Cattolica Ass.: Bedoni, già ricevuto ok Ivass a riforma statuto

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Abbiamo già ricevuto l’autorizzazione dell’Ivass” alla nuova governnace.

Lo ha detto Paolo Bedoni, presidente di Cattolica Assicurazioni, a margine d ell’appuntamento Assonime “Il diritto dei controlli societari guardando al modello monistico” ospitato in Università Bocconi.

“L’assemblea dei soci del 28 aprile ha approvato la riforma statutaria; noi avevamo l’obbligo di” presentare la richiesta “all’Ivass” e quest’ultima “ci ha già mandato la conferma della bontà del modello”.

La Fondazione Cariverona, azionista al 3,437% di Cattolica, ha detto di recente di aver chiesto l’ammissione al libro soci. “Adesso che ci è arrivata l’autorizzazione” dell’Ivass “al prossimo consiglio di luglio porteremo l’adesione”.

cce

(END) Dow Jones Newswires

June 14, 2018 11:14 ET (15:14 GMT)

Cattolica Ass.: Bedoni, abbiamo detto no a partnership Poste I. su Rc Auto

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Abbiamo detto no” alla richiesta di partnership di Poste Italiane sull’Rc Auto. “Questo perché” Cattolica Ass. è “una realtà che ha ancora al centro la rete agenziale”.

Lo ha detto Paolo Bedoni, presidente di Cattolica Assicurazioni, a margine dell’appuntamento Assonime “Il diritto dei controlli societari guardando al modello monistico” ospitato in Università Bocconi.

“Abbiamo valutato” l’iniziativa “perché tutte le opportunità si guardano, poi abbiamo fatto i conti di chi siamo” e abbiamo rifiutato.

cce

(END) Dow Jones Newswires

June 14, 2018 11:20 ET (15:20 GMT)

Bce: Unc, fine Qe brutta notizia per Italia

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Una brutta notizia. L’Italia ora è nei guai. Nonostante lo slittamento da settembre a dicembre, la riduzione a 15 mld rischia di avere effetti immediati sullo spread”.

Lo dichiara il presidente dell’Unione nazionale consumatori, Massimo Dama, in una nota commentando la decisione della Bce di ridurre il Qe. “Pagheremo – aggiunge Dona – il fatto di non aver saputo approfittare del Qe e dei bassi tassi di interesse per abbattere il debito pubblico in valore assoluto. Ogni anno vanno in scadenza 400 mld di debito. Un punto in più di tasso di interesse, quindi, equivale ad una mini manovra da 4 miliardi”.

gfb

(END) Dow Jones Newswires

June 14, 2018 08:54 ET (12:54 GMT)

Bce annuncia stop QE a fine 2018, ma dipenderà da trend inflazione. Tassi fermi fino a estate 2019, euro crolla

14/06/2018 di Titta Ferraro finanzaonline.com

E’ arrivato l’annuncio della Banca centrale europea (Bce) che a fine 2018 porrà fine al piano di quantitative easing (QE). Lo stop al QE è comunque legato all’evoluzione del quadro inflattivo. Gli acquisti di asset verranno dimezzati a partire da ottobre, passando da 30 miliardi di euro mensili a 15 miliardi fino a dicembre. Il Consiglio direttivo ha deciso che continuerà a effettuare acquisti netti nell’ambito del programma di acquisto di attività (APP) all’attuale ritmo mensile di 30 miliardi di euro fino alla fine di settembre 2018. Dopo il settembre “in base ai dati in arrivo che confermano le prospettive di inflazione a medio termine del Consiglio direttivo, il ritmo mensile degli acquisti sarà ridotto a 15 miliardi di euro fino alla fine di dicembre 2018”. A fine anno gli acquisti cesseranno.

Il QE, iniziato a marzo 2015, portato la Bce ad acquista in questi anni oltre 2.600 miliardi di euro di asset (in prevalenza titoli di Stato). 

Guidance sui tassi diventa più esplicita: tassi fermi fino a estate 2019

Il Consiglio direttivo della Bce ha lasciato i tassi di interesse fermi (0% il repo rate e -0,4% il, tasso sui depositi) e si aspetta che i tassi di interesse dell’area euro restino ai livelli attuali almeno fino all’estate del 2019 “e in ogni caso per il tempo necessario a garantire che l’evoluzione dell’inflazione rimanga allineata alle attuali aspettative di un percorso di aggiustamento sostenuto”.

“Le decisioni di politica monetaria odierne – recita lo statement della Bce – preservano l’attuale ampio grado di accomodamento monetario che assicurerà che l’inflazione continui stabilmente a convergere verso livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio termine“.

 

Euro in picchiata, ora parola a Draghi 

Grande attesa ora per la conferenza stampa di Mario Draghi, in programma alle 14:30.  Sul mercato forte reazione dell’euro che nonostante l’annuncio della fine del QE scende con decisione. Il cross euro/dollaro è sceso fino a 1,1725 rispetto a quota 1,18 a cui viaggiava prima dello statement Bce.

Banche centrali protagoniste all’ITForum di Rimini, al via oggi. FinanzaOnline ha predisposto una copertura importante dell’evento. Dieci live streaming, otto ore di diretta. Oggi alle 13:50 “BCE Live” per commentare a caldo lo statement della banca centrale europea insieme a Vincenzo Longo, strategist di IG. Poi alle 14:30 appuntamento con BorsaInDirettaTv nel quale seguire in diretta la conferenza stampa del governatore Mario Draghi. Bce, Mario Draghi. Bce e Quantitative Easing protagonista anche di BinckTv, in onda da Milano ma con importanti collegamenti sempre da Rimini.

Il miglior modo per salvare il pianeta? Lasciate perdere carne e latticini

DI GEORGE MONBIOT

theguardian.com

L’allevamento animale a scopo alimentare è una minaccia per tutte le forme di vita sulla Terra e la bistecca “allevata al naturale” è la peggiore di tutte.

Se gli esseri umani sopravviveranno a questo secolo o al prossimo, se altre forme di vita potranno coesistere insieme a noi, questo dipende sopratutto dal modo in cui mangiamo. Potremmo ridurre tutti gli altri nostri consumi praticamente a zero e tuttavia porteremmo ancora al collasso il nostro sistema, a meno di non cambiare le nostre abitudini alimentari.

