Banane di sangue

Emanuel Pietrobon – 20 giugno 2018 lintellettualedissidente.it

Sfruttamento dei lavoratori, colpi di stato e guerre civili: questi gli ingredienti che hanno consentito alla Chiquita Brands International di costruire il più grande impero bananifero al mondo.

La storia della Chiquita inizia nel 1899, con la registrazione a Boston della United Fruit Company (Ufc). Grazie ad una campagna mirata di acquisizioni di terreni dietro laute tangenti ai corrotti governi liberali filo-statunitensi dell’America centrale, la Ufc nell’arco di un decennio assunse una posizione monopolistica nel campo della produzione e della distribuzione di banane. Sin dalla fondazione, la compagnia adottò dei metodi autoritari nei confronti della propria forza lavoro, appaltando a corpi di sicurezza privati la repressione dei frequenti scioperi dei raccoglitori contro le precarie condizioni salariali. Nel 1912 aiutò il generale Manuel Bonilla a rovesciare il governo democraticamente eletto di Miguel Davila, fornendo un piccolo esercito privato inviato in affiancamento alle truppe regolari honduregne. L’Honduras era – ed è ancora oggi – uno dei principali siti di produzione di banane al mondo e Davila era presto divenuto ostile agli interessi della Ufc: presenza ingombrante considerata come una seria minaccia all’indipendenza del piccolo paese.

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Entro il 1930, la compagnia disponeva di terreni di proprietà adibiti alla coltivazione su larga scala di banane in quasi tutti i paesi latinoamericani, con una presenza pervasiva e capillare in Colombia, Guatemala, Costarica e Honduras, oltre che di una flotta di 95 navi mensilmente impiegate nella distribuzione oltreoceano dei raccolti. L’America Latina era il cortile di casa degli Stati Uniti, e la Ufc il giardiniere adibito al taglio delle erbacce, uno strumento di pressione economica utilizzato da ogni amministrazione americana per corrompere o per rovesciare governi e amministrazioni. Neanche il cosiddetto massacro delle banane, noto in America Latina come el masacre de las bananeras, ossia la repressione nel sangue di uno sciopero ad oltranza dei raccoglitori di Ciénaga (Colombia) – descritto dalla propaganda della multinazionale come un atto dovuto per annichilire l’infiltrazione di forze comuniste fra la forza lavoro – aiutò l’opinione pubblica ed i consumatori occidentali a comprendere il sanguinolento sfruttamento dietro la possibilità di acquistare banane a prezzi relativamente ridotti.

Tra colpi di stato, tangenti milionarie e acquisizioni di terreni e imprese operanti in altri settori, la Ufc riuscì ad instaurare un sistema di dominio politico-economico in America Latina, ancora oggi perdurante, sebbene in maniera sensibilmente ridotta rispetto alla metà del Novecento. Il poeta cileno Pablo Neruda denunciò fino alla morte lo stato di oppressione imposto al subcontinente dall’Ufc attraverso l’insediamento delle cosiddette repubbliche delle banane, un’espressione dispregiativa con cui s’indicavano governi corrotti e totalmente acquiescenti verso gli interessi delle multinazionali degli alimenti.

Pablo Neruda

Dal 1900 ad oggi, la compagnia ha assunto un nuovo nome, Chiquita, un cambio di forma legato all’esigenza di adottare un nuovo marchio capace di separare l’impresa dalla sua storia imperialistica, ma il modus operandi è rimasto sostanzialmente lo stesso. Nel 2007 il dipartimento di giustizia degli Stati Uniti ha condannato la Chiquita ad una multa di 25 milioni di dollari per aver finanziato la guerra civile colombiana dal 1989 al 2004, devolvendo più di due milioni di dollari dapprima all’Esercito di Liberazione Nazionale ed alle Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane, e in seguito all’Autodifesa Unita della Colombia, trasformata in uno strumento di difesa degli interessi della compagnia nel paese contro le ambizioni redistributive e socialisteggianti della galassia guerrigliera della sinistra e del marxismo-leninismo. Nello stesso anno, l’organizzazione non governativa Peuples Solidaires ha denunciato la Compañia Bananera Atlántica Limitada, una sussidiaria della Chiquita, per la violazione dei diritti basilari dei raccoglitori, costretti a lavorare senza adeguate protezioni contro pesticidi e diserbanti e minacciati da milizie private.

Il capitolo più drammatico nella storia dell’impresa delle banane, però, non è avvenuto in Colombia, in Honduras o in Costarica, ma in Guatemala, un piccolo paese mesoamericano che a causa dell’intervento dell’Ufc, affiancata dalla Cia, è caduto preda di una guerra civile perdurata fino al 1996, fonte di oltre 200mila vittime e di una condizione pressoché cronica ed endemica di sottosviluppo. Il Guatemala, sin dalla fondazione, ha visto negli investimenti provenienti dall’estero un modo con cui cercare crescita e sviluppo, anche per via della sedimentazione di una classe politica liberale filo-statunitense nel panorama politico, durata fino agli anni ’40. Nel 1944 una serie di moti popolari, infine supportati dalle forze armate, portò alla capitolazione del regime dittatoriale di Jorge Ubico, al potere dal 1931. Una giunta militare si occupò di preservare l’ordine pubblico nell’attesa che l’assemblea costituente redasse una nuova costituzione e di nuove elezioni. Le elezioni furono vinte da Juan José Arévalo Bermejo, alla testa di un movimento mescolante elementi socialisti e nazionalisti, avente come principali obiettivi lo scardinamento dell’egemonia politico-economica dell’asse United Fruit Company-International Railways of Central America(IRCA), una profonda riforma della terra e l’emancipazione dall’imperialismo statunitense.

Juan José Arévalo Bermejo

Il vasto consenso al progetto arévalista presente sia tra la popolazione che tra i militari, allarmò la dirigenza dell’Ufc, all’epoca retta da Samuel Zemurray, uno dei più influenti e potenti imprenditori statunitensi dell’epoca, un ebreo americano con solidi legami nell’amministrazione Roosevelt e tra i più importanti lobbisti e finanziatori dell’Organizzazione Sionista. Zemurray avviò un’intensa attività di lobbismo tesa a spingere il governo ad intervenire nella questione guatemalteca per rovesciare Arévalo Bermejo, dipinto come un reazionario al servizio dell’Unione Sovietica intenzionato a costituire un avamposto sovietico nel cuore delle Americhe. Secondo Daniel Litvin, autore de “Gli imperi del profitto”, dei trenta tentativi golpisti che fra il 1944 ed il 1951 tentarono di far cadere il governo Aréval, undici furono direttamente pianificati dalla Ufc, con il diretto coinvolgimento dell’allora ambasciatore statunitense nel paese Richard Patterson.

In occasione delle elezioni del 1951, Aréval pubblicizzò la candidatura di Jacobo Arbenz Guzman, un ufficiale dell’esercito riciclatosi politico e convinto seguace dell’arévalismo. Guzman vinse le elezioni, promettendo di continuare la politica redistributiva di tipo socialista inaugurata da Aréval, nella prospettativa di dar luogo ad un mercato concorrenziale libero da posizioni monopolistiche nel medio termine. Guzman utilizzò fondi pubblici per istituire alcune imprese statali nei settori-chiave dell’economia nazionale, telecomunicazioni, trasporti e energia, poiché anch’essi aventi il problema della pervasiva presenza di compagnie statunitensi.

Samuel Zemurray

Zemurray intensificò l’attività lobbistica negli Stati Uniti assumendo Edward Bernays, il padre fondatore dell’ingegneria del consenso, per convincere l’opinione pubblica e il mondo politico dell’imminente sovietizzazione dell’America Latina in caso di non intervento. Bernays curò il “Rapporto sul Guatemala”, distribuito ad ogni membro del congresso, ed inviò una serie di finti dispacci confidenziali alle principali testate giornalistiche del paese, come il New York Times, il Washington Post, il Time e l’Herald Tribune, descrivendo Arbenz come un dittatore sul libropaga di Stalin e la politica del non interventismo come la causa di un probabile effetto domino in tutto il subcontinente. Parallelamente a queste azioni di guerra psicologica, Zemurray sfruttò gli interessi nel settore bananifero dell’allora direttore della Cia, Allen Dulles, per convincerlo della necessità di una guerra sotto copertura onde evitare la perdita di ogni diritto sui terreni guatemaltechi a causa della riforma terriera. Nell’agosto 1953 iniziarono ufficialmente i lavori dell’operazione PBSUCCESS, a cui l’intellighenzia della Ufc avrebbe preso parte tanto quanto gli specialisti della Cia.

I contatti della multinazionale tra i signori del mercenariato latinoamericano furono utilizzati per creare un finto movimento guerrigliero anticomunista, ribattezzato Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), al cui comando fu posto Castillo Armas, un militare già partecipe a precedenti piani golpisti contro il governo Aréval. La Cia allestì delle basi di addestramento per i mercenari in Nicaragua ed Honduras, mentre la Ufc acquistò diversi carichi di armi dalla H.F. Cordes di Amburgo, trasportati oltreoceano attraverso la propria flotta. Verso i primi mesi del 1954, da stazioni radiofoniche site in Honduras, Nicaragua e Repubblica Dominicana, la Cia fece partire una campagna di terrorismo mediatico contro Arbenz. La più importante di queste radio propagandistiche fu “La voz de la liberacion”, nelle cui trasmissioni invitava la popolazione guatemalteca alla rivolta contro il governo, a sostenere il neonato Eln, inventando bufale allo scopo di screditare Arbenz.

Allen Dulles

Tra marzo e maggio, la Cia fece ritrovare delle armi con marchio sovietico lungo le coste honduregne e nicaraguensi, ottenendo l’effetto di isolare diplomaticamente il Guatemala, accusato dal vicinato centroamericano di condurre una segreta corsa alle armi con l’appoggio sovietico per perseguire piani espansionistici nella regione. Nicaragua e Honduras ruppero le relazioni diplomatiche con il Guatemala e siglarono un accordo di assistenza militare con gli Stati Uniti. Nello stesso periodo, l’Eln iniziò una campagna di sabotaggio a detrimento della rete ferroviaria guatemalteca, mediante l’utilizzo di esplosivi, mentre Zemurray intavolò alcune trattative segrete con i governi di Honduras e Costarica, convincendoli a partecipare attivamente alla guerra sotterranea contro Arbenz in cambio di una parte dei profitti della compagnia. In giugno, la polizia guatemalteca fece luce su una cospirazione antigovernativa, a cui seguì l’appello delle forze armate e dell’opposizione di estromettere dal governo i comunisti, dichiarati o nascosti, onde evitare che la situazione degenerasse in una guerra civile.

Alcuni aerei iniziarono a sorvolare la capitale, lanciando volantini inneggianti alla caduta del governo e alla rivolta, instillando tra i cittadini e i militari l’idea che un colpo di stato fosse alle porte. Sullo sfondo di questi eventi, l’Eln iniziò ad avanzare verso la capitale, partendo dall’Honduras, coperto dalle incursioni aeree di caccia statunitensi, opportunamente senza bandiera. Le forze armate si congedarono, considerando l’immobilismo di Arbenz alla stregua di un tradimento, lasciando che i golpisti guidati da Armas deponessero l’esecutivo. In luglio, Armas iniziò a scegliere i membri del nuovo governo sulla base della loro disponibilità a piegarsi alle richieste della Ufc. La felicità in casa Zemurray non durò molto, perché l’insofferenza nei confronti di un esecutivo tecnico-militare imposto dall’esterno per attuare le direttive delle multinazionali statunitensi, fece sprofondare il paese in una guerra civile che durò dal 1960 al 1996.

