Nuovo cinema populista

di Alessandro Fiesoli – 17 giugno 2018 lintellettualedissidente.it

È nato un genere anti establishment?

Compagni, prendete i popcorn e sperate che tutto vada a scatafascio, ché mettere su una sana opposizione è un metodo ormai datato. Il populismo al potere genera a tutte le latitudini metodi di elaborazione della sconfitta differenti, ma quello tirato in ballo per giorni dai permalosi di casa nostra calza a pennello con certe produzioni cinematografiche che sembrano essere riuscite alla buon’ora a capire il sentimento che le circonda, seppur ancora in nettissima minoranza rispetto a quelle puramente organiche. Si tratta di un circolo ristretto di pellicole che si prestano a interpretazioni anti establishment su di uno spettro che va dai significati più espliciti fino a quelli al limite tra il sintomatico e la speculazione più ardita. Il tentativo – intenzionale o meno – di cavalcare o analizzare “la pancia” dei paesi non rappresenta di per sé un fatto nuovo, sia chiaro: di film contro i banchieri e i mangia patate a tradimento erano piene le sale già negli anni ’10, con i cosiddetti Film di preparazione (alla guerra) spesso anti-tedeschi e poi mutilati dalla censura. Ma rilevare che certi sceneggiatori, registi e produttori, nel 2018, mettano a disposizione il proprio mestiere per tematizzare alcune questioni care al bistrattato popolino non ci pare un fatto di poco conto.

Poster di “Pearl of the army”, film seriale del 1926 di preparazione alla guerra. Retorica anti tedesca e patriottismo spinto lo portarono alla censura.

Personaggi esasperati, intolleranti, arrabbiati; istituzioni e intere classi sociali messe sotto accusa; totale assenza di questioni à la page legate al campo sociale dei creativi; generica voglia di avere giustizia ad ogni costo e accoglienza fredda o quantomeno fortemente divisiva presso la critica istituzionale. Il rischio che si corre in Italia è quello di confondere uno schema simile con le numerose produzioni crime o “di periferia” (Gomorra, La terra dell’abbastanza, Suburra, Non essere cattivo, Cuori puri, per citare i migliori)ma qui il discorso non riguarda una generica criminalità, le difficoltà della vita in condizioni di disagio e compagnia cantante, il punto sta più semplicemente e direttamente nella presenza massiccia di quei risentimenti e quelle insoddisfazioni che in genere costituiscono le motivazioni dell’elettore che sceglie il voto anti-sistema. In altre parole sembra che le precarie condizioni del consumatore medio stiano lentamente influenzando le strategie produttive, che con notevole e colpevole ritardo prendono a seguire ciò che la macchina cinematografica ha sempre fatto, cioè andare incontro allo spettatore generalista o a nicchie potenzialmente fertili. Non a caso il grande schermo rappresenta storicamente un utile strumento di ricerca per molti sociologi del cinema in quanto dispositivo di riproduzione dello spirito del tempo:

Il cinema è stato spesso considerato come uno strumento rilevatore degli aspetti qualificanti una certa società. La sua tendenziale spinta verso il successo dovrebbe infatti portare a cogliere gli umori, gli interessi e i valori più diffusi […]

(Bettetini, “Cinema” in enciclopedia delle scienze sociali)

Benché il panorama attuale non renda evidentemente giustizia alla situazione ideale dipinta nella citazione – e non potrà mai farlo, vista la necessaria subordinazione dei creatori a spinte e interessi più alti di loro – alcune pellicole sembrano confermare che – come si diceva e sperava – la macchina produttiva sta forse prendendo atto della condizione di molti dei propri possibili fruitori.

LA GRECIA E L’EUROPA MATRIGNA

(Il sacrificio del cervo sacro)

Che andassero in pensione poco più che maggiorenni è un fatto, ma che il contrappasso calato su di loro dall’alto sia stato e continui ad essere più colpevole dei peccati iniziali lo è altrettanto. Golia ha fatto scempio del corpo di Davide e tanto ci basta per essere interessati a guardare quei resti di carne maciullata con il filtro del cinema. Sono anni che la filmografia greca che passa nei festival internazionali si contraddistingue per toni spiccatamente autoriali, provocazioni apparentemente fini a se stesse, umorismo nero e linguaggio cinematografico ricercato fino all’esasperazione. È come se questi giovani cineasti – e pensiamo all’Avranasregista di Miss violence premiato a Venezia qualche anno fa e a Lanthimos dei fortunati The Lobster e Kynodontas – soffrissero di un complesso di inferiorità culturale che li spinge a enfatizzare la loro abilità con la macchina da presa.

