“Più Corporate&investment banking”. La ricetta anti-crisi di Mr Webank

Affariitaliani.it buddy fox 18.6.18

Proseguono le difficoltà del sistema bancario italiano in Borsa, nonostante il placarsi dei timori sull’Italexit e la crisi dello spread. Bianchini (ex Bpm)…

La grande illusione. Questo è il film che negli ultimi giorni torna ad essere proiettato sui monitor di Piazza Affari, protagonista indiscusso: le banche, sempre loro, candidate ancora una volta all’Oscar degli orrori. Pensavamo di avercela fatta, di essere usciti dall’incubo che da 10 anni (sì sono passati 10 anni) ci tiene prigionieri e tiene schiacciato verso il basso il nostro indice, invece, niente di tutto questo. Perché come nel film “ricomincio da capo”, puoi tentare di cambiare un particolare alla tua giornata ma poi ricadi sempre nello stesso errore, e così il giorno successivo fino allo sfinimento. Così è stato per le banche, precisiamo quelle italiane, anche dopo forti ristrutturazioni, capita che arrivi una crisi e qualsiasi sia la sua natura irrimediabilmente diventa un motivo per vendere i nostri istituti di credito. Per non impazzire in questi casi cerco il numero delle emergenze che nel mio caso è quello di Giovanni Bianchini, Mister WeBank (fu l’ideatore, nella foto sotto) un pioniere della banca moderna, uno che le crisi le intuisce in anticipo e in questo caso è pronto a fornirci anche le soluzioni.

L’ultima volta ci aveva avvisati di non farci prendere da facili entusiasmi, perché come diceva Trapattoni “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco“, sarà il caso, se non si vuole incorrere nell’ennesima illusione, di leggerlo attentamente.

D’altronde anche nel film “ricomincio da capo” si arriva ad una conclusione, ed in quel caso è un lieto fine. 

L’INTERVISTA 

Solo qualche settimana fa, a seguito delle prime trimestrali 2018, La Repubblica titolava “con questa trimestrale Intesa chiude un’epoca”. Sembrava la luce che annunciava l’uscita dal tunnel, oggi con i pesanti ribassi sui titoli bancari, viene da pensare che quella luce erano i fari di un tir che ci veniva incontro…

“Già, l’immagine del tir che viene incontro rende bene l’idea. La debolezza del sistema Italia, ed in particolare del comparto  creditizio, riemerge ad ogni stormir di  fronde in tutta la sua gravità: il sistema bancario italiano è ancora in perenne stato di salute malferma, sembra prendere di tanto in tanto un brodino sulla spinta ora del QE ora della ripresina italiana per poi ricadere in uno stato di catalessi e di sprofondo”. 

Intesa-Sanpaolo però non molla, anche con Eurizon sembra l’unica squadra italiana a poter giocare da grande la Champions League finanziaria in Europa. Verità o utopia? Nel senso, non è che anche Intesa diventerà preda di qualcuno?

“Certamente Banca Intesa ha la struttura patrimoniale, il management e la capacità organizzativa di giocare la champions league finanziaria in Europa. Ed allo stato attuale sembra anche l’unica banca italiana a poterlo fare: la seconda banca italiana – Unicredit –  sembra più candidata a sposarsi  che a svolgere da protagonista il ruolo di player globale europeo.  Quanto a banco Bpm, che  pomposamente si definisce la terza banca del paese (come se questo fosse garanzia di produttività e redditività futura) si piazza per attivo intorno al 50esimo posto in Europa: la vedo dura che possa giocare un ruolo  serio non solo  in champions ma neanche  in coppa Uefa”.

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Glielo dico perché la voce su Unicredit è sempre più ricorrente, dopo il manager francese, sembra che presto sulla banca isseranno anche la bandiera di quel Paese…

“Mah, ormai la larghissima maggioranza del capitale delle banche italiane quotate è già in mano ai fondi stranieri: quando si sosteneva la necessità di salvaguardare almeno la biodiversità delle banche popolari  si voleva raggiungere proprio il risultato di far issare la bandiera delle necessità del territorio. Ormai  la logica dominante  è solo quella del  profitto: le attese e le  necessità del territorio vengono utilizzate solo per gettare un po’ di fumo negli occhi. E la cosa più drammatica è che, nonostante  il fiorire di bilanci di sostenibilità, la responsabilità sociale d’ impresa sembra essere diventata una litania di preghiere di penitenza per farsi perdonare i peccati commessi (a cominciare ovviamente dalle laute prebende che il management si autoassegna).

