Di…sonestà, di…sonestà

16 giugno 2018 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Si fa insistente nei circoli culturali del Paese la voce sulla nuova edizione del giustamente famoso dizionario dei maestri della lingua italiana Devoto & Oli. Nella riedizione ci sarebbe un omissis, ovvero l’assenza della parola “onestà”. La dolorosa ghigliottina avrebbe origine dall’amara constatazione che di onestà in Italia ne circola poca o niente. Inutili i distinguo: alla spartizione di tangenti, all’occultamento di capitali e a numerose varianti della corruzione, partecipa a trecentosessanta gradi l’arco intero dei partiti. Ne sono consapevoli gli elettori che infilano nelle urne il voto con la x sul Movimento 5Stelle perché hanno creduto alla propaganda dell’“abbiamo le mani pulite, tutti gli altri no” e in piazza hanno invocato “onestà, onestà”? Appena messe le mani sulle leve del potere si sono rapidamente adeguati all’andazzo generale e il caso dello Stadio di Roma non sta da solo a dimostrarlo. La cronaca coglie i partiti di maggioranza e opposizione con le dita nella marmellata di corpose tangenti. Nessuna meraviglia se lo scandalo coinvolge anche il Pd. Nel recente passato gli episodi di corruzione con risvolti giudiziari non sono certo mancati e tra le ragioni del recente smacco elettorale c’è in parte anche la disistima per comportamenti illeciti. Interessano meno le disavventure leghiste in materia, da Bossi a Salvini (200mila euro da Parnasi, per lo stadio di Tor di Valle): sono episodi intrinsechi, organici al sistema. Parnasi avrebbe finanziato anche la campagna elettorale di Sala a Milano con 50mla euro.

Lo sdegno è figlio dell’idea tradita della “sinistra con le mani pulite”, probabilmente arrivata al capolinea con il dopo Berlinguer. Prima di lui l’etica del partito comunista era rigorosa al punto da deferire un candidato che avesse osato farsi propaganda con materiale cartaceo del tipo “Vota per…”. Lo stipendio dei funzionari era equiparato a quello di un operaio metalmeccanico e la gestione amministrativa del partito era spartana, attenta alla lira. Il “Fatto quotidiano”, che non spreca un’occasione per la captatio benevolentiae dei suoi lettori, pubblica un’investigazione sulla morosità di iscritti eccellenti, in arretrato con il pagamento delle tessere di appartenenza al partito. Racconta che sono sessanta i decreti ingiuntivi per altrettanti inadempienti. L’ex magistrato ed ex presidente del Senato Grasso deve al Pd oltre ottantamila euro (cinque anni senza versare un euro). L’alibi per discolparsi racconta di difficoltà economiche, ma è smentito dal versamento di 30mila euro al suo nuovo partito Liberi e Uguali. Ora deve rispondere a un’ingiunzione del tribunale ed è in buona compagnia. Altri “onorevoli” (a proposito quando abbandoneranno questo tiolo usurpato?) hanno finto di dimenticare il pagamento delle quote. Lo statuto dei dem prevede il versamento al partito di 1.500 euro al mese di chiunque sia eletto. Il Pd si è rivolto al tribunale (l’avreste mai immaginato trent’anni fa?) che ha emesso altrettanti provvedimenti esecutivi a carico, tra gli altri, di Marco Meloni, Guglielmo Vaccaro, Giovanni Palma, Vincenzo Cuomo, Giovanni Flacone, per cifre che variamo da diecimila a 50mila euro di arretrati. Analoga azione dovrebbe toccare Grasso che sollecitato dal tesoriere del Pd ebbe a giustificarsi sostenendo che non gli sembra opportuno che il presidente del Senato sostenga con soldi pubblici l’attività di un partito. Domanda: ma quelli dei deputati non sono ugualmente pubblici? E poi, per quale discriminante Grasso ha versato 30mila euro a Leu? L’evasione dem è un torrente in piena. Sono infatti diversi i parlamentari che hanno cambiato casacca e hanno trasferito parte dei guadagni al nuovo partito (Mdp e Leu): 11mila euro l’ex senatore Davide Zoggia (ne doveva 12mila al Nazareno), Elisa Simoni 50mila (6mila a Leu), Nico Stumpo, 6mila (ha dato il triplo a Leu). Roberto Speranza, dissidente Pd, ha un debito di 7mila,5 euro (ha versato il doppio a Leu. Eleonora Cimbro deve 9mila euro al Pd, (14mila versati a Liberi e uguali). Quanto è successo indigna particolarmente i 174 dipendenti del Pd in cassa integrazione e senza prospettive per il futuro.

