Cosa succederà nella sfida italiana all’Unione europea? DA ANNI SOTTO ATTACCO DELL’ASSE FRANCO-TEDESCO

Ofcsreport.it 21.6.18

ECONOMIA

a cura di Marco Rocco

Oggi vediamo l’Italia finalmente difendere i propri interessi socio-economici nei confronti dell’Unione europea. Abbiamo innanzi diverse opzioni con rispettivi risvolti, analizziamoli.

Prima di tutto vediamo il contesto: l’Italia, il miglior alleato Usa nell’Ue, è sotto attacco da anni in quanto pietra miliare per il raggiungimento dell’obiettivo dell’Unione franco-tedesca: spodestare gli Usa dal ruolo di dominus, quanto meno regionale, nel Vecchio Continente, sebbene il piano sia ben più vasto e veda saldati gli interessi di Cina, Ue franco-tedesca, solo in minima in parte Russia (in ambito esclusivamente difensivo) e le elites mondiali alla disperata ricerca di un modo per far pagare “ad altri” l’enorme accumulo di ricchezza degli ultimi 15 anni.

E’ chiaro che l’Italia sia stata sotto attacco premeditato e concordato da parte del blocco francese e tedesco in Europa dal 2010 in avanti. Per verificarlo basta rilevare i tre sintomi critici: la contemporaneità, la convergenza e la persistenza degli obiettivi e delle azioni. Declinatelo nell’attacco a Gheddafi e alla Libia del 2011, nell’invasione senza difese dei migranti o nell’asimmetria economica a svantaggio dei periferici, sempre una costante, nel caso specifico costantemente a svantaggio italiano.

Aggiungiamoci la necessaria considerazione del metodo applicato, il solito metodo coloniale: al di fuori dell’artifizio usato per estrarre ricchezza dai paesi considerati appunto “colonie”, (stiamo parlando del blocco francese e blocco tedesco, gli ex imperi coloniali centro europei, oggi saldati come al tempo di Vichy) (…), principalmente il fine viene raggiunto corrompendo i governanti dei paesi “obiettivo” per far loro prendere decisioni contrarie all’interesse delle loro rispettive popolazioni. La storia è costellata di esempi del genere, nel caso della Francia quasi sempre tragici; basti pensare ad un caso contemporaneo, quello dell’algerino Bouteflika da anni “Presidente malato” e residente dorato a Parigi, mentre la sua gente fa quasi la fame (per l’Italia possiamo forse annoverare tra i cooptati anche una certa magistratura, ad esempio quella che per evitare gli strali di legge si iscrive regolarmente alla massoneria francese, …, la stessa che ha architettato la conquista di Montedison 15 anni fa per intenderci).

Parallelamente va considerata la legnosità dei processi europei, ossia una volta intrapresa un’azione o imparata una lezione, a livello Ue per deviare ci vuole molto tempo. Ad esempio la Germania ha capito che agli italiani basta incensarli mediaticamente, dire che hanno ragione ecc., per poi poter agire nei fatti perfettamente al contrario: nella maggioranza dei casi – avendo dalla propria parte i media – il popolino votante non se ne accorge.

Oggi il governo giallo-verde in Italia ha dato il segnale necessario e richiesto dagli Usa di discontinuità col passato (recente) e con l’Ue in particolare; da Washington ha ottenuto la protezione di fatto, no ingerenze sul suolo italico, tanto da far proferire a Macron le dure parole – dense di significato per l’Italia – “…, Donald, tu non sarai presidente per sempre…”.

Ci troviamo dunque alla verifica della tenuta del governo italiano: solo frasi di supporto verbale all’Italia sui migranti, in realtà nessuna concessione materiale dall’Ue in quanto i migranti continua a non volerli. Dunque, mi aspetto che prima Bruxelles proverà con i metodi “light”, il doublespeak di orwelliana memoria, mediaticamente si dice una cosa e poi se ne fa un’altra. Ad esempio sui migranti: la bozza preparata per l’Italia non cambia di una virgola la sostanza del passato, i migranti devono essere lasciati in Italia senza possibilità di fuga nel centro Ue. Poi si passerà al baratto, “tu Italia tieni tutti i migranti ed io ti permetto sforamenti di deficit e/o ti pago per tenerli”. Il problema è che se si è pagata la Turchia 3.7 mld euro/anno per contenere centinaia di migliaia di migranti difficilmente tale cifra basterà all’Italia. I tedeschi in particolare non sono avvezzi ai metodi spicci, quelli per cui – ad esempio – l’Italia pagò ben 20 mld di dollari a Gheddafi i danni di guerra, tutto sommato un affare per Roma, tanto da segnare la vita del Rais.

