Di…sonestà, di…sonestà

16 giugno 2018 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Si fa insistente nei circoli culturali del Paese la voce sulla nuova edizione del giustamente famoso dizionario dei maestri della lingua italiana Devoto & Oli. Nella riedizione ci sarebbe un omissis, ovvero l’assenza della parola “onestà”. La dolorosa ghigliottina avrebbe origine dall’amara constatazione che di onestà in Italia ne circola poca o niente. Inutili i distinguo: alla spartizione di tangenti, all’occultamento di capitali e a numerose varianti della corruzione, partecipa a trecentosessanta gradi l’arco intero dei partiti. Ne sono consapevoli gli elettori che infilano nelle urne il voto con la x sul Movimento 5Stelle perché hanno creduto alla propaganda dell’“abbiamo le mani pulite, tutti gli altri no” e in piazza hanno invocato “onestà, onestà”? Appena messe le mani sulle leve del potere si sono rapidamente adeguati all’andazzo generale e il caso dello Stadio di Roma non sta da solo a dimostrarlo. La cronaca coglie i partiti di maggioranza e opposizione con le dita nella marmellata di corpose tangenti. Nessuna meraviglia se lo scandalo coinvolge anche il Pd. Nel recente passato gli episodi di corruzione con risvolti giudiziari non sono certo mancati e tra le ragioni del recente smacco elettorale c’è in parte anche la disistima per comportamenti illeciti. Interessano meno le disavventure leghiste in materia, da Bossi a Salvini (200mila euro da Parnasi, per lo stadio di Tor di Valle): sono episodi intrinsechi, organici al sistema. Parnasi avrebbe finanziato anche la campagna elettorale di Sala a Milano con 50mla euro.

Lo sdegno è figlio dell’idea tradita della “sinistra con le mani pulite”, probabilmente arrivata al capolinea con il dopo Berlinguer. Prima di lui l’etica del partito comunista era rigorosa al punto da deferire un candidato che avesse osato farsi propaganda con materiale cartaceo del tipo “Vota per…”. Lo stipendio dei funzionari era equiparato a quello di un operaio metalmeccanico e la gestione amministrativa del partito era spartana, attenta alla lira. Il “Fatto quotidiano”, che non spreca un’occasione per la captatio benevolentiae dei suoi lettori, pubblica un’investigazione sulla morosità di iscritti eccellenti, in arretrato con il pagamento delle tessere di appartenenza al partito. Racconta che sono sessanta i decreti ingiuntivi per altrettanti inadempienti. L’ex magistrato ed ex presidente del Senato Grasso deve al Pd oltre ottantamila euro (cinque anni senza versare un euro). L’alibi per discolparsi racconta di difficoltà economiche, ma è smentito dal versamento di 30mila euro al suo nuovo partito Liberi e Uguali. Ora deve rispondere a un’ingiunzione del tribunale ed è in buona compagnia. Altri “onorevoli” (a proposito quando abbandoneranno questo tiolo usurpato?) hanno finto di dimenticare il pagamento delle quote. Lo statuto dei dem prevede il versamento al partito di 1.500 euro al mese di chiunque sia eletto. Il Pd si è rivolto al tribunale (l’avreste mai immaginato trent’anni fa?) che ha emesso altrettanti provvedimenti esecutivi a carico, tra gli altri, di Marco Meloni, Guglielmo Vaccaro, Giovanni Palma, Vincenzo Cuomo, Giovanni Flacone, per cifre che variamo da diecimila a 50mila euro di arretrati. Analoga azione dovrebbe toccare Grasso che sollecitato dal tesoriere del Pd ebbe a giustificarsi sostenendo che non gli sembra opportuno che il presidente del Senato sostenga con soldi pubblici l’attività di un partito. Domanda: ma quelli dei deputati non sono ugualmente pubblici? E poi, per quale discriminante Grasso ha versato 30mila euro a Leu? L’evasione dem è un torrente in piena. Sono infatti diversi i parlamentari che hanno cambiato casacca e hanno trasferito parte dei guadagni al nuovo partito (Mdp e Leu): 11mila euro l’ex senatore Davide Zoggia (ne doveva 12mila al Nazareno), Elisa Simoni 50mila (6mila a Leu), Nico Stumpo, 6mila (ha dato il triplo a Leu). Roberto Speranza, dissidente Pd, ha un debito di 7mila,5 euro (ha versato il doppio a Leu. Eleonora Cimbro deve 9mila euro al Pd, (14mila versati a Liberi e uguali). Quanto è successo indigna particolarmente i 174 dipendenti del Pd in cassa integrazione e senza prospettive per il futuro.

In ballo possibili cambi di direttori e dirigenti Rai (Salvini ha sparato a zero sui Tg). Fico, voce anomala dei 5Stelle, teme che come sempre la politica metta le mani sulle nomine dei vertici. “Ne resti fuori” ammonisce, ma chi lo ascolterà?

Due big della politica sorprendono distanziandosi dalla prassi consolidata del “sedere avvitato alle poltrone del potere istituzionale”. Lasciano l’ex ministro degli interni Alfano, quasi in silenzio e il leghista Roberto Maroni, probabilmente in contestazione con Salvini. Meritano elogi. A proposito di Salvini, esemplare il rifiuto di Macron di dialogare con lui. “Con il vice di Conte non parlo, Il mio unico interlocutore è il premier”. Conte? Ma avete notato che non apre bocca senza leggere gli appunti che gli hanno preparato? Prima di lui Gentiloni e soprattutto Renzi (a volte per due ore di fila), hanno affrontato i microfoni senza una parola scritta a cui attingere.

La retromarcia cinquestelle sulla mozione per intitolare una strada di Roma al leader neofascista Almirante: “Pensavo di fermare un’altra mozione”, “Non avevo capito, non so chi era Almirante”. Gesù, Gesù, in mano a chi stiamo…

Carlo Messina blocca i 100 milioni di “elemosina” ai soci più disagiati di BPVi e Veneto Banca: continuano i silenzi degli stessi che rimanevano muti davanti a Gianni Zonin

Di Redazione VicenzaPiù 16.6.18

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In occasione dell’assemblea che ieri, 15 giugno, ha decretato la fusione tra Confindustria Padova e Confindustria Treviso, che così staccano di gran lunga l’ora sorella minore di Vicenza per diventare, insieme, la seconda rappresentanza industriale italiana dopo Assolombarda, Carlo Messina, Ad di Intesa Sanpaolo reduce dall’acquisizone per un euro della parte “buona” di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, è tornato sul blocco del fondo di 100 milioni in 5 anni destinato a chi avesse particolari necessità e che ora è congelato perchè alcuni soci hanno chiamato Intesa a rispondere di eventuali indennizzi in quanto subentrante ai due istituti che hanno danneggiato gli azionisti risparmiatori.

 

Messina ha, quindi, dichiarato: «Io stesso sono stato promotore di quel fondo perché nell’ambito del crac delle due banche sono accadute cose che ritengo di una gravità e una ingiustizia tremenda nei confronti di persone con redditi anche molto bassi. Noi abbiamo già pronti 100 milioni di euro pronti da spendere per sostenere le situazioni di disagio, ma chiaramente fino a quando non viene chiarita la situazione attendiamo. Avevamo previsto di spenderli in 5 anni, l’unica cosa che potremo fare sarà eventualmente spenderli in un anno».