In ballo possibili cambi di direttori e dirigenti Rai (Salvini ha sparato a zero sui Tg). Fico, voce anomala dei 5Stelle, teme che come sempre la politica metta le mani sulle nomine dei vertici. “Ne resti fuori” ammonisce, ma chi lo ascolterà?

Due big della politica sorprendono distanziandosi dalla prassi consolidata del “sedere avvitato alle poltrone del potere istituzionale”. Lasciano l’ex ministro degli interni Alfano, quasi in silenzio e il leghista Roberto Maroni, probabilmente in contestazione con Salvini. Meritano elogi. A proposito di Salvini, esemplare il rifiuto di Macron di dialogare con lui. “Con il vice di Conte non parlo, Il mio unico interlocutore è il premier”. Conte? Ma avete notato che non apre bocca senza leggere gli appunti che gli hanno preparato? Prima di lui Gentiloni e soprattutto Renzi (a volte per due ore di fila), hanno affrontato i microfoni senza una parola scritta a cui attingere.

La retromarcia cinquestelle sulla mozione per intitolare una strada di Roma al leader neofascista Almirante: “Pensavo di fermare un’altra mozione”, “Non avevo capito, non so chi era Almirante”. Gesù, Gesù, in mano a chi stiamo…

Carlo Messina blocca i 100 milioni di “elemosina” ai soci più disagiati di BPVi e Veneto Banca: continuano i silenzi degli stessi che rimanevano muti davanti a Gianni Zonin

Di Redazione VicenzaPiù 16.6.18

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In occasione dell’assemblea che ieri, 15 giugno, ha decretato la fusione tra Confindustria Padova e Confindustria Treviso, che così staccano di gran lunga l’ora sorella minore di Vicenza per diventare, insieme, la seconda rappresentanza industriale italiana dopo Assolombarda, Carlo Messina, Ad di Intesa Sanpaolo reduce dall’acquisizone per un euro della parte “buona” di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, è tornato sul blocco del fondo di 100 milioni in 5 anni destinato a chi avesse particolari necessità e che ora è congelato perchè alcuni soci hanno chiamato Intesa a rispondere di eventuali indennizzi in quanto subentrante ai due istituti che hanno danneggiato gli azionisti risparmiatori.

 

Messina ha, quindi, dichiarato: «Io stesso sono stato promotore di quel fondo perché nell’ambito del crac delle due banche sono accadute cose che ritengo di una gravità e una ingiustizia tremenda nei confronti di persone con redditi anche molto bassi. Noi abbiamo già pronti 100 milioni di euro pronti da spendere per sostenere le situazioni di disagio, ma chiaramente fino a quando non viene chiarita la situazione attendiamo. Avevamo previsto di spenderli in 5 anni, l’unica cosa che potremo fare sarà eventualmente spenderli in un anno».

Ricordato che il fondo era fatto non di denaro cash, come parrebbe che Messina volesse far intendere, ma di titoli con vincoli particolari e che prevedeva elargizioni per controvalori non superiori a 15.000 euro pro capite, ci stupisce che dal giorno del blocco nessuna voce si sia levata nei confronti di chi, dopo aver “incassato” le parti buone di due banche e alcuni miliardi, quelli sì cash, dallo Stato per accettare il “regalo”, con una mano fa finta di dare a “persone con redditi molto bassi” colpiti da vicende di “una gravità e una ingiustizia tremenda” ma con l’altra blocca un esborso, ripetiamo di carta e non di cash, che priverebbe l’Istituto di 100 milioni sui 3.5 miliardi incassati dalla Stato (garanzie ulteriormenet miliardarie a parte).

Ci stupisce il silenzio, soprattutto locale, nei confronti di un Messina che “non dà” ma non ci dovrebbe stupire perchè è figlio di quello che ha accompagnato e riverito il sistema incarnato da Gianni Zonin che, addirittura, “ha preso” anche l’anima ai soci risparmiatori che ora sono costretti ad elemosinare da chi ha fatto bingo con la banca che pensavano fosse la loro musìna ma che prima è stata il bancomat degli interessi locali e ora lo è di quelli nazionali.

D’altronde non ci possiamo stupire del silenzio locale attuale perchè, se quello precedente era incoraggiato dai trionfalismi del re del vino, ieri Messina ha anche spiegato i grandi “sacrifici” della sua banca per salvare le due popolari venete: «Ci siamo presi cura di 50 miliardi di euro di risparmi degli italiani, 10 mila persone, di 200 mila aziende e integrato il più rapidamente possibile all’interno della banca questi rami di azienda. Io credo che abbiamo fatto tutto il possibile».

