Banane di sangue

Emanuel Pietrobon – 20 giugno 2018 lintellettualedissidente.it

Sfruttamento dei lavoratori, colpi di stato e guerre civili: questi gli ingredienti che hanno consentito alla Chiquita Brands International di costruire il più grande impero bananifero al mondo.

La storia della Chiquita inizia nel 1899, con la registrazione a Boston della United Fruit Company (Ufc). Grazie ad una campagna mirata di acquisizioni di terreni dietro laute tangenti ai corrotti governi liberali filo-statunitensi dell’America centrale, la Ufc nell’arco di un decennio assunse una posizione monopolistica nel campo della produzione e della distribuzione di banane. Sin dalla fondazione, la compagnia adottò dei metodi autoritari nei confronti della propria forza lavoro, appaltando a corpi di sicurezza privati la repressione dei frequenti scioperi dei raccoglitori contro le precarie condizioni salariali. Nel 1912 aiutò il generale Manuel Bonilla a rovesciare il governo democraticamente eletto di Miguel Davila, fornendo un piccolo esercito privato inviato in affiancamento alle truppe regolari honduregne. L’Honduras era – ed è ancora oggi – uno dei principali siti di produzione di banane al mondo e Davila era presto divenuto ostile agli interessi della Ufc: presenza ingombrante considerata come una seria minaccia all’indipendenza del piccolo paese.

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Entro il 1930, la compagnia disponeva di terreni di proprietà adibiti alla coltivazione su larga scala di banane in quasi tutti i paesi latinoamericani, con una presenza pervasiva e capillare in Colombia, Guatemala, Costarica e Honduras, oltre che di una flotta di 95 navi mensilmente impiegate nella distribuzione oltreoceano dei raccolti. L’America Latina era il cortile di casa degli Stati Uniti, e la Ufc il giardiniere adibito al taglio delle erbacce, uno strumento di pressione economica utilizzato da ogni amministrazione americana per corrompere o per rovesciare governi e amministrazioni. Neanche il cosiddetto massacro delle banane, noto in America Latina come el masacre de las bananeras, ossia la repressione nel sangue di uno sciopero ad oltranza dei raccoglitori di Ciénaga (Colombia) – descritto dalla propaganda della multinazionale come un atto dovuto per annichilire l’infiltrazione di forze comuniste fra la forza lavoro – aiutò l’opinione pubblica ed i consumatori occidentali a comprendere il sanguinolento sfruttamento dietro la possibilità di acquistare banane a prezzi relativamente ridotti.

Tra colpi di stato, tangenti milionarie e acquisizioni di terreni e imprese operanti in altri settori, la Ufc riuscì ad instaurare un sistema di dominio politico-economico in America Latina, ancora oggi perdurante, sebbene in maniera sensibilmente ridotta rispetto alla metà del Novecento. Il poeta cileno Pablo Neruda denunciò fino alla morte lo stato di oppressione imposto al subcontinente dall’Ufc attraverso l’insediamento delle cosiddette repubbliche delle banane, un’espressione dispregiativa con cui s’indicavano governi corrotti e totalmente acquiescenti verso gli interessi delle multinazionali degli alimenti.

Pablo Neruda

Dal 1900 ad oggi, la compagnia ha assunto un nuovo nome, Chiquita, un cambio di forma legato all’esigenza di adottare un nuovo marchio capace di separare l’impresa dalla sua storia imperialistica, ma il modus operandi è rimasto sostanzialmente lo stesso. Nel 2007 il dipartimento di giustizia degli Stati Uniti ha condannato la Chiquita ad una multa di 25 milioni di dollari per aver finanziato la guerra civile colombiana dal 1989 al 2004, devolvendo più di due milioni di dollari dapprima all’Esercito di Liberazione Nazionale ed alle Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane, e in seguito all’Autodifesa Unita della Colombia, trasformata in uno strumento di difesa degli interessi della compagnia nel paese contro le ambizioni redistributive e socialisteggianti della galassia guerrigliera della sinistra e del marxismo-leninismo. Nello stesso anno, l’organizzazione non governativa Peuples Solidaires ha denunciato la Compañia Bananera Atlántica Limitada, una sussidiaria della Chiquita, per la violazione dei diritti basilari dei raccoglitori, costretti a lavorare senza adeguate protezioni contro pesticidi e diserbanti e minacciati da milizie private.

