Debiti (non) ceduti e insinuazione al passivo. A proposito delle «banche venete».

Aldo Angelo Dolmetta e Ugo Malvagna dirittobancario.it marzo 2018

Estremi per la citazione:

A.A. Dolmetta e U. Malvagna, Debiti (non) ceduti e insinuazione al passivo. A proposito delle «banche venete»., in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 20, 2018

ISSN: 2279–9737
Rivista di Diritto Bancario

Sommario. 1. I comunicati dei commissari liquidatori del 22 febbraio 2018. – 2. L’art. 2 comma 2 legge n. 121/2017 come fenomeno «straordinario» di liberazione del debitore. – 3. Gli aventi «diritto alla restituzione degli strumenti finanziari» relativi alla prestazione di servizi d’investimento. – 4. I creditori «non ceduti» con responsabilità del cessionario. – 5. Il problema dei creditori «retrocedibili». – 6. Il rapporto tra legge e contratto ai fini dell’accertamento del passivo, alla luce dell’art. 2 comma 2 legge n. 121/2017. – 7. Le passività «controverse» ex art. 3 comma 1 lett. c), legge n. 121/2017. – 8. Effetti della presentazione e della mancata presentazione della domanda di insinuazione al passivo. – 9. Effetti dei provvedimenti (di accoglimento o di diniego) dei liquidatori.

 

1.- I comunicati dei commissari liquidatori del 22 febbraio 2018

1.1.- Con due comunicati dello scorso 22 febbraio, affatto omologhi per contenuto, i commissari liquidatori di Banca Popolare di Vicenza e quelli di Veneto Banca hanno dato impulso al termine relativo alla presentazione delle domande di ammissione nei relativi stati passivi, con conseguente individuazione della scadenza del medesimo al prossimo 23 aprile.

Secondo quanto segue alle indicazioni testualmente fornite nei comunicati, gli stessi intendono trovare la loro base fondante – di avvio del procedimento di insinuazione – nella somma di due serie normative. Una, di ordine generale; l’altra, particolare.

Viene dunque richiamata la norma generale per le liquidazioni coatte amministrative bancarie costituita dall’art. 86 comma 5 TUB («entro sessanta giorni dalla pubblicazione del decreto di liquidazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana, i creditori e i titolari dei diritti indicati nel comma 2, i quali non abbiano ricevuto la comunicazione prevista dai commi 1 e 2, devono chiedere ai commissari, mediante raccomandata con avviso di ricevimento, il riconoscimento dei propri crediti e la restituzione dei propri beni, presentando i documenti atti a provare l’esistenza, la specie e l’entità dei propri diritti e indicando l’indirizzo di posta elettronica certificata al quale ricevere tutte le comunicazioni relative alla procedura. Si applica il comma 3 del presente articolo»).

Alla disposizione generale vengono poi aggiunte le norme degli artt. 2, comma 2 e 4, comma 4, d.l. n. 99/2017 convertito con modificazioni in legge n. 121/2017, provvedimento legislativo per l’appunto approntato per la gestione normativa ad hoc del dissesto delle banche venete. Per la prima di queste disposizioni, «dopo l’adozione dei decreti di cui al comma 1, l’accertamento del passivo dei soggetti in liquidazione ai sensi dell’articolo 86 del Testo unico bancario è condotto con riferimento ai soli crediti non ceduti ai sensi dell’articolo 3, retrocessi ai sensi dell’articolo 4 o sorti dopo l’avvio della procedura». Tale retrocessione segue – come indica la seconda norma – allo svolgimento di un’apposita «due diligence sul compendio ceduto» (in esito alla quale «il cessionario di cui all’articolo 3 può restituire o retrocedere al soggetto in liquidazione attività, passività o rapporti dei soggetti in liquidazione o di società appartenenti ai gruppi bancari delle Banche»).

Per la verità, nessuna di queste due norme particolari sembra introdurre – testualmente almeno – una deroga alla disposizione generale dell’art. 86 comma 5 TUB, che, come si è appena riferito, imputa la decorrenza del termine per l’insinuazione non a un intervento commissariale, bensì alla pubblicazione del decreto ministeriale di messa in liquidazione. I comunicati sembrerebbero ravvisare, quindi, una sorta di deroga implicita (o di sistema, forse) alla norma generale del TUB nell’ambito della disciplina di cui al decreto.

1.2.- Nei fatti, il punto è che i decreti del MEF di messa in liquidazione delle due banche (nn. 185 e 186 del 25 giugno 2017) non sono stati a tutt’oggi – secondo quanto consta, perlomeno[1] – fatti oggetto di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale «per estratto», secondo quanto dispone l’art. 80, comma 4 TUB. Se questo è vero, di per sé non dovrebbe correre nessun termine (salva appunto l’individuazione di una deroga nel peculiare tessuto normativo relativo alla liquidazione delle banche venete).

Per le domande che verranno presentate entro il 23 aprile non dovrebbero comunque porsi dei problemi reali. I comunicati dei commissari si fanno espressa cura di dichiarare che «le domande di insinuazione già pervenute» e confezionate secondo date modalità «saranno considerate come validamente presentate e quindi prese in esame all’avvio del procedimento di accertamento del passivo»: all’identico destino non possono essere sottratte, evidentemente, quelle che verranno presentate adesso (d’altronde, il termine iniziale della procedura liquidatoria in quanto tale pare muovere dall’emanazione del decreto ministeriale). È da chiedersi peraltro se siano veramente definibili come «tardive» ai sensi dell’art. 89 TUB le domande che saranno inoltrate alle liquidazioni dopo il 23 del mese di aprile.

1.3.- Pure sotto il profilo delle procedure pare, insomma, che la liquidazione delle banche venete si connoti per una dose di particolarità assai marcata (per l’essere dominata dalla linea della mera contingenza, si potrebbe fors’anche pensare).

Salta così agli occhi – per quanto non dovrebbe produrre negatività decisive o di carico troppo pesante (ma si tratta di osservazione non completa, in ragione di quanto si rileverà infra, nel n. 5, in punto di creditori «retrocedibili») – la circostanza che entrambe le liquidazioni abbiano deciso di omettere in toto la comunicazione personalizzata a ciascun creditore delle «somme risultanti a credito di ciascuno secondo le scritture e i documenti della banca», così come dispone la norma dell’art. 86 comma 1 TUB. E che non diversamente abbiano fatto con i «titolari di diritti reali sugli strumenti finanziari relativi ai servizi previsti» dal TUF, di cui discorre il comma 2 dell’art. 86 (sulla posizione di questi ultimi – all’apparenza negletta – v., peraltro, anche infra, il n. 3).

Niente di determinante qui, è chiaro: la comunicazione non viene a incidere sul termine di cui all’art. 86, comma 5; né discrimina in qualche modo tra soggetti che l’hanno ricevuta e soggetti a cui non è stata invece inviata. Tuttavia, l’indicazione delle «somme risultanti a credito di ciascuno secondo le scritture e i documenti della banca» – secondo quanto prescrive la formula normativa della chiusa del comma 1 dell’art. 86 – non è che sia cosa di per sé stessa inutile o priva di significato. In realtà, essa persegue lo scopo di «dare una mano» ai creditori nella presentazione delle loro domande; e pure di dare un minimo di ordine, di indirizzo di massima (in senso latissimo), al procedimento di verifica del passivo nel suo complesso.

D’altro canto, il segnalato agire dei commissari non sembra potersi inscrivere nella cornice disciplinare dell’art. 86, comma 2-bis TUB, che regola l’ipotesi di «procedure prive di risorse liquide o con risorse insufficienti» (ex art. 92-bis TUB), stabilendo che la comunicazione dell’inserimento nello stato passivo possa pure avvenire «per singole categorie di aventi diritto, mediante pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e in uno o più quotidiani a diffusione nazionale o locale di un avviso contenente l’invito a consultare l’elenco provvisorio degli ammessi al passivo».

Difatti, pure al di là del rilievo per cui non risulta agli atti della procedura – quanto meno, non risulta ancora – alcuna presa d’atto dell’insufficienza dell’attivo, che in effetti dipenderà da variabili numerose e diverse (a partire dalla reale misura di «deterioramento» dei crediti ceduti alla SGA e, prima ancora, dall’effettiva esistenza giuridica dei crediti stessi, in particolare di quelli contestati)[2], la circostanza che ci si trovi fuori da quest’opzione procedimentale è testimoniata proprio dalla mancata pubblicazione dell’«elenco provvisorio degli ammessi al passivo».

2.- L’art. 2 comma 2 legge n. 121/2017 come fenomeno «straordinario» di liberazione del debitore

2.1.- Nel contesto dei comunicati in discorso, particolare risalto viene assegnato alla norma del comma 2 dell’art. 2; riportato per intero, il testo è reso in carattere grassetto e, altresì, in sottolineato. Trasparente è l’avviso dell’enfasi: rimarcare l’importanza operativa della norma, se tradisce la preoccupazione di ricevere un alto numero di richieste di insinuazione «sbagliate», nel contempo tende a contenere l’effettivo ricorrere di una simile eventualità.

L’intento è lodevole, non c’è dubbio. Si può dubitare, tuttavia, della sufficienza di questo testo normativo a risolvere ogni questione in punto di definizione degli aventi diritto all’insinuazione. A nostro avviso, la norma, più che risolvere problemi, forse qualcuno lo crea. All’analisi della disposizione del comma 2 dell’art. 2 sono, di conseguenza, dedicate le brevi osservazioni che compongono il presente scritto.

2.2.- Della versione vigente di questa norma la prima cosa – a colpire l’attenzione dell’operatore tecnico – è che la stessa parla di «crediti (non) ceduti» (decisamente migliore l’espressione adottata dal decreto originario, che facendo riferimento ai «creditori», poneva almeno l’accento sul soggetto che va a presentare la domanda di insinuazione). Si tratta di una scelta lessicale alquanto singolare, a noi pare, posto che la materia a cui viene riferita esprime non attività, bensì passività relative al pregresso esercizio dell’attività di impresa da parte delle banche ora in liquidazione.

Ovviamente, il significato di base della disposizione è quello di indicare che i creditori delle banche venete, che sono stati «ceduti» alla banca cessionaria, restano esclusi dal passivo fallimentare di quelle. Col che, peraltro, dal piano della mera formula linguistica ci si volge verso quello della sostanza concettuale. Perché il fenomeno, che resta qui sotteso al termine «cessione», è quello della modificazione soggettiva del rapporto obbligatorio, con liberazione del debitore originario (non permanendo residui spazi vitali del credito verso le banche venete, ci sembra, per chi viene escluso dal concorso al riparto dell’eventuale attivo patrimoniale). Liberazione che – in un sistema come il nostro, per sé contrario all’idea di trapassi automatici dei debiti – secondo i principi suppone la necessaria adesione del creditore.

In via emblematica si veda, così, la norma dell’art. 1273, comma 1 e 2 cod. civ. Ma prima di tutto si veda, in ragione appunto della materia che qui è specificamente in esame, la regola dettata dall’art. 2560 comma 1, cod. civ. Alla quale appare, di conseguenza, derogare – per la specie delle banche venete – la norma dell’art. 2 comma 2: che per quest’aspetto, mostra dunque un primario significato di natura sostanziale (che solo viene manifestato, per così dire, sul piano obliquo della disciplina concorsuale di accertamento del passivo).

2.3.- Per chiudere il cenno al profilo dommatico del tema (in una vicenda come quella della liquidazione delle banche venete, comunque destinato, va da sé, a rimanere confinato sui margini), va infine rilevato come sia senz’altro da respingere – a priori,viene proprio da dire – ogni eventuale ipotesi di ipotizzare la disciplina in questione (di cessione con liberazione del debitore cedente) come sponda per assumere, o formare, dei microsistemi alternativi. Si tratta, invero, di una norma del tutto eccezionale, frutto di una legislazione di natura solo emergenziale.

In effetti, la norma dell’art. 2 comma 2 si iscrive nel complesso di un testo normativo (quello appunto della legge n. 121/2017) che, se nella forma dichiara di richiamarsi al paradigma normativo della liquidazione coatta amministrative delle banche, nella sostanza sembra tuttavia connotarsi per gli allontanamenti e scarti che dal relativo schema generale esso viene a presentare (a partire, per quanto più prossimo al tema qui specificamente in oggetto, dalla congiunta deroga all’art. 58, comma 5, e all’art. 90, comma 2, TUB di cui all’art. 3, comma 1). Al punto, in verità, che viene da chiedersi se il legame della disciplina liquidatoria delle banche venete con il genere della liquidazione coatta delle banche sia, in definitiva, qualcosa di più di una semplice etichetta giustapposta.

Naturalmente, non è questa la sede adatta per affrontare il tema – decisamente complesso – dell’identità tecnico-strutturale della figura delineata dalla legge n. 121/2017. Per i modesti fini della presente indagine sembrano sufficienti, in realtà, due brevissime osservazioni, entrambe fermate sulla cessione che viene ivi prevista.

La prima è che quest’ultima, seppur certamente riconducibile al genere degli atti dispositivi, non sembra appartenere alla categoria delle cessioni liquidatorie (in quanto tali destinante a tradurre il valore del compendio aziendale in denaro, con conseguente distribuzione del relativo ricavato ai creditori): il distacco dalla comune liquidazione coatta delle banche è proprio di sostanza, insomma.

L’altra è che l’idea disciplinare del legislatore storico pare propriamente essere quella di tenere compiutamente separati tra loro (reciprocamente «segregati») debiti lasciati al cedente e debiti trasmessi al cessionario (quali quelli, per dire, da depositi bancari): si può tuttavia dubitare, a noi pare, che tale soggettiva intenzione si sia poi realizzata sino in fondo (v. infra).