Per fare i propri affari di sicuro.

Rivelazione!!! L’Italia ha vinto la Prima Guerra Mondiale!

scenarieconomici.it 16.6.18 Guido Da Landriano

 

Vi possiamo dare una notizia in ESCLUSIVA: l’Italia ha vinto la Grande Guerra. Il messaggio è arrivato in diretta via Whatapps direttamente dal Generale Armando Diaz, letto in diretta da Antonio Maria Rinaldi alla sindacalista dei metalmeccanici Francesca Re David, come potete vedere in questo video, non d’epoca….

Ora vi spiegate le varie vie A. Diaz e vie Vittorio Veneto presenti nelle città italiane!

Dopo aver sorriso, un po’ di serietà:

Francesca Re David è laureata in Storia, possibile che non sappia che abbiamo VINTO; non  PERSO, la Prima Guerra Mondiale? Il fascismo si avvantaggiò della cosiddetta “Vittoria Mutilata”, ma era una Vittoria che ci portò grandi vantaggi territoriali. Chissà se questa signora si ricorda cos’era la Venezia Giulia, o cosa sia la Dalmazia.

In realtà non è un errore casuale, ma un Lapsus Freudiano: la sinistra ha così poca fiducia in se stessa e negli italiani che pensa di aver perso tutte le guerre, ma non è così.

  • Seconda Guerra d’Indipendenza: vinta;
  • Terza Guerra d’indipendenza: vinta, con aiuto prussiano;
  • Prima Guerra d’Abissinia: persa;
  • Guerra Italo-Turca, o di Libia: vinta;
  • Prima Guerra Mondiale, o  la Grande Guerra: vinta
  • Seconda Guerra d’Abissinia: vinta;
  • Seconda Guerra Mondiale: Persa.

Solo la sinistra gode nell’umiliazione italiana.

 

Grida al fascismo in Italia ma Varoufakis imbarca i fan dei neo-nazisti ucraini nel suo Movimento

lantidiplomatico.it 16.6.18

Grida al fascismo in Italia ma Varoufakis imbarca i fan dei neo-nazisti ucraini nel suo Movimento
Questo è un momento fascista nella storia dell’Italia e dell’Europa”. Speriamo non voglia aggravare ulteriormente la situazione Yanis Varoufakis, presentando DiEM25, la lista per le elezioni europee, insieme a Inna Shevchenko. Si, proprio lei.  La leader della congrega “Femen”, formalmente impegnata a “contestare i valori patriarcali che impregnano le società industrializzate e le religioni che opprimono le donne”,  in realtà finalizzata a scatenare la più bieca islamofobia e russofobia e la  crescita di movimenti reazionari.

Le eclatanti gesta di questo gruppo non si contano: dall’inneggiare (con tanto di selfie su Twitter) al rogo  della Casa dei sindacati di Odessa (mentre stavano bruciando vive 42 persone), alla glorificazione dei “ribelli siriani” e delle milizie fasciste ucraineall’urinare pubblicamente sulle foto di Putin-Yanukovich  e nelle moschee, al provocare fedeli cattolici (che, poi, quando reagiscono vengono arrestati)…

Attivisti di una qualsiasi organizzazione politica che avessero fatto un centesimo di tutto ciò sarebbero ancora in galera. Non così le Femen, dotate di ingenti risorse finanziarie, legate ad ambienti atlantisti, osannate dai media radical chic e oggi – grazie a DiEM25 – destinate a diventare parlamentari a Strasburgo. Verosimilmente, insieme a noti personaggi che partecipavano, anch’essi, alla conferenza stampa di Varoufakis. Come il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, alla perenne ricerca di qualcuno insieme al quale presentarsi alle elezioni. O il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, già sponsor della lista della Bonino +Europa. Assente, invece, il “socialista” Benoit Hamon – uno dei fondatori di DIEM25 – che, addirittura, ha accusato Macron di vigliaccheria rinfacciandogli di non avere bombardato la Siria insieme a Trump.

Insomma una bella compagnia per far nascere – come recita il motto di DiEM23 – la “primavera europea”. Speriamo che, almeno de Magistris, ci ripensi.