Tutte le prove puntano ora in un’unica direzione: la transizione fondamentale dovrebbe riguardare il passaggio dalla dieta animale a quella vegetariana. Un lavoro pubblicato la settimana scorsa su Science dimostra che, anche se alcune produzioni di carni e latticini sono più dannose di altre, sono tutte quante più nocive per l’ecosistema della coltivazione delle proteine vegetali. Dallo studio emerge che l’allevamento animale impegna fino all’83% del terreno arabile mondiale, ma contribuisce solo per il 18% al nostro fabbisogno calorico. Una dieta basata su prodotti vegetali ridurrebbe del 76% l’utilizzo delle aree agricole e dimezzerebbe i gas serra e gli altri inquinanti prodotti dall’industria agroalimentare.

Questo è dovuto in parte all’estrema inefficienza dell’alimentazione animale tramite granaglie: la maggior parte del loro valore nutritivo si perde nella conversione da proteine vegetali a proteine animali. Questo rafforza la mia affermazione che, se volete mangiare meno soia, allora dovreste mangiare soia: il 93% della soia consumata (che contribuisce alla distruzione di foreste, savane e paludi) la troviamo (trasformata in proteine animali) nella carne, nei latticini, nelle uova e nel pesce, e la maggior parte di essa va perduta durante la conversione. Quando la mangiamo direttamente, è sufficiente molto meno terreno arabile per fornire la stessa quantità di proteine.

Ancora più dannosa è la carne “allevata al naturale”: l’impatto ambientale della conversione dell’erba a carne, ribadisce l’articolo, “è enorme, qualunque sia il metodo di produzione utilizzato oggi.” Questo perché occorre così tanta terra per ogni bistecca o braciola da pascolo. In tutto il mondo il terreno da pascolo è circa il doppio di quello destinato alla produzione agricola, ma fornisce solo l’1,2% delle proteine di cui ci nutriamo. Anche se molti di questi pascoli non possono essere utilizzati per la produzione agricola, possono essere però usati per la rinaturalizzazione, permettendo il recupero di molti ricchi ecosistemi distrutti dall’allevamento animale, assorbendo l’anidride carbonica dall’atmosfera, proteggendo i bacini idrici e fermando sul nascere la sesta grande estinzione. Il terreno che dovrebbe essere riservato alla conservazione della vita umana e di tutti gli altri esseri viventi del pianeta è ora utilizzato per produrre un minuscolo quantitativo di carne.

Ogni volta che sollevo il problema cruciale della resa per ettaro, vengo colpito con un fuoco di sbarramento di insulti e vituperi. Ma non me la sto prendendo con gli allevatori, faccio solo notare che i conti non tornano. Non possiamo sfamare la crescente popolazione mondiale e neppure proteggere le diverse forme di vita con l’allevamento animale. Carne e latticini sono una stravaganza che non possiamo più permetterci.

Non c’è modo di uscirne. Quelli che affermano che i sistemi di allevamento “rigenerativi” o “olistici” imitano la natura si ingannano da soli. Si basano sulle recinzioni, mentre in natura gli erbivori selvatici si muovono liberamente, spesso su grandi distanze. Escludono o eliminano i predatori, che sono essenziali al buon funzionamento di tutti gli ecosistemi. Tendono ad eliminare i germogli vegetali e fanno in modo che venga a mancare quel complicato mosaico di vegetazione arborea, tipico di molti ecosistemi naturali, essenziale per l’esistenza di una grande varietà di vita animale.

L’allevamento industriale esige attacchi sempre più grandi al mondo vivente. Guardate al massacro dei tassi in Gran Bretagna, che ora, grazie alle richieste sbagliate dei produttori lattero-caseari, si sta espandendo in tutto il paese. La gente mi chiede come giustificherei il ritorno dei lupi, sapendo che ucciderebbero qualche pecora. Io chiedo loro come giustificano l’eradicazione dei lupi e di tanta altra fauna selvatica per far posto alle pecore. L’azione più importante che possiamo fare a favore dell’ambiente è ridurre l’entità del territorio utilizzato dall’allevamento.

A meno che non siate in grado di cucinare bene, e molte persone non hanno le capacità e neppure lo spazio per farlo, una dieta vegetariana può essere noiosa o costosa. Abbiamo bisogno di pasti pronti vegani migliori,  più economici e di semplici sostitutivi della carne. Il passo importante verrà con la produzione industriale di carne artificiale. Ci sono molte obiezioni. La prima è che l’idea di una carne artificiale è disgustosa. Se la pensate così, vi invito a dare un’occhiata a come i vostri salsicciotti, hamburgher e bocconcini di pollo vengono attualmente allevati, macellati e trattati. Avendo lavorato in un allevamento intensivo di suini, ho una certa conoscenza di tutto quello che potrebbe sembrare disgustoso.

La seconda obiezione è che la carne sintetica pregiudica la produzione locale di cibo. Forse quelli che fanno affermazioni di questo genere non sanno da dove arriva il mangime per animali. Far passare della soia argentina attraverso un maiale delle vostre parti non la rende di certo più “locale” di quella destinata direttamente all’alimentazione umana. La terza obiezione è più seria: la carne artificiale si presta alla concentrazione industriale. Di nuovo, l’industria dei mangimi animali (e, in modo sempre crescente, la zootecnia) è diventata preda dei grandi complessi di imprese. Ma dovremmo lottare per far sì che la carne sintetica non segua la stessa strada: in questo settore, come in altri, abbiamo bisogno di severe leggi anti-trust.

Questa potrebbe anche essere l’opportunità per rompere la nostra totale dipendenza dai fertilizzanti azotati sintetici. Tradizionalmente, la produzione agricola e l’allevamento animale si integravano tramite dall’utilizzo del letame. L’abbandono di questo sistema ha portato ad una riduzione della fertilità del suolo. Lo sviluppo dei fertilizzanti industriali ci ha salvato dalla carestia, ma con un costo ambientale assai salato. Al giorno d’oggi, il legame fra bestiame e territorio è saltato quasi ovunque: i campi vengono coltivati tramite prodotti chimici industriali, mentre le deiezioni animali si accumulano, inutilizzate, in lagune puzzolenti, distruggono i fiumi e creano zone morte nei mari. Nel suolo, tutto questo rischia di accelerare la resistenza agli antibiotici.

