Intesa Sanpaolo: punta sulla Francia per transizione energetica

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Intesa Sanpaolo e Irefi hanno tenuto oggi a Parigi il primo ‘Forum dell’Energia Francia-Italia’, sotto l’alto patronato dell’Ambasciata d’Italia.

L’iniziativa, spiega una nota, è stata voluta nei mesi scorsi da Ca’ de Sass per rafforzare la cooperazione tra i due Paesi, valorizzando le opportunità offerte dalla transizione energetica.

Francia e Italia hanno profili energetici differenti, ma i parametri definiti dall’Ue su de-carbonizzazione, utilizzo di fonti rinnovabili e crescita economica sostenibile – assieme agli impegni fissati dalla Cop 21 – hanno spinto i due Governi a varare piani di sviluppo energetico convergenti nel lungo termine: ‘Plan Climat’ e ‘Sen 2017’.

L’obiettivo comune è far fronte alle nuove sfide di competitività economica, sicurezza energetica e sostenibilità ambientale in un contesto in forte cambiamento: un’evoluzione destinata a proseguire nei prossimi decenni e a premiare le imprese che sapranno cogliere e valorizzare i vantaggi derivanti dall’utilizzo di nuove risorse e tecnologie e dai nuovi modelli di business.

La prima edizione dell’evento ha riunito all’Hotel Westin Paris – Vendome numerosi decision-maker pubblici e privati del settore energetico, favorendo il dialogo, lo scambio di idee e le possibili sinergie tra istituzioni e imprese francesi e italiane.

I lavori sono stati aperti dal Presidente di Irefi, Fabrizio Maria Romano, assieme alla General Manager della Succursale Corporate di Intesa Sanpaolo a Parigi, Adriana Saitta, e al General Manager dello European Hub Intesa Sanpaolo di Londra, Alberto Mancuso.

Il Forum dell’Energia è il primo di una serie di incontri che Intesa Sanpaolo e Irefi intendono dedicare alle nuove relazioni tra Francia e Italia, grazie all’impulso alla cooperazione dato dai lavori preparatori del Trattato del Quirinale.

“A dieci anni dall’apertura alla concorrenza straniera, oggi il mercato energetico francese è uno dei più interessanti e vivaci ed è pronto ad accogliere nuovi operatori”, ha dichiarato Saitta. “Abbiamo scelto di tenere il Forum a Parigi perché la Francia rappresenta uno dei mercati più promettenti a livello europeo per il nostro gruppo, un contesto nel quale siamo già riconosciuti e apprezzati, tanto che la maggior parte dei risultati ottenuti dalla nostra succursale di Parigi non deriva da attività con le imprese italiane, bensì dalle relazioni con quelle francesi, soprattutto aziende di grandi dimensioni, molte delle quali quotate”.

“L’Ue punta all’unione energetica tramite una serie di provvedimenti che spingono verso l’unificazione dei mercati, la de-carbonizzazione e la sicurezza energetica. Intesa Sanpaolo può giocare un ruolo fondamentale nel supportare la realizzazione di tali obiettivi, ad esempio finanziando opere quali le interconnessioni tra Paesi”, ha aggiunto Luca Matrone. “In Francia siamo interlocutori privilegiati per le imprese italiane che investono nello sviluppo delle energie rinnovabili e nella vendita di elettricità e gas in una progressiva apertura del mercato verso nuovi fornitori”.

com/ofb

(END) Dow Jones Newswires

June 15, 2018 06:55 ET (10:55 GMT)

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ALLA FACCIA DELL ITALIANITÀ DELLA BANCA DI SISTEMA CHE SI È PRESA AD UN EURO LE BANCHE VENETE E I SOLDI DEI CONTRIBUENTI ITALIANI – CHAPEAX

Addio Qe: mutui e investimenti, ecco cosa cambia

Carlo Musilli firstonline. con 15.6.18

La fine della politica monetaria ultra-espansiva della Bce farà aumentare le rate dei mutui a tasso variabile e il costo dei nuovi prestiti a tasso fisso – La situazione è invece più complicata sul versante del risparmio, con azioni e obbligazioni che reagiranno in modo opposto

Giovedì 14 giugno il presidente della Bce, Mario Draghi, ha annunciato che dal primo gennaio 2019 l’Eurotower chiuderà i rubinetti del quantitative easing, il programma di acquisto titoli che dal 2015 ha portato nella pancia di Francoforte obbligazioni pubbliche e private per migliaia di miliardi di euro. Per quanto riguarda invece i tassi d’interesse, torneranno a salire a partire dall’estate dell’anno prossimo.

Cosa significa tutto questo per l’economia reale?

COSA CAMBIA PER I MUTUI A TASSO FISSO…

Iniziamo dai mutui. Chi ne ha già sottoscritto uno a tasso fisso può stare tranquillo: la rata non cambia. Chi invece non ha ancora acceso un mutuo, ma vorrebbe farlo, deve sbrigarsi a firmare. In previsione dell’aumento dei tassi praticati dalla Bce, infatti, è prevedibile che già da settembre alcune banche aumenteranno lo spread (cioè il loro margine di guadagno) sui contratti a lungo termine. In altre parole, i nuovi mutui a tasso fisso saranno meno convenienti di quelli accesi negli ultimi tre anni. Su un prestito ventennale da 100mila euro, un aumento del tasso dal 2 al 3% comporta un rincaro della rata pari al 10%, da circa 500 a circa 550 euro al mese.

…E PER QUELLI A TASSO VARIABILE

La situazione è diversa per il tasso variabile. Di solito questo tipo di mutui è ancorato al tasso Euribor a 3 mesi, che attualmente è negativo (-0,32%). Non ci dovrebbero essere cambiamenti significativi finché non salirà il tasso praticato nei confronti delle banche che depositano i loro fondi nelle casse della Bce (oggi al -0,40%). Quando però, fra un anno, l’Eurotower metterà mano ai tassi di riferimento, aumenterà anche l’Euribor, che trascinerà con sé il tasso variabile dei mutui. Non sarà piacevole, ma nemmeno drammatico, considerando che un aumento dello 0,3/0,4% farebbe salire la rata di una ventina di euro.

AI RISPARMIATORI CONVIENE?

Per chi ha investito i propri risparmi, invece, la fine della politica monetaria ultra-espansiva della Bce è una notizia ambivalente: positiva per chi ha puntato sulle obbligazioni e potenzialmente negativa per chi ha scelto il mercato azionario.

COSA CAMBIA SUL MERCATO OBBLIGAZIONARIO…

Negli ultimi anni l’ondata di acquisti da parte dell’Eurotower ha fatto crollare i rendimenti dei bond. Questo ha creato problemi a investitori istituzionali come i fondi pensione, che però sono riusciti a far quadrare i conti grazie alla bassa inflazione, che ha permesso di mantenere il valore reale dei capitali investiti praticamente invariato. A breve questo scenario cambierà, perché l’inflazione dovrebbe stabilizzarsi alla quota-obiettivo della Bce (inferiore ma vicina al 2%) e in parallelo i rendimenti delle obbligazioni torneranno a salire, ridiventando appetibili per i risparmiatori.

…E SU QUELLO AZIONARIO

Il discorso è inverso per il mercato azionario, che dal Qe ha tratto beneficio per due ragioni: primo, perché l’intervento della Bce (insieme alla ripresa economica) ha aumentato a dismisura la liquidità in circolazione, favorendo gli investimenti e aumentando la propensione al rischio; secondo, perché i rendimenti bassi dei bond hanno indotto molti investitori a dirottare i capitali sulle azioni. In teoria, la fine del quantitative easing e l’aumento dei tassi dovrebbero invertire questa tendenza. D’altra parte, l’operazione sarà molto graduale e il corso dei listini azionari è influenzato anche da molti altri fattori, per cui il cambiamento della politica monetaria non basta da solo a far prevedere l’avvio di una fase negativa.

Yanis Varoufakis è un pazzo o un profeta?

Il post.it 15.6.18 Davide Maria De Luca

Abbiamo passato una giornata con l’ex ministro greco, che alle prossime elezioni europee vuole riunire la sinistra di tutto il continente e rivoluzionare l’Unione Europea

«Avete notato come le persone cattive stiano tutte insieme? Salvini, Le Pen, Orban: insieme stanno benissimo». Mercoledì pomeriggio una piccola folla si è radunata al centro sociale milanese Macao per ascoltare Yanis Varoufakis, l’ex ministro delle Finanze greco diventato attivista politico. «I progressisti invece non sono altrettanto bravi», ha continuato. «È il momento di ritornare a unirci».