Francesco Santoianni

P.S.  Questo articolo avrebbe dovuto essere pubblicato ieri ma la pubblicazione solo su “Il Fatto Quotidiano” di una notizia così sconvolgente – come la convivenza politica di de Magistris con la Shevchenko – aveva fatto sorgere dubbi sulla sua attendibilità. Dubbi ora dissolti dopo la pubblicazione – sull’account Twitter  di DiEM25 (qui lo screenshot)  di un tweet della Shevchenko(qui lo screenshot); altra conferma il nome della Shevchenko sulla testata della pagina Facebook di DiEM25 (qui lo screenshot) che annuncia l’iniziativa.

Il Vaticano al Club Bilderberg

Da 

Aria nuova alla Santa Sede. Negli stessi giorni di giugno, due eventi vedono protagonista la bimillenaria Chiesa fondata da Gesù Cristo. Nessuna spiritualità, tanto meno cura delle anime. Mentre Bergoglio riceve in Vaticano i vertici delle Sette Sorelle, i giganti dell’energia fossile come Exxon, Royal Dutch, la famiglia Rockefeller, tutti signori di assai incerta devozione ma certissimo potere, il suo collaboratore più importante, il segretario di Stato cardinale Pietro Parolin è ammesso all’annuale riunione del Club Bilderberg.

L’allegra brigata si riunisce a porte chiuse e nella consueta ostentata riservatezza da ben 66 anni. Quest’anno l’onore di ospitare l’evento spetta a Torino, la città degli Agnelli. I membri del circolo sono i più cospicui rappresentanti delle oligarchie al potere: banchieri, finanzieri, azionisti e dirigenti di vertice di multinazionali, i loro maggiordomi politici e i chierici del giornalismo embedded. Gli argomenti trattati, come sempre, sono l’agenda politica, economica, culturale da imporre a gran parte del mondo.  Dopo decenni, l’invito di questa loggia esclusiva, tutt’altro che versata in affari religiosi, si è esteso al ministro degli esteri vaticano.

Parolin, prelato con uso di mondo, non sfigurerà certo accanto a industriali, CEO delle maggiori entità economiche e finanziarie del pianeta, ministri ed ex ministri, influencer delle opinioni pubbliche. L’agenda dell’incontro torinese è assai fitta, i suoi temi di stringente attualità. Discuteranno amabilmente di populismo in Europa, della sfida della disuguaglianza (da essi provocata), futuro del lavoro (flessibile, a chiamata, delocalizzato…), dell’intelligenza artificiale (dunque saranno toccati argomenti come il transumanesimo), Stati Uniti in crisi di leadership, Russia, Iran- i Satana del momento- l’Arabia Saudita, gli amiconi in palandrana seduti su miliardi di barili di petrolio.

Il cardinale Parolin troverà alcuni connazionali italiani di prim’ordine: gli economisti liberisti di sinistra Giovanni Alesina e Mariana Mazzucato, Vittorio Colao di Vodafone (telefonia, reti di telecomunicazione, innovazione, dunque capillare capacità di controllo), una colonna del Bilderberg come Lilli Gruber, gran cerimoniera televisiva, la scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo, oltre naturalmente a John Elkann. Incontrerà una vecchia conoscenza dell’Unione Europa, il portoghese Barroso, diventato, guarda caso, dirigente di Goldman & Sachs. Vedrà anche l’eterno Kissinger, il ministro dell’istruzione francese (la buona scuola LGBT transalpina…) e due novizi dell’inclita compagnia, le stelle nascenti della politica spagnola Soraya Sàenz de Santamarìa e il liberalissimo Albert Rivera, stretto sodale di Macron.

L’illustre brigata riceverà la benedizione di Parolin, ma più verosimilmente, sarà essa stessa ad impartirla, a nome dei Superiori, all’uomo di Chiesa accolto in tanto consesso. Come sempre, decideranno il futuro comune in nostra assenza e contro i principi, gli interessi, la volontà del popolo bue, che accuseranno di populismo e di non credere abbastanza alle loro verità. Si impegneranno attivamente contro di noi, lo dimostra l’agenda ufficiale, integrata come sempre da libere discussioni molto, molto riservate.

Resta una domanda: che cosa c’entra la Chiesa di Gesù Cristo e il popolo di Dio con il Club Bilderberg, i suoi fini e le sue azioni, la sua prassi elitaria, il suo sentimento oligarchico, l’indifferenza per la gente, la distanza incommensurabile da qualunque tradizione spirituale e tensione morale. La neo Chiesa entra nel Tempio dei nemici di sempre, probabilmente dalla porta di servizio. Vedremo le conseguenze, ma qualunque parola uscirà dalla bocca del cardinale Parolin durante le sessioni del club, per ogni impegno che prenderà, ricordi la chiarezza che Gesù, il fondatore della Chiesa di cui è un così alto dignitario, pretese dagli uomini di Dio: “sia il vostro parlare sì sì, no no. Il di più vien dal Maligno”. Pericolosa, sulfurea compagnia quella del Bilderberg, Eminenza. Meglio no, no.