3.- Gli aventi «diritto alla restituzione degli strumenti finanziari» relativi alla prestazione di servizi d’investimento

3.1.- La disciplina generale della liquidazione coatta delle banche si occupa distintamente, nella disposizione dell’art. 86 comma 5 TUB, dei «clienti aventi diritto alla restituzione degli strumenti finanziari relativi ai servizi previsti dal decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58». Secondo tale norma, questi clienti «sono iscritti in apposita e separata sezione dello stato passivo».

Come si comprende, la natura della pretesa avanzata dai clienti nei confronti della procedura non è costituita da un credito pecuniario, quanto piuttosto da una posizione attiva del cliente che sotto il profilo tecnico si qualifica in termini restitutori. È dunque evidente che la sponda normativa generale di riferimento della disciplina di insinuazione al passivo è quella costituita dall’art. 103 legge fall., in materia di «domande di rivendica e restituzione» rivolte nei confronti della procedura fallimentare. Tale accostamento dovrebbe fugare ogni dubbio, poi, sulla proponibilità, nei confronti della liquidazione coatta, non solo di azioni di restituzione, ma anche delle domande di rivendica.

Fermato il richiamo normativo, il riferimento a una «apposita e separata sezione dello stato passivo» si spiega allora, e piuttosto agevolmente, in virtù della differente natura della pretesa che viene esercitata. Per il cliente si tratta, infatti, di ottenere la materiale disponibilità di beni di sua proprietà: mai usciti dalla propria sfera patrimoniale, essi si trovano affidati all’ente in liquidazione in virtù di un rapporto contrattuale (quello della prestazione di servizi di investimento ai sensi dell’art. 1, comma 5, TUF) che, ove non già cessato, non può proseguire in capo alla procedura concorsuale[3].

Ciò posto in linea generale, si tratta adesso di scendere allo specifico della liquidazione delle banche venete. È da chiedersi, in particolare, in che modo vada intesa la norma dell’art. 2, comma 2, là dove il suo testo sembrerebbe limitare ai soli creditori (poi, «non ceduti») l’accesso allo stato passivo degli enti in liquidazione.

3.2.- La soluzione all’interrogativo così posto deve muovere, a noi pare, dalla distinzione tra due gruppi di fattispecie, la cui sorte appare segnata da una sostanziale differenza.

In particolare, da un lato vi sono i rapporti contrattuali ancora in essere al momento della messa in liquidazione della società; dall’altro, quelli che alla medesima data erano già cessati nella loro efficacia, senza che però l’intermediario abbia ancora adempiuto l’obbligazione di restituzione degli strumenti: e cioè, se si preferisce richiamarsi a una terminologia oramai classica, i rapporti «chiusi», ma non «esauriti».

Con riferimento a questi ultimi, è davvero scontato osservare che, se del rapporto residua la sola pretesa restitutoria o rivendicatoria, allora questa non potrà che essere fatta valere nei confronti del soggetto che si trova nella disponibilità materiale degli strumenti: la procedura, per l’appunto[4].

All’opposto, la sorte dei rapporti relativi a servizi di investimento ancora in essere sembra essere quella del loro integrale trasferimento in capo al cessionario dell’azienda senza soluzione di continuità. In effetti, si tratta di contratti aziendali in senso proprio, poiché strumentali di esercizio dell’attività d’impresa. La circostanza del loro integrale trasferimento pare del resto confermata dallo stesso contratto di cessione, che espressamente include tra i rapporti ceduti tutti i contratti di custodia ed amministrazione titoli.

In un simile contesto, la fisiologia della prosecuzione del rapporto in capo al nuovo prestatore del servizio d’investimento è quella per cui il cessionario riceva dalla procedura gli strumenti su cui il rapporto insiste (quelli, cioè, affidati alla custodia dell’intermediario in dissesto). Sembra pure sicuro che l’ottenimento del possesso dei titoli relativi ai rapporti di prestazione di servizi di investimento a sé trasferiti costituisce un preciso obbligo in capo all’intermediario: sicché un’ipotetica inerzia costituirebbe di per sé inadempimento alle obbligazioni assunte ex contractu.

L’enucleato obbligo del cessionario nemmeno sembra destinato a cessare per l’ipotesi della cessazione del rapporto in costanza della procedura. L’assunto appare evidente in quelle ipotesi in cui sia accertato il previo affidamento degli strumenti al cessionario (così, la contabilizzazione dei medesimi sul nuovo conto di deposito titoli in essere tra cliente e cessionario). Ma nemmeno nel diverso caso di uno scioglimento anteriore all’affidamento degli strumenti, si potrebbe tenere il cessionario del tutto estraneo alla vicenda: ché se è vero che lo scioglimento del rapporto identifica nel terzo possessore – qui, la procedura – il legittimato passivo dell’azione restitutoria o rivendicatoria (e qui la tardività dell’insinuazione sarebbe certo non imputabile), è pure sicuro che sul cessionario, in quanto ultima controparte di quel rapporto, incombeva l’obbligo di procurarsi gli strumenti finanziari.

4.- I creditori «non ceduti» con responsabilità del cessionario

4.1.- Non è dubbio che nell’ambito dei soggetti legittimati a proporre insinuazione nel passivo delle «banche venete» siano da ricomprendere i creditori fatti oggetto di attenzione dalla norma dell’art. 3, comma 1, lett. b) legge n. 121/2017: quelli per l’appunto corrispondenti ai «debiti delle [banche venete] nei confronti dei [loro] azionisti e obbligazioni subordinati», in quanto «derivanti dalle operazione di commercializzazione di azioni o di obbligazioni delle banche [medesime] o dalla violazione della normativa sulle prestazione di servizi di investimento» su tali titoli.

Questo punto sembra andare decisamente de plano, per così dire. Non sembra inopportuna, peraltro, l’esplicitazione di una piccola serie di note a margine dello svolto assunto.

4.2.1.- In un commento a caldo della normativa relativa alla liquidazione delle banche venete abbiamo avanzato l’idea che, pur essendo rinvenibile nel decreto (come poi convertito), e in particolare del suo art. 3, la volontà (del legislatore storico) di sottrarre il cessionario alla responsabilità per qualsiasi debito non volontariamente assunto, è assai dubbio che un simile meccanismo sia stato effettivamente realizzato dal detto impianto normativo[5].

Secondo quanto abbiamo sostenuto, infatti, l’art. 3, comma 1, non può essere inteso nel senso della effettiva sottrazione del cessionario alla garanzia per i debiti aziendali sorti nei confronti del cedente, se non al costo – non consentito, ove sia possibile dare corso a una interpretazione alternativa – di acclararne il contrasto coi dati normativi costituzionali[6]. Questo, a partire dall’ingiustificata disparità di trattamento che esso viene a indurre tra distinte categorie di creditori, là dove sottrae alla realistica prospettiva di ottenere la soddisfazione del proprio credito solo taluni soggetti che vantino pretese creditorie, di stampo risarcitorio o restitutorio, connesse con la violazione della normativa di legge in materia di prestazione di servizi di investimento: in via specifica e immediata, quelli che hanno investito su titoli emessi dalle banche stesse, rispetto ai clienti con rapporti relativi ad altri titoli.

Il discorso, invero, va ancor più nel profondo. È infatti a nostro avviso insuperabile – come dato metodologico – la necessità che l’intero corpo normativo contenuto nella legge 121/2017 vada letto in conformità alla norma dell’art. 47 Cost., alla luce della quale occorre svolgere il (faticoso) tentativo di giustificare, prima nel suo complesso e quindi nelle sue singole parti, la disciplina di diritto singolare predisposta dalla legge 121/2017.

In effetti, le criticità che sul punto emergono, oltre a essere acute assai, sono anche diversificate, sotto distinti profili. Si manifesta fortemente dubbia la legittimità di una distinzione manichea, che il decreto intende produrre (a qualcuno tutto, ad altri niente), tra crediti da deposito a vista – a cui nella specie si aggiungono quelli vincolati, così come la raccolta indiretta (le obbligazioni ordinarie)[7], e crediti da inadempimento della disciplina imperativa in materia di servizi finanziari. Come se la disciplina di tutela del cliente fosse un mero incidente esterno rispetto all’esercizio dell’attività finanziaria; e le posizioni obbligatorie conseguenti alla loro violazione non più che un fastidioso intralcio all’ordinata gestione del dissesto di un ente creditizio. Al postutto, c’è comunque misura e misura per differenziare.

Ma emerge altresì – secondo un terzo livello di lettura e valutazione della norma (in cui i primi due sono, per l’appunto, quello del rapporto tra gli investitori, e quello del rapporto tra gli investitori e i depositanti) – il problema dell’impatto prospettico di disincentivazione del risparmio, che un simile modus operandi viene strutturalmente a generare[8]: i soggetti colpiti non sono solo gli investitori già «traditi», bensì anche – e soprattutto – gli investitori del futuro.

4.2.2.- Per le ragioni dette, è sembrato a noi che l’esclusione dalla cessione, evocata dalla detta normativa di legge, debba essere intesa – alla stregua del complessivo contesto normativo in cui si trova inclusa – come limitata, appunto, al fenomeno della cessione di date passività nei rapporti interni tra le controparti dell’atto di alienazione; impregiudicata, così, la garanzia del cessionario fondata dall’art. 2560, comma 2, cod. civ.

È significativo segnalare, d’altra parte, che sul piano del diritto applicato lo svolgimento operativo di questa idea sembrerebbe trovare seguito nei primi interventi giurisprudenziali[9]. Per quanto si tratti – il punto va messo in adeguata evidenza – solo di provvedimenti provvisori, i.e. non decisori e come tali soggetti a un possibile futuro mutamento.

4.2.3.- Tanto posto, si può qui osservare, in via ulteriore, che verso questa conclusione conduce altresì lo sviluppo di un approccio al testo normativo di stampo strettamente disciplinare. E infatti, anche ad abbandonare il piano dei valori, per limitarsi a quello di una lettura sistematica interna al decreto (se non solo esegetica), è interessante rilevare la stesura dei commi 6 e 7 dell’articolo 4.

I detti commi dispongono, rispettivamente, che «alle restituzioni e retrocessioni di cui ai commi 4 e 5 si applica l’articolo 3, comma 2»; e che «nel caso di restituzioni e retrocessioni di cui al comma 4, così come nel caso di restituzioni al soggetto in liquidazione in forza di condizioni risolutive della cessione pattuite nel contratto, il soggetto in liquidazione risponde dei debiti e delle passività restituiti o retrocessi, con piena liberazione del cessionario retrocedente anche nei confronti dei creditori e dei terzi».

A una lettura preorientata sull’esclusione del cessionario della responsabilità, il comma 7 non può non risultare privo di significato autonomo: meramente ripetitivo, in particolare, del disposto del comma 6.

Si deve però muovere dall’idea guida che le norme siano utili, nel senso cioè di essere provviste un significato (tanto più quando la normativa si intende porre al di fuori di ogni orizzonte sistematico: cfr. supra, n. 2). Tanto posto, ci sembra allora ragionevole assumere che l’aggiunta del comma 7, il quale espressamente parla di liberazione del retrocedente «anchenei confronti dei creditori e dei terzi» postuli l’inefficienza, a questo fine, dell’art. 3, comma 2 (a sua volta richiamato dal comma 6), là dove si prevede che «il cessionario risponde solo dei debiti ricompresi nel perimetro della cessione ai sensi del comma 1» (quest’ultima disposizione scende così al livello di norma ripetitiva della stringa di «esclusi[one] dalla cessione» contenuta nell’art. 3, comma 1).

4.3.- Tutto ciò posto, è bene precisare allora che l’assunta sussistenza di una responsabilità del cessionario nei confronti dei ridetti creditori non fa di sicuro sortire questi ultimi dal novero dei «crediti non ceduti». Il fenomeno sopra richiamato è strutturalmente diverso.

La responsabilità, che la legge addossa al cessionario ex art. 2560 cod. civ., non incide infatti sulla titolarità delle posizioni sostanziali (e finali) del rapporto obbligatorio. Si tratta infatti di una mera responsabilità aggiuntiva per debito altrui: solo conformata (anche in termini disciplinari, peraltro) sui termini propri del debito che nel concreto risulta gravare sul cedente dell’azienda.

Ancora altro discorso è quello inerente ai riflessi che su questo complesso fenomeno debbono ritenersi connessi all’effettiva presentazione di una domanda di insinuazione al passivo da parte di un creditore appartenente alla serie in discorso o, all’opposto, alla mancata presentazione della stessa. Ma su questi profili, nella specie indubbiamente di primaria importanza, ci soffermeremo negli ultimi paragrafi del presente lavoro (nn. 8-9).

5. Il problema dei creditori «retrocedibili»

5.1.- Oltre ai creditori «non ceduti», possono presentare domanda di insinuazione al passivo pure i creditori «retrocessi» ai sensi dell’art. 4 comma 4, legge n. 121/2017. Nel suo insieme, il tema non manca di sollevare un problema importante e, in sé stesso, spinoso: quello, in specie, dei creditori «retrocedibili».

Il fatto è questo. Il testo della norma dell’art 4, comma 4, se collega il potere di retrocessione del cessionario all’«esito della due diligence», pure viene a concedere l’esercizio del medesimo «entro il termine e alle condizioni definiti» dai decreti del MEF (a loro volta previsti nell’art. 2, comma 1). Peraltro, il testo di questi decreti, che – per quanto non pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale – circola pubblicamente su internet, non fa proprio menzione né di condizioni, né di termini di esercizio del potere in discorso (o, perlomeno, così noi ne abbiamo inteso il tenore: cfr. sopra, nel n. 1.2., testo e nota 1)[10].