Scene dalla guerra civile guatemalteca

Inoltre, cinque giorni dopo il colpo di stato, il dipartimento di giustizia degli Stati Uniti accusò l’Ufc di violazione della normativa antitrust, obbligandola a rinunciare alle partecipazioni nell’Irca e ad un’importante fetta di terreni di proprietà in Guatemala. Nel 1959, la Moody’s Investor Service, una delle maggiori agenzie di rating al mondo, abbassò il rating della compagnia per via dell’instabilità politica del subcontinente. L’esperienza guatemalteca spinse diversi governi latinoamericani ad adottare contromisure per evitare un simile destino: in Ecuador fu alimentata la crescita di imprese bananiere statali per porre fine al monopolio dell’Ufc, in Costarica furono introdotte leggi a favore dei lavoratori per ridurre lo sfruttamento della manodopera praticato dalla compagnia, mentre a Cuba ogni terreno passò in mano statale dopo la rivoluzione. Il golpe contro Arbenz ha posto quindi le basi per la disgregazione dell’impero delle banane, minato in termini di credibilità sia in patria che all’estero, ma non ha invece scalfito l’imperialismo a stelle e strisce sull’America Latina, una delle terre più tormentate e ricche di martiri dei nostri tempi.

Popolari Venete: autorizzata la chiamata in giudizio sia della banca cessionaria d’azienda sia di S.G.A. s.p.a.

dirittobancario.it 20.6.18

Nell’ambito di una controversia avviata da un azionista, che sostenga la nullità di un prestito in quanto finalizzato all’acquisto di azioni della banca finanziatrice in violazione dell’art. 2358 c.c., va disposta – in caso di successiva messa in liquidazione coatta amministrativa della banca che aveva concesso il finanziamento prima della messa in liquidazione coatta amministrativa della medesima banca – l’integrazione del contraddittorio con la banca cessionaria di azienda ai sensi dell’art. 3 decreto-legge n. 99 del 25 giugno 2017 nonché nei confronti di S.G.A. s.p.a. quale società veicolo cessionaria di crediti deteriorati ai sensi dell’art. 5 decreto-legge n. 99 del 25 giugno 2017, affinché – nell’ambito del procedimento già pendente dinanzi al giudice adito prima della messa in liquidazione coatta amministrativa e successivamente riassunto nei confronti della banca cessionaria di azienda, assicurando il necessario contraddittorio fra tutte le parti – si accerti in via pregiudiziale la sussistenza della legittimazione passiva della banca che ha originariamente concesso il prestito e/o della banca cessionaria di azienda e/o di S.G.A. s.p.a., quale società veicolo cessionaria di crediti deteriorati.

Agrumi: la Sicilia ha tra le mani un affare miliardario. Si chiama limonene e si trova nelle bucce delle arance. Ma…

politicamentescorretto.it 20.6.18

 

Chi lo doveva dire che con le bucce di arance si possono fare un sacco di soldi? Lo sanno bene gli spagnoli che, zitti zitti, con il limonene – una sostanza contenuta nelle bucce di arance – producono pesticidi biologici che eliminano insetti e funghi dannosi per l’agricoltura senza inquinare l’ambiente. Un grande affare a nove zeri. E la Sicilia? Affrontiamo l’argomento con il chimico del CNR, Mario Pagliaro  

Quando lo abbiamo appreso, siamo rimasti perplessi. L’olio estratto dalla buccia delle arance, lo stesso che quando le sbucciamo emette quel gradevole profumo, sarebbe un potente pesticida naturale usato in tutto il mondo per la difesa delle colture. Abbiamo dunque fatto qualche ricerca in rete, e la cosa sarebbe confermata.

La notizia vera è che questo prodotto – il limonene, contenuto nella buccia degli agrumi e, in particolare, nelle bucce delle arance bionde – sta diventando più importante dell’arancia e del succo di arancia. Perché, come già accennato, viene usato al posto dei pesticidi per combattere gli insetti e i funghi dannosi per l’agricoltura, ed ha anche trovato molti altri usi.

Per essere precisi, il prezzo del limonene è iniziato a impennarsi dopo il gravissimo incidente petrolifero avvenuto, nel 2010, nel Golfo del Messico. Lo sversamento di petrolio in questo tratto di mare – il più grave nella storia – è iniziato il 20 aprile del 2010 e si è concluso 106 giorni dopo (QUI UN APPROFONDIMENTO SULL’INCIDENTE PETROLIFERO NEL GOLFO DEL MESSICO).

Milioni di barili di petrolio sono riversati nelle acque di fronte alla Louisiana, al Mississippi, all’Alabama e alla Florida. Un danno ecologico di proporzioni gigantesche.

Ebbene, il limonene è stato ampiamente utilizzato perché facilita la deposizione sui fondali marini del petrolio. Il danno ecologico rimane, ma quanto meno non si inquinano le coste.

Così, negli anni successivi all’incidente ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, la domanda di limonene è cresciuta a dismisura e il prezzo, ovviamente, è schizzato all’insù (QUI UN APPROFONDIMENTO SUL LIMONENE).

Oggi che si è scoperto che il limonene, come già accennato, è anche un ottimo pesticida ecologico – perché, a differenza dei pesticidi di sintesi non inquina l’ambiente – il prezzo si mantiene elevato.

In Sicilia – terra di agrumi per antonomasia – lo sanno che con il limonene si possono guadagnare un sacco di soldi? Alcuni sì, tant’è vero che non mancano imprese che, nella nostra Isola, producono limonene. Ma la notizia viene tenuta ‘bassa’.

Nel complesso, possiamo dire che la Sicilia, potenzialmente, con gli agrumi, ha tra le mani un grandissimo affare, ma non lo utilizza. Basti pensare agli agrumi della Piana di Catania, a Ribera, a Sciacca, al Trapanese.

Invece nella nostra Isola le arance spesso restano sugli alberi perché il prezzo è così basso da non giustificarne la raccolta. Per non parlare dell’abbandono in cui versano le arance rosse della citata Piana di Catania, colpite dalla Tristeza, una patologia virale che non perdona (QUI UN NOSTRO APPROFONDIMENTO SULLA TRISTEZA NEGLI ARANCETI DELLA PIANA DI CATANIA).

Noi, per saperne di più sul limonene, abbiamo chiesto ‘lumi’ a  MarioPagliaro (nella foto sotto) chimico, primo ricercatore al Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), il cui gruppo di lavoro ha condotto studi approfonditi sull’uso dell’olio di arancia da utilizzare come fitofarmaco. Un lavoro nell’ambito di particolari attività di ricerca che Pagliaro, uno dei chimici italiani più citati al mondo, chiama “di bioeconomia”.

Ma veramente l’olio di arancio è utilizzato come pesticida anche in Italia?

“Sì, e da tempo. Inoltre non è solo un pesticida, ma è anche un potente fungicida e combatte con grande efficacia gli acari e altri organismi infestanti. In Italia il primo fitofarmaco a base di olio di arancia è stato approvato nel 2015, ed oggi è utilizzato nella difesa di un vasto numero di colture orticole, floreali e ornamentali tanto in serra che in pieno campo, ma anche in quella della vite, dell’olivo, del pesco e degli stessi alberi di agrumi: che, infatti, sintetizzano questo terpene nella buccia dei frutti innanzitutto come forma di difesa”.

Incredibile. E come funzionerebbe?

“Essenzialmente per contatto dopo essere stato formulato dai chimici in modo da massimizzarne l’efficacia. Come i farmaci, infatti, i pesticidi contengono uno o più principi attivi che poi vengono formulati con altre sostanze per dare al prodotto finale certe caratteristiche. In breve, l’olio di arancia che è insolubile in acqua viene emulsionato sempre in acqua con un tensioattivo. Questo fa sì che gli agricoltori possano diluirlo e applicarlo facilmente sulle piante. Una volta giunto a contatto con i patogeni, la bassissima tensione superficiale consente al limonene, che è un potente solvente delle sostanze oleose, di penetrare e sciogliere sia le parti idrorepellenti del corpo degli insetti, sia la membrana fosfolipidica delle spore e dei miceli degli organismi fungini. Questo provoca una veloce disidratazione degli organi vitali tanto degli insetti che dei funghi, e la loro rapida morte. Ci sono poi altri effetti biochimici su certi tipi di insetti e di virus di cui parliamo nelle nostre pubblicazioni”.

A proposito di virus, il bio-pesticida a base di limonene riusce a combattere la Tristeza?

“Gli studi degli effetti sui virus delle piante sono in corso. Quello che posso dire è che una pianta trattata con bio-pesticidi a base di limonene acquista vigore e vitalità”.

Ci sono effetti sulle api?

“Sulle api l’effetto è minore di quello osservato con gli insetti fitofagi ed è limitato al solo momento dell’irrorazione. Le api hanno sofferto e soffrono della persistenza nei campi di molti pesticidi di sintesi. L’olio di arancia invece è completamente biodegradabile, e dopo l’irrorazione bastano 3 giorni perché scompaia integralmente dalle colture. Dopo di che l’olio di arancia è invece molto attivo contro gli acari e le formiche. Ed infatti è sempre più utilizzato in molti insetticidi naturali in Nord America dove le persone vivono in gran parte in ville e villette”.

Lei parla di limonene, ma non stavamo parlando di olio di arancia?

“Esatto: olio di arancia dolce. Costituito per oltre il 90% da limonene. Il nome ingenera un po’ di confusione perché il limonene è anche il componente principale, seppure in percentuale minore rispetto all’olio di arancia, dell’olio essenziale di limone. Entrambi sono utilizzati da secoli tanto in cucina che per produrre profumi e prodotti per la cura della persona”.

Il limonene è contenuto nelle bucce degli agrumi?

“Sì”.

In quali agrumi?

“In tutti gli agrumi. Ma la maggiore percentuale, fino al 95%, è contenuta nella buccia delle arance bionde”.

Allora si può usare questo olio di arancia e dire che si pratica l’agricoltura biologica. E’ così?

“Certo. Infatti tutti i bio-pesticidi a base di olio di arancia approvati in gran parte dei Paesi europei sono autorizzati tanto per l’agricoltura convenzionale che per quella biologica. Come dicevo, l’olio di arancia infatti è completamente biodegradabile: dopo l’irrorazione bastano pochi giorni perché scompaia integralmente dalle colture”.

E la Xylella? L’olio di arancio funziona anche contro la Xylella che in Puglia ha portato alla distruzione di migliaia di olivi?

“Sì. E’ stato approvato con urgenza nel 2015 per 120 giorni, fino al 9 settembre di quell’anno, per l’impiego temporaneo su olivo contro cicaline e ‘sputacchine’ che fanno da vettore del batterio Xylella fastidiosa. Il biopesticida uccide rapidamente la gran parte degli insetti che trasportano il batterio e lo inoculano nelle piante. Oggi l’autorizzazione è scaduta, ma non sarei sorpreso dal sapere che gli agricoltori pugliesi continuano ad utilizzarlo”.