Ricordato che il fondo era fatto non di denaro cash, come parrebbe che Messina volesse far intendere, ma di titoli con vincoli particolari e che prevedeva elargizioni per controvalori non superiori a 15.000 euro pro capite, ci stupisce che dal giorno del blocco nessuna voce si sia levata nei confronti di chi, dopo aver “incassato” le parti buone di due banche e alcuni miliardi, quelli sì cash, dallo Stato per accettare il “regalo”, con una mano fa finta di dare a “persone con redditi molto bassi” colpiti da vicende di “una gravità e una ingiustizia tremenda” ma con l’altra blocca un esborso, ripetiamo di carta e non di cash, che priverebbe l’Istituto di 100 milioni sui 3.5 miliardi incassati dalla Stato (garanzie ulteriormenet miliardarie a parte).

Ci stupisce il silenzio, soprattutto locale, nei confronti di un Messina che “non dà” ma non ci dovrebbe stupire perchè è figlio di quello che ha accompagnato e riverito il sistema incarnato da Gianni Zonin che, addirittura, “ha preso” anche l’anima ai soci risparmiatori che ora sono costretti ad elemosinare da chi ha fatto bingo con la banca che pensavano fosse la loro musìna ma che prima è stata il bancomat degli interessi locali e ora lo è di quelli nazionali.

D’altronde non ci possiamo stupire del silenzio locale attuale perchè, se quello precedente era incoraggiato dai trionfalismi del re del vino, ieri Messina ha anche spiegato i grandi “sacrifici” della sua banca per salvare le due popolari venete: «Ci siamo presi cura di 50 miliardi di euro di risparmi degli italiani, 10 mila persone, di 200 mila aziende e integrato il più rapidamente possibile all’interno della banca questi rami di azienda. Io credo che abbiamo fatto tutto il possibile».

Per fare i propri affari di sicuro.

Rivelazione!!! L’Italia ha vinto la Prima Guerra Mondiale!

scenarieconomici.it 16.6.18 Guido Da Landriano

 

Vi possiamo dare una notizia in ESCLUSIVA: l’Italia ha vinto la Grande Guerra. Il messaggio è arrivato in diretta via Whatapps direttamente dal Generale Armando Diaz, letto in diretta da Antonio Maria Rinaldi alla sindacalista dei metalmeccanici Francesca Re David, come potete vedere in questo video, non d’epoca….

Ora vi spiegate le varie vie A. Diaz e vie Vittorio Veneto presenti nelle città italiane!

Dopo aver sorriso, un po’ di serietà:

Francesca Re David è laureata in Storia, possibile che non sappia che abbiamo VINTO; non  PERSO, la Prima Guerra Mondiale? Il fascismo si avvantaggiò della cosiddetta “Vittoria Mutilata”, ma era una Vittoria che ci portò grandi vantaggi territoriali. Chissà se questa signora si ricorda cos’era la Venezia Giulia, o cosa sia la Dalmazia.

In realtà non è un errore casuale, ma un Lapsus Freudiano: la sinistra ha così poca fiducia in se stessa e negli italiani che pensa di aver perso tutte le guerre, ma non è così.

  • Seconda Guerra d’Indipendenza: vinta;
  • Terza Guerra d’indipendenza: vinta, con aiuto prussiano;
  • Prima Guerra d’Abissinia: persa;
  • Guerra Italo-Turca, o di Libia: vinta;
  • Prima Guerra Mondiale, o  la Grande Guerra: vinta
  • Seconda Guerra d’Abissinia: vinta;
  • Seconda Guerra Mondiale: Persa.

Solo la sinistra gode nell’umiliazione italiana.

 

Grida al fascismo in Italia ma Varoufakis imbarca i fan dei neo-nazisti ucraini nel suo Movimento

lantidiplomatico.it 16.6.18

Grida al fascismo in Italia ma Varoufakis imbarca i fan dei neo-nazisti ucraini nel suo Movimento
Questo è un momento fascista nella storia dell’Italia e dell’Europa”. Speriamo non voglia aggravare ulteriormente la situazione Yanis Varoufakis, presentando DiEM25, la lista per le elezioni europee, insieme a Inna Shevchenko. Si, proprio lei.  La leader della congrega “Femen”, formalmente impegnata a “contestare i valori patriarcali che impregnano le società industrializzate e le religioni che opprimono le donne”,  in realtà finalizzata a scatenare la più bieca islamofobia e russofobia e la  crescita di movimenti reazionari.

Le eclatanti gesta di questo gruppo non si contano: dall’inneggiare (con tanto di selfie su Twitter) al rogo  della Casa dei sindacati di Odessa (mentre stavano bruciando vive 42 persone), alla glorificazione dei “ribelli siriani” e delle milizie fasciste ucraineall’urinare pubblicamente sulle foto di Putin-Yanukovich  e nelle moschee, al provocare fedeli cattolici (che, poi, quando reagiscono vengono arrestati)…

Attivisti di una qualsiasi organizzazione politica che avessero fatto un centesimo di tutto ciò sarebbero ancora in galera. Non così le Femen, dotate di ingenti risorse finanziarie, legate ad ambienti atlantisti, osannate dai media radical chic e oggi – grazie a DiEM25 – destinate a diventare parlamentari a Strasburgo. Verosimilmente, insieme a noti personaggi che partecipavano, anch’essi, alla conferenza stampa di Varoufakis. Come il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, alla perenne ricerca di qualcuno insieme al quale presentarsi alle elezioni. O il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, già sponsor della lista della Bonino +Europa. Assente, invece, il “socialista” Benoit Hamon – uno dei fondatori di DIEM25 – che, addirittura, ha accusato Macron di vigliaccheria rinfacciandogli di non avere bombardato la Siria insieme a Trump.

Insomma una bella compagnia per far nascere – come recita il motto di DiEM23 – la “primavera europea”. Speriamo che, almeno de Magistris, ci ripensi.

Francesco Santoianni

P.S.  Questo articolo avrebbe dovuto essere pubblicato ieri ma la pubblicazione solo su “Il Fatto Quotidiano” di una notizia così sconvolgente – come la convivenza politica di de Magistris con la Shevchenko – aveva fatto sorgere dubbi sulla sua attendibilità. Dubbi ora dissolti dopo la pubblicazione – sull’account Twitter  di DiEM25 (qui lo screenshot)  di un tweet della Shevchenko(qui lo screenshot); altra conferma il nome della Shevchenko sulla testata della pagina Facebook di DiEM25 (qui lo screenshot) che annuncia l’iniziativa.

Il Vaticano al Club Bilderberg

Da 

Aria nuova alla Santa Sede. Negli stessi giorni di giugno, due eventi vedono protagonista la bimillenaria Chiesa fondata da Gesù Cristo. Nessuna spiritualità, tanto meno cura delle anime. Mentre Bergoglio riceve in Vaticano i vertici delle Sette Sorelle, i giganti dell’energia fossile come Exxon, Royal Dutch, la famiglia Rockefeller, tutti signori di assai incerta devozione ma certissimo potere, il suo collaboratore più importante, il segretario di Stato cardinale Pietro Parolin è ammesso all’annuale riunione del Club Bilderberg.

