Tav, binario morto: fine della Torino-Lione voluta dall’élite?

libreidee.org 19.6.18 Giorgio Cattaneo

«Dovranno passare sul mio corpo», avverte Sergio Chiamparino, ultimo guardiano politico della linea Tav Torino-Lione. Clinicamente morto, come progetto strategico, il Tav della valle di Susa resta il supremo totem del super-potere oligarchico che ha fatto carne di porco della democrazia europea, criminalizzando ogni voce di dissenso. Banche, partiti, mafia e maxi-opere: per 25 anni le grandi lobby hanno dettato legge, affidando interi tratti della rete ferroviaria superveloce direttamente alla criminalità organizzata, come denunciato da Ferdinando Imposimato. Nel suo “Libro nero dell’alta velocità”, un analista come Ivan Cicconi vede “il futuro di Tangentopoli”, tra «scelte note e occulte, bugie consapevoli e inconsapevoli», come il “finto” finanziamento privato. Il giallista Massimo Carlotto spiega che le grandi opere sono notoriamente «una lavanderia per riciclare denaro sporco». Rischi sistemici inevitabili? Inconvenienti in agguato in ogni maxi-appalto? Ma nel caso della valle di Susa è peggio: perché l’ipotetica linea-doppione, fotocopia dell’attuale Torino-Modane che già collega Italia e Francia via traforo del Fréjus, è completamente inutile. Lo dicono 360 esperti dell’università italiana e lo conferma la stessa autorità elvetica incaricata dall’Ue di monitorare i trasporti transalpini. L’utilità della Torino-Lione? Una leggenda metropolitana. Ma non per Sergio Chiamparino e il gruppo di potere che rappresenta.

Sindaco di Torino dal 2001 al 2011, Chiamparino esprime al meglio la storica conversione neoliberista dell’ex sinistra piemontese, passata dalla lotta operaia sotto le bandiere del Pci alle platee del Lingotto all’ombra del Pd veltroniano e renziano. Dopo aver gestito le Olimpiadi Invernali 2006 che hanno ridato fiato all’economia torinese prostrata dal declino della Fiat, Chiamparino è passato – in modo disinvolto – dalla guida della città alla presidenza della Compagnia di San Paolo, potentissima fondazione bancaria del primo istituto di credito italiano, per poi tornare tranquillamente alla politica: oggi è presidente della Regione Piemonte. “Siete praticamente finiti”, disse cordialmente ai NoTav nel 2010, festeggiando quella che immaginava fosse la fine della resistenza popolare della valle di Susa contro la maxi-opera. “Siete rimasti in quattro gatti”, disse ai militanti, che risposero con una marcia di 40.000 persone. Da allora, la battaglia NoTav si è letteralmente incendiata, anche con pesanti strascichi giudiziari. E nel frattempo è cambiata la percezione nazionale del fenomeno: decine di personaggi pubblici – scrittori, cantanti, attori, registi – si sono schierati dalla parte dei valligiani, bocciando la Torino-Lione come una inutile, pericolosa devastazione.

La novità è che, dopo le elezioni del 4 marzo, questo pensiero è diventato maggioranza, nel paese: il governo gialloverde frena, sui cantieri valsusini. I penstastellati dovranno “passare sul corpo di Chiamparino” se vogliono cestinare la Torino-Lione? Si tranquillizzi, gli risponde il ministro grillino Danilo Toninelli: in valle di Susa potrebbe non passare nessun treno. Al che, Chiamparino rilancia e “convoca” a Torino l’esecutivo, che però risponde picche. Un affronto, per il presidente della Regione: «L’esempio che arriva dal governo non è di rispetto istituzionale», dice Chiamparino, irritato anche con Salvini, “colpevole” di avergli ricordato che «il contratto di governo prevede, per tutte le grandi opere, una nuova analisi costi-benefici». Chiamparino attacca il neo-ministro dell’interno, definendolo «un primo ministro ombra, in campagna elettorale permanente, che non mostra alcun rispetto istituzionale». Davvero? «Se pensava di farsi da solo il monologo sulla Torino-Lione e altre opere che invece dovranno passare da una seria analisi costi-benefici previste nel contratto di governo, strumentalizzando ai fini politici la sua carica istituzionale, è stato servito», replicano i parlamentari piemontesi del Movimento 5 Stelle, chiudendo il caso della mancata partecipazione del governo al summit torinese.

Ancora più dura la risposta leghista: «Se un governatore fantasma, sparito da Torino e dal Piemonte, si ricorda di esistere solo per attaccare Salvini e la Lega, significa che l’incontro sulle infrastrutture era solo un pretesto», dice Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera e segretario regionale del Piemonte. «Chiamparino sa bene che il mio ministero sta lavorando alacremente per una “project review” di certe importanti opere della sua regione», precisa lo stesso Toninelli: «Quando sarà il momento, saremo noi a convocare un tavolo istituzionale con tutte le parti in causa». E aggiunge: «Il governo è cambiato: forse il presidente Chiamparino ha difficoltà a farsene una ragione». L’esecutivo è cambiato perché gli italiani hanno votato, democraticamente. E hanno scelto Lega e 5 Stelle: di questo, proprio, l’establishment sembra non riuscire a capacitarsi. E tra le macerie dell’ex centrosinistra, tutto quello che riesce a pigolare il Pd è la paura che venga cancellato il maxi-appalto del secolo, per il super-treno che nessuno vuole – a parte Chiamparino e la potente lobby dell’alta velocità valsusina, che in trent’anni non ha mai trovato modo di spiegare, al popolo, a cosa (e a chi) servirebbe davvero, quel maledetto treno, destinato a restare in eterno – secondo tutti gli esperti – nient’altro che un patetico, miliardario binario morto.

«Dovranno passare sul mio corpo», avverte Sergio Chiamparino, ultimo guardiano politico della linea Tav Torino-Lione. Clinicamente morto, come progetto strategico, il Tav della valle di Susa resta il supremo totem del super-potere oligarchico che ha fatto carne di porco della democrazia europea, criminalizzando ogni voce di dissenso. Banche, partiti, mafia e maxi-opere: per 25 anni le grandi lobby hanno dettato legge, affidando interi tratti della rete ferroviaria superveloce direttamente alla criminalità organizzata, come denunciato da Ferdinando Imposimato. Nel suo “Libro nero dell’alta velocità”, un analista come Ivan Cicconi vede “il futuro di Tangentopoli”, tra «scelte note e occulte, bugie consapevoli e inconsapevoli», come il “finto” finanziamento privato. Il giallista Massimo Carlotto spiega che le grandi opere sono notoriamente «una lavanderia per riciclare denaro sporco». Rischi sistemici inevitabili? Inconvenienti in agguato in ogni maxi-appalto? Ma nel caso della valle di Susa è peggio: perché l’ipotetica linea-doppione, fotocopia dell’attuale Torino-Modane che già collega Italia e Francia via traforo del Fréjus, è completamente inutile. Lo dicono 360 esperti dell’università italiana e lo conferma la stessa autorità elvetica incaricata dall’Ue di monitorare i trasporti transalpini. L’utilità della Torino-Lione? Una leggenda metropolitana. Ma non per Sergio Chiamparino e il gruppo di potere che rappresenta.