Questa settimana Varoufakis era a Milano per presentare il programma di DIEM 25, la lista transnazionale con cui vuole partecipare alle elezioni europee del 2019 e rivoluzionare il funzionamento dell’Unione Europea. L’incontro di mercoledì pomeriggio, a differenza dell’affollato “spettacolo politico” andato in scena poche ore più tardi, era riservato a un gruppo selezionato di persone: dirigenti del partito Sinistra Italiana, sindacalisti della FIOM, amministratori locali, emissari del sindaco di Napoli Luigi De Magistris e di quello di Parma, Federico Pizzarotti, oltre naturalmente a quegli attivisti che hanno già deciso di aderire a DIEM 25.

Varoufakis ha spiegato loro che il progetto è arrivato a un momento chiave: «Siamo al punto in cui presentiamo il nostro programma progressista perché venga discusso». Entro la fine dell’anno, ha continuato, ci saranno votazioni online per approvare la versione definitiva della piattaforma del partito e primarie per deciderne i candidati. Ci sarà un’unica lista europea e le nazionalità dei candidati saranno mischiate. Varoufakis ha annunciato che si candiderà in Germania.

La presentazione è stata breve. Mentre iniziava la discussione tra i delegati, Varoufakis, che parla perfettamente inglese ma non italiano, ha lasciato l’assemblea per dare un’intervista a una troupe di SkyTg24. Ai delegati, però, ha consegnato un programma di 30 pagine fitto di proposte per riformare profondamente l’Europa. «La crisi peggiorerà ancora se l’establishment continuerà a fingere che non c’è alcuna crisi del progetto Europa», ha spiegato Varoufakis al Post al termine della sua lunga giornata. A mezzogiorno ha incontrato i giornalisti in una conferenza stampa; poi, prima della riunione a porte chiuse con politici ed attivisti, ha avuto una serie di incontri privati che il suo staff ha spiegato servivano per “finanziamento” e “crowdfunding”.

«Prendiamo l’Italia», ha continuato Varoufakis. «Un paese che non può nemmeno respirare a causa del fatto che l’Europa non vuole ammettere l’esistenza della sua stessa crisi. L’Italia è un paese che per i suoi fondamentali economici dovrebbe andare bene. Perché invece lo stipendio medio continua a calare, perché i giovani sono costretti a emigrare, perché gli italiani non hanno più fiducia nel futuro? La risposta è: perché questa economia soffre della perpetua crisi dell’euro e ha alla guida un establishment che nega che ci sia una crisi in corso». Il programma della lista, che non è ancora pubblico ma che il Post ha potuto leggere, ruota intorno a una serie di proposte ambiziose per introdurre in Europa una maggiore condivisione del debito pubblico (compresa l’emissione di una sorta di “eurobond“), un’unione bancaria e una banca europea per fare investimenti pubblici. In altre parole Varoufakis vuole creare un’Europa più unita a livello politico ma soprattutto economico, dove i paesi ricchi del nord siano più solidali con quelli più poveri del sud.

È la seconda volta che Varoufakis si impegna personalmente per cercare di cambiare le cose in Europa. La prima, quella che gli ha dato notorietà mondiale, la portò avanti da ministro delle Finanze del governo greco di Alexis Tsipras nell’estate del 2015. Varoufakis all’epoca era un famoso professore di Economia dalle idee radicali che aveva a lungo insegnato all’estero. All’inizio del 2015 fu scelto dal partito di estrema sinistra Syriza, che secondo tutti i sondaggi avrebbe vinto le successive elezioni, per fare il ministro delle Finanze e condurre i negoziati con la cosiddetta “Troika”, il comitato dei creditori della Grecia formato da Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale.

Secondo Varoufakis, i prestiti ricevuti fino a quel momento dalla Grecia non erano un’ancora di salvataggio ma la zavorra che stava portando la Grecia a fondo. Nel libro Adulti nella stanza, in cui racconta in maniera avvincente i suoi mesi da ministro delle Finanze, Varoufakis riassume così la situazione del suo paese: «La Grecia era nella situazione di qualcuno che usa la sua carta di credito per ripagare le rate del mutuo quando oramai il suo stipendio si è abbassato al punto che non è più in grado di pagare le rate né dell’uno né dell’altra». Secondo Varoufakis la soluzione non poteva che passare da una riduzione del debito accumulato da parte dei creditori, cioè l’accettazione comune che la Grecia avrebbe restituito soltanto una parte dei soldi avuti in prestito. Se i leader europei non fossero stati disposti ad accettare questa riduzione, Varoufakis era pronto a minacciare l’uscita della Grecia dall’euro.

Come previsto, Syriza vinse le elezioni del gennaio 2015 e Varoufakis divenne ministro delle Finanze del governo guidato da Alexis Tsipras. Nel corso del successivo giugno, a pochi giorni dalla scadenza di un importante prestito da rimborsare, i negoziati entrarono nel vivo e Varoufakis fece due proposte che prevedevano ristrutturazione del debito e ammorbidimento dell’austerità. Negoziò in maniera aggressiva, cercando di spiazzare i suoi avversari con un comportamento eccentrico e irrispettoso del protocollo. Ma dopo una sorpresa iniziale, i creditori della Grecia reagirono con forza. Il 25 giugno presentarono al governo greco un ultimatum che conteneva un nuovo prestito, nuove misure di austerità e una vaga promessa di una possibile futura ristrutturazione del debito.

Varoufakis e Tsipras decisero di interrompere i negoziati e di indire un referendum per decidere se accettare o meno le richieste. Syriza fece campagna per il “no” all’accordo e Varoufakis disse che se avesse vinto il “sì” si sarebbe dimesso. Il 5 luglio 2015, il 61 per cento dei greci votò per respingere l’ultimatum. Quella notte Varoufakis si recò da Tsipras convinto di discutere un nuovo round di negoziati oppure l’uscita dall’euro, ma il capo del governo la pensava diversamente. Gli disse, ha raccontato Varoufakis nel suo libro, che il presidente della Repubblica e i servizi di sicurezza erano pronti a intervenire se il governo avesse fatto scelte radicali. Oltre al futuro economico della Grecia, quindi, era in pericolo la stessa democrazia. Varoufakis si dimise quella notte stessa e due settimane dopo Tsipras accettò una proposta dei creditori simile a quella che era stata respinta dal voto dei greci.

Tra anni dopo quegli eventi, secondo molti le idee di Varoufakis sono ancora valide. Il debito greco è effettivamente impossibile da ripagare e l’austerità ha prodotto miseria e sofferenza, riducendo di un quarto il PIL del paese e portando quasi metà dei greci sotto la soglia di povertà. Diversi economisti, tra cui il premio Nobel Paul Krugman, sostengono che le sue proposte di negoziazione fossero moderate e accettabili. Anche un altro dei suoi argomenti è difficile da negare, ossia che – a differenza del popolo greco – i banchieri tedeschi e francesi che prestarono soldi alla Grecia prima della crisi, alimentando la bolla scoppiata nel 2011, non hanno pagato il prezzo del loro sconsiderato investimento.

Ma a Varoufakis non sono state risparmiate critiche severe. Le più difficili da respingere sono quelle che hanno preso di mira la sua strategia negoziale e in particolare l’assunto su cui si basava il suo piano, ossia che l’uscita della Grecia dall’euro avrebbe danneggiato più i suoi creditori che la Grecia stessa. Era senza dubbio un assunto corretto all’inizio della crisi, quando le banche di mezzo continente erano piene di titoli greci e non esistevano meccanismi istituzionali per far fronte al rischio di contagio che avrebbe prodotto una “Grexit”, l’uscita della Grecia dall’euro. Ma nel 2015 questa situazione era cambiata. Le banche erano state messe al sicuro e gli altri paesi periferici, Italia, Spagna e Portogallo, erano oramai protetti dall’ombrello esteso dal Quantitative Easing della BCE. Quando arrivò il momento di decidere, furono i creditori a rimanere fermi nella loro posizione e il governo greco a esitare.

«La Troika ha vinto perché ci ha diviso. Trovarono il modo di convincere Tsipras ad arrendersi», sostiene oggi Varoufakis. Per lui la responsabilità maggiore appartiene al suo primo ministro, che all’ultimo momento decise di abbandonare la linea sulla quale si erano accordati prima dell’inizio dei negoziati, e cioè che l’uscita dall’euro fosse preferibile a un nuovo prestito accompagnato da nuove misure di austerità. «Quando sei Davide e stai affrontando in battaglia Golia, devi riuscire a essere unito. È davvero semplice: se ti presenti diviso perdi», ha aggiunto.