L’allegra brigata si riunisce a porte chiuse e nella consueta ostentata riservatezza da ben 66 anni. Quest’anno l’onore di ospitare l’evento spetta a Torino, la città degli Agnelli. I membri del circolo sono i più cospicui rappresentanti delle oligarchie al potere: banchieri, finanzieri, azionisti e dirigenti di vertice di multinazionali, i loro maggiordomi politici e i chierici del giornalismo embedded. Gli argomenti trattati, come sempre, sono l’agenda politica, economica, culturale da imporre a gran parte del mondo.  Dopo decenni, l’invito di questa loggia esclusiva, tutt’altro che versata in affari religiosi, si è esteso al ministro degli esteri vaticano.

Parolin, prelato con uso di mondo, non sfigurerà certo accanto a industriali, CEO delle maggiori entità economiche e finanziarie del pianeta, ministri ed ex ministri, influencer delle opinioni pubbliche. L’agenda dell’incontro torinese è assai fitta, i suoi temi di stringente attualità. Discuteranno amabilmente di populismo in Europa, della sfida della disuguaglianza (da essi provocata), futuro del lavoro (flessibile, a chiamata, delocalizzato…), dell’intelligenza artificiale (dunque saranno toccati argomenti come il transumanesimo), Stati Uniti in crisi di leadership, Russia, Iran- i Satana del momento- l’Arabia Saudita, gli amiconi in palandrana seduti su miliardi di barili di petrolio.

Il cardinale Parolin troverà alcuni connazionali italiani di prim’ordine: gli economisti liberisti di sinistra Giovanni Alesina e Mariana Mazzucato, Vittorio Colao di Vodafone (telefonia, reti di telecomunicazione, innovazione, dunque capillare capacità di controllo), una colonna del Bilderberg come Lilli Gruber, gran cerimoniera televisiva, la scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo, oltre naturalmente a John Elkann. Incontrerà una vecchia conoscenza dell’Unione Europa, il portoghese Barroso, diventato, guarda caso, dirigente di Goldman & Sachs. Vedrà anche l’eterno Kissinger, il ministro dell’istruzione francese (la buona scuola LGBT transalpina…) e due novizi dell’inclita compagnia, le stelle nascenti della politica spagnola Soraya Sàenz de Santamarìa e il liberalissimo Albert Rivera, stretto sodale di Macron.

L’illustre brigata riceverà la benedizione di Parolin, ma più verosimilmente, sarà essa stessa ad impartirla, a nome dei Superiori, all’uomo di Chiesa accolto in tanto consesso. Come sempre, decideranno il futuro comune in nostra assenza e contro i principi, gli interessi, la volontà del popolo bue, che accuseranno di populismo e di non credere abbastanza alle loro verità. Si impegneranno attivamente contro di noi, lo dimostra l’agenda ufficiale, integrata come sempre da libere discussioni molto, molto riservate.

Resta una domanda: che cosa c’entra la Chiesa di Gesù Cristo e il popolo di Dio con il Club Bilderberg, i suoi fini e le sue azioni, la sua prassi elitaria, il suo sentimento oligarchico, l’indifferenza per la gente, la distanza incommensurabile da qualunque tradizione spirituale e tensione morale. La neo Chiesa entra nel Tempio dei nemici di sempre, probabilmente dalla porta di servizio. Vedremo le conseguenze, ma qualunque parola uscirà dalla bocca del cardinale Parolin durante le sessioni del club, per ogni impegno che prenderà, ricordi la chiarezza che Gesù, il fondatore della Chiesa di cui è un così alto dignitario, pretese dagli uomini di Dio: “sia il vostro parlare sì sì, no no. Il di più vien dal Maligno”. Pericolosa, sulfurea compagnia quella del Bilderberg, Eminenza. Meglio no, no.

TOR DI VALLE DI LACRIME – PARNASI ERA GIÀ ANDATO A GAMBE ALL’ARIA CON LA SUA PARSITALIA, FINITE IN LIQUIDAZIONE E UNICREDIT COSTRETTA AD ACCOLLARSI I PEZZI DEL SUO EX IMPERO PER RECUPERARE QUALCOSA DEI 450 MILIONI DI EURO DI ESPOSIZIONE. GLI RESTAVA IL TERRENO DEL FUTURO STADIO DELLA ROMA, MA ANCHE LA SUA NUOVA SOCIETÀ ERA PIENA DI DEBITI: 47 MILIONI CONTRO 46 DI VALORE. TANTO SE VA MALE CI PENSANO LE BANCHE (E I LORO CLIENTI) A TOGLIERE LE CASTAGNE DEL FUOCO

DAGOSPIA.COM 15.6.18

Fabio Pavesi per ”La Verità

parnasiPARNASI

Bustarelle e debiti. Tanti debiti. Mentre sulle presunte pratiche corruttive, che hanno portato in carcere Luca Parnasi e i suoi collaboratori, sarà l’inchiesta della Procura romana a fare luce, sul versante del modus operandi finanziario del costruttore romano c’è ancora una volta un copione già scritto. Parnasi come molti immobiliaristi ha sempre lavorato con una montagna di debiti.

È già andato a gambe all’aria una volta con la sua Parsitalia e le sue subholding, finite in liquidazione, con UniCredit il suo principale finanziatore costretto tre anni fa ad accollarsi i pezzi del suo ex impero. Ma il vizietto di usare soldi altrui per i suoi faraonici progetti, Parnasi non l’ha mai perso pur essendo fallito già una volta. E c’è da chiedersi oggi come è possibile affidare la maxi-opera da oltre un miliardo dello Stadio della Roma a un imprenditore così poco solido e poco affidabile.

pallotta-parnasiPALLOTTA-PARNASI

La sua Eurnova, proprietaria del terreno dell’ex ippodromo di Tor di Valle, su cui dovrà sorgere lo Stadio è quanto gli era rimasto in mano  dopo il crac Parsitalia. Anche in questo caso sono i debiti a farla da padrone. Eurnova ha in pancia il terreno comprato nel 2013 e valorizzato 46 milioni di euro nel bilancio. Unico asset coperto tutto da debiti che nel 2016 valevano 47milioni. Dieci milioni solo con UniCredit e poi 19 milioni di debiti con i fornitori e 14 milioni di impegni verso se stesso attraverso la controllante Immobiliare Pentapigna. In mezzo nel reticolo che presiede Eurnova un’altra scatola la Capital Holding con 57 milioni di debiti e un patrimonio di soli 2,8 milioni.

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Leve tirate, tanto debito e poco pochissimo capitale. In fondo anche per quella che doveva segnare la riscossa e che per il rampante immobiliarista romano era il fantasmagorico progetto dello Stadio, la Storia si ripete. Non è bastata l’amara avventura della sua Parsitalia andata a gambe all’aria sotto il peso delle perdite che hanno eroso tutto il capitale e dei debiti.

Sandro Parnasi con la moglieSANDRO PARNASI CON LA MOGLIE

La gran parte degli asset con la zavorra degli ingenti debiti è finita sotto il cappello di UniCredit, il principale finanziatore della famiglia di immobiliaristi che è arrivata ad avere un’esposizione per 450 milioni. Dietro UniCredit altro grande creditore è Mps seguito da Aareal bank. Parnasi con la sua Parsitalia era sommerso da più di 600 milioni di debiti prima della capitolazione, con UniCredit che è subentrato nel 2015 tramite il veicolo Capital Dev e che si è assunto le attività e con esse tutto il debito.