Sindaco di Torino dal 2001 al 2011, Chiamparino esprime al meglio la storica conversione neoliberista dell’ex sinistra piemontese, passata dalla lotta operaia sotto le bandiere del Pci alle platee del Lingotto all’ombra del Pd veltroniano e renziano. Dopo aver gestito le Olimpiadi Invernali 2006 che hanno ridato fiato all’economia torinese prostrata dal declino della Fiat, Chiamparino è passato – in modo disinvolto – dalla guida della città alla presidenza della Compagnia di San Paolo, potentissima fondazione bancaria del primo istituto di credito italiano, per poi tornare tranquillamente alla politica: oggi è presidente della Regione Piemonte. “Siete praticamente finiti”, disse cordialmente ai NoTav nel 2010, festeggiando quella che immaginava fosse la fine della resistenza popolare della valle di Susa contro la maxi-opera. “Siete rimasti in quattro gatti”, disse ai militanti, che risposero con una marcia di 40.000 persone. Da allora, la battaglia NoTav si è letteralmente incendiata, anche con pesanti strascichi giudiziari. E nel frattempo è cambiata la percezione nazionale del fenomeno: decine di personaggi pubblici – scrittori, cantanti, attori, registi – si sono schierati dalla parte dei valligiani, bocciando la Torino-Lione come una inutile, pericolosa devastazione.

La novità è che, dopo le elezioni del 4 marzo, questo pensiero è diventato maggioranza, nel paese: il governo gialloverde frena, sui cantieri valsusini. I penstastellati dovranno “passare sul corpo di Chiamparino” se vogliono cestinare la Torino-Lione? Si tranquillizzi, gli risponde il ministro grillino Danilo Toninelli: in valle di Susa potrebbe non passare nessun treno. Al che, Chiamparino rilancia e “convoca” a Torino l’esecutivo, che però risponde picche. Un affronto, per il presidente della Regione: «L’esempio che arriva dal governo non è di rispetto istituzionale», dice Chiamparino, irritato anche con Salvini, “colpevole” di avergli ricordato che «il contratto di governo prevede, per tutte le grandi opere, una nuova analisi costi-benefici». Chiamparino attacca il neo-ministro dell’interno, definendolo «un primo ministro ombra, in campagna elettorale permanente, che non mostra alcun rispetto istituzionale». Davvero? «Se pensava di farsi da solo il monologo sulla Torino-Lione e altre opere che invece dovranno passare da una seria analisi costi-benefici previste nel contratto di governo, strumentalizzando ai fini politici la sua carica istituzionale, è stato servito», replicano i parlamentari piemontesi del Movimento 5 Stelle, chiudendo il caso della mancata partecipazione del governo al summit torinese.

Ancora più dura la risposta leghista: «Se un governatore fantasma, sparito da Torino e dal Piemonte, si ricorda di esistere solo per attaccare Salvini e la Lega, significa che l’incontro sulle infrastrutture era solo un pretesto», dice Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera e segretario regionale del Piemonte. «Chiamparino sa bene che il mio ministero sta lavorando alacremente per una “project review” di certe importanti opere della sua regione», precisa lo stesso Toninelli: «Quando sarà il momento, saremo noi a convocare un tavolo istituzionale con tutte le parti in causa». E aggiunge: «Il governo è cambiato: forse il presidente Chiamparino ha difficoltà a farsene una ragione». L’esecutivo è cambiato perché gli italiani hanno votato, democraticamente. E hanno scelto Lega e 5 Stelle: di questo, proprio, l’establishment sembra non riuscire a capacitarsi. E tra le macerie dell’ex centrosinistra, tutto quello che riesce a pigolare il Pd è la paura che venga cancellato il maxi-appalto del secolo, per il super-treno che nessuno vuole – a parte Chiamparino e la potente lobby dell’alta velocità valsusina, che in trent’anni non ha mai trovato modo di spiegare, al popolo, a cosa (e a chi) servirebbe davvero, quel maledetto treno, destinato a restare in eterno – secondo tutti gli esperti – nient’altro che un patetico, miliardario binario morto.

PD, i Robin Hood a rovescio: tolgono ai poveri per dare ai ricchi

ed by Ulrich Anders. scenarieconomici.it 19.6.18

ISTAT pubblica oggi un dato clamoroso. La spesa delle famiglie segnala infatti nel 2017 una situazione estremamente imbarazzante per un ex-governo che si dichiarava progressista, di centrosinistra e attento ai diritti dei più deboli: in piena era PD infatti le famiglie più povere, ovvero “quelle che spendono meno”, hanno ridotto la spesa mensile del 5%. Per bilanci già magri non è poco. I più poveri nel 2017 hanno forzatamente ridotto ovviamente spese essenziali: cibo, abiti, cure mediche e analisi.

In maniera simmetrica le famiglie più ricche hanno aumentato i consumi del 4.3%. Chiaramente nel caso delle famiglie più ricche è solo la spesa superflua ad aumentare.

È la conferma pratica di quanto sostengono in molti. Nei 5 anni di  governo del Partito Democratico, solerte e iperattivo per promuovere i cosiddetti “diritti civili” ma inerte se non attivamente impegnato nello smantellamento dei diritti sociali, i poveri non solo sono aumentati di numero, ma sono anche più poveri. Non basta: i ricchi sono sempre più ricchi. La mitica redistribuzione thatcheriana a rovescio, dai poveri verso i ricchi, è triste realtà nel paese di Renzi e Gentiloni.

Politici ipocriti del PD che hanno scientemente tolto quote di reddito alla classe sociale di Carla, 1.100 euro annui di ISEE, generosamente aiutata *solo dai nostri lettori* per sottrarla alla fame vera, per arricchire la classe sociale di Carlo (Calenda), che dai Parioli ci dà spocchiose lezioni di democrazia.

Speriamo che un barlume di autocritica illumini la mente di costoro e li spinga a riconsiderare i loro fallimentari modelli economici liberisti, la loro fede malriposta nell’Europa degli oligarchi e delle lobby, le loro colazioni confidenziali con potenti editori svizzeri e le frequentazioni assidue di banchieri e industriali. In caso contrario il 10% è alla loro portata, e in tempi brevi.

LE MANI DELLA LEGA SULLA RAI / ECCO A VOI ‘O DIRETTORE, SANGIULIANO GENNARO

Andrea Cinquegranilavocedellevoci.it 19.6.18

Il volto nuovo della Rai? L’uomo capace far risorgere viale Mazzini? Il condottiero in grado di tirar fuori i nostri Tiggì dalle nebbie stile anni ’20 e ’30? Subito servito: si chiama Sangiuliano Gennaro, in arte Genny, il suo grande sponsor politico è Matteo Salvini, il suo mentore giornalistico Vittorio Feltri.