Siamo molto curiosi: chi produce l’olio di arancia? Le solite multinazionali della chimica?

“No. Lo producono aziende specializzate nella produzione di bio-pesticidi. Tipicamente, emulsionano 50-60 grammi di olio di arancia dolce in acqua usando tensioattivi non tossici, e poi si aggiungono altre sostanze co-formulanti che agiscono in sinergia con il limonene”.

Chi è che oggi produce i biopesticidi a base di olio di arancia?

“La Spagna. E lo produce con arance biologiche”.

La Sicilia, terra di agrumi dai tempi degli arabi, potrebbe produrre bio-pesticidi a base di olio di arance, magari verticalizzando la produzione: succo di arancia e limonene?

“Assolutamente sì. Da tempo sostengo che la Sicilia si deve dotare di un istituto per la bio-economia e per l’energia solare. Nella nostra Isola opera già il Parco scientifico e tecnologico. Si tratta di ottimizzare l’esistente, puntando, contemporaneamente, sulla ricerca e sulla creazione di imprese che potrebbero operare nel settore della bio-economia. Penso al limonene e alla produzione bio-pesticidi. Ma anche alla valorizzazione delle pectina, oggi molto richiesta dal mercato, una sostanza che si trova nei limoni e nelle arance”.

Lei insiste molto su questa bio-economia, che sarebbe con l’energia solare e il turismo, uno dei tre assi del nuovo sviluppo siciliano. Ci spiega di cosa si tratta?

“Certo. Nella bio-economia le sostanze e i materiali che oggi utilizziamo per i più svariati fini e che ancora oggi provengono in gran parte dal petrolio attraverso la petrolchimica prima e la chimica fine dopo, non si otterranno più dal petrolio: ma da materie prime biologiche, in primis dalle piante. L’olio di arancia che sostituisce i pesticidi di sintesi ne è un esempio. Ma ce ne sono ormai tanti altri: pensi alle bio-plastiche al posto della plastica convenzionale, o ai cosmetici naturali al posto di quelli di sintesi. Non si tratta di una novità: prima dell’invenzione della gomma sintetica a partire dal petrolio, gli pnenumatici si producevano con il caucciù. Ad essere completamente cambiata è la chimica: che è divenuta capace di isolare i componenti delle materie prime biologiche per processarli poi con estrema selettività e per farne sostanze e prodotti persino più efficaci dei corrispondenti prodotti di sintesi. Esattamente come sta avvenendo con le energie rinnovabili e le nuove tecnologie dell’energia: che ci danno energia di qualità migliore, oltre che più pulita, di quella che otteniamo bruciando combustibili fossili”.

E se i nostri lettori volessero saperne di più?

“E’ sufficiente che si procurino una copia del nostro ‘Orange Oil’ che fa parte del Green Pesticides Handbook Essential Oils for Pest Control pubblicato di recente da un noto editore scientifico internazionale”.

Fonte: INuoviVespri

In un’impasse: come l’enorme debito e il FMI spingono l’Ucraina verso il default

sputniknews.it 20.6.18

Grivnie ucraine e dollari

Nel 2017 il debito pubblico ucraino è aumentato di 5 miliardi toccando i 77,05 miliardi di dollari.

L’indebitamento estero del settore bancario ucraino è pari a circa 6 miliardi di dollari, ha dichiarato la Banca nazionale ucraina. In realtà non è molto, ma è l’enorme debito pubblico a destare preoccupazioni: 77 miliardi, ovvero l’85% del PIL. A Kiev riconoscono che il debito è considerevole e che la minaccia del default è ormai reale. Sputnik vi spiega perché l’economia ucraina non riesce a sopravvivere senza fondi privati.

Un debito enorme

Nel 2017 il debito pubblico ucraino è aumentato di 5 miliardi toccando i 77,05 miliardi di dollari.

Nei prossimi 4 anni il Paese dovrà ripagare una somma enorme (27 miliardi di dollari), ha osservato a maggio il primo ministro ucraino Vladimir Groisman.Mantenere un debito simile costa caro all’economia ucraina (decine di miliardi di dollari nel 2018). In particolare, Kiev dovrà pagare circa un miliardo di eurobond ristrutturati e 1,6 miliardi per i prestiti del FMI.

Nel 2017 il Paese ha piazzato eurobond per 3 miliardi di dollari: misura obbligata perché senza nuovi prestiti l’Ucraina non è in grado di pagare i debiti precedenti. “Il pagamento dei prestiti ai mercati esteri esclude il default per il 2019”, ha dichiarato a ottobre il ministro Aleksandr Danilyuk. E il direttore della Banca nazionale ucraina Yakov Smoly ha dichiarato un mese fa che “non si parla assolutamente di default”.

A un passo dal baratro

Gli esperti però non condividono l’ottimismo dei regolatori finanziari. Infatti gli esperti del progetto VoxUkraine e della Scuola di Economia di Kiev ritengono che siano presenti tutti i segnali di avvicinamento al default: crescita economica debole, riforme non soddisfacenti e debiti esorbitanti.

Come ha fatto l’Ucraina a ridursi con un debito così grande? Una delle ragioni principali, secondo gli esperti, risiede nel fatto che il Paese si è dilungato in riforme impopolari che la Russia aveva condotto già all’inizio degli anni ’90.

“Per troppo tempo hanno sostenuto in modo artificiale il cambio della grivna (più o meno come la Russia prima del default del 1998) e i prezzi del gas per le aziende e la popolazione”, osserva Sergey Khestanov, consigliere del direttore generale della sezione macroeconomica della compagnia “Otkrytie broker”.

Dal 2014 la grivna è in libera fluttuazione, i prezzi del gas aumentano in modo sistematico e hanno praticamente raggiunto quelli di mercato, ma ormai è tardi. Senza creditori esteri l’Ucraina non potrà uscire da questa situazione.

Secondo l’ONG ucraina Better Regulation Delivery Office (BRDO) il Paese “non ha alcuna possibilità” di onorare i propri debiti senza aiuti da fuori. “La situazione è molto simile a quella che si verifica prima di un default: per uscirne servono prestiti esteri”, ha dichiarato alla testata ucraina Apostrof il responsabile dell’organizzazione Aleksey Goncharuk.Il FMI non è soddisfatto

L’alternativa più ovvia sarebbero gli aiuti del Fondo Monetario Internazionale. Ma il FMI da un po’ di tempo non fornisce più prestiti all’Ucraina di buon grado.

L’Ucraina deve già al Fondo 12 miliardi di dollari. Inoltre, Kiev non rispetta le condizioni alle quali vengono rilasciati questi prestiti. In particolare, al FMI non sono soddisfatti per il ritardo nella risoluzione della questione legata alla creazione di un tribunale contro la corruzione e per l’insufficiente aumento dei prezzi del gas per la popolazione.

Quindi quest’anno al posto dei 3,5 miliardi di dollari, su cui contava Kiev, il creditore ha stanziato solamente 1,5 miliardi.

Secondo gli economisti, l’Ucraina finora è riuscita ad evitare il default: l’Occidente continua a sostenere Kiev soprattutto per motivazioni politiche. Ma non appena si interromperà questo sostegno finanziario (e questo potrebbe accadere in qualsiasi momento), l’economia crollerà perché il Paese sarà privato della principale risorsa di sviluppo e modernizzazione, cioè degli investimenti esteri.

Mancanza di fondi privatiIl modello della modernizzazione economica ucraina nell’ambito dell’accordo di associazione con l’UE prevede la creazione di svariate imprese votate all’export, in particolare verso l’Europa. Secondo le stime della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, affinché questo scenario diventi realtà, Kiev ha bisogno ogni anno di 20 miliardi di euro di investimenti privati. Ma questi soldi il Paese non li ha ancora visti.

Gli investitori occidentali, chiaramente, sono guidati solo da motivazioni economiche e non politiche. E non vogliono investire in Ucraina perché non vedono prospettive.

“Investono nei Paesi baltici, in Polonia e in Turchia, ma non in Ucraina. Niente investimenti, niente modernizzazione dell’economia”, osserva Aleksandr Razuvaev, direttore della società Alpari Group.

La situazione è complicata dal fatto che l’Ucraina è un Paese con confini problematici. Vi sono i problemi in Donbass, le possibili pretese territoriali di Ungheria e Polonia. Dunque, investire in un Paese che non controlla i propri confini è estremamente pericoloso.

In tal modo l’Ucraina si è ritrovata in un’impasse: se per qualche ragione l’Occidente smettesse di sostenere le autorità di Kiev, l’Ucraina cadrebbe immediatamente in default e subirebbe un cambio di regime politico.

SENTI CHE MISSILI LANCIA MESSINA! – ”BANCA INTESA CAPITALIZZAVA 53-54 MILIARDI, TERZA IN EUROPA, OGGI SIAMO A 43 MILIARDI. È OVVIO CHE SE SCENDIAMO ANCORA, SAREMMO CONTENDIBILI NEL CONTESTO EUROPEO. LE ELEZIONI AD APRILE 2019 SAREBBERO PERICOLOSISSIME” – ”LE PAROLE DI TRIA SONO POSITIVE, MA AVREBBE DOVUTO DIRLE UN MESE FA, CI AVREBBE EVITATO LA SALITA DELLO SPREAD E IL CROLLO IN BORSA” – STOCCATA A TESORO E BANKITALIA SULLE FONDAZIONI

dagospia.com 20.5.18

Fernando Soto per www.startmag.it

Debito, tasse, mercati, Qe. Ma non solo: anche Alitalia, Ntv, fondazioni bancarie. Con rilievi, bacchettate e consigli al governo e al Parlamento. Un suggerimento? “Le elezioni ad aprile 2019 sarebbero una cosa pericolosissima, i mercati hanno bisogno di certezze, soprattutto se hai creato rottura nella percezione del rischio Paese”. Comunque, “voglio anche mettere in chiaro che il Paese è fortissimo, solido con i fondamentali a posto”.

gian maria gros pietro carlo messina giovanni bazoliGIAN MARIA GROS PIETRO CARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLI

Parola di Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, a margine dell’incontro sulle assicurazioni a Torino.

LA CONTENDIBILITA’ DI INTESA

Messina ha messo in guardia sugli effetti del rischio Paese anche per Intesa: “Noi capitalizzavamo 53-54 miliardi di euro, terza banca in Europa, oggi siamo a un valore di borsa di 43 miliardi, siamo la quinta banca. Si è ridotta anche la nostra forza relativa in Europa. Nel mondo delle banche internazionale conta il valore che tu hai o il tuo grado di difendibilità nel caso ti vogliono acquisire. E’ ovvio che se scendi a 33 miliardi sei contendibile nel contesto europeo”.

IL GIUDIZIO SULLE PAROLE DI TRIA

carlo messinaCARLO MESSINA

Messina ha poi espresso un giudizio positivo sulle parole pronunciate ieri dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, anche se, osserva, “probabilmente andavano dette un mese fa e questo avrebbe evitato la salita dello spread e il crollo in borsa”. Secondo il top manager, il ministro “ha parlato di cose di cui il Paese ha bisogno” ma “non bastano però dieci giorni di buone dichiarazioni” a rassicurare i mercati, “che hanno bisogno di certezza soprattutto se si è creato un elemento di rottura sul fronte della percezione di rischio del Paese. Parlo di percezione perché il Paese resta forte con fondamentali unici”.