Sembrerebbe allora spalancarsi un baratro di retrocessioni potenzialmente infinite, a dipanarsi reiterate lungo il corso dell’intera procedura di liquidazione delle banche in questione e dopo ancora (sino a giungere al paradosso estremo: retrocedere per non pagare).

5.2.- A noi non sembra, tuttavia, che le cose possano realmente stare in questi termini. Non ci sembra pensabile, in particolare, che il ridetto potere di retrocessione sia privo di limiti temporali ovvero, e meglio, che lo stesso non sia delimitato da un confine ragionevole: se non altro perché gli effetti negativi del relativo esercizio vanno aumentando, per i creditori che li subiscono, con il crescere del tempo (nei confronti della liquidazione cedente, ferma comunque restando l’applicazione della già richiamata norma dell’art. 4 comma 7, legge n. 121/2017 quanto alla loro posizione rispetto al cessionario).

Ci pare pertanto sia fortemente da valorizzare – nel contesto normativo dell’art. 4, comma 4 – il legame, che vi viene espresso, tra svolgimento della due diligence ed esercizio del potere di retrocessione; nel senso di chiudere il secondo sulla conclusione del primo: che è anche un modo, a dire il vero, di razionalizzare almeno in parte una norma in sé stessa alquanto singolare. Se il compimento della due diligence consuma il potere di retrocedere – si può dunque così ragionare –, la mancata previsione di un termine ad hoc nei decreti del MEF non apre la porta all’indeterminato, ma casomai circoscrive la misura del tempo concesso al cessionario per il relativo esercizio.

Del resto, nei comunicati di febbraio i commissari liquidatori hanno espressamente riscontrato che la due diligence prevista dall’art. 4 comma 4 «ha avuto termine»; e tale riscontro si pone a chiusura dell’annuncio del 17 ottobre scorso, in cui essi avevano dichiarato che «il procedimento di accertamento del passivo avrà inizio dopo il completamento della due diligence finalizzata a individuare il perimetro dei creditori tenuti a partecipare al concorso». Nella rincresciuta constatazione che i commissari non hanno inteso affrontare espressis verbis la questione, ci pare comunque sensato leggere nelle riportate formule l’avviso dell’inammissibilità di retrocessioni successive alla chiusura del termine per la presentazione delle domande di insinuazione al passivo che gli stessi liquidatori sono venuti a fissare (al 23 aprile, si è già detto).

5.3.- A tutt’oggi non abbiamo notizie sicure di avvenuti esercizi del potere di retrocessione di debiti[11]. Non ci sentiamo di escludere, tuttavia, l’eventualità che, nei fatti, delle retrocessioni ci siano state[12]. Il presente ci pare, in definitiva, connotato dall’incertezza.

Per i soggetti potenzialmente interessati all’insinuazione nel passivo delle banche venete (che sono decisamente tanti), si tratta all’evidenza di una situazione assai grave. Ci sembrerebbe perciò conforme (se non altro) a correttezza che i commissari liquidatori vengano a comunicare – prontamente e con modalità atte a raggiungere effettivamente gli interessati – ogni eventuale esercizio da parte del cessionario del suo potere di retrocessione. Nell’oggi, in effetti, l’ignoranza dello stesso si configura come circostanza non imputabile.

6.- Il rapporto tra legge e contratto ai fini dell’accertamento del passivo, alla luce dell’art. 2 comma 2 legge n. 121/2017

Un cenno di chiarimento può rendersi utile anche a proposito dei rapporti correnti – in relazione all’individuazione degli aventi diritto all’insinuazione – tra la previsione legislativa della cessione di azienda e il negozio di cessione, che nella realtà effettuale è stato concretamente posto in essere.

L’opportunità di un simile cenno risulta propriamente sottolineata, del resto, da un’osservazione svolta da un recente provvedimento giudiziario[13], secondo cui l’«atto normativo rappresenta» solo «il presupposto del contratto di cessione»: nel senso che lo stesso risulta «volto a indirizzare e delimitare i poteri dei commissari liquidatori e a fornire garanzie al cessionario».

In sé, l’osservazione si manifesta non poco ambigua, nella misura in cui sembrerebbe avvallare letture intese a disancorare il negozio di cessione dalla legge n. 121/2017, a dargli una vita autonoma (lo stessa incostituzionalità di tale legge – così afferma il provvedimento – «giammai determinerebbe la perdita di efficacia dell’accordo, il quale rimarrebbe valido e produttivo dei suoi effetti giuridici»: in realtà, un’eventuale dichiarazione di incostituzionalità della detta legge toglierebbe ogni fondamento e base al negozio, non foss’altro per la devianza di questo dalle regole del sistema).

È bene dunque precisare che la legge n. 121/2017 (naturalmente, come letta alla luce e nel conforto dei principi costituzionali e subcostituzionali) governa direttamente il negozio di cessione. Persino il tenore testuale della disposizione dell’art. comma 2, viene a riferire la discriminazione tra crediti ceduti e crediti non ceduti alla legge («crediti non ceduti ai sensi dell’articolo 3, retrocessi ai sensi dell’art. 4 o sorti dopo l’avvio della procedura»), e non già al contratto di cessione.

Dal che consegue, senza possibili incertezze sul punto, l’inidoneità del contratto di cessione a produrre scostamenti in ordine al perimetro dei legittimati all’insinuazione, in deroga all’art. 3, comma 1, lett. b) e c): la sua inefficienza, cioè, nel senso di incidere sui termini delle posizioni per sé rientranti tra i legittimati all’insinuazione. Del resto, l’impossibilità di attribuire al contratto un effetto superiore a quello di una legge che pure si dichiara come ad applicazione vincolata («restano in ogni caso esclusi») – ovvero pure una forza effettuale indipendente dalle leggi –, è assicurata dal principio istituzionale di gerarchia tra legge e autonomia privata[14].

Resta ancora da svolgere una piccola nota a margine del tema svolto, che viene a riprendere la sostanza di quanto già osservato poco sopra (cfr. la chiusura del precedente numero 5). L’intera operazione di cessione, nelle sue varie componenti, è connotata da difficilissima conoscibilità degli atti stessi: se non già dello stesso loro compimento, comunque del contenuto dei medesimi (a livello di interpretazione, prima di tutto il resto).

In questo contesto, la comprensione del contenuto effettivo dell’atto di cessione[15] frappone alla generalità degli interessati tanti e tali difficoltà da rendere oggettivamente non proponibile, né in ogni caso commendevole, l’eventuale idea che a tali atti venga fatto diretto e immediato riferimento, (anche) ai fini dell’applicazione dell’art. 2, comma 2. In breve: non ci sembra che il contenuto di questi atti possa essere tranquillamente ostenso ai terzi.

7.- Le passività «controverse» ex art. 3 comma 1 lett. c), legge n. 121/2017

7.1.- Per potere presentare domanda di insinuazione al passivo, occorre che il titolo del credito vantato sia anteriore alla messa in liquidazione delle «banche venete», come pure alla cessione delle relative aziende (la sostanziale contestualità dei due accadimenti dovrebbe comunque evitare il sorgere di problemi in proposito). Naturalmente, l’onere di questa prova sta a carico di chi chiede l’insinuazione.

Dal combinato disposto dell’art. 3 comma 1 lett. c) e dell’art. 2, comma 2, legge n. 121/2017 emerge, peraltro, che l’anteriorità del titolo non è condizione sufficiente per la partecipazione al concorso. È necessario, altresì, che – prima della cessione in discorso – il richiedente non abbia avviato una «controversia» circa l’an e/o il quantum del proprio diritto.

All’evidenza, si tratta di una condizione di ordine meramente negativo. Come dev’essere gestita?

A nostro avviso, occorre distinguere, in proposito, tra onere di allegazione e onere della prova. Per semplicità espositiva conviene rinviare al prossimo paragrafo l’esame del relativo primo punto, limitandosi qui a considerare il punto dell’onere della prova.

Ora, a noi sembra che lo stesso carattere meramente negativo della prova serva a sciogliere l’alternativa tra la riconduzione del requisito in discorso a elemento costitutivo ovvero a elemento impeditivo del diritto all’insinuazione. Di conseguenza sarà cura dei commissari rilevare – nell’ambito della formazione dello stato passivo ex art. 86, commi 6 e 7 – l’inammissibilità della domanda, per essere la controversia sorta prima della messa in liquidazione.

7.2.- Nella prospettiva della procedura di liquidazione, un problema applicativo assai importante ai fini operativi è dato dai termini di interpretazione del lemma «controversia» contenuto nel primo comma, lett. c), dell’art. 3, legge 121/2017.

Sul punto, a noi pare si debba adottare una lettura della nozione di controversia particolarmente ampia; e tale da ricomprendere ogni contestazione mossa in forma scritta alla banca (purché documentata per iscritto e sufficientemente determinata nel contenuto)[16].

Conta, in questo senso, la genericità e atecnicità del termine «controversia», il quale di per sé appare indicare un mero contrasto di interessi: in effetti, se il legislatore avesse voluto indicare «i giudizi pendenti alla data della messa in liquidazione», non avrebbe avuto difficoltà a trovare questi termini. Né può sottovalutarsi il fatto che, nell’impiego legislativo, il ricorso al termine «controversia» è costantemente scelto per differenziarsi dalla nozione di giudizio pendente. Basta pensare, da quest’angolo visuale, alla «mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali» del d.lgs. 28/2010: nel momento in cui una delle due parti propone l’istanza di mediazione, la controversia è già sorta (diversamente, cosa si concilierebbe?). Nel medesimo senso indirizza l’art.128-bis TUB, («i soggetti di cui all’articolo 115 aderiscono a sistemi di risoluzione stragiudiziale delle controversie con la clientela»).

Il precipitato sostanziale di questo ragionamento è stato accolto da altra dottrina, che è venuta a svolgere un percorso diverso, come inteso ad assumere il lemma in questione secondo un’accezione di tratto processuale[17]. Nella sostanza, appare comunque confermata – ci pare – l’idoneità di una contestazione articolata e resa per iscritto[18].

Detto questo, occorre altresì segnalare che allo stato manca il riscontro del diritto applicato. Sicché la stessa nozione appare, da quest’angolo visuale, procedere su sabbie particolarmente mobili.

Com’è poi evidente, la parola spetta adesso, almeno per una prima battuta, ai commissari liquidatori. Sembra comunque sicuro che, nel contesto attuale, una simile questione non possa essere risolta dagli stessi in via preventiva (ad esempio, mediante la diffusione di una comunicazione da parte dei medesimi); dovendo piuttosto esprimersi nelle decisioni individue relative a ciascuna singola domanda di insinuazione.

8.- Effetti della presentazione e della mancata presentazione della domanda di insinuazione al passivo

8.1.- Si tratta adesso, per completare il discorso, di verificare gli effetti della presentazione e della mancata presentazione della domanda di insinuazione; nonché, e distintamente, quelli che conseguono all’adozione di un provvedimento da parte dei commissari, sia esso di ammissione ovvero di esclusione dal passivo.

Quanto al primo profilo, è bene dedicare una separata attenzione alla posizione dei (pretesi) creditori di cui alla lettera c), rispetto a quelli della letterab).

L’esigenza di una diversa considerazione dipende, di per sé, dal fatto che la normativa relativa alla cessione devia senz’altro dalla regola base dell’art. 2560, comma 1, cod. civ., mentre una eguale deviazione non avviene – almeno secondo l’interpretazione che a noi pare preferibile – in relazione alla disciplina di cui al comma secondo del medesimo articolo (che appunto è destinato alla responsabilità per debiti altrui del cessionario).

8.2.- Con riferimento alle fattispecie rientranti nella lettera b), gli effetti della mancata presentazione della domanda paiono semplici da descrivere. Nei confronti della procedura, si perde la stessa possibilità della partecipazione al concorso; fatta salva l’eventuale sussistenza delle condizioni per proporre insinuazione tardiva ai sensi dell’art. 89 TUB.

Specularmente, la presentazione della domanda non produce alcun effetto preclusivo, rispetto alla posizione del creditore nei confronti del cessionario. Il dato normativo da evidenziare e rimarcare, sul punto, è quello (già evocato supra, n. 2) costituito dalla deroga espressa all’art. 90, comma 2, TUB che è contenuta nell’art. 3, comma 1, legge 121/2017.

Dal che consegue, per un’esigenza logica di base, l’inidoneità dello stato passivo a limitare la responsabilità del cessionario ai debiti risultanti dallo stato passivo. Disapplicata la regola di concentrazione, l’accertamento dei debiti di cui risponde il cessionario è quindi inevitabilmente rimesso alla cognizione del giudice del singolo rapporto contenzioso (cfr. pure infra, n. 9).

Resta da aggiungere che sulla base del diritto vigente la domanda di insinuazione al passivo di per sé non potrebbe essere in alcun modo intesa come implicante alcuna rinuncia ai diritti nei confronti del cessionario, né come integrante un comportamento opportunistico, siccome volto ad acquisire vantaggi non dovuti. Trattandosi di una figura di solidarietà nel debito, è nelle cose che il creditore possa contestualmente esercitare il diritto nei confronti di entrambi gli obbligati in solido (tale essendo l’ipotesi normativa dell’art. 2560, comma 2, cod. civ.)[19]. Così come che egli possa percepire da entrambi le somme dovute, «fino a concorrenza quanto ancora dovutogli» (cfr., per il principio, gli artt. 61 s. legge fall.).