Altri, invece, attribuiscono a Varoufakis almeno una parte di responsabilità. La sua strategia negoziale sarebbe stata troppo brusca e invece che ammorbidire i creditori avrebbe prodotto un loro fatale irrigidimento. Di sicuro c’è che Varoufakis fece di tutto per rafforzare la sua immagine di economista eccentrico e iconoclasta, capace di sostenere anche le tesi meno ortodosse e più rischiose. Appena insediato, non fece nulla per evitare che i media lo trasformassero quasi all’istante in un’icona internazionale. I giornali lo definirono un economista “rockstar” e “il cattivo ragazzo d’Europa“. Il suo attico di Atene e la sua villa nell’isola di Egina divennero famosi per i servizi fotografici sulle riviste patinate di mezzo mondo. Nelle settimane cruciali della trattative i giornali erano pieni di fotografie in cui Varoufakis indossava camicie colorate, viaggiava in motocicletta e si mostrava indossando giacche di pelle.

Dal suo punto di vista, la strategia mediatica era parte della strategia negoziale: serviva a rendere più credibile la sua posizione. I critici però lo accusarono di vanità e protagonismo, dissero che era un eccentrico disposto a ignorare le conseguenze delle sue azioni su un intero continente pur di mettere alla prova le sue teorie. Quando gli abbiamo chiesto conto di queste accuse, è stato l’unico momento in cui Varoufakis si è scaldato. «Tutte le volte che hanno cercato di dipingermi come un ministro delle Finanze narciso e recalcitrante, sapete cosa stavano facendo? Stavano cercando un modo per evitare una discussione seria sulle banche, sul debito, sull’austerità e sulla povertà».

Per quanto sia difficile dire che a Varoufakis la pubblicità dispiaccia, non c’è dubbio che non sia interessato a rimanere al potere a ogni costo. Dopo le sue dimissioni da ministro è tornato a essere una sorta di esiliato politico, abbandonando il suo partito e rifiutando di partecipare alle elezioni che si tennero dopo il nuovo accordo con l’Unione Europea, nel settembre del 2015. Questo non significa però che rinunciò a restare al centro della scena. Anche dopo le dimissioni del 5 luglio rifiutò di prendersi un periodo di pausa per riprendersi dalla sconfitta o per preparare con calma il proprio ritorno, come molti altri avrebbero fatto al suo posto. Varoufakis invece fu preso da un’ondata di nuova energia. Iniziò a scrivere un post al giorno per il suo blog in inglese e greco, e rilasciò interviste quasi quotidiane. Da allora non si è mai fermato. Nel febbraio del 2016 ha fondato DIEM 25 e ha iniziato un tour internazionale che non si è ancora concluso.

Negli ultimi anni Varoufakis si è trasformato in una sorta di strano incrocio tra il rivoluzionario Che Guevara e Tony Blair, l’ex primo ministro britannico diventato un conferenziere internazionale. Il paragone con l’ex primo ministro britannico, autore dello spostamento al centro del Partito Laburista, è più appropriato di quanto potrebbe sembrare in un primo momento. Per quanto frequenti centri sociali e il suo programma porti i chiari segni di un impianto di sinistra, quando arriva il momento di darsi una collocazione ideologica, Varoufakis sembra incerto. «Syriza è un partito di sinistra radicale e guardate cosa ha fatto alla Grecia», risponde quando gli viene chiesto se DIEM 25 sia un partito di sinistra: «Più che le parole, per me sono importanti i fatti. E i fatti sono che la gente non ha più controllo sulla politica. “Democrazia” vuol dire governo del popolo, ma ultimamente la parola “demos” è scomparsa: noi vogliamo ridare il governo al popolo». Non sono parole che sfigurerebbero in un post sul blog di Beppe Grillo o sulla bocca di molti leader populisti europei.

«Si tratta solo di tattica elettorale», ha spiegato al Post un dirigente del movimento. «La nostra piattaforma, il nostro programma e le nostre idee sono di sinistra, non c’è dubbio su questo». Uno sguardo all’indice del programma di cui il Post è entrato in possesso sembra confermarlo. Si parla di accordi a livello europeo sugli standard minimi da applicare ai contratti di lavoro, un “dividendo di cittadinanza” che andrebbe distribuito ai cittadini europei prendendo il denaro da uno speciale fondo comune, di parità di salario per le lavoratrici e di una politica di asilo comune per l’accoglienza dei migranti. Quando al dirigente viene fatto notare che alle precedenti elezioni europee una forza politica con idee simili, ispirata proprio al movimento di Tsipras, non raccolse più del 4 per cento dei voti, lui non si scoraggia: «Non è poco e comunque è più di quanto abbia fatto Liberi e Uguali alle ultime elezioni».

Per molti il progetto di Varoufakis non sarebbe potuto arrivare in un momento più opportuno. La sinistra europea sta vivendo in tutto il continente la sua stagione più difficile. La crisi e l’austerità hanno portato tagli al welfare e ai servizi pubblici, mentre l’apertura ai mercati internazionali ha prodotto delocalizzazioni e licenziamenti che gli Stati, paralizzati dal debito pubblico e da bilanci sempre più in difficoltà, non sono riusciti a riassorbire e aiutare. Proprio davanti a quello che a molti sembra il fallimento dell’economia di mercato, la sinistra non ha saputo offrire una risposta ed è stata quasi ovunque surclassata dalla destra nazionalista e radicale. Per sapere se a raccogliere questi voti dispersi sarà l’eccentrico Varoufakis, impegnato nel ruolo di recalcitrante salvatore di Europa, dovremo attendere il voto del maggio 2019. Ma una cosa sembra abbastanza sicura: quale che sia il risultato, difficilmente Yanis Varoufakis deciderà che è giunto il momento di fermarsi.

Allora, chi sta tentando di “rapire l’Europa”, la Russia o gli Stati Uniti?

DI DMITRIJ MININ

fondsk.ru

Nella guerra dei nervi tra i leader occidentali, nessuno voleva cedere

I disaccordi tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei continuano a crescere. Ancora una volta, questo fatto si è chiaramente palesato nel recente incontro del G7 in Canada. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha persino informato https://twitter.com/realDonaldTrump/status/1005586152076689408   i suoi partner che gli Stati Uniti non avrebbero appoggiato il comunicato finale alla fine del vertice, definendo “false” le dichiarazioni del primo ministro canadese Justin Trudeau sulle tariffe. La guerra di nervi tra i leader occidentali, nella quale, a quanto pare, nessuno vuole cedere, sta diventando sempre più aperta e implacabile.

Tutti sono d’accordo sul fatto che il principale provocatore sia proprio il presidente Trump, il quale, in modo coerente e ostinato sta conducendo la revisione dell’intero sistema di relazioni transatlantiche a favore degli Stati Uniti. La questione delle tariffe è solo uno degli elementi di questa tendenza. Per tal ragione, secondo un’abitudine adottata negli ultimi tempi in Occidente, spesso risuona https://www.welt.de/wirtschaft/article176959718/Handelskrieg-Treibt-Trump-die-EU-in-Putins-Arme.html?wtrid=onsite.onsitesearch la diceria che lo stesso Trump stia giocando a favore della “Russia di Putin”.

La Russia, si vocifera, con l’aiuto di “mezzi ibridi” in tutti i modi aspirerebbe non solo a dividere l’Europa dagli Stati Uniti, ma anche a spaccare la stessa Unione Europea. In altre parole, Putin si accingerebbe a un “rapimento dell’Europa”, e Trump lo starebbe aiutando, ricompensando l’assistenza ricevuta “dai russi” nelle elezioni del 2016. Le dimensioni della “cospirazione della Russia contro l’Europa”, ad esempio, negli scritti https://www.thetimes.co.uk/edition/world/european-voters-elect-pro-putin-governments-7hqhl2pw8 del britannico Edward Lucas, quasi quasi acquisisce natura cosmica. Ai suoi occhi, con l’intento d’indebolire la NATO e l’UE, “agenti russi” all’estero seminerebbero contrasti linguistici, etnici, sociali, regionali, culturali. Come risultato, in Europa è diventato ammissibile criticare la NATO, definendola “un ricattatore aggressivo, costoso, bellicoso” (orrore!), e qualificare i passi politici dell’Alleanza come “tentativi da parte di stranieri d’imporre la loro volontà ai popoli”.

Tuttavia, la realtà ci narra tutt’altro. Si tratta, invece, di Washington che sta cercando di trattenere l’Europa, un tempo da lui «rapita», ma da molto in grado ormai di vivere in modo indipendente. In particolare, è proprio Washington che tenta di contrapporre alcuni membri dell’UE ad altri. Mosca s’inserisce in questo contesto, piuttosto, come dato oggettivo, rispetto a ciò che potrebbe di fatto influenzare.