Passando ad una dieta di tipo vegetale, instaureremmo una sinergia positiva. La maggior parte delle coltivazioni ad alto contenuto proteico, piselli e fagioli, catturano l’azoto dall’atmosfera, si autofertilizzano ed aumentano nel terreno la concentrazione dell’azoto, che può così essere utilizzato dalle coltivazioni successive, come cereali o piante oleaginose. Anche se il passaggio alle proteine vegetali difficilmente potrà eliminare la necessità, a livello mondiale, dei fertilizzanti artificiali, il lavoro pionieristico dei bioagricoltori vegani, che utilizzano solo compost a base di vegetali (e il meno possibile di fertilizzanti di altro tipo) dovrebbe essere sostenuto da studi che le autorità non sono, a tutt’oggi, riuscite a finanziare.

Ovviamente, tutta l’industria dell’allevamento si opporrà ad una cosa del genere, usando quelle immagini bucoliche e quelle fantasie pastorali con cui ci hanno infinocchiato per così tanto tempo. Ma non possono costrigerci a mangiare la carne. La scelta dobbiamo farla noi. Ogni anno che passa diventa sempre più facile.

George Monbiot

Fonte: http://www.theguardian.com

Link:https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/jun/08/save-planet-meat-dairy-livestock-food-free-range-steak

08.06.2018

Tradotto da Markus per http://www.comedonchisciotte.org

14.6.18

Scudo BTP dilemma-croce di Draghi. “Italia, la più vulnerabile a fine morfina QE”

Laura Naka Antonelli finanzaonline.com 14.6.18

Cosa è stato il Quantitative easing, nel caso dell’Italia, se non uno scudo che ha impedito ai vari hedge fund di accanirsi contro il debito italiano? (e non senza motivo, …

“Il piano QE è stato come una iniezione di morfina nel mercato dei debiti sovrani dell’Eurozona ed è possibile che abbia creato una sorta di compiacenza tra gli investitori e gli stessi policymakers”. Louis Harreau, strategist della Bce nella divisione di ricerca globale dei mercati presso Credit Agricole CIB, cerca insieme a una platea piuttosto nutrita di strategist ed economisti, di capire cosa accadrà ai mercati finanziari dell’Eurozona quando l’assist Bce non ci sarà più. L’inizio della fine del programma che è stato salvifico soprattutto per i paesi del sud Europa, e che si è scontrato con la rigidità teutonica e in generale del Nord Europa, potrebbe essere annunciato tra qualche ora.

Oggi è il Bce Day: l’ora X scatterà alle 13.45, con il consueto annuncio sui tassi da parte del Consiglio direttivo dell’istituto. La pubblicazione del comunicato che accompagnerà l’annuncio e, ancora di più, le dichiarazioni che il numero uno Mario Draghi proferirà durante la conferenza stampa che prenderà il via alle 14.30 decreteranno secondo molti analisti l’inizio di una nuova era. Era in cui, seppur in modo graduale, l’Eurozona perderà quel salvagente che ha retto la sua economia in tutti questi ultimi anni, evitando il disastro. Ci si chiede infatti che fine avrebbero fatto i bond italiani e altri bond reputati meno sicuri dei Bund tedeschi, se il loro valore non fosse stato sostenuto (per molti ‘gonfiato), con gli acquisti della banca centrale.

L’attenzione è rivolta soprattutto all’Italia che lo scorso mese, nel caos istituzionale che ha portato alla formazione del governo M5S-Lega, è stata bruscamente riportata agli anni 2011-2012 della crisi dei debiti sovrani, tartassata da vendite sui BTP e su Piazza Affari che hanno fatto temere il peggio. In quell’occasione, quella che sembrava essere diventata ormai un’antica paura, è tornata ad assillare tutti: si è tornato a parlare di doom loop, di crescita del deficit in Italia (a causa delle misure di politica fiscale espansiva presentate con il contratto di governo M5S-Lega), e dunque di nuovo di crisi del debito, di recessione, di default, di rischio Italia, di cds, downgrade del rating.

Soprattutto, dal vocabolario finanziario è stata ripescata l’espressione “scudo BTP”.

Cosa è stato il piano di Quantitative easing, nel caso dell’Italia, se non uno scudo che ha impedito ai vari hedge fund di accanirsi contro il debito italiano? (e non senza motivo, visto che il rapporto debito-Pil oscilla attorno al 133%). E ora, senza lo scudo BTP, il petto dell’Italia potrebbe tornare a essere trafitto dalle scommesse ribassiste della comunità internazionale degli investitori, soprattutto se la politica economica dell’esecutivo giallo-verde non darà segnali di maggiore apertura verso le regole di Bruxelles.

Il DW -Deutsche Welle, emittente televisiva e radiofonica tedesca, fa il punto della situazione, in un articolo in cui si chiede: “Chi affonderà e chi rimarrà a galla” quando la Bce premerà il tasto off della flebo che è stata attaccata all’Eurozona?

Sulle condizioni in cui versano i fondamentali del blocco, viene ricordato che la crescita del Pil dell’Eurozona, nel 2017, ha testato il record dal 2007, ovvero in dieci anni, al ritmo del 2,3%; nel mese di marzo, inoltre, il tasso di disoccupazione dell’area euro è sceso ai minimi in dieci anni, all’8,5%. “Ma la situazione non è priva di ambiguitù e gli effetti (del ritiro del QE) non saranno avvertiti in modo uguale tra tutti i paesi membri”. Senza dimenticare che l’obiettivo numero uno della Bce, ovvero quello di ridare linfa a una moribonda inflazione, portandola al target del 2% circa, è stato centrato solo a maggio dopo anni in cui, attraverso il Quantitative easing, l’istituto ha acquistato bond iniettando una liquidità massiccia di 2,4 trilioni. Il recupero dei prezzi, viene fatto notare, è dovuto inoltre, in parte, ad alcuni fattori straordinari, come i prezzi del petrolio più alti, fenomeno che potrebbe, secondo la stessa AIE, far parte ormai del passato.

Accanto ai dubbi sulla reale ripresa dell’inflazione, c’è il dilemma Italia. “Senza alcun margine di dubbio, il numero uno della Bce avrà fissati bene in mente quei due rialzi dei tassi di interesse (in Eurozona), nel 2011, che aggravarono la crisi dei debiti sovrani nel 2010-2012, la prima in Eurozona dalla fine della crisi finanziaria del 2008”. Tant’è che, a tal proposito, recentemente proprio il noto economista Ashoka Mody, ex economista Fmi, ha lanciato un attenti alla Bce, ricordando come fosse stata responsabile (non sotto l’egida di Draghi) di quel trauma da cui l’Italia non si era mai più risvegliata.