In Kynodontas i piani autoconclusivi con camera fissa si accumulavano per circa novanta minuti di pellicola, i dialoghi ricercati e infantili al tempo stesso stancavano alla lunga e il finale confermava l’impressione di avere a che fare con un cineasta tanto abile quanto furbo nel buttare la palla in tribuna quando la posta del gioco da lui stesso imbastito si era fatta troppo alta. Lanthimos riprendeva – per paradosso con uno stile tipicamente scandivano, zona prediletta da quella matrigna che opprime la Grecia – la vita di tre ragazzi, due sorelle e un fratello, segregati in una villetta e soggetti alla rigida disciplina dei genitori: per il loro bene non sarebbero dovuti uscire dal recinto casalingo e avrebbero dovuto seguire il regolamento ferreo imposto loro dal padre. Le motivazioni profonde di una tale educazione non verranno mai esplicate, mentre l’occhio di Lanthimos si divertirà a descriverne i caratteri quotidiani fino allo scialbo finale. Che fosse semplicemente un arido stimolo intellettuale? The lobster assecondava un’opinione simile, mentre a guardare l’ultima sua fatica i dubbi non vengono risolti, piuttosto si rafforzano entrambe le posizioni: Lanthimos gira con perfetto stile accademico delle inutili provocazioni o nasconde sotto di esse una spietata critica nei confronti di chi ha punito il proprio popolo? Il sacrificio del cervo sacro è infatti quanto di più stimolante si possa trovare in circolazione per il nostro scopo. C’è un chirurgo che stringe un forte legame di amicizia con il figlio di un paziente morto sotto i ferri. Il ragazzo mostra presto un’insana morbosità nei confronti della famiglia del dottore fino ad arrivare a poter essere arbitro della loro vita grazie a un potere sovrannaturale anche qui, ça va sans dire, mai chiarito. Le paralisi imposte su di loro avranno fine soltanto quando il chirurgo sacrificherà uno dei figli o la moglie.

Trailer de Il sacrificio del cervo sacro

È probabile che si tratti di un’elaborazione del mito di Ifigenia – come il titolo suggerisce – ma una chiave di lettura alternativa è forse possibile. Il ragazzo sceglie quando e come punire fisicamente i membri della famiglia del dottore, decide quando paralizzarli e quando guarirli temporaneamente, li ricatta promettendo di interrompere il sortilegio solo quando il capo famiglia sacrificherà uno dei figli. Fuori dalla metafora che vi si vuole rintracciare viene in mente un concetto che anche a noi del bel paese non risulta affatto estraneo. Non a caso il chirurgo ha la colpa di aver fallito l’intervento sul padre del ragazzo, che come contrappasso si appropria della vita dello sventurato medico e di quella dei parenti. Ma c’è dell’altro: nel momento in cui il dottore prende atto del potere sovrumano del giovane, né lui né i familiari si faranno troppe domande sulla natura che lo abbia originato. E ancora, l’interpretazione di Barry Keoghan (il giovane dai poteri misteriosi) enfatizza un atteggiamento freddo, cinico, di furia cieca dinanzi al dolore di chi sta vedendo i propri figli morire lentamente.

Un campo-controcampo rivelatorio ci mostra Colin Farrell (il chirurgo) implorare pietà in ginocchio al ragazzo vendicativo, mentre questo si abbuffa, si sporca la faccia di pomodoro e divora tutto con le mani: i più maligni facciano due più due. Unendo allora i puntini, ossia il fatto che anche le sorelle di Kynodontasnon si domandino mai il motivo che porti il padre a segregarle, una regia forzatamente statica e la folle disciplina imposta dal ragazzo al chirurgo in Il sacrificio del cervo sacro, osserviamo come risultato un gioco allusivo a quelle politiche di austerità imposte ciecamente sulla nazione da cui proviene il regista. A onor del vero la regia pare in questo caso assai meno ingabbiata del solito, peraltro ricca di ammiccamenti tematici a Eyes Wide Shut, ma laddove la borghesia andava incontro al fallimento a causa dei propri vizi, qui la classe media sacrifica letteralmente i figli in nome di regole cadute dal cielo, addirittura impossibili da mettere in discussione.