Dopotutto, nella traduzione dal linguaggio della mitologia al linguaggio della politica, la metafora del “rapimento” rimanda a chi rimarrà col controllo dei principali processi in Europa – agli americani, ai russi o agli stessi europei. Nel caso della Russia, parlare di controllo, non calza: la Russia non ne ha, né la capacità, né la necessità. È sufficiente guardare l’elenco dei partner commerciali dell’UE. Il primo posto, anche se in caduta, continua ad essere occupato dagli Stati Uniti. A fine 2017, il volume del loro giro d’affari ammontava a 631 miliardi di euro, pari al 16,9% del commercio estero dell’UE. Per gli Stati Uniti, la quota dell’UE nel loro interscambio è di circa il 13,5%. La seconda posizione da 573 miliardi di euro (15,3%) è occupata dalla Cina. In terza posizione c’è la Svizzera (261 miliardi di euro, 7%). La Russia è solo quarta (231 miliardi di euro, circa il 6,2%). Allo stesso tempo, nel commercio estero della Russia, la quota rappresentata dall’UE, nel 2017, ha toccato il 42,2%. L’aritmetica elementare, non l’algebra strategica, indica che la Russia dipende ripetutamente più dal commercio con l’Europa che da se stessa. Lo stesso vale per la fornitura d’idrocarburi russi in Europa. Nel bilancio energetico dell’UE, essi non superano il 5%, mentre, per il PIL della Russia i ricavi da tali forniture sono fondamentali. Questa non è semplicemente una leva su entrambe le direzioni: la spalla russa è molto più vulnerabile.

Ed è proprio la Russia che ha bisogno di riflettere seriamente su come risolvere tale problema per il mantenimento della propria sicurezza economica. Un’Unione Europea stabile e in sviluppo efficace risponde agli interessi nazionali russi, quindi non vi sarebbe alcun motivo per far saltare la coesione dell’UE, Mosca non ne avrebbe alcuna ragione. Secondo Vladimir Putin, il 40% delle riserve russe in oro e in valuta sono conservate in euro. Recentemente ha affermato https://tvthek.orf.at/profile/Additional-Content/1670/Langfassung-Wladimir-Putin-Das-Interview/13978963/Langfassung-Wladimir-Putin-Das-Interview/14310995 : “Perché dovremmo smuovere il tutto, compresa la moneta unica europea come derivata dall’oscillazione della stessa Unione Europea?”.

La Russia non ha bisogno di acquisire o di ampliarsi con un ulteriore avamposto in Eurasia poiché, lei stessa, ne costituisce già la parte più considerevole. Per la Russia, il compito principale è proprio quello di mantenere la sua vantaggiosa posizione intermedia tra i due potenti poli economici: la Cina e l’Europa, non d’invadere il loro spazio rovinando così il suo status quo. Alla luce degli accordi che sono echeggiati durante la visita di Putin a Pechino dall’8 al 10 di giugno, nei prossimi anni questa condizione potrebbe addirittura rafforzarsi. Stiamo parlando dell’inserimento della Russia nel programma elaborato dai cinesi, incluso il trasporto passeggeri, per lo sviluppo del traffico ferroviario di merci su elevata velocità (fino a 250 km/h). I container, in andata e ritorno dalla Cina all’Europa, attraverso il territorio russo, su questo percorso potranno giungere a destinazione in soli 2 giorni. In considerazione degli indiscutibili successi cinesi in questo campo, questo progetto darà un potente impulso all’integrazione euro-asiatica.

Diversa è la situazione in relazione alla formazione, sul lungo termine, dei rapporti tra l’Europa e gli Stati Uniti. Solo il mantenimento dell’Europa nella propria orbita garantirà agli Stati Uniti la salvaguardia della loro leadership mondiale. Tuttavia questa attuazione sarà sempre più difficile in un mondo multipolare. I tempi del piano Marshall e la dipendenza incondizionata dell’economia europea dall’economia americana, quando gli americani non dovevano dimostrare nulla ma davano solo disposizioni, sono ormai alle spalle. Da qui, la crescente attenzione della Casa Bianca verso il problema del controllo sugli alleati per compensare il declino del proprio potere statale e la perdita di leve economiche d’influenza. Talvolta questo controllo diventa estremamente meschino e fastidioso, al punto di generare un’evidente irritazione da parte europea, come nel caso delle sanzioni anti-russe; il problema è sorto molto prima del presidente Trump, con lui ha solo acquisito dei contorni più chiari. L’aumento delle offese americane verso il comportamento “parassitario” degli europei, le perdite derivanti dallo scambio di merci con gli stessi europei, sono, a loro volta, una manifestazione del relativo declino di potere dell’America.

Gli Stati Uniti sono ancora il primo partner commerciale dell’UE, ma alle sue spalle l’America sente già il respiro della Cina, la quale, insieme alla Russia, su questo parametro supera già gli Stati Uniti. I progetti di transito già in corso in Eurasia inevitabilmente accelereranno l’ulteriore divergenza di queste traiettorie. Gli Stati Uniti incapaci di resistere alla concorrenza aperta, incluso quella sui mercati europei, ricorrono dappertutto all’utilizzo di metodi non economici per garantire i propri interessi. Ciò si manifesta, sia nell’espansione senza precedenti delle sanzioni contro altri stati (per un qualsiasi motivo), sia nella guerra tariffaria contro i propri alleati.

Fino a poco tempo fa sarebbe stato impossibile immaginare che il vertice del G7 in Canada sarebbe stato tenuto sotto la bandiera del protezionismo e con la ritirata dai principi liberali dell’ordine mondiale, mentre gli stati membri della SCO (Shanghai Cooperation Organization n.d.r.) in una riunione in Cina avrebbero sostenuto il libero commercio senza restrizioni. Ma questo è ciò a cui ora noi stiamo assistendo, osservando cambiamenti radicali nell’agenda mondiale. L’ideologia e la pratica del globalismo sono seriamente erose. È difficile dire cosa ne verrà in cambio. Un dato però è ovvio: più forte sarà il controllo, più forte sarà l’aspirazione a liberarsene.

L’evidente discordia tra Europa e America, in pratica, non dipende da una qualsiasi “azione dietro le quinte” da parte della Russia, ma si basa su profondi processi dello stesso mondo occidentale. L’Europa, legittimamente e inevitabilmente, apparterrà agli europei senza dipendere dalla volontà di qualcun altro. Tenere all’infinito l’Europa in una condizione di “rapimento” non funzionerà. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti, sangue dello stesso sangue del “vecchio continente”, manterranno sempre stretti legami con gli europei. Quindi, il desiderio di una maggior indipendenza da parte di questi ultimi (gli europei n.d.r.) non è un’aspirazione alla scissione indotta da qualcuno, ma un’esigenza fondamentale di uguaglianza, come valore, che sembra essere stata fissata nelle costituzioni di tutti gli stati occidentali.

Dmitrij Minin

Fonte: www.fondsk.ru

Link: https://www.fondsk.ru/news/2018/06/13/tak-kto-pytaetsja-pohitit-evropu-rossia-ili-us-46296.html

13.06.2018

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ELISEO BERTOLASI 15.6.18

Strategie per l’europa contro i populismi (ovvero come darsi la zappa sui piedi)

posted by Telesforo Boldrini scenari economici.it 15.6.18

Ho letto con interesse un saggio pubblicato da Astrid di Nicola Verola, alto funzionario statale e sostenitore accanito e pensante del progetto europeo, una di quelle persone che dovrebbe collaborare con il Professor Savona.

Prima di tutto ne sintetizzerò in pensiero facendo citazioni, ma non  riportando il testo  per intero in quanto coperto da diritti e cercando di essere il più fedele possibile al pensiero dell’autore.

Il saggio parte da una constatazione, la crisi dell’ideale europeista :

Lo scenario “del parlamento Europeo di oggi è ” vagamente surreale, come un Sinodo aperto agli anticlericali.

Dopo pochi decenni, l’inverosimile si è verificato.

Calcoli alla mano, ciò vuol dire che una quota compresa fra il 20 e il 25% degli eurodeputati nutre seri dubbi sulla costruzione europea, quando non la avversa del tutto. Un dato che potrebbe persino peggiorare con le elezioni del 2019.”Citazione1

Questo porta al superamento della tradizionale antitesi destra sinistra.