Il Quantitative easing è stato già ridotto, tanto che molti strategist parlano di tapering senza farsi molti problemi, nonostante Draghi, almeno fino all’ultimo meeting della Bce, abbia continuato a ripetere come il QE sia uno strumento che potrebbe essere sfoderato e modificato di nuovo in qualsiasi momento, invocando “pazienza, prudenza e persistenza” nella riunione di aprile. Deutsche Welle scrive a tal proposito che Draghi vorrà sicuramente evitare di fare una qualsiasi mossa che possa turbare i mercati finanziari, e dunque evitare il ripetersi di ciò che avvenne quando la Fed annunciò bruscamente la fine del programma QE nel 2013.

Detto questo, riferendosi a chi soffrirà di più e a chi riuscirà a sopravvivere senza troppi problemi alla fine del QE, DW cita i commenti di diversi analisti.

Jan von Gerich, responsabile strategist di Nordea, spiega che “guardando al mercato dei bond, i paesi che saranno più esposti alla fine del Quantitative easing saranno quelli caratterizzati da debiti più alti e da una maggiore emissione netta di titoli. Di conseguenza, anche se i bond della Grecia non sono mai stati acquistati nell’ambito del programma di Quantitative easing, il paese accuserà comunque il colpo”.

von Gerich fa notare inoltre che, per avere un’idea delle turbolenze che potrebbero manifestarsi, è importante considerare anche la distribuzione degli investitori: “gli investitori domestici sono di norma più stabili rispetto a quelli stranieri”. In tal senso, “la Spagna e l’Italia appaiono vulnerabili, così come anche la Francia e il Belgio e, in una certa misura, anche il Portogallo”. Ancora, “si potrebbe guardare alle variazioni nei tassi dei bond dall’inizio del QE: più i tassi sui bond di un determinato paese sono sces, più è probabile che tornino a salire, quando il QE terminerà, partendo dal presupposto che il QE sia stato il principale fattore che ha condizionato i rendimenti”. In questo caso von Gerich non cita l’Italia, facendo notare che i principali cali hanno interessato la Grecia, e successivamente il Portogallo, l’Irlanda e la Spagna.

“Un altro modo per esaminate l’impatto del QE è guardare allo stato dell’economia. Più l’outlook della crescita è debole, più il paese è vulnerabile a tassi di interessde più alti”. In questo caso, invece, l’Italia spicca tra tutti. Un altro parametro per valutare il rischio è quello dei tassi di interesse a breve termine:

“Un paese risulta più suscettibile a un aumento dei tassi di interesse, se i tassi di breve termine sono usati più comunemente. E i tassi di breve termine sono utilizzati molto dalla Finlandia, dal Portogallo, dall’Irlanda, dalla Spagna e dall’Italia, almeno per quanto concerne i mutui accesi dalle famiglie”.

Scorrendo l’articolo, si nota che il nome Italia compare più volte quando si parla di vittime potenziali della fine del Quantitative easing.

“E’ di fatto il paese più vulnerabile a una politica monetaria più restrittiva nelle attuali circostanze”, spiega von Gerich, intendendo per attuali circostanze l’esistenza di un governo che, pur se sta smussando i toni anti-euro, non è certo un fan dell’Ue. In un contesto in cui il minor sostegno da parte della Bce rende il paese più suscettibile agli shock negativi, l’analista afferma che “nessun altro paese (dell’Eurozona) presenta un outlook politico così confuso come quello italiano. Anche la Spagna sta soffrendo una fase di incertezza politica, ma il paese è impegnato a rimanere in Eurozona, la sua economia sta perfomando relativamente bene e le alternative proiposte sono molto meno drastiche rispetto a quelle dell’Italia”.

Tutte le strade portano a Roma: scrive Deutsche Well nell’articolo:

“L’Italia è l’elefante nella stanza. Ha pochi margini di manovra, visto il suo enorme debito pubblico, e i mercati temono che il nuovo governo possa non avere alcuna intenzione di ridurlo”, ha commentato lo strategist di Credit Agricole, Louis Harreau.

von Gerich sottolinea ancora che “condizioni più restrittive di politica monetaria metterebbero ulteriormente sotto pressione l’economia italiana, la fiducia sull’economia e la sostenibilità del debito, e renderebbe anche più difficile per il nuovo governo italiano tentare di concretizzare le sue promesse chiave”. Dopo l’Italia, “anche la Grecia (nonostante non sia inclusa nel piano QE) e il Portogallo appaiono vulnerabili, seguiti dalla Spagna”.

Infine, interpellata da DW, Linda Yueh, economista e autrice del libro “The Great Economists”, afferma:

“Una fine ordinata del QE non dovrebbe avere un impatto significativo sui paesi dell’Eurozona, ma significherà comunque una fonte di richiesta in meno per il debito italiano. Se poi gli eventi politici scateneranno un sell off, anche una eventuale prosecuzione del QW non sarebbe sufficiente a cambiare di molto la situazione”.

Perché Deutsche Bank può innescare una nuova crisi globale

Nel 2017 l’istituto tedesco ha visto perdite nel settore dei derivati pari a 124,1 miliardi di euro

Parlare della situazione finanziaria della Deutsche Bank, la prima banca tedesca, ci sembra doveroso. Non tanto per ributtare oltralpe la palla dello scandalo e della polemica pretestuosa, ma per affrontare insieme una sfida difficile che tocca tutta l’Unione europea e l’intero sistema bancario e finanziario internazionale.

Dall’inizio dell’anno a oggi le azioni DB hanno perso oltre il 40% del loro valore. Certo, non per l’inaffidabilità del governo tedesco. Neanche per la decisione del management di operare una riduzione dell’organico di circa 10.000 dipendenti. E nemmeno per il recente abbassamento del rating fatto dall’americana Standard & Poor’s.

La vera ragione, secondo noi, è negli effetti del fallimento provocato dalla conversione della banca da commerciale a banca d’investimento speculativo.

Ciò è stato candidamente ammesso da David Folkerts-Landau, l’economista capo della DB, che, in un’intervista al quotidiano economico Handelsblatt, ha affermato che dagli anni Novanta il management ha, di fatto, trasformato la banca in una specie di hedge fund speculativo di tipo anglosassone. A tutti i costi bisognava ottenere un rendimento del 25% sul capitale, “accettando di correre grossi rischi finanziari ed etici”.

Fino alla fine degli anni ottanta la DB era stata la banca più impegnata nel sostegno ai grandi progetti industriali, poi, purtroppo, come hanno fatto tante altre banche, ha favorito il rischio e la speculazione rispetto all’economia reale.