Il punto sta in cosa succederà dopo: Germania e Francia potranno e/o vorranno pagare molti soldi per convincere l’Italia a tenersi i migranti? Che so, 2% di deficit aggiuntivo annuo per i prossimi 5 anni sommati a, che so, 20 mld di euro annui di prebenda al paese? Secondo chi scrive vorranno ma non potranno, specialmente i tedeschi causa opinione pubblica.

Or dunque, le opzioni si riducono a due: la prima, l’Ue franco-tedesca prende tempo, precisamente 6 anni aspettando che Trump decada per poi porre fine alla creatura anglosassone ottocentesca nel Mediterraneo, l’Italia, limitando nel mentre i danni in termini di concessioni che, come nel caso greco, non dovranno mai essere strutturali (nessun taglio del debito per intenderci, lo scopo dei colonialisti resta sempre lo stesso, far accumulare debito dalle colonie per poi usarlo come arma di ricatto). Vedremo se la popolazione – soprattutto tedesca – accetterà tale cambiamento di indirizzo imposto dalle contingenze.

La seconda opzione è sfidare gli Usa a tutto tondo e andare quindi anche contro all’Italia destabilizzando il governo filo Trump attuale, alla fine la battaglia è la stessa. Come? O con attentati o con attacchi giudiziari o con attacchi finanziari o – più propriamente – con contrapposizioni a livello Ue. O magari anche con pressioni – non realiste in verità – militari, ad esempio accumulando truppe ai confini con l’Italia, come Parigi sta facendo da tre mesi circa. E magari dando la Legion d’Onore all’ex comandante del fronte occidentale alpino, la Taurinense.

Quello che l’Italia non coglie è che comunque vada, ci saranno forti destabilizzazioni: infatti se anche il governo giallo-verde dovesse (stupidamente) accettare concessioni economiche per 6 anni questo agli Usa di Trump non andrebbe bene, con tutti gli annessi e connessi oltre a considerarlo un tradimento (…) . Ed in ogni caso va notato che per l’Italia accettare il 2% supplementare di deficit per 6 anni non cambierebbe assolutamente la sostanza, l’Italia a termine sarebbe comunque economicamente morta in un contesto in cui l’Ue necessita di impadronirsi dei beni italici per superare la crisi attuale.

Resta l’arma atomica, rinegoziare i trattati Maastricht, fiscal compacte addirittura permanenza nell’euro se il caso, passando per l’introduzione di una valuta parallela che ne assorba in gran parte gli effetti pratici. Vedremo se il governo italiano sarà sufficientemente forte e preparato per questa immane sfida, che dovrà vedere schierato a supporto anche il deep state nazionale (amministrazione pubblica e soprattutto ministeriale), la vera spina nel fianco del Paese.

Banche: Nouy (Bce), governance più forte aiuterà a resistere a prossima tempesta

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Le migliorie in termini di governance aiuteranno le banche “a resistere alla prossima tempesta, e questo è nel loro stesso interesse”.

Lo ha detto Daniele Nouy, responsabile del Supervisory Board della Bce, al seminario di Jan Sijbrand “From Lehman to Bitcoin – trends and cycles in financial supervision”.

“Lasciate che vi faccia un esempio. L’esperienza della crisi finanziaria mostra chiaramente una cosa: i consigli di amministrazione delle banche non erano sempre in grado di prendere decisioni valide in materia di gestione aziendale e dei rischi. Questo deve cambiare perché i rischi possono essere mitigati solo se i board delle banche li comprendono pienamente. Un giorno, la prossima crisi arriverà. E le banche saranno in grado di resistere solo se capiscono il quadro completo e hanno l’abitudine di prendere decisioni informate”, ha detto la responsabile.

“Secondo: quali sono le scelte delle banche? Cattiva gestione e gestione del rischio possono ostacolare il processo decisionale e persino portare a perdite finanziarie. Quindi, potrebbe essere meno costoso per le banche migliorare la loro governance e gestione del rischio. In effetti, le nostre aspettative offrono alle banche una grande opportunità per migliorare la governance a un costo ragionevole. Terzo, assegnare chiaramente compiti e stabilire i giusti incentivi può aiutare a motivare il personale. Sono sicuro che tutti i dirigenti di questa sala concordano sul fatto che il personale altamente motivato è un fattore di successo che non dovrebbe essere sottovalutato”.

cce

(END) Dow Jones Newswires

June 21, 2018 09:31 ET (13:31 GMT)

Banche: Nouy (Bce), Cda pletorici rallentano decisioni importanti

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“La dimensione dei consigli di amministrazione delle banche non dovrebbe ostacolare il loro processo decisionale. A volte è difficile assumere una decisione quando troppe persone siedono attorno al tavolo. Ciò è particolarmente rilevante nelle situazioni di crisi, quando le decisioni devono essere prese rapidamente”.