“Gli elettori non sono più chiamati a scegliere, come in passato, fra ricette alternative per la gestione della cosa pubblica. Devono scegliere fra due visioni del mondo. O meglio, due visioni alternative del rapporto fra la comunità di appartenenza, comunque intesa, e il resto del mondo: da una parte, i fautori della chiusura, che vedono nei vincoli internazionali un ostacolo alla libera espressione della sovranità popolare; dall’altra, i fautori dell’apertura, che considerano l’interdipendenza come un dato ineludibile, l’integrazione europea come una conquista e e la gestione congiunta delle problematiche transnazionali come un valore.” Citazione2

Per Verola questa contrapposizione radicale (e manichea) presenta dei vantaggi (ovviamente per il fronte eurista), ma limiti perché

Non rappresenta la complessità del reale” e dà un “ approccio remunerativo” solo a certe condizione e nel breve periodo. Radicalizzando infatti le posizioni rischia di portare consenso ad un antieuropeismo più radicale nel medio periodo. Quindi

occorre elaborare una mappatura più accurata della nuova geografia politica europea. Una mappatura che faccia salve le istanze di fondo del modello duale – cogliere l’elemento di novità dell’ascesa dei populismi, identificare con chiarezza la posta in gioco, fornire una guida per l’azione politica – delineando al tempo stesso un quadro più articolato delle opzioni politiche disponibili.” Citazione3

Applicando il metodo proposto, si possono individuare quattro grandi orientamenti: gli europeisti convinti, gli europeisti condizionali, gli euroscettici pragmatici e gli euroscettici radicali, … Se si prendono come metro di paragone le politiche economiche, i primi sono fautori convinti dell’approccio ordo-liberista che caratterizza l’Eurozona; i secondi lo condividono fino a un certo punto ma lo ritengono utile per promuovere un’agenda di riforme nazionali; i terzi vedono tutti i limiti delle politiche europee degli ultimi anni ma nutrono una profonda sfiducia nella capacità del proprio Paese di operare correttamente senza un “vincolo esterno” imposto dall’Europa. E’ quest’ultimo un approccio “ortopedico” particolarmente radicato in Italia.Citazione4

Volgendo poi l’attenzione sulle categorie intermedie  l’autore sostiene  che

” gli europeisti condizionali ritengono che il “gioco” europeo vada giocato fino in fondo, seguendone con correttezza le regole, anche quando non sono condivisibili. Essi pensano infatti che i suoi benefici complessivi siano tali da rendere tollerabili anche delle policy subottimali. Certo, cercano di modificarle e le contestano in alcuni casi anche duramente. Ma sempre facendo attenzione a non mettere a repentaglio la tenuta complessiva dell’edificio comune.Citazione5

“Gli euroscettici pragmatici non condividono la visione cosmopolita alla base del progetto europeo ma possono tutto sommato conviverci. Anche perché essi sono spesso conservatori sul piano politico e vedono tutto sommato nell’UE un elemento dello “statu quo”. Se si trovassero a dover scegliere, probabilmente non sottoscriverebbero l’avvio ex nihilo del processo d’integrazione. Ma accettano di preservare quanto è stato costruito dal 1957 ad oggi.

Al tempo stesso, gli euroscettici pragmatici hanno un atteggiamento sostanzialmente positivo nei confronti delle politiche dell’Unione. Molto positivo, fino alla piena adesione, quando ne condividono le premesse ideologiche; abbastanza positivo, tendente all’acquiescenza, quando le considerano un male minore.” Citazione6

Per poi passare agli euroscettici radicali definiti un po’ più sbrigativamente:

“L’ultima categoria, iscritta nel quadrante in basso a destra, è per certi versi la più definita. Ad essa appartengono le formazioni politiche che respingono tutti gli aspetti del processo di integrazione. Gli euroscettici radicali sono contrari alle condivisioni di sovranità e si oppongono alle politiche dell’Unione, per la semplice ragione che, indipendentemente dalla bontà o meno delle singole scelte, non ritengono che esse spettino al livello sovranazionale. Per loro, l’Unione Europea è un insopportabile intralcio; un organismo da abbattere per consentire ai popoli di tornare a essere padroni del proprio destino.” Citazione7

A questo punto avanza la sua tesi.

Dallo schema che abbiamo tratteggiato emergono alcune indicazioni operative. La principale è che, per frenare la deriva anti-europea, occorre innanzitutto evitare che le categorie 2 e 3 – gli europeisti condizionali e gli euroscettici pragmatici – convergano sulla categoria 4. Si radicalizzino cioè fino a diventare apertamente euroscettici.

L’autore ritiene migliore una strategia articolata perché

“Laddove la distanza culturale fra partiti conservatori e moderatamente nazionalisti, da un lato, e populisti anti-europei, dall’altro, è ampia, come in Francia, il “ralliement” liberal democratico (lo schema dualista di Macron) può funzionare. Nei Paesi in cui questa distanza è minore, ingabbiare il dibattito in una dinamica binaria può ritorcersi contro la causa europea, portando gli euroscettici pragmatici o quantomeno i loro elettori a spostarsi verso posizioni più radicali….

… occorre tuttavia parlare il linguaggio della ragionevolezza e della moderazione più che quello della chiamata alle armi. In fondo, gli euro-pragmatici hanno una percezione abbastanza positiva dell’impatto delle politiche europee. Occorre coltivarla, promuovendo riforme mirate. Una governance dell’Eurozona che facilitasse la ripresa nei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi del 2008-2012 e politiche migratorie più efficaci farebbero molto per evitare uno smottamento di questa categoria verso posizioni più radicali.Citazione8

“Per la principale componente degli europeisti condizionali, i progressisti, ciò significa superare l’approccio neo-liberale ed austeritario che ispira la governance dell’Eurozona. O quantomeno far sì che esso non sia una scelta obbligata, come è stato il caso finora, ma una delle ricette alternative a disposizione della politica.

Più in generale, ripristinare l’opzione “voice” all’interno dell’UE significa superare l’approccio tecnocratico, secondo cui la gestione della cosa pubblica non è altro che l’attuazione di una serie di scelte tecniche “inevitabili”. Per farlo, occorre ri-politicizzarle, ciò renderle contendibili” N. VEROLA – LA NUOVA GEOGRAFIA DELLA POLITICA EUROPEA Citazione9

Interessantissima è la conclusione

“Nel complesso, anche se l’opzione “voice” dovesse fallire, lo statu quo potrebbe essere ancora sostenibile. Un’Unione non riformata potrebbe ancora destreggiarsi fra gli scogli dell’euroscetticismo aspettando magari tempi migliori. Questo “tirare a campare” (o, più elegantemente, “muddle through”, secondo l’espressione ormai in voga a Bruxelles) lascerebbe però l’Europa a metà del guado. Con il rischio che prima o poi arrivi un’onda di piena. Una catastrofe inattesa che potrebbe assumere le forme di un’altra crisi finanziaria o semplicemente di un “incidente” elettorale – come per molti versi è stata la Brexit – in un Paese chiave.

E non basta neanche promuovere delle mere alleanze elettorali. Occorre piuttosto adoperarsi per prevenire lo smottamento verso posizioni euroscettiche dei due gruppi che abbiamo definito europeisti condizionali ed euroscettici pragmatici. Un’opera di consolidamento che richiede innanzitutto il ripensamento di alcune delle principali politiche dell’Unione.” Citazione10

Oggettiva e non discutibile l’analisi iniziale citazioni 1 e 2 interessante la distinzione operata nelle 4 posizioni  sull’Europa: Euroentusiasti (citazione 2 e 4), europeisti condizionali ( perlo più la Sinistra) (citazione 5), Euroscettici pragmatici (individuati nei conservatori) (citazione 6) ed euroscettici radicali (citazione7). L’autore s’è infatti concentrato sulla composizione del secondo e terzo gruppo ricercando delle strategie che impedissero la radicalizzazione dell’euroscetticismo trascurando l’archittettura interna del primo e del quarto gruppo (questa assai approssimativa ed anche un po’ grottesca). Mi spiego: il cambiamento in senso più “sociale” delle strategie europee va a confliggere con due assi portanti del primo gruppo vale a dire gli interessi del liberismo finanziario (egemone nella struttura europea odierna) e gli interessi di una parte del terzo gruppo e delle nazioni dell’Europa del Nord per nulla favorevoli ad andare incontro ai debiti del Sud nell’accezione di una narrativa  consolidata e maggioritaria della situazione, fatta e propagandata con costanza negli ultimi 10 anni. E questo spiega perchè la proposta Macron è di fatto già cassata (intendiamoci, l’apparente generosità di Macron nel mettere in comune i debiti aveva una contropartita, si sarebbe spogliata l’Italia di tutto ciò che era a lui appetibile e cedibile a garanzia, non solo di tratti di mare pescoso).

