politica perché metta un freno a questo fenomeno. E così i politici, che traggono la loro linfa vitale dallo stesso consenso popolare, cercano di agire in modo da ottenere un ampliamento del loro supporto elettorale. Ma c’è anche un altro aspetto della faccenda, che impedisce ai politici di viaggiare tutti nella stessa direzione: i migranti infatti creano problemi, ma rendono anche dei soldi. Molti soldi. Per ogni migrante presente sul suolo nazionale, lo Stato eroga 35 euro a testa al giorno. E di questi 35 euro soltanto due vanno direttamente nelle tasche dei migranti. Tutti gli altri vengono dati alle cooperative che li gestiscono, e che – teoricamente – dovrebbero mantenerli in modo dignitoso.

Ma tutti sappiamo che buona parte di quei soldi rimangono invece nelle tasche delle cooperative stesse. Il guadagno è proprio lì, nel non dover rendere conto allo stato di come vengono spesi i soldi ricevuti. E a questo punto sarebbe stupido pensare che queste cooperative non abbiano un legame, diretto o indiretto, proprio con quella politica che determina da una parte i flussi migratori, e dall’altra i flussi di denaro verso di loro. La famosa frase di Buzzi, «c’è più da guadagnare con i migranti che con la droga», sintetizza il problema in maniera esemplare. Abbiamo quindi, da una parte, una classe politica che vorrebbe soddisfare le necessità di sicurezza e tranquillità della propria popolazione, ma dall’altra una classe politica che è anche inevitabilmente tentata di fare affari con l’immigrazione stessa. Nascono così i due partiti: quello del “tutti a casa”, e quello dell’“accogliamoli a braccia aperte, siamo tutti fratelli su questo pianeta”. Ovvero, il cosiddetto “razzismo xenofobo” da una parte, e il cosiddetto “buonismo universale” dall’altra. Ma, fra i politici che incarnano queste diverse posizioni e la popolazione che tende a polarizzarsi su di esse, esiste una categoria intermedia, che è quella dei giornalisti. Sono loro infatti a rimestare nel calderone, e a fare continuamente leva – nei loro infiniti talk-show – sulle varie emozioni della popolazione. A volte calcano in modo quasi terroristico sul senso di insicurezza diffuso, altre volte promuovono in modo disgustoso il buonismo a 360°.

E fin qui abbiamo descritto solo quella che può essere la parte visibile del problema, e cioè la catena di interessi concorrenti che ci ha portato allo scontro sociale a cui siamo assistendo in questi giorni. Poi però c’è il lato nascosto del problema, ovvero le élites finanziarie. “Quelli che hanno i soldi”, tanto per capirci, ovvero quelli che detengono il vero potere nel mondo di oggi. Sono infatti le stesse élites finanziarie, nella forma di inappuntabili corporations, che hanno invaso e depauperato il continente africano nell’ultimo secolo, e che non esitano a causare guerre e genocidi pur di trarre un vantaggio economico per i propri azionisti. E’ quindi lo sfruttamento macro-economico dei grandi capitali che sta alla base dell’impulso migratorio dall’Africa verso l’Europa. E nel cedere a questo impulso, gli stessi africani vengono ad alimentare, nel micro, tutta una catena di sub-economie che rendono denaro a schiavisti, mafiosi e forse alle stesse organizzazioni “umanitarie” che gestiscono il fenomeno migratorio. Pensate che bello: a generare il problema all’ultimo livello sono quelli del primo livello. E in mezzo ci sono tutti gli altri – ci siamo noi, e ci sono loro – a scannarci gli uni contro gli altri per un tozzo di pane dal mattino alla sera.

PREVISTA ULTERIORE AUSTERITY PER LA GRECIA (leggi Italia SE rimaniamo in questa gabbia)

Maurizio Gustinicchi scenari economici.it 13.6.18

In questo anno, ma anche nel prossimo, per la Grecia è prevista maggiore austerity. Quanto sopra, nonostante dal 2008 ad oggi, crisi e programmi di salvataggio, abbiano già generato indescrivibili sconquassi sociali.

Per cosa alla fin fine?

Solo per ottenere la prima parte del programma tedesco, IL PAREGGEN DI BILANCEN:

Il tutto ottenuto attraverso una contrazione della spesa pubblica (componente fondamentale della domanda aggregata Y=C+I+G+X-M) che, avendo ridotto i consumi (C) e, conseguentemente, il mercato interno, ha generato una ulteriore contrazione del PIL.

Tra crisi del 2008 e successiva austerity, il PIL greco è passato dai 354.5 miliardi di dollari del 2008 ai 194.5 del 2016:

Un incubo!

Pensate, dimezzare il fatturato di una qualunque azienda per evitare le perdite (che non si sarebbero presentate battendo la propria moneta ed eventualmente svalutando per favorire l’External compact).

Direte voi!

SI MA ALMENO LO STATO HA RIDOTTO I PARASSITI CHE MANTENEVA!

