Intesa, le trame che scuotono la poltrona di Messina

Occhio di lince lettera 43.it 29.4.17

Dietro l’attacco di Del Vecchio la longa manus di Nagel che agita l’ad. Già alle prese col malumore dei soci. Sale l’ipotesi di affiancargli un direttore generale esterno. Il retroscena di Occhio di Lince.

Caduta dei freni inibitori, che può consentirsi chi a 82 anni (li compie tra tre settimane) ha avuto tutto dalla vita? Può darsi che ci sia anche questo a spiegare l’uscita di Leonardo Del Vecchio, che senza peli sulla lingua ha dato dell’incapace e del velleitario a Carlo Messina, ad di Banca Intesa, per il suo tentativo – oggettivamente goffo – di scalata-non scalata alle Generali di qualche mese fa. «Non so come si faccia a fare questi discorsi da parte di un amministratore delegato, lo può dire un ragazzino al bar come se stesse parlando di Inter e Milan», ha detto senza mezzi termini il patron di Luxottica ai giornalisti accorsi per l’assemblea della multinazionale degli occhiali.

LA PREMEDITAZIONE DEL ‘GRANDE VECCHIO’. Ma può essere solo ‘libertà senile’? Del Vecchio è uomo troppo navigato per non sapere che cosa quelle parole avrebbero scatenato. Così, incuriosito, il vostro Occhio di Lince è andato guardare dietro le quinte di questo scontro senza precedenti. E ha visto due cose. La prima è la premeditazione del ‘grande vecchio’. No, non gli sono scappate quelle battute a Del Vecchio. Ci aveva pensato. Voleva far male.

ARROCCO COMPATTO SU GENERALI. Perché? Intanto perché su Generali, di cui lui ha una quota del 3,19%, c’è un arrocco difensivo da parte del gruppetto di azionisti che erano pronti a mollare se Intesa avesse lanciato l’Opa: oltre a Del Vecchio, Francesco Gaetano Caltagirone e Marco Drago, capo delle De Agostini. Gli stessi che hanno assistito silenti, e in qualche caso complici, alla cacciata del direttore generale Alberto Minali, vero pilastro di Generali, che tra l’altro proprio in queste ore si è preso una bella rivincita, accettando l’offerta che gli è stata fatta di andare a fare, con pieni poteri, l’amministratore delegato di Cattolica Assicurazioni.

UNA GIRAVOLTA A DIFESA DI NAGEL. Costoro sono passati dalla posizione di chi avrebbe aderito all’Opas (mai avanzata) di Intesa su Generali – chiedevano 20 euro ad azione, ma si sarebbero accontentati di 18, forse anche 17 – lasciando Mediobanca al suo destino, a difensori di Albertino Nagel nella sua veste di socio forte del Leone di Trieste, tanto più ora che è diventato «distinto e distante» dal pigliatutto Vincent Bollorè (pare che Nagel e il bretone non si parlino da Natale).

Ed è proprio Nagel, secondo quanto abbiamo potuto curiosare allungando occhi e orecchie, che avrebbe istigato Del Vecchio a sparare palle incatenate contro l’odiato Messina. E che tra Mediobanca e Intesa, e in particolare tra Nagel e Messina, non corra buon sangue è talmente risaputo che non c’è alcun bisogno che ve lo stia a raccontare. Insomma, a Del Vecchio non ha dato fastidio che Messina volesse scalare Generali, quanto che non abbia portato a termine il suo disegno, lasciando a bocca asciutta lui e i suoi amici.

UNA REAZIONE TROPPO VEEMENTE. Fin qui la provocazione del patron di Luxottica. Ma perché a fronte di questa uscita che per Messina sarebbe stato facile – e utile – archiviare semplicemente come inelegante, facendo il superiore di fronte a persona più anziana e chiudendo sul nascere l’incidente, l’amministratore delegato di Intesa ha reagito con puntiglio e livorosa veemenza, arrivando a dire che quelle di Del Vecchio sono «affermazioni diffamatorie a fronte delle quali reagirò nelle sedi opportune a tutela mia e della banca»?

NERVOSISMO ALLO SCOPERTO PER L’AD DI INTESA. Nella risposta a questa domanda c’è il secondo retroscena che il vostro Occhio ha visto in questa brutta vicenda. Ed è l’estremo nervosismo che caratterizza il numero uno di Banca Intesa in questa fase, ben al di là dell’attacco di Del Vecchio, che evidentemente ha comunque toccato un nervo scoperto.

MALUMORI PER L’ASSENZA DI CONFRONTO. Il fatto è che c’è un diffuso scontento tra i soci tradizionali di Intesa su Messina. Non tanto sui risultati, quanto per gli atteggiamenti e la scarsa disponibilità al confronto preventivo. Ecco, è proprio questo che gli viene imputato: di fare troppo di testa sua. Come nel caso di Generali. Naturalmente non troverete nessuno che esponga il suo scontento in modo pubblico. Ma c’è più di un interlocutore che ha sentito bofonchiare il ‘grande vecchio’ Giuseppe Guzzetti. Borbottii che sono arrivati alle orecchie di Messina, che ha reagito cumulando tensione.

LA NECESSITÀ DI AVERE UN DIRETTORE FORTE. Dove può portare tutto questo? Messina scade nel 2019, e non è facile dargli il benservito. Ma non sarei stupito se nei prossimi mesi emergesse la necessità di avere un direttore generale forte, con molte deleghe. E che fosse cercato fuori dal gruppo dirigente, ormai tutto di Messina con la sola eccezione di Gaetano Miccichè e i suoi. Capito, ora, perché Del Vecchio ha sparato e perché Messina ha reagito rabbiosamente?

(*) Con questo “nom de plume” scrive su Lettera43.it un protagonista e osservatore delle più importanti partite del potere politico ed economico-finanziario italiano.

 

Caos agli sportelli di Intesa Sanpaolo per i già tribolati clienti di BPVi e Veneto Banca. Tra bugie e fidi mancati c’è già chi chiude i conti

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù)  Sabato 30 Dicembre 2017 

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Oggi, 30 dicembre, addirittura il quotidiano locale evidenza, per conto del coordinamento sindacale Fabi, First-Cisl, Cgil Fisac, Ugl, Uilca, Unisin che a 20 giorni dalla migrazione informatica delle ex BPVi Veneto Banca in Intesa Sanpaolo c’è “il caos agli sportelli: « Code interminabili agli sportelli, rallentamenti delle procedure, situazioni specifiche della clientela gestita anche dalla liquidazione coatta amministrativa, cattivo funzionamento di bancomat e home banking, problemi per le attività di Tesoreria (uno su tutti il pagamento dei ticket sanitari), criticità rispetto agli affidamenti delle imprese».

Su quest’ultimo aspetto, che contrasta con le solenni assicurazioni del Ceo Carlo Messina che i fidi multiplinon sarebbero stati toccati, avevamo da tempo acceso i riflettori.
Banca Intesa Sanpaolo su questo argomento vitale per le imprese non ci risponde da tempo forse perché, insieme alla “parte buona” delle due ex Popolari Venete, ha anche rilevato la storica, pessima abitudine di Banca Popolare di Vicenza che dai tempi di Gianni Zonin, poi ben imitato da Francesco Iorio e, quindi, da Gianni Mion, non rispondeva alle nostre, evidentemente scomode, domande.