TOR DI VALLE DI LACRIME – PARNASI ERA GIÀ ANDATO A GAMBE ALL’ARIA CON LA SUA PARSITALIA, FINITE IN LIQUIDAZIONE E UNICREDIT COSTRETTA AD ACCOLLARSI I PEZZI DEL SUO EX IMPERO PER RECUPERARE QUALCOSA DEI 450 MILIONI DI EURO DI ESPOSIZIONE. GLI RESTAVA IL TERRENO DEL FUTURO STADIO DELLA ROMA, MA ANCHE LA SUA NUOVA SOCIETÀ ERA PIENA DI DEBITI: 47 MILIONI CONTRO 46 DI VALORE. TANTO SE VA MALE CI PENSANO LE BANCHE (E I LORO CLIENTI) A TOGLIERE LE CASTAGNE DEL FUOCO

DAGOSPIA.COM 15.6.18

Fabio Pavesi per ”La Verità

parnasiPARNASI

Bustarelle e debiti. Tanti debiti. Mentre sulle presunte pratiche corruttive, che hanno portato in carcere Luca Parnasi e i suoi collaboratori, sarà l’inchiesta della Procura romana a fare luce, sul versante del modus operandi finanziario del costruttore romano c’è ancora una volta un copione già scritto. Parnasi come molti immobiliaristi ha sempre lavorato con una montagna di debiti.

È già andato a gambe all’aria una volta con la sua Parsitalia e le sue subholding, finite in liquidazione, con UniCredit il suo principale finanziatore costretto tre anni fa ad accollarsi i pezzi del suo ex impero. Ma il vizietto di usare soldi altrui per i suoi faraonici progetti, Parnasi non l’ha mai perso pur essendo fallito già una volta. E c’è da chiedersi oggi come è possibile affidare la maxi-opera da oltre un miliardo dello Stadio della Roma a un imprenditore così poco solido e poco affidabile.

pallotta-parnasiPALLOTTA-PARNASI

La sua Eurnova, proprietaria del terreno dell’ex ippodromo di Tor di Valle, su cui dovrà sorgere lo Stadio è quanto gli era rimasto in mano  dopo il crac Parsitalia. Anche in questo caso sono i debiti a farla da padrone. Eurnova ha in pancia il terreno comprato nel 2013 e valorizzato 46 milioni di euro nel bilancio. Unico asset coperto tutto da debiti che nel 2016 valevano 47milioni. Dieci milioni solo con UniCredit e poi 19 milioni di debiti con i fornitori e 14 milioni di impegni verso se stesso attraverso la controllante Immobiliare Pentapigna. In mezzo nel reticolo che presiede Eurnova un’altra scatola la Capital Holding con 57 milioni di debiti e un patrimonio di soli 2,8 milioni.

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Leve tirate, tanto debito e poco pochissimo capitale. In fondo anche per quella che doveva segnare la riscossa e che per il rampante immobiliarista romano era il fantasmagorico progetto dello Stadio, la Storia si ripete. Non è bastata l’amara avventura della sua Parsitalia andata a gambe all’aria sotto il peso delle perdite che hanno eroso tutto il capitale e dei debiti.

Sandro Parnasi con la moglieSANDRO PARNASI CON LA MOGLIE

La gran parte degli asset con la zavorra degli ingenti debiti è finita sotto il cappello di UniCredit, il principale finanziatore della famiglia di immobiliaristi che è arrivata ad avere un’esposizione per 450 milioni. Dietro UniCredit altro grande creditore è Mps seguito da Aareal bank. Parnasi con la sua Parsitalia era sommerso da più di 600 milioni di debiti prima della capitolazione, con UniCredit che è subentrato nel 2015 tramite il veicolo Capital Dev e che si è assunto le attività e con esse tutto il debito.

Una storia che ricorda da vicino il salvataggio da parte delle banche della Risanamento di Zunino. Anche nella vicenda Parsitalia, le banche (in questo caso UniCredit) sono subentrate dopo l’accordo di ristrutturazione del debito. È stato creato il veicolo Capital Dev, oggi guidato dallo stesso Claudio Calabi che sta cercando di portare a buon fine la lunga ristrutturazione di Risanamento.