È vero che lo stato ha ridotto….

secondo Vittorio Da Rold, del Sole 24 Ore, Atene ha tagliato il 26% dei dipendenti pubblici e ridotto gli stipendi del 38%….a ciò vanno aggiunte ben 13 manovre di tagli alle pensioni…..

ma in proporzione ha fatto molto poco:

– Spesa pubblica su Pil 2008: 50.8%

– Spesa pubblica su Pil 2016: 49.5%

Non so se capite bene la dimensione del fenomeno…..

PER MANTENERE IN PIEDI L’EURO (E RENDERLO SOSTENIBILE IN UN PAESE DALL’ECONOMIA DEBOLE) EVITANDO  I DOVUTI TRASFERIMENTI FISCALI NORD-SUD, HANNO DOVUTO RIDURRE IL PESO DELLA SPESA PUBBLICA SUL PIL GRECO DI UN 1.3%!

PERCHÈ CIÒ AVVENISSE, HANNO DETERMINATO UN CROLLO DEL PIL GRECO DEL 45.2% (e un greco su 2 ha perso il lavoro).

Capite? Tanti sacrifici in cambio di quasi niente.

Metà fatturato per  ridurre le soese fisse annue solo dell’1.3% del fatturato e salvare pure le banche, greche, francesi e tedesche!

La gente licenziata dal pubblico (o dal privato non competitivo data la moneta forte) non è che non stesse lavorando! Lavorava ma avrebbe generato import superiore all’export e conseguente insostenibilità della moneta forte.

E non e finita qua! Adesso li attende la seconda parte del lavoro, LA RIDUZIONEN DEL DEBITEN:

IMMENSI SURPLUS DI BILANCIO PER RIDURRE IN 20/30 ANNI IL DEBITO PUBBLICO SUL PIL!

Il Parlamento greco ha approvato per il 2018:

– 478 milioni di aumento delle imposte dirette;

– 2.7 miliardi di privatizzazioni.

Faccio notare che già le aliquote fiscali sono cresciute tantissimo nel passato:

Aliquota aziende dal 26 al 29%.

Aliquota persone fisiche dal 42 al 45%.

Aliquota IVA dal 23 al 24%.

Oltre alle maggiori entrate vi e il capitolo riduzione uscite. Secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, le spese pubbliche greche (di cui sopra) scenderanno al:

– 47.7% nel 2018

– 46.3% nel 2019

– 45.9 nel 2020

– 45.1 nel 2021!

Quale futuro pensate tocchi agli italiani, se il “NUOVO NUOVO ORDINE MONDIALE (Usa+Uk+Russia+Ita)” non accelera il processo di naturale disgregazione del progetto N€URODELIRANTE?

Ad maiora.

Perquisizioni Sparkasse: si cercano i soldi della Lega

lettera43.it 13.6.18

Blitz della guardia di finanza nella Sparkasse di Bolzano, a Milano e  in altre città. Gli inquirenti sono alla ricerca di prove per il presunto riciclaggio di parte dei rimborsi illegali che il partito ha incassato dal Parlamento fino al 2013.

L’indagine della Procura di Genova sul riciclaggio dei fondi della Lega si riapre all’improvviso all’alba del 13 giugno. Nel mirino il presunto riciclaggio di parte dei rimborsi fuorilegge che il partito ha incassato dal Parlamento fino al 2013. Due operazioni sospette (un investimento di 3 milioni in Lussemburgo e il rientro d’una somma analoga dallo stesso paese) sono avvenute proprio tramite l’istituto altoatesino Sparkasse e agli occhi di chi indaga potrebbero essere collegate a esponenti leghisti. Blitz della guardia di finanza nella sede della Sparkasse di Bolzano, la cassa di risparmio dell’Alto Adige. Le fiamme gialle stanno acquisendo tutta la documentazione sul flusso di denaro in entrata e in uscita di questi anni e riconducibili a conti del Carroccio.

SOSPETTI PARTITI DAL LUSSEMBURGO. Perquisizioni in corso anche a Milano, Collecchio (Parma), dove si trova un importante centro informatico e, secondo il Fatto Quotidiano, a Roma e in altre città. Si cercano tre milioni di euro che dal Lussemburgo sarebbero tornati in Italia, nel capoluogo del Trentino. Un movimento sospetto che una fiduciaria lussemburghese ha segnalato a Bankitalia che, a sua volta, l’ha segnalato ai magistrati genovesi.

IL TESORO DELLA LEGA. I pm Francesco Pinto e Paola Calleri vogliono capire se si tratti di una parte del tesoretto della Lega che i magistrati non sono riusciti finora a trovare. Tutto parte dalla condanna in primo grado, nel luglio scorso, di Umberto Bossi e Francesco Belsito per la sospetta truffa di fondi elettorali. I finanzieri stanno cercando 48 milioni di euro ma finora ne hanno trovato solo 2.