Un piccolo fascista spuntato alla corte di Sua Sanità De Lorenzo a fine anni ’80, poi passato ai lidi berlusconiani quindi leghisti. Il top.

Forse all’insaputa dell’altro vicepremier Luigi Di Maio e dei grillini…

Repubblica ne assicura lo sbarco ai vertici in un report del 18 giugno: “L’uomo di punta del nuovo corso gialloverde a Saxa Rubra è Gennaro Sangiuliano. Eterno vicedirettore del Tg1, ex missino, poi berlusconiano, Sangiuliano è da tempo il candidato del ministro dell’Interno a qualsiasi cosa. ‘Matteo Salvini è un caro amico’, scrive nella sua pagina Facebook dove lo scorso aprile ha postato un’immagine del 2015 che lo ritrae con il segretario leghista e il collega Giuseppe Malara alla presentazione del suo libro su Putin. E dove più di recente ha messo un selfie scattato con il vicepremier a Milano. Un modo per sottolineare che l’amicizia con il Carroccio è di lungo corso. Operazione che appare riuscita, visto che la lista sovranista ‘Pluralismo e libertà‘, guidata da Malara e nata dal nulla alla vigilia del congresso Usigrai che si apre oggi a Bologna, ha conquistato 3 degli 8 delegati di Raiuno”.

Da sinistra Giuseppe Malara, Matteo Salvini e Gennaro Sangiuliano. Li vediamo anche nella foto in alto con Vittorio Feltri

GLI SPLENDIDI ANNI ALLA CORTE DI SUA SANITA’

Ma qual è la Sangiuliano story? Val la pena di raccontarne gli esordi, dal momento che nei suoi farciti curricula e nelle sue pompose biografie vengono regolarmente omessi. Per la serie, scordammoce ‘o passato.

Parte con gli stivaloni (pardòn, stivaletti) fascisti ad inizio anni ’80, milita nel Fronte della Gioventù, l’unico verbo è quello di Benito Mussolini. Viene eletto come consigliere circoscrizionale nella periferia ovest di Napoli, quartiere Soccavo, per le liste del Movimento sociale targato Giorgio Almirante.

Ma dietro l’angolo c’è già la svolta lib e il nuovo profeta è Sua Sanità Franco De Lorenzo. Ne è per anni il portaborse, il servizievole Gennaro, nel senso letterale del termine.

Ricorda un sindacalista del Pascale, lo storico feudo della De Lorenzo dinasty a Napoli. “Lo vedevamo sempre camminare tre passi indietro a padre e figlio, ossia il patriarca Ferruccio De Lorenzo e il figlio Franco. Portava le due borse, proprio come nei classici del clientelismo un tempo laurino. Ma i suoi sforzi vennero premiati perchè lo incaricarono di dirigere la rivistina ‘Amici del Pascale‘, che aveva sede proprio in via Mergellina 2, la dimora dei De Lorenzo”.

E’ così che in Genny nasce l’arte della comunicazione, germoglia il talento per la scrittura, sboccia la vena del giornalista da Pulitzer, sgorga il flusso delle parole.

Una gavetta molto utile per un rapido salto nell’etere, a bordo della tivvù gestita dalla PD2: così, infatti, veniva chiamata la trimurti composta da Paolo Cirino Pomicino, Giulio Di Donato e Franco De Lorenzo, quel partito trasversale che dominerà per anni a Napoli e non solo. La creatura lanciata nello spazio si chiama Canale 8 e ad occuparsi della sua cucina redazionale viene chiamato l’ubiquo Gennaro, ottimo e abbondante per tutti i servizi.

Siamo solo agli inizi del fitto curriculum che Sangiuliano preferisce non far conoscere ai suoi fans e celare nei suoi pedigree.

Ecco cosa scrivevamo nel volume “Sua Sanità – Viaggio nella De Lorenzo spa, un’azienda che scoppia di salute”, uscito a febbraio 1993. “Ultima creatura della scuderia (De Lorenzo, ndr) in ordine di tempo è Genny Sangiuliano. Passato attraverso Canale 8, riceve l’incarico di dirigere l’Opinione del Mezzogiorno, il quindicinale edito da Publimedia. Prende il posto di Stefano Mirabelli, portavoce ufficiale di De Lorenzo”.

E’ il Sangiuliano post fascista in veste politica, ora sotto la protettiva ala lib.

DA POGGIOLINI A PUTIN

Così continuava Sua Sanità: “Nasce a Napoli un nuovo, patinato periodico dalla prima all’ultima pagina nell’orbita del ministro. Si chiama Economy. La funzione di Piero Ottone viene svolta da Ciro Paglia: è lui il garante del lettore di Economy. In redazione, un’autentica pattuglia di ‘delorenziani’ di origine controllata. Da Genny Sangiuliano al commercialista Federico Rumolo, fino al più collaudato Mirabelli: è a lui che viene dettato, in cinque pagine a colori con foto del ministro, il peana in onore della riforma De Lorenzo”.

Duilio Poggiolini e Francesco De Lorenzo

Per inciso, Ciro Paglia ha ricoperto per anni il ruolo di capocronista al Mattino, fedelissimo di Sua Sanità e un grande amico in comune: quel don Gelmini che ospitò nelle sue tenute l’amico Francesco (De Lorenzo) per scontare la pena comminata dopo la condanna per la Farmatruffa orchestrata con Diulio Poggiolini, il re Mida della sanità oggi sotto processo a Napoli per la strage del sangue infetto. De Lorenzo e Poggiolini per quella Farmatruffa vennero condannati anche a risarcire lo Stato italiano con 5 milioni e 100 mila euro a testa.

Torniamo alle prodezze griffate Sangiuliano fra etere e carta stampata. Con l’amico Paglia firma il suo primo libro, “Il paradiso: viaggio nel profondo nord”.

La ruspante ‘risposta’ de noatri al profetico “L’Italia siamo noi” di Giorgio Bocca. Ecco come etichettava il saggetto a quattro mani Aurelio Musi, all’epoca autore per la Voce, da anni preside alla Facoltà di Lettere dell’università Fisciano, in provincia di Salerno, e collaboratore di Repubblica: “Il volume si inscrive in un filone ricco più per la qualità della carta che impiega che per la qualità e l’acutezza delle idee che riesce a esprimere. Rozzo nell’analisi di temi che pure sono di rilevante attualità, come la Lega e la formazione del rampantismo imprenditoriale e finanziario cresciuto all’ombra del garofano negli anni ’80, il volume sorprende anche per un certo avventurismo negli usi linguistici, come per fare un solo esempio il verbo ‘balzare’ che a pagina 87 diventa magicamente transitivo”.

Come ormai sappiamo, anche l’uso di congiuntivi e condizionali è ormai un optional nel panorama governativo gialloverde. Ma sorge spontanea una domanda: avrà mai letto, l’amico Salvini, quell’imperdibile capolavoro?