FLAT TAX E DINTORNI

carlo messinaCARLO MESSINA

“Non sono un esperto, ma non c’e’ dubbio che il livello di tassazione del paese è molto elevato, se si riuscissero a trovare delle modalità per ridurre il carico fiscale questo consentirebbe di accelerare gli investimenti da parte delle aziende e i consumi”, ha anche detto il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina

BANCHE PUBBLICHE?

“Le banche pubbliche non le vedo né minaccianti né problematiche”, ha detto Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo, parlando indirettamente di una parte del Contratto di governo fra M5S e Lega che contempla appunta una banca pubblica per gli investimenti sulla scia di quanto già fa la Cassa depositi e prestiti.

SPORTELLO BANCA INTESASPORTELLO BANCA INTESA

 “Se ci sono soggetti che possono accelerare in modo pubblico quello che noi già facciamo per supportare l’economia reale siamo solo contenti. Siamo interessati a tutte quelle cose che possono migliorare le condizioni strutturali del Paese”, ha aggiunto Messina che su una domanda relativa a Mps ha glissato. “Il ruolo di Intesa Sanpaolo è essere un finanziatore. La correlazione tra avere equity e finanziare un’impresa non è sana, anche perché hai casi come Italo che sono andati molto bene e casi come Alitalia. Non è che si sia sbagliato in passato ma sono fasi diverse. Il supporto all’economia reale ora e’ una priorità”, ha spiegato.

giuseppe conte giovanni triaGIUSEPPE CONTE GIOVANNI TRIA

DOSSIER FONDAZIONI

Una stoccata indiretta, poi, a Tesoro e Bankitalia che in passato hanno premuto sul tema delle dismissioni azionarie da parte delle fondazioni di estrazione creditizia: “E’ stato un errore chiedere alle fondazioni bancarie di ridurre le loro quote – ha detto Messina – Va bene la diversificazione, ma avere un nocciolo di azionisti core al 10-15% che guardano alla stabilità e al valore di medio periodo è un valore assoluto”.

FRA DEBITO E QE

“Se non ci sarà riduzione del debito pubblico la riduzione del Qe mi preoccupa. Se invece la visione è quella di procedere, come il ministro dell’Economia ha detto correttamente ieri, non mi sembra preoccupante”, ha detto Messina. “Se il trend è un trend di riduzione del debito, dato che il nostro Paese ha 10 trilioni di risparmio – ha aggiunto il numero uno di Intesa – francamente non mi preoccupa in nessun modo la riduzione del Qe”.

PATUELLI PADOAN GUZZETTI VISCOPATUELLI PADOAN GUZZETTI VISCOspread btp bund

Mattatoio Grecia

Andrea Muratore gliocchidellaguerra.it 20.6.18

Nella giornata del 14 giugno la Grecia ha concluso quello che dovrebbe essere l’ultimo memorandum d’intesa con le istituzioni riunite nella cosiddetta “Troika” dopo l’approvazione del Parlamento di Atene. Il provvedimento approvato in aula inasprisce alcune tasse sugli immobili, accelera le privatizzazioni nel settore dell’energia (tra cui la società pubblica attiva nel settore del gas naturale, Depa) e riduce le spese pubbliche per pensioni e welfare e apre allo sblocco di un pacchetto d’aiuti da 11 miliardi di euro da parte dell’Eurogruppo nella riunione del 21 giugno.

Il 20 agosto prossimo il governo di Alexis Tsipras dovrebbe, almeno formalmente, essere libero dagli obblighi del terzo programma di aggiustamento strutturale concluso da Atene dopo la travolgente crisi del debito iniziata del 2010. Come riportato dal Guardian, “l’Eurogruppo chiederà di trasformare le ispezioni ad Atene da semestrali a trimestrali; le visite della Commissione continueranno sino a che la Grecia non avrà ripagato il 75% del suo debito da 230 miliardi di euro verso i suoi creditori comunitari”. Tali condizioni hanno di recente attirato le critiche del Fondo Monetario Internazionale, che chiede una ristrutturazione parziale del debito di Atene.

fatto, il 20 agosto si chiuderà ufficialmente la stagione più dura per la Grecia nel quarantennio seguito alla caduta della dittatura militare. Ma cosa resta del Paese ellenico dopo questi anni di austerità?

L’Unione europea canta vittoria ma la Grecia è al collasso

Come ha segnalato Massimo Livini di Repubblica in un articolo ripreso da Dagospia” i “contabili” di Bruxelles – che hanno puntellato il Partenone con 240 miliardi di prestiti – sono contenti: la Grecia e la moneta unica sono salvi (assieme alle banche tedesche e francesi), il Pil ellenico è tornato a salire (+1,4% nel 2017) e dopo 15 tagli alle pensioni e pesanti sforbiciate allo stato sociale il bilancio di Atene ha chiuso l’ultimo anno con un superattivo pari al 3,7% del Pil”. Dmitris Liakos, consigliere economico di Tsipras, ha celebrato la crescita della produzione industriale fondata soprattutto sull’export, ignorando tuttavia come questo si contrapponesse con le sempre più difficili condizioni di vita della popolazione ellenica.

Come dichiarato a Milano Finanza da Fivos Karakitsos, dirigente di Spar Hellas, a guidare il ritorno della crescita del Pil e dello stock di investimenti sono stati il tracollo del prezzo degli “asset”, ovverosia dei beni immobili, la riduzione del costo del lavoro, cioè dei salari dei cittadini: come scritto in passato su Gli Occhi della Guerra, la macelleria sociale iniziata dopo la deflagrazione della crisi del debito sovrano è stata la causa principale di queste dinamiche.

L’ospedale di Atene che cura chi ha perso tutto

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E a certificarlo sono ulteriori cifre emblematicamente citate da Dagospia: dal 2010 ad oggi “il potere d’acquisto è crollato del 24%, il 21,2% della popolazione, certifica Eurostat, vive in estrema povertà, il doppio del 2008. Lo scorso anno 130 mila persone, il 333% in più del 2013 hanno rinunciato alle eredità lasciate dai parenti perché non avevano i soldi per pagare le tasse”. Su questa valle di lacrime Tsipras ha edificato l’avanzo pubblico record del 2017 che gli è servito per accreditarsi come “responsabile” di fronte ai più duri fautori della linea del rigore europeo, Germania in testa.

Tsipras in affanno verso le elezioni

Nel 2015, dopo aver ceduto per pavidità e mancanza di progettualità alle imposizioni comunitarie dopo aver sottoposto il pacchetto di aiuti della Troika a un referendum popolare ed aver accertato la contrarietà dei cittadini greci, Tsipras riuscì a conservare la carica di Primo ministro nelle elezioni anticipate tenutesi nel mese di settembre, perdendo solo 4 seggi in Parlamento e ottenendo il 35,5% dei consensi.

In vista del voto previsto per l’ottobre 2019, la situazione per Tsipras e la sua formazione, Syriza, non appare affatto rosea: anni di capitolazioni hanno portato l’ex tribuno di Piazza Syntagma e punto di riferimento della Sinistra europea ad essere accreditato di poco più del 20% dei consensi nei sondaggi d’opinione, staccato di almeno 10 punti dai centristi liberali di Nuova Democrazia, guidati dall’ex Ministro della Riforme Kyriakos Mitsotakis, mentre alle spalle si spande l’ombra nera di Alba Dorata, data in continua crescita sino a oltre il 10% dei suffragi.

Nuova Democrazia, partito di spiccata orientamento liberista, non pare avere tuttavia le carte in regola per affrontare al meglio la tragica situazione che la Grecia sta vivendo. Le gravi proteste di fine maggio contro la Troika, le politiche d’austerità, la deflazione sociale e le privatizzazioni segnalano un disagio fortemente percepibile a cui la politica dovrà essere in grado di dare risposte precise sul lungo termine. Il rischio che la crisi sociale porti a pericolose polarizzazioni, in Grecia, è tutt’altro che remoto.

Il GRANDE EQUIVOCO DEL DEBITO PUBBLICO (di Valerio Malvezzi)

scenarieconomici.it 20.6.18

Come per magia, torniamo a parlare del debito pubblico, di quanto sia alto, mamma mia, arrivano i Turchi! Eppure, io avrei una domanda, semplice, per i tanti catastrofisti: mi sapete dire chi lo ha rimborsato?

Forse la domanda non è sufficientemente chiara e allora la pongo in modo diverso: quale Paese al mondo, dal secondo dopoguerra ad oggi ha rimborsato, anche parzialmente, il proprio debito?

Risposta: nessuno.

Partiamo da qui: il debito pubblico non è stato, mai, e da nessun Paese al mondo, rimborsato dal 1945. E già questo dovrebbe fare pensare il lettore intellettualmente onesto. Quale debito sarà mai quello che non viene rimborsato?

Per capirlo, occorre forse vedere il debito pubblico come qualcosa di diverso, come raramente capita al comune lettore. Il debito pubblico non è un debito normale.

Non lo è, per una semplice ragione; non è un debito nel senso letterale, comunemente inteso. Non è stato mai rimborsato da nessuno, da nessun Paese al mondo, in tutti gli anni dal 1945 ad oggi per una ragione semplice: non è fatto per essere rimborsato.

MA QUESTO E’ MATTO!

Naturalmente, ci sarà già chi a queste prime righe si sarà indignato, offeso e scandalizzato. Eppure, è così semplice; il debito pubblico, in un mondo normale, non è fatto per essere rimborsato, ma per pagare gli interessi. Interessi, si badi bene, che in un mondo normale – che non è quello nel quale viviamo da alcuni decenni, dal 1981, per la precisione – sono calmierati da un altro soggetto.

Quel soggetto si chiama Banca Centrale, che nel mondo normale è pubblica.

Quella Banca, che in un mondo normale risponde al Parlamento e al Governo, cioè al popolo che li elegge in un sistema democratico, ha esattamente questo compito: comperare i titoli del debito pubblico, calmierandone il prezzo. E quella Banca lo deve fare per una ragione semplice: quel debito è contratto dallo Stato con sé stesso. Certo, se abdica – per ragioni storiche lunghe a spiegarsi – a questo compito, è ovvio che il prezzo sarà fatto dal mercato, mosso dalla speculazione.

Quindi, è solo una questione di interessi, Signore e Signori.

Solo che io, da economista, parlo di interessi sul denaro, mentre le ragioni storiche alle quali facevo cenno riguardano interessi personali di pochi politici, ai danni di molti cittadini italiani.

Sempre di interesse parliamo, ma in accezione diversa.

UNA QUESTIONE COSTITUZIONALE

Il pazzo che vi scrive muove il proprio ragionamento dalla Costituzione della Repubblica Italiana. Uno dei consulenti dei padri costituenti fu il professor Federico Caffè, alla cui memoria è intitolata la Facoltà di Economia di una nota Università romana. Per cui il dibattito, oggi, è semmai quello di intendere il significato di questo debito e la sua stratificazione per effetto del deficit, nel quale si tratterebbe di togliere il costo per investimenti, che rilancerebbero la domanda effettiva, una speranza vera di riduzione del rapporto tra il debito e il PIL.