Nel controcampo Colin Farrell prega il ragazzo di interrompere la vendetta. Questo si abbuffa senza ritegno.

CETO RIFLESSIVO E CLASSI SUBALTERNE

(The square)

Fucina di articoli acchiappa click più che nazione da prendere a modello, la Svezia dei benestanti è l’oggetto di interesse nonché bersaglio preferito del regista Ruben Ostlund e dei suoi ultimi due lavori. In Forza maggiore indagava le dinamiche di una ricca famiglia in settimana bianca: durante il pranzo un piccolo smottamento faceva rotolare rapidamente la neve verso la terrazza in cui i protagonisti stavano mangiando. Mentre il padre si dava alla fuga senza colpo ferire, la madre restava immobile a protezione dei figlioletti. Da qui Ostlund prendeva a massacrare l’ostentata e vuota mascolinità dello svedese borghese in un film non totalmente risolto ma di certo molto curioso. Con The square il regista di Styrso sceglie invece più drasticamente la via dell’autodistruzione: massacrare dall’interno il ceto medio dei quartiari, per citare Bianciardi, che muove la fuffa dell’arte contemporanea e ciò che le gira attorno.

Il film procede per accumulo di situazioni nella miglior tradizione del cinema d’autore europeo, con un protagonista direttore di un museo moderno alle prese con la presentazione di una nuova opera – The square, appunto – e con alcune disavventure che a partire dal furto del proprio portafoglio lo porteranno a mettere in evidenza tutte le ipocrisie che lo caratterizzano. Al netto delle facili ma irresistibili ironie sulle installazioni contemporanee e sui vari operatori culturali che le deificano, la pellicola di Ostlund condanna fermamente il falso progressismo di certi ceti, qui messi alla berlina prima ostentandone i valori e poi mostrando l’esatto contrario nelle loro azioni. Non a caso la didascalia di The square parla di uguaglianza, diritti, doveri e altri buoni propositi puntualmente disattesi dal direttore del museo, che si scusa con i rom che chiedono la carità con la motivazione più chiara e laconica sul contesto della Svezia dabbene: Ho solo carte di credito.

 

“Se prendiamo la sua borsa e la mettiamo lì, questo la fa diventare arte?” Il vecchio travestito da nuovo. La reazione dell’intervistatrice la dice lunga sull’intento demitizzante dell’intera pellicola di Ostlund.

A dimostrazione di come si possa parlare a ragione di un cinema populista inteso come genere a sé stante va quindi sottolineato come tutti gli anti cui associamo il voto di pancia non si traducano a livello cinematografico in messe in scena aggressive, in attacchi frontali o di denuncia diretta. Nel caso di specie è l’ironia a tematizzare e a incanalare la rabbia giustificata del bambino ingiustamente accusato del furto del portafoglio del protagonista, così come, almeno in Italia, alcune forze politiche rivendicano la propria presenza sulla base di una foga riversata nelle urne anziché nelle strade da mettere a ferro e fuoco. Come ogni filone cinematografico di successo, quello ipotetico del populismo mostra allora già le diverse specificazioni che ne rappresenterebbero i sottogeneri, ossia quello del thriller psicologico nel caso di Lanthimos e quello della commedia sofisticata in The square.

Non c’è da stupirsi che la critica istituzionale si sia nettamente divisa in entrambi i casi. Quello che viene rimproverato a Ostlund è la facile demitizzazione del mondo più escludente ed elitario di tutto il panorama culturale. L’opera d’arte contemporanea, i suoi creatori, i suoi destinatari e chi ne produce i discorsi paratestuali costituiscono una cerchia ristrettissima difesa da codici di consumo e linguaggi specifici. Sentendosi evidentemente chiamata in causa, la critica cinematografica ha reagito o in modo entusiasta o al contrario con giudizi sprezzanti. È lo stesso gioco delle parti del politico che aizza la folla a suon di tagli ai vitalizi e dell’editorialista schifato da cotanto risentimento, ingiustificato ai suoi occhi tanta è la distanza – sia simbolica che urbanistica – che lo separa dal cosiddetto paese reale. In modo speculare The square ribadisce tale distanza e si prende applausi e fischi insieme, che nei fatti si traducono con la vittoria della Palma d’oro a Cannes e il conseguente sbigottimento di molti osservatori incapaci di spiegarsi lo scontro tra dominati e dominanti che – ormai lo sanno anche i muri – anima il dibattito politico.