La svolta nella Sangiuliano story arriva nel 2003, un anno da incorniciare per i “terroni d’oro” che sbarcano nei Palazzi. E così nello stesso anno Genny approda in Rai, mentre l’amico di una vita, Mario Orfeo, va al timone del primo quotidiano del Sud, il Mattino, voluto su quella poltrona dalla dinasty dei Caltagirone.

QUEL CIRCORFEO 

E’ di settembre 2003 la cover story della Voce “CircOrfeo”, in cui si parla di quanto bolle in pentola al Mattino, alla sede Rai di Napoli, e in quelle di Repubblica e del Corsera.

Ma i punti caldi sono proprio Mattino e Rai. Sul primo versante, la chicca è rappresentata dai legami più che amichevoli che intercorrono tra il neo direttore Orfeo e Pomicino: il trait d’union per la precisione è Vincenzo Maria Greco, il faccendiere ovunque (dal dopoterremoto alla Tav fino ai giornali E Polis), uomo ombra di ‘O Ministro e in ottimi rapporti con l’ex An Italo Bocchino. E soprattutto, Greco, è zio di Mario Orfeo.

Mario Orfeo e Paolo Cirino Pomicino

Sul secondo fronte, ecco quanto all’epoca scrivevamo: “Clima rovente a viale Marconi, sede della Rai di Napoli, con la nomina di Massimo Milone a capo della struttura partenopea e il rocambolesco arrivo di Genny Sangiuliano: mesi di fuoco in vista per i boys fortemente voluti dal capo dei Tg regionali, Angela Buttiglione, sorella del filosofo e numero uno del Cdu Rocco Buttiglione”.

Alla Rai di Napoli Genny riabbraccia un altro amico di sempre, Antonello Perillo, assunto a viale Marconi nel 1993, anche lui dopo essersi fatto le ossa nella palestra di Canale 8, l’antenna della PD2, e presso la segreteria particolare di Sua Sanità. E quando la lascia, gli subentra Fabio Paglia, figlio del capocronista di via Chiatamone. Davvero un bel valzer.

Per Sangiuliano, poi, una irresistibile ascesa fra direzione dei Tg Rai, scodinzolante al seguito di capo Orfeo; editoriali mozzafiato da Libero al Giornale, e libri che restano scolpiti nel tempo.

Cominciando dai tormenti leninisti all’ombra dei Faraglioni, nel mitico “Lenin a Capri” dato alle stampe nel 2012. Per approdare all’ultimo trittico su Vladimir Putin, Hillary Clinton e Donald Trump, una raffica griffata Mondadori che insegna storia agli storici.

E pensare che il talento di mister Sangiuliano era maturato fra codici e pandette, le sudate carte di diritto privato europeo nelle aule della romana Sapienza, al seguito di un altro maestro: Guido Alpa, guarda caso il nume tutelare del neo premier Giuseppe Conte.

Quando si dice i casi della vita…

Banco Bpm: i sindacati aprono procedura di sciopero; inviata lettera all’Abi

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Le segreterie di coordinamento di Banco Bpm – Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin – hanno aperto la procedura di sciopero.

“Il 13 giugno abbiamo consegnato una lettera contenente le principali criticità lavorative che affliggono l’istituto ma come risposta non abbiamo ricevuto nulla di scritto. Abbiamo pertanto aperto la procedura per esperire il tentativo di conciliazione, preliminare alla proclamazione della mobilitazione”, si legge in una nota.

Le sigle – secondo quanto risulta a MF-Dowjones – hanno già inviato la lettera all’Abi, ma non hanno ancora stabilito il giorno e le modalità della mobilitazione. I sindacati hanno anche chiesto un incontro con la controparte che dovrebbe tenersi entro cinque giorni.

Le motivazioni sono legate alla “riorganizzazione della rete accompagnata da circolari poco chiare e intempestive, da un organigramma parziale rispetto alle figure e ai ruoli e da una mancata formazione preventiva all’assegnazione dei ruoli e delle mansioni, che accentua i rischi operativi dei lavoratori; mancata formale informazione sull’applicazione della riorganizzazione della società di gestione servizi, che crea confusione e timore nei lavoratori; garanzie sul futuro dei lavoratori legati agli Npl e a Profamily; mancato rispetto del modello commerciale del gruppo che nella pratica quotidiana, continua a generare improprie pressioni commerciali. Si continua ad avere attenzione al prodotto e non al cliente; inasprimento delle sanzioni disciplinari non giustificate dall’entità dei fatti contestati ai lavoratori, spesso riferite a fatti avvenuti ante fusione, con normative e prassi differenti; disapplicazioni contrattuali: applicazione parziale dell’indennità di mancato preavviso per i trasferimenti dei quadri direttivi del 29 gennaio e dell’indennità di sostituzione e reggenza dei direttori di filiale, dell’anticipazione delle spese legali per presunti fatti avvenuti in servizio e dell’accordo aziendale sui permessi”, prosegue il comunicato.

La mobilitazione ha lo scopo di ristabilire delle relazioni industriali corrette che portino risultati concreti e tangibili di cui possano beneficiare tutti gli stakeholder.

red/cce

(END) Dow Jones Newswires

June 19, 2018 10:22 ET (14:22 GMT)

Il melting pot dell’Unione Europea sta crollando

Di Malachia Paperoga – Giugno 18, 2018 vocidallestero.it

Sul Times Niall Ferguson sostiene chiaramente che il problema dell’immigrazione si pone oggi in tutta la sua drammaticità a causa delle disastrose politiche passate, promosse dalla Merkel in Germania e dai governi mainstream in Italia, da Monti a Gentiloni, passando per Letta e Renzi. Le conseguenti tensioni politiche dicono che il futuro dell’Europa non sarà di maggiore integrazione, ma di divisione, talmente esplosiva da far sembrare la Brexit solo un piccolo segnale premonitore.

 

 

Di Niall Ferguson, 17 giugno 2018

 

 

Sull’immigrazione, i populisti italiani sono il futuro. La Merkel rappresenta il passato.

 

Centodieci anni fa l’autore britannico Israel Zangwill completò la sua opera teatrale “Il melting pot”. Rappresentata per la prima volta a Washington nell’ottobre 1908 – dove fu accolta entusiasticamente dal Presidente Theodore Roosvelt – celebrava gli Stati Uniti come un gigantesco crogiolo, che fondeva insieme “Celti e Latini, Slavi e Teutoni, Greci e Siriani – neri e gialli – Ebrei e Gentili” per formare un unico popolo.

 

“Sì”, dichiara l’eroe della commedia (un immigrato ebreo dalla Russia, come il padre di Zangwill), “Est e Ovest, Nord e Sud, la palma e il pino, il polo e l’equatore, i musulmani e i cristiani… qui saranno tutti uniti per costruire la Repubblica degli Uomini e il Regno di Dio”.