8.3.- La vicenda relativa alle posizioni creditorie riconducibili alla lettera c) senz’altro condivide, di quanto si è appena osservato nel n. 8.2, l’assunto relativo agli effetti della mancata presentazione della domanda.

Meno lineare, e di certo più complicata, si manifesta invece la tematica relativa al rapporto tra presentazione della domanda e insinuazione al passivo della liquidazione coatta amministrativa.

In questa fattispecie, proprio in ragione del fatto che non si applica l’art. 2560, comma 1, cod. civ., la presentazione della domanda sembrerebbe suppore una sorta di «riconoscimento», di natura implicita, del fatto che la controversia non era ancora «sorta» al momento della messa in liquidazione.

Quest’impressione deve essere corretta, a nostro avviso. Secondo i termini che si vengono appunto a delineare.

Prima di ogni altra cosa, va escluso che nella domanda di insinuazione possa leggersi alcuna dichiarazione di natura sostanzialmente confessoria. La circostanza è esclusa, in effetti, già dal rilievo che il fatto che si pretenderebbe confessato costituisce circostanza del tutto esterna alla sfera del dichiarante.

Inoltre, non ci sembrerebbe corretto nemmeno attribuire alla domanda un significato – di sostanza processuale – grosso modo riconducibile al genere dell’acquiescenza: ché ciò significherebbe attribuire al creditore insinuante il rischio dell’apprezzamento qualificativo dei termini contenutistici della normativa sulla cessione (e della conseguente operazione). Del resto, la stessa non chiarezza del termine prescelto dal legislatore depone nel senso di sollevare il creditore dal detto rischio interpretativo e applicativo.

Ad ogni modo, un principio di prudenza rende senz’altro opportuno che, in sede di allegazione della causa petendi della domanda, i pretesi creditori abbiano cura di esplicitare che la presentazione della domanda non presuppone alcun riconoscimento, nemmeno implicito, del fatto che non esista alcuna controversia già sorta alla data della cessione, bensì che l’insinuazione manifesta il solo intendimento di ottenere il pagamento, senza alcuna presa di posizione intorno all’esistenza o meno dei relativi presupposti, come comprensiva altresì dell’assenza di fatti impeditivi (che è presa di posizione che non è corretto addossare al creditore, stante il contesto descritto)[20].

9.- Effetti dei provvedimenti (di accoglimento o di diniego) dei liquidatori

9.1.- Valutati gli effetti direttamente propri della presentazione delle domande di insinuazione, resta ancora da fare cenno dell’impatto che i provvedimenti di accoglimento, ovvero di diniego (per inammissibilità o per altro), delle domande di insinuazione potranno dispiegare nei confronti dei procedimenti civili extraconcorsuali, relativi a passività ascrivibili alle categorie di cui all’art. 3, comma 1, lettere b) e c).

Il tema trae spunto dalla nozione, che ha natura propriamente istituzionale, dell’endoconcorsualità degli accertamenti condotti in sede di formazione dello stato passivo. Dall’applicazione della quale nozione consegue, per l’appunto, la non vincolatività per il giudice civile della valutazione condotta in sede di accertamento del passivo[21].

Nella specie, la detta non vincolatività si trova ulteriormente confermata da due ulteriori constatazioni. La prima attiene alla natura propriamente amministrativa dei provvedimenti assunti, in un senso o nell’altro, dai commissari liquidatori ex art. 86 TUB. L’altra si richiama alla (non meno determinante) circostanza che i giudizi extraconcorsuali verranno a svolgersi tra chi il diritto accampa e il cessionario, che è soggetto che resta del tutto esterno (ancor prima che estraneo) al procedimento di formazione dello stato passivo in discorso (cfr. pure infra, n. 9.2.).

Questi rilievi appaiono in sé stessi bastanti con riferimento all’applicazione della lettera c) (che si condensa intorno all’interrogativo dell’essere la controversia già «sorta», o meno, alla data della cessione).

Per quanto riguarda i crediti non «ceduti» – nei rapporti interni – di cui alla lettera b), fatti valere nei confronti del cessionario ex art. 2560, comma 2, cod. civ.[22], va richiamato il dato normativo (già segnalato supra, nel n. 8.2, nonché nel n. 2.3) della deroga all’art. 90, comma 2, TUB (secondo cui «il cessionario risponde comunque delle sole passività risultanti dallo stato passivo»), contenuta nella disciplina per la liquidazione delle banche venete (art. 3, comma 1).

In particolare, quanto si è osservato (n. 8.2.) in punto di effetti della mancata presentazione della domanda vale anche per il rigetto della stessa, e così pure per il suo accoglimento: se è derogata la regola che ferma la responsabilità del cessionario sull’accertamento del passivo, fa difetto l’effetto tipico dell’accertamento concorsuale. Conseguentemente, ogni giudizio seguirà la propria strada, in via indipendente.

9.2.- Segue alla ricostruzione appena accennata il rischio – evidente – di confliggenti soluzioni tra i provvedimenti assunti dai commissari ex art. 86 TUB e quelli che verranno presi dall’autorità giudiziaria. E quindi, tra l’altro, che un credito considerato «ceduto» dai commissari sia invece ritenuto «non ceduto» dai tribunali esofallimentari. E viceversa, naturalmente.

Tale rischio è oggettivo e appare in sé stesso non eliminabile (così sembra a noi, almeno). Confrontando la «peculiare» liquidazione predisposta per le «banche venete» con il sistema generale dettato per la liquidazione coatta delle banche[23], emerge che tale rischio discende in radice dalla scelta di dichiarare non applicabile alla specie presente la norma dell’art. 90 comma 2 TUB, (anche) là dove la stessa assume che «il cessionario risponde comunque delle sole passività risultanti dallo stato passivo, tenuto conto dell’esito delle e eventuali opposizioni presentate ai sensi dell’art. 87» di detto testo unico.

Si tratta di una scelta certamente – e fortemente – voluta dal legislatore storico. Non sapremmo dire, peraltro, quanto la stessa possa essere considerata davvero felice e opportuna[24].

A parte questo, la detta scelta comunque non esclude – pure questo è un dato evidente – che le valutazioni dei commissari possano venire ad assumere un peculiare valore suasivo nell’ambito delle controversie portate avanti al giudice civile. Un simile valore indirizzante (per sua stessa natura, solo eventuale) potrà svolgersi, però, solo a livello di singole fattispecie concrete; e in ogni caso nel confronto con tutte le circostanze che ciascun caso verrà volta a volta a manifestare.


[1] L’edizione della Gazzetta Ufficiale del 31 luglio 2017, n. 177, pag. 156, reca infatti la sola comunicazione, da parte della Banca d’Italia, dell’emanazione dei decreti del MEF nn. 185-186.

Il testo dei decreti (uguale per entrambi i casi) risulta peraltro circolare via internet (http://www.vicenzapiu.com/documenti/Decreto%20MEF%20n%C2%B0%20185%20BPVI…), secondo quanto viene qui di seguito trascritto.

«Articolo 1 (liquidazione coatta amministrativa) [la Banca] è posta in liquidazione coatta amministrativa ai sensi dell’art. 80, comma 1, del TUB e dell’art. 2, comma 1, lettera a), del D.L. Ai sensi dell’articolo 2, comma 1, lettera b), del D.L., è disposta la continuazione dell’esercizio dell’impresa della banca in liquidazione coatta amministrativa per il tempo tecnico necessario ad attuare le cessioni previste dal D.L. Articolo 2 (Regime di impugnazione) Il presente decreto è impugnabile entro sessanta giorni dinanzi al Tribunale Amministrativo Regionale ovvero 120 giorni con ricorso straordinario al Presidente della Repubblica. Le decisioni della Banca Centrale Europea, del Comitato di Risoluzione Unico e della Commissione Europea, menzionate nel preambolo e costituenti il presupposto del presente decreto, sono impugnabili con ricorso al Tribunale di Giustizia dell’Unione Europea entro due mesi».

Per completezza, va altresì osservato che nel comunicato della Banca d’Italia con cui si dà notizia della messa in liquidazione, si afferma che «[c]on separato decreto n. 187 in pari data, su proposta della Banca d’Italia, sono state adottate le misure di cui all’art. 2, comma 1, lett. c) e d)» del decreto legge 99/2017 (e qui interessa sottolineare, in particolare, la lettera d), in cui il riferimento a «gli interventi indicati all’articolo 4 a sostegno della cessione di cui all’articolo 3)». Tuttavia, non siamo riusciti a entrare nella materiale disponibilità del detto provvedimento.

[2] Dando seguito all’istanza di accertamento dello stato d’insolvenza della Procura della Repubblica di Treviso del 9 gennaio 2018, in data 18 gennaio 2018 il Tribunale di Treviso, Seconda Sezione Civile, ha fissato l’udienza per la comparizione del Pubblico Ministero nonché delle parti destinatarie della convocazione (Banca d’Italia, i cessati rappresentanti legali di Veneto Banca, i Commissari Liquidatori, i Ministro dell’Economia e delle Finanze) al giorno 23 marzo ai fini dell’accertamento del presupposti per la dichiarazione dello stato di insolvenza ex art. 202 l.f. e 82 TUB. Nel provvedimento del Tribunale è richiesta la presentazione di una lista dei creditori, che però, ovviamente, non assume alcun rilievo all’interno del procedimento di accertamento dello stato passivo.

[3] E infatti, se è vero che il decreto legge 99/2017 stabilisce la possibilità che il MEF disponga «la continuazione, ove necessario, dell’esercizio dell’impresa o di determinati rami di attività», facoltà che il Ministero ha nei fatti esercitato, è pure sicuro che questa è concessa «per il tempo tecnico necessario ad attuare le cessioni previste» dal medesimo decreto.

Ad ogni modo, l’inevitabilità dello scioglimento dei contratti di prestazione dei servizi di investimento resta sancita dalla revoca dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività bancaria, che è conseguita al provvedimento di revoca della licenza bancaria ad opera della Banca Centrale Europea, emesso in data 19 luglio 2017.

Apprendiamo tuttavia dalle dichiarazioni rese dal Commissario Liquidatore della Banca Popolare di Vicenza, dott. Fabrizio Viola, in sede di assunzione di informazioni (ex art. 362 c.p.p.) da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Vicenza in data 20 dicembre 2017, che «la Banca d’Italia ha concesso la autorizzazione provvisoria allo svolgimento della attività bancaria» (pagina 4 del relativo verbale).

[4] Non si comprenderebbe, del resto, perché la procedura dovrebbe consegnare tali strumenti al cessionario o a terzi. Peraltro, di fronte a una simile eventualità dovrebbe applicarsi l’art. 103 l.f. («se il bene non è stato acquisito all’attivo della procedura, il titolare del diritto, anche nel corso dell’udienza di cui all’articolo 95, può modificare l’originaria domanda e chiedere l’ammissione al passivo del controvalore del bene alla data di apertura del concorso. Se il curatore perde il possesso della cosa dopo averla acquisita, il titolare del diritto può chiedere che il controvalore del bene sia corrisposto in prededuzione»).

[5] Dolmetta e Malvagna, «Banche venete» e problemi civilistici di lettura costituzionale del decreto legge n. 99/2017, in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 15, 2017.

[6] Sui profili di incostituzionalità del decreto (e della relativa legge di converione) si concentrano, sotto angoli visuali anche diversi da quelli evidenziati nello scritto sopra citato, pure gli scritti di Urbani, La cessioneex lege n. 121/2017 e la posizione degli azionisti delle due «banche venete» poste in liquidazione coatta amministrativa, in Riv. trim. dir. ec., 2017, suppl. 3, 201 ss.; e di Vaccari, Lca delle banche venete e principio di tutela giurisdizionale effettiva, pubblicata su Dirittobancario.it.

[7] Distinzione che rende riferibili ai primi una funzione di disponibilità in senso proprio (e quindi la loro natura di «moneta bancaria»), e ai secondi una funzione di accantonamento-investimento.

[8] Sul punto, v. in specie la relazione di Dolmetta, La cessione dell’azienda bancaria: problemi di legittimità costituzionale, al convegno «Gli aiuti di Stato alle banche in crisi», Università di Siena, 26 gennaio 2018: «la filosofia che sta dietro la normativa, che è stata appositamente scritta per la cessione delle banche venete, appare in contrasto, prima di ogni altra cosa, con l’input costituzionale relativo all’investimento di ordine finanziario dei risparmi. Lungi dall’“incoraggiare” questa finalizzazione del risparmio, come vorrebbe la disposizione dell’art. 47 comma 1, tale normativa viene a “scoraggiarla” in modo evidente. A ben vedere, anzi, la stessa sembra possedere una spinta degenerativa della finalizzazione del risparmio negli investimenti. Ché, nella considerazione propria del plesso costituzionale (art. 47 comma 2), l’investimento immobiliare riceve dignità pari a quella dell’investimento in attività finanziarie solo quando risulta inteso all’acquisizione della «proprietà dell’abitazione», e cioè nel limite della c.d. «prima casa» (in segnata ragione del rilievo primario che il sostegno finanziario delle attività produttive ha per un paese come l’Italia)».

[9] Il riferimento corre, segnatamente: alla sentenza del Tribunale di Vicenza, 14 marzo 2018 (reperibile suDirittobancario.it), in cui la chiamata in causa del cessionario in un giudizio avente per oggetto l’illegittimo collocamento di azioni proprie da parte di Veneto Banca; al provvedimento dell’ufficio del GUP del Tribunale di Roma, 26 gennaio 2018 (reperibile su Dirittobancario.it), in cui la chiamata del cessionario come responsabile civile nel reato commesso dagli amministratori della cedente.