Una storia che ricorda da vicino il salvataggio da parte delle banche della Risanamento di Zunino. Anche nella vicenda Parsitalia, le banche (in questo caso UniCredit) sono subentrate dopo l’accordo di ristrutturazione del debito. È stato creato il veicolo Capital Dev, oggi guidato dallo stesso Claudio Calabi che sta cercando di portare a buon fine la lunga ristrutturazione di Risanamento.

Dovrà tentare di valorizzare le attività delle sei società eredità di Parsitalia e con il ricavato restituire il debito contratto con UniCredit. La parabola di Parsitalia prima dell’accordo di salvataggio di UniCredit è emblematica. Negli anni dal 2013 al 2015 ha cumulato perdite per oltre 180 milioni di euro e si è ritrovata con un patrimonio netto negativo per 20 milioni: un crac evitato dall’intervento di UniCredit, il suo principale finanziatore.

ROMA STADIO TOR DI VALLEROMA STADIO TOR DI VALLE

Le macerie lasciate a UniCredit via Capital Dev sono imponenti. Si è dovuto ricorrere a un finanziamento di 100 milioni per rilevare le attività. Due delle sei società dell’ex Parsitalia, Cave nuove e Pisana, avevano patrimonio netto negativo per oltre 120 milioni. Ora UniCredit deve con pazienza provare a vendere sul mercato quanto rilevato da Parnasi solo per poter ripagare il vecchio debito che aveva fatto collassare il costruttore romano. Che lungi dall’aver imparato la lezione ci ha riprovato con quel mega-progetto molto più grande di lui.

E come da copione è ripartito con il solito canovaccio. Una società, la Eurnova con soli 10 milioni di patrimonio, che ha acquistato i terreni di Tor di Valle facendo subito debiti. Tanto se poi va male, deve aver pensato Parnasi, c’è sempre qualcuno (una banca in genere) che ti toglie le castagne dal fuoco. Ora il capolinea forse definitivo è arrivato.

TOR DI VALLETOR DI VALLESTADIO ROMA TOR DI VALLESTADIO ROMA TOR DI VALLEIPPODROMO DI TOR DI VALLE A ROMAIPPODROMO DI TOR DI VALLE A ROMATOR DI VALLETOR DI VALLE

Vi spiego gli effetti delle mosse di Bce e Fed su euro e dollaro

 STARTMAG.IT 16.6.18

Il Taccuino di Polillo fra mercati e politica con gli effetti sulle valute dopo le mosse di Fed e Bce
Il primo effetto della riunione contemporanea della Fed e della Bce è stato un forte balzo del dollaro sia nei confronti dell’euro che del renminbi cinese. Nel prima caso la rivalutazione è stata, di un solo colpo, subito dopo le relative notizie, del 2 per cento. Con chiusura a quota 1,1567: sui massimi dallo scorso 29 maggio. Il rafforzamento più consistente dal 26 giugno 2016. Stessa sorte è toccata allo yuan che ha perso lo 0,53 per cento. In particolare la Banca popolare cinese ha fissato il cambio con il biglietto verde, contro il renminbi a 6,43 contro i 6,396 del giorno precedente.

Questa piccola turbolenza valutaria riflette le nuove valutazioni del mercato. Le previsioni sono per un dollaro destinato a rivalutarsi ancora (si parla di una forchetta compresa tra 1,1450 e 1,151 nei confronti dell’euro) in ragione della maggior forza finanziaria degli Stati Uniti, a seguito di una politica monetaria, comparativamente, più restrittiva. La Fed, infatti, non solo ha deciso di aumentare i tassi di interesse per il 2018 (ancora due rialzi), ma di prospettarne – secondo i rumors del mercato – altre tre nel 2019. L’attuale differenza tra i tassi praticati dalla Fed è quelli della Bce è pari a circa 2 punti percentuali. Le successive strette dovrebbero far aumentare i differenziali. Com’è noto, infatti, Francoforte ha deciso di ridurre progressivamente l’acquisto di titoli del debito pubblico fino ad esaurimento (dicembre 2018). In compenso i tassi d’interesse dovrebbero rimanere immutati, fino all’estate del 2019 e l’acquisto di titoli limitato al solo rinnovo dei bond posseduti.

Il mercato dei capitali ha compreso il segnale e trasferito risorse oltre Atlantico, nell’attesa di maggiori rendimenti. Secondo gli analisti di Société Générale per vedere un recupero dell’euro servono dati macroeconomici dell’Eurozona più forti e un contesto politico più calmo in Italia. Parafrasando il grande Totò, si potrebbe dire che queste condizioni sono a “prescindere”. Ma se esse vogliono avere un connotato negativo nei confronti dell’intesa raggiunta da Mario Draghi, non si può essere d’accordo. Naturalmente esiste una scuola “filo tedesca” che ritiene che il Presidente della Bce abbia ecceduto. In Italia se ne è fatto più volte portavoce Mario Monti. L’idea è quella che solo il “rigore” possa indurre a comportamenti virtuosi. Un po’ come quel padre che, per educare i figli, usa la cinta dei pantaloni.

Se tuttavia consideriamo i dati economici, questa tesi non ha un grande fondamento. Negli Stati Uniti, il ritmo di crescita è sostenuto e l’inflazione ha rialzato la testa, superando la soglia simbolica del 2 per cento. Il mercato del lavoro segnala fenomeni di irrigidimento, con un tasso di disoccupazione al limite del livello frizionale: la spia rossa che dimostra l’esistenza di strozzature nell’offerta. In Europa la situazione è completamente diversa. Esclusa la Germania, che può contare su un attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, pari all’8,2 per cento e quindi del forte traino delle esportazioni, il resto dell’Eurozona, salvo altre limitate eccezioni (Lussemburgo, Olanda e, in parte Italia) vive in una condizione completamente diversa.

Il tasso medio di disoccupazione, esclusi i Paesi indicati, ma non l’Italia, è ancora troppo forte. Più vicino alle due che non ad una sola cifra. Il tasso di crescita è aumentato, rispetto agli anni precedenti. Ma in questo caso il traino della Germania è stato determinate. Basta visitare qualche regione del Nord Italia e vedere quante aziende sono solo “terziste”. Producono parti di ricambio per le grandi imprese meccaniche con il brand “made in Germany”. Il deflatore dell’Eurozona si avvicina all’1,9 per cento, ma soprattutto a causa di quei beni che non fanno parte dell’inflazione core: il parametro che dovrebbe contare ai fini della politica monetaria. La deflazione degli anni passata è, in larga misura superata, ma rimangono code velenose. Imporre un’ulteriore stretta creditizia avrebbe rafforzato o indebolito quei dati macroeconomici indicati dagli analisti di Société Générale?

Ci sembra allora di poter dire che Mario Draghi di fronte ad un dilemma ha scelto la strada più giusta. Poteva premiare il mercato finanziario, alzando i tassi di interesse. Ma a discapito dell’economia reale. O fare l’opposto. Alla fine è, giustamente, prevalsa questa seconda considerazione. Che forse penalizza un po’ le banche, che subiscono un piccolo effetto di spiazzamento nei confronti dei fondi di investimento esteri. Ma in compenso contribuisce a sostenere il ciclo della produzione. E’ infatti evidente che un aumento dei tassi di riferimento avrebbe determinato una stretta del credito nei confronti di tutti gli operatori economici. Ed in un Paese, come l’Italia, in cui il credito bancario è linfa vitale per un sistema di piccole e piccolissime imprese, non sarebbe stato, certo, una manna.