 

È piuttosto difficile immaginare di scrivere un’opera simile riguardo all’Unione Europea all’inizio del ventunesimo secolo. O piuttosto, è facile immaginarne una molto diversa. In questa, l’influsso di immigrati da tutto il mondo avrebbe esattamente l’effetto opposto di quello immaginato da Zangwill. Anziché portare alla fusione, la crisi migratoria europea sta portando alla fissione. La commedia potrebbe chiamarsi “Il Meltdown Pot” [quindi non un crogiolo dove si fondono insieme diversi metalli, ma un posto dove una materia solida si liquefa disperdendosi, NdVdE].

 

Sono sempre più convinto che la crisi migratoria sarà vista dai futuri storici come l’ingrediente fatale che ha sciolto l’UE. Nelle loro ricostruzioni, la Brexit sembrerà a mala pena un sintomo premonitore della crisi. Ci diranno che l’immenso “Völkerwanderung” [movimento di massa di persone, NdVdE] ha sopraffatto il progetto di integrazione europea, esponendo la debolezza dell’UE come istituzione e spingendo gli elettori nelle braccia della politica nazionale per trovare soluzioni.

 

Cominciamo dalla dimensione dell’afflusso. Nel solo 2016 sono arrivati nei 28 paesi membri UE circa 2,4 milioni di immigrati da paesi non-UE, portando il totale della popolazione nata all’estero a 36,9 milioni, più del 7% del totale.

 

Questo potrebbe essere solo l’inizio. Secondo gli economisti Gordon Hanson e Craig McIntosh, “il numero di migranti di prima generazione nati in Africa e tra i 15 e i 64 anni, fuori dall’Africa sub-Sahariana aumenterà da 4,6 milioni a 13,4 milioni tra il 2010 e il 2050”. La grande maggioranza di questi si dirigerà sicuramente in Europa.

 

Il problema è insolubile. La popolazione dell’Europa Continentale sta invecchiando e diminuendo, ma il mercato del lavoro europeo ha pessime esperienze nell’integrazione di immigrati non specializzati. Inoltre, un’ampia proporzione degli immigrati in Europa sono musulmani. I liberali insistono nel sostenere che sarebbe possibile per cristiani e musulmani convivere pacificamente in un’Europa secolare post-cristiana. In pratica, la combinazione di sospetti storicamente radicati e di divergenze moderne nelle posizioni – in particolare sullo status e il ruolo delle donne – sta rendendo difficile l’assimilazione (paragonate la situazione dei marocchini in Belgio a quella dei messicani in California, se non mi credete).

 

Infine, c’è un problema pratico. È quasi impossibile difendere i confini dell’Europa del Sud dalle flottiglie degli immigrati, a meno che i leader dell’Europa non siano pronti a lasciar annegare molte persone.

Politicamente, il problema dell’immigrazione sembra poter essere fatale a quelle alleanze allargate tra socialdemocratici moderati e conservatori moderati/cristiani democratici su cui si è basata l’integrazione europea negli ultimi 70 anni.

 

I centristi europei hanno le idee molto confuse sull’immigrazione. Molti, specialmente nel centro-sinistra, vorrebbero avere sia frontiere aperte sia uno stato sociale. Ma le evidenze dicono che è difficile “fare la Danimarca” in una società multiculturale. La mancanza di solidarietà sociale rende insostenibili alti livelli di tassazione e redistribuzione.

 

In Italia possiamo vedere un possibile futuro: i populisti di sinistra (il Movimento Cinque Stelle) e i populisti di destra (la Lega) si sono uniti per formare un governo. La loro coalizione si concentrerà su due cose: difendere le vecchie norme dello stato sociale (il governo prevede di revocare una recente riforma delle pensioni) ed escludere gli immigrati. La scorsa settimana, con un ampio consenso popolare, il ministro degli interni Matteo Salvini ha respinto una nave che portava 629 immigrati recuperati dal mare della Libia. La Aquarius ora si dirige in Spagna, il cui nuovo governo di minoranza socialista si è offerto di accettare il carico umano.

 

In quali altri posti i populisti possono andare al potere? Sono già al governo in qualche modo in sei membri UE: Austria, Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Italia e Polonia. Ma in tutta l’UE ci sono in totale 11 partiti populisti con un sostegno popolare superiore al 20%, il che implica che il numero di governi populisti potrebbe all’incirca duplicare. Il fatto è che pochi paesi stanno alla pari dell’Italia per flessibilità politica. Immaginate, se ci riuscite, il partito di destra Alternativa per la Germania (AfD) che si siede con i tedeschi di sinistra (Die Linke) a mangiare salsicce e bere birra a Berlino. Impossibile. Di conseguenza, come hanno constatato i tedeschi dopo le scorse elezioni, in effetti non esiste alternativa alla vecchia Grande Coalizione tra centro-destra e centro-sinistra, che procede zoppicando.

 

E intendo proprio “zoppicare”. La scorsa settimana la cancelliera Angela Merkel si è scontrata con Horst Seehofer, il suo ministro dell’interno, che voleva respingere sui confini tedeschi tutti gli immigrati già registrati in altri paesi UE. Secondo il regolamento di Dublino, il paese dove l’immigrato mette piede per primo in UE è in teoria responsabile per la sua richiesta di asilo. Ma in pratica gli immigrati cercano in giro la destinazione più gradita, grazie al sistema delle frontiere aperte di Schengen, a cui la Germania appartiene.

 

Secondo la Merkel, la Germania non può uscire da Schengen senza rischiare il collasso dell’intero sistema di libertà di movimento. La sua speranza è quella di mettere insieme una sorta di pacchetto pan-europeo in materia di immigrazione al vertice UE di Bruxelles a fine mese. Ma non è ancora chiaro se il suo alleato della CSU Bavarese (il partito guidato da Seenhofer) possa accettare questa linea. La CSU ha elezioni locali il prossimo ottobre e teme di perdere consensi a favore di AfD proprio sulla questione dell’immigrazione. In ogni caso, la possibilità di una strategia coerente pan-europea sull’immigrazione sembra remota. I confini nazionali sembrano una soluzione più semplice.

 

Ero scettico riguardo all’opinione che la Brexit significasse semplicemente abbandonare una nave che affonda. Ma adesso devo ricredermi. Anche se l’impossibilità di riconciliare i conservatori nostalgici dell’UE e i sostenitori della Brexit sembra un pericolo esistenziale per Theresa May, gli eventi in Europa si muovono in una direzione che sembrava impensabile pochi anni fa.

 

Nel suo libro in uscita riguardo all’immigrazione USA, il mio brillante amico Reihan Salam – lui stesso figlio di immigrati dal Bangladesh – sostiene una tesi coraggiosa: o l’America mette restrizioni all’immigrazione o rischia la guerra civile a causa della combinazione tra crescente disuguaglianza e tensione razziale.