Ritiene invece di evitare la prospettiva di una tensione incostituzionale del decreto il provvedimento dell’ufficio del GIP del Tribunale di Vicenza, dell’8 febbraio 2018 (reperibile su Dirittobancario.it), la cui chicane non appare peraltro convincente (cfr. i rilievi critici svolti infra, n. 6). Per quanto qui rileva, è da notare comunque che il ragionamento ivi proposto mostra di fare comunque applicazione dell’art. 2560, comma 2, cod. civ.

[10]In realtà, a quanto pare di capire, la definizione dei «termini» e delle «condizioni» della retrocessione è stata operata con il decreto MEF 25 giugno 2017, n. 187, del cui contenuto, come già detto, non abbiamo contezza.

[11]Diversamente dalle retrocessioni dei crediti (deteriorati).

[12]Non ben comprensibile appare, al riguardo, il contenuto delle notizie di cessione pubblicate il 31 gennaio 2018 sul sito della Banca d’Italia (anche a prescindere dal fatto che le retrocedenti sono controllate del cessionario): «Banca Apulia S.p.A. Addendum al Contratto di cessione di crediti deteriorati e partecipazioni. In data 19 gennaio 2018 Banca Apulia S.p.A. ha ceduto a Veneto Banca S.p.A., in liquidazione coatta amministrativa, talune attività, passività e rapporti che sono risultati essere esclusi dal compendio trasferito a Intesa Sanpaolo S.p.A. in esito all’attività di due diligence prevista dal D.L. n. 99 del 25 giugno 2017, recante “Disposizioni urgenti per la liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e di Veneto Banca S.p.A.”, e dal contratto del 26 giugno 2017 per la cessione di attività, passività e rapporti giuridici di Veneto Banca S.p.A., in liquidazione coatta amministrativa. Della predetta cessione di crediti deteriorati e partecipazioni si dà notizia ai sensi e per gli effetti dell’art. 3, comma 2, e dell’art. 4, comma 4, lettera b), e comma 6, del citato D.L. n. 99/2017»; «Banca Nuova S.p.A. Addendum al Contratto di cessione di crediti deteriorati. In data 19 gennaio 2018 Banca Nuova S.p.A. ha ceduto a Banca Popolare di Vicenza S.p.A., in liquidazione coatta amministrativa, talune attività, passività e rapporti che sono risultati essere esclusi dal compendio trasferito a Intesa Sanpaolo S.p.A. in esito all’attività di due diligence prevista dal D.L. n. 99 del 25 giugno 2017, recante “Disposizioni urgenti per la liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e di Veneto Banca S.p.A.”, e dal contratto del 26 giugno 2017 per la cessione di attività, passività e rapporti giuridici di Banca Popolare di Vicenza S.p.A., in liquidazione coatta amministrativa. Della predetta cessione di crediti deteriorati e partecipazioni si dà notizia ai sensi e per gli effetti dell’art. 3, comma 2, e dell’art. 4, comma 4, lettera b), e comma 6, del citato D.L. n. 99/2017».

[13]Si tratta del già citato provvedimento del GIP Vicenza dell’8 febbraio 2018.

[14]È appena il caso di sottolineare, a tal riguardo, che la prosecuzione dei contratti in capo al cessionario, e la correlativa esclusione dall’accertamento del passivo, possono operare solo per l’intero contratto, con l’esclusione dell’ammissibilità della frammentazione del rapporto.

[15]Da un lato, il contratto è organizzato per categorie di rapporti generali, se non proprio di genere; esso dall’altro, si dichiara come meramente «esecutivo» di altri rapporti, pubblicamente non conosciuti né conoscibili [cfr. il preambolo dell’atto di cessione (che abbiamo compulsato mediante un accesso al CERVED), che fa «avvertenza che il presente Contratto costituisce esecuzione di accordi già intercorsi, e non ha efficacia novativa rispetto ad alcuna delle pregresse pattuizioni, le quali, a loro volta, non possono dunque intendersi derogate o superate da quanto qui convenuto». Ancora, risulta l’esistenza di atti successivi alla cessione, definiti come «ricognitivi» (anch’essi consultabili mediante accesso al CERVED), che vorrebbero essere intesi a interpretare «autenticamente» il primo atti, e così integrarlo e modificarlo.

[16]Dolmetta e Malvagna, «Banche venete»cit., 7 s.

[17]Urbani, La cessionecit., 197 ss., che però va a considerare il tenore dell’atto di cessione, a cui rimette il potere di far discendere l’inclusione di controversie (anche giudiziarie) già in essere alla data della cessione (che sono, alla fine, quelle rientranti nella lett. b) dell’art. 3). Sembra chiaro a noi che – fermo restando quanto osservato in relazione alla responsabilità del cessionario per i debiti non ceduti – sotto il profilo della inclusione o meno di dati crediti nell’accertamento del passivo una simile lettura si pone in contrasto con il tenore dell’art. 2, comma 2, l. 121/2017 (secondo quanto si è indicato supra, n. 6).

[18]Senza che ci sia bisogno, per il sorgere della controversia, di una replica da parte del destinatario della contestazione.

[19]Cfr., per tutti, Caccavale, La responsabilità per i debiti dell’azienda ceduta, Napoli, 2016, passim.

[20]Tutto ciò detto con riferimento all’insinuazione, va pure conclusivamente segnalato che, di fronte all’eventualità dell’ammissione al passivo (sulla base della valutazione, da parte della procedura, che si tratti di controversia non sorta), in punto di partecipazione ai riparti la fattispecie della lett. c) si distingue strutturalmente da quella della lettera b). E infatti, se in quest’ultima categoria si tratta per definizione di esercitare due titoli diversi (secondo la distinzione stipulativa qui assunta: il debito e la responsabilità), di tal che è corretto il richiamo all’art. 61 l.f., nella lettera c) la «cessione» del debito relativo alla controversia sorta prima della cessione comporta, in virtù dell’effetto esdebitatorio provocato dall’art. 2, comma 2, l. 121/2017, l’assunzione del debito da parte del cessionario nei rapporti interni (secondo l’effetto proprio dell’accollo liberatorio). Per l’effetto, l’ammissione alla procedura consente di ottenere il pagamento dal cessionario solo a titolo di responsabilità ex art. 2560, comma 2, cod. civ.; diversamente, si tratterebbe di una duplicazione illegittima delle prestazioni, che esporrebbe il creditore a una correlativa eccezione (che è di consistenza puramente sostanziale, e non già dovuta a un contrasto tra giudicati, che nella presente vicenda non può darsi: cfr. infra, n. 9).

[21]Ovvero della compiuta inidoneità dei provvedimenti di ammissione, ovvero pure di esclusione, a produrre giudicato esofallimentare.

In ragione di quanto si osserva nel testo (compiuta estraneità del cessionario alla intera procedura di formazione dello stato passivo), la stessa soluzione dovrebbe comunque valere anche per le pronunce emesse in sede di impugnazione.

[22]Così come quelli relativi a controversie per fatti anteriori alla cessione, fatti valere nei confronti del cessionario a titolo di responsabilità ex art. 2560, comma 2, cod. civ.: cfr. quanto osservato alla nota 18.

[23]Sul tema v. anche sopra, spec. n. 2.3.

[24]Non è forse inopportuno rilevare che, pure nella procedura in questione, viene a trovare applicazione (se non ci inganniamo) la norma dell’art. 96, comma 3, n. 3 l.f.

Banche Venete, le aziende “finite sotto la valanga”. Le colpe delle Authority

Di Luca Spoldi e Andrea Deugeni affariitaliani.it 17.6.18

Banche Venete, le aziende "finite sotto la valanga". Le colpe delle Authority

Da sempre nel mondo del businessle situazioni di crisi di un’azienda possono rivelarsi un’opportunità d’investimento per altri soggetti, a patto che il business sia sostanzialmente sano e che la proprietà sia disposta a fare un passo indietro. A volte però la crisinon è dovuta tanto ad errori dell’imprenditore quanto a crisi di fornitori o finanziatori che, non monitorate per tempo dalle autorità di vigilanza, hanno finito col travolgere l’azienda.

Non sfugge alla regola Ferrarini, gruppo alimentare emiliano leader italiano nel settore degli insaccati (in particolare prosciutto cotto e salumi), che a breve dovrebbe vedere Italmobiliare e il fondo QuattroR rilevare il controllo in cambio di un investimento da 100 milioni tra acquisto di una quota direttamente dagli attuali proprietari e sottoscrizione di un aumento di capitale riservato che servirà a ridurre l’indebitamento  (250 milioni a fronte di 335 milioni di fatturato e 29,5 milioni di Ebitda).

A differenza di concorrenti come Parmacotto, passata di mano lo scorso aprile dopo un periodo di amministrazione controllate avendo sfiorato il fallimento per un debito, 100 milioni di euro, nettamente sproporzionato rispetto al fatturato (58 milioni di euro lo scorso anno) e all’Ebitda (dichiarato pari a circa l’8% del fatturato, dunque attorno ai 4,7 milioni), Ferrarini era finora riuscita a mantenere in equilibrio i rapporti tra fatturato, Ebitda e debito, ma ha finito col ritrovarsi coinvolta nella crisi delle ex popolari venete: alla Società di gestione delle attività Spa (Sga), la “bad bank” che gestisce gli asset di BpVi e Veneto Banca non acquistati da Intesa Sanpaolo, dovrebbero fare capo circa 130 milioni di debito di Ferrarini, ossia più della metà dell’intero indebitamento.

Ma quali sono le altre “vittime” della crisi delle due ex Popolari, crisi cavalcata incampagna elettorale dai partiti di opposizione della precedente legislatura, Lega e M5S, per attaccare il Pd e su cui ora invece Matteo Salvini e Luigi Di Maio tacciono, mentre la valanga nordestina continua a sortire i suoi effetti sul tessuto industriale italiano e sui lavoratori?

Tenendo presente che a Sga sono state girate, come recentemente dichiarato dal presidente Alessandro Rivera125 mila posizioni per un valore lordo di 19,2 miliardi, di cui metà sono Npl (sofferenze) e la parte restante sono Utp (inadempienze probabili) e Past due (scaduti), essendo rimaste esclusi quei crediti collegati a “operazioni baciate”, oggetto di numerosi contenziosi legali e che sono dunque rimasti in capo agli istituti in Lca (liquidazione coatta amministrativa), sarebbero almeno 25 mila le aziende “incagliate” ed in cerca di nuovi finanziamenti. Per loro Sga ha concluso nei mesi scorsi un accordo con Intesa Sanpaolo che offrirà un servizio di “front desk”.In sostanza, Sga utilizzerà le filiali Intesa Sanpaolo ex Bpvi ed ex Veneto Banca per valutare volta per volta se e a chi concedere nuovo credito per riuscire a ristrutturare la posizione debitoria. In questa situazione potrebbero esservi alcuni dei grandi debitori i cui nomi erano circolati già alla fine dello scorso anno, come Mariella Burani Fashion Group, Vimet (azienda orafa di Vicenza dichiarata fallita nel marzo dello scorso anno con debiti per 150 milioni, 43 milioni dei quali nei confronti di BpVi), la Champions Re dei calciatori Vincenzo Iaquinta, Sebastian Giovinco, Nicola Amoruso e Matteo Guardalben, ma anche Luca Parnasi (l’immobiliarista romano implicato nella vicenda del nuovo stadio della As Roma), o l’ex presidente del Palermo calcio, Maurizio Zamparini.E poi ancora: la Nsfi srl, ossia l’ex Lujan Spa, holding inizialmente facente capo alla Finnat dei Nattino il cui controllo vene poi rilevato dall’imprenditore romano ed ex candidato sindaco di Roma Alfio Marchini (che attraverso essa deteneva quote di partecipazione in Methorios Capital, il “salottino buono” romano finito a sua volta in crisi), la Tirrenia poi ceduta nel 2012 alla Cin – Compagnia italiana di navigazione, a sua volta rilevata nel 2015 dall’armatore napoletano Vincenzo Onorato (già socio al 40%), Sorgente Group, l’immobiliarista di Aversa Giuseppe Statuto, la catena Boscolo, la Lotto Sport, storica società di calzature sportive rilevata nel 1999 da Andrea Tomat ma con 71 milioni di debiti a fronte di un fatturato di circa 281 milioni, la Logan Srl del gruppo Batacchi, l’immobiliare Moscova 38 che fa capo a Roberto Bettega e il gruppo Stefanel.Per completare l’elenco dei “grandi debitori” che forse non si troverebbero in una situazione a dir poco scomoda se Banca d’Italia e Consob fossero riuscite per tempo a cogliere i segnali della crisi, magari coordinando meglio la loro attività come prevede l’accordo appena siglato dal neo presidente di Consob Mario Nava e dal riconfermato governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco, vi sono infine Alfonso Dolce (fratello del più celebre stilista Domenico Dolce), con la sua Terra Gallurese, il banchiere Pietro D’Aguì, il gruppo immobiliare che fa capo all’ex onorevole di Scelta Civica, Salvatore Matarrese (eletto qualche settimana fa alla presidenza dell’Osservatorio Banche – Imprese della Regione Puglia), e l’imprenditore orafo di Thiene Gino Zoccai, condannato lo scorso anno per bancarotta fraudolenta per il fallimento da 500 milioni di euro della compagnia aerea Volare, da lui promossa e diretta.