La borsa, comunque, non ha apprezzato queste sottili distinzioni. Il calo generalizzato, salvo qualche eccezione, ha portato ad una caduta dell’indice dell’1,32 per cento. In sofferenza anche le altre borse europee. Sebbene gli spread sui titoli italiani siano scesi a 221 punti base, con una flessione del 4 per cento: la più forte rispetto agli altri titoli europei. Esclusa l’Austria.

Banco Bpm, il derisking continua

FIRSTONLINE.IT 16.6.18

La banca guidata da Castagna ha compiuto un altro passo decisivo per la riduzione dei crediti difficili attraverso una nuova cartolarizzazione

Banco Bpm, il derisking continua

Banco Bpm annuncia che, venerdì 15 giugno è stata completata l’operazione di cartolarizzazione (c.d. “Project Exodus”), mediante l’emissione, da parte della società veicolo per la cartolarizzazione “Red Sea SPV SRL”, delle seguenti classi di titoli (ABS – Asset-Backed Securities):

• Titoli senior pari a Euro 1,656,505,000 milioni, corrispondenti al 32,5% del valore nominale e al 33,1% del valore contabile alla data di cut-off del 30.09.2017, a cui è stato attribuito un rating Baa2 e BBB rispettivamente da parte di Moody’s Investors Service e Scope Ratings GmbH;

• Titoli mezzanine pari a Euro 152,908,000 milioni;

• Titoli junior pari a circa Euro 50,969,000 milioni.

I titoli senior avranno un coupon pari a 6M Euribor + 0,6%. In relazione a tali titoli senior è stato attivato l’iter per il rilascio, da parte dello Stato Italiano, della garanzia sulla cartolarizzazione delle sofferenze ai sensi del D.L. 8/2016 (“GACS”). Il deconsolidamento ai fini contabili delle sofferenze sottostanti è previsto con effetto dal 30 giugno 2018, a seguito del collocamento dei titoli mezzanine e junior presso investitori istituzionali al termine di un processo competitivo attualmente in fase di completamento; in questo modo in soli 18 mesi Banco BPM supererà i target di derisking del piano originale.

Una volta completato il “Project Exodus”, le cessioni di sofferenze complessivamente operate da Banco BPM a partire dal 2016 ammonteranno a circa Euro 9,5 miliardi, corrispondenti a circa tre quarti del nuovo obiettivo di cessioni, passato da Euro 8 miliardi nel Piano Strategico 2016-2019 a Euro 13 miliardi.

L’operazione è stata strutturata dal team di Deutsche Bank, Mediobanca Banca di Credito Finanziario e Banca Akros in qualità di Arranger. Chiomenti e Riolo Calderaro Crisostomo hanno assistito rispettivamente Banco BPM e gli Arranger per gli aspetti legali. La società veicolo di cartolarizzazione ha nominato come Servicer e Special Servicer del portafoglio cartolarizzato Prelios Credit Servicing S.p.A., che svolgerà, in nome e per conto, della SPV medesima, l’attività di gestione, amministrazione, recupero e riscossione dei crediti.

Barrese (Intesa Sanpaolo): “Intesa Russia è una banca importante”

askanews.it 15.6.18
“l’Italia storicamente ha sempre avuto un rapporto di ponte”
Barrese (Intesa Sanpaolo): “Intesa Russia è una banca importante”

Roma, 15 giu. (askanews) – “Intesa Russia è una banca importante, che ci consente di accompagnare i nostri clienti in Russia”. Così Stefano Barrese, responsabile della divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo in un seminario a Roma organizzato da Conoscere Eurasia. “In tutte le regioni del Paese la Banca assicura un accompagnamento. Sempre più corporate. Cercando di dare una copertura alle aziende”, ha aggiunto.

Per poi sottolineare che “l’Italia storicamente ha sempre avuto un rapporto di ponte” verso la Russia. Inoltre “l’Italia può svolgere una funzione di ammorbidimento della situazione internazionale”.

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Segni di punteggiatura in italiano: punto esclamativo, ortografia e grammatica

BARRESE TE LE SEI DIMENTICATE LE BANCHE VENETE E TUTTI I PROCLAMI INIZIALMENTE FATTI?

«Grease», compie quarant’anni il film che ci ha fatto ballare e innamorare

Il 16 giugno 1978 usciva il musical che ha reso famosi John Travolta e Olivia Newton-John. Un pezzo di cultura popolare, post-moderno e raffinato, che racconta gli anni Cinquanta e la loro estetica

SFOGLIA GALLERY

Il 16 giugno 1978 usciva nei cinema americani un film destinato a fare epoca: Grease.

Il film era ambientato 20 anni prima ed era ispirato a un musical che, dal ’72 faceva il tutto esaurito a Broadway.

Inizialmente la produzione voleva, per il ruolo del protagonista, Henry Winkler, più noto come il Fonzie della serie televisiva Happy Days. L’attore rifiutò perché il personaggio del protagonista maschile di Grease era troppo simile a Fonzie: stesso atteggiamento sbruffone, stesso giubbotto, stesso ciuffo.

A quel punto, venne chiamato John Travolta che aveva già interpretato Grease a teatro stava vivendo il suo momento d’oro in seguito al successo della Febbre del sabato seraTravolta volle come partner Olivia Newton-John, una cantante australiana sconosciuta a Hollywood e nel resto del mondo. Nonostante la differenza d’età tra i due e nonostante il fatto che un 25enne e una 30enne non siano esattamente gli studenti delle superiori che dovrebbero essere Danny e Sandy, i protagonisti di Grease, mai casting fu più felice e riuscito.

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Colorato, spensierato, girato con una maestria che valorizza i numeri musicali come ai tempi d’oro del genere, Grease celebra e al tempo stesso critica il perbenismo e lo stile di vita degli anni Cinquanta, ma non dimentica di riportare i primi vagiti della rivoluzione giovanile in arrivo. Prendete la scena finale: Danny, un “ribelle senza causa” alla James Dean è diventato un ragazzotto buono come il pane mentre Sandy che a inizio film è la fotocopia di Sandra Dee, la santerellina acqua e sapone del cinema anni Cinquanta, appare vestita sexy, come una ragazza trasgressiva, ovviamente al solo scopo di riconquistare l’Amore, valore e motore supremo di questo universo romantico.

Grease è un pezzo di cultura popolare, post-moderno e raffinato perché è già, a suo modo, una riflessione sugli anni Cinquanta e la loro estetica.

All’ultimo Festival di Cannes è stata presentata una versione restaurata che presto uscirà in Blu-Ray, con aggiunta di molto materiale inedito.

 

 

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Euro irreversibile, politica permettendo

Andrea Terzi lavoce.info 15.6.18

Di per sé la fine annunciata del Quantitative easing non avrà un effetto diretto sugli spread. Perché la moneta unica è irreversibile. A patto però che i paesi non mettano in discussione il disegno politico dell’Unione europea e, anzi, sappiano riformarlo.

L’irreversibilità dell’euro

“Non è utile a nessuno mettere in discussione l’esistenza di qualcosa che è irreversibile”. Con queste parole il presidente della Banca centrale europea ha risposto, nella conferenza stampa del 14 giugno, a due domande a proposito delle fibrillazioni partite dall’Italia, nonché della proposta dell’economista tedesco Clemens Fuest di introdurre una clausola di uscita dalla moneta unica pur rimanendo all’interno dell’Unione Europea. Mario Draghi sa che l’unione monetaria non è un accordo di cambio (dunque reversibile), ma è un atto politico.