 

Spero che Salam abbia ragione quando sostiene che il melting pot americano può essere in qualche modo salvato. Ma non nutro la stessa speranza per l’Europa. Nessuno che abbia passato un po’ di tempo in Germania dopo la grande scommessa della Merkel nel 2015-2016 può onestamente credere che sia in atto un melting pot anche lì. Chiunque visiti oggi l’Italia può vedere che le politiche dello scorso decennio – austerità e frontiere aperte – hanno prodotto un tracollo politico.

 

La fusione può ancora essere la soluzione per gli Stati Uniti. Per l’Europa, temo, il futuro è nella divisione – un processo potenzialmente così esplosivo che potrebbe relegare la Brexit a una nota a piè di pagina nella storia futura.

 

 

Niall Ferguson è assistente anziano alla Milbank Family presso la Hoover Institution, Stanford

 

Governo, l’ipocrita divieto che discrimina i massoni (onesti)

libreidee.org 19.6.18

A pagina 8 dell’accordo di governo stipulato tra Lega e M5S c’è un punto che ha colpito la mia attenzione: il divieto di incarichi di governo per persone appartenenti alla massoneria. Un punto demagogico e populista, che dimostra, nel migliore dei casi, l’ignoranza di chi ha redatto l’accordo, nel peggiore una vera e propria malafede. Vediamo perché. In massoneria esiste la possibilità di essere iscritti a logge cosiddette coperte, in cui il nome dell’affiliato è tenuto segreto e quindi nessun documento, firma, o lista, potrà mai provare la sua appartenenza alla massoneria (dall’indagine Why Not, effettuata da De Magistris, ad esempio, venne fuori che Prodi e altri membri illustri del governo erano iscritti a una loggia di San Marino, considerato uno Stato estero). La massoneria non è un’associazione segreta, quindi l’esserne affiliati non viola alcuna legge dello Stato; tale esclusione è, quindi, anche costituzionalmente illegittima: l’esclusione dagli incarichi di governo avrebbe dovuto essere correttamente formulata prevedendo l’esclusione per iscritti a logge coperte, o deviate, o comunque con un intento palesemente criminale (ma in tal modo sarebbe sorta una contraddizione evidente, perché chi è iscritto ad organizzazioni criminali non lo va certo a dire in giro, e quando viene scoperto deve essere buttato fuori non tanto per la sua affiliazione, ma per i crimini commessi).

Vi sono ordini e associazioni, di stampo massonico, ma non considerate tali; Opus Dei, Cavalieri di Malta, ordini cavallereschi… non si capisce perché il divieto non valga anche per queste associazioni; esistono inoltre organizzazioni Paolo Franceschettiesoteriche, di stampo non massonico, molto più pericolose della massoneria stessa, come abbiamo da sempre detto in questo sito. La massoneria ha fatto la storia d’Italia degli ultimi due secoli; Garibaldi, Mazzini, Cavour, tanto per fare degli esempi, erano massoni; la maggior parte dei padri costituenti del ’47 erano massoni. C’è una contraddizione evidente tra il formare il governo di una repubblica che è stata fondata dalla massoneria, vietando l’ingresso al governo ai membri di quell’istituzione che è stata determinante nella fondazione dell’attuale Stato democratico (chi scrive ritiene poi che la nostra Costituzione sia un imbroglio, ma questa è tutta un’altra storia… formalmente si dicono tutti ossequiosi alla Costituzione, e quindi entrano in contraddizione con se stessi ad essere ossequiosi a qualcosa che risulta scritta in gran parte da massoni).

Come ha ben evidenziato nel corso di questi anni il massone Gioele Magaldi, insieme a Gianfranco Carpeoro, molti uomini politici di governo erano e sono massoni; Berlusconi, Craxi, Monti, Prodi, solo per fare qualche esempio. Ma, ipotizzo, anche molti nomi del passato di cui la loro appartenenza alla massoneria non è mai stata conclamata. Nel libro “Massoni, società a responsabilità illimitata” di Gioele Magaldi si fanno molti nomi; e altri nel libro “Fratelli d’Italia” di Ferruccio Pinotti, solo per fare qualche esempio. Salvini inoltre era alleato con Berlusconi. Lo sapeva o no di essere alleato con un massone? Presumo di sì, dato che, anche se i media mainstream non ne hanno parlato quasi mai (fatta eccezione per la questione della loggia P2; ma Magaldi nel suo sito ha dimostrato come ben altro fosse il rapporto di Berlusconi con la massoneria), molta eco ha avuto la questione su Internet, in particolare sul sito del Grande Oriente Democratico. Infine, il provvedimento discrimina proprio le persone migliori; nel senso che, quando un massone dichiara di essere tale, vuol dire che non ha nulla da nascondere. E Il ministro Moaverorivendicandolo spesso con orgoglio, come Carpeoro e Magaldi, ad esempio, fa un’opera di trasparenza. Paradossalmente è chi invece lo nasconde che è pericoloso per la società, ma potrà entrare lo stesso nel governo.

In altre parole, con questo provvedimento da duri e puri, si rischia di discriminare le persone migliori, e favorire come sempre i peggiori, coloro che tramano nell’ombra e fingono di essere persone diverse. Il problema non è la massoneria in sé, potendo esistere criminali non massoni, e massoni non criminali. Il problema è la legalità. E l’accordo di governo, così concepito, pone un problema molto grave: o i nostri governanti non capiscono nulla di massoneria (dimostrando in questo modo di non conoscere la storia, e neanche il funzionamento della società civile) o l’accordo è dettato da una malafede evidente, e serve solo a gettare fumo negli occhi dei cittadini. Immediatamente dopo la formazione del governo, infatti, viene fuori la notizia che il neo-ministro Paolo Savona sarebbe iscritto alla massoneria americana. Nulla di strano in questo. Nessuna replica da parte del governo. Ma soprattutto, un chiaro avvertimento a non tirare troppo la corda, altrimenti verranno fatti altri nomi e il governo avrà anche altri problemi. Risulta evidente, quindi, che questo punto dell’accordo di governo serve unicamente a ingraziarsi le simpatie del popolo, che di massoneria non sa nulla; e a darsi una facciata di duri e puri, che serve unicamente a rendersi ridicoli; più o meno come quando Bossi un giorno dichiarò: «Contro l’Italia massona e ladrona, noi siamo per l’Italia di Garibaldi e Mazzini»; peccato che Garibaldi, Mazzini e Cavour fossero, come abbiamo detto, massoni.

(Paolo Franceschetti, “Lega, M5S e massoneria”, dal blog “Petali di Loto” del 15 giugno 2018. In calce al post, Franceschetti ricorda di non essere mai stato tenero con la massoneria, avendo anche dato alle stampe libri come “Sistema massonico e Ordine della Rosa Rossa”, che indagano sulla matrice rituale di origine massonica di alcuni tra i peggiori crimini della storia italiana, a partire da quelli del Mostro di Firenze. Sulla presenza di massoni nel governo gialloverde, infine, Gioele Magaldi ha svelato l’identità supermassonica del ministro degli esteri Enzo Moavero Milanesi, fino a ieri legato ai circuiti neo-conservatori di Mario Monti ed Enrico Letta, ora avvicinatosi agli ambienti delle Ur-Lodges di segno progressista che sostengono l’esecutivo Conte. Quanto a Craxi, Gianfranco Carpeoro ha precisato che il leader del Psi, mai iniziato alla massoneria, fu però associato ad una superloggia massonica sovranazionale. Sempre Carpeoro ritiene evidente la vicinanza dello stesso Gianroberto Casaleggio rispetto alla massoneria britannica, attraverso un personaggio come Enrico Sassoon).