Ancora un caso di sofferenza finanziaria legato al crack delle Popolari Venete non meno importante è quello Pasta Zara: la società trevigiana, appesantita da debiti per 241 milioni di euro (73 milioni ottenuti dalle sole due banche nordestine), ha chiuso lo scorso anno con una perdita di 25,7 milioni in parte legata alla svalutazione delle partecipazioni detenute in Bpvi e Veneto Banca. Proprio il calo del patrimonio netto a 77,3 milioni legato a tali svlutazioni ha fatto superare il covenant patrimonio netto/debito finanziario netto (di poco inferiore ai 200 milioni a fine 2017), portando all’apertura di trattative con le banche (verso le quali il pastificio è esposto complessivamente per 128 milioni).

Ottenuto il concordato preventivo “in bianco” dal Tribunale di Treviso, Pasta Zara, partecipata con quote di poco superiori all’11% ciascuna dalla Simest di Cassa depositi e prestiti e dalla finanziaria regionale Friulia (ma la cui quota di controllo, appartenente alla famiglia Bragagnolo, sarebbe stata girata in pegno a Banof China), ha ora tempo fino al prossimo 8 ottobre per predisporre un piano industriale e un progetto finanziario per ristrutturare l’esposizione verso i creditori. Insomma: spento il clamore del “crack” delle due ex popolari venete, la lista di situazioni aziendali di crisi ad esso collegata è ancora corposa ed i tempi per cercare di uscirne appaiono medio-lunghi.

Infine, la valanga nordestina si è abbattuta in casa anche sulla galassia di partecipazioni che fa capo a Finint, la finanziaria di Conegliano Veneto fondata da Enrico Marchi e da Andrea De Vido, socio storico del numero uno di Save (la holding alla quale fa capo l’aeroporto di Venezia),  finito in gravi difficoltà economiche,  dopo una serie di investimenti sbagliati e debiti personali per circa 100 milionilegati a operazioni con Popolare Etruria finanziati da Veneto Banca (De Vido aveva dato in pegno 26,34% delle azioni di Finint).

Dopo una serie di passaggi societari (che hanno fatto scattare anche un’Opa) in Save, Marchi ha liquidato De Vido, facendo entrare nel capitale della newco in cima alla catena di controllo, Milione, i fondi Deutsche Asset Management e Infravia.

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Visco Ignazio

Giuseppe Vegas

Di Maio ape 2

Meno sportelli e dipendenti e più online: così cambia il mondo bancario umbro. Cresce divario tra imprese

http://www.umbria24.it Daniele Bovi 17.6.18

Meno sportelli, meno personale e un ricorso maggiore alle possibilità offerte da Internet. Una sezione del rapporto sull’economia dell’Umbria presentato, nei giorni scorsi, dalla filiale di Perugia di Banca d’Italia, è dedicato al settore del credito regionale. Un mondo dove prosegue il processo di riassetto anche della rete. Alla fine del 2017 erano presenti nella regione 36 banche, delle quali 4 con sede in Umbria e 10 appartenenti ai principali gruppi nazionali. Realtà che nel complesso stanno razionalizzando la loro rete; in un anno il numero di sportelli è passato da 493 a 458, mentre nel 2015 erano 511. Un calo più intenso rispetto al resto del paese, che però non ha mutato il livello di bancarizzazione della regione, che rimane elevato (52 sportelli ogni 100 mila abitanti.

BANKITALIA: ANCHE LA RIPRESA DIVIDE LA REGIONE

VIDEO – BANKITALIA: «RIPRESA DIVIDE L’UMBRIA»

Dipendenti Oltre duecento in meno poi i dipendenti: se nel 2016 ce n’erano dietro gli sportelli 3.626, un anno dopo il numero era di 3.461. Il calo più forte c’è stato in provincia di Perugia (da 2.830 a 2.671), mentre in quella di Terni il dato è rimasto sostanzialmente stabile (da 797 a 790). A fronte di questo ridimensionamento della rete fisica si riscontra un aumento del ricorso a canali alternativi: alla fine dell’anno scorso infatti quasi la metà della popolazione era titolare di un contratto di internet ranking, mentre la percentuale di bonifici online sul totale degli ordini eseguiti superava il 60 percento. In netta espansione risulta poi la crescita dei Pos: oggi ce ne sono 64 ogni mille abitanti (in tutto oltre 57mila), un valore doppio rispetto a quello di fine 2012.

EXPORT, UMBRIA HA PERSO UN QUARTO DELLE QUOTE

La domanda Com’è andato invece l’anno che si è chiuso per quanto riguarda i prestiti? I numeri nel complesso sono positivi visto che si parla di un aumento del 2,5 percento dei crediti concessi, il che riflette la necessità di ‘ossigeno’ delle aziende più grandi e delle famiglie. Ciò è anche il risultato di condizioni di accesso migliori, ma il problema è che a risultare penalizzate sono le imprese più piccole: se per queste ultime la flessione è stata del 2,6 percento, per le medio grandi c’è stato un +2,7 percento. Uno scarto notevole (molto più ampio di quello medio italiano, 1,1) in un settore, il credito, che «è uno di quelli in cui il divario aumenta di più; è un motore – è stato detto durante la presentazione del rapporto – che allarga le disuguaglianze». E l’incremento dei finanziamenti in particolare si registra per le banche non appartenenti ai primi cinque gruppi nazionali.

INVESTIMENTI, SPESA DELLA PA IN FORTE CALO

Le sofferenze A livello settoriale, sono la manifattura e i servizi a trainare la domanda, mentre a soffrire ancora è il mondo delle costruzioni, tra i più colpiti dalla crisi in Umbria. Un dato positivo è poi la propensione a erogare finanziamenti alle imprese classificate come sane e vulnerabili, tornata ai livelli prossimi a quelli pre-crisi; per quelle rischiose invece, rimane su valori molto bassi. E proprio questa selettività, insieme alle condizioni migliori di cui si parlava prima, hanno portato a un ulteriore miglioramento della qualità dei finanziamenti concessi. Nel 2017 infatti il flusso dei crediti deteriorati è diminuito (-3,1 percento), anche se l’incidenza sullo stock complessivo rimane elevata: 23,4 percento, ma quasi un terzo (32 percento) se si guarda alle imprese. In termini assoluti si parla in tutto di 3,4 miliardi contro i 3,6 del biennio precedente. Dai dati emerge anche la pulizia fatta nei bilanci delle banche: nel 2017 sono stati stralciati 540 milioni di crediti e, anche grazie alla garanzia pubblica per la cartolarizzazione offerta nel 2016, quasi 600 milioni sono stati ceduti.

 

Nuovo cinema populista

di Alessandro Fiesoli – 17 giugno 2018 lintellettualedissidente.it

È nato un genere anti establishment?

Compagni, prendete i popcorn e sperate che tutto vada a scatafascio, ché mettere su una sana opposizione è un metodo ormai datato. Il populismo al potere genera a tutte le latitudini metodi di elaborazione della sconfitta differenti, ma quello tirato in ballo per giorni dai permalosi di casa nostra calza a pennello con certe produzioni cinematografiche che sembrano essere riuscite alla buon’ora a capire il sentimento che le circonda, seppur ancora in nettissima minoranza rispetto a quelle puramente organiche. Si tratta di un circolo ristretto di pellicole che si prestano a interpretazioni anti establishment su di uno spettro che va dai significati più espliciti fino a quelli al limite tra il sintomatico e la speculazione più ardita. Il tentativo – intenzionale o meno – di cavalcare o analizzare “la pancia” dei paesi non rappresenta di per sé un fatto nuovo, sia chiaro: di film contro i banchieri e i mangia patate a tradimento erano piene le sale già negli anni ’10, con i cosiddetti Film di preparazione (alla guerra) spesso anti-tedeschi e poi mutilati dalla censura. Ma rilevare che certi sceneggiatori, registi e produttori, nel 2018, mettano a disposizione il proprio mestiere per tematizzare alcune questioni care al bistrattato popolino non ci pare un fatto di poco conto.

Poster di “Pearl of the army”, film seriale del 1926 di preparazione alla guerra. Retorica anti tedesca e patriottismo spinto lo portarono alla censura.

Personaggi esasperati, intolleranti, arrabbiati; istituzioni e intere classi sociali messe sotto accusa; totale assenza di questioni à la page legate al campo sociale dei creativi; generica voglia di avere giustizia ad ogni costo e accoglienza fredda o quantomeno fortemente divisiva presso la critica istituzionale. Il rischio che si corre in Italia è quello di confondere uno schema simile con le numerose produzioni crime o “di periferia” (Gomorra, La terra dell’abbastanza, Suburra, Non essere cattivo, Cuori puri, per citare i migliori)ma qui il discorso non riguarda una generica criminalità, le difficoltà della vita in condizioni di disagio e compagnia cantante, il punto sta più semplicemente e direttamente nella presenza massiccia di quei risentimenti e quelle insoddisfazioni che in genere costituiscono le motivazioni dell’elettore che sceglie il voto anti-sistema. In altre parole sembra che le precarie condizioni del consumatore medio stiano lentamente influenzando le strategie produttive, che con notevole e colpevole ritardo prendono a seguire ciò che la macchina cinematografica ha sempre fatto, cioè andare incontro allo spettatore generalista o a nicchie potenzialmente fertili. Non a caso il grande schermo rappresenta storicamente un utile strumento di ricerca per molti sociologi del cinema in quanto dispositivo di riproduzione dello spirito del tempo:

Il cinema è stato spesso considerato come uno strumento rilevatore degli aspetti qualificanti una certa società. La sua tendenziale spinta verso il successo dovrebbe infatti portare a cogliere gli umori, gli interessi e i valori più diffusi […]

(Bettetini, “Cinema” in enciclopedia delle scienze sociali)

Benché il panorama attuale non renda evidentemente giustizia alla situazione ideale dipinta nella citazione – e non potrà mai farlo, vista la necessaria subordinazione dei creatori a spinte e interessi più alti di loro – alcune pellicole sembrano confermare che – come si diceva e sperava – la macchina produttiva sta forse prendendo atto della condizione di molti dei propri possibili fruitori.

LA GRECIA E L’EUROPA MATRIGNA

(Il sacrificio del cervo sacro)

Che andassero in pensione poco più che maggiorenni è un fatto, ma che il contrappasso calato su di loro dall’alto sia stato e continui ad essere più colpevole dei peccati iniziali lo è altrettanto. Golia ha fatto scempio del corpo di Davide e tanto ci basta per essere interessati a guardare quei resti di carne maciullata con il filtro del cinema. Sono anni che la filmografia greca che passa nei festival internazionali si contraddistingue per toni spiccatamente autoriali, provocazioni apparentemente fini a se stesse, umorismo nero e linguaggio cinematografico ricercato fino all’esasperazione. È come se questi giovani cineasti – e pensiamo all’Avranasregista di Miss violence premiato a Venezia qualche anno fa e a Lanthimos dei fortunati The Lobster e Kynodontas – soffrissero di un complesso di inferiorità culturale che li spinge a enfatizzare la loro abilità con la macchina da presa.

In Kynodontas i piani autoconclusivi con camera fissa si accumulavano per circa novanta minuti di pellicola, i dialoghi ricercati e infantili al tempo stesso stancavano alla lunga e il finale confermava l’impressione di avere a che fare con un cineasta tanto abile quanto furbo nel buttare la palla in tribuna quando la posta del gioco da lui stesso imbastito si era fatta troppo alta. Lanthimos riprendeva – per paradosso con uno stile tipicamente scandivano, zona prediletta da quella matrigna che opprime la Grecia – la vita di tre ragazzi, due sorelle e un fratello, segregati in una villetta e soggetti alla rigida disciplina dei genitori: per il loro bene non sarebbero dovuti uscire dal recinto casalingo e avrebbero dovuto seguire il regolamento ferreo imposto loro dal padre. Le motivazioni profonde di una tale educazione non verranno mai esplicate, mentre l’occhio di Lanthimos si divertirà a descriverne i caratteri quotidiani fino allo scialbo finale. Che fosse semplicemente un arido stimolo intellettuale? The lobster assecondava un’opinione simile, mentre a guardare l’ultima sua fatica i dubbi non vengono risolti, piuttosto si rafforzano entrambe le posizioni: Lanthimos gira con perfetto stile accademico delle inutili provocazioni o nasconde sotto di esse una spietata critica nei confronti di chi ha punito il proprio popolo? Il sacrificio del cervo sacro è infatti quanto di più stimolante si possa trovare in circolazione per il nostro scopo. C’è un chirurgo che stringe un forte legame di amicizia con il figlio di un paziente morto sotto i ferri. Il ragazzo mostra presto un’insana morbosità nei confronti della famiglia del dottore fino ad arrivare a poter essere arbitro della loro vita grazie a un potere sovrannaturale anche qui, ça va sans dire, mai chiarito. Le paralisi imposte su di loro avranno fine soltanto quando il chirurgo sacrificherà uno dei figli o la moglie.

Trailer de Il sacrificio del cervo sacro

È probabile che si tratti di un’elaborazione del mito di Ifigenia – come il titolo suggerisce – ma una chiave di lettura alternativa è forse possibile. Il ragazzo sceglie quando e come punire fisicamente i membri della famiglia del dottore, decide quando paralizzarli e quando guarirli temporaneamente, li ricatta promettendo di interrompere il sortilegio solo quando il capo famiglia sacrificherà uno dei figli. Fuori dalla metafora che vi si vuole rintracciare viene in mente un concetto che anche a noi del bel paese non risulta affatto estraneo. Non a caso il chirurgo ha la colpa di aver fallito l’intervento sul padre del ragazzo, che come contrappasso si appropria della vita dello sventurato medico e di quella dei parenti. Ma c’è dell’altro: nel momento in cui il dottore prende atto del potere sovrumano del giovane, né lui né i familiari si faranno troppe domande sulla natura che lo abbia originato. E ancora, l’interpretazione di Barry Keoghan (il giovane dai poteri misteriosi) enfatizza un atteggiamento freddo, cinico, di furia cieca dinanzi al dolore di chi sta vedendo i propri figli morire lentamente.