BREXIT

(I primitivi, Dunkirk)

Per poco non li hanno fatti tornare alle urne: troppo fighi i sostenitori della permanenza, troppo subalterni benché in maggioranza quelli per l’uscita. I creatori de I primitivi, film di animazione della britannica Aardman animations, sembrano rientrare nella seconda categoria. Nel loro ultimo gioiellino mettono in scena la distruzione di un tranquillo villaggio di cavernicoli assediato da un esercito che proclama la fine dell’età della pietra e l’inizio di quella del bronzo. Dall’accento spiccatamente tedesco, gli uomini di Lord Nooth vivono in una città moderna dove regna già il commercio in sostituzione della caccia al coniglio che invece regge l’intera sussistenza dei cavernicoli protagonisti. Sarà una partita di calcio a determinare la definitiva conquista degli evoluti sui primitivi, in caso contrario Lord Nooth dovrà restituire loro la valle dalla quale provengono.

Se l’interpretazione che diamo è corretta, allora il divertimento con cui si mostra la sana voglia di ozio che caratterizza la tribù non può che essere un riferimento alle ormai numerose dichiarazioni dei gran capi del governo sovranazionale. Assonnati, amanti del convivio e felici con poco, i primitivi protagonisti si scoprono indifesi nel momento dell’invasione nemica; mentre i civilizzati mostrano una lucidissima conoscenza delle strategie politiche e militari. Emblematico è un dialogo tra il giovane Dag e il capo tribù Barbo, in cui il primo chiede di poter cercare prede più ambite rispetto ai soliti piccoli conigli, e il secondo gli risponde mostrando la felicità degli altri membri della comunità riuniti intorno al modesto risultato della caccia. Come detto, la città di Lord Nooth è già dominata dal commercio, sviluppata fisiognomicamente con fisici prestanti e già dedita all’intrattenimento calcistico. Si scoprirà che pur non sapendo giocare, i primitivi vantano tra gli antenati gli inventori delle regole del calcio, mentre i biondi dalla cadenza teutonica se ne sono soltanto appropriati successivamente e ne hanno fatto poi una sorta di religione. Anche qui i più maligni facciano i propri conti, magari sostituendo il calcio con quella disciplina che dovrebbe studiare l’impiego razionale del denaro.

Tra i vari oggetti in bronzo che ornano la veste di Lord Nooth si nota una cintura che sembra riprendere le tessiture del pallone. La sua civiltà ha infatti reso il calcio una religione con cui imporsi sui primitivi.

Sulla stessa linea, benché in maniera assai meno diretta e all’interno di un personalissimo percorso, è stato interpretato l’ultimo film dell’inglese NolanDunkirk. Nell’ottica del riconoscimento di un genere cinematografico populista ci è sufficiente rivedere in uno dei personaggi principali lo stesso Barry Keoghanche avevamo trovato nel film di Lanthimos. Se un genere si definisce per temi ricorrenti, metodi produttivi simili e utilizzo reiterato degli stessi volti, ecco che il giovane attore in questione ribadisce la possibilità di intravedere un tale filone, benché ancora lontano dall’essere consolidato tanto per mancanza di una ristretta gamma di stili narrativi e formali quanto per omogeneità di caratteri produttivi. Se però assistiamo ormai da anni al consolidamento del filone Lgbt e a quello femminista, che pure presentano le medesime lacune di quello che qui si paventa, allora sarà inevitabile trovarci a breve a fare i conti col cinema di pancia. Senza mancare di rispetto a nessuno, le istanze dei due filoni appena chiamati in causa rappresentano infatti una netta minoranza rispetto all’enorme fetta di pubblico potenzialmente attratta da pellicole anti-establishment, e se nel caso di Dunkirk occorre cercare col lanternino i segni di un possibile riferimento alla Brexit, in I primitivi i richiami sono be più espliciti.