Tra gli analisti indipendenti alcuni dicono che, se si collega la situazione emblematica della DB alla bolla globale del debito societario, si potrebbe essere vicini a una nuova crisi di liquidità, di enormi dimensioni.

Non è casuale il fatto che recentemente la Bce abbia richiesto che la banca faccia la simulazione di uno “scenario di crisi” per valutare i costi e gli effetti sistemici della repentina cessazione del reparto di investment banking. Quel reparto che opera in derivati e in altre operazioni finanziarie ad alto rischio sui mercati di Londra e di New York .

Indubbiamente la DB non è una “banchetta” qualsiasi e i suoi dirigenti si affannano a dimostrare che essa può contare, sulla carta, su alcuni elementi di garanzia, quali la notevole liquidità e un tasso di solidità, il cosiddetto CET1, pari a 13,4%, ben oltre i livelli richiesti dalla Bce. Com’è noto, esso misura l’ammontare del capitale versato con le attività a rischio.

Tutto ciò è vero. Infatti, non è l’intera DB a rischio default, ma è la sua componente di banca d’affari a trascinare a fondo l’intero istituto. Da oltre tre anni essa registra consistenti perdite. Anche la cultura popolare sa che una mela guasta non rimossa può far marcire l’intero cesto!

Basta leggere il Rapporto annuale della Deutsche Bank del 2017. Fornisce due dati impressionanti: rispetto all’anno precedente, il 2017 ha visto perdite nel settore dei derivati pari a 124,1 miliardi di euro, mentre il valore nozionale totale dei derivati è salito da 42,9 a 48,3 trilioni di euro! E di questi quasi il 90% sarebbero i “famigerati derivati over the counter (otc)”, quelli negoziati fuori dei mercati regolamentati.

Per obiettività, comunque, non si può certo negare quanto sostengono i dirigenti attuali della DB. Secondo loro la banca è da qualche tempo oggetto di una “particolare attenzione” e anche di attacchi all’interno degli Stati Uniti, come se si volessero addebitare alla DB tutte le malefatte finanziarie perpetrate negli ultimi anni da tutte le banche “too big to fail”, in primis dalla Goldman Sachs, dalla JP Morgan, ecc.

Nel settembre 2016 il Wall Street Journal riportò che il Dipartimento di Giustizia americano aveva iniziato un procedimento legale contro la DB per ottenere il risarcimento di ben 14 miliardi di dollari con l’accusa di aver utilizzato dubbie ipoteche durante la grande crisi.

Naturalmente simili notizie dovrebbero essere mantenute nel riserbo assoluto per evitare conseguenze sui mercati e per arrivare a possibili patteggiamenti. Nel caso specifico, dopo l’intervento da parte del governo tedesco, si convenne di far pagare alla DB circa la metà della somma.

Intanto l’immagine della banca era già stata fortemente compromessa, tanto che oggi si parla di una sua uscita dal mercato americano. Del resto anche la Federal Reserve nel 2017 ha avviato altre 4 azioni legali nei confronti della banca tedesca con multe per 200 milioni di dollari. Oggi, poi, la Fed rincara la dose e parla di “condizioni problematiche” in cui verserebbe la DB.

Se le pratiche delle grandi banche internazionali continuano a essere distorsive dei mercati, certamente il rischio di un’ulteriore crisi diventa più concreto.

E’ un problema globale che dovrebbe essere affrontato con urgenza, soprattutto dall’Europa.

 

Il volto élitario del populismo

Lorenzo Vitelli L intellettuale dissidente.it 11.6.18

Non è un’élite da salotto, da club del golf, da circolo della caccia, non è un’élite ripiegata su sé stessa, ma quella populista è pur sempre un’élite che ha usato il populismo come strategia di conquista del potere per ribaltare l’élite precedente o per farsi assimilare da questa. Con il passaggio da movimento a regime, il populismo sta già cominciando a perdere la sua carica eversiva.

Ha tardato a fare il suo ingresso nel dibattito politico, ma ce la siamo trovata tra i denti senza accorgercene. È la parola “élite”, un termine impolverato, annacquato, dal sapore un po’ retro. Eppure ad oggi sono sempre di più gli operatori e i cronisti del mondo della politica che ne fanno uso. Si sente infatti parlare di una crisi delle élites. Ma prima di parlare della loro crisi, è bene parlare di questo concetto ambiguo, soggetto a molteplici interpretazioni e in cui si intersecano diversi piani di significato.

Noi ci limiteremo a darne una definizione elementare: una ristretta cerchia di persone che detiene la maggior quantità di risorse intellettuali, economiche, politiche e simboliche esistenti. Ci basti dire, parafrasando Gaetano Mosca, che un’élite è quella minoranza organizzata che esercita il suo potere sulla maggioranza disorganizzata. Sono coloro che occupano le posizioni rilevanti di una struttura sociale e politica, meritatamente o immeritatamente. Secondo Pareto, le élites, in ogni epoca, possono formarsi, estinguersi, rinnovarsi o circolare, e tutto il decorso storico è un succedersi di conflitti tra diverse élites per la conquista del potere. Anche noi abbiamo assistito, in questi ultimi anni, a partire dalla crisi del 2008, a una serie di scontri ai vertici politici del Paese tra diverse élites.

Vilfredo Pareto

Pensiamo a quel novembre del 2011, in cui la destituzione di Berlusconi e l’insediamento di Monti alla presidenza del Consiglio segnarono la vittoria dell’élite tecnocratica, loden, austerity, Bruxelles e rigorismo, sull’élite berlusconiana – élite imprenditoriale, delle telecomunicazioni, del porno-divertentismo. Questa élite antipolitica («meno tasse per tutti») a sua volta aveva guerreggiato con l’élite post-comunista che dal PCI era approdata fino al PD (passando per PDS e DS), un’élite politica (con le sue scuole di formazione, la sua gavetta interna). Poi avvenne un altro scontro. Il Commissario Monti, e il suo successore Letta, fronteggiarono una nuova élite, diversa dalle precedenti. Si tratta di una banda di ruba galline proveniente da Firenze e dintorni: è il giglio magico (Carrai, Lotti, Boschi&family), è il dream team renziano. Dopo il loden, il risvoltino. La parola magica per spaccare la vecchia egemonia socialdemocratica (D’Alema, Prodi, Bersani) è quella di “rottamazione”. Ecco che questa élite di estrazione provinciale (spregiudicata, trasformista, ignorante, legata a banche di credito e a cooperative) ha sfruttato la debolezza della vecchia politica dei partitocrati, degli imprenditori e dei tecnocrati, a suon di un populismo che Revelli ha giustamente definito “ibrido”, dall’alto, né identitario né indignato, e crollato su se stesso perché incapace di sanare le sue contraddizioni interne: obbligato a giostrarsi tra le richieste di Draghi, la vecchia guardia del Pd, l’elettorato e il patto del Nazareno, tra le promesse fatte in sede europea e il calo dei consensi in casa propria.