Eppure, nonostante le notizie speculative (l’ultima sembra essere quella di Credit Agricole su Mps) e tutte le profondi ristrutturazioni e dosi massicce di iniezioni di capitale, il settore continua a soffrire…

“Ne abbiamo gia’ parlato. Einstein diceva che la pazzia è fare sempre le stesse cose ed aspettarsi risultati diversi: i banchieri (con qualche rara eccezione) continuano a fare le stesse cose di sempre, c’è ancora chi usa lo slogan come ‘fare bene la banca‘. Ebbene, fino a qualche tempo fa uno dei paradigmi di ‘fare bene la banca‘ era la ‘crescita sana’ (attraverso l’assunzione di rischi di credito corretti e di depositi ‘stabili’) delle masse amministrate, oggi uno degli obiettivi – che anche i regolatori vogliono perseguire – è quello di scaricare i rischi (ovviamente ‘sani’) sul mercato e di sviluppare quindi prodotti/servizi che non assorbano capitale. E allora la domanda sorge spontanea: ma quando decideranno i banchieri di rivedere profondamente il loro modello di business?”. 

E poi c’è la svendita di Npl, ultimo sganciamento quello di Banco Bpm, banca che lei conosce bene, che ha cartolarizzato 5,1 miliardi affidandoli a Prelios. Dopo aver impoverito risparmiatori e banche, ora si fanno ricchi speculatori e settori specializzati. Non era meglio creare una task force tutta italiana, portare a profitto gli Npl e poi redistribuire gli utili? Un processo che avrebbe lenito il dolore per le ferite del bail-in

“La Spagna aveva percorso  una via molto interessante per disinnescare la bomba degli Npl, l’Italia non ha voluto perseguirla perché troppo impaurita dall’arrivo della Troika (che poi indirettamente è arrivata lo stesso, con l’Europa che detta da anni l’agenda politica ed economica dell’Italia) ed ha lasciato tutto il sistema bancario nella balia più completa, sotto la incerta guida della Banca d’Italia, più tesa ad autoassolversi sulle varie magagne venute alla luce negli ultimi anni che a stimolare banche e banchieri a cambiare il passo”.

Dopo i PIR per le piccole e medie imprese e per le società immobiliari, un’altra soluzione potevano essere i PIR per gli Npl, o dico una stupidata?

“E perché no? Come ho detto sopra una cosa sembra sicura nel sistema finanziario italiano: la ‘perdita’ della centralità del sistema bancario come ‘sostanziale unico’ perno del finanziamento di imprese e famiglie. Banca d’Italia ha sempre sostenuto che – rispetto alla media europea – almeno 200 miliardi di euro dei crediti concessi dalle banche soprattutto alle PMI dovrebbero  essere sostituiti con strumenti di capitale di rischio: se ci si fosse mossi prima su un sistema meno bancocentrico quanti Npl in meno si sarebbero prodotti? E quanti npl potevano essere recuperati con un’azione proattiva e tesa al salvataggio delle aziende e non alle azioni giudiziali?”.

Tornando alle Popolari settore che lei conosce come le sue tasche, sembra che qui le sofferenze siano ancora grandi, e ora sembra che si voglia fare marcia indietro sulla riforma Renzi. Sorride sotto i baffi?

“Purtroppo c’è poco da sorridere: la riforma Renzi ha fatto piangere tutti, salvo qualche manager  che ha potuto incrementare il proprio stipendio ovvero i soci del Banco Popolare per un rapporto di partecipazione e di conversione  sbilanciato tutto a loro favore  nei confronti di quelli della ex Bpm. Sono stati infatti bistrattati i soci, che  sono stati privati del diritto di recesso (inaudito); i clienti, che hanno visto di fatto allontanare la ‘testa’ pensante sostanzialmente  addirittura verso i fondi esteri divenuti i nuovi proprietari; i dipendenti e soprattutto il territorio, che è rimasto come detto una  parola senza senso e senza significato. D’altra  parte un eventuale ‘ripensamento’ potrebbe salvare dalla trasformazione in SPA la popolare di Bari e la Sondrio: dubito  che per le altre – a cominciare da Banco Bpm, una fusione che grida ancora vendetta sia per le premesse che per come si sta sviluppando  la gestione caratteristica (margini operativi in calo, costi operativi stabili, costo del credito ancora sostenuto)-  ci possa essere la possibilità di tornare indietro. E comunque nel ripensamento grande attenzione alla riforma delle Bcc: io credo sia assolutamente necessario salvaguardare la vicinanza al territorio, ma dubito che da ‘sole’ le Bcc possano  affrontare le sfide di compliance e quelle tecnologiche. Chissà perché mi torna in mente Bonomi che su Bpm puntava forte, non solo spingeva per la trasformazione in Spa, ma aveva grandi progetti per banca che per lui da preda doveva trasformarsi un predatore. Forse non era poi così brutto come lo dipingevate.