Ma almeno a una osservazione di nostri lettori, suoi clienti “obbligati” in quanto trasferiti d’imperio da BPVi e Veneto Banca, sul costo di 10 euro delle nuove card da utilizzare per accedere a tutti i servizi disponibili presso le casse veloci automatiche, il Gruppo Intesa Sanpaolo aveva prontamente risposto che invitava i possessori di vecchie card “a recarsi presso la propria filiale dove, a partire dal prossimo 11 dicembre, potranno richiedere l’emissione di una nuova carta, ove di loro interesse. Si segnala inoltre che ai clienti che richiederanno una carta prepagata Flash (nominativa o al portatore) entro il prossimo 31 marzo non sarà addebitato il costo di acquisto normalmente previsto per tale carta. In ogni caso già ora i prelievi con le carte prepagate emesse da Banca Popolare di Vicenza sono gratuiti sulle casse veloci automatiche del Gruppo Intesa Sanpaolo, se effettuati tramite il circuito BANCOMAT“.
Ebbene se sempre il “non reietto” GdV, segnala, a nome dei sindacalisti degli impiegati, “il cattivo funzionamento di bancomat e home banking” e che per avere una nuova carta di credito aziendale un imprenditore è stato “rimandato a dopo le feste, «meglio dopo il 15 gennaio»“, alcuni lettori ci segnalano ora che l’assicurazione data da Intesa Sanpaolo del costo zero per le nuove card per i vecchi clienti ereditati dai “bidoni” di BPVi e Veneto banca, non sarebbe poi così vera a meno che non ci sia un ginepraio di card. Ecco, in sintesi, cosa ci scrivono.
Il primo lettore ‘tipo’: “Allo sportello di Banca Intesa l’operatore (che legge il suo giornale che ha paralo dell’argomento…), non accennando all’articolo, mi ha detto che non avrei pagato i 10 €  per la carta ma “solo” 0,50 cent al mese, quindi € 6 l’anno. All’inizio mi aveva parlato di € 10 l’anno ma non di 0,50 al mese”.
Il secondo lettore ‘tipo’: “Per avere la nuova carta mi è stato detto che il costo è di € 10 l’anno + € 0,50
al mese: quindi 16 euro l’anno per una semplice prepagata che prima non costava nulla“.

Chiediamo a questo punto a Intesa Sanpaolo pubblicamente (invieremo subito anche una mail ma temiamo di finire sempre e per qualche strano motivo nella loro casella Spam) se veramente e per quali misteriose card esista il lettore che ci pare tanto un ET, quello da incontro, non, ravvicinato del terzo tipo, che possa avere la card gratis.
Se, poi, non andassimo in Spam la domanda sui fidi multipli è sempre viva confidando anche che chi applica le direttive di Carlo Messina non voglia fargli fare brutta figura.

Perché se di buone intenzioni è lastricato l’inferno, di bugie su card e fidi multipli sono stanchi i 2 milioni di famiglie e le 200 mila imprese che, con 1,5 milioni di conti correnti, detengono rapporti con la nuova banca che vorrebbero tanto che non imitasse la prima fin dal “buongiorno“.

Altrimenti potrebbe diventare norma quello che dichiara al GdV un responsabile di filiale di Vicenza (“almeno fino a marzo «non se ne uscirà», i clienti sono stanchi, «iniziano a fioccare chiusure di conti»).

E allora sì che, finalemente, si capirebbe perchè così tanto ben di Dio, milioni di conti attivi, affidamenti di qualità e depositi, siano stati pagati solo 50 centesimi, il costo mensile di una sola carta bancomat da rinnovare…

“Più Corporate&investment banking”. La ricetta anti-crisi di Mr Webank

Affariitaliani.it buddy fox 18.6.18

Proseguono le difficoltà del sistema bancario italiano in Borsa, nonostante il placarsi dei timori sull’Italexit e la crisi dello spread. Bianchini (ex Bpm)…

La grande illusione. Questo è il film che negli ultimi giorni torna ad essere proiettato sui monitor di Piazza Affari, protagonista indiscusso: le banche, sempre loro, candidate ancora una volta all’Oscar degli orrori. Pensavamo di avercela fatta, di essere usciti dall’incubo che da 10 anni (sì sono passati 10 anni) ci tiene prigionieri e tiene schiacciato verso il basso il nostro indice, invece, niente di tutto questo. Perché come nel film “ricomincio da capo”, puoi tentare di cambiare un particolare alla tua giornata ma poi ricadi sempre nello stesso errore, e così il giorno successivo fino allo sfinimento. Così è stato per le banche, precisiamo quelle italiane, anche dopo forti ristrutturazioni, capita che arrivi una crisi e qualsiasi sia la sua natura irrimediabilmente diventa un motivo per vendere i nostri istituti di credito. Per non impazzire in questi casi cerco il numero delle emergenze che nel mio caso è quello di Giovanni Bianchini, Mister WeBank (fu l’ideatore, nella foto sotto) un pioniere della banca moderna, uno che le crisi le intuisce in anticipo e in questo caso è pronto a fornirci anche le soluzioni.

L’ultima volta ci aveva avvisati di non farci prendere da facili entusiasmi, perché come diceva Trapattoni “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco“, sarà il caso, se non si vuole incorrere nell’ennesima illusione, di leggerlo attentamente.

D’altronde anche nel film “ricomincio da capo” si arriva ad una conclusione, ed in quel caso è un lieto fine. 

L’INTERVISTA 

Solo qualche settimana fa, a seguito delle prime trimestrali 2018, La Repubblica titolava “con questa trimestrale Intesa chiude un’epoca”. Sembrava la luce che annunciava l’uscita dal tunnel, oggi con i pesanti ribassi sui titoli bancari, viene da pensare che quella luce erano i fari di un tir che ci veniva incontro…

“Già, l’immagine del tir che viene incontro rende bene l’idea. La debolezza del sistema Italia, ed in particolare del comparto  creditizio, riemerge ad ogni stormir di  fronde in tutta la sua gravità: il sistema bancario italiano è ancora in perenne stato di salute malferma, sembra prendere di tanto in tanto un brodino sulla spinta ora del QE ora della ripresina italiana per poi ricadere in uno stato di catalessi e di sprofondo”. 

Intesa-Sanpaolo però non molla, anche con Eurizon sembra l’unica squadra italiana a poter giocare da grande la Champions League finanziaria in Europa. Verità o utopia? Nel senso, non è che anche Intesa diventerà preda di qualcuno?

“Certamente Banca Intesa ha la struttura patrimoniale, il management e la capacità organizzativa di giocare la champions league finanziaria in Europa. Ed allo stato attuale sembra anche l’unica banca italiana a poterlo fare: la seconda banca italiana – Unicredit –  sembra più candidata a sposarsi  che a svolgere da protagonista il ruolo di player globale europeo.  Quanto a banco Bpm, che  pomposamente si definisce la terza banca del paese (come se questo fosse garanzia di produttività e redditività futura) si piazza per attivo intorno al 50esimo posto in Europa: la vedo dura che possa giocare un ruolo  serio non solo  in champions ma neanche  in coppa Uefa”.

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Glielo dico perché la voce su Unicredit è sempre più ricorrente, dopo il manager francese, sembra che presto sulla banca isseranno anche la bandiera di quel Paese…

“Mah, ormai la larghissima maggioranza del capitale delle banche italiane quotate è già in mano ai fondi stranieri: quando si sosteneva la necessità di salvaguardare almeno la biodiversità delle banche popolari  si voleva raggiungere proprio il risultato di far issare la bandiera delle necessità del territorio. Ormai  la logica dominante  è solo quella del  profitto: le attese e le  necessità del territorio vengono utilizzate solo per gettare un po’ di fumo negli occhi. E la cosa più drammatica è che, nonostante  il fiorire di bilanci di sostenibilità, la responsabilità sociale d’ impresa sembra essere diventata una litania di preghiere di penitenza per farsi perdonare i peccati commessi (a cominciare ovviamente dalle laute prebende che il management si autoassegna).