Intesa SanPaolo non avvertì che i titoli Lehman erano rischiosi: dovrà risarcire cliente

torino.repubblica.it 18.6.18

La Cassazione condanna Private Banking a restituire quasi centomila euro

Va risarcito il cliente di una banca che, non opportunamente informato dall’istituto di credito, decise di investire in obbligazioni Lehman Brothers e che, a seguito del default del gruppo, perse gran parte del capitale investito. La prima sezione civile della Cassazione ha confermato la condanna, inflitta a Intesa Sanpaolo Private Banking spa dalla Corte d’appello di Torino, a risarcire con oltre 97 mila euro un cliente che, nel febbraio 2008, aveva investito 99.500 euro circa in obbligazioni Lehman Brothers: “Nell’ordine di acquisto – si legge nella sentenza depositata oggi – la banca aveva dichiarato che tali obbligazioni risultavano poco rischiose, obbligandosi pattiziamente anche ad avvisare tempestivamente il cliente ove si fosse verificata una variazione significativa del livello di rischio”.

I giudici del merito (il tribunale di Aosta e la Corte d’appello di Torino) avevano dato ragione all’investitore e anche le toghe di piazza Cavour hanno rigettato il ricorso della banca. “Le informazioni devono, e dovevano, essere fornite dall’intermediario prima della stipula dell’ordine di acquisto dei titoli mobiliari, anche in caso di rinnovo di titoli analoghi – scrive la Corte nella sentenza di oggi – e non aver fornito la doverosa informazione integra l’inadempimento dell’istituto di credito”. Inoltre, i giudici d’appello hanno “evidenziato dati indiscutibili – rileva ancora la Cassazione – come la diversa natura del titolo rispetto a quelli sino ad allora acquistati dall’investitore, e la sua particolare natura di obbligazione emessa da Banca privata straniera”. Nel caso in esame, si spiega nella sentenza, “erano ancor più doverose informazioni dettagliate, anche a prescindere dalla valutazione di adeguatezza o appropriatezza dell’investimento, specie nei riguardi di un investitore che era stato profilato come disponibile a sopportare un rischio basso”. E ancora: è “incontestato”, osservano i giudici, che “l’obbligo di fornire informazioni sull’andamento del titolo, successivamente al suo acquisto, era stato pattiziamente concordato tra le parti, in sede di compravendita dei titoli mobiliari. La banca risulta pertanto inadempiente anche sotto questo profilo, perchè l’informazione deve essere specifica e non può limitarsi a fornire al cliente generiche rassicurazioni”.

Infatti, “vero è che il cliente in epoca successiva all’acquisto è venuto a conoscenza della difficile situazione della società emittente i titoli obbligazionari che aveva acquistato, ma anche in questo caso è ravvisabile – sottolinea la Suprema Corte – un comportamento negligente della banca, avendo l’investitore appreso da fonti diverse dall’intermediario tali informazioni. Non solo. La banca – conclude la sentenza – non ha esplicitato con chiarezza all’investitore la situazione del titolo e del mercato, non mancando di fornire generiche rassicurazioni al cliente”

SPY FINANZA/ La Germania (quasi) terremotata e debole mette l’Europa nei guai

Non leggere in parallelo quanto sta accadendo, e accadrà, fra Parigi, Berlino e Roma e fra Tripoli, Vienna e Bruxelles potrebbe essere un grosso errore. MAURO BOTTARELLI

Angela Merkel e Horst Seehofer (LaPresse)Angela Merkel e Horst Seehofer (LaPresse)

Due settimane. Come il preavviso a una colf qualsiasi, di cui non si è più soddisfatti. Il tenore dello scontro fra Angela Merkel e il ministro dell’Interno, il leader bavarese Horst Seehofer, è giunto al suo acme: l’uomo forte di Monaco e ideatore del cosiddetto “asse dei volenterosi” con Italia e Austria sulla questione dei migranti, non intende recedere di un millimetro. Ora sta alla Merkel trovare una soluzione al vertice europeo del 28 giugno, passato il quale si arriverà al redde rationem: Seehofer vuole respingimenti verso i Paesi di approdo e hotspot nei Paesi di partenza, la Merkel punterebbe verso la creazione di una Guardia costiera europea. In mezzo, il peso delle alleanze: Francia e Italia, di fatto gli unici due membri comunitari abbastanza grandi e importanti da poter spostare gli equilibri.

La Germania, mai come oggi dal secondo dopoguerra, è socialmente e politicamente debole, destabilizzata. Quasi terremotata. Mentre, infatti, la Merkel preparava il bilaterale con il nostro premier Giuseppe Conte, preso atto dell’ultimatum di Seehofer, la Procura di Monaco faceva arrestare per frode e dichiarazioni indirette false od omissive nientemeno che il numero uno della Audi, Rupert Stadler. L’inchiesta è quella che già in passato aveva terremotato il settore automobilistico tedesco, il cosiddetto Dieselgate, ovvero le pratiche manipolatorie sulle emissioni inquinanti di automobili del gruppo Volkswagen.

Un terremoto, appunto. E non solo per l’eco che questo avrà nel mondo e, di conseguenza, per la perdita di credibilità tedesca in fatto di serietà industriale, ma anche per il timing: non appena Donald Trump, reduce da un G-7 in cui ha giocato su due tavoli, salvo ribaltarli appena messo piede sull’Air Force One in direzione Singapore, minaccia ufficialmente dazi pesanti e restrizioni sulle importazioni di auto straniere di lusso, la Audi – certamente uno dei primi brand a essere colpiti – finisce letteralmente nella bufera. E, ripeto, con essa la reputazione tedesca nel mondo.

Unite il duello fratricida in seno al governo, tale da aver portato Seehofer ad ammettere che “non posso più lavorare nello stesso esecutivo con quella donna”, e il quadro di quale Europa arriverà al vertice di fine mese è presto descritto: il caos totale. Con il rischio che il clima da “tutti contro tutti” venga aggravato dalla mina vagante ormai sistemica e strutturale della Brexit, sempre più impantanata sia in patria, dove Theresa May ha dovuto fare i salti mortali e inventarsi di sana pianta un emendamento che evitasse di vedere il suo governo andare sotto sul tema a Westminster, sia a livello di trattative con Bruxelles, tanto da aver portato il negoziatore europeo, Michel Barnier, a porre esso stesso dei paletti molto chiari, sia sui tempi che sulle condizioni. Insomma, siamo ai prodromi della disunione europea.