Per quanto riguarda il quarto gruppo lo studio si dimentica di un problema fondamentale che molti suoi esponenti pongono: cioè l’incompatibilità dell’attuale costruzione europea e dei suoi vincoli con i  sistemi democratici nazionali, ribaltando l’asserzione che gli euroscettici  siano i portatori di una deriva autoritaria mentre lo è l’Europa. Che un alto burocrate non si ponga il problema essendo l’attuale Europa  un’organizzazione burocratica e non un organismo democratico (lo inviterei a studiarsi un po’ il professor Guarino) è comprensibile, ma a livello di cittadini il problema rimane ed è spesso percepito così. Sorvolo poi sul fatto che davanti ai singoli problemi gli esponenti della Prima e della Seconda posizione tendano a partire con insulti diretti, intimidazioni mafiose, ricatti finanziari e no, ed altri mezzucci “vomitevoli” che poco hanno a vedere con l’idea della moderazione che l’autore auspica, ma mi appunto sul finale. Lì l’autore senza rendersene conto di fatto legittima ed auspica un piano B per un’uscita dall’Euro. Infatti nel caso che sulla sua strategia fallisca (cosa che in base agli argomenti sopracitati  è possibile, anzi probabile) e il massimo che si riuscirà a ottenere è che l’Europa galleggi fino alla prima seria crisi (citazione 10). Resta da chiedersi cosa fare quando essa arriverà e l’Europa dei burocrati e delle banche   affonderà, subire gli eventi o aver pronta una scialuppa di salvataggio? Messa così direi che ha ragione il Professor Savona.

Macché migranti: via l’Italia dalla Libia, il vero piano Macron

Libreidee.org 15.6.18

Altro che migranti. Dietro lo scontro Francia-Italia c’è il piano di Macron per mettere l’Italia fuori dalla Libia, a partire dal summit di Vienna di fine giugno. Lo sostiene un analista geopolitico come Giulio Sapelli, sul “Sussidiario”, all’indomani dello scontro fra Roma e Parigi sulla nave Aquarius carica di migranti, da cui l’aggettivo “vomitevole” utilizzato sal partito di Macron per definire la nuova politica italiana incarnata da Matteo Salvini. «La politica estera è un gioco di specchi», premette Sapelli: è fatta di miraggi, «dove ciò che appare non è ciò che è», tanto più «laddove lo spazio di potenza è stretto, ossia non si svolge tra cieli e terre immense, l’uno dall’altra lontano». Questo, sostiene Sapelli, «spiega la differenza tra la politica estera e la relazione di potenza tra gli Usa e la Russia, o tra gli Usa e la Cina: si solcano oceani, si parla attraverso cavi sottomarini e satelliti, senza vedersi l’un l’altro se non con le tecnologie». Tutto è diverso, invece, quando lo spazio della politica di potenza è stretto, ossia tra nazioni confinanti, tra mari condivisi, dove ci si può vedere e parlare a viva voce, o con un viaggio che dura una manciata di ore. Faccia a faccia, come sono Italia e Francia, «tutti i fondamenti della potenza si presentano insieme: dal potere politico al potere economico, in un intreccio fortissimo ma che spesso non appare così evidente».

A rompere l’equilibrio è bastata una nuova, drammatica vicenda migratoria, con il ministro degli interni italiano che ha tenuto il punto sulla necessità di far condividere gli arrivi dei migranti in una sorta di “misericordia transfrontaliera”. La Spagna, cheli ha improvvisamente accolti? Il nuovo governo di Madrid «vuole scrollarsi di dosso l’ipoteca tedesca che il partito popolare di Rajoy gli ha imposto e riallacciare un rapporto con gli Stati Uniti, indispensabile dopo la crisi catalana». Tanto è bastato, comunque, «perché il sistema di potere oggi dominante in Francia cominciasse il suo gioco di specchi». Un insulto gratuito da parte di un dirigente di “En Marche” ed ecco le pietre che rotolano, scrive Sapelli, con le richieste di scuse della nostra Farnesina e del muso duro di Macron, «che si rifà il trucco con una sceneggiata nazionalistica, per fronteggiare le critiche da sinistra del suo mentore Pisany, che guida un gruppone di economisti francesi preoccupati dello smantellamento dello stato sociale e della burocrazia weberiana che Macron ha sin da subito iniziato a evocare».

La politica migratoria è importantissima, ma attenti agli specchietti per le allodole, avverte Sapelli: «In quel lago atlantico che è il Mediterraneo, in cui tutto è maledettamente stretto, il problema vero oggi è quello della Libia, e del silenzio che avvolge i preparativi della conferenza viennese del 28-29 giugno, organizzata dalla Noc, ossia dalla compagnia di Stato libica, o di ciò che ne rimane». Attenzione: a rimettere insieme la società petrolifera della Libia sono stati in larga misura dagli italiani, cje però oggi sono estranei alla preparazione di quel congresso, «che oltre alla compagnia energetica austriaca vedrà la partecipazione, udite!udite!, della spagnola Repsol e di una delle più grandi compagnie mondiali di servizi gasiferi e petroliferi, ossia l’immensa Schumberger, certo public company quotata a New York, ma dalle profonde radici francesi, come francese è il suo fondatore». Capito? Una conferenza, quella di Vienna, «che scaturisce dall’incontro parigino tra Haftar e Serraj, chiusosi solo apparentemente con un nulla di fatto, ma in realtà con l’instaurazione di rapporti franco-russi-egiziani che dovrebbero essere decisivi, dopo le prossime elezioni libiche, per cacciare definitivamente gli italiani dalla Libia».

Il tutto – continua Sapelli – incardinato, di silenzio in silenzio, «nei lavori avvolti di mistero del cosiddetto Trattato del Quirinale, ossia del trattato italo-francese che il governo Gentiloni aveva cominciato a scrivere in una quanto mai sbilanciata architettura di potenza: da un lato un fuoriclasse come il ministro Le Maire, per la gloriosa Francia, e dall’altro lato due professionisti stimatissimi ma pur sempre privati cittadini, come l’avvocato Severino e il prof. onorevole Bassanini, in rappresentanza dell’Italia». Una sconcertante «asimmetria dei poteri, sottratta a ogni controllo o iniziativa parlamentare». Sapelli pensa a come si è scritto il più recente trattato franco-tedesco: trasparenza e procedure parlamentari concordate. Basta questo, «per capire che quello che sta avvenendo non è che la parte di un gioco di specchi su cui sarebbe opportuno gettare il fascio di luce dell’argomentazione pubblica: ecco un grande banco di prova per il nuovo governo del cambiamento».

Risiko delle poltrone di Stato. Il terremoto romano aiuta la Lega. Da Cassa Depositi al Gse, passando per l’Alitalia. La scivolata dei 5 Stelle apre nuovi spazi al Carroccio

Stefano Sansonetti la notizia giornale.it 15.6.18

Difficile pensare che non ci sarà una ripercussione sulla delicatissima partita delle nomine. A questo punto, infatti, il potere di interdizione della Lega potrebbe crescere sensibilmente. A giocare in tal senso è soprattutto l’arresto di Luca Lanzalone, presidente di Acea e ascoltato consigliere di Virginia Raggi, finito (con altri) nell’ultima inchiesta “capitale” sullo stadio della Roma. Il fatto è che in queste settimane Lanzalone si stava ritagliando un ruolo di “king maker” pentastellato all’interno del grande festival delle poltrone pubbliche. Il tutto in contatto con Stefano Buffagni, fresco sottosegretario a Palazzo Chigi. Per dire, era stato lo stesso Buffagni, sul finire della scorsa settimana, a bocciare Massimo Sarmi come amministratore delegato della Cassa Depositi e Prestiti gradito alla Lega. “Non rappresenta il cambiamento”, aveva tagliato corto.