Le élites, come abbiamo visto, sono diverse fra loro, adottano formule, discorsi, narrazioni diverse. Ma perché oggi tutta quella élite che possiamo riconoscere nell’establishment politico è in crisi? Ce lo spiegava con anticipo qualche anno fa un sociologo americano, Christopher Lasch, nel suo saggio, La ribellione dell’élite. Lasch, sulla falsariga di Pareto, aveva intuito che un’élite, nel momento in cui si allontana oltremodo dalla collettività e dal territorio di cui dovrebbe difendere gli interessi, soffre una crisi di legittimità. Questa élite, spesso infiacchita dai privilegi e dagli onori, finisce per perdere le virtù civiche, per avere inclinazioni cosmopolite, atteggiamenti snobistici, e al buonsenso sostituisce un discorso sofisticato, subendo così l’«invasione di sentimenti umanitari e di morbosa sensibilità» (Pareto) di cui il popolo non sente il bisogno concreto. Perde quindi quella facoltà di dominare le formule vincenti e quella di individuare un nemico, entrambi fattori che determinano il suo consenso tra la popolazione.

Come sostiene Michels, le vecchie élites decadono quando «non possono più esercitare le qualità per le quali arrivarono al potere, o queste perdono ogni importanza nell’ambiente sociale in cui vivono».

Il giglio magico

Ecco che, inversamente a questa crisi, abbiamo vissuto l’ascesa del fenomeno populista – utilizziamo il termine in un’accezione neutra – coronato dal suo successo elettorale, e quindi conclusosi con la sua istituzionalizzazione. Quindi al momento in Italia la situazione è paradossale. C’è un élite senza popolo (e perciò in declino) che adotta pose populiste per recuperare i consensi perduti – si veda l’atteggiamento di tutti i partiti tradizionali nei confronti del nuovo governo, e insieme tutta la parabola renziana (inaugurata da un monito che se si fosse realizzato sarebbe risultato imprudente: «la mia scorta sarà la gente») contraltare dell’antipolitica berlusconiana e ultimo canto del cigno di una sinistra incapace di sintetizzare il malessere del Paese. Poi abbiamo, dall’altro lato, un populismo che ha fondato la sua vittoria ideologica nella lotta contro l’élite politica e finanziaria e adesso si vede costretto a cercare le sue élite di governo proprio tra quella élite politica e finanziaria – si pensi alla scelta di Conte a premier, di Savona e poi di Tria all’economia, dell’ex montiano e atlantista Moavero Milanesi alla Farnesina. Come è possibile che da due entità populiste, le più populiste che l’Italia abbia conosciuto, sia venuto fuori il più tecnico dei governi politici?

Questo elemento deve portarci a riflettere sulle contraddizioni del populismo. Può, un populismo che ha fatto protesta contro le élites, farsi istituzione senza diventare élite a sua volta? Senza élites la politica è impraticabile, perché la politica è gestione del potere, e il potere non è equamente divisibile, quindi, dobbiamo ammettere che anche il populismo gialloverde, nonostante abbia fondato la sua mitopoiesi sulla lotta contro le élites – la casta per i grillini, l’oligarchia europea per la Lega – rientra nel discorso di Pareto e di Michels: «chi dice organizzazione dice tendenza all’oligarchia». Perciò, ci sembra chiaro, noi non stiamo assistendo a nessuna rivoluzione, a nessun cambiamento nello schema classico della circolazione delle élite. Tuttavia, dobbiamo notare le novità apportate dalle modalità populiste di conquista del potere, ossia negando, o occultando, la propria impostazione, fatalmente elitaria. Si legga quanto veniva scritto sul Blog di Beppe Grillo nel 2013:

«Il MoVimento 5 stelle è un movimento senza. Senza contributi pubblici, senza sedi; senza strutture; senza giornali; senza televisioni; senza candidati pregiudicati; […] senza compromessi; senza inciuci; senza leader; senza politici di professione; […] senza ideologie; […] senza banche».

E’ nata la nuova élite: il governo Conte

Il M5S ha fatto di una pletora di giovani disoccupati la sua classe dirigente dall’oggi al domani. Privi di qualsiasi formazione politica, imbevuti di un corso accelerato di democrazia diretta, gli eletti dei Cinque Stelle ragionano con quelle 4 o 5 linee guida ricavate dal mito dell’onestà, dalla lotta alla casta e altre menate urlate da un capo carismatico Grillo, teorizzate da un capo occulto, Casaleggio, con una sana ma ridotta spruzzata di massimofinismo. Il M5S tuttavia nasce tra diversi chiaroscuri, ed effettivamente il suo non è solo populismo, non è solo adesione incondizionata alle istanze provenienti dalla sempre tirata in ballo “base”, non c’è solo l’interpretazione e la politicizzazione degli umori diffusi tra la popolazione, nel M5S c’è un sostrato ideologico architettato da un’élite che Pareto avrebbe annoverato tra le “élite non di governo”, quella della Casaleggio Associati, che ai temi cari al populismo tenta di conciliare in una versione New Age e un po’ strampalata – pensiamo al video Gaia – alcuni temi del neoliberismo (la smartnation, l’universalismo, la governance globale). Non sappiamo quanta influenza abbia sugli eletti del movimento, e non vogliamo scadere in dietrologie, ma ci sembra chiaro che, di fronte alle ambiguità elettorali della piattaforma di voto interna al movimento, di fronte allo scandalo delle esplusioni, anche il M5S non sia immune a una tendenza élitaria.

