Scudo BTP dilemma-croce di Draghi. “Italia, la più vulnerabile a fine morfina QE”

Laura Naka Antonelli finanzaonline.com 14.6.18

Cosa è stato il Quantitative easing, nel caso dell’Italia, se non uno scudo che ha impedito ai vari hedge fund di accanirsi contro il debito italiano? (e non senza motivo, …

“Il piano QE è stato come una iniezione di morfina nel mercato dei debiti sovrani dell’Eurozona ed è possibile che abbia creato una sorta di compiacenza tra gli investitori e gli stessi policymakers”. Louis Harreau, strategist della Bce nella divisione di ricerca globale dei mercati presso Credit Agricole CIB, cerca insieme a una platea piuttosto nutrita di strategist ed economisti, di capire cosa accadrà ai mercati finanziari dell’Eurozona quando l’assist Bce non ci sarà più. L’inizio della fine del programma che è stato salvifico soprattutto per i paesi del sud Europa, e che si è scontrato con la rigidità teutonica e in generale del Nord Europa, potrebbe essere annunciato tra qualche ora.

Oggi è il Bce Day: l’ora X scatterà alle 13.45, con il consueto annuncio sui tassi da parte del Consiglio direttivo dell’istituto. La pubblicazione del comunicato che accompagnerà l’annuncio e, ancora di più, le dichiarazioni che il numero uno Mario Draghi proferirà durante la conferenza stampa che prenderà il via alle 14.30 decreteranno secondo molti analisti l’inizio di una nuova era. Era in cui, seppur in modo graduale, l’Eurozona perderà quel salvagente che ha retto la sua economia in tutti questi ultimi anni, evitando il disastro. Ci si chiede infatti che fine avrebbero fatto i bond italiani e altri bond reputati meno sicuri dei Bund tedeschi, se il loro valore non fosse stato sostenuto (per molti ‘gonfiato), con gli acquisti della banca centrale.

L’attenzione è rivolta soprattutto all’Italia che lo scorso mese, nel caos istituzionale che ha portato alla formazione del governo M5S-Lega, è stata bruscamente riportata agli anni 2011-2012 della crisi dei debiti sovrani, tartassata da vendite sui BTP e su Piazza Affari che hanno fatto temere il peggio. In quell’occasione, quella che sembrava essere diventata ormai un’antica paura, è tornata ad assillare tutti: si è tornato a parlare di doom loop, di crescita del deficit in Italia (a causa delle misure di politica fiscale espansiva presentate con il contratto di governo M5S-Lega), e dunque di nuovo di crisi del debito, di recessione, di default, di rischio Italia, di cds, downgrade del rating.

Soprattutto, dal vocabolario finanziario è stata ripescata l’espressione “scudo BTP”.

Cosa è stato il piano di Quantitative easing, nel caso dell’Italia, se non uno scudo che ha impedito ai vari hedge fund di accanirsi contro il debito italiano? (e non senza motivo, visto che il rapporto debito-Pil oscilla attorno al 133%). E ora, senza lo scudo BTP, il petto dell’Italia potrebbe tornare a essere trafitto dalle scommesse ribassiste della comunità internazionale degli investitori, soprattutto se la politica economica dell’esecutivo giallo-verde non darà segnali di maggiore apertura verso le regole di Bruxelles.

Il DW -Deutsche Welle, emittente televisiva e radiofonica tedesca, fa il punto della situazione, in un articolo in cui si chiede: “Chi affonderà e chi rimarrà a galla” quando la Bce premerà il tasto off della flebo che è stata attaccata all’Eurozona?

Sulle condizioni in cui versano i fondamentali del blocco, viene ricordato che la crescita del Pil dell’Eurozona, nel 2017, ha testato il record dal 2007, ovvero in dieci anni, al ritmo del 2,3%; nel mese di marzo, inoltre, il tasso di disoccupazione dell’area euro è sceso ai minimi in dieci anni, all’8,5%. “Ma la situazione non è priva di ambiguitù e gli effetti (del ritiro del QE) non saranno avvertiti in modo uguale tra tutti i paesi membri”. Senza dimenticare che l’obiettivo numero uno della Bce, ovvero quello di ridare linfa a una moribonda inflazione, portandola al target del 2% circa, è stato centrato solo a maggio dopo anni in cui, attraverso il Quantitative easing, l’istituto ha acquistato bond iniettando una liquidità massiccia di 2,4 trilioni. Il recupero dei prezzi, viene fatto notare, è dovuto inoltre, in parte, ad alcuni fattori straordinari, come i prezzi del petrolio più alti, fenomeno che potrebbe, secondo la stessa AIE, far parte ormai del passato.

Accanto ai dubbi sulla reale ripresa dell’inflazione, c’è il dilemma Italia. “Senza alcun margine di dubbio, il numero uno della Bce avrà fissati bene in mente quei due rialzi dei tassi di interesse (in Eurozona), nel 2011, che aggravarono la crisi dei debiti sovrani nel 2010-2012, la prima in Eurozona dalla fine della crisi finanziaria del 2008”. Tant’è che, a tal proposito, recentemente proprio il noto economista Ashoka Mody, ex economista Fmi, ha lanciato un attenti alla Bce, ricordando come fosse stata responsabile (non sotto l’egida di Draghi) di quel trauma da cui l’Italia non si era mai più risvegliata.