Eppure, nonostante le notizie speculative (l’ultima sembra essere quella di Credit Agricole su Mps) e tutte le profondi ristrutturazioni e dosi massicce di iniezioni di capitale, il settore continua a soffrire…

“Ne abbiamo gia’ parlato. Einstein diceva che la pazzia è fare sempre le stesse cose ed aspettarsi risultati diversi: i banchieri (con qualche rara eccezione) continuano a fare le stesse cose di sempre, c’è ancora chi usa lo slogan come ‘fare bene la banca‘. Ebbene, fino a qualche tempo fa uno dei paradigmi di ‘fare bene la banca‘ era la ‘crescita sana’ (attraverso l’assunzione di rischi di credito corretti e di depositi ‘stabili’) delle masse amministrate, oggi uno degli obiettivi – che anche i regolatori vogliono perseguire – è quello di scaricare i rischi (ovviamente ‘sani’) sul mercato e di sviluppare quindi prodotti/servizi che non assorbano capitale. E allora la domanda sorge spontanea: ma quando decideranno i banchieri di rivedere profondamente il loro modello di business?”. 

E poi c’è la svendita di Npl, ultimo sganciamento quello di Banco Bpm, banca che lei conosce bene, che ha cartolarizzato 5,1 miliardi affidandoli a Prelios. Dopo aver impoverito risparmiatori e banche, ora si fanno ricchi speculatori e settori specializzati. Non era meglio creare una task force tutta italiana, portare a profitto gli Npl e poi redistribuire gli utili? Un processo che avrebbe lenito il dolore per le ferite del bail-in

“La Spagna aveva percorso  una via molto interessante per disinnescare la bomba degli Npl, l’Italia non ha voluto perseguirla perché troppo impaurita dall’arrivo della Troika (che poi indirettamente è arrivata lo stesso, con l’Europa che detta da anni l’agenda politica ed economica dell’Italia) ed ha lasciato tutto il sistema bancario nella balia più completa, sotto la incerta guida della Banca d’Italia, più tesa ad autoassolversi sulle varie magagne venute alla luce negli ultimi anni che a stimolare banche e banchieri a cambiare il passo”.

Dopo i PIR per le piccole e medie imprese e per le società immobiliari, un’altra soluzione potevano essere i PIR per gli Npl, o dico una stupidata?

“E perché no? Come ho detto sopra una cosa sembra sicura nel sistema finanziario italiano: la ‘perdita’ della centralità del sistema bancario come ‘sostanziale unico’ perno del finanziamento di imprese e famiglie. Banca d’Italia ha sempre sostenuto che – rispetto alla media europea – almeno 200 miliardi di euro dei crediti concessi dalle banche soprattutto alle PMI dovrebbero  essere sostituiti con strumenti di capitale di rischio: se ci si fosse mossi prima su un sistema meno bancocentrico quanti Npl in meno si sarebbero prodotti? E quanti npl potevano essere recuperati con un’azione proattiva e tesa al salvataggio delle aziende e non alle azioni giudiziali?”.

Tornando alle Popolari settore che lei conosce come le sue tasche, sembra che qui le sofferenze siano ancora grandi, e ora sembra che si voglia fare marcia indietro sulla riforma Renzi. Sorride sotto i baffi?

“Purtroppo c’è poco da sorridere: la riforma Renzi ha fatto piangere tutti, salvo qualche manager  che ha potuto incrementare il proprio stipendio ovvero i soci del Banco Popolare per un rapporto di partecipazione e di conversione  sbilanciato tutto a loro favore  nei confronti di quelli della ex Bpm. Sono stati infatti bistrattati i soci, che  sono stati privati del diritto di recesso (inaudito); i clienti, che hanno visto di fatto allontanare la ‘testa’ pensante sostanzialmente  addirittura verso i fondi esteri divenuti i nuovi proprietari; i dipendenti e soprattutto il territorio, che è rimasto come detto una  parola senza senso e senza significato. D’altra  parte un eventuale ‘ripensamento’ potrebbe salvare dalla trasformazione in SPA la popolare di Bari e la Sondrio: dubito  che per le altre – a cominciare da Banco Bpm, una fusione che grida ancora vendetta sia per le premesse che per come si sta sviluppando  la gestione caratteristica (margini operativi in calo, costi operativi stabili, costo del credito ancora sostenuto)-  ci possa essere la possibilità di tornare indietro. E comunque nel ripensamento grande attenzione alla riforma delle Bcc: io credo sia assolutamente necessario salvaguardare la vicinanza al territorio, ma dubito che da ‘sole’ le Bcc possano  affrontare le sfide di compliance e quelle tecnologiche. Chissà perché mi torna in mente Bonomi che su Bpm puntava forte, non solo spingeva per la trasformazione in Spa, ma aveva grandi progetti per banca che per lui da preda doveva trasformarsi un predatore. Forse non era poi così brutto come lo dipingevate.

A ciascuno il suo mestiere dicono a Milano. Il finanziere faccia il finanziere, il banchiere faccia il banchiere… 

“Vero che i confini tra mestieri diversi sono diventati fluidi e ci sono sconfinamenti (anche vistosi) da un mestiere all’altro, ma nel DNA del banchiere ci dovrebbe essere la costruzione di valore per il paese, per i soci, per i clienti per i dipendenti per l’ambiente eccetera… Il finanziere ha un compito soprattutto di far crescere  i soldi che gli sono stati affidati. E’ una bella differenza! E nella fattispecie è probabile che una banca SPA predatrice avrebbe significato almeno nel breve una crescita dell’investimento, ma non era condizione sufficiente perché la banca svolgesse il suo ruolo di creazione di valore per tutti gli stakeholder anche a lungo termine.Anche perché, come detto prima, per poter fare questo le banche devono cambiar pelle, rottamando il vecchio modo di fare banca.

Paradossalmente, nonostante le pessime notizie che mi arrivano dalle filiali dove trapelano le voci di continue fughe di correntisti, quella messa meglio sembra essere MPS. Lei è sempre pessimista? Borghi la vorrebbe come patrimonio nazionale.

“Già il solo palazzo Salimbeni potrebbe essere patrimonio nazionale, anzi patrimonio della umanità: ma, ancora una volta, il solo fatto che sia la banca più antica del mondo non garantisce il futuro del MPS. Ai mali del sistema bancario italiano, MPS oggi aggiunge difficoltà maggiori a ripartire: i danni reputazionali non si recuperano facilmente, la strada da percorrere è veramente lunga ed impervia, e non c’è molto tempo a disposizione…”.

Anche Creval non scherza, ma lì dentro dopo aver effettuato le “operazioni baciate” sugli Npl, gli avvoltoi stranieri vogliono fare più guadagni possibili e nel minor tempo…

“Un dolore pensare alla situazione del Creval: a vocazione turistica della valle è esplosa  proprio grazie anche all’opera pluridecennale  della Banca (e della  Popolare Sondrio): vedere gli avvoltoi girarle sempre più vicino è veramente uno spettacolo molto triste. Ma per Creval, viste le dimensioni ridotte (almeno rispetto al MPS ) è piu’ facile trovare  un partner per rilanciarsi insieme”.

In conclusione, se ce l’ha, vorrei chiederle quale può essere la soluzione a questa crisi. Non si capisce più niente, se i tassi salgono per le banche il pericolo è nei titoli di stato in portafoglio che perdono valore, risultato si vendono le banche; se i tassi scendono o come ha fatto capire Draghi non risaliranno per lungo tempo, l’attività tradizionale delle banche viene penalizzata, risultato si vendono le banche. Non ci resta che accendere un cero? Ma a quale santo?

“Per le cose dette sopra, tutto quello che incide negativamente sul tasso di interesse è motivo di vendita delle banche, che già devono porre rimedio alla erosione dei margini, derivante:

– dalla progressiva disintermediazione da parte delle fintech  sul sistema  di pagamenti ed incassi;

–  dalla maggiore competizione sul risparmio gestito;

– dalla necessità di forti investimenti sulla  digitalizzazione, oltre alle pesanti scorie rappresentate dagli  Npl e dagli altissimi costi di distribuzione (leggi rete delle agenzie).