Il capitolo più drammatico nella storia dell’impresa delle banane, però, non è avvenuto in Colombia, in Honduras o in Costarica, ma in Guatemala, un piccolo paese mesoamericano che a causa dell’intervento dell’Ufc, affiancata dalla Cia, è caduto preda di una guerra civile perdurata fino al 1996, fonte di oltre 200mila vittime e di una condizione pressoché cronica ed endemica di sottosviluppo. Il Guatemala, sin dalla fondazione, ha visto negli investimenti provenienti dall’estero un modo con cui cercare crescita e sviluppo, anche per via della sedimentazione di una classe politica liberale filo-statunitense nel panorama politico, durata fino agli anni ’40. Nel 1944 una serie di moti popolari, infine supportati dalle forze armate, portò alla capitolazione del regime dittatoriale di Jorge Ubico, al potere dal 1931. Una giunta militare si occupò di preservare l’ordine pubblico nell’attesa che l’assemblea costituente redasse una nuova costituzione e di nuove elezioni. Le elezioni furono vinte da Juan José Arévalo Bermejo, alla testa di un movimento mescolante elementi socialisti e nazionalisti, avente come principali obiettivi lo scardinamento dell’egemonia politico-economica dell’asse United Fruit Company-International Railways of Central America(IRCA), una profonda riforma della terra e l’emancipazione dall’imperialismo statunitense.

Juan José Arévalo Bermejo

Il vasto consenso al progetto arévalista presente sia tra la popolazione che tra i militari, allarmò la dirigenza dell’Ufc, all’epoca retta da Samuel Zemurray, uno dei più influenti e potenti imprenditori statunitensi dell’epoca, un ebreo americano con solidi legami nell’amministrazione Roosevelt e tra i più importanti lobbisti e finanziatori dell’Organizzazione Sionista. Zemurray avviò un’intensa attività di lobbismo tesa a spingere il governo ad intervenire nella questione guatemalteca per rovesciare Arévalo Bermejo, dipinto come un reazionario al servizio dell’Unione Sovietica intenzionato a costituire un avamposto sovietico nel cuore delle Americhe. Secondo Daniel Litvin, autore de “Gli imperi del profitto”, dei trenta tentativi golpisti che fra il 1944 ed il 1951 tentarono di far cadere il governo Aréval, undici furono direttamente pianificati dalla Ufc, con il diretto coinvolgimento dell’allora ambasciatore statunitense nel paese Richard Patterson.

In occasione delle elezioni del 1951, Aréval pubblicizzò la candidatura di Jacobo Arbenz Guzman, un ufficiale dell’esercito riciclatosi politico e convinto seguace dell’arévalismo. Guzman vinse le elezioni, promettendo di continuare la politica redistributiva di tipo socialista inaugurata da Aréval, nella prospettativa di dar luogo ad un mercato concorrenziale libero da posizioni monopolistiche nel medio termine. Guzman utilizzò fondi pubblici per istituire alcune imprese statali nei settori-chiave dell’economia nazionale, telecomunicazioni, trasporti e energia, poiché anch’essi aventi il problema della pervasiva presenza di compagnie statunitensi.

Samuel Zemurray

Zemurray intensificò l’attività lobbistica negli Stati Uniti assumendo Edward Bernays, il padre fondatore dell’ingegneria del consenso, per convincere l’opinione pubblica e il mondo politico dell’imminente sovietizzazione dell’America Latina in caso di non intervento. Bernays curò il “Rapporto sul Guatemala”, distribuito ad ogni membro del congresso, ed inviò una serie di finti dispacci confidenziali alle principali testate giornalistiche del paese, come il New York Times, il Washington Post, il Time e l’Herald Tribune, descrivendo Arbenz come un dittatore sul libropaga di Stalin e la politica del non interventismo come la causa di un probabile effetto domino in tutto il subcontinente. Parallelamente a queste azioni di guerra psicologica, Zemurray sfruttò gli interessi nel settore bananifero dell’allora direttore della Cia, Allen Dulles, per convincerlo della necessità di una guerra sotto copertura onde evitare la perdita di ogni diritto sui terreni guatemaltechi a causa della riforma terriera. Nell’agosto 1953 iniziarono ufficialmente i lavori dell’operazione PBSUCCESS, a cui l’intellighenzia della Ufc avrebbe preso parte tanto quanto gli specialisti della Cia.