La posta in gioco – E proprio sulla battaglia per la Cdp, che grosso modo dovrebbe decidersi a fine mese, potrebbe avere effetti il declino di Lanzalone. Lui stesso veniva considerato come una possibile carta a sorpresa per i vertici della Cdp, finora già opzionati dal mondo delle fondazioni bancarie, almeno per quanto riguarda la presidenza. Dopo la bocciatura di Sarmi sembrava che i Cinque Stelle avessero conquistato margini di movimento in chiave anti-leghista. Aveva ripreso corpo l’ipotesi di Dario Scannapieco, vicepresidente della Bei molto stimato da Mario Draghi, come Ad di Cassa Depositi al di sopra degli schieramenti. Dopo l’ultimo terremoto romano, però, la situazione ritorna nella confusione più totale, con la Lega pronta ad approfittare dello smottamento dell’alleato. Questo non comporta automaticamente un ritorno in gioco di Sarmi, ma una ricalibratura dei poteri. Agli osservatori più attenti non è sfuggito il significato della nomina a viceministro dell’economia del leghista Massimo Garavaglia, profondo conoscitore della Cdp dopo esserne stato per tanti anni consigliere di amministrazione. In fondo il punto è un po’ questo: il colpo subìto da Lanzalone fa emergere con ancora maggiore nettezza l’assenza di una vera “infrastruttura” amministrativa nei 5 Stelle. Parliamo di quel mondo di manager, burocrati, politici dalle vaste frequentazioni senza i quali diventa difficile azionare la macchina di Governo. Qui la Lega la sa molto più lunga. Non per niente, tanto per fare qualche esempio, al ministero dell’istruzione, guidato dal tecnico leghista Marco Bussetti, è rientro in gioco come capo di gabinetto Giuseppe Chiné, che aveva rivestito lo stesso incarico alla Salute con Beatrice Lorenzin ed era stato capo ufficio legislativo del Mef a cavallo dei Governi Berlusconi-Monti-Letta. E non per niente lo stesso Matteo Salvini ha nominato come suo capo di gabinetto al Viminale Matteo Piantedosi, già vicecapo di gabinetto dell’allora ministra Annamaria Cancellieri.

Uomini forti – Ma forse la capacità della Lega di inserirsi negli ingranaggi amministrativi è incarnata meglio di chiunque altro da Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del consiglio che con le ultime disavventure grilline potrebbe conquistare ulteriore terreno. Tra le nomine in ballo, per dire, c’è quella al vertice del Gse, la società del Tesoro che gestisce 16 miliardi di euro l’anno di incentivi alle rinnovabili. C’è la partita di Alitalia, sulla quale aveva buttato un occhio lo stesso Lanzalone, attirato dai compensi di uno dei commissari, Enrico Laghi. Un piatto molto ricco.

Cosa vuol dire per noi la fine del Quantitative Easing (di Giuseppe PALMA)

Giuseppe Palma scenari economici.it 15.6.18

Mario Draghi ha annunciato ieri che il 31 dicembre di quest’anno la Bce metterà fine al programma di acquisto dei Titoli di Stato sul mercato secondario, il cosiddetto Quantitative Easing, il famoso bazooka annunciato da Draghi nel gennaio 2015 e operativo dal marzo di quello stesso anno. Da ottobre a dicembre, cioè l’ultimo trimestre, il programma di acquisto scenderà a 15 mili

Cosa vuol dire tutto questo? Cercherò di spiegarlo semplicemente:

1) breve premessa: la Bce, per suo stesso statuto, non funge da prestatrice illimitata di ultima istanza, cioè non compra i Titoli di Stato sul mercato primario, quelli battuti mensilmente dal Tesoro. Con la conseguenza che ciascuno Stato dell’eurozona, che avendo perso sovranità monetaria per finanziarsi deve necessariamente collocare/rinnovare mensilmente tutti i propri Titoli sul mercato primario, dovrà alzare i tassi di interesse per rendere maggiormente appetibili i Titoli stessi, scaricandone il relativo peso sulla spesa pubblica. Direttamente, la fine del QE comporterà che la Bce non comprerà più i nostri Titoli di Stato sul mercato secondario, con ripercussioni sullo spread, cioè aumenterà il differenziale tra gli interessi Btp-Bund. Questo significa che, per poter tenere in vita l’euro, gli Stati maggiormente “indebitati” dovranno fare tagli selvaggi alle voci di spesa pubblica più sensibili (pensioni, sanità, sicurezza, giustizia etc…, esattamente come avvenne nel 2011);

2) l’euro si apprezzerà sul dollaro mettendo in difficoltà l’export (l’Italia è il secondo Paese esportatore in Europa). Il programma di QE ha prodotto negli anni passati una svalutazione dell’euro sul dollaro nella misura di circa il 30%, causando un beneficio per le esportazioni di tutti i Paesi dell’eurozona, beneficio riscontrabile in una comparazione globale (Ue-Usa) e non infra-Stati (Italia-Germania). La fine del QE comporterà quindi un nuovo apprezzamento dell’euro sul dollaro, mettendo in serie difficoltà l’intero comparto dell’export. Non potendo più intervenire sulla leva del cambio (l’euro è un accordo di cambi fissi), gli Stati dell’eurozona – per tornare ad essere competitivi – saranno costretti ad intervenire ancora una volta sul lavoro (svalutazione del lavoro), quindi contrazione dei salari e precarizzazione selvaggia del rapporto lavorativo;

3) ci chiederanno i “primogeniti” (espressione che prendo in prestito dall’amico Claudio Borghi), cioè la Germania proporrà ulteriori misure capestro pur di salvare l’euro (spiegandolo con un’altra battuta, ci chiederanno di mettere in vendita pure la Fontana di Trevi). Cosa vuol dire questo? A parte la proposta di creare un Fondo Monetario Europeo (una specie di fondo di salvataggio) che fungerà da struttura di strozzinaggio legalizzato, i tedeschi ci chiederanno di portare avanti un programma di privatizzazione dei nostri asset pubblici (i gioielli nazionali, tanto per capirci), esattamente come hanno fatto con la Grecia. Una svendita della ricchezza nazionale peggiore delle devastazioni barbariche.

Cosa farà il Governo italiano di fronte a questa situazione?

Mi limito a rispondere che l’importanza di avere persone come gli amici Paolo Savona e Luciano Barra Caracciolo al Governo del Paese (invece di Gozi e personaggi similari) è certamente più rassicurante per gli interessi nazionali e – può sembrare un paradosso ma non lo è – della stessa Europa. Perchè essere europeisti NON significa essere Sacerdoti dell’euro e dell’Ue, significa invece creare le condizioni perchè l’Europa prosperi secondo quelli che sono i diritti fondamentali sanciti nelle Costituzioni nazionali degli Stati membri. Chi oggi erge l’attuale costruzione monetaria europea a dogma infallibile non fa affatto il bene dell’Europa, ma irrimediabilmente il suo male.

Avv.Giuseppe Palma

Bce scatena crollo euro peggiore da Brexit e tonfo valute emergenti. Alert Argentina e Turchia

15/06/2018 di Laura Naka Antonelli finanzaonline.it

Tra le valute emergenti, si è messo in evidenza ancora il peso argentino, che continua a essere massacrato dalle vendite, a causa della grave crisi che è tornata ad abbattersi …

L’annuncio in stile colomba di Mario Draghi sulla fine del QE mette KO l’euro: l’effetto è un forte sell off sulle valute emergenti che, si sa, sono particolarmente vulnerabili a ogni rally del dollaro. Rally del dollaro che si è rafforzato,  non solo per la Fed dai toni indubbiamente più aggressivi, ma anche, per l’appunto, a causa degli smobilizzi che hanno colpito la moneta unica dopo le parole del numero uno della Bce.

Dai dati raccolti dal WSJ Market data Group, è emerso che il crollo dell’euro nei confronti del dollaro è stato il più sostenuto, su base percentuale, dal giorno successivo al referendum della Brexit del 23 giugno del 2016.

Dopo aver bucato le soglie di $1,18 e $1,17, la moneta unica ha rotto al ribasso anche quota $1,16 e, (al momento segna un lieve recupero), nelle ultime ore di contrattazioni è scivolato fino a $1,1555, al valore più basso dallo scorso 30 maggio, e ben lontano dal massimo in un mese a $1,1853 che aveva testato dopo l’annuncio della fine del QE, prima che Draghi rassicurasse i mercati.  Pur se in ripresa nella sessione odierna, l’euro accusa l’impatto del tonfo della vigilia, pari a -1,9%, e su base settimanale perde -1,72%, soffrendo la settimana peggiore dal novembre del 2016. (Leggi la view degli analisti.)

La perdita dell’euro ha avuto però, almeno nelle ultime ore, anche un effetto contagio sui mercati emergenti. Il suo crollo ha permesso infatti al dollaro di rafforzarsi in modo ancora più sostenuto, tanto che il Bloomberg Dollar Index ha chiuso alla vigilia al record dal luglio del 2017 (beneficiando, come detto sopra, anche dei toni più da falco della Federal Reserve di Jerome Powell).

La conseguenza è stata un poderoso sell off sulle valute dei mercati emergenti, con l’indice di riferimento EM FX capitolato al minimo dal febbraio del 2016.

Tra gli emergenti, si è messo in evidenza ancora il peso argentino, che continua a essere massacrato dalle vendite, a causa della grave crisi che è tornata ad abbattersi sul paese.

Basta pensare che il peso argentino ha perso il 96,5% del suo valore relativo al dollaro, dal 2001.