Più che accendere un cero  ritengo personalmente che ci sia necessità di un nuovo patto sociale che  veda protagonisti tutti: la politica, le imprese, le  università, le comunità (con particolare enfasi sui sindacati) alla ricerca del rilancio economico e della crescita attraverso l’innovazione e nuovi modelli di governance. Per dirla con le parole dell’amico e maestro Maurizio Baravelli (Innovazione finanza e sviluppo ABI servizi 2017) per sostenere la competitività e la crescita, l’economia di mercato ha bisogno di sistemi collaborativi e che l’innovazione debba essere anche culturale, organizzativa, istituzionale e finanziaria, le politiche regionali possono contribuire ad una nuova politica industriale basata su nuovi investimenti e sull’innovazione. Oltre a migliorare la qualità della vita dei cittadini le Smart city strategy accelerano l’emergenza dei settori tecnologicamente più avanzati con effetti moltiplicativi su reddito ed occupazione. Le banche quindi non si possono limitare ad effettuare le sole strategie di efficientamento, ma promuovere  il finanziamento dell’innovazione e il rilancio delle imprese in crisi, con una maggiore offerta di servizi di investment e corporate banking. La considero l’unica strada per il paese”.

@paninoelistino

Il magnifico governo tedesco? Dura Minga , Dura no…

 SCENARIECONOMICI.IT 18.6.18

 

Negli anni sessanta, quando grandi attori recitavano il Carosello, vi  era questo bello spot di Franco Volpi e Ernesto Calindri sulla China Martini:

Anche in Germania il mondo è una Lusinga e la Merkel “Dura Minga, Dura No”. Seehofer , leader del CSU, il partito democristiano bavarese tradizionalmente alleato con la CDU, e ministro degli interni, ha ormai chiaramente esternato un forte disaccordo con la cancelliera sul tema degli immigrati. Secondo ZH , che riprende fonti tedesche , Seehofer avrebbe detto chiaramente:

“Non posso più lavorare con lei”

Il partito bavarese le ha dato 15 giorni per trovare una soluzione europea la problema degli immigrati, dopo di che, Seehofer ha affermato che, in mancanza di accordo, procederà in modo autonomo ai respingimenti dei rifiugati alla frontiera. In questo caso la Merkel ha disegnato una linea rossa, perchè considererebbe quest’atto una vera e propria insubordinazione. Nel frattempo Seehofer vuole fare tutti i preparativi per le espulsioni.  In teoria la CDU potrebbe provare a governare senza la CSU, ma sarebbe una rottura devastante dal punto di vista parlamentare (la maggioranza sarebbe minima) oltre che politico. Ricordiamo che i grandi leader democristiani tedeschi non sono caduti per sconfitte elettorali, ma per divisioni interne. La Merkel rischia di essere la prossima

 

Siamo al “Redde Rationem” in Germania, chi lo avrebbe mai detto. Questa debolezza espone le contraddizioni della Grosse Koalitione, che non può più lasciare spazio ad AfD. Trump ha iniziato ad attaccare la leadership tedesca su questo punto :

Donald J. Trump

@realDonaldTrump

The people of Germany are turning against their leadership as migration is rocking the already tenuous Berlin coalition. Crime in Germany is way up. Big mistake made all over Europe in allowing millions of people in who have so strongly and violently changed their culture!

Nello stesso tempo il fatto di portare lo scontro a livello europeo, per cercare una soluzione comune con gli altri paesi dell’unione, mette in mano al ministro degli interni italiano, Salvini, Entro il primo luglio ci vuole una soluzione che veda Salvini concordante, e quando si deve essere tutti d’accordo ognuno ha un diritto di veto. Il ministro ha  veramente la possibilità di far pesare le priorità, molto simili a quelle di Seehofer. Dovrà giocarsele con grande attenzione.

 

L’onorabile “cavaliere” imputato Gianni Zonin ce l’ha con “il” cane da guardia Coviello: il pm chiede di archiviare la sua denuncia ma lui si oppone, udienza il 5 luglio davanti a Venditti

Angelo Di Natale VICENZAPIU.COM 18.6.18

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Gianni Zonin – cavaliere fino a quando l’onorificenza non gli dovesse essere revocata o egli stesso non decidesse di rinunciarvi – ha sicuramente a cuore la sua onorabilità (o ciò che eventualmente ne resta, se qualche briciolo ancora ne resta), molto più di ogni preoccupazione per i danni plurimiliardari (parliamo di molti miliardi in euro) che la sua più che ventennale gestione della Banca Popolare di Vicenza ha prodotto, scippando a migliaia di persone, ignare e incolpevoli, tutti i risparmi di una vita.

Quanto al “cavaliere del lavoro” (anche del “lavoro” portato a termine alla guida della Banca) stia a cuore la sua “attuale onorabilità” risulta, almeno nel caso che è il tema di questo articolo, da una vicenda che non attiene alla sua scellerata gestione della BPVi ma a quella – non meno disinvolta e spericolata – dellaFondazione Roi e che con la prima s’intreccia in uno scabroso conflitto d’interessi.
La Roi è la fondazione creata nel 1988 dal marchese Giuseppe Roi, pronipote di Antonio Fogazzaro, esclusivamente per finalità di “promozione, valorizza­zione, divulgazione della cultura e dell’arte” e “in particoiare la Fondazione ha lo scopo di favorìre il Museo Civico dl Vicenza nel perseguimento delle proprie finalità“.