Dovrà tentare di valorizzare le attività delle sei società eredità di Parsitalia e con il ricavato restituire il debito contratto con UniCredit. La parabola di Parsitalia prima dell’accordo di salvataggio di UniCredit è emblematica. Negli anni dal 2013 al 2015 ha cumulato perdite per oltre 180 milioni di euro e si è ritrovata con un patrimonio netto negativo per 20 milioni: un crac evitato dall’intervento di UniCredit, il suo principale finanziatore.

ROMA STADIO TOR DI VALLEROMA STADIO TOR DI VALLE

Le macerie lasciate a UniCredit via Capital Dev sono imponenti. Si è dovuto ricorrere a un finanziamento di 100 milioni per rilevare le attività. Due delle sei società dell’ex Parsitalia, Cave nuove e Pisana, avevano patrimonio netto negativo per oltre 120 milioni. Ora UniCredit deve con pazienza provare a vendere sul mercato quanto rilevato da Parnasi solo per poter ripagare il vecchio debito che aveva fatto collassare il costruttore romano. Che lungi dall’aver imparato la lezione ci ha riprovato con quel mega-progetto molto più grande di lui.

E come da copione è ripartito con il solito canovaccio. Una società, la Eurnova con soli 10 milioni di patrimonio, che ha acquistato i terreni di Tor di Valle facendo subito debiti. Tanto se poi va male, deve aver pensato Parnasi, c’è sempre qualcuno (una banca in genere) che ti toglie le castagne dal fuoco. Ora il capolinea forse definitivo è arrivato.

TOR DI VALLETOR DI VALLESTADIO ROMA TOR DI VALLESTADIO ROMA TOR DI VALLEIPPODROMO DI TOR DI VALLE A ROMAIPPODROMO DI TOR DI VALLE A ROMATOR DI VALLETOR DI VALLE

Vi spiego gli effetti delle mosse di Bce e Fed su euro e dollaro

 STARTMAG.IT 16.6.18

Il Taccuino di Polillo fra mercati e politica con gli effetti sulle valute dopo le mosse di Fed e Bce
Il primo effetto della riunione contemporanea della Fed e della Bce è stato un forte balzo del dollaro sia nei confronti dell’euro che del renminbi cinese. Nel prima caso la rivalutazione è stata, di un solo colpo, subito dopo le relative notizie, del 2 per cento. Con chiusura a quota 1,1567: sui massimi dallo scorso 29 maggio. Il rafforzamento più consistente dal 26 giugno 2016. Stessa sorte è toccata allo yuan che ha perso lo 0,53 per cento. In particolare la Banca popolare cinese ha fissato il cambio con il biglietto verde, contro il renminbi a 6,43 contro i 6,396 del giorno precedente.

Questa piccola turbolenza valutaria riflette le nuove valutazioni del mercato. Le previsioni sono per un dollaro destinato a rivalutarsi ancora (si parla di una forchetta compresa tra 1,1450 e 1,151 nei confronti dell’euro) in ragione della maggior forza finanziaria degli Stati Uniti, a seguito di una politica monetaria, comparativamente, più restrittiva. La Fed, infatti, non solo ha deciso di aumentare i tassi di interesse per il 2018 (ancora due rialzi), ma di prospettarne – secondo i rumors del mercato – altre tre nel 2019. L’attuale differenza tra i tassi praticati dalla Fed è quelli della Bce è pari a circa 2 punti percentuali. Le successive strette dovrebbero far aumentare i differenziali. Com’è noto, infatti, Francoforte ha deciso di ridurre progressivamente l’acquisto di titoli del debito pubblico fino ad esaurimento (dicembre 2018). In compenso i tassi d’interesse dovrebbero rimanere immutati, fino all’estate del 2019 e l’acquisto di titoli limitato al solo rinnovo dei bond posseduti.

Il mercato dei capitali ha compreso il segnale e trasferito risorse oltre Atlantico, nell’attesa di maggiori rendimenti. Secondo gli analisti di Société Générale per vedere un recupero dell’euro servono dati macroeconomici dell’Eurozona più forti e un contesto politico più calmo in Italia. Parafrasando il grande Totò, si potrebbe dire che queste condizioni sono a “prescindere”. Ma se esse vogliono avere un connotato negativo nei confronti dell’intesa raggiunta da Mario Draghi, non si può essere d’accordo. Naturalmente esiste una scuola “filo tedesca” che ritiene che il Presidente della Bce abbia ecceduto. In Italia se ne è fatto più volte portavoce Mario Monti. L’idea è quella che solo il “rigore” possa indurre a comportamenti virtuosi. Un po’ come quel padre che, per educare i figli, usa la cinta dei pantaloni.