A ciascuno il suo mestiere dicono a Milano. Il finanziere faccia il finanziere, il banchiere faccia il banchiere… 

“Vero che i confini tra mestieri diversi sono diventati fluidi e ci sono sconfinamenti (anche vistosi) da un mestiere all’altro, ma nel DNA del banchiere ci dovrebbe essere la costruzione di valore per il paese, per i soci, per i clienti per i dipendenti per l’ambiente eccetera… Il finanziere ha un compito soprattutto di far crescere  i soldi che gli sono stati affidati. E’ una bella differenza! E nella fattispecie è probabile che una banca SPA predatrice avrebbe significato almeno nel breve una crescita dell’investimento, ma non era condizione sufficiente perché la banca svolgesse il suo ruolo di creazione di valore per tutti gli stakeholder anche a lungo termine.Anche perché, come detto prima, per poter fare questo le banche devono cambiar pelle, rottamando il vecchio modo di fare banca.

Paradossalmente, nonostante le pessime notizie che mi arrivano dalle filiali dove trapelano le voci di continue fughe di correntisti, quella messa meglio sembra essere MPS. Lei è sempre pessimista? Borghi la vorrebbe come patrimonio nazionale.

“Già il solo palazzo Salimbeni potrebbe essere patrimonio nazionale, anzi patrimonio della umanità: ma, ancora una volta, il solo fatto che sia la banca più antica del mondo non garantisce il futuro del MPS. Ai mali del sistema bancario italiano, MPS oggi aggiunge difficoltà maggiori a ripartire: i danni reputazionali non si recuperano facilmente, la strada da percorrere è veramente lunga ed impervia, e non c’è molto tempo a disposizione…”.

Anche Creval non scherza, ma lì dentro dopo aver effettuato le “operazioni baciate” sugli Npl, gli avvoltoi stranieri vogliono fare più guadagni possibili e nel minor tempo…

“Un dolore pensare alla situazione del Creval: a vocazione turistica della valle è esplosa  proprio grazie anche all’opera pluridecennale  della Banca (e della  Popolare Sondrio): vedere gli avvoltoi girarle sempre più vicino è veramente uno spettacolo molto triste. Ma per Creval, viste le dimensioni ridotte (almeno rispetto al MPS ) è piu’ facile trovare  un partner per rilanciarsi insieme”.

In conclusione, se ce l’ha, vorrei chiederle quale può essere la soluzione a questa crisi. Non si capisce più niente, se i tassi salgono per le banche il pericolo è nei titoli di stato in portafoglio che perdono valore, risultato si vendono le banche; se i tassi scendono o come ha fatto capire Draghi non risaliranno per lungo tempo, l’attività tradizionale delle banche viene penalizzata, risultato si vendono le banche. Non ci resta che accendere un cero? Ma a quale santo?

“Per le cose dette sopra, tutto quello che incide negativamente sul tasso di interesse è motivo di vendita delle banche, che già devono porre rimedio alla erosione dei margini, derivante:

– dalla progressiva disintermediazione da parte delle fintech  sul sistema  di pagamenti ed incassi;

–  dalla maggiore competizione sul risparmio gestito;

– dalla necessità di forti investimenti sulla  digitalizzazione, oltre alle pesanti scorie rappresentate dagli  Npl e dagli altissimi costi di distribuzione (leggi rete delle agenzie).

Più che accendere un cero  ritengo personalmente che ci sia necessità di un nuovo patto sociale che  veda protagonisti tutti: la politica, le imprese, le  università, le comunità (con particolare enfasi sui sindacati) alla ricerca del rilancio economico e della crescita attraverso l’innovazione e nuovi modelli di governance. Per dirla con le parole dell’amico e maestro Maurizio Baravelli (Innovazione finanza e sviluppo ABI servizi 2017) per sostenere la competitività e la crescita, l’economia di mercato ha bisogno di sistemi collaborativi e che l’innovazione debba essere anche culturale, organizzativa, istituzionale e finanziaria, le politiche regionali possono contribuire ad una nuova politica industriale basata su nuovi investimenti e sull’innovazione. Oltre a migliorare la qualità della vita dei cittadini le Smart city strategy accelerano l’emergenza dei settori tecnologicamente più avanzati con effetti moltiplicativi su reddito ed occupazione. Le banche quindi non si possono limitare ad effettuare le sole strategie di efficientamento, ma promuovere  il finanziamento dell’innovazione e il rilancio delle imprese in crisi, con una maggiore offerta di servizi di investment e corporate banking. La considero l’unica strada per il paese”.

@paninoelistino