SPY FINANZA/ La Francia attacca l’Italia per costringere Draghi a rallentare l’uscita dal Qe?

Mentre il Fmi vede sempre più nero, secondo i grandi gestori Usa il rischio maggiore per l’obbligazionario dei Paesi periferici della Ue è la fine del Qe. MAURO BOTTARELLI

Mario Draghi (LaPresse)Mario Draghi (LaPresse)

Mi scuserete se evito come la peste di entrare nel dibattito sulla questione migranti, troppo alto il livello di ipocrisia e squallore, da qualsiasi angolazione lo si guardi. Altresì, trovo davvero poco interessante anche addentrarmi in quello che è stato ribattezzato l’incontro del secolo, la pace storica sancita fra Usa e Corea del Nord nell’incontro di Singapore fra Donald Trump e Kim Jong-un: ho come l’impressione che tanta grancassa e tante aspettative abbiano un’unica finalità, ovvero tenere pronto un bel casus belli per quando sarà più utile dissimulare una crisi. In parole povere, non ci vorrà molto – a mio avviso – prima che gli Stati Uniti denuncino al mondo una violazione degli accordi da parte di Pyongyang, riportando in vita, e in grade stile, il fantasma nucleare stile Dottor Stranamore. L’autunno potrebbe essere il momento propizio, a mio avviso.

Attenzione, però, a quanto sta accadendo nel silenzio generale, stante il fracasso insopportabile di liti e diatribe mediatiche come quelle che ho appena esposto. Lunedì, Christine Lagarde, numero uno dell’Fmi, ha voluto sintetizzare con questa frase il suo pensiero rispetto alle prospettive economiche del mondo: “Il cielo si sta facendo ogni giorno più nero”. Eppure, non più tardi di due mesi fa nella sua revisione delle prospettive di crescita mondiale, il Fondo monetario sprizzava ottimismo da ogni cifra: cosa è successo?

La Lagarde non ha dubbi: la crociata protezionistica di Trump ha fatto deragliare – continua a farlo, garantendo fin da ora un ulteriore peggioramento della situazione – la ripresa sincronizzata globale. Cosa vi dicevo al riguardo mesi fa, quando l’inquilino della Casa Bianca presentò, in rapida successione, la riforma fiscale e il budget tutto deficit per il 2019? Che gli si erano spalancate le porte per un ruolo da Monsieur Malaussene globale, il grande capro espiatorio della prossima crisi in arrivo. In effetti, ruolo e motivo per cui è arrivato a Pennsylvania Avenue, non certo per l’intervento malevolo degli hacker russi.

Da oggi, poi, parte la tre giorni che fa stare il mondo con il fiato sospeso: Fed, Bce e Bank of Japan si riuniscono per decidere il futuro delle proprie politiche monetarie. Di fatto, gli unici driver dei mercati si chiudono in una stanza per decidere il futuro del mondo. C’è una calma apparente, al riguardo. Quasi un fiato sospeso. Ma il timore esiste, sottotraccia.

Lo dimostra un barometro che ho sempre ritenuto molto più credibile dello spread, nuovo totem laico dei nostri destini: è il sondaggio che Bank of America compie fra 200 gestori di fondi, focalizzato soprattutto nell’individuazione di ciò che chi opera sui mercati – con portafogli miliardari – ritiene possa essere il tail risk più probabile. Insomma, una ponderazione dei rischi collettiva che funge da cartina di tornasole degli iceberg che si muovono sotto il pelo dell’acqua dei mercati, almeno stando alla valutazione di chi quelle acque gelide e pericolose le frequenta giornalmente. Con alterne fortune, certo, ma sicuramente con maggiore cognizione di causa di chi lega il destino di un governo o di un Paese a tre giorni di picco di un misuratore – lo spread, appunto – oggi come oggi totalmente in mano e manipolabile dalla Bce. Questi grafici sono il sunto del sondaggio di questo mese e, come vedrete, c’è molta Italia al loro interno.

Bene? Male? Dipende. Da noi, principalmente. Perché il fatto che BlackRock voglia salire fino al 10% nel risparmio gestito di Intesa SanPaolo significa che siamo tutto tranne che un Paese già morto, ma anche, quasi contemporaneamente, che l’America potrebbe aver fiutato un destino poco allegro per Roma dentro una Ue come quella attuale, quindi punta tutto sul breve con un’operazione che massimizzi i profitti potenziali in tempi che non sono certo da calende greche.

Ho voluto pubblicare tutti e cinque i grafici per garantirvi un quadro d’insieme completo, ma – come vedete – basterebbe il primo per avere un’idea precisa di ciò che sta accadendo: per la stragrande maggioranza degli interpellati, il rischio maggiore per l’obbligazionario dei Paesi periferici Ue è la fine del Qe! Di fatto, il mercato – con l’approssimarsi del redde rationem rappresentato dalle riunioni delle Banche centrali – getta la maschera e ammette che il re è nudo.

Ma, attenzione, ancora più interessante è il fatto che Bank of America questa volta abbia diviso in due le risposte, ovvero fra gestori di fondi che operano sull’investment grade e quelli che lo fanno sull’alto rendimento. Le loro percezioni di pericolo differente ci dicono molto dei processi politici in atto, soprattutto attorno al nostro Paese. Se infatti la fine del Qe rappresenta il maggior pericolo condiviso, guardate la seconda risposta del primo grafico, quella relativa alle politiche populiste di rilassamento della disciplina fiscale: se il 30% di chi opera nell’investment grade ritiene che questo sia il pericolo maggiore per il credito periferico, nessuno – 0% – condivide la stessa opinione fra chi opera nell’high-yield.