Il mecenate la presiedette fino alla morte, avvenuta nel 2009, quando la consegnò di fatto a Zonin del quale si fidava ciecamente. Per sua volontà, infatti, la BPVi avrebbe indicato tre membri su cinque del consiglio d’amministrazione della fondazione (il quarto “dovrebbe” essere il direttore pro tempore del suddetto Museo Civico, il quinto è da cooptare mentre altri due sono cooptabili, ndr). E Zonin scelse se stesso come presidente e due suoi fidati sodali.
Messe le mani sulla fondazione, ne investe un terzo del patrimonio in azioni di quella banca che, sotto la sua gestione, sarebbero diventati titoli spazzatura.
Inoltre compra l’immobile dell’ex cinema Corso nel cuore di Vicenza: è accanto a Palazzo Repeta, l’ex sede Bankitalia acquistata un anno dopo da BPVi per 9,6 milioni (la base delle aste sempre deserte era 9 milioni…, ndr). «Cinema e palazzo – scrive La Stampa il 24 giugno 2016 – avrebbero dovuto diventare un unico complesso ricettivo-commerciale. Magari con l’aggiunta della vecchia Camera di Commercio, che sta proprio in mezzo. Zonin con il cappello della Roi proprietario di un pezzo, Zonin banchiere proprietario dell’altro pezzo».
E così siamo al punto. Se anche un quotidiano nazionale estraneo ad ogni indizio di volontà eversiva dei poteri costituiti e degli interessi economici forti (e quelli in capo a Zonin in Veneto lo erano certamente) non riesce a stare zitto dinanzi alla scellerata gestione di tanti miliardi di euro che ignari cittadini affidano alla Banca del vignaiolo di Gambellara e dinanzi alle scelte – ombrose, sospette, inopportune e potenzialmente dannose – compiute nell’interesse (apparente) della Fondazione, ovvio che un organo d’informazione come VicenzaPiù, indipendente e radicato proprio nel territorio in cui avvengono le scorribande di Zonin, sia stato molto più vigile e pronto a segnalare ogni pericolo alla comunità proprio nel momento in cui i suoi interessi rischiavano di essere mortificati e le sue risorse saccheggiate.
Per avere assolto a questo compito – doveroso e meritorio – il direttore di VicenzaPiù Giovanni Coviello viene citato da Zonin in sede civile con richiesta di risarcimento di un milione di euro.
In questo caso il “cavaliere del lavoro” agisce in nome e per conto della Fondazione Roi e ne… tutela quindi l’interesse: è uno di quei casi di tragicomico travisamento della realtà che talvolta si presentano. Ad un certo punto, separati gli interessi della Fondazione dagli affari di Zonin, quando la sua permanenza al vertice finisce di propagare tutti i miasmi e i veleni di quella commistione, il nuovo presidente della Roi, Ilvo Diamanti, rinuncia all’azione civile e stipula una transazione con VicenzaPiù.
Ma Zonin detto “cavaliere” per onorificenza conferitagli dal presidente della Repubblica, nonostante a dicembre scorso abbia dato prova di essere solo uno “smemorato” passato per caso di tanto in tanto nei pressi della BPVi (ascoltare la sua audizione dinanzi alla Commissione bicamerale d’inchiesta sui crac bancari per credere), non dimentica affatto gli scritti di VicenzaPiù.
E così il 21 dicembre 2016 presenta querela per diffamazione in relazione all’articolo del direttore Giovanni Coviello che, il 31 ottobre 2016 (nella citazione lo smemorato scrive 26…, ndr), riferisce anche dellasolidarietà espressa da tanti cittadini su fb in seguito a quell’azione civile per danni intentata da Zonin e della quale il 25 ottobre si era tenuta l’udienza.
Il pubblico ministero Claudia Brunino, titolare del procedimento, il 9 febbraio scorso chiede l’archiviazione perché «nel caso di specie (e quindi non solo nell’articolo di diretta produzione di VicenzaPiu ma anche nei commenti degli utenti face book) sussiste il legittimo diritto di manifestazione del pensiero che si specifica nell’esercizio del diritto di critica». Secondo il magistrato «le affermazioni oggetto di denuncia pubblicate sul social network fb, piattaforma virtuale nell’ambito della quale le offese vanno comunque valutate diversamente rispetto a quelle pubblicate sulla stampa, essendo notoria l’istantaneità e gli effimeri effetti che scaturiscono dai commenti e dai post ivi pubblicati, appaiono possedere tutti i requisiti richiesti dalla Suprema Corte per l’esercizio del diritto di critica».
Al magistrato inquirente non sfugge che i post contengano «giudizi fortemente negativi» ma, a suo avviso, «va valutato il particolare contesto all’interno del quale le frasi ritenute dal querelante lesive della sua reputazione sono state pubblicate». E il contesto – spiega il pm motivando la sua richiesta d’archiviazione – «si innesta nella tragica vicenda che ha visto numerosi soggetti che avevano investito nei titoli della Banca Popolare di Vicenza sgretolare i propri risparmi, e visto il ruolo apicale rivestito dal querelante, appare legittimo che la sua posizione sia oggetto di critica. Tutt’al più – prosegue il magistrato – le affermazioni a lui rivolte sono infarcite in una critica alla Magistratura, alla Guardia di Finanza in un clima esasperato che vede da anni avvolta la città di Vicenza. I fatti oggetto di offese – conclude il pubblico ministero – rivestono un particolare rilievo sociale e vanno in esso contestualizzati».
Insomma il magistrato, pur non escludendo che qualche singola affermazione contenuta in alcuni commenti espressi da utenti facebook possa essere in astratto offensiva, ritiene che non si possa prescindere dalla drammatica verità dei danni incalcolabili che Zonin con la sua condotta ha prodotto a tante migliaia di persone.
Ma di ciò, evidentemente, lo “smemorato” non sa nulla e continua a non ricordare nulla di tutto ciò che ha fatto, mentre la sua memoria e la sua attenzione rimangono altissime su tutto ciò che sul suo operato viene detto. Non solo da parte di giornalisti, ma anche sui social da persone comuni tra le quali, probabilmente, le sue stesse vittime rimaste senza un euro e con la tragedia di un’intera famiglia dalla vita distrutta.
E così il 5 marzo scorso il “cavaliere del lavoro” si oppone alla richiesta d’archiviazione del procedimento scaturito dalla sua querela contro VicenzaPiù.
A Zonin non viene il dubbio – anche solo il dubbio – che l’articolo di Giovanni Coviello abbia avuto il fine di informare i lettori secondo le finalità naturalmente proprie del giornalismo, ovvero riferire fatti veri di pubblico interesse con l’ausilio, sempre salutare e auspicabile, dell’esercizio del diritto di critica. No. Per lui la volontà era quella, solo quella, di diffamarlo.
In questo senso si può scorgere una logica coerente nella sua visione delle cose. Se egli non ricorda nulla dei fatti oggetto di notizie e commenti e ha presenti solo questi ultimi, può apparire comprensibile che non si dia pace per queste critiche che, semplicemente, lo infastidiscono.
Nell’opposizione redatta nel suo interesse dall’avv. Prof. Enrico Mario Ambrosetti, difensore del “Cav. Lav. Dott. Gianni Zonin”, non vengono condivide le valutazioni del pubblico ministero in ordine alla «minore carica lesiva delle offese su fb» e inoltre si sostiene che i commenti su fb non possono rientrare nei limiti consentiti «in quanto espressi in relazione ad una vicenda di particolare interesse sociale, poiché essi trasmodano dai limiti di verità e di continenza dell’espressione e sono dirette alla sola demolizione della figura del dott. Zonin».
Insomma, VicenzaPiu, che peraltro ha riferito solo in sintesi quei commenti di cittadini arrabbiati, non avrebbe avuto altra finalità che diffamare Zonin in quanto le affermazioni «trascendono in attacchi diretti a colpire, su di un piano personale e senza alcuna finalità di pubblico interesse, la dignità del dott. Zonin».
In questi termini tutto sembra spiegarsi alla luce di quella smemoratezza, manifestatasi platealmente dinanzi alla commissione parlamentare in diretta streaming ed evidentemente persistente.
Ovviamente sarà il gip Fabio Venditti, lo stesso del processo BPVi in cui Gianni Zonin è imputato, nell’udienza fissata il 5 luglio, a decidere se si possa scorgere, anche solo in ipotesi, il reato di diffamazione nei commenti degli utenti fb i quali sono anche cittadini comuni che hanno direttamente subito nella loro vita la violenza devastante – probabilmente criminale (ma ciò lo accerteranno i processi in corso) – degli atti compiuti dal patron della BPVi, o, quanto meno, sono amici, parenti, conoscenti di qualcuno che, tra tante migliaia, ha subito la stessa sorte.
Ogni commento sulla condotta di Zonin – prima e al di là di ogni reato di cui è accusato e che in ipotesi può aver commesso – così come traspare da quest’ultima sua iniziativa sarebbe superfluo.
E’ sufficiente soffermarsi sul valore supremo dell’informazione – con tutti i suoi corollari di diritti soggettivi e libertà strumentali, da quello di cronaca e di critica alla manifestazione del pensiero – rispetto al patetico accanimento che in senso figurato, pur nell’esercizio formale di una facoltà concessa anche al cittadino Zonin, potremmo definire “persecutorio” e sprezzante del dramma, immane e autentico, in cui la sua condotta ha gettato tante migliaia di persone.
VicenzaPiu ha servito, unicamente e limpidamente, quel valore. A testa alta al punto da poterlo rivendicare con orgoglio e da potere indossare le accuse e le pretese di Zonin come medaglie, di metallo purissimo, a differenza di certe onorificenze che, anche con la buona fede di chi le concede, nel tempo possono ossidarsi e andrebbero separate dall’agente nauseabondo che le abbia contaminate.
Ovviamente una cosa è la scelta di Zonin di querelare chi lo infastidisca nell’esercizio delle sue trame, tutt’altra l’opera di assistenza legale prestata dal suo difensore il quale, come ogni professionista, offre i suoi servizi.
Sono in molti però, in quella vastissima popolazione la cui vita, a Vicenza e non solo, è stata distrutta da Zonin, a desiderare, o a sperare quantomeno, che non un euro del patrimonio attuale di Zonin – fatto salvo ovviamente il suo diritto di difesa, nei processi in cui è imputato, che peraltro lo Stato garantisce a tutti, anche a chi non ha o non ha più mezzi e risorse – possa essere disperso o distratto rispetto alla finalità primaria del soddisfacimento, anche parziale, dei diritti delle tante persone da lui danneggiate: inserendo nel computo, ovviamente, anche i beni e le somme che, al manifestarsi del crac della BPVi, Zonin – lo smemorato di Vicenza – si è ricordato di voler cedere ai suoi parenti.