Se tuttavia consideriamo i dati economici, questa tesi non ha un grande fondamento. Negli Stati Uniti, il ritmo di crescita è sostenuto e l’inflazione ha rialzato la testa, superando la soglia simbolica del 2 per cento. Il mercato del lavoro segnala fenomeni di irrigidimento, con un tasso di disoccupazione al limite del livello frizionale: la spia rossa che dimostra l’esistenza di strozzature nell’offerta. In Europa la situazione è completamente diversa. Esclusa la Germania, che può contare su un attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, pari all’8,2 per cento e quindi del forte traino delle esportazioni, il resto dell’Eurozona, salvo altre limitate eccezioni (Lussemburgo, Olanda e, in parte Italia) vive in una condizione completamente diversa.

Il tasso medio di disoccupazione, esclusi i Paesi indicati, ma non l’Italia, è ancora troppo forte. Più vicino alle due che non ad una sola cifra. Il tasso di crescita è aumentato, rispetto agli anni precedenti. Ma in questo caso il traino della Germania è stato determinate. Basta visitare qualche regione del Nord Italia e vedere quante aziende sono solo “terziste”. Producono parti di ricambio per le grandi imprese meccaniche con il brand “made in Germany”. Il deflatore dell’Eurozona si avvicina all’1,9 per cento, ma soprattutto a causa di quei beni che non fanno parte dell’inflazione core: il parametro che dovrebbe contare ai fini della politica monetaria. La deflazione degli anni passata è, in larga misura superata, ma rimangono code velenose. Imporre un’ulteriore stretta creditizia avrebbe rafforzato o indebolito quei dati macroeconomici indicati dagli analisti di Société Générale?

Ci sembra allora di poter dire che Mario Draghi di fronte ad un dilemma ha scelto la strada più giusta. Poteva premiare il mercato finanziario, alzando i tassi di interesse. Ma a discapito dell’economia reale. O fare l’opposto. Alla fine è, giustamente, prevalsa questa seconda considerazione. Che forse penalizza un po’ le banche, che subiscono un piccolo effetto di spiazzamento nei confronti dei fondi di investimento esteri. Ma in compenso contribuisce a sostenere il ciclo della produzione. E’ infatti evidente che un aumento dei tassi di riferimento avrebbe determinato una stretta del credito nei confronti di tutti gli operatori economici. Ed in un Paese, come l’Italia, in cui il credito bancario è linfa vitale per un sistema di piccole e piccolissime imprese, non sarebbe stato, certo, una manna.

La borsa, comunque, non ha apprezzato queste sottili distinzioni. Il calo generalizzato, salvo qualche eccezione, ha portato ad una caduta dell’indice dell’1,32 per cento. In sofferenza anche le altre borse europee. Sebbene gli spread sui titoli italiani siano scesi a 221 punti base, con una flessione del 4 per cento: la più forte rispetto agli altri titoli europei. Esclusa l’Austria.

Banco Bpm, il derisking continua

FIRSTONLINE.IT 16.6.18

La banca guidata da Castagna ha compiuto un altro passo decisivo per la riduzione dei crediti difficili attraverso una nuova cartolarizzazione

Banco Bpm, il derisking continua

Banco Bpm annuncia che, venerdì 15 giugno è stata completata l’operazione di cartolarizzazione (c.d. “Project Exodus”), mediante l’emissione, da parte della società veicolo per la cartolarizzazione “Red Sea SPV SRL”, delle seguenti classi di titoli (ABS – Asset-Backed Securities):

• Titoli senior pari a Euro 1,656,505,000 milioni, corrispondenti al 32,5% del valore nominale e al 33,1% del valore contabile alla data di cut-off del 30.09.2017, a cui è stato attribuito un rating Baa2 e BBB rispettivamente da parte di Moody’s Investors Service e Scope Ratings GmbH;

• Titoli mezzanine pari a Euro 152,908,000 milioni;

• Titoli junior pari a circa Euro 50,969,000 milioni.

I titoli senior avranno un coupon pari a 6M Euribor + 0,6%. In relazione a tali titoli senior è stato attivato l’iter per il rilascio, da parte dello Stato Italiano, della garanzia sulla cartolarizzazione delle sofferenze ai sensi del D.L. 8/2016 (“GACS”). Il deconsolidamento ai fini contabili delle sofferenze sottostanti è previsto con effetto dal 30 giugno 2018, a seguito del collocamento dei titoli mezzanine e junior presso investitori istituzionali al termine di un processo competitivo attualmente in fase di completamento; in questo modo in soli 18 mesi Banco BPM supererà i target di derisking del piano originale.