L’ennesimo scivolone della vigilia ha fatto cadere tra l’altro la testa del numero uno della banca centrale Federico Sturzenegger, che ha presentato la sua lettera di dimissioni al presidente Mauricio Macri.

La decisione è stata presa dopo che il peso  è scivolato fino al nuovo minimo record di 28,20 nei confronti del dollaro sul mercato retail, stando alle rilevazioni di Banco de la Nacion Argentina.

Dalla fine di maggio, la valuta argentina è crollata del 32,14%, e la situazione di allarme ha portato il governo a chiedere un prestito di $50 miliardi al Fondo Monetario Internazionale, al fine di aiutare a stabilizzare l’economia e per ripristinare la fiducia degli investitori.

L’ondata ribassista che ha travolto anche i bond governativi non si è però, nel frattempo, arrestata. I tassi sui Bond a 100 anni dell’Argentina sono volati infatti nelle ultime ore fino al 9%, a fronte di un prezzo che è sceso sotto la soglia di 80 centesimi di dollaro.

Un’altra valuta dei mercati emergenti si è messa in evidenza per le forti perdite subite: si tratta della lira turca, precipitata dopo la reazione del presidente Erdogan alla decisione di Moody’s di mettere sotto osservazione il rating sul debito della Turchia dopo aver tagliato la valutazione qualche mese fa.

Lo scorso 1° giugno, l’agenzia ha reso noto di fatto che la mancanza di chiarezza sulla politica economica del paese mette a rischio i rating a Baa2.

Così come Standard & Poor’s e Fitch, Moody’s ha già un rating junk sulla Turchia; ma giorni fa l’agenzia è tornata alla carica, tagliando le valutazioni e mettendo sotto osservazione per potenziali ulteriori downgrade i rating di 17 banche turche.

Non è mancata la reazione di Erdogan:

“Se Dio vorrà, dopo il 24 giugno (giorno delle elezioni in Turchia), lanceremo un’operazione contro Moody’s”, ha detto il presidente turco, nel corso di un’intervista rilasciata all’emittente privata 24 TV. “Moody’s sta cercando di diffamare la Turchia, di metterla in una posizione difficile…ma non ce la farà”.

Come l’Italia dovrà districarsi tra il bazooka abbassato di Draghi e i tassi eccitati della Fed

Gianfranco Polillo startmag.it 15.6.18

Il Taccuino di Polillo fra mercati e politica: la mossa della Bce, la manovra della Fed e le aste dei titoli di Stato 

Della borsa si parlerà subito dopo. Intanto è necessario registrare quanto avvenuto negli Stati Uniti, in attesa di conoscere i risultati del vertice di Riga: la capitale della Lettonia. Sono circa 2.500 i chilometri che la separano da Roma. Ma le decisioni che saranno assunte, colà, dal board della Bce peseranno enormemente sull’evoluzione economica del Paese. Saranno infatti decisi i nuovi tempi del quantitative easing. Vale a dire il progressivo disimpegno della Banca centrale negli acquisti dei titoli del debito sovrano, secondo le rigide procedure fissate un passato.

Le decisioni di Washington ne hanno, in qualche modo, anticipato i possibili sviluppi. Rialzare i tassi di interesse di riferimento, per collocarli intorno al 2 per cento è già un’indicazione precettiva per mercati finanziari tra loro strettamente comunicanti. Si è trattato della seconda stretta dell’era “Jerome Powell” e della settima dal 2015. Altre ne verranno: una in più rispetto alle precedenti previsioni, entro il 2018. Nel 2019 si vedrà.

Per tornare alla situazione italiana, i primi elementi di valutazione non sono incoraggianti. Nel 2019 l’Italia dovrà rinnovare circa 380 miliardi di titoli in scadenza. Il peso di quelli a medio e lungo termine crescerà di circa 30 miliardi, rispetto ai 200 del 2018. Occhi quindi puntati sul possibile “bit to cover”. Vale a dire sulla differenza di rendimento che il Tesoro dovrà garantire per convincere i potenziali sottoscrittori ad investire i loro risparmi. E non basteranno certo le rampogne di Milena Gabanelli per favorire una scelta che ne tocca il relativo portafogli.

I risultati dell’asta di ieri non rappresentano un buon viatico. Il Tesoro ha offerto un pacchetto composto da circa 9,75 miliardi di euro. Pezzature di vario taglio. Contro un’offerta di 6 miliardi di Bot ad 1 anno, la domanda è stata pari a circa 12 miliardi. Squilibrio che ha consentito la piena collocazione, ma ad un tasso maggiore rispetto a quello delle precedenti aste. Il bit to cover è stato pari all’1,92 per cento. I rendimenti sono infatti passati da meno 0,36 per cento a più 0,55. Ed è stato ancora un prezzo di favore se si considera, che in piena crisi per la formazione del governo, i Bot a 6 mesi erano stati piazzati ad un tasso dell’1,36 per cento.

Per i titoli a più lunga scadenza, i risultati sono stati meno brillanti. Se i Btp a 3 anni sono stati tutti collocati, per un importo pari a 2 miliardi, contro un’offerta di 3,33, il relativo rendimento è ugualmente cresciuto dall’1,34 al 2,37 per cento. Con un bit to cover di poco superiore all’1 per cento. Evidentemente il mercato teme di più le turbolenze di breve periodo e spera che, in un orizzonte più lungo, la crisi italiana possa trovare una soluzione migliore. La stessa cosa si è verificata per i Btp a 7 anni. L’offerta, in questo caso, era pari a 2,25 miliardi, contro una domanda di 2,84. Ne sono stati collocati, tuttavia, un po’ meno. Per un importo pari a 2,13 miliardi. Il rendimento è salito dall’1,34 al 2,37 per cento. Con un bit to cover (poco più dell’1 per cento) non troppo dissimile dal caso precedente.

Più preoccupante, infine, il caso dei Btp a 30 anni. In quest’ultimo caso, l’offerta era pari a 1,5 miliardi, ma ne sono stati piazzati solo 1,03, con un rendimento che è salito dal 2,88 al 3,54 per cento. Un bit to cover dello 0,66 a dimostrazione che il “breve” inquieta più del lungo periodo.

Morale della favola: il costo aggiuntivo di questa tornata è stimato in circa 288 milioni. Da sommare a quello delle aste di alcuni giorni fa, che hanno portato un maggior aggravio di circa 250 milioni. Dalla nascita del governo Conte, quindi, lo Stato italiano dovrà versare circa 500 milioni di maggiori interessi. L’avviso ai naviganti non potrebbe essere più chiaro di così.

Fino a metà giornata la borsa italiana era in perdita (meno 0,7 per cento). Poi le prime notizie su risultati della riunione della Bce, quindi il rapido recupero fino alla chiusura, con un guadagno dell’1,22 per cento. Le decisioni della Bce mostrano i segni del compromesso tra chi (soprattutto i Paesi del Nord) voleva un intervento ben più deciso. E chi (i paesi più esposti dal punto di vista finanziario) peroravano un intervento più morbido.

Gli stessi dati della congiuntura non facevano propendere per una delle sue soluzioni possibili. Inflazione in crescita, sempre più vicina al tetto del 2 per cento (1,9 per cento). Ma l’inflizione core – al netto di energia e materie prime – ancora ferma all’1,1 per cento. Mario Draghi è stato costretto a mediare per una soluzione di compromesso. E compromesso fu, accolto dall’unanimità dei consensi.

Per i prossimi mesi – per tutta l’estate – non cambierà alcunché. Gli acquisti dei titoli del debito sovrano rimarranno immutati. Ma a partire da settembre, la stretta. Gli acquisti saranno dimezzati da 30 miliardi al mese a 15. Per i successivi tre mesi. A partire dall’inizio dell’anno, ogni Stato dovrà vederla da solo. La Bce si limiterà a rinnovare i soli titoli in scadenza.

La struttura dei tassi comunque non subirà modifiche, almeno fino all’estate del 2019. Ma la Bce non abbasserà la guardia: pronta ad intervenire – come precisato dallo stesso Mario Draghi – in caso di turbolenze. E’ importante sottolineare questa disponibilità: significa che il quantitative easing è entrato a far parte degli strumenti ordinari per il controllo del ciclo. Nel presupposto che l’euro – di nuovo le parole di Draghi – è, ormai, irreversibile.

Ci saranno riflessi sull’Italia? Troppo presto per dirlo. Dipenderà dalle scelte del governo. Due sono le variabili da tenere sotto osservazione: il tasso di crescita dell’economia reale e la stabilità finanziaria. Da questo binomio dipenderanno le sorti del governo. E non solo.