INTESA IS HARMING ITSELF.

andreagiacobino.com 14.2.17

Bloomberg – 13/2/2017

by Lionel Laurent

Intesa Sanpaolo SpA is one of the few Italian banks that could accurately claim to be strong, profitable and shareholder-friendly.

It’s curious, therefore, that CEO Carlo Messina seems intent on jeopardizing that record with a strategically questionable and poorly-communicated tilt at Assicurazioni Generali SpA, the country’s largest insurer. Even if a bid fails to materialize, he will have to work hard to regain investors’ trust.Since newspaper reports first raised the possibility of a pounce on Generali in January, the Intesa CEO has tried, several times, to make clear that the bank will always prioritize dividend pay-outs and its top-flight capital ratio over any merger opportunity involving Generali. But those promises ring hollow.

According to an analysis by Barclays, even if Intesa were to buy Generali for no premium (which looks unlikely) and then sell off large chunks of the business outside Italy (which looks unpopular) the bank’s core capital ratio would slip to a net 12.1 percent from 12.9 percent.

Let’s not forget that Intesa is already struggling to meet its own dividend promises without selling assets. How would buying an insurer and eroding its capital base make it any easier?

Messina’s own red lines, in other words, would seem to make this deal a non-starter. But his tone is spooking, not reassuring, shareholders.

On an earnings call to present Intesa’s results, the CEO suggested the Generali plan actually made sense from a balance-sheet perspective and was now being tested for strategic logic.

The latter looks as much a stretch as the former: the bancassurance model has failed shareholders, regulators and managers repeatedly before. As former ING CEO Jan Hommen memorably put it in an interview in the Financial Times in 2013, crunching two businesses together that operate on completely different life cycles is a recipe for conflict.

Politics, too, is rearing its ugly head.

Messina told an audience of peers last month that Intesa is “a company that speaks Italian, not French,” a quip seen as an attack on rival Unicredit SpA’s French CEO, Jean-Pierre Mustier, who had earlier defended Generali’s independence. If Messina is trying to drum up political support for a merger, it doesn’t bode well for price prudence or investor interests.The stock-market reaction says a lot. Since speculation about a bid for Generali broke on Jan. 22, Intesa’s share price has fallen by 11 percent. Generali’s has climbed 3 percent. In terms of market value, the gap is even starker: Intesa’s has fallen by 4.2 billion euros ($4.5 billion) to 35.9 billion euros, while Generali’s has risen by about 650 million euros to 22.9 billion euros. Investors either see a chance of no deal at all, or a bad deal that creates little value — Generali’s management could probably deliver 650 million euros of additional shareholder value independently.

As my Gadfly colleague Chris Hughes recently wrote, there are many ways Generali can defend itself: It can work harder to deliver more savings and can (accurately) point to the failure of past mergers between banks and insurers.

But what is Intesa’s defense against itself? Whether a bid materializes or not, Intesa’s managers will have to work hard to regain investors’ trust that they can stick to their strategy and resist expensive empire-building.

It may seem harsh to place the blame entirely at the feet of Messina. This is Italy, where politics and business routinely mix. Perhaps Messina himself is under pressure to make a deal happen. Generali’s relatively new management team and top shareholder Mediobanca SpA’s openness to reducing its stake may have made the insurer look an especially tempting target.

But bankers and investors say Messina hasn’t done enough to secure support from stakeholders. Nor is there a clear enough response to the headwinds facing Intesa: falling fee income and rising loan losses will test lofty dividend promises.

Even if common sense prevails and a full bid for a linchpin of Italian capitalism is scrubbed, the hard work for Messina may be only just beginning.

TRADUZIONE

 

Bloomberg – 13/2/2017

di Lionel Laurent

Intesa Sanpaolo SpA è una delle poche banche italiane che potrebbe affermare con precisione di essere forte, redditizia e favorevole agli azionisti.

È curioso, quindi, che l’amministratore delegato Carlo Messina sembri intenzionato a mettere a repentaglio quel primato con una inclinazione strategicamente discutibile e scarsamente comunicata a Assicurazioni Generali SpA, la più grande compagnia assicurativa del Paese. Anche se l’offerta non si concretizza, dovrà impegnarsi a fondo per riguadagnare la fiducia degli investitori. Da gennaio, i rapporti del quotidiano hanno sollevato la possibilità di un balzo su Generali, l’amministratore delegato di Intesa ha cercato, più volte, di chiarire che la banca darà sempre la priorità ai pagamenti dei dividendi e al suo rapporto capitale massimo rispetto a qualsiasi opportunità di fusione che coinvolga Generali. Ma quelle promesse suonano vuote.

Secondo un’analisi di Barclays, anche se Intesa dovesse acquistare Generali senza premio (che sembra improbabile) e poi vendere grandi quantità di business al di fuori dell’Italia (che sembra impopolare) il coefficiente di capitale core della banca scivolerebbe su un 12,1% netto dal 12,9 percento.

Non dimentichiamo che Intesa sta già lottando per soddisfare le proprie promesse sui dividendi senza vendere asset. In che modo acquistare un assicuratore ed erodere la sua base di capitale rende tutto più semplice?

Le stesse linee rosse di Messina, in altre parole, sembrerebbero rendere questo affare un antipasto. Ma il suo tono è inquietante, non rassicurante, gli azionisti.

In una richiesta di utili per presentare i risultati di Intesa, l’amministratore delegato ha suggerito che il piano di Generali avesse effettivamente un senso dal punto di vista del bilancio e che ora venisse testato per la logica strategica.

Quest’ultimo aspetto è tanto più lungo quanto il precedente: il modello di bancassicurazione ha fallito ripetutamente azionisti, regolatori e gestori. Come l’ex CEO di ING, Jan Hommen, ha memorabilmente messo in un’intervista al Financial Times nel 2013, scricchiolando due aziende che operano su cicli di vita completamente diversi è una ricetta per il conflitto.

Anche la politica sta allevando la sua brutta testa.

Il mese scorso Messina ha dichiarato a un pubblico di colleghi che Intesa è “una società che parla italiano, non francese”, una battuta vista come un attacco al rivale CEO francese di Unicredit SpA, Jean-Pierre Mustier, che aveva difeso in precedenza l’indipendenza di Generali. Se Messina sta cercando di ottenere sostegno politico per una fusione, non promette nulla di buono per la prudenza dei prezzi o per gli interessi degli investitori. La reazione del mercato azionario dice molto. Poiché la speculazione su un’offerta per Generali è fallita il 22 gennaio, il prezzo delle azioni di Intesa è sceso dell’11%. Le Generali hanno scalato il 3%. In termini di valore di mercato, il divario è ancora più marcato: il fatturato di Intesa è sceso di 4,2 miliardi di euro ($ 4,5 miliardi) a 35,9 miliardi di euro, mentre Generali è aumentato di circa 650 milioni di euro a 22,9 miliardi di euro. Gli investitori vedono la possibilità di un accordo o di un pessimo affare che crea poco valore – la gestione di Generali potrebbe probabilmente fornire 650 milioni di euro di valore aggiuntivo per gli azionisti in modo indipendente.