La Lega ci offre invece un esempio di populismo per certi versi immacolato, intriso della retorica piccolo-borghese poujadista, dei toni provocatori del qualunquismo di Giannini, e nonostante le diverse esperienze di governo, è un partito ancora poco a suo agio all’interno delle istituzioni. La Lega infatti nasce come outsider della politica, è un partito arrembante, cresciuto anno dopo anno a Pontida, grazie alle abilità oratorie di un leader, Bossi, di una classe politica fuoriuscita dai margini dei partiti tradizionali, e di una classe amministrativa emanazione per lo più dalla piccola imprenditoria padana, un po’ parrocchiale, abituata a gestire la cosa pubblica come si fa con un’azienda agricola. Tuttavia anche la Lega pur rimanendo sempre affezionata ad una narrazione vernacolare, localistica, popolare, anti-élitista – ricordiamo Bossi che si reca nella villa di Berlusconi in canottiera, come per sottolineare la differenza tra lui, l’uomo qualunque, e l’arricchito prestato alla politica – rispetta, in quanto partito, la «legge ferra dell’oligarchia» di cui parlava Michels.

Robert Michels

Perciò, siamo tentati dal dire che il populismo come ideologia – la contrapposizione popolo/élites – è una truffa, o più semplicemente una strategia di conquista del potere che un’élite mette a frutto per ribaltare l’élite precedente e da forza di protesta diventare istituzione. La sua tattica è quella di dimostrarsi più sensibile nei confronti di un popolo di cui si impegna a sintetizzare meglio i discorsi, intuirne i problemi e le paure, origliarne i disagi, fino ad accaparrarsi il monopolio delle “formule” vincenti. Ma adesso che da movimento è diventato regime, vediamo la trasformazione (non priva di incognite) del populismo. Di fatto chi si scandalizza per l’inversione di rotta da parte dei grillini sulla questione dell’alleanza con Salvini, o sulla nomina di un premier non eletto dal popolo «è sempre banale: ma, aggiungo, è anche sempre male informato». Così come chi crede a quanto dice Steve Bannon, l’ex stratega di Donald Trump, ossia che «i Davos Man (le élite, NdR) hanno paura del populismo perché hanno paura che il potere arrivi al popolo. E che succeda quello che è successo in Italia» è un po’ ingenuo. Le élite possono aver paura di essere sostituite da altre élite, il che nella storia è avvenuto soltanto all’indomani di violente rivoluzioni, ma non dal popolo. Nella maggior parte dei casi, i meccanismi sono più complessi, e le nuove élites tendono ad essere assimilate.

Il populismo, perciò, è stato gestito da un’élite che non era a-élitaria, ma solo nemica (e neanche troppo) delle élites precedenti, un’élite in via di formazione politica e ideologica che non sappiamo se stia facendo scouting tra altre élite da cooptare al suo interno per mantenere gli equilibri di potere con delle élite più forti (quelle sovranazionali, finanziarie, atlantiche) che ne possono determinare la caduta, oppure se stia venendo cooptata da queste ultime. Tutto il problema tempistico della scelta del governo è dipeso da questa contraddizione, dal difficile equilibrio tra i programmi della nuova élite populista nata dalle piazze e imbottita di protesta, ancora vicina al territorio, alle istanze e ai malumori del popolo, e i giochi di Palazzo in cui deve giostrarsi.

La nostra fortuna, che è insieme la nostra disgrazia, è l’inadeguatezza di questa nuova élite, ancora inconsapevole di esserlo. Livellando il discorso verso il basso – privi di un laboratorio culturale, dotati solo di una leadership carismatica – questi populismi non hanno fatto altro che appaltare molta della propria elaborazione ideologica al popolo del web, a tante piccole realtà intellettuali – testate, blog, singoli influencer – che hanno animato il dibattito politico, hanno sabotato l’informazione mainstream, hanno diffuso notizie diverse tra la popolazione, hanno creato una narrazione alternativa dei fatti, e hanno anche inquinato molti temi, hanno diffuso rabbia, malcontento, frustrazione, confusione, hanno dato via libera a troll e fanatici, complottismi e dietrologie, analisti improvvisati, studenti impreparati, incompetenti di buona volontà, animatori nerd di pagine facebook che hanno agitato il basso ventre del web a suon di Meme, ma anche a tanti think thank preparati, professori universitari non allineati, giornalisti e reporter seri, associazioni che hanno fatto un buon lavoro culturale sul proprio territorio occupando quegli spazi disimpegnati dalle sedi di partito. Questa élite è ancora legata alla base da cui proviene, ed è perciò in una fase di assestamento. Non è un’élite da salotto, da club del golf, da circolo della caccia, non è un’élite ripiegata su sé stessa, chiusa, ma può dimostrarsi permeabile e sensibile a talune istanze popolari di cui si è fatta latrice.

La controcultura non può articolarsi solo sui meme

Eppure, se questa sostanziale inadeguatezza è il risultato di una politica nata dalla piazza, dalla protesta, e perciò davvero vicina agli appelli della cittadinanza, è sempre questa inadeguatezza – l’idea grillina di fare politica in base al criterio dell’onestà (criterio etico, ma non politico), le antinomie di una Lega identitaria ma liberista – che ha obbligato l’élite populista ad aggregare dei tecnici e dei membri dell’élite precedente nel proprio governo, e a fare una serie di compromessi che ne sconfessano, da subito, i motivi della propria elezione. Asseconda di come si risolverà questa contraddizione potremo giudicare l’operato di questa élite. Contraddizione che trabocca da ovunque, dalle dichiarazioni di Tria, per esempio, del prima e dopo G7, laddove inizialmente parlava di «un vasto programma di investimenti pubblici infrastrutturali attuato e finanziato in deficit senza creare un problema di sostenibilità dei debiti pubblici», oggi afferma che «non puntiamo al rilancio della crescita tramite deficit spending».

A chi guarda l’attuale governo – a questo ibrido concentrato di socio-securitarismo, liberista in economia e conservatore nel costume, euroscettico senza essere sovranista, russofilo ma atlantista – con ottimismo, con la convinzione che abbia vinto il popolo, chi pensa a un governo del cambiamento, a tutti costoro consigliamo di rileggere Pareto, ma anche Tomasi di Lampedusa. A Freccero e Magris che fanno l’elogio del populismo, e che Pareto lo hanno letto bene e che di un’élite intellettuale fanno parte, chiediamo se abbiano già cominciato a circolare.

«Illusione è il credere che di fronte alla classe dominante stia, al presente, il popolo; sta, ed è cosa ben diversa, una nuova e futura aristocrazia, che si appoggia sul popolo». Vilfredo Pareto

Valerio Malvezzi, come ottenere prestiti dalle banche

Costantino Rover scenari economici.it 14.6.18

Lo incontriamo di passaggio in Veneto, terra di impresa e locomotiva d’Italia, durante un appuntamento formativo.