Certo, in un solo articolo non è possibile argomentare compiutamente di così complessa questione, e per tale ragione, se ci sarà interesse, altri ne seguiranno sul medesimo tema.

In definitiva, io sono uno di coloro che pensano – e siamo una minoranza di economisti agguerrita e arrabbiata – che decenni di bavaglio in ossequio al pensiero unico neoliberista internazionale siano troppi. Uno di questi è il mio amico professor Antonio Maria Rinaldi, con il quale scambio queste considerazioni.

Per cui, di grazia, o cambiate integralmente la filosofia e lo spirito fondante la Costituzione Italiana, oppure è un delitto morale violentarla con norme come il fiscal compact, per ragioni che andrò a spiegare tecnicamente ora.

LA SPESA PUBBLICA E’ UN MALE?

Partiamo dalle basi.

Ogni giorno, da decenni, veniamo bombardati di informazioni fuorvianti, da tutti gli organi di informazione. Fanno credere al cittadino che i suoi mali derivino tutti dalla spesa pubblica, alla qale spesso è associata una parola: spreco.

Allora, vi pubblico ora una mia slide di una conferenza.

Già queste due semplici frasi manderebbero in tilt la convinzione di tanti opinionisti; un conto è parlare di deficit pubblico (male), altro di surplus privato (bene).

Peccato che siano la stessa identica cosa.

E ora, dimostriamolo.

SURPLUS PRIVATO E DEFICIT PUBBLICO

Ah, ma tu come italiano, debitore baffi neri e mandolino, sei di parte.

No, no; prendiamo cosa dice dell’Italia la Commissione di Bilancio del Senato del primo Paese al mondo, simbolo del capitalismo: gli Stati Uniti d’America.

Lo vedete?

Le curve sono esattamente speculari; quando cresce l’una, scende l’altra.

UNA LEZIONE SEMPLICE

Ma dato che non c’è peggio sordo di chi non vuol sentire, ho fatto una slide nella quale sintetizzare la semplice lezione che ci deriva dalla sola osservazione imparziale delle curve economiche.

Questo, a prescindere dalle opinioni; è un fatto storico documentato.

E CON QUESTO COSA VORRESTI DIMOSTRARE?

Ci riprovo.

Del resto, mi rendo conto che oltre vent’anni di lavaggio del cervello fatto sistematicamente dal pensiero unico internazionale neo liberista possa ottenebrare la mente.

Va bene, citi un americano – chioserà il polemico – e chi sarebbero gli autorevoli studiosi italiani? Ne cito uno, che mi onoro di conoscere personalmente; il professor Alberto Bagnai.

Voglio semplicemente e sommessamente osservare che quando aumenta il deficit pubblico aumenta il surplus privato, e viceversa quanto diminuisce il deficit pubblico va in deficit il settore privato.

Come dite?

Non vi avevano spiegato in questo modo la spending review, cioè la riduzione della spesa pubblica, vero?

Eh, lo so, detta così suona male.

Suona bene a dire: tagliamo la spesa pubblica. Un po’ meno il corollario; a spese tue.

Così, facciamo finta di non sapere che esista la relazione.

MA E’ UNA SITUAZIONE PARADOSSALE ITALIANA?

E qui, mi aspetto il solito coro dei neo liberisti, convinti o inconsapevoli. Ne ho anche tra i miei amici, persone anche acculturate, che magari lavorano in banca, e mi dicono in birreria varie sempiaggini.

Eh, ma la colpa è solo nostra, che ci siamo indebitati!

Eh, ma i paesi virtuosi come la Germania questi problemi mica li hanno!

Eh, ma questo succede solo a noi italiani, baffi neri e mandolino, mafia e fare sempre casino!

Risponderò a tempo debito in altri articoli a queste corbellerie, per esempio parlando della virtuosa Germania e del suo modo di nascondere il debito, sia dello Stato sia delle Banche, ma in questo articolo, non potendo trattare di tutto, mi limito a rispondere alla prima obiezione; che sia un problema solo italiano.

UNA REGOLA MONDIALE

Prendo di nuovo a paradigma la nazione più importante del mondo, almeno per ora, sotto il profilo economico, certamente esempio del capitalismo mondiale dopo avere ereditato lo scettro dalla mamma Inghilterra alla fine del secondo conflitto mondiale.

Illustro un altro mio grafico di una mia conferenza sul debito pubblico.

Se si esamina una serie storica di non breve ma lungo termine (25 anni), si conferma che, anche negli Stati Uniti, il deficit o surplus del Governo e quello del settore Privato sono esattamente speculari.

Quando cresce uno, scende l’altro, e viceversa.

CONCLUSIONE

Date le ristrettezze di spazio di un solo articolo, questa trattazione non è certamente esaustiva. Moltissime altre cose possono essere aggiunte, considerate, obiettate.

Me ne rendo perfettamente conto.Parimenti, mi rendo anche conto che quando taluno sul mio blog Win The Bank oppure in trasmissioni televisive mi critica per essere un semplificatore, mi riempio di orgoglio.

Date le mie origine contadine – che non rinnego – sono orgoglioso di semplificare, perché l’economia, se spiegata, è comprensibile a qualsiasi persona, come ogni materia. Certo, non si deve giocare con le parole. Certamente, se io dico che sulla testa di ogni bambino che nasce ci sono n mila euro di debito, mando un messaggio ben preciso.

Quel messaggio suonerebbe completamente diverso se affermassi che sulla testa di ogni bambino che nasce ci sono n mila assets, cioè beni, che si chiamano strade pubbliche che egli attraverserà, che si chiamano ospedali pubblici che un giorno potrà aver bisogno di frequentare, che si chiamano scuole e università pubbliche che potrebbero un giorno aprirgli la mente.

Quelle strade, quelle scuole, quegli ospedali, sono la ricchezza di un Paese; esattamente come non ha nessun senso esaminare un bilancio guardando solo il passivo, e non l’attivo.

Ma, ancora di più, quelle scuole, quegli ospedali e quelle strade sono il motivo stesso per il quale un Paese civile ha motivo di esistere.

I bilanci si fanno in tanti modi, ma hanno sempre due colonne; negli ultimi vent’anni vi hanno sempre fatto vedere solo una metà, per motivi che spiegherò in seguito.

In questo, e in altri articoli – se a qualcuno interesserà – farò vedere l’altra metà.

Perché un bambino, quando cresce, ha diritto di sapere che in un Paese normale il debitore e il creditore sono la stessa testa.

Ecco l’equivoco vero sul debito pubblico, che bisogna non fare capire alla gente. Altrimenti, se capisse, la domanda sarebbe: ma dato che il debito non è fatto per essere rimborsato, allora a chi paghiamo oggi gli interessi?

A noi – come era in un mondo normale – o a una testa diversa?

C’è Intesa sull’accordo gialloverde

lospiffero.com 20.6.18

Il numero uno del gruppo bancario, Messina, si schiera per la stabilità di governo: “Bisogna scongiurare elezioni ad aprile 2019 perché sarebbero pericolosissime”. E annuncia la nascita del polo assicurativo a Torino

Intesa Sanpaolo conferma la sua natura di banca di sistema. Anche quando questo assume la natura inedita di un regime grillo-leghista  che è costretto, dopo le altisonanti promesse rivoluzionarie della campagna elettorale, ad affidarsi alle più misurate parole del ministro dell’Economia Giovanni Tria.

“Le elezioni ad aprile sarebbero pericolosissime, i mercati hanno bisogno di certezze soprattutto se hai creato rottura nella percezione del rischio Paese” ha affermato il ceo del gruppo bancario Carlo Messina, intervenuto in un convegno sul settore assicurativo. Secondo lui “il Paese è fortissimo”. Quanto alle ultime rassicuranti dichiarazioni del ministro Tria, su Europa e debito, Messina precisa: “Ha detto le cose che probabilmente andavano dette un mese fa. Questo avrebbe evitato la salita dello spread e la caduta delle borse. Bisogna aspettare la finanziaria per dimostrare che si fa sul serio con manovre per ridurre il debito e accelerare la crescita. Le due variabili chiave sono che il debito pubblico si riduca e che siano consentiti spazi per accelerare sul fronte investimenti” poiché, ha aggiunto “debito e disoccupazione sono due priorità assolute. Il debito va contrastato, una volta che dimostriamo il nostro impegno per tenerlo sotto controllo la componente deficit non può essere un tabù”.

E proprio nella Torino della grillina Chiara Appendino, Messina ha annunciato l’apertura del nuovo polo assicurativo del gruppo. “Intesa Sanpaolo proverà qui a costruire un modello per affrontare le sfide del futuro. La scelta di un soggetto economico così importante di puntare su Torino per creare un nuovo polo è fondamentale” ha affermato la sindaca. “La Città – prosegue Appendino – continuerà a fare la sua parte. Si collabora e si progetta insieme, come dimostrano il Salone del Libro e le mostre sul territorio. La sfida è costruire insieme i nuovi modelli facendo rete in tutti i settori che riguardano la vita pubblica e quella privata. Sono certa che per la banca sarà una grande opportunità”.

Lilli e i suoi fratelli, la guerra dei media contro il popolo bue

Giorgio Cattaneo libreidee.org 20.6.18

Va bene tutto, tranne la verità: come quando cade un regime, e gli organi del vecchio potere annaspano, manifestando rabbia e paura, nemmeno fossero di fronte a orde di rivoluzionari scatenati. E’ livido il bombardamento quotidiano, il grottesco fuoco di sbarramento che il mainstream – a prescindere – riversa contro il neonato governo gialloverde. Editorialisti e giornalisti da salotto, esperti sostanzialmente nell’arte del baciamano, oggi sembrano rivoltosi sulle barricate: a Elsa Fornero perdonavano tutto, inclusi gli spargimenti di sangue, mentre sui 5 Stelle e sulla Lega si avventano come mastini. Imperdonabile, il voto degli italiani il 4 marzo: e, visto che il popolo bue ha evidentemente sbagliato a votare, gli addetti alla verità stanno facendo gli straordinari per dimostrare agli elettori grillini e leghisti che non l’avranno vinta: loro, gli euro-cantori dell’establishment, in ogni caso non si arrenderanno alla storia; resisteranno – come gli ultimi giapponesi sull’isoletta – alla marea furibonda del “popolo degli abissi”, espressione che Giulio Sapelli mutua da Jack London. Provare per credere: da manuale di boxe il trattamento che Lilli Gruber ha riservato al cattivone Matteo Salvini, reo di aver osato costringere l’Unione Europea a meditare sulla politica per i migranti, fermando una nave e facendo imbestialire il nemico numero uno dell’Italia, il supermassone reazionario Emmanuel Macron, di scuola Rothschild.