Un campo-controcampo rivelatorio ci mostra Colin Farrell (il chirurgo) implorare pietà in ginocchio al ragazzo vendicativo, mentre questo si abbuffa, si sporca la faccia di pomodoro e divora tutto con le mani: i più maligni facciano due più due. Unendo allora i puntini, ossia il fatto che anche le sorelle di Kynodontasnon si domandino mai il motivo che porti il padre a segregarle, una regia forzatamente statica e la folle disciplina imposta dal ragazzo al chirurgo in Il sacrificio del cervo sacro, osserviamo come risultato un gioco allusivo a quelle politiche di austerità imposte ciecamente sulla nazione da cui proviene il regista. A onor del vero la regia pare in questo caso assai meno ingabbiata del solito, peraltro ricca di ammiccamenti tematici a Eyes Wide Shut, ma laddove la borghesia andava incontro al fallimento a causa dei propri vizi, qui la classe media sacrifica letteralmente i figli in nome di regole cadute dal cielo, addirittura impossibili da mettere in discussione.

Nel controcampo Colin Farrell prega il ragazzo di interrompere la vendetta. Questo si abbuffa senza ritegno.

CETO RIFLESSIVO E CLASSI SUBALTERNE

(The square)

Fucina di articoli acchiappa click più che nazione da prendere a modello, la Svezia dei benestanti è l’oggetto di interesse nonché bersaglio preferito del regista Ruben Ostlund e dei suoi ultimi due lavori. In Forza maggiore indagava le dinamiche di una ricca famiglia in settimana bianca: durante il pranzo un piccolo smottamento faceva rotolare rapidamente la neve verso la terrazza in cui i protagonisti stavano mangiando. Mentre il padre si dava alla fuga senza colpo ferire, la madre restava immobile a protezione dei figlioletti. Da qui Ostlund prendeva a massacrare l’ostentata e vuota mascolinità dello svedese borghese in un film non totalmente risolto ma di certo molto curioso. Con The square il regista di Styrso sceglie invece più drasticamente la via dell’autodistruzione: massacrare dall’interno il ceto medio dei quartiari, per citare Bianciardi, che muove la fuffa dell’arte contemporanea e ciò che le gira attorno.

Il film procede per accumulo di situazioni nella miglior tradizione del cinema d’autore europeo, con un protagonista direttore di un museo moderno alle prese con la presentazione di una nuova opera – The square, appunto – e con alcune disavventure che a partire dal furto del proprio portafoglio lo porteranno a mettere in evidenza tutte le ipocrisie che lo caratterizzano. Al netto delle facili ma irresistibili ironie sulle installazioni contemporanee e sui vari operatori culturali che le deificano, la pellicola di Ostlund condanna fermamente il falso progressismo di certi ceti, qui messi alla berlina prima ostentandone i valori e poi mostrando l’esatto contrario nelle loro azioni. Non a caso la didascalia di The square parla di uguaglianza, diritti, doveri e altri buoni propositi puntualmente disattesi dal direttore del museo, che si scusa con i rom che chiedono la carità con la motivazione più chiara e laconica sul contesto della Svezia dabbene: Ho solo carte di credito.

 

“Se prendiamo la sua borsa e la mettiamo lì, questo la fa diventare arte?” Il vecchio travestito da nuovo. La reazione dell’intervistatrice la dice lunga sull’intento demitizzante dell’intera pellicola di Ostlund.

A dimostrazione di come si possa parlare a ragione di un cinema populista inteso come genere a sé stante va quindi sottolineato come tutti gli anti cui associamo il voto di pancia non si traducano a livello cinematografico in messe in scena aggressive, in attacchi frontali o di denuncia diretta. Nel caso di specie è l’ironia a tematizzare e a incanalare la rabbia giustificata del bambino ingiustamente accusato del furto del portafoglio del protagonista, così come, almeno in Italia, alcune forze politiche rivendicano la propria presenza sulla base di una foga riversata nelle urne anziché nelle strade da mettere a ferro e fuoco. Come ogni filone cinematografico di successo, quello ipotetico del populismo mostra allora già le diverse specificazioni che ne rappresenterebbero i sottogeneri, ossia quello del thriller psicologico nel caso di Lanthimos e quello della commedia sofisticata in The square.

Non c’è da stupirsi che la critica istituzionale si sia nettamente divisa in entrambi i casi. Quello che viene rimproverato a Ostlund è la facile demitizzazione del mondo più escludente ed elitario di tutto il panorama culturale. L’opera d’arte contemporanea, i suoi creatori, i suoi destinatari e chi ne produce i discorsi paratestuali costituiscono una cerchia ristrettissima difesa da codici di consumo e linguaggi specifici. Sentendosi evidentemente chiamata in causa, la critica cinematografica ha reagito o in modo entusiasta o al contrario con giudizi sprezzanti. È lo stesso gioco delle parti del politico che aizza la folla a suon di tagli ai vitalizi e dell’editorialista schifato da cotanto risentimento, ingiustificato ai suoi occhi tanta è la distanza – sia simbolica che urbanistica – che lo separa dal cosiddetto paese reale. In modo speculare The square ribadisce tale distanza e si prende applausi e fischi insieme, che nei fatti si traducono con la vittoria della Palma d’oro a Cannes e il conseguente sbigottimento di molti osservatori incapaci di spiegarsi lo scontro tra dominati e dominanti che – ormai lo sanno anche i muri – anima il dibattito politico.

BREXIT

(I primitivi, Dunkirk)

Per poco non li hanno fatti tornare alle urne: troppo fighi i sostenitori della permanenza, troppo subalterni benché in maggioranza quelli per l’uscita. I creatori de I primitivi, film di animazione della britannica Aardman animations, sembrano rientrare nella seconda categoria. Nel loro ultimo gioiellino mettono in scena la distruzione di un tranquillo villaggio di cavernicoli assediato da un esercito che proclama la fine dell’età della pietra e l’inizio di quella del bronzo. Dall’accento spiccatamente tedesco, gli uomini di Lord Nooth vivono in una città moderna dove regna già il commercio in sostituzione della caccia al coniglio che invece regge l’intera sussistenza dei cavernicoli protagonisti. Sarà una partita di calcio a determinare la definitiva conquista degli evoluti sui primitivi, in caso contrario Lord Nooth dovrà restituire loro la valle dalla quale provengono.

Se l’interpretazione che diamo è corretta, allora il divertimento con cui si mostra la sana voglia di ozio che caratterizza la tribù non può che essere un riferimento alle ormai numerose dichiarazioni dei gran capi del governo sovranazionale. Assonnati, amanti del convivio e felici con poco, i primitivi protagonisti si scoprono indifesi nel momento dell’invasione nemica; mentre i civilizzati mostrano una lucidissima conoscenza delle strategie politiche e militari. Emblematico è un dialogo tra il giovane Dag e il capo tribù Barbo, in cui il primo chiede di poter cercare prede più ambite rispetto ai soliti piccoli conigli, e il secondo gli risponde mostrando la felicità degli altri membri della comunità riuniti intorno al modesto risultato della caccia. Come detto, la città di Lord Nooth è già dominata dal commercio, sviluppata fisiognomicamente con fisici prestanti e già dedita all’intrattenimento calcistico. Si scoprirà che pur non sapendo giocare, i primitivi vantano tra gli antenati gli inventori delle regole del calcio, mentre i biondi dalla cadenza teutonica se ne sono soltanto appropriati successivamente e ne hanno fatto poi una sorta di religione. Anche qui i più maligni facciano i propri conti, magari sostituendo il calcio con quella disciplina che dovrebbe studiare l’impiego razionale del denaro.

Tra i vari oggetti in bronzo che ornano la veste di Lord Nooth si nota una cintura che sembra riprendere le tessiture del pallone. La sua civiltà ha infatti reso il calcio una religione con cui imporsi sui primitivi.

Sulla stessa linea, benché in maniera assai meno diretta e all’interno di un personalissimo percorso, è stato interpretato l’ultimo film dell’inglese NolanDunkirk. Nell’ottica del riconoscimento di un genere cinematografico populista ci è sufficiente rivedere in uno dei personaggi principali lo stesso Barry Keoghanche avevamo trovato nel film di Lanthimos. Se un genere si definisce per temi ricorrenti, metodi produttivi simili e utilizzo reiterato degli stessi volti, ecco che il giovane attore in questione ribadisce la possibilità di intravedere un tale filone, benché ancora lontano dall’essere consolidato tanto per mancanza di una ristretta gamma di stili narrativi e formali quanto per omogeneità di caratteri produttivi. Se però assistiamo ormai da anni al consolidamento del filone Lgbt e a quello femminista, che pure presentano le medesime lacune di quello che qui si paventa, allora sarà inevitabile trovarci a breve a fare i conti col cinema di pancia. Senza mancare di rispetto a nessuno, le istanze dei due filoni appena chiamati in causa rappresentano infatti una netta minoranza rispetto all’enorme fetta di pubblico potenzialmente attratta da pellicole anti-establishment, e se nel caso di Dunkirk occorre cercare col lanternino i segni di un possibile riferimento alla Brexit, in I primitivi i richiami sono be più espliciti.

LE COLPE DELLE BANCHE

(DesconocidoHell or high water, Insospettabili sospetti)

Dopo quello del rapimento della bambina con conseguente ricerca e annessa mattanza indiana, uno degli schemi più ricorrenti del western americano è quello del grande colpo alla banca e successiva caccia tra guardie e ladri. Il paradigma è cambiato non tanto per un classico revisionismo – sempre esistito in tutti i generi e in particolare in quelli di frontiera – quanto per una ribaltata disposizione dello spettatore medio nei confronti dell’istituzione bancaria. In questo senso Hell or high water di Sheridan e Mackenzie ne incarna la forma più manifesta. Neo western di macchine che sfrecciano al posto dei cavalli, di banche rapinate, di frontiera arida, di buoni costretti a diventare cattivi e di altri buoni che parteggiano per loro. Ci sono due fratelli, una banca succhia sangue che minaccia di pignorare i beni di una vita e lo sceriffo alle soglie della pensione che dà battaglia ai fratelli rapinatori pur condividendo la loro crociata: pagare il debito della madre alla banca con i soldi della rapina alla banca stessa. Si raggiunge qui l’apice dei contenuti popolari e populisti uniti a un patto solidissimo con il cinefilo, accontentato dalla rielaborazione dei clichés del western e da pochi ma buoni virtuosismi alla macchina da presa. il tecnicismo gradevole ma subordinato al contenuto battagliero, l’attacco sfrontato di gente disperata, l’America profonda che si attiva: è il pilastro del nuovo cinema populista.

A dare man forte a questo sottogenere accusatorio ci hanno pensato poco tempo dopo due pellicole fortemente diverse nella produzione ma simili per contenuti. Il primo è un classico thriller con l’unità di spazio, nello specifico un’automobile; il secondo un remake non riuscito appieno ma nel complesso simpatico e quanto mai attuale di un film degli anni ‘70. In Desconocido si prende infatti spunto dallo scandalo delle Participationes preferentes per costruire un thriller puro in cui un misterioso interlocutore minaccia per telefono un importante dirigente di banca. Questo dovrà versare sul conto dello sconosciuto tutto ciò che possiede, pena l’esplosione dell’auto su cui viaggia con i figli. Qui la stretta realtà del fatto storico si lega a una classica dinamica da film di genere, ossia il ricatto: fai quello che ti dico o salti per aria. Il gioco regge bene, il regista Dani de la Torre – con l’italiano Alberto Marini alla sceneggiatura – sa costruire la tensione e si concede pure una manciata di tecnicismi (tra cui un fluido piano sequenza nel momento di maggiore tensione) per un risultato che non fa che andare incontro al genere che si voleva profilare. La maturazione di un filone si misura anche in base alla quantità di pellicole minori capaci di ribadirne i segni distintivi e allo stesso tempo inserire elementi di originalità. È il cuore della natura industriale della produzione per generi, e il cinema populista sembra rispettarne i codici.

La macro-sequenza di massima tensione in Desconocido: gli artificieri tentano di bonificare l’automobile del protagonista, minacciato dallo sconosciuto al telefono e braccato dalla polizia che lo crede un attentatore.

Sono il nuovo revisionismo (Hell or high water), il consolidamento del genere grazie al gregario (Desconocido), le spinte più autoriali (The square e Il sacrificio del cervo sacro) e infine il remake assoggettato all’attualità a ribadire la possibilità di poter parlare di un filone populista. In questo caso è il lavoro di Zach Braff a rielaborare una vecchia pellicola degli anni ‘70 e ad attualizzarla sul versante della banca vessatrice. Siamo nel canale della commedia-crime dei vecchietti, (Morgan Freeman, Michael Caine, Alan Arkin) che in questo caso non percepiscono più la pensione a causa del trasferimento dell’azienda per cui hanno sempre lavorato. Contemporaneamente fanno i conti con l’aumento del mutuo e i normali acciacchi dell’età. Non è un capolavoro, lo si è detto, ma pare genuino e ingenuo proprio come quel sentimento incanalato in certe forze politiche bistrattate fino a ieri e oggi demonizzate da molti osservatori. Se talvolta però in questi si rintracciano vere e proprie sgrammaticature rispetto ai codici dei ruoli che ricoprono, in alcuni dei titoli chiamati in causa si evidenzia invece una forte spinta verso il garbo stilistico, quasi a voler legittimare messaggi generalmente provenienti dal basso. I giallo-verdi prendano appunti allora, perché forse la strada giusta per restare a galla in un contesto avverso è la stessa intrapresa da chi ha pensato certi innocui filmetti.