TRANSAZIONE ANOMALA. Una fiduciaria lussemburghese ha inoltre segnalato nei mesi scorsi alle autorità antiriciclaggio italiane come “anomala” la transazione di ritorno, che ha avuto per terminale sempre la Sparkasse. Ecco perché le Fiamme Gialle, su delega della Procura di Genova che indaga per riciclaggio al momento contro ignoti, si sono concentrati su Bolzano e con una rogatoria internazionale hanno già chiesto di acquisire vari incartamenti pure in Lussemburgo.

SPARKASSE NEGA. «Non c’è nessun legame della Sparkasse con la Lega Nord», afferma il presidente dell’Istituto bancario altoatesino Gerhard Brandstaetter. «Anni fa è stato chiuso un conto corrente attivo presso la filiale di Milano e da allora non ci sono più stati rapporti», sottolinea Brandstaetter. «Per quanto riguarda invece il Lussemburgo si tratta di normali obbligazioni e attività di tesoreria», prosegue il presidente della Sparkasse. «I controlli della Guardia di Finanza sono legittimi e non riguardano solo la Sparkasse ma anche altri istituti e non potranno appurare altro», conclude Brandstaetter.

 

VALTUR, OGGI INCONTRO AL MISE PER SALVARE AZIENDA E LAVORATORI DAL BARATRO

ALBERTO CREPALDI

glistatigenerali.com 13.6.18

Oggi sapremo se viene scritta la pagina finale della storia di Valtur, il colosso in crisi delle vacanze organizzate. Dopo il vertice di ieri pomeriggio tra una delegazione di lavoratori ed il ministro del turismo in pectore Gian Marco Centinaio, stamattina avrà luogo l’ultimo e decisivo incontro del tavolo istituito presso il Mise dopo la richiesta di concordato liquidatorio avanzata dalla Investindustrial di Andrea Bonomi.

«In ballo ci sono centinaia di lavoratori, un pezzo di storia dell’industria turistica italiana e ricadute da diverse decine di milioni di euro sui territori dove le strutture di Valtur insistono: per questo», ci ha confermato Centinaio, «è mia intenzione,  come ho chiarito ieri pomeriggio, attivarmi in ogni sede e con ogni mezzo perché l’azienda sia salvata dal baratro». Un tentativo di salvataggio che potrebbe chiamare in causa chi, come Cassa Depositi e Prestiti, proprio un anno fa aveva acquistato da Bonomi una serie di strutture (Marina di Ostuni, Marileva e Pila) sul presupposto che venissero realizzati gli investimenti promessi.

Era il 5 giugno dell’anno scorso e Cdp annunciava infatti l’acquisto di tre asset dal gruppo Valtur, finito esattamente un anno prima sotto il controllo della Investindustrial del finanziere milanese. A cui la cessione dei tre immobili aveva fruttato ben 43,5 milioni di euro, con l’impegno ad investirne 6,5. «Valtur potrà continuare il proprio impegno nella realizzazione di un polo alberghiero dedicato al turismo di vacanza e a quello congressuale, attraverso una piattaforma operativa tecnologicamente avanzata», aveva fatto notare il presidente uscente di Cdp Claudio Costamagna. La frase era parsa eccessivamente ottimistica a chi come noi aveva visionato i bilanci di Valtur: nel 2016, a fronte di un volume d’affari pari a 76,2 milioni (erano 72,6 nel 2015), i conti erano stati chiusi al 31 ottobre con un disavanzo di 62,3 milioni, contro un utile di 1,6 milioni realizzato nel 2015. Una perdita, questa, definita nella relazione sulla gestione «gravemente negativa». E imputata anche a fattori straordinari, come i «ritardi nella commercializzazione e marketing della stagione estiva 2016», oltre ad «una serie di eventi emersi successivamente al cambio di management», verosimilmente sfuggiti ai radar di Bonomi e dei suoi consulenti al momento delle trattative. Come svalutazioni di attività per quasi 12 milioni, perdite su crediti per 2,5 milioni, accordi tansativi per circa 12 milioni: una catena di fatti, che aveva inciso pesantemente sui risultati di bilancio e che pareva potesse essere la chiave di lettura dell’inattesa cessione delle tre strutture a CDP, acquistate peraltro da Bonomi pochi mesi prima da Prelios Sgr.

Il bilancio 2017, chiuso sempre ad ottobre, non aveva fatto che confermare la crisi di Valtur: 86 milioni il volume di ricavi realizzato (più 7% rispetto all’anno precedente), circa 80 milioni le perdite accumulate, di cui 60 per accantonamenti e interventi straordinari. La situazione, nonostante nello scorso inverno le presenze nelle strutture gestite siano salite del 20,1% e il fatturato del 24% e l’estate prima rispettivamente del 19,3 e del 32,6%, deve essere precipitata, se il fondo Investindustrial di Andrea Bonomi è stato spinto a chiedere la liquidazione societaria. Che potrebbe essere evitata prendendo il tempo necessario al Governo per sondare, come chiedono i lavoratori di Valtur in un appello rivolto al ministro al Welfare Luigi Di Maio, “investitori capaci e con progetti seri di rilancio“.