A Salvini, il 12 giugno in prima serata, “Lady Bilderberg” ha riservato tutte le domande tenute nel cassetto per anni, mai poste a nessuno in precedenza: ma più che le risposte del neo-ministro, a fare notizia era l’evidente dispetto dipinto sul volto dell’ex anchorman del Tg2 craxiano, poi eletta europarlamentare dell’Ulivo prima di tornare, come se niente fosse, a fare “informazione”. Dietlinde Gruber, detta Lilli, di fronte al capo leghista ha sfoderato un piglio bellicoso da Watergate – ma Bob Woodward e Carl Bernstein, vincitori del Pulitzer, mai avrebbero accettato (per dignità professionale) di farsi arruolare ufficialmente tra le fila degli avversari politici di Nixon. E se proprio fossero stati invitati al Bilderberg, probabilmente avrebbero messo in piazza qualche notizia, intercettata tra quelle segrete stanze. La giornalista de La7 invece partecipa ai “caminetti” a porte chiuse, di cui non riferisce nulla ai suoi telespettatori, e poi – come se niente fosse – carica Salvini a testa bassa, ricordandogli che George Soros è in realtà un grand’uomo, un vero filantropo, essendo la sua Open Society dedita essenzialmente a opere di bene. Lui, Soros: il più celebre speculatore della storia, il più noto supermassone di potere, profeta delle rivoluzioni colorate e ispiratore di “home jobs” insanguinati come il golpe in Ucraina, coi cecchini sui tetti a sparare sulla polizia di Yanukovich per poi far ricadere la colpa sul governo, da abbattere con mezzi criminali.

Dopo aver terremotato l’Africa, l’élite francese neoliberista e neocoloniale gioca allo scaricabarile e prova a colpire direttamente l’Italia, anche per distrarre un’opinione pubblica che, oltralpe, ha già perso la fiducia che aveva nell’oscuro, opaco Macron, sodale occulto dei peggiori Soros in circolazione? Niente paura: a reti unificate, le testate italiane – giornali con sempre meno lettori – si schierano compatte col francese e contro il leghista, tifano per il paese che sta cercando di sfrattare l’Italia dalla Libia e si avventano contro il ministro che ha avuto l’ardire di rimettere in discussione l’ipocrisia europea. Salvini fa politica: per la prima volta, un italiano riesce a spaccare in due la Germania e a dividere Berlino da Parigi. Ragione in più per trattarlo da nemico pubblico, in Italia. A malmenarlo, con inaudita violenza, è proprio la Gruber, che utilizza una scheda televisiva per dimostrare che la Francia ha accolto più rifugiati, rispetto all’Italia. Salvini però la smentisce all’istante: i dati esibiti a “Otto e mezzo” sono vecchi, risalgono al 2015. La verità, oggi, è ribaltata: l’Italia accoglie, la Francia non più. Dati ufficiali, del Viminale: una notizia, in teoria – ma non per Lilli Gruber e soci: le notizie sono l’ultima cosa che interessa, a lorsignori, impegnati come sono nella rabbiosa crociata contro gli elettori italiani e contro i mascalzoni che il popolo bue ha osato mandare al governo.

I Bitcoin sono inutili, immorali e insicuri: il verdetto di questo nuovo rapporto è raggelante

Comedonchischiotte.org 19.6.18

DI AMBROSE EVANS PRITCHARD

telegraph.co.uk

Le criptovalute non hanno alcun valore intrinseco e sono inutili come forma di scambio. Comportano esorbitanti costi di transazione e sono anche molto lente. Tutte insieme, si sono trasformate in una specie di incubo ecologico.

Non sono supportate dal flusso di risorse e dagli asset di uno Stato. Inoltre, la maggior parte può essere resa inutile o da una frode o da una manipolazione digitale. Sono essenzialmente degli “schema Ponzi” mascherati da “valuta del cittadino”, che sfuggono al controllo dei Governi.

E’ questa la grande scoperta della “Banca dei Regolamenti Internazionali” – BRI, la “banca dei banchieri centrali” – con sede in Svizzera e principale autorità mondiale sulla cripto-follia.

Diverse Banche Centrali stanno esaminando il possibile uso della tecnologia blockchain per i sistemi di pagamento (come ad esempio il “Project Jasper” in Canada, il “Progetto Stella” in Giappone e il “Progetto Ubin” a Singapore), ma nessuna ha ancora trovato dei motivi convincenti per emettere delle proprie cripto valute, controllate dallo Stato.

Il rapporto della BRI afferma che il sistema Bitcoin già da solo consuma più elettricità dell’intera Svizzera. Quest’energia è necessaria per poter navigare nella vasta rete di computer utilizzata dai “minatori” per verificare le transazioni del “distributed ledger” [https://www.blockchain4innovation.it/esperti/cosa-funzionano-le-blockchain-distributed-ledgers-technology-dlt/]: “In parole povere, la ricerca di un trust decentrato si è trasformato rapidamente in un disastro ambientale”.

Le criptovalute non sono affatto sicure. Sono sensibili sia ad un crollo della fiducia che ad un attacco di coloro che dispongono di una forte potenza di calcolo.

“La fiducia può evaporare in qualsiasi momento per la fragilità del ‘consenso decentrato’ attraverso il quale vengono registrate le transazioni. Una criptovaluta può semplicemente smettere di funzionare con il risultato di una completa perdita di valore”, ha affermato il rapporto, che è un capitolo della prossima relazione annuale della BRI.

La BRI ha anche affermato che tutti i sistemi valutari devono affrontare un problema intrinseco. Se sono “modulabili” per potersi espandere facilmente, favorendo i commerci e le transazioni, possono essere allo stesso modo facilmente sviliti.

E’ questo il trade-off [http://www.treccani.it/enciclopedia/trade-off/] che ha tormentato tutte le valute da quando hanno iniziato ad esistere in forma moderna, intorno al 600 a.C., in Cina, India e Asia Minore. Gli episodi prolungati di denaro stabile sono piuttosto rari: “La fiducia è venuta meno così spesso, che la storia può essere considerata come un cimitero di valute”.

La stanza n. 68 del British Museum è dedicata alle “commodity money” [https://en.wikipedia.org/wiki/Commodity_money] e alle valute di carta fallite, eliminate o quando è crollato l’ordine politico alle loro spalle, o quando gli abusi inflazionistici ne hanno distrutto la fiducia. Il Kipper-und Wipperzeit della svalutazione concorrenziale delle monete, effettuato dai Principi tedeschi all’inizio del XVII secolo, ha un posto d’onore [https://it.wikipedia.org/wiki/Kipper-_und_Wipperzeit].

La cripto-follia è in un certo senso una risposta alla crisi finanziaria globale del 2008 e allo stesso tempo una reazione libertaria contro il Quantitative Easing effettuato dalla Federal Reserve statunitense e dalle altre Banche Centrali. Ma non offre un’alternativa praticabile.

Il Bitcoin e gli altri sistemi falliscono il test che è alla base di una valuta che funzioni bene. Il rapporto della BRI ha affermato che: “Più le persone usano una criptovaluta, più i pagamenti diventano difficili. Tutto questo annulla la proprietà essenziale delle monete dei nostri giorni [la facilità d’uso]”.

In effetti, c’è un limite di velocità sul numero delle transazioni che si possono aggiungere al “libro mastro” in un dato momento. I nuovi blocchi sono razionati secondo determinati intervalli. Se si raggiunge il massimo, il sistema fa marcia indietro: “Con il tetto alla capienza, le tasse salgono. A volte le transazioni sono rimaste in coda per diverse ore, interrompendo il processo di pagamento”.

In un recente episodio, il costo di ogni singola transazione sui Bitcoin è arrivato a 48 usd. Visa e Mastercard possono gestire insieme 5.600 transazioni al secondo e i margini – non la commissione commerciale – sono sottilissimi.

Secondo la BRI, la criptovaluta Nexus richiederebbe, alla fine del processo, un terabyte di capacità di calcolo perché i “libri mastri” crescono di cento byte per ogni transazione. Questo potrebbe anche portare all’arresto di Internet.

Inoltre, il sistema Bitcoin è limitato dal suo protocollo fino ad un massimo di 21 milioni di monete. Come valuta, sarebbe brutalmente deflazionistica. In aggiunta, non esiste un’autorità responsabile per regolare il valore di queste valute sulla base delle necessità economiche e delle fluttuazioni della domanda: “Le criptovalute, semplicemente, non sono flessibili come le monete sovrane”.

Il rapporto chiarisce che gli svantaggi non possono essere considerati come meri problemi iniziali di una tecnologia ancora giovane. Al contrario, sono strutturali e inerenti al concetto. La necessità di proteggere le criptovalute dagli imbrogli – “il problema della doppia spesa” [double spending problem, https://www.investopedia.com/terms/d/doublespending.asp] – è ciò che porta alla necessità dell’immenso e complicato apparato che le rende economicamente inutili.

Il sistema non garantisce nemmeno il pagamento finale. In altre parole, potete perdere i vostri soldi. Il rapporto sostiene che: “Gli utenti possono verificare se una specifica transazione sia stata effettivamente inclusa in un ‘libro mastro’, ma possono comunque essere create delle versioni rivali del ‘libro mastro’ a loro insaputa. Questo può comportare il rollback delle transazioni. Le criptovalute possono essere manipolate da quei ‘minatori’ che controllano una notevole potenza di calcolo. Non si può sapere se un attacco strategico sia o meno in corso, perché un hacker rivelerebbe l’esistenza del ‘libro mastro’ falsificato solo una volta che fosse sicuro del successo”.

Esiste inoltre un rischio “forking” [https://whatis.techtarget.com/definition/fork] quando le criptovalute si dividono. Nel solo mese di Gennaio sono state generate “Bitcoin ALL”, “Bitcoin Cash Plus”, “Bitcoin Smart”, “Bitcoin Interest”, “Quantum Bitcoin”, “BitcoinLite”, “Bitcoin Ore”, “Bitcoin Private”, “Bitcoin Atom” e “Bitcoin Pizza forks”.

La BRI ha affermato che: “L’analisi teorica suggerisce che il metodo sulla cui base il ‘libro mastro’ viene aggiornato potrebbe crollare in qualsiasi momento, con il risultato di una completa perdita di valore”.

Molti libertari si sono rivolti alle criptovalute perché non si fidano né delle banche né dei Governi. Ma hanno finito per dover commerciare attraverso non regolamentati fornitori di “cripto wallet” o “cripto-exchanges”, lasciando le loro criptovalute in balia del furto digitale: “Alcuni di questi provider, come ad esempio ‘Mt Gox’ o ‘Bitfinex’, si sono rivelati per essere dei frodatori, o sono essi stessi vittime di attacchi hacker. Quasi un quarto delle offerte iniziali di monete, ICO, sono da considerarsi opache, dei fraudolenti ‘schema Ponzi’”.

La BRI afferma che esiste comunque un valore sociale negli schemi di pagamento blockchain “autorizzati”, come ad esempio il sistema “Building Blocks” del programma alimentare mondiale per la gestione degli aiuti alimentari in Medio Oriente. Utilizza un protocollo Ethereum.

Si può fare molto con il sistema blockchain anche per migliorare la finanza commerciale e l’elaborazione dei 540 miliardi/usd di rimesse annuali. Ma tali sistemi di cripto-pagamento non vanno confusi con le criptovalute.