Lo ha detto Daniele Nouy responsabile del Supervisory Board della Bce parlando al seminario di Jan Sijbrand ‘From Lehman to Bitcoin – trends and cycles in financial supervision’.

“La conoscenza collettiva delle schede può ancora essere migliorata. Una conoscenza approfondita è particolarmente importante per sfidare il senior management su argomenti più tecnici come la digitalizzazione, l’IT, i modelli interni e la regolamentazione”.

cce

(END) Dow Jones Newswires

June 21, 2018 09:06 ET (13:06 GMT)

Lettera di un’azionista Veneto Banca

pane-e-finanza.it 5.12.17

Ho ricevuto questa mail dalla signora Maria Teresa Roda, azionista di Veneto Banca. Mi ha permesso di pubblicarla sul sito, e lo faccio volentieri perché ci dà molto materiale su cui riflettere

Gentile professore,

Mi scuso per non essermi più fatta viva. Mi sono messa a studiare, dopo l’ultima lettera ed ho lasciato “il cantiere” aperto . Poi mi sono occupata d’altro al paesello per la giornata mondiale della violenza contro le donne. Quando ho potuto rimettere un po’ la testa sulla questione banche mi sono accorta di quanto in poco tempo tutto bruci, almeno relativamente all’informazione, molto meno per quanto concerne la prospettiva di soluzione dei problemi. Ora le venete sono uscite dal cono illuminato della Commissione di inchiesta. La stampa ha, ancora una volta, fuorviato l’attenzione dando in pasto all’opinione pubblica la questione dei primi 100 creditori, con titoli d’effetto ma vuoti , giustamente criticati anche da Seminerio nei suoi post.

Ma andiamo con ordine seppur schematicamente ed in modo descrittivo che è l’unico che riesco a dominare, forse.

La Commissione di inchiesta ha evidenziato dei vuoti di responsabilità e numerose falle di interconnessioni mancate tra Bankitalia e Consob. Hanno tentato di difendersi e delineato il confine oltre il quale non era loro compito andare. Ora c’è un fascicolo depositato anche sull’eventualità che possa esserci responsabilità penale anche nei loro confronti ma va dimostrato il dolo, se ne occuperà la Procura. Pur essendo nel frattempo mutate le regole di funzionamento di Bankitalia divenuta una “emissaria” delle BCE emerge la necessità di riformare il sistema dei controlli. Si dirà che non essendoci più le popolari, passate a SPA, parte del problema, quello, ad esempio del prezzo delle azioni, è eliminato. Ma non è eliminato il rischio dell’assenza di regole sull’uso dei risparmi per fare finanza se si pensa a colossi come la COOP che guadagnano più dalla finanza che dai carrelli della spesa, o, al risparmio dei libretti postali. Quindi non solo Bankitalia e Consob non ne sono uscite bene ma rimane sul tappeto tutta la problematica di come il risparmio protetto dall’art. 47 continui a servire a fare finanza spesso non buona.

Tornando alla questione che ho seguito più da vicino, quella della Veneto Banca/Intesa. Sono andata a ristudiare il suo minuzioso lavoro (Buono , brutto e cattivo) e, a distanza di tempo mi è servito a rifocalizzare la questione. A mio avviso formalmente chiusa, ma tutt’altro che chiusa perché, come in tutte le transizioni non possono esserci cesure secche.

Entro la prima quindicina di dicembre si chiuderà la fase della “Due diligence” , partita in ritardo per mancata nomina del rappresentante MEF che fa parte del gruppo di lavoro. Si deciderà sugli immobili ed una partita di dismissioni che vale 800 milioni. Seguirà pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del Decreto, a seguito della quale ci si potrà , entro 60 gg iscrivere al passivo. Mentre tutti seguono la Commissione noi non sappiamo se lo “sbilancio” oscillerà più verso i 5,3 miliardi o i 6,3 miliardi . E non è poco. La stampa esce a caratteri cubitali sui primi cento debitori alcuni dei quali dovrebbero qualche milione e nessuno si preoccupa di sapere come e chi definirà lo “sbilancio” di cessione, come e se verrà reso pubblico l’esito di tale operazione. I costi di garanzia dello Stato ugualmente sono elevati ma nessuno si sofferma su questi aspetti e sull’ammontare . Per converso ci comunicano che in finanziaria si stanziano 25 milioni [all’anno per due anni, vedi testo approvato in Senato] per un fondo che riconosce che vi è stata truffa. Se verrà approvato una palese dichiarazione di illegalità a cielo aperto.