Come ha recentemente scritto il mio collega Gadfly, Chris Hughes, ci sono molti modi in cui Generali può difendersi: può lavorare di più per offrire più risparmi e può (con precisione) puntare al fallimento delle passate fusioni tra banche e assicuratori.

Ma qual è la difesa di Intesa contro se stessa? Sia che l’offerta si materializzi o no, i manager di Intesa dovranno lavorare sodo per riacquistare la fiducia degli investitori sul fatto che possono attenersi alla loro strategia e resistere alla costosa costruzione di imperi.

Può sembrare duro dare la colpa interamente ai piedi di Messina. Questa è l’Italia, dove politica e affari si mescolano abitualmente. Forse lo stesso Messina è sotto pressione per fare un accordo. Il relativamente nuovo team di gestione di Generali e la massima apertura di Mediobanca SpA da parte del maggior azionista potrebbe aver fatto sembrare particolarmente allettante l’assicuratore.

Ma i banchieri e gli investitori dicono che Messina non ha fatto abbastanza per garantire il sostegno delle parti interessate. Né vi è una risposta abbastanza chiara ai venti contrari di fronte a Intesa: il calo delle commissioni e l’aumento delle perdite sui prestiti metterà alla prova le promesse sui dividendi elevati.

Anche se prevale il buon senso e la piena offerta di un fulcro del capitalismo italiano viene spazzata via, il duro lavoro per Messina potrebbe essere solo agli inizi.

IL MEGAFONO DI SALVINI E LA FINANZA.

andreagiacobino.com 18.6.18

Luca Morisi è l’uomo che ha costruito e costruisce ogni giorno il successo sui social di Matteo Salvini. Nato a Mantova nell’ottobre del 1973, sul web circola un suo curriculum http://www.dfpp.univr.it/documenti/Persona/curr/curr724346.pdfdove si definisce “Imprenditore, libero professionista e docente universitario, si occupa di tecnologia fin da giovanissimo. Esperto nella progettazione di database, web application e Intranet/Extranet, ha realizzato sistemi informativi ogni giorno utilizzati da migliaia di utenti, in particolare nel campo sanitario (ASL e strutture ospedaliere). Ha fatto parte dei consigli di amministrazione di società per azioni in diversi campi. Studioso di ICT e new media. Inglese fluente. Consolidate competenze su digitalizzazione dei processi aziendali, anche nel campo degli intermediari finanziari (SGR e banche). Ampia esperienza giornalistica e pubblicistica. Esperto di comunicazione e di marketing politico sui social media”.

Il cv di Morisi ci spiega che oltre a insegnare all’Università di Verona, oggi guida la Sistema Intranet snc, proprietaria del sito sistemaintranet.com, cuore delle sue attività su web e i cui clienti, oltre al leghista ministro degli interni sono ASL Mantova, ASL Cremona, ASL Monza e Brianza, ASL Lecco, ASL Vallecamonica-Sebino, Azienda Ospedaliera Melegnano. Navigando sul sito della società di Morisi si vede che offre soluzioni per la sanità ma anche per la finanza denominata “Intranet Smart Agent”, che sono “applicazioni su misura a supporto dei sistemi informativi degli intermediari finanziari”. Ma che c’entra la finanza con quello che ieri “Il Fatto Quotidiano” ha definito il “megafono” della Lega? C’entra perché sempre nel cv Morisi informa che dall’aprile 2003 al giugno 2008 è stato consulente (come direttore organizzativo e operational risk manager) e membro del consiglio di amministrazione dal 2005 al 2007 di Total Return Sgr. La società di gestione, nata nel 2003, era opera di Gianluca Braguzzi, operatore finanziario mantovano e aveva tra i soci di minoranza Mps Asset Management, emanazione del Monte dei Paschi di Siena.

Quale è stato il lavoro di Morisi per Braguzzi? Lo dice ancora il suo cv: “project-manager per avvio fondi comuni di investimento di diritto italiano, coordinamento rapporti con Banca d’Italia e Consob, segnalazioni di vigilanza, gestione sistema informativo, sviluppo strumenti software finanziari ed elaborazione dati, integrazione con software back-office per SIM/SGR Antana Narivo”. Quello che non si legge, però, è che nel maggio del 2011 il Ministero dell’Economia e delle finanze, su richiesta motivata della Banca d’Italia e della Consob, mise in amministrazione straordinaria la Total Return Sgr. Il decreto fu disposto ai sensi dell’articolo 56 del Testo unico delle disposizioni in materia finanziaria, che prevede lo scioglimento degli organi con funzione di amministrazione e di controllo quando «risultino gravi irregolarità nell’amministrazione o gravi violazioni delle disposizioni legislative, amministrative o statutarie che ne regolano l’attività» o quando «siano previste gravi perdite del patrimonio della società». Dopo il commissariamento la Sgr mantovana finì in liquidazione.

Oggi Braguzzi fa il consulente per la svizzera Wealth Island Asset Management, che sul suo sito https://www.wiamsa.com si definisce “L’isola del benessere finanziario”. Ma navigando nella Rete si scopre che Braguzzi oggi fa anche parte del Movimento 5 Stelle https://www.meetup.com/it-IT/MantoVa-in-moVimento-a-5-Stelle/members/133588392/?_cookie-check=SWiKmmU3ZKCzuRLm

Morisi lo sa? Molto probabile.

Russia: due importanti banche offriranno un servizio d’investimento basato su criptovalute

William Suberg  18.6.18 https://it.cointelegraph.com

Russia: due importanti banche offriranno un servizio d'investimento basato su criptovalute

Secondo quanto riportato in data 15 giugno dal portale d’informazione Kommersant, due importanti banche russe stanno testando nuove opzioni d’investimento basate su criptovalute.

Sfruttando il “sandbox normativo” offerto dalla banca centrale del paese, Sberbank e Alfa-Bank inizieranno ad offrire prodotti basati sui cosiddetti “asset finanziari digitali“. Tali asset non sono altro che sei criptovalute, tra le quali troviamo BitcoinBitcoin CashEthereum e Litecoin.

In questi giorni la Russia si prepara anche ad approvare una serie di leggi legate all’industria blockchain, le quali definiranno in maniera formale la natura delle criptovalute e legalizzeranno gli investimenti nel settore.

Anna Ivanchuk, direttrice della divisione Servizi Bancari Privati di Sberbank, ha dichiarato:

“Vogliamo offrire ai nostri clienti un punto d’ingresso assolutamente trasparente per il settore degli asset digitali, che rispetti tutti i requisiti normativi”.

I nuovi prodotti permetteranno infatti ai clienti di ritirare denaro tradizionale in qualsiasi momento, mentre le criptovalute verranno controllate dall’azienda Group IB attraverso “soluzioni di custodia“.

Di fatto il cliente riceve una quota del fondo“, spiega in maniera concisa Alexey Prokofiev di AddCapital, un altro collaboratore del progetto.

La lenta e a volte imprevedibile posizione adottata dalla Russia nei confronti delle criptovalute ha portato molte banche a rimanere diffidenti riguardo all’integrazione delle tecnologie legate al settore blockchain. Tuttavia a gennaio di quest’anno Sberbank ha annunciato il lancio di un servizio d’exchange di criptovalute progettato per investitori istituzionali.

Questo mese anche Herman Gref, presidente di Sberbank, ha espresso il proprio discontento verso il panorama giuridico in Russia:

“Ormai non compro più criptovalute, e consiglierei di fare lo stesso a chiunque non abbia intenzione di giocare d’azzardo”.

Soros è l’architetto di ogni colpo di Stato degli ultimi 25 anni

articolare.com 18.6.18

-Redazione– Ci sono i dossier sulle elezioni Europee del 2014 ma anche quelli sul voto nei singoli Stati, i fascicoli sui finanziamenti elargiti alle organizzazioni non governative di tutto il mondo e persino i rapporti sul dibattito politico in Italia ai tempi della crisi dell’Ucraina.