Si intitola Win The Bank ed è l’incontro pre formativo  di contrattazione bancaria (organizzato da Remigio Baschirotto che vede la partecipazione di Andrea Costenaro) che Valerio Malvezzi, volto sempre più noto del web, grazie in particolare alle sue ripetute incursioni a Byoblu (VIDEO) dell’ottimo Claudio Messora, sta portando in tour.

Con questo formato divulgativo Malvezzi si rivolge in particolare agli imprenditori – ma la visione è consigliata a tutti! – che ha scoperto impreparati quando di tratta di andare a caccia di finanziamenti.

Il loro progetto deve rappresentare un’opportunità e non un problema per le banche che, da aziende vere e prorpie, cercano partners su cui investire e non rischi inutili.

Il credito (VIDEO) è il nervo scoperto dell’impresa italiana.

Quante volte ne abbiamo parlato su Economia Spiegata Facile e su Scenari Economici.

Esistono informazioni e atteggiamenti imprenditoriali che occorre avere se si vuole fare impresa e questo incontro ce ne ha dato un saggio del tutto convincente.

Per questo Valerio Malvezzi sta portando in giro per l’Italia la sua proposta formativa introducendo l’argomento con una efficace infarinatura di macroeconomia.

Dal palco arrivano ripetuti richiami a Scenari Economici (figuravamo in platea anche in veste di autore per scenari) come ammiccamento che puntualizzano la completa sintonia su questo ampio tema.

Vi lascio alla visione del filmato in tre parti intitolato, Come ottenere prestiti dalle banche – presentazione win the bank pubblicato in esclusiva da economiaspiegatafacile.it

10 inni dei Mondiali che (forse) non riusciremo a dimenticare

Paolo Armelli wired.it 14.6.18

Quest’anno tocca anche a Will Smith, ma sono molte le canzoni pop (e anche un po’ trash) che hanno fatto la storia dei campionati mondiali di calcio

 

Oggi partono i Mondiali di calcio di Russia 2018. Ma la grande macchina del marketing e della comunicazione è in azione già da tempo e l’ultima iniziativa in questo senso è stata la pubblicazione dell’inno musicale ufficiale di questa competizione, questa volta affidato a Will Smith, Nicky Jam e Era Istrefi con il brano Live It Up.

Come da tradizione la canzone, prodotta da Diplo, cerca di trasmettere i messaggi di unione e cooperazione che sono alla base di una manifestazione sportiva internazionale come questa. Ovviamente per raggiungere un pubblico così vasto lo stile deve seguire le tendenze del momento e essere accessibile a tutti. Ecco perché negli anni i Mondiali hanno consegnato alla storia della musica estiva parecchi brani che, oltre a essere entrati nella storia del pop, ne hanno anche segnato qualche evidente slittamento verso il trash.

1. El Rock del Mundial (Cile 1962)

Forse la prima canzone ad assumere lo status ufficiale di inno mondiale è stato questo brano della band cilena Los Ramblers, in occasione appunto della competizione del 1962 in Cile. Immancabile il verso “Gooooaaaal, goal for Chile!“.

2. Hot Hot Hot (Messico 1986)

Sono in pochi a ricordare questo brano calypso-dancedell’artista Arrow, scelto per rappresentare il torneo del 1986 in Messico. Non che c’entrasse alcunché con il tema calcistico, ma almeno ben si adattava al clima rovente delle partite messicane.

3. Un’estate italiana (Italia 1990)

Gli anni Novanta si aprono con i Mondiali ospitati nel nostro paese e anche con il brano firmato da Gianna Nannini e Edoardo Bennato, con produzione di Giorgio Moroder. Impossibile non saperla a memoria anche oggi, ma di sicuro non avete mai sentito la versione spagnola cantata dalla paraguayana Susan Ferrer.

4. World in Motion (Italia 1990)

Un’estate italiana ha avuto un successo però limitato soprattutto al nostro Paese. A livello internazionale, invece, lo stesso anno si è imposto questo pezzo dei New Order, notevole soprattutto per il rap del calciatore inglese John Barnes che erompe a un certo punto. È nata così anche la tradizione di più inni ufficiali a seconda dei Paesi.

5. La copa de la vida (Francia 1998)

Se bisogna individuare dei colpevoli per il fatto che a un certo punto, alla fine degli anni Novanta, sembrava che tutte le classifiche fossero dominate dalla musica latinoamericana, quelli sono stati sicuramente i Mondiali di Francia 1998. Ricky Martin ha ottenuto un successo clamoroso e imposto un stile latino-dance che si ritroverà in parecchi inni successivi.

6. The Time of Our Lives (Germania 2006)

Se non avete alcun ricordo della musica che ha accompagnato i Mondiali tedeschi del 2006 potete consolarvi perché non siete i soli. Ma vi basti sapere che quell’anno il livello musicale è stato di un’assurdità tale che c’è chi ha pensato di mettere insieme il gruppo neo-operistico de Il Divo con la cantante r’n’b Toni Braxton. Almeno nel video c’è un campo da calcio.

7. Waka Waka (Sudafrica 2010)

Ci sono voluti parecchi anni prima che una canzone legata ai Mondiali tornasse a scalare le classiche. Ci ha pensato nel 2010 Shakira con questo brano, che è diventato l’inno dei Mondiali più venduto nella storia e campiona musiche tradizionali africane.

8. Wavin’ Flag (Sudafrica 2010)

Nell’estate dei Mondiali sudafricani anche un’altra canzone si è imposta nelle orecchie degli ascoltatori e questa volta non si tratta di un brano indipendente ma dell’inno ufficiale di uno degli sponsor principali della manifestazione, una bibita frizzante che sicuramente tutti conoscete. A cantarla l’artista canadese di origini somale K’naan.

9. We Are One (Brasile 2014)

C’è stato un periodo in cui Jennifer Lopez e Pitbull erano praticamente una coppia di fatto del mondo musicale. Non c’è da sorprendersi che siano stati chiamati anche per fare una delle canzoni ufficiali di Brasile 2014, coinvolgendo però, come quota rosa locale, anche l’artista carioca Claudia Leite.

10. La la la (Brasile 2014)

Squadra che vince non si cambia, però. Quindi la Fifa ha pensato bene di richiamare di nuovo Shakira e affidarle un’ennesima canzone (lei che aveva fornito un remix della sua Hips Don’t Lieanche alla soundtrack dei Mondiali 2016). Il duetto col brasiliano Carlinhos Brown, fra l’altro legato al World Food Program e a un brand di yogurt digestivi, ha avuto un notevole successo tanto da surclassare anche il brano di Pitbull & co.