Questa bolla è ora definitivamente esplosa. Il sistema Bitcoin si è letteralmente schiantato, passando a 6,474 usd dal picco di 19,187 usd raggiunto a Dicembre. La maggior parte delle principali criptovalute sono diminuite di due terzi o anche più, riducendo il loro valore nozionale di almeno mezzo trilione di dollari. Ma non c’è un limite in basso. Queste valute non sono riscattabili, dietro di loro non c’è niente. Il rapporto della BRI è l’ultimo e autorevole chiodo sulla bara delle criptovalute.

 

Ambrose Evans-Pritchard

Fonte:  www.telegraph.co.uk

Link: https://www.telegraph.co.uk/business/2018/06/17/bitcoin-useless-unsafe-dirty-finds-withering-bis-report/

17.06.2018

 

Scelto e Tradotto da Franco per http://www.comedonchisciotte.org  – Fra parentesi quadra [ … ] le note del Traduttore

La Casellati che ha insabbiato l’istruttoria per l’abolizione dei vitalizi al Senato

politicamentescorretto.it 20.6.18

Danilo Toninelli, capogruppo M5s al Senato, ha inviato una lettera alla presidente di Palazzo Madama Maria Elisabetta Casellati per chiederle che fine abbia fatto l’istruttoria per abolire i vitalizi. E poi attacca: “Sembra che l’istruttoria dei questori stia concludendosi in maniera scandalosa”.

Il MoVimento 5 Stelle torna a parlare dell’abolizione dei vitalizi e, dopo aver annunciato l’istruttoria presentata alla Camera dei deputati per dare il via all’iter, si rivolge alla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Il capogruppo pentastellato a Palazzo Madama, Danilo Toninelli, ha inviato una lettera alla presidente del Senato per sollecitarla a dare vita all’istruttoria anche a Palazzo Madama. E poco dopo Toninelli attacca esplicitamente gli uffici di presidenza del Senato, dove l’istruttoria sarebbe ferma: “Sembra che l’istruttoria dei questori stia concludendosi in maniera scandalosa, sembra che ci siano profili di incostituzionalità sull’abolizione dei vitalizi. In Parlamento vige l’autodichia e loro stanno dicendo che è costituzionale un privilegio e incostituzionale abolirlo”.

“Le scrivo per chiederle lumi sull’istruttoria che il gruppo del M5s vorrebbe vedere il prima possibile all’esame del consiglio di presidenza”, scrive Toninelli nella lettera facendo esplicito riferimento a quello che definisce il “solerte lavoro compiuto” dai questori della Camera dei deputati. I questori di Montecitorio hanno “completato l’istruttoria per la revisione dei vitalizi, compresi i trattati di reversibilità”, ricorda Toninelli nella missiva inviata a Casellati, nella quella parla anche del “suo dichiarato impegno a favorire un percorso parallelo e coordinato tra i due rami del Parlamento” in tema di abolizione dei vitalizi.

Nella lettera inviata dal rappresentante M5s a Casellati si ribadisce che l’auspicio è quello che “si possa lavorare a partire dai criteri metodologici assunti dall’Ufficio di Presidenza di Montecitorio, vista anche la proficua collaborazione avviata tra il presidente Roberto Fico e il presidente dell’Inps Tito Boeri, in modo da recuperare il tanto invocato allineamento tra le due Camere e dare una pronta risposta ai cittadini su un tema molto sentito dall’opinione pubblica”.

Negli scorsi giorni era stato Riccardo Fraccaro, questore anziano di Montecitorio, a far sapere che era stata presentata l’istruttoria sui vitalizi, considerata come “il primo passo per la loro cancellazione”. Il M5s aveva promesso di dare il via all’iter per l’abolizione dei vitalizi entro 15 giorni seguendo un percorso che avrebbe portato all’approvazione di questa misura nell’Ufficio di presidenza della Camera. In attesa di novità da Montecitorio, dove per ora non si hanno notizie certe sulle tempistiche per l’abolizione dei vitalizi, il M5s chiede quindi che si proceda sin da subito con la stessa misura anche al Senato.

Alla richiesta di Toninelli ha risposto in serata Antonio De Poli, questore anziano di Palazzo Madama: “L’impegno del Senato ad un percorso con la Camera sul tema dei vitalizi non può essere messo in discussione. Gli uffici legislativi e amministrativi dei due rami del Parlamento si sono incontrati ieri per valutare in maniera coordinata gli aspetti di diritto e di metodo. Una riunione che fa seguito a quella che come questori del Senato abbiamo avuto una settimana fa con i colleghi della Camera. Vanno valutati rapidamente ma con attenzione tutti gli aspetti che attengono al piano costituzionale, tecnico e fiscale. Per evitare di fare un lavoro che rischierebbe di essere inutile e demagogico, in contrasto con quelli che sono i reali interessi dei cittadini”.

Fonte: Qui

Banche venete, la signora TINA regna sovrana

Mario Seminerio phastidio.net 27.6.17

A polvere quasi posata, dopo il “salvataggio di sistema” del risparmio veneto, vi proponiamo una piccola rassegna stampa ragionata su reazioni e commenti da parte di quello stesso sistema che ha partorito la soluzione della liquidazione con aiuti di stato, uscendo dalla cornice normativa della BRRD. Facendo attenzione a non leggere la vicenda col senno di poi, che di solito è l’attività in cui gli italiani tendono ad eccellere, dimostrandosi dei previsori del giorno dopo pressoché onniscienti.

La versione di Messina – Oggi Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo, dichiara a Francesco Manacorda su Repubblica che l’asta per la polpa delle venete in realtà c’è stata, e vi hanno partecipato anche banche estere (citate BNP Paribas e Credit Agricole), oltre a Intesa ed Unicredit. Ma la constatazione più interessante, quella che indica quale è stato il vero detonatore di questo intervento panicato, è questo:

«Visto che si fanno conti, anche fantasiosi, sui costi per lo Stato, se permette lo sollevo io. In questi ultimi mesi le due banche venete hanno avuto bisogno di interventi sostanziosi a sostegno della loro liquidità: si tratta di 10 miliardi di titoli emessi dalle banche, collocati presso investitori istituzionali e garantiti integralmente dallo Stato. Ecco, se oggi quelle banche fossero fallite i 10 miliardi di garanzie pubbliche sarebbero andati a coprire le perdite di chi aveva i titoli. E si sarebbe trattato di 10 miliardi di soldi pubblici in fumo. Un po’ più di quei 5 miliardi che lo Stato versa adesso, con un conto approssimativo»

Ottimo punto, forse dirimente. Sul quale servirà tornare, per rispondere ad una domanda molto semplice: lo stato italiano, con la linea di liquidità garantita a favore delle venete, ha tenuto artificialmente in vita due entità già morte, nel tentativo di resuscitarle con la nazionalizzazione chiamata ricapitalizzazione precauzionale? Se la risposta fosse affermativa, ci troveremmo di fronte ad un classico caso di accanimento terapeutico che accresce i costi per la collettività, perché ai sudditi bimbi non si può dire la verità, visto che c’è sempre tra i piedi una consultazione elettorale che deciderà il destino del Paese (questa è ironica, mi raccomando). A parte ciò, Messina appare molto convincente nelle linee strategiche di comunicazione. Gli azionisti di Intesa Sanpaolo sono fortunati ad avere un capo azienda così.

Marco Onado e la signora TINA – Sul Sole, l’economista Marco Onado giunge ad affermare che

«[…] in Italia non c’è una banca che possa farsi carico di un’altra in crisi, come nelle (poche) crisi degli anni Settanta e Ottanta o in quelle dei primi anni Novanta che hanno portato alla scomparsa dell’intero sistema bancario meridionale, a cominciare dal Banco di Napoli. In Spagna invece Santander ha rilevato l’intero Banco Popular (salvo le passività meno garantite che sono state azzerate) facendosi carico di tutta la parte a rischio, perché ritiene di poter fare un aumento di capitale di ben 7 miliardi. Secondo le stime degli analisti, farsi carico delle due banche venete avrebbe comportato un fabbisogno di almeno 5 miliardi, troppi dopo la capitalizzazione a tappe forzate compiuta dai nostri due maggiori istituti»

Di conseguenza,

«Dunque in Italia una soluzione interna (e apparentemente poco dolorosa) non era possibile»

Questa è la signora TINA (There Is No Alternative). Onado forse avrebbe dovuto riflettere che una ricapitalizzazione da 5 miliardi, per una banca che oggi ne vale 45, non sarebbe stata proibitiva. Ma prendiamo per buono che la signora TINA regni incontrastata e che non si dovesse in alcun caso arrivare al bail-in sino ai bond senior ed ai depositi oltre 100 mila euro, perché altrimenti sarebbero squillate le trombe del Giudizio Universale. Se questo è il presupposto, e lo eleviamo ad assioma controfattuale (“se toccano i senior moriremo tutti!”), allora le cose sono state gestite nell’unico modo possibile. Chi scrive ha qualche dubbio al riguardo, ma chi scrive è un quisque de populo, quindi passiamo oltre. Resta il punto centrale: abbiamo tenuto in vita artificialmente delle banche morte da tempo? E la vigilanza della Bce è stata raggirata dal governo italiano, fidandosi circa la vitalità delle due banche venete, oppure è stata connivente a mettere la polvere radioattiva sotto il tappeto?

Ma quanto sarebbe costata una liquidazione “vera”? – Qui le cifre ballano, e non poco. Nei giorni scorsi si è letto di 11 miliardi, poi qualcuno ha fatto girare un’”analisi” in cui si parlava di 80 miliardi, prontamente rimessa in circolo sui social da anonimi ed interessati account. Ieri pomeriggio abbiamo avuto la stima della Banca d’Italia, contenuta in un articolo del Corriere, e attribuibile al vice direttore generale Fabio Panetta, che parla di 8,6 miliardi. Ora, queste cifre sono relative al rimborso dei depositanti sino a 100 mila euro, quelli garantiti dal Fondo interbancario di tutela dei depositi. Quanto al resto della procedura, si sarebbe dovuto procedere al realizzo delle sofferenze ma soprattutto al richiamo dei fidi. Operazione molto delicata ma che, se gestita correttamente, avrebbe portato in modo non necessariamente traumatico alla sostituzione dei creditori, nel senso che altre banche avrebbero affidato i debitori meritevoli, magari con un piccolo aiuto di stato erga omnes sull’assorbimento di capitale. Il tutto decidendo di prendere la strada della liquidazione domestica, e non della risoluzione europea.