Peggio di noi solo la Gre… Oh, wait!

di Pierluigi Dimitri, in Economia, Quotidiano, del 11 Giu 2018 atlanticoquodidiano.it

Sorpresa! Mentre nei bar della Penisola proseguono ancora gli strascichi dell’arduo dibattito tra grandi esegeti del mercato finanziario su quanto il terremoto provocato da Mattarella il 27 maggio – giornata ormai bella che andata – possa aver confuso o intimorito gli operatori, i titoli di Stato greci a nove mesi hanno segnato un rendimento inferiore dei BOT italiani con il medesimo arco temporale. Avete capito bene: per i prossimi nove mesi, in teoria, la Repubblica italiana è percepita dal mercato come soggetto più a rischio persino della rinomata bancarottiera del Mediterraneo, seppur di poco (0,75% rispetto allo 0,79% dei BOT).

Un incremento che pare inarrestabile su tutti i fronti – dallo spread dei titoli decennali ai CDS a 5 anni – proprio dal 14 maggio, quando galeotto fu il libricino della bozza di contratto per il governo del cambiamento.

Ma è proprio così? L’Italia è davvero messa peggio della Grecia, che ha un rating ancora prossimo al livello spazzatura?

Innanzitutto, con l’avvento di un lungo periodo fatto d’incertezze, finanche per il complesso scenario internazionale, possono accadere una serie di fatti non proprio piacevoli: la riduzione dei volumi; la fuga dei capitali verso altre mete; il consequenziale deprezzamento dei titoli; l’incremento dei rendimenti; la possibilità di continuare a speculare in un’ottica di peggioramento del quadro complessivo. Ma, come disse qualcuno, state attenti a toccare “un coltello in caduta libera”, poiché rischiate di farvi parecchio male.

Eppure, chi continua ad andar male è proprio il Ftse Mib, che ha chiuso negativamente anche la scorsa settimana e che, nel giro di un mese, ha perso circa tremila punti. Non dobbiamo però dimenticare che i primi acquirenti del mercato italiano – tanto azionario, quanto obbligazionario – siano, guarda caso, gli italiani e che, proprio nel mercato dei titoli di Stato, la BCE è indiscussa protagonista.

Tuttavia, senza invocare necessariamente l’Amor di Patria e smorzando i toni di un titolo leggermente provocatorio, possiamo affermare con certezza che l’Italia è più solida della Grecia. Lo è per un’economia con un PIL di 1.700 miliardi che, pur rimanendo alquanto somnians, continua a poggiare sulle solide fondamenta di una grande manifattura che esporta per un valore di oltre 400 miliardi; senza poi dimenticare i risparmi di una vita dei cittadini italiani. Lo stesso vale per lo stato delle finanze pubbliche, rimaste ancora in piedi dopo 4 anni di sgravi contributivi erga omnes e di bonus distribuiti “ad mentula canis” qua e là, nonostante una poderosa spending review da 25 miliardi. Ma quale è stato il risultato finale? Una crescita media annua che non arriva al mezzo punto percentuale tra il 2013 e il 2017 e un debito pubblico che si attesta al 131% del PIL.

Eppure, a giudicare dai discorsi di questa attuale classe politica, continua l’instancabile fiducia che il moltiplicatore della spesa pubblica italiana possa fare miracoli per il futuro, che il deficit non sia poi un grosso problema, che tanto, mal che vada, il debito pubblico si possa ristrutturare senza grossi patemi dalla sera alla mattina.

Ora, prima che il costo del denaro inizi a diventare davvero troppo per l’Italia e che qualche editore abbia di nuovo la geniale idea di titolare “FATE PRESTO!” a caratteri cubitali o che qualche Capo dello Stato si rimetta a fare l’analista finanziario della domenica e si erga a supremo organo di garanzia dei risparmi dei cittadini, sarebbe opportuno che il governo iniziasse a poggiare i piedi per terra e a dismettere con serietà una lunga lista fatta di ricchi premi e cotillon, coperta solo da tagli alla spesa dello zero virgola. Come si è potuto vedere in questo fine settimana, iniziano a mancare all’appello gli investitori (sell in may and go away!) e, prima o poi, anche la BCE, che inizierà ad alzare i tassi e a dismettere questo massiccio programma di acquisti, mentre l’Opposizione starà ancora cercando di capire su quale aereo di Stato abbia viaggiato Conte per il G7 in Canada.

Che cosa può fare il governo Conte per le Popolari

di Corrado Sforza Fogliani startmag.it 17.6.18

Il commento di Corrado Sforza Fogliani, presidente di Assopopolari

Poche (sagge) parole del presidente del Consiglio Giuseppe Conte sono state sufficienti per riaprire il dibattito sulle popolari (quel dibattito che la Commissione Casini e la gran parte della stampa nazionale non hanno invece voluto aprire). Analogamente per le bcc, anche se al proposito va certo considerato che esse si trovano tutte in un delicato momento di transizione.

Punto di partenza naturalmente è la riforma contro le popolari voluta da Matteo Renzi (con l’assistenza di Maria Elena Boschi). I reali motivi che indussero questi ultimi a vararla, e a vararla in fretta e furia (fino a farla firmare dal presidente del Senato Piero Grasso in sostituzione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano), verranno alla luce nel procedimento penale in corso (e disposto d’autorità dal gip di Roma Gaspare Sturzo, contraria la Procura della capitale, che voleva invece archiviare il tutto), anche se la partenza, come visto, non è stata delle più lineari. Nella ricerca di quei motivi potrà forse giovare considerare che tutte le banche che hanno dovuto convertirsi (per qualcuna, in non buonissime acque, la trasformazione coatta è però stata un toccasana…) non sono più, come prima, proprietà dei risparmiatori, ma sono invece proprietà dei fondi speculativi esteri, europei e/o statunitensi.

I fatti che alla riforma contro le popolari sono seguiti sono noti. Le più si sono convertite (alcune in fretta e furia), due devono ancora farlo. Nel frattempo però si sono avute una sentenza della Corte Costituzionale (che ha sollecitamente deciso che tutto va bene) e un’ordinanza – quella che ha rimesso la questione di costituzionalità alla Consulta – del Consiglio di Stato, ordinanza che non è esente da chiari accenni al merito del problema all’esame della suprema magistratura (quello della legittimità o meno non della legge contro le popolari ma della normativa secondaria che la Banca d’Italia ha emanato per dare a essa attuazione: giudizio che è di spettanza esclusivamente, in ultima istanza, del Consiglio di Stato). Il giudizio relativo è stato dai ricorrenti – soci della Popolare di Sondrio – già riassunto e, assegnato alla VI sezione giurisdizionale, il presidente di quest’ultima ha fissato con proprio decreto la trattazione del ricorso in camera di consiglio per il 12 luglio. Ciò, come è esattamente precisato, «ai soli fini della seconda fase dell’incidente cautelare». Infatti va ricordato che con proprio, precedente provvedimento il Consiglio di Stato aveva disposto la sospensione del procedimento stesso sino alla decisione (ora giunta, come s’è detto) della questione di costituzionalità sollevata dallo stesso Consiglio.

Superata comunque, prima o dopo, la fase cautelare, il Consiglio di Stato dovrà affrontare il merito del problema (che è quello più sopra precisato, concernente esclusivamente la normativa secondaria emanata dalla Banca d’Italia). In quella occasione il supremo organo di giustizia amministrativa potrà avallare o annullare (o dichiarare inapplicabile) la normativa di Banca d’Italia, in particolare sui due punti che sembrano oggi quelli focali, e ciò tenendo magari conto di quanto sostenuto nella sua ultima sentenza dalla Consulta: quelli del recesso dei soci e del modo di trasformazione delle banche. Sempre che la stessa Banca d’Italia non ritenga di intervenire prima sulle sue stesse disposizioni.

Questo scenario (escluso quello cautelare, ovviamente) potrebbe mutare in un solo caso: nel caso in cui il governo, tenendo dietro alle dichiarazioni del presidente, modificasse in via d’urgenza la normativa Renzi-Boschi evitando che essa rechi ulteriori danni alle popolari (tra l’altro, ora condannate paradossalmente a non crescere, pena la trasformazione in spa e la loro consegna ai fondi speculativi al raggiungimento della soglia degli 8 miliardi di attivi). La (radicale) correzione della legge contro le popolari avrebbe oggi due fari chiarificatori (quanto al suo proposito hanno detto la Corte Costituzionale e il Consiglio di Stato) e soprattutto avrebbe dalla sua una maggioranza parlamentare – allargata in questo caso a Forza Italia, per quanto già dichiarato da un suo autorevole esponente, il presidente Maurizio Gasparri – che vuole restituire ai territori le loro banche locali, sottraendole dalle mani dei fondi esteri speculativi e ridando credito a pmi e famiglie.

In sostanza, una maggioranza non più condizionata dal pensiero unico della finanza internazionale (ne abbiamo già detto il perché) e che vorrebbe anzi mettersi al passo con Stati Uniti, Canada, Francia e Germania, che hanno recentemente varato provvedimenti in favore, e in difesa, delle banche di territorio. Mentre da noi le studiavano tutte per farle cadere in mani estere.

Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza

GIALLO MARCELLETTI / ARRESTO CARDIACO DI STAMPO MAFIOSO

PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it 29.5.18

Dieci anni dalla morte del cardiochirurgo Carlo Marcelletti. Un giallo mai risolto, l’ennesimo buco nero nella martoriata storia del nostro Paese.

“Arresto cardiaco”, fu il referto ufficiale. Difficile dar torto, visto che ogni mortale termina i suoi giorni per un arresto cardiaco.

Tutto ok per la procura di Roma, che archiviò in pochi giorni il caso, rubricandolo come ‘suicidio’. Per l’assunzione – veniva assicurato – di una forte dose di digitale: chi meglio di lui poteva conoscere bene il modo per togliersi la vita?

Detto fatto, la procura calò subito il sipario. Poi l’oblio.

Le cose, invece, non andarono proprio così. Non mancano, ancor oggi, pesanti sospetti di una ‘forzata’ assunzione di digitale, vale a dire un omicidio in piena regola. Commenta un avvocato romano: “Lo stesso copione che fa da sfondo alla vicenda del campione di ciclismo Marco Pantani. Fu costretto ad inghiottire un grossa dose di polvere bianca, un pallina di pane e coca, che gli provocò evidentemente un arresto cardiaco. Anche allora una procura, quella di Forlì, ha archiviato la pratica come ‘suicidio’ e la Cassazione ha confermato. Ma in entrambi i casi c’erano abbondanti elementi per corroborare la pista del suicidio forzato, ovvero dell’omicidio”.

Marco Pantani. Nell’altra foto Carlo Marcelletti

Nella vicenda di Pantani c’era il concreto timore di ciò che avrebbe potuto rivelare su quel Giro d’Italia del 1999 taroccato dalla camorra, la quale aveva scommesso miliardi di lire sulla sua sconfitta: c’è ancora un brandello d’inchiesta alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, ma speranze ridottissime per far luce sulla combine.

Nel giallo Marcelletti esisteva il concreto timore che potesse far luce sugli affari mafiosi nel ricco panorama della sanità in Sicilia. Stava infatti completando un libro-denuncia sulle palate da milioni di euro controllati dai colletti bianchi (e spesso in camice bianco) e i clan mafiosi: anche il cronista napoletano Giancarlo Siani, prima d’essere ammazzato, stava per pubblicare un libro choc sulle connection politica-camorra-imprese. Un pericolo pubblico, dunque, Marcelletti, perchè avrebbe potuto svelare trame, affari & connection in quello sporco mondo.

Rammentiamo, en passant, una cover story della Voce fine anni ’90 su “Mafia, Medici, Massoni”, ambientata proprio nelle ovattate stanze dorate della sanità siciliana.

Forse non è bastata la macchina del fango per eliminare un uomo ‘pericoloso’ come Marcelletti: visto che era stato messo sotto accusa dalla procura di Palermo per mazzette da poche migliaia di euro incassate – secondo le ipotesi accusatorie – per accelerare operazioni dei sui piccoli pazienti.

E non era bastata, quell’accusa, per stroncarne la resistenza. E neanche un’altra a base di pedofilia, per via d’un paio di messaggini con la figlia di una sua assistita.

Tanto sarebbe stato sufficiente per fermare il cuore di un toro. Ma lui aveva resistito per mesi, respinto le accuse ed era passato al contrattacco. Cominciando a denunciare chi aveva cercato di delegittimarlo e intanto continuava a razzolare pacioso nei ricchi pascoli della sanità collusa con le cosche.

Per questo “doveva morire”.

E arrivò cadavere all’ospedale San Carlo di Nancy a Roma. Lo avevano trovato morto per strada. A quanto pare dopo atroci dolori, provocati da una dose letale di digitale.

Possibile che un esperto del suo rango abbia potuto mai organizzarsi una fine tanto penosa? Poco credibile. Eppure la procura di Roma ha subito abboccato ed ha archiviato il caso senza muovere un dito.

Quando si dice il porto delle nebbie…

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27 ottobre 2015