Cosa significa? Di fatto che i governi cosiddetti populisti e le loro ricette di spesa a deficit sono visti come una sorta di assicurazione sulla vita da chi opera nel comparto più rischioso del mercato obbligazionario, per il semplice fatto che la loro sola esistenza rappresenta una fonte enorme di cautela per chi opera a livello monetario. Come dire, più Salvini e Di Maio ci sono, più possibilità potenziali esistono che la Bce scelga un approccio cautelativo per l’uscita dal Qe. Insomma, il timore di eccesso di deficit garantisce ancora un po’ di possibile parafulmine espansivo.

Pensate che questo non fosse presente, prima che Bank of America lo pubblicasse, nella mente di quei mercati che hanno accompagnato con scossoni di vario genere il parto tormentato che ha portato alla nascita del governo Conte? Pensateci, pensate allo spread e alle sue strane fluttuazioni, alle variazioni degli acquisti della Bce e alla manina di qualcuno che ha comprato: non è il mercato a fare i governi ma, certamente, può indirizzarne i corsi.

Ed eccoci al secondo grafico, direttamente relativo all’Italia e all’impatto che potrà avere sul mercato del credito: in questo caso, le risposte si equivalgono, sia per i gestori investment grade che high-yield. L’impatto potenziale è alto, anche se una parte non minoritaria degli interpellati vede un’opportunità nel possibile elemento destabilizzante italiano, parlando chiaramente di un mercato che si avvantaggerà sui cali, acquistandoli, generati dalla tensione politica.

Ancora più interessante il terzo grafico, perché ci mostra un’Europa spaccata in due rispetto alle prospettive dello spread Bund-BTp, di fatto il misuratore – ancorché drogato dagli acquisti Bce – della solvibilità e stabilità percepita del nostro debito. I tedeschi sono i più pessimisti, visto che entro fine hanno vedono un differenziale sopra 250 punti base, mentre i più ottimisti sono britannici, francesi e gli stessi italiani, per la maggioranza dei quali si resterà entro il range 150-200 punti base. Interessante il fatto che il dato francese includa anche il Belgio, perché Bnp Paribas e Dexia sono fra le banche più esposte ai nostri BTp, quindi il loro ottimismo potrebbe essere una sorta di profezia auto-avverante per scaramanzia: unite a questo l’operazione Société Generale-Unicredit e il quadro si compone maggiormente, con il pessimismo tedesco che assume quasi i contorni della percezione di crisi sistemica dell’eurozona per l’autunno.

Sopra 250 punti base, infatti, può voler dire 320 come 600: capite da soli, però, che i due livelli di certo non si equivalgono come reazioni del mercato. In un caso si balla, nell’altro si stramazza. O si va prima a Bruxelles e poi dall’Fmi con il cappello in mano, non a caso qualche economista con entrature famigliari nei conti dello Stato ha evocato proprio su queste pagine la possibilità di dare in pegno proprio al Fondo monetario internazionale le nostre riserve auree come sorta di garanzia per linee di credito.

E se il quarto grafico ci mostra le diverse percezioni relative a quando la prossima recessione colpirà l’eurozona, di fatto escludendo shock catalizzanti a breve, visto i bassissimi consensi per un orizzonte temporale compreso fra il quarto trimestre di quest’anno e il secondo del prossimo, ecco che l’ultimo grafico ancora una volta conferma la realtà che vi dipingo da mesi e mesi: l’elemento di supporto maggiore per l’appetito di rischio verso l’eurozona in questa congiuntura sarebbe un ritardo della Bce dall’uscita dal Qe. Solo secondo, e solo per gli investitori investment-grade, quelli più istituzionali e meno spericolati, un potenziale accordo franco-tedesco per la riforma dell’eurozona: insomma, per quanto ci martellino con l’importanza della governance, la nascita dell’unione bancaria e di una ancorché parzialissima mutualizzazione del debito, l’unica via d’uscita dal tonfo è la stamperia di Mario Draghi. Lo dicono gestori di fondi, non politici o analisti.

Questo è il quadro sottotraccia cui si arriva alla riunione di Riga della Bce di domani, formalmente uno spartiacque quasi al livello del famoso discorso londinese del whatever it takes. Cosa farà Draghi, stupirà tutti, resterà il più possibile sul vago per far passare l’estate senza rischi di attacchi speculativi o si dimostrerà falco, magari come stress test valutativo, visto che almeno fino al 30 settembre avrà spazio per intervenire e placare gli animal instincts del mercato? Manca poco e lo scopriremo.

Solo una cosa mi preme sottolineare, in riferimento al grafico relativo alle prospettive dello spread BTp-Bund da qui a fine anno: per quanto i francesi millantino ottimismo, i loro attacchi senza precedenti al nostro governo sul tema immigrati, alla luce delle performance non proprio da Ong dei loro gendarmi a Ventimiglia come a Bardonecchia, non saranno propedeutici al contrario, ovvero a destabilizzare l’Italia per costringere Draghi a rallentare l’uscita dal Qe? Sono davvero tanti i BTp in pancia alle loro banche. E altrettanto alti i loro interessi economici nel nostro Paese. Rifletteteci.