In altre circostanze, Draghi aveva richiamato le questioni irrisolte di una moneta comune ancora incompleta e aveva esortato la politica europea a procedere più speditamente nella realizzazione delle riforme dell’architettura istituzionale. Anche dopo la riunione di Riga del Consiglio direttivo, ha auspicato il completamento dell’unione bancaria e del mercato dei capitali, nonché un’attuazione trasparente del Patto di stabilità e della procedura per gli squilibri macroeconomici (leggi: Germania), ma ha preferito dire qualche parola in più per alleggerire le tensioni delle ultime settimane (leggi: Italia), ridimensionando gli episodi di volatilità sul mercato dei titoli italiani a una “crisi locale” che non può e non deve essere drammatizzata, ha detto Draghi, in un’area di 19 paesi con 19 cicli elettorali differenti.

Lo scopo del Quantitative easing

Era inevitabile per il presidente della Bce fare i conti con le tensioni politiche di questi giorni, e puntuale è arrivata la domanda a proposito dell’accusa rivolta alla Bce di aver ridotto gli acquisti dei titoli italiani innescando così l’aumento dello spread Btp-Bund, un tema già affrontato su lavoce.info. Qui Draghi si è limitato a fornire i dati che confutano l’ipotesi del “complotto”. Su questo punto, tuttavia, è utile ricordare la meccanica e gli scopi del programma di acquisti della Bce (in realtà per la maggior parte effettuati dalle banche centrali nazionali).

A differenza di quanto è stato sostenuto nel corso della polemica, la Bce e le Bcn non “fanno il prezzo” quando acquistano sul mercato secondario: ogni acquisto viene eseguito presso l’intermediario che offre di vendere al prezzo più basso. La conseguenza del Quantitative easing sui prezzi è indiretta: riducendo lo stock di titoli sul mercato, i prezzi delle attività finanziarie oggetto del programma tendono a salire e così calano i rendimenti su diverse scadenze e per diverse categorie di rischio. È questo l’obiettivo della componente quantitativa dell’allentamento creditizio iniziato quattro anni fa, finalizzato principalmente a ridurre il costo e far crescere il volume del credito a famiglie e imprese. Il meccanismo di acquisto non impedisce, tuttavia, che un titolo che sia oggetto di una crescente percezione di rischio sia venduto dagli intermediari alle banche centrali a prezzi più bassi, come è accaduto appunto ai Btp, e ciò a prescindere dalla dimensione degli acquisti effettuati dalla banca centrale. Che il Qe non fornisca un sostegno automatico ai prezzi dei titoli pubblici dell’area euro è peraltro evidente dal fatto che gli spread tra i titoli dei paesi membri non si siano affatto ridotti con l’inizio del programma di acquisti.

La riduzione degli spread ha avuto luogo interamente a seguito dell’impegno assunto dalla Bce nel 2012 (il celebre “whatever it takes”) di mettere in atto un programma (condizionato) di sostegno dei prezzi in caso di necessità. Quell’arma continua a essere un potenziale deterrente all’allargamento degli spread, ancorché inefficace nel caso in cui un paese decidesse di non volere collaborare con le istituzioni europee. Proprio su questo punto, Draghi ha esortato i paesi a discutere i problemi irrisolti dell’euro, compresa la necessità di riformare i trattati, con un linguaggio che resti all’interno del perimetro istituzionale esistente.

Una riforma necessaria

Il futuro del Qe era ovviamente il punto centrale della riunione del Consiglio direttivo del 14 giugno. La cautela con la quale Draghi ne ha annunciato la fine per dicembre, la dichiarazione che i tassi ufficiali resteranno immutati per almeno un altro anno, nonché l’affermazione che il programma di acquisti di titoli privati e pubblici intrapreso nel 2015 non è da considerarsi eccezionale ma è ormai parte integrante della cassetta degli attrezzi della politica monetaria, hanno ammorbidito l’annuncio, confermando che la politica monetaria rimarrà accomodante, e poiché lo stock dei titoli acquistati fin qui non sarà diminuito (e i titoli in scadenza reinvestiti) resterà la pressione al ribasso sulla curva dei rendimenti. Ciò ha dato spazio anche a un considerevole calo dell’euro che, se permarrà, non potrà che dare un po’ di respiro alla domanda estera.

Nella logica richiamata sopra, la fine annunciata del Qe di per sé non avrà un effetto diretto sui differenziali, sempre che i paesi non mettano in discussione il disegno politico dell’Unione europea, ma lavorino per tre fondamentali riforme di sistema: una credibile assicurazione europea dei depositi, un asset risk-free (che potrebbe essere un certificato della BCE), e uno strumento fiscale comune. La moneta unica è irreversibile, ma a condizione che l’Europa politica sappia riformare quel disegno politico prima della prossima crisi.

Figura 1

 

Per il Times “la NATO è politicamente a pezzi”

sputniknews,it 15.6.18

Logo della NATO

Alla vigilia del prossimo vertice della NATO a Bruxelles, il blocco militare transatlantico si trova di fronte ad un paradosso: da un punto di vista militare, la NATO è in buona forma, ma da un punto di vista politico l’Alleanza Atlantica è distrutta.

L’editorialista del britannico Times Edward Lucas ha dedicato un articolo.

Lucas nota che la missione della NATO nell’Europa orientale consiste nel contenere l’aggressione militare russa. Tuttavia le forze per questa deterrenza nei Paesi baltici non sono così significative, sottolinea l’autore dell’articolo.

Il contingente militare in questi territori è composto da poche migliaia di uomini provenienti da 25 Paesi che allo stesso tempo non possono contare sulla copertura dei sistemi di difesa aerea e sul supporto della flotta.

Allo stesso tempo, spaventate dalla Russia, la Finlandia e la Svezia, che non fanno parte della NATO, stanno aumentando le loro spese militari, il livello di preparazione e stanno instaurando stretti legami con gli Stati Uniti.

Come scrive Lucas, l’umore nell’Alleanza occidentale è piuttosto teso, ma non è colpa del capo di Stato russo Vladimir Putin, ma del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

È probabile che entro la fine dell’anno Trump punti a ripetere con Putin l’esperienza di successo del vertice con il leader nordcoreano Kim Jong-un, aggiunge l’editorialista del Times. Secondo Lucas, c’è la possibilità che i “capricci” di Trump possano portare alla distruzione della NATO e dare un segnale al Cremlino, ovvero che gli Stati Uniti non intendono più combattere per i loro amici.

In precedenza era stato riferito che Mosca avrebbe preso in considerazione i piani della NATO sul fianco orientale.