Una volta completato il “Project Exodus”, le cessioni di sofferenze complessivamente operate da Banco BPM a partire dal 2016 ammonteranno a circa Euro 9,5 miliardi, corrispondenti a circa tre quarti del nuovo obiettivo di cessioni, passato da Euro 8 miliardi nel Piano Strategico 2016-2019 a Euro 13 miliardi.

L’operazione è stata strutturata dal team di Deutsche Bank, Mediobanca Banca di Credito Finanziario e Banca Akros in qualità di Arranger. Chiomenti e Riolo Calderaro Crisostomo hanno assistito rispettivamente Banco BPM e gli Arranger per gli aspetti legali. La società veicolo di cartolarizzazione ha nominato come Servicer e Special Servicer del portafoglio cartolarizzato Prelios Credit Servicing S.p.A., che svolgerà, in nome e per conto, della SPV medesima, l’attività di gestione, amministrazione, recupero e riscossione dei crediti.

Barrese (Intesa Sanpaolo): “Intesa Russia è una banca importante”

askanews.it 15.6.18
“l’Italia storicamente ha sempre avuto un rapporto di ponte”
Barrese (Intesa Sanpaolo): “Intesa Russia è una banca importante”

Roma, 15 giu. (askanews) – “Intesa Russia è una banca importante, che ci consente di accompagnare i nostri clienti in Russia”. Così Stefano Barrese, responsabile della divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo in un seminario a Roma organizzato da Conoscere Eurasia. “In tutte le regioni del Paese la Banca assicura un accompagnamento. Sempre più corporate. Cercando di dare una copertura alle aziende”, ha aggiunto.

Per poi sottolineare che “l’Italia storicamente ha sempre avuto un rapporto di ponte” verso la Russia. Inoltre “l’Italia può svolgere una funzione di ammorbidimento della situazione internazionale”.

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Segni di punteggiatura in italiano: punto esclamativo, ortografia e grammatica

BARRESE TE LE SEI DIMENTICATE LE BANCHE VENETE E TUTTI I PROCLAMI INIZIALMENTE FATTI?

«Grease», compie quarant’anni il film che ci ha fatto ballare e innamorare

Il 16 giugno 1978 usciva il musical che ha reso famosi John Travolta e Olivia Newton-John. Un pezzo di cultura popolare, post-moderno e raffinato, che racconta gli anni Cinquanta e la loro estetica

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Il 16 giugno 1978 usciva nei cinema americani un film destinato a fare epoca: Grease.

Il film era ambientato 20 anni prima ed era ispirato a un musical che, dal ’72 faceva il tutto esaurito a Broadway.

Inizialmente la produzione voleva, per il ruolo del protagonista, Henry Winkler, più noto come il Fonzie della serie televisiva Happy Days. L’attore rifiutò perché il personaggio del protagonista maschile di Grease era troppo simile a Fonzie: stesso atteggiamento sbruffone, stesso giubbotto, stesso ciuffo.

A quel punto, venne chiamato John Travolta che aveva già interpretato Grease a teatro stava vivendo il suo momento d’oro in seguito al successo della Febbre del sabato seraTravolta volle come partner Olivia Newton-John, una cantante australiana sconosciuta a Hollywood e nel resto del mondo. Nonostante la differenza d’età tra i due e nonostante il fatto che un 25enne e una 30enne non siano esattamente gli studenti delle superiori che dovrebbero essere Danny e Sandy, i protagonisti di Grease, mai casting fu più felice e riuscito.

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Colorato, spensierato, girato con una maestria che valorizza i numeri musicali come ai tempi d’oro del genere, Grease celebra e al tempo stesso critica il perbenismo e lo stile di vita degli anni Cinquanta, ma non dimentica di riportare i primi vagiti della rivoluzione giovanile in arrivo. Prendete la scena finale: Danny, un “ribelle senza causa” alla James Dean è diventato un ragazzotto buono come il pane mentre Sandy che a inizio film è la fotocopia di Sandra Dee, la santerellina acqua e sapone del cinema anni Cinquanta, appare vestita sexy, come una ragazza trasgressiva, ovviamente al solo scopo di riconquistare l’Amore, valore e motore supremo di questo universo romantico.

Grease è un pezzo di cultura popolare, post-moderno e raffinato perché è già, a suo modo, una riflessione sugli anni Cinquanta e la loro estetica.

All’ultimo Festival di Cannes è stata presentata una versione restaurata che presto uscirà in Blu-Ray, con aggiunta di molto materiale inedito.

 

 

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