Le due Italie

di Andrea Romani – 17 giugno 2018 lintellettualedissidente.it

Due società contrapposte, in cui una odia l’altra senza tregua. L’Italia dei padroni fin dove vuole portare il livello dello scontro?

In un vecchio libro del plumbeo 1977, Alberto Asor Rosa racchiudeva nella spaccatura tra due società l’insieme delle tensioni e dei problemi dell’Italia di fine anni Settanta. Nel volume, l’intellettuale operaista poneva da un lato i “garantiti”, i salariati con contratto e posto fisso, e dall’altro gli “operai sociali”, i nuovi proletari prodotti dalla ristrutturazione industriale e dalla fine del sicuro modello fordista-keynesiano di fabbrica e stato.

Senza ritornare a quattro decenni fa, la riflessione di Asor Rosa può senza dubbio risultare ancora valida nell’Italia di metà 2018. In effetti, esistono due società antitetiche a sud delle Alpi: qui e ora, però, non si tratta più e soltanto di divisioni sociali, di classe tra classi utilizzando il sempreverde vocabolario marxiano. La scissione, riflettendo l’imbarbarimento dei tempi e la cancrena maleodorante della nostra intellighenzia, appare invece estremamente semplicistica, manichea nel senso deteriore del termine. D’altro canto, quando ci si affida ai Saviano, agli Zerocalcare e agli Zoro per costruirsi una weltanschauung, non si può  certo ottenere altro che questo. Una riduzione brutale, espressione di un coacervo di classismo, intellettualismo da tre soldi, cupidigia di servire e conformismo che consegna un ritratto drammaticamente infimo del progressismo italiano.

Beninteso, chi scrive non vuol certo fare l’elogio della reazione. Risulta però acclarato che la divisionetra acculturati in quanto tali e analfabeti funzionali (sic), laureati e operai, “chi-ha-fatto-l’erasmus” e chi vive in provincia, pasadaran dell’unione europea e sovranisti assume ogni giorno che passa i connotati di un vero e proprio stato d’accusa permanente unilaterale: gli ottimati secondo sé stessi, i “vincenti” della globalizzazione sconfitti senza appello il 4 marzo dal voto popolare e populista, vivendo l’incubo di un governo di Maio-Salvini hanno smesso ogni freno inibitorio e hanno portato l’attacco alla maggioranza dei propri concittadini ad un livello così meschino da risultare grottesco, oltreché vigliacco.

Incapaci di comprendere i problemi di chi gli sta vicino, idiotizzati da una narrazione fallace e profondamente sballata, i nostri piccoli Pasolini da aperitivo e risvoltino costituiscono la massa di manovra “culturale” con cui sbarrare il passo all’esecutivo gialloverde e ai suoi primi provvedimenti. Il caso Aquarius, così come il problema di fondo dei rapporti della Repubblica con l’ue, non è che l’assaggio di ciò che ci aspetta nel futuro prossimo. Gli italiani (leggi le classi subalterne che vivono ogni giorno i guasti di un’immigrazione incontrollata e criminale) vogliono chiudere i porti a navi di ong non autorizzate e fuori da ogni accordo internazionale? Tutti razzisti. Gli italiani (come sopra) sono stanchi di vivere da venticinque anni in un paese che li vuole sottoproletarizzare? Tutti scansafatichee in fondo untermenschen non in grado di reggere il confronto con gli ariani del Nord. Il M5S e la Lega intercettano le tematiche-chiave dell’elettorato? Tutti fascisti, ignoranti, beceri e volgari.

La maggioranza delle classi dominanti in Italia non ha mai voluto davvero comprendere le ragioni del popolo, condannandolo alla subalternità.

Questo è il livello dello scontro, sostenuto da falsificazioni continue sugli organi di stampa e da trasmissioni 24/7 che rimpallano sempre lo stesso spinUn’Italia, quella che legge Repubblica e il Corsera e vota PD dall’alto dei suoi loft in centro, che odia l’altra, la dileggia, la deride, la affama. Un’Italia che non vorrebbe essere tale, in fondo convinta di meritare altre latitudini e altri connazionali, fino al punto da aver consegnato ad ubriaconi e tipi lombrosiani in Bruxelles la sovranità e l’indipendenza del paese. Un’Italia, infine, stracciona e miserabile, incapace di esprimere una classe dirigente diversa da quella meschina e totalmente inetta che dal 1992 è stata al potere per svendere ai potentati esteri e pasteggiare sulle briciole. Questa Italia, che certo non può dare lezioni e dovrebbe nascondersi nel buio più fitto della vergogna, è quella che vuol dare patenti di moralità e certificati di moralismo alle forze che oggi, con mille difficoltà e altrettanti punti oscuri, tentano dopo lustri di dare forma al mandato popolare democraticamente formatosi nelle urne.

Naturalmente, quasi nessuno di questi numerosi imbecilli si rende conto d’esser pedina d’un gioco ben più grosso, cioè di svolgere il ruolo del kindersoldat nella Berlino in fiamme dell’aprile 1945. Il mondo liberale, unipolare e liberoscambista nato nel 1989 si avvia a morte certa. Mentre qualcuno pare averlo capito, i nostri cervelloni dei Parioli balbettano ancora la stessa solfa di metà anni Novantarisultando scaduti e ridicoli. In tal senso, la difesa del dogma europeista e del suo frutto monetario, costituisce lo spartiacque decisivo tra le due società, e lo s’è visto nei giorni drammatici e ridicoli di fine maggio quando il moloch dello spread era risorto per punire ancora una volta noi pelandroni meridionali.

Si immagini una copertina in senso inverso: non è forse razzismo?

Stare con l’ue significa infatti stare con frau Merkel e bonbon Macron, con un sistema economico fallito e criminale, con una conventicola di burocrati imbelli incapace di gestire il fenomeno migratorio ma sempre pronta a succhiare sangue e sudore da sessanta milioni di italiani, con la teoria reazionaria e nazista del vincolo esterno come dogma di (non)governo. A questa setta, espressione delle più perverse tare del nostro padronato, si contrappone l’Italia immiserita e stanca, dignitosa nel suo sempiterno tirare a campare nonostante tutto, provinciale e perciò profondamente originaleviva di una forza che il cosmopolitismo borghese non capisce e perciò infama. Con tali masse, che sono il popolo italiano nella sua più genuina espressione, noi staremo sempre, perché ne facciamo parte e ne vogliamo essere espressione cosciente. Chi sta contro il proprio popolo per servire un padrone straniero, di norma, consegna il proprio paese al rango di colonia: e questa, a nostro avviso, è forse la responsabilità più grave e il segno distintivo che ci separa da chi ciarla di umanità e compassione. Alla schiavitù e al servaggio si contrappone la dignità di uomini liberi, cittadini e lavoratori di uno stato diretta espressione delle aspirazioni di massa: Uomini e noVero Damilano?