Boom di soffiate anonime. E ombre sulla privacy. Il whistleblowing funziona anche in Italia. Ma nel settore privato è caos

Giorgio Velardi lanotiziagiornale.it 15.6.18

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Molte luci, ma anche qualche ombra. La Relazione annuale dell’Anac fa registrare un aumento “esponenziale” delle segnalazioni whistleblowing inviate negli ultimi quattro anni. Nel 2014, infatti, i protocolli presentati erano 16 per 3 fascicoli aperti; nel 2017, dopo l’entrata in vigore della norma che tutela il dipendente che segnala illeciti, sono diventati 893 per 364 fascicoli. Purtroppo però, ha sottolineato il presidente dell’Authority, Raffaele Cantone, le segnazioni hanno un “contenuto contrastante con lo spirito della norma, vertendo, in molti casi, su problematiche di carattere personale”. Ma non solo. La normativa infatti “ha non poche ombre”, ha ammesso ancora il magistrato. Come per esempio la scarsa tutela della riservatezza del segnalante che denuncia fatti di rilievo penale, soprattutto nel settore privato. Tra le cause, il fatto che “i processi decisionali da attivare sono di difficile individuazione” e che “il dipendente privato ha una minore consapevolezza circa la propria legittimazione ad agire”. Comunque, per Cantone, “solo l’applicazione concreta” del provvedimento “evidenzierà l’effettiva utilità di un istituto già sperimentato positivamente in altri Paesi”. “Ho apprezzato e condiviso l’attenzione riservata al whistleblowing – ha dichiarato il premier, Giuseppe Conte –, nella prospettiva di una sempre maggiore effettività e di assicurare una concreta efficacia dello strumento, che ritengo personalmente e come Governo molto utile sul piano della prevenzione e contrasto alla corruzione”.

Giovani italiani allo sbando. Il 25% né studia né lavora. La nostra generazione”Neet” all’ultimo posto in Europa

lanotiziagiornale.it 15.6.18

Giovani Poletti

Giovani italiani allo sbando. Almeno è quello che viene fuori dai nuovi dati diffusi da Eurostat sui Neet. Il quadro che emerge mette in mostra come i giovani italiani tra i 18 e i 24 anni siano ultimi in Europa per quanto riguarda lavoro e percorso di studi. Il Belpaese è al primo posto (questa volta non è certo un merito) nel 2017 nella classifica europea, con una percentuale del 25,7% (era il 26% nel 2016), a fronte di una media europea del 14,3%.

Nella speciale graduatoria siamo collocati anche peggio di Cipro dove i Neet sono il 22,7%, seguono poi Grecia (21,4%), Croazia (20,2%), Romania (19,3%) e Bulgaria (18,6%). Un tasso Neet superiore al 15% è stato registrato anche in Spagna (17,1%), seguito da Francia (15,6%) e Slovacchia (15,3%).

Dove invece si registrano buone notizie per i giovani sono i Paesi bassi, dove i ragazzi tra i 18 e i 24 anni, risultano impegnati lavorativamente o per quanto riguarda il campo di studi. La percentuale nei Paesi Bassi è del 5,3%. A seguire ci sono Slovenia (8%), Austria (8,1%), Lussemburgo e Svezia (entrambi a 8,2%), Repubblica Ceca (8,3 %), Malta (8,5%), Germania (8,6%) e Danimarca (9,2%). circa 1 su 5 a Cipro (22,7%), Grecia (21,4%), Croazia (20,2%) , Romania (19,3%) e Bulgaria (18,6%).

Il problema dell’Africa si chiama Francia

di Emanuel Pietrobon – 15 giugno 2018 lintellettualedissidente.it

L’Africa, per dimensioni geografiche, demografiche e dotazione di risorse naturali, è il continente dalle più elevate e rosee prospettive di sviluppo e crescita del mondo, ma l’esistenza di un disegno neo-coloniale noto come ‘Françafrique’ ne ha determinato il sottosviluppo cronico.

La Francia è una delle poche (ex) potenze del defunto sistema europeo ad aver preservato e perpetuato dei disegni egemonici su quel che fu il suo impero coloniale, nonostante la perdita di potere relativo, sia in Europa che nel mondo, e l’affermazione di un nuovo ordine internazionale non più eurocentrico. In principio fu Charles de Gaulle a voler impedire l’involuzione della Francia da una grande potenza mondiale ad una potenza regionale in declino ed in posizione periferica nel nuovo ordine post-bellico. A questo scopo, la Francia si dotò dell’arma atomica e tentò di riconquistare gli ex territori imperiali africani attraverso una politica di neocolonialismo economico seguendo l’ambizioso quanto visionario piano per l’Africa francofona elaborato da Jacques Foccart, uno dei più importanti ideologhi e strateghi dell’era gollista. Il piano di rinascita neoimperiale per la Francia di Foccart non puntava soltanto alla riconquista dell’Africa, ma all’espansione su ogni territorio francofono del mondo. In questo contesto si inquadrano il sostegno fornito dallo Sdece, i servizi segreti per l’estero, al movimento separatista quebecchese, e quel controverso “Vive le Québec libre!” gridato da De Gaulle alla folla di Montreal nel 1967.

Charles de Gaulle

Québec a parte, le mire francesi, dal gollismo ad oggi, si sono rivolte verso l’Africa francofona, di cui si è tentato di condizionarne in ogni modo le dinamiche economiche e politiche attraverso omicidi politici, colpi di Stato, sostegno a dittature militari e gruppi terroristici, alimentazione di guerre civili e conflitti inter-etnici, creando nel tempo una sfera d’influenza egemonica ribattezzata Françafrique, sostanzialmente estesa sull’intero ex impero coloniale. Foccart è stato il potere dietro la corona da De Gaulle a Jacques Chirac, chiamato per fornire pareri, elaborare strategie, effettuare missioni diplomatiche segrete, dal 1960 al 1995. Si può affermare che Foccart è stato per la Francia, ciò che Henry Kissinger è stato per gli Stati Uniti, ossia, uno stratega guidato da visioni tanto intelligentemente lungimiranti quanto subdolamente imperialistiche. La Françafrique è una realtà multidimensionale, agisce infatti sul piano economico, politico, diplomatico ed ideologico di numerosi paesi, dal Magreb al Sahel, all’Africa sub-sahariana.

La sottomissione economica è essenzialmente esplicitata nell’esistenza della cosiddetta area franco, di cui fanno parte 14 paesi africani, obbligati ad utilizzare il franco CFA, della cui convertibilità in euro si occupa il Ministero dell’economia e delle finanze francesi. L’appartenenza all’area franco prevede inoltre che i paesi membri depositino almeno il 65% delle riserve di moneta estera in Francia. Inoltre, le grandi realtà francesi dei settori energetico e minerario godono di trattamenti privilegiati nello sfruttamento del territorio e nella divisione dei profitti con gli Stati. La dimensione politico-diplomatica riguarda le pressioni fatte ai paesi della Françafrique affinché essi sostengano gli interessi nazionali, le posizioni e le dottrine di politica estera francesi in sede internazionale, ad esempio in luogo dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La dimensione ideologica ha riguardato inizialmente il contenimento delle spinte anticoloniali di liberazione nazionale durante l’epoca della decolonizzazione, in seguito si è concentrata sul contenimento dei movimenti comunisti nel continente foraggiati dall’Unione Sovietica, ed oggi è principalmente focalizzata su due fronti: la competizione con l’Italia per l’egemonia su Libia e Tunisia ed il contenimento dell’espansionismo sinico, quest’ultimo molto più difficile del primo obiettivo, tanto che nel vocabolario di politologi e geopolitici è entrato a pieno titolo il neologismo Cinafrica.