Sistemiche a ore alterne – Su lavoce.info, Silvia Merler segnala la contraddizione esistenziale di questa vicenda. La ricapitalizzazione precauzionale era richiesta dal governo italiano perché le banche erano considerate sistemiche, ma con la successiva richiesta di liquidazione secondo norme nazionali (poi modificate nel cuore della notte) la vigilanza della Bce ha certificato che l’aspetto sistemico non c’era. Ma ecco che, poche ore dopo, la Commissaria alla concorrenza Ue, Margrethe Vestager, autorizzava gli aiuti di stato a beneficio di Intesa sulla base dell’esigenza di evitare impatti di tipo sistemico. Non è fantastico, tutto ciò? Ma Silvia ricorda soprattutto il tema centrale di tutta questa vicenda:

«La vicenda conferma una tendenza nella gestione delle crisi bancarie italiane degli ultimi anni. Le autorità provano a rimandare le soluzioni e spesso lasciano che considerazioni politiche prevalgano sulle istanze economiche. L’abbiamo visto con il ritardo nella ricapitalizzazione di Mps, avvenuta solo dopo il referendum costituzionale, nella creazione di Atlante e nello sforzo impari di proteggere i possessori retail di obbligazioni subordinate, a cui semplicemente quei prodotti non avrebbero dovuto essere venduti. Oggi lo vediamo nei generosi aiuti per la liquidazione delle banche venete. Alcuni lo vedranno come un epilogo felice, altri per quello che è: una scelta politica. A Bruxelles, forse la vicenda dimostrerà finalmente che l’armonizzazione del diritto fallimentare in materia bancaria è un completamento indispensabile della Brrd. Finché non lo si farà, rimarrà aperta la porta all’uso del diritto nazionale per evitare la risoluzione delle banche»

Tutto cominciò con la furbata di vendere titoli inidonei a risparmiatori inesperti. Gli organi domestici di vigilanza si voltarono dall’altra parte. Poi giunse la BRRD come un fulmine dal cielo, dopo soli due anni di lavori preparatori europei (ironia, portali via), poi si cercò di proteggere i creditori subordinati, poi si giunse a tenere in vita banche morte, e si arrivò a questa liquidazione nazionale geneticamente modificata, gestita sempre dalla signora TINA.

In tutto questo tripudio di sbadataggini, menzione d’onore per il politico italiano che pare incamminato verso lo stesso esito delle due venete: è morto da tempo ma non se ne è ancora accorto. Al secolo, Matteo Renzi. Che oggi riesce a dire questo:

Sulle banche venete “la posizione del governo l’ha espressa molto chiaramente Gentiloni: una scelta legittima e doverosa. La penso come lui, è legittima e doverosa nella situazione in cui si era, spero che i nostri parlamentari europei siano in grado di fare una grande battaglia perché i criteri molto selettivi delle banche venete siano applicati agli istituti di altri Paesi del Nord come quelli tedeschi“. Lo dice il segretario del Pd Matteo Renzi durante la rassegna stampa del Nazareno #OreNove (Ansa, 27 giugno 2017)

Frase incomprensibile: forse Renzi esige e pretende che alla Germania sia concesso di salvare le proprie banche con soldi pubblici, d’ora in avanti? Ma fa perlomeno tenerezza, questa “inflessibilità” verso dissesti bancari altrui che semplicemente non esistono, anche se Renzi è da anni convinto del contrario. Cosa che lo porta a reiterare ossessivamente i suoi wishful thinking. E con quelli uscirà di scena, senza accorgersene. Per ora, le sue direttive strategiche ed i suoi granitici auspici (vedasi Monte Paschi) paiono aver contribuito all’incancrenimento delle situazioni di crisi. E qui la sfiga c’entra assai poco, temo.

Frode da 10 milioni, nel mirino una società del “giro” Piccini

Andrea Giambartolomei lo spiffero.com 19.6.18

La Csp, che ha rilevato il Consorzio informatico del Canavese grazie alla mediazione di Gatti e del faccendiere coinvolto nell’affaire Finpiemonte, avrebbe raggirato il fisco attraverso false fatturazioni. Ai domiciliari la presidente Pasqui

È finita ai domiciliari Claudia Pasqui, presidente e amministratrice delegata della società di information technology di Torino Csp, società legata all’imprenditore Pio Piccini che tra il 2015 e il 2016 ha rilevato il Consorzio di informazione del Canavese puntando anche al Csi Piemonte. Ha l’obbligo di firma, invece, il consigliere delegato Fabrizio Bartoli. Un’altra persona è ai domiciliari. Si tratta dei primi risultati di un’indagini, condotte dalla polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Torino e coordinate dal sostituto procuratore Ciro Santoriello, nate intorno a una presunta frode fiscale nel settore dell’Information and communication technology realizzata dal 2014 in poi. Ben dieci milioni di euro sono stati posti sotto sequestro per ordine del tribunale, una somma pari al frutto della presunta frode.

Tutto è nato da una verifica fiscale nei confronti della società che ha come consulente Piccini, l’imprenditore di Terni finito in carcere (e ora ai domiciliari, al momento non indagato in questa indagine) per l’inchiesta sul maxipeculato ai danni di Finpiemonte che coinvolge anche l’ex presidente Fabrizio Gatti. Quest’ultimo, l’enfant prodige della sinistra di Torino, aveva infatti presentato Piccini al liquidatore del consorzio con sede a Banchette d’Ivrea, Giuseppe Inzerillo, primo step che poi ha portato la Csp a rilevare la società canavesana.

Sulle attività economiche di Csp, però, sono sorti alcuni dubbi. Secondo quanto spiega la Guardia di finanza, a destare sospetti è stata una fusione tramite la quale Csp ha incorporato una società che non era operativa e non aveva nessun valore commerciale, ma che poteva vantare un credito con lo Stato per circa tre milioni di euro di Iva. Si trattava, però, di credito generato da un giro di fatture per operazioni inesistenti di oltre 70 milioni di euro, fatture che hanno interessato altri soggetti economici con sede a Napoli e Modena e aventi come rappresentanti legali persone prive di consistenza patrimoniale. Non è tutto. L’azienda guidata da Pasqui aveva anche ceduto fittiziamente un ramo d’azienda trasferendo “sulla carta” ben 200 unità di personale a una società consortile del Napoletano che, successivamente, pur avendo emesso fatture nei confronti della società oggetto di indagini per circa 12 milioni di euro in poco più di un anno, non ha provveduto né a presentare dichiarazioni dei redditi, né a versare un centesimo nelle casse dell’Erario. Insomma, per l’azienda Ict torinese era stato soltanto un modo per sgravarsi di alcuni costi per il personale (che rimaneva a lavorare nelle sue sedi) e per caricarsi di fatture inesistenti. Per questa ragione la Guardia di finanza ha denunciato altre otto persone per reati fiscali. Al momento, invece, Piccini non sembra essere coinvolto in questa indagine che riguarda una società per cui ha lavorato negli ultimi anni.

La replica del Sen. Alberto Bagnai – Relazione sul DEF del 19/06/2018

DI SAINT SIMON – GIUGNO 19, 2018 lavocedellevoci.it

Con piacere pubblichiamo il video della replica del Sen. Alberto Bagnai, relatore incaricato dalla Commissione Speciale del Senato a riferire in Aula sul DEF, ai rilievi sollevati sul Documento di Economia e Finanza. L’intervento del senatore è un’iniezione di ragionevolezza e dati in un Parlamento che da molti anni è succube di slogan consunti e di una subalternità mentale che indeboliscono il paese, l’interesse nazionale e in ultima analisi quello europeo. È un invito a tutti i partiti politici a smettere di essere acriticamente esterofili, ad essere più oggettivi sulle capacità e la forza del paese e del suo popolo. È un segnale di cambiamento che – ci auguriamo – potrà essere fatto proprio dal nuovo governo.

 

 

Perché tutti cercano Enrico Laghi. Amico dei poteri forti e della stampa “che conta”. Così è diventato uno dei veri Re di Roma

Stefano Sansonetti alnotiziagiornale.it 19.6.18

ENRICO LAGHI

Al di là degli indagati, dall’inchiesta della procura sullo Stadio della Roma sembrano emergere i profili di alcuni grandi “potenti” che spesso sfuggono all’attenzione. Parliamo di professionisti che non hanno nulla a che fare con le ipotesi di reato su cui stanno lavorando i magistrati, ma che per conoscenze, ruoli e incarichi hanno assunto nella Capitale un potere sempre più grande. Tra questi si staglia senza dubbio il profilo di Enrico Laghi, competenze universalmente riconosciute,  commercialista inserito in alcuni dei gangli più importanti dell’economia pubblica e privata. Conviene ribadire subito che Laghi non è indagato, ma nell’ordinanza il suo nome viene spesso evocato da Luca Parnasi, il costruttore romano arrestato, nell’ambito di un progetto immobiliare che si sarebbe voluto realizzare sui terreni della vecchia Fiera di Roma, con l’obiettivo di farne un polo di intrattenimento con tanto di nuovo palazzetto per il basket.

Il dettaglio – Tra probabili e indefinite millanterie, Parnasi prova più volte ad avanzare l’ipotesi di una consulenza da assegnare sul tema a Laghi e all’ormai ex presidente Acea, Luca Lanzalone, l’altro arrestato eccellente. C’è anche un incontro del 18 maggio 2018, dicono la carte, tra Parnasi e Laghi, nello studio professionale di quest’ultimo. Di sicuro fa un certo effetto notare come Laghi, sebbene lateralmente, venga coinvolto in ulteriori ipotesi di lavoro, se solo si tengono in considerazione le sue attuali occupazioni. L’incarico più famoso oggi ricoperto dal commercialista romano è quello di commissario straordinario dell’Alitalia (con Luigi Gubitosi e Stefano Paleari). Ma non sempre si mette a fuoco che Laghi è tuttora anche nel gruppetto dei commissari straordinari dell’Ilva, la più grande acciaieria d’Europa alle prese con la difficile digestione da parte del gruppo franco-indiano Arcelor-Mittal. Se ci si limita a considerare soltanto gli incarichi di commissario straordinario ricoperto nelle controllate Alitalia e Ilva, il professionista occupa 10 poltrone. Alle quali, a Roma, aggiunge quella decisiva di presidente del collegio sindacale di Acea. Oltre che “inseguito” da Parnasi, curiosamente, Laghi è molto ben introdotto nel mondo di Francesco Gaetano Caltagirone, il re degli immobiliaristi romani già azionista pesante della medesima Acea (di cui oggi conserva il 5%). Caltagirone, in questo periodo, attraverso i suoi organi di stampa sta “festeggiando” non poco le disavventure del nemico Parnasi (in una recente prima pagina il Messaggero ha parlato di “cupola”). è però probabile che l’immobiliarista-editore non sia molto contento per la reiterata evocazione di Laghi nelle carte.

I link – L’anno scorso, per dire, gli amministratori indipendenti della Caltagirone Editore avevano assegnato proprio al commercialista una consulenza per decretare la congruità del prezzo di Opa (1 euro) con cui l’editore avrebbe voluto ritirare dalla Borsa la stessa società editrice. Operazione poi fallita. Un incarico simile era stato dato a Laghi nel 2015 dagli amministratori indipendenti di Vianini Lavori, altra società del gruppo Caltagirone, il cui delisting si è poi perfezionato. Senza contare che nel recente passato il professionista è stato consigliere della Banca Finnat della famiglia Nattino, storicamente legata a Caltagirone. Di sicuro, dalla sua, ha anche un rapporto niente male con il mondo della stampa. Non solo per via di Caltagirone, ma anche in virtù di alcuni incarichi passati, come la presenza nei collegi sindacali di Gedi (l’Espresso), Huffington Post, News Holding (gruppo Abete), Rai Cinema, RaiCom e Rai Pubblicità. Perché quella dei collegi sindacali è un’altra passione del commercialista: oggi ne conta sei. In tutto, a stare agli archivi delle camere di commercio, attualmente Laghi ricopre 24 poltrone tra quelle di commissario, liquidatore, amministratore e sindaco. Uno dei re di Roma, a livello professionale, oggi è proprio lui. Non per niente in molto cercano un contatto con lui.