FINANZA/ Per l’Italia c’è chi prepara un caldo “autunno spagnolo”

Il Fmi dice che la Spagna ci ha superato nella classifica del Pil pro capite. Una crescita tutta in deficit e che ha portato a profonde diseguaglianze sociali ed economiche. GIOVANNI PASSALI

Il premier spagnolo Pedro Sanchez (LaPresse)Il premier spagnolo Pedro Sanchez (LaPresse)

Un noto motto afferma che “a pensar male si fa peccato, però ci si azzecca”. Questo è quello che mi è venuto in mente quando è uscita la notizia della fine del Qe da parte della Bce guidata da Mario Draghi. Una ben strana coincidenza che sia stato dato l’annuncio della fine del Qe, cioè dei miliardi stampati dal nulla per acquistare titoli di Stato, proprio ora che al governo dell’Italia c’è una parte politica che non è certo vista con simpatia da tedeschi e francesi, così come dai principali media italiani.

Il Qe ha avuto in questi tre anni un ruolo fondamentale per tenere bassi i tassi di interesse sui titoli italiani. In pratica, ha favorito il governo Renzi, sostenuto dallo scellerato patto del Nazareno. Ora però Renzi non c’è più, il Pd è ridotto ai minimi termini, quelli che sono al governo non sono più amici, ma personaggi ai quali bisogna ricordare chi comanda davvero in Italia. Quindi si sta preparando una dura guerra finanziaria a colpi di spread. In tutto questo, i media italiani appaiono proni agli interessi stranieri. Anche questa notizia, della prossima fine del Qe, è stata riportata senza particolari commenti.

Come ormai tutti sanno, la Bce ha giocato sporco durante le febbrili giornate di consultazioni per la formazione del governo Lega-M5s: il rialzo dello spread in quei giorni è stato opera della Bce, da mesi ormai quasi unica acquirente dei titoli di Stato italiani. Alla fine, però, ha vinto l’asse Salvini-Di Maio, poiché l’alternativa non era più un altro improbabile governo, ma nuove elezioni, nelle quali facilmente il nuovo asse avrebbe fatto man bassa di voti e di parlamentari. Quindi hanno dovuto accettare il male minore e hanno iniziato a preparare la guerra finanziaria per mettere in difficoltà questo governo.

Mi pare si possa dire che un assaggio del mutato clima sia avvenuto con la notizia riportata il 20 aprile su un’analisi del Fondo monetario internazionale, secondo il quale la Spagna avrebbe superato in ricchezza l’Italia. Nel dettaglio, il Pil pro capite degli spagnoli sarebbe ora di poco superiore a quello degli italiani. I giornali hanno riportato e rilanciato la notizia senza particolari commenti o analisi, come fosse un dato di fatto del declino dell’economia italiana.

I miei lettori più affezionati, e pure tanti altri meno sprovveduti della media, sanno bene che ogni dato dev’essere collocato e analizzato nel contesto nel quale è stato rilevato. Allora andiamo ad analizzare un attimo il contesto spagnolo.

Da quando è scoppiata la crisi, negli ultimi dieci anni, l’Italia solo per due anni ha avuto un deficit in rapporto al Pil superiore al 3% stabilito dalle norme comunitarie. Un superamento che comunque in quegli anni (2008 e 2009) ha riguardato tutti i paesi della Zona euro. La Spagna, invece, lo ha superato TUTTI gli anni, con un picco massimo di -11% nel 2009, quasi uguagliato nel 2012 con un -10,50%.

Insomma, la Spagna ha finanziato la propria crescita del Pil a colpi di deficit pesantissimi. Ha fatto, cioè, l’esatto opposto della ricetta criminale di austerità che il Fmi e la Bce hanno imposto alla Grecia e all’Italia. Ma i media italiani su questo hanno taciuto.

Ma c’è dell’altro, perché in fondo il Pil pro capite è una sorta di media del pollo: se io mangio due polli a settimana e il mio vicino ne mangia zero, in media mangiamo un pollo a testa a settimana. In questo caso, però, la media non è un indicatore molto affidabile rispetto alla realtà. Lo stesso vale per la Spagna e per capirlo basta mettere in evidenza il tasso di disoccupazione: quello attuale è al 16,5%, ma solo perché recentemente è calato (per loro fortuna) da valori superiori al 20%. E il tasso di disoccupazione giovanile è ancora intorno al 50%. Insomma, è facile intuire che da un lato, tra chi lavora, c’è chi guadagna moltissimo, mentre tanti altri economicamente soffrono pesantemente.

Questo quadro è confermato anche dai dati Eurostat sulla percentuale della popolazione a rischio povertà. La Spagna ha una percentuale del 22%, ben al di sopra del 19% dell’Italia, che è appena sopra alla media europea (17%). Di fatto la percentuale spagnola è tra le peggiori in Europa, superata solo da Romania e Lettonia.

Un altro dato, che aiuta a capire la reale situazione degli spagnoli. La percentuale di minori che vive sotto la soglia di povertà in Spagna è del 12%, ben superiore all’8,8% italiano e alla percentuale di tutti i più importanti paesi europei. Fa eccezione solo la Grecia, con un terrificante 16%.

Insomma, la Spagna non è certo un bell’esempio da seguire. Anche se i poteri forti europei vorrebbero che l’Italia facesse quella fine. Il Qe, secondo il piano della Bce, verrà pesantemente ridotto a partire da settembre (15 miliardi al mese invece di 40) e poi finirà del tutto a dicembre,

Si prepara, dunque, un autunno caldo per l’Italia sotto l’aspetto finanziario. Si prospetta un attacco speculativo allo spread, stavolta ben più pesante di quanto visto finora. Per allora, gli attriti di questi giorni con la Francia sembreranno uno scherzo.