Jacques Foccart

I numeri della Françafrique sono impressionanti: oltre 40 interventi militari diretti tesi a difendere regimi filo-francesi, sia democratici che dittatoriali, o ad aiutare dei ribelli a rovesciare dei regimi ostili. Attualmente, la Francia è legata a 12 paesi da accordi militari di tipo difensivo, ed è presente in 10 paesi con delle missioni militari, per un totale di oltre 5mila unità presenti. Dietro la scusante della guerra contro l’imperialismo delle multinazionali occidentali, la Francia ha utilizzato la compagnia di sicurezza privata dello storico mercenario Bob Denard per combattere in Katanga e Biafra, e tentare dei cambi di regime in Gabon, Angola, Zimbabwe, Benin, Repubblica Democratica del Congo ed Unione delle Comore. Lo Sdece è stato il principale strumento di difesa della Françafrique, coinvolto pubblicamente o presuntamente in numerosi omicidi politici, soprattutto di leader carismatici noti per le loro denunce nei confronti della sottomissione del continente all’imperialismo occidentale: Ruben Um Byobe e Félix-Roland Moumiédell’Unione Popolare del Camerun, Barthélemy Boganda del Partito Nazionalista Centrafricano, l’oppositore politico ciadiano Outel Bono, l’attivista anti-apartheid Dulcie September, sino ad arrivare ai mostri sacri del fronte nazionalista africano Thomas Sankara e Patrice Lumumba.

Spesso e volentieri i governi francesi hanno sfruttato le tensioni interetniche e interreligiose presenti nei paesi più etno-religiosamente eterogenei per alimentare guerre civili decennali, attraverso le quali mantenere i regimi più ostili, o i territori più ricchi, in un costante stato di assedio e sottosviluppo, utilizzato per acquistare a basso costo materie prime contrabbandate da terroristi e ribelli: un vero e proprio capitalismo di rapina. Fra il 1967 e il 1970, la Francia è stata coinvolta attivamente nella guerra del Biafra, sostenendo i secessionisti attraverso armi, capitale, mezzi, mercenari, viveri. Insieme all’intervento in Libia del 2011, la guerra del Biafra rappresenta uno dei capitoli più cupi della storia della Françafrique. La Francia era intimorita dalla prospettiva che la Nigeria, una delle economie più dinamiche del continente, potesse cadere sotto influenza britannica o sovietica, pertanto alimentò il malcontento presente fra le forze armate e l’etnia Igbo nei confronti del governo centrale per dar luogo ad un movimento secessionista che frazionasse il paese in maniera permanente. Furono Foccart, la Michelin e la Société Anonyme Française de Recherches et d’Exploitation de Pétrolières (Safrap), a convincere De Gaulle, demoralizzato dagli insuccessi in Algeria e nel Katanga, ad introdursi nella nascente questione nigeriana per accaparrarsi le importanti riserve di greggio presenti nel Biafra.

In blu: l'Africa francofona; in celeste: paesi considerati come francofoni; in verde: paesi non francofoni ma membri o osservatori dell'OIF

Un delicato lavoro di diplomazia segreta effettuato da Foccart portò numerosi paesi, europei e africani, a sostenere la Francia nella guerra segreta contro la Nigeria, fra i quali Israele, Portogallo, Spagna, Rhodesia, Gabon, Sud Africa, Costa d’Avorio, che aiutarono i secessionisti inviando loro armi, scambiando informative d’intelligence, addestrandoli. Un ruolo di fondamentale importanza fu svolto anche dalle organizzazioni non governative, segno precursore del prossimo avvento delle nuove guerre descritte da Mary Kaldorall’indomani dell’implosione della Jugoslavia; infatti gli aerei della Croce Rossa francese furono utilizzati per trasportare carichi di armi ai secessionisti. In concomitanza all’appoggio francese ai secessionisti, l’autoproclamato governo del colonnello Ojukwu introdusse corsi di lingua francese nelle scuole del Biafra e firmò delle importanti concessioni petrolifere alla Safrap. Inoltre fu messa in moto un’efficace macchina propagandistica tesa a dipingere negativamente il governo nigeriano agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, in modo tale da legittimare l’intervento francese nel paese. L’agenzia di stampa fittizia Biafra Markpress, con sede a Ginevra, finanziata dallo Sdece, diventò la principale fonte d’approvvigionamento delle maggiori testate giornalistiche europee, sfornando oltre 250 approfondimenti sulla guerra del Biafra.

Il governo nigeriano fu accusato di aver ridotto in carestia la popolazione biafrana attraverso blocchi navali ed aerei, con l’obiettivo di depurare il paese della componente Igbo. Diversi giornali, tra cui Le Monde, iniziarono a parlare di genocidio. Una storia di terrorismo psicologico e guerra di informazione molto familiare, se si pensa alle bufale prodotte dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, con sede a Londra, gestito da un solo individuo, e finanziato dal governo britannico, sin dallo scoppio della guerra civile siriana, allo scopo di plagiare l’opinione pubblica mondiale e creare una falsa immagine sul ruolo delle parti in conflitto. L’intervento in Libia del 2011, fortemente voluto dall’allora presidente della repubblica Nicolas Sarkozy, ha riconfermato l’importanza per la Francia di avere l’intero continente sotto la propria egemonia. La caduta di Gheddafi ha significato non soltanto la ri-tribalizzazione della Libia, oramai considerabile uno Stato fallito comparabile alla Somalia, ma anche tante altre cose: il ridimensionamento della posizione geopolitica dell’Italia nel Mediterraneo e in Nord Africa, la caduta del paese in una guerra civile che lo ha reso vulnerabile all’avanzata del Daesh e alla radicalizzazione dei più giovani, la fine del patto italo-libico per il controllo dei confini marittimi ed il contrasto all’immigrazione clandestina.

Gheddafi

L’interventismo francese nei confronti di un paese tradizionalmente vicino all’Italia è stato reso possibile anche e soprattutto dall’assenza di una classe politica nostrana realmente votata all’interesse nazionale. Quando nel 1986 gli Stati Uniti decisero di reagire militarmente all’attentato alla discoteca La Belle di Berlino, imputato ai servizi segreti libici, con l’operazione El Dorado Canyon, l’allora presidente del consiglio Bettino Craxi, suggerito dall’allora ministro degli esteri Giulio Andreotti, decise di avvertire Gheddafi dell’imminente attacco e negò l’utilizzo dello spazio aereo ai velivoli della US Air Force, nella consapevolezza che la destabilizzazione della Libia avrebbe significato instabilità nel Mediterraneo, quindi lungo le coste italiane. Oggi assistiamo ad un ritorno dell’interesse nazionale al centro dell’agenda politica del governo italiano, con il ministro dell’interno Matteo Salvini che ha dichiarato di avere in programma un viaggio in Libia con l’obiettivo di risolvere definitivamente la crisi dei migranti, sulla falsariga di quanto già fatto dal suo predecessore Marco Minniti.

La Francia ha esteso i tentacoli della Françafrique anche in Libia a detrimento di un alleato, membro dell’Unione Europea e della Nato, che ha poi patito, e continua a patire, interamente i costi di quell’azione antistorica. L’Africa non conoscerà una vera crescita economica ed una duratura stabilità sociale fino a che la Françafrique esisterà, dal momento che essa si nutre del mantenimento del continente in uno stato di violento asservimento. Allo stesso modo, l’Italia non potrà risolvere la questione dei migranti che andando alla radice: il Sahel, perché è da lì che partono le principali carovane, e sempre lì la Francia ha dispiegati uomini e mezzi, e ha politici sul libropaga, potendo determinare l’arresto dei flussi migratori e generando condizioni di sviluppo che, migliorando la qualità della vita delle popolazioni locali, possano creare nel continente le opportunità che in migliaia continuano a cercare disperatamente alla volta dell’Europa.