I contatti della multinazionale tra i signori del mercenariato latinoamericano furono utilizzati per creare un finto movimento guerrigliero anticomunista, ribattezzato Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), al cui comando fu posto Castillo Armas, un militare già partecipe a precedenti piani golpisti contro il governo Aréval. La Cia allestì delle basi di addestramento per i mercenari in Nicaragua ed Honduras, mentre la Ufc acquistò diversi carichi di armi dalla H.F. Cordes di Amburgo, trasportati oltreoceano attraverso la propria flotta. Verso i primi mesi del 1954, da stazioni radiofoniche site in Honduras, Nicaragua e Repubblica Dominicana, la Cia fece partire una campagna di terrorismo mediatico contro Arbenz. La più importante di queste radio propagandistiche fu “La voz de la liberacion”, nelle cui trasmissioni invitava la popolazione guatemalteca alla rivolta contro il governo, a sostenere il neonato Eln, inventando bufale allo scopo di screditare Arbenz.

Allen Dulles

Tra marzo e maggio, la Cia fece ritrovare delle armi con marchio sovietico lungo le coste honduregne e nicaraguensi, ottenendo l’effetto di isolare diplomaticamente il Guatemala, accusato dal vicinato centroamericano di condurre una segreta corsa alle armi con l’appoggio sovietico per perseguire piani espansionistici nella regione. Nicaragua e Honduras ruppero le relazioni diplomatiche con il Guatemala e siglarono un accordo di assistenza militare con gli Stati Uniti. Nello stesso periodo, l’Eln iniziò una campagna di sabotaggio a detrimento della rete ferroviaria guatemalteca, mediante l’utilizzo di esplosivi, mentre Zemurray intavolò alcune trattative segrete con i governi di Honduras e Costarica, convincendoli a partecipare attivamente alla guerra sotterranea contro Arbenz in cambio di una parte dei profitti della compagnia. In giugno, la polizia guatemalteca fece luce su una cospirazione antigovernativa, a cui seguì l’appello delle forze armate e dell’opposizione di estromettere dal governo i comunisti, dichiarati o nascosti, onde evitare che la situazione degenerasse in una guerra civile.

Alcuni aerei iniziarono a sorvolare la capitale, lanciando volantini inneggianti alla caduta del governo e alla rivolta, instillando tra i cittadini e i militari l’idea che un colpo di stato fosse alle porte. Sullo sfondo di questi eventi, l’Eln iniziò ad avanzare verso la capitale, partendo dall’Honduras, coperto dalle incursioni aeree di caccia statunitensi, opportunamente senza bandiera. Le forze armate si congedarono, considerando l’immobilismo di Arbenz alla stregua di un tradimento, lasciando che i golpisti guidati da Armas deponessero l’esecutivo. In luglio, Armas iniziò a scegliere i membri del nuovo governo sulla base della loro disponibilità a piegarsi alle richieste della Ufc. La felicità in casa Zemurray non durò molto, perché l’insofferenza nei confronti di un esecutivo tecnico-militare imposto dall’esterno per attuare le direttive delle multinazionali statunitensi, fece sprofondare il paese in una guerra civile che durò dal 1960 al 1996.

Scene dalla guerra civile guatemalteca

Inoltre, cinque giorni dopo il colpo di stato, il dipartimento di giustizia degli Stati Uniti accusò l’Ufc di violazione della normativa antitrust, obbligandola a rinunciare alle partecipazioni nell’Irca e ad un’importante fetta di terreni di proprietà in Guatemala. Nel 1959, la Moody’s Investor Service, una delle maggiori agenzie di rating al mondo, abbassò il rating della compagnia per via dell’instabilità politica del subcontinente. L’esperienza guatemalteca spinse diversi governi latinoamericani ad adottare contromisure per evitare un simile destino: in Ecuador fu alimentata la crescita di imprese bananiere statali per porre fine al monopolio dell’Ufc, in Costarica furono introdotte leggi a favore dei lavoratori per ridurre lo sfruttamento della manodopera praticato dalla compagnia, mentre a Cuba ogni terreno passò in mano statale dopo la rivoluzione. Il golpe contro Arbenz ha posto quindi le basi per la disgregazione dell’impero delle banane, minato in termini di credibilità sia in patria che all’estero, ma non ha invece scalfito l’imperialismo a stelle e strisce sull’America Latina, una delle terre più tormentate e ricche di martiri dei nostri tempi.