Frode da 10 milioni, nel mirino una società del “giro” Piccini

Andrea Giambartolomei lo spiffero.com 19.6.18

La Csp, che ha rilevato il Consorzio informatico del Canavese grazie alla mediazione di Gatti e del faccendiere coinvolto nell’affaire Finpiemonte, avrebbe raggirato il fisco attraverso false fatturazioni. Ai domiciliari la presidente Pasqui

È finita ai domiciliari Claudia Pasqui, presidente e amministratrice delegata della società di information technology di Torino Csp, società legata all’imprenditore Pio Piccini che tra il 2015 e il 2016 ha rilevato il Consorzio di informazione del Canavese puntando anche al Csi Piemonte. Ha l’obbligo di firma, invece, il consigliere delegato Fabrizio Bartoli. Un’altra persona è ai domiciliari. Si tratta dei primi risultati di un’indagini, condotte dalla polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Torino e coordinate dal sostituto procuratore Ciro Santoriello, nate intorno a una presunta frode fiscale nel settore dell’Information and communication technology realizzata dal 2014 in poi. Ben dieci milioni di euro sono stati posti sotto sequestro per ordine del tribunale, una somma pari al frutto della presunta frode.

Tutto è nato da una verifica fiscale nei confronti della società che ha come consulente Piccini, l’imprenditore di Terni finito in carcere (e ora ai domiciliari, al momento non indagato in questa indagine) per l’inchiesta sul maxipeculato ai danni di Finpiemonte che coinvolge anche l’ex presidente Fabrizio Gatti. Quest’ultimo, l’enfant prodige della sinistra di Torino, aveva infatti presentato Piccini al liquidatore del consorzio con sede a Banchette d’Ivrea, Giuseppe Inzerillo, primo step che poi ha portato la Csp a rilevare la società canavesana.

Sulle attività economiche di Csp, però, sono sorti alcuni dubbi. Secondo quanto spiega la Guardia di finanza, a destare sospetti è stata una fusione tramite la quale Csp ha incorporato una società che non era operativa e non aveva nessun valore commerciale, ma che poteva vantare un credito con lo Stato per circa tre milioni di euro di Iva. Si trattava, però, di credito generato da un giro di fatture per operazioni inesistenti di oltre 70 milioni di euro, fatture che hanno interessato altri soggetti economici con sede a Napoli e Modena e aventi come rappresentanti legali persone prive di consistenza patrimoniale. Non è tutto. L’azienda guidata da Pasqui aveva anche ceduto fittiziamente un ramo d’azienda trasferendo “sulla carta” ben 200 unità di personale a una società consortile del Napoletano che, successivamente, pur avendo emesso fatture nei confronti della società oggetto di indagini per circa 12 milioni di euro in poco più di un anno, non ha provveduto né a presentare dichiarazioni dei redditi, né a versare un centesimo nelle casse dell’Erario. Insomma, per l’azienda Ict torinese era stato soltanto un modo per sgravarsi di alcuni costi per il personale (che rimaneva a lavorare nelle sue sedi) e per caricarsi di fatture inesistenti. Per questa ragione la Guardia di finanza ha denunciato altre otto persone per reati fiscali. Al momento, invece, Piccini non sembra essere coinvolto in questa indagine che riguarda una società per cui ha lavorato negli ultimi anni.