Il Quantitative easing è stato già ridotto, tanto che molti strategist parlano di tapering senza farsi molti problemi, nonostante Draghi, almeno fino all’ultimo meeting della Bce, abbia continuato a ripetere come il QE sia uno strumento che potrebbe essere sfoderato e modificato di nuovo in qualsiasi momento, invocando “pazienza, prudenza e persistenza” nella riunione di aprile. Deutsche Welle scrive a tal proposito che Draghi vorrà sicuramente evitare di fare una qualsiasi mossa che possa turbare i mercati finanziari, e dunque evitare il ripetersi di ciò che avvenne quando la Fed annunciò bruscamente la fine del programma QE nel 2013.

Detto questo, riferendosi a chi soffrirà di più e a chi riuscirà a sopravvivere senza troppi problemi alla fine del QE, DW cita i commenti di diversi analisti.

Jan von Gerich, responsabile strategist di Nordea, spiega che “guardando al mercato dei bond, i paesi che saranno più esposti alla fine del Quantitative easing saranno quelli caratterizzati da debiti più alti e da una maggiore emissione netta di titoli. Di conseguenza, anche se i bond della Grecia non sono mai stati acquistati nell’ambito del programma di Quantitative easing, il paese accuserà comunque il colpo”.

von Gerich fa notare inoltre che, per avere un’idea delle turbolenze che potrebbero manifestarsi, è importante considerare anche la distribuzione degli investitori: “gli investitori domestici sono di norma più stabili rispetto a quelli stranieri”. In tal senso, “la Spagna e l’Italia appaiono vulnerabili, così come anche la Francia e il Belgio e, in una certa misura, anche il Portogallo”. Ancora, “si potrebbe guardare alle variazioni nei tassi dei bond dall’inizio del QE: più i tassi sui bond di un determinato paese sono sces, più è probabile che tornino a salire, quando il QE terminerà, partendo dal presupposto che il QE sia stato il principale fattore che ha condizionato i rendimenti”. In questo caso von Gerich non cita l’Italia, facendo notare che i principali cali hanno interessato la Grecia, e successivamente il Portogallo, l’Irlanda e la Spagna.

“Un altro modo per esaminate l’impatto del QE è guardare allo stato dell’economia. Più l’outlook della crescita è debole, più il paese è vulnerabile a tassi di interessde più alti”. In questo caso, invece, l’Italia spicca tra tutti. Un altro parametro per valutare il rischio è quello dei tassi di interesse a breve termine:

“Un paese risulta più suscettibile a un aumento dei tassi di interesse, se i tassi di breve termine sono usati più comunemente. E i tassi di breve termine sono utilizzati molto dalla Finlandia, dal Portogallo, dall’Irlanda, dalla Spagna e dall’Italia, almeno per quanto concerne i mutui accesi dalle famiglie”.

Scorrendo l’articolo, si nota che il nome Italia compare più volte quando si parla di vittime potenziali della fine del Quantitative easing.

“E’ di fatto il paese più vulnerabile a una politica monetaria più restrittiva nelle attuali circostanze”, spiega von Gerich, intendendo per attuali circostanze l’esistenza di un governo che, pur se sta smussando i toni anti-euro, non è certo un fan dell’Ue. In un contesto in cui il minor sostegno da parte della Bce rende il paese più suscettibile agli shock negativi, l’analista afferma che “nessun altro paese (dell’Eurozona) presenta un outlook politico così confuso come quello italiano. Anche la Spagna sta soffrendo una fase di incertezza politica, ma il paese è impegnato a rimanere in Eurozona, la sua economia sta perfomando relativamente bene e le alternative proiposte sono molto meno drastiche rispetto a quelle dell’Italia”.

Tutte le strade portano a Roma: scrive Deutsche Well nell’articolo:

“L’Italia è l’elefante nella stanza. Ha pochi margini di manovra, visto il suo enorme debito pubblico, e i mercati temono che il nuovo governo possa non avere alcuna intenzione di ridurlo”, ha commentato lo strategist di Credit Agricole, Louis Harreau.

von Gerich sottolinea ancora che “condizioni più restrittive di politica monetaria metterebbero ulteriormente sotto pressione l’economia italiana, la fiducia sull’economia e la sostenibilità del debito, e renderebbe anche più difficile per il nuovo governo italiano tentare di concretizzare le sue promesse chiave”. Dopo l’Italia, “anche la Grecia (nonostante non sia inclusa nel piano QE) e il Portogallo appaiono vulnerabili, seguiti dalla Spagna”.

Infine, interpellata da DW, Linda Yueh, economista e autrice del libro “The Great Economists”, afferma:

“Una fine ordinata del QE non dovrebbe avere un impatto significativo sui paesi dell’Eurozona, ma significherà comunque una fonte di richiesta in meno per il debito italiano. Se poi gli eventi politici scateneranno un sell off, anche una eventuale prosecuzione del QW non sarebbe sufficiente a cambiare di molto la situazione”.