Sono solo alcuni dei documenti rubati dai database della Open Society Foundation di George Soros. Appena pochi giorni faBloomberg aveva raccontato che, oltre ad aver violato i server del partito Democratico, avrebbero anche trafugato le mail dell’imprenditore americano.

E adesso Dc Leaks ha varato soros,dcleaks.com  un portale interamente dedicato ai documenti trafugati dalle caselle mail del magnate statunitense. Nove categorie – Usa, Europa, Eurasia, Asia, America Latina, Africa, World bank, President’s office,Souk – migliaia di documenti consultabili online o da scaricare in pdf.

Dentro c’è un po’ di tutto: commenti sulle elezioni nei Paesi di mezzo mondo, rapporti sui “somali nelle città europee” e sul bilancio di previsione statunitense, ma anche dossier sulla crisi tra Russia e Ucraina con una serie di allegati che spiegano la posizione dei vari stati Europei sulla vicenda.

In homepage, poi, c’è un post che spiega il motivo della pubblicazione dei file. “George Soros – scrivono gli hacker –  è un magnate ungherese- americano, investitore , filantropo, attivista politico e autore che, di origine ebraica. Guida più di 50 fondazioni sia globali che regionali. È considerato l’architetto di ogni rivoluzione e colpo di Stato di tutto il mondo negli ultimi 25 anni . A causa sua e dei suoi burattini gli Stati Uniti sono considerati come una sanguisuga e non un faro di libertà e democrazia. I suoi servi hanno succhiato sangue a milioni e milioni di persone solo per farlo arricchire sempre di più. Soros è un oligarca che sponsorizza il partito DemocraticoHillary Clinton, centinaia di uomini politici di tutto il mondo. Questo sito è stato progettato per permettere a chiunque di visionare dall’interno l’Open Society Foundation di George Soros  e le organizzazioni correlate. Vi presentiamo i piani di lavoro , le strategie , le priorità e le altre attività di Soros. Questi documenti fanno luce su uno dei network più influenti che opera in tutto il mondo”.

Gentiloni ha fatto fessi gli italiani sulle banche

di Franco Bechis maurizioblondet.it 6.4.18

Chi ha acquistato le Venete per salvarle oltre a non pagarle, ha escusso le garanzie statali. E dalla vendita dei crediti deteriorati non si è ricavato un euro

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L’Istat ha certificato l’altro giorno che alla fine del 2017 l’Italia aveva un debito pubblico più pesante del previsto- con uno scostamento di 15 miliardi di euro a consuntivo- e ha corretto al rialzo il deficit pubblico che è stato pari al 2,3 per cento del Pil. Solo un mese prima lo stesso istituto di statistica non aveva visto quei 15 miliardi di debito in più e aveva certificato un deficit 2017 all’1,9% del Pil. Si tratta di dati dell’anno scorso, ed è piuttosto misterioso come in così poco tempo l’Istituto di statistica nazionale possa avere compiuto un errore di valutazione così grossolano. Se quella era la situazione dei conti pubblici a consuntivo dell’anno scorso, avrebbero dovuto vederla già un mese fa. Soprassediamo, e andiamo alla spiegazione di quella correzione appena effettuata: sarebbe il costo del salvataggio delle due banche venete, la Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Per loro fu varato dal governo di Paolo Gentiloni nel 2017 un decreto legge specifico, che però nel suo testo non prevedeva alcuna particolare spesa in più (salvo qualche decina di milioni di euro per piccole cose), rifacendosi invece a un altro decreto del dicembre 2016 con cui si istituiva un fondo per il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena e di tutte le banche italiane che ne avessero avuto necessità. In quel decreto si autorizzava il governo italiano ad emettere nuovo debito pubblico attraverso titoli speciali da utilizzare per quelle banche fino a un massimo di 20 miliardi di euro. Ora sappiamo che di quei titoli ne sono stati utilizzati nel 2017 ben 15 miliardi di euro per il solo salvataggio dei due istituti veneti. Il fondo quindi non dovrebbe avere più alcuna capienza, e non è in grado di intervenire in altre situazioni di crisi che si dovessero ripresentare.

Se quel che è accaduto sul debito pubblico era dunque già previsto- anche se Gentiloni e il suo ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan si sono ben guardati dall’informare gli italiani sul dettaglio della spesa mentre si faceva- invece quella crescita del deficit dall’1,9% al 2,3% del Pil era del tutto inattesa. Non vorrei annoiare troppo i lettori, ma quella differenza nel risultato del 2017 tradotta in soldoni significa qualcosa di più di 7 miliardi di euro: a tanto ammonta il buco che si è creato nei conti dello Stato. Sulla carta è poco meno della metà di quel che si spenderebbe con l’introduzione del reddito di cittadinanza secondo il testo depositato nella scorsa legislatura dal Movimento 5 stelle, e più o meno è quel che verrebbe a costare il primo passo di riduzione delle aliquote Irpef da 5 a tre per avviarsi alla flat tax che vuole Matteo Salvini.

La differenza è che queste due ipotesi da 7 miliardi- quelle di un introduzione al primo anno dei due cavalli di battaglia di Salvini e Di Maio- e il buco di Gentiloni è duplice. Innazitutto Gentiloni il problema ai conti pubblici l’ha già creato, mentre gli altri due l’hanno al momento solo immaginato. La seconda differenza è che nel caso Salvini-Di Maio la sola ipotesi di buco ha scatanto commenti catastrofisti, articolesse sui principali quotidiani nazionali, nette e minacciose contrarietà all’interno dell’estabilishment europeo. Mentre nel caso Gentiloni il buco già fatto è stato raccontato come una bagatella, con qualche distratto colonnino sulla stampa nazionale che lo ha registrato come fosse una curiosità e nel silenzio assoluto di tutte le istituzioni e dei potenti del vecchio continente.

Il confronto racconta di una evidente malafede che c’è nelle istituzioni nazionali come in quelle europee, del tutto cieche di fronte al latte ormai versato e invece preoccupatissime per quello che si potrebbe versare. Evidente che a loro non importa proprio nulla del latte, e a cuore hanno solo di avere qualche lattaio amico pronto ad obbedire alla bisogna. Non è un male segnarsi in agenda quel che è appena accaduto (con quei conti sballati l’Italia per altro ha violato sia il fiscal compact che gli impegni presi con la commissione europea), e ricordarlo a queste sacrali istituzioni al primo predicozzo inutile dovesse piovere in futuro su qualunque governo italiano.

Quei numeri però dissacrano anche la figura un altro personaggio di cui media e potere in Italia avevano cantato lodi smisurate: Gentiloni. Pervicacemente il premier – e con lui il ministro dell’Economia- aveva sostenuto al momento del salvataggio delle banche venete che con quella operazione non si sarebbe perduto “un euro pubblico”, e che anzi le casse italiane ne avrebbero pure avuto beneficio. Perché- quella fu la tesi difesa perfino in Parlamento- lo Stato offriva solo le proprie garanzie virtuali agli acquirenti su ogni passività straordinaria che mai fosse emersa dai bilanci di quelle banche. Virtuali perché nella sostanza si trattava di fidejussione pubblica che si doveva dare pro forma, ma che nessuno (così disse il governo) nella realtà avrebbe mai escusso. In compenso lo Stato avrebbe incassato bei soldoni dalla vendita dei crediti deteriorati che venivano separati con quel decreto dal destino delle banche vendute a terzi. Non è avvenuta né l’una né l’altra cosa, ma l’esatto contrario: le fidejussioni sono state escusse e quindi erano assai poco virtuali, mentre con la vendita dei crediti deteriorati lo Stato nel 2017 non ha incassato un solo centesimo. Risultato finale: sette miliardi di buco. Che Gentiloni- come l’Istat- conoscevano benissimo, ma che hanno nascosto per non turbare la campagna elettorale fino all’altro giorno…