E se nel tentativo di restare aggrappata al potere, Angela Merkel starebbe lavorando a un vertice speciale dedicato al tema migranti da tenere con Italia, Grecia e Austria prima del Consiglio Ue di fine mese, restano sul tavolo tutte le variabili esterne. Prima fra tutte, la capacità stessa dell’Italia di parlare con una sola voce. Giuseppe Conte, con un giorno di ritardo rispetto alla conferenza stampa con Emmanuel Macron, ha difeso la linea di Matteo Salvini, di fatto intestandola all’intero esecutivo, ma è l’altro alleato, il M5s, a inviare ogni giorno di più segnali di malessere sempre più chiari, esacerbati oltretutto dalla tensione nemmeno più sottotraccia legata all’inchiesta sul nuovo stadio della Roma.

Il presidente della Camera e leader in pectore dell’ala sinistra del movimento di Grillo, Roberto Fico, ieri ha chiarito gli schieramenti in campo, quando sul tema si è lanciato in un attacco frontale contro il premier ungherese e alleato-referente di Matteo Salvini, Viktor Orban, invitando la Ue a sanzionare i Paesi come l’Ungheria che si rifiutano di accogliere pro-quota i profughi che giungono in Europa.

Unico, per il momento, a potersi muovere con mano libera pressoché assoluta è Emmanuel Macron, forte di un’opposizione interna divisa a sinistra e inconcludente a destra e del fatto che, a tutt’oggi, il problema migranti ha contenuto i suoi effetti a livello di politica interna: certo, gli errori del precedente inquilino dell’Eliseo, in primis la nascita di campi come quello di Calais o la non opposizione a misure strumentali come la creazione di mini-ghetti all’interno della capitale come quelli sorti su volontà della Hidalgo, hanno garantito benzina al motore del Front National, ma non certamente a livello di ciò che ha dovuto patire chi ha gestito (o non gestito) la questione in Italia, vedi il Pd di governo e il pesante ridimensionamento patito.

Dal suo arrivo all’Eliseo, fattosi forte dell’emergenza terrorismo post-Bataclan che gli ha permesso di sospendere Schengen, chiudere i porti e blindare letteralmente i confini senza che nessuno avesse da gridare al ritorno ai tempi di Vichy, Macron si è garantito il pressoché annullamento del problema, quantomeno “in entrata”, dovendo quindi gestire solo ciò che già si trova sul territorio nazionale: in tal senso, il gesto simbolico di accettare – forse – qualche profugo dell’Aquarius dice tutto dell’atteggiamento transalpino. Predichiamo bene, attacchiamo frontalmente le politiche restrittive altrui, ma in patria ci muoviamo come più ci aggrada: ovvero, seguendo di fatto la stessa linea Salvini che pubblicamente definiamo “vomitevole”.

Attenzione, però, perché la questione migranti è indirettamente collegata anche a un’altra questione, anch’essa di primaria attualità e importanza e anch’essa in preda a furiose divisioni: venerdì, infatti, a Vienna si terrà l’atteso vertice dell’Opec, con in agenda – da parte del gruppo forte formato dall’Arabia Saudita e dal non-membro Russia – l’aumento della produzione globale di almeno 1,5 milioni di barili al giorno solo nel terzo trimestre di quest’anno. Contrarie e pronte al veto, Iran, Iraq e Venezuela.

Insomma, come vi dicevo nel mio articolo dell’altra settimana, serve mantenere il prezzo del petrolio basso per evitare che un assestamento del greggio attorno ai 90 dollari per almeno un trimestre diventi il detonatore della crisi che mercati e, soprattutto, Banche centrali stanno cercando, da un lato, di rimandare , dall’altro, di depotenziare e sgonfiare, come al solito prendendo tempo e giocando di sponda con i vari programmi di stimolo e le iniezioni di liquidità. E si sa, il petrolio scatena guerre reali, oltre a quelle commerciali e quelle finanziarie legate allo status benchmark del dollaro e a quello di balsamo degli indici attraverso il riversarsi dei surplus di budget dei governi esportatori sotto forma di petrodollari.

C’è poi la partita dei futures, il petrolio di carta, che vede contratti per miliardi sui due lati della scommessa, long e short: le prime sono state chiuse in larga parte, non vedendo driver reali per un rialzo dei prezzi sostenuto e prolungato, ma si fa in fretta a dover intervenire, sia per liquidare a prezzi con cui svenarsi, sia operando su volumi tali – in caso l’Opec spiazzi – da dar vita al più classico degli short-squeeze, ovvero una corsa verso la porta d’uscita che, purtroppo, lascia sempre morti e feriti fra la calca immaginaria dei traders. In questo caso, però, non si tratta di singoli investitori retail, come i ciabattini o le casalinghe che si sono fumati i risparmi di una vita con il trading online in Cina; si tratta di società quotate a Wall Street e che operano su titoli del comparto energia che viaggiano attualmente su multipli di utile per azione da mani nei capelli, ovvero come se vivessimo in un regime di domanda/offerta che veda la prima pari a un mondo con crescita al 6% per tutti i protagonisti e la seconda appena appena sufficiente, quasi scarsa.

Peccato che la crescita non ci sia, di petrolio disponibile ce ne sia decisamente troppo (basti vedere solo il numero di petroliere ferme nel Mediterraneo e negli altri mari europei in modalità “contango”, al massimo da 18 mesi, come ci mostra la mappa qui sotto) e che ormai si operi solo geo-finanziariamente sui prezzi, ovvero creando rialzi o ribassi artificiali in base alle necessità di mercati e governi.

Di fatto, l’immigrazione di massa, specie quella economica da Paesi tutt’altro che in guerra, non si basa sullo stesso principio immorale e inumano di sfruttamento allo stato puro? E non pensate che l’interesse della Francia sulla Libia, Paese dove casualmente il generale Haftar si è trovato l’altro giorno a dover affrontare un assalto ai pozzi petroliferi sotto il suo controllo, perdendone una parte, possa in qualche modo pesare su certe dinamiche? Da dove partono i migranti? Dove sono i centri di detenzione extra-Ue, oltre che in Turchia? Con chi fece il patto anti-barconi il ministro Minniti? E, soprattutto, dov’è l’epicentro dell’Eldorado energetico dell’area, escludendo l’ipotesi di un’invasione dell’Iran per impossessarsi dei giacimenti degli ayatollah?

Attenzione, perché non leggere in parallelo quanto sta accadendo e accadrà fra Parigi, Berlino e Roma e fra Tripoli, Vienna e Bruxelles potrebbe essere un grosso errore, potrebbe pregiudicare la comprensione del quadro d’insieme. E, di conseguenza, farsi trovare spiazzati. Abbiamo già pagato questo prezzo nel 2011, magari evitiamo di ripeterci. A meno che qualcuno non stia giocando su più tavoli a Roma, cosa che non escludo affatto. Anzi.