LE COLPE DELLE BANCHE

(DesconocidoHell or high water, Insospettabili sospetti)

Dopo quello del rapimento della bambina con conseguente ricerca e annessa mattanza indiana, uno degli schemi più ricorrenti del western americano è quello del grande colpo alla banca e successiva caccia tra guardie e ladri. Il paradigma è cambiato non tanto per un classico revisionismo – sempre esistito in tutti i generi e in particolare in quelli di frontiera – quanto per una ribaltata disposizione dello spettatore medio nei confronti dell’istituzione bancaria. In questo senso Hell or high water di Sheridan e Mackenzie ne incarna la forma più manifesta. Neo western di macchine che sfrecciano al posto dei cavalli, di banche rapinate, di frontiera arida, di buoni costretti a diventare cattivi e di altri buoni che parteggiano per loro. Ci sono due fratelli, una banca succhia sangue che minaccia di pignorare i beni di una vita e lo sceriffo alle soglie della pensione che dà battaglia ai fratelli rapinatori pur condividendo la loro crociata: pagare il debito della madre alla banca con i soldi della rapina alla banca stessa. Si raggiunge qui l’apice dei contenuti popolari e populisti uniti a un patto solidissimo con il cinefilo, accontentato dalla rielaborazione dei clichés del western e da pochi ma buoni virtuosismi alla macchina da presa. il tecnicismo gradevole ma subordinato al contenuto battagliero, l’attacco sfrontato di gente disperata, l’America profonda che si attiva: è il pilastro del nuovo cinema populista.

A dare man forte a questo sottogenere accusatorio ci hanno pensato poco tempo dopo due pellicole fortemente diverse nella produzione ma simili per contenuti. Il primo è un classico thriller con l’unità di spazio, nello specifico un’automobile; il secondo un remake non riuscito appieno ma nel complesso simpatico e quanto mai attuale di un film degli anni ‘70. In Desconocido si prende infatti spunto dallo scandalo delle Participationes preferentes per costruire un thriller puro in cui un misterioso interlocutore minaccia per telefono un importante dirigente di banca. Questo dovrà versare sul conto dello sconosciuto tutto ciò che possiede, pena l’esplosione dell’auto su cui viaggia con i figli. Qui la stretta realtà del fatto storico si lega a una classica dinamica da film di genere, ossia il ricatto: fai quello che ti dico o salti per aria. Il gioco regge bene, il regista Dani de la Torre – con l’italiano Alberto Marini alla sceneggiatura – sa costruire la tensione e si concede pure una manciata di tecnicismi (tra cui un fluido piano sequenza nel momento di maggiore tensione) per un risultato che non fa che andare incontro al genere che si voleva profilare. La maturazione di un filone si misura anche in base alla quantità di pellicole minori capaci di ribadirne i segni distintivi e allo stesso tempo inserire elementi di originalità. È il cuore della natura industriale della produzione per generi, e il cinema populista sembra rispettarne i codici.

La macro-sequenza di massima tensione in Desconocido: gli artificieri tentano di bonificare l’automobile del protagonista, minacciato dallo sconosciuto al telefono e braccato dalla polizia che lo crede un attentatore.

Sono il nuovo revisionismo (Hell or high water), il consolidamento del genere grazie al gregario (Desconocido), le spinte più autoriali (The square e Il sacrificio del cervo sacro) e infine il remake assoggettato all’attualità a ribadire la possibilità di poter parlare di un filone populista. In questo caso è il lavoro di Zach Braff a rielaborare una vecchia pellicola degli anni ‘70 e ad attualizzarla sul versante della banca vessatrice. Siamo nel canale della commedia-crime dei vecchietti, (Morgan Freeman, Michael Caine, Alan Arkin) che in questo caso non percepiscono più la pensione a causa del trasferimento dell’azienda per cui hanno sempre lavorato. Contemporaneamente fanno i conti con l’aumento del mutuo e i normali acciacchi dell’età. Non è un capolavoro, lo si è detto, ma pare genuino e ingenuo proprio come quel sentimento incanalato in certe forze politiche bistrattate fino a ieri e oggi demonizzate da molti osservatori. Se talvolta però in questi si rintracciano vere e proprie sgrammaticature rispetto ai codici dei ruoli che ricoprono, in alcuni dei titoli chiamati in causa si evidenzia invece una forte spinta verso il garbo stilistico, quasi a voler legittimare messaggi generalmente provenienti dal basso. I giallo-verdi prendano appunti allora, perché forse la strada giusta per restare a galla in un contesto avverso è la stessa intrapresa da chi ha pensato certi innocui filmetti.