Ma l’aspetto più problematico, a mio avviso è rappresentato dai 4 miliardi di garanzia che scadranno nel 2020. E’ una cifra molto consistente; dentro a questa fase molto delicata stanno molti interrogativi, ai quali avevo già accennato. La LCA nel passaggio alla SGA riconosce ad Intesa la possibilità di fare “Servicing”; come lo farà? Chi presiede? I liquidatori? Quale trasparenza dopo le recenti vicende che inducono a non fidarsi di nessuno? Molti dei crediti deteriorati non lo sono o sono frutto di anatocismo e di usura con procedure legali in corso, altri lo sono dentro ad una partita di giro di chi si è indebitato perché è stato indotto comprare azioni ed ora deve rientrare ed è il caso di molte aziende. Per cui se il 2020 sembrava un tempo molto lungo di copertura e di garanzia, in realtà è invece un tempo molto corto per ristrutturare il proprio debito ed è probabile che se Intesa/Servicing stringe troppo i cordoni si crei un circuito negativo tanto per l’economia del territorio quanto per le potenzialità dei crediti in bonis e quindi, meno rientri ci saranno e maggiori saranno le coperture a garanzia che lo Stato dovrà soddisfare anche se a tutt’oggi tale danaro è solo nominale e fa capo ai 20 miliardi del “salvabanche”.

In tutto ciò, tra le pieghe dell’attuazione del decreto 99 ci sono, lo dico da profana, più spazi aperti che non in finanziaria. E, a ben vedere, il ristoro dei creditori potrebbe essere visto in un circuito virtuoso che tenda a recuperare in bonis il massimo possibile ed abbassi così le garanzie dello Stato. Viceversa se si taglierà con l’accetta, con fidi ad alti tassi, come pare annunciato, alla fine del 2020 i 4 miliardi del “credit default swap” [la garanzia statale sui crediti “ad alto rischio” retrocedibili] serviranno tutti. Fin ora si è lavorato sulle proiezioni ma ora si sta lavorando sulla realtà. Intesa ha ereditato il meglio dell’economia veneta e le potenzialità di un territorio; a quali condizioni di nuovo credito a fronte del disastro precedente? Perché lo stato non dovrebbe poter riaprire un tavolo con Intesa? Queste sono, in sintesi, le mie riflessioni su una partita apparentemente chiusa ma che ha invece margini di oscillazione di qualche miliardo.

Ma come si mostrò falsa la profezia di Lenin sulla conduzione dello stato da parte di una cuoca, io penso che sia meglio che torni a fare davvero solo la cuoca o ad occuparmi di altro; mi duole pensare che con gli stessi soldi di salvataggio si sarebbe potuto sanare anche le ferite degli ex azionisti truffati in una prospettiva di patto con Intesa e la ripresa del territorio.

Cordialità e buone feste

Maria Teresa Roda

Gentile professoressa [la signora Roda è un’ex dirigente scolastica],

mi attacco alla sua citazione da Stato e rivoluzione di Lenin

cuoca

Contiene una grande verità. Se da un lato è vero che le crisi bancarie, come il governo di uno Stato, sono materia da addetti ai lavori, dall’altro spetta a ogni persona il sacrosanto il diritto di giudicare gli addetti ai lavori che promettono di rimediare ai guasti provocati. Ammiro moltissimo la sua tensione a capire come sono andate le cose, a cogliere la verità della storia prima che a cercare convenienze particolari dall’una o dall’altra versione che se ne può dare.

Se in Commissione banche i membri parlamentari o le persone interpellate tenessero il suo atteggiamento, si farebbero passi da gigante. Invece il tema dominante è ormai diventato primum nocere ai propri avversari politici, usando come oggetto contundente qualunque persona o cosa capiti a tiro.

Il tema che lei mette al centro della sua riflessione (la sostenibilità degli impegni lasciati in carico alle ex banche in liquidazione) è la questione capitale. In effetti la strada della liquidazione ordinata senza risoluzione né dichiarazione dello stato di insolvenza è un sentierino stretto che attraversa una landa inesplorata. Al momento le carte dicono che gli attivi delle due ex banche sono in grado di sostenere il debito verso Intesa e verso lo Stato, e che potrebbe avanzare qualcosa per i detentori di subordinate e magari anche per gli azionisti. I liquidatori hanno onestamente ammesso, in audizione (vedi mio post), che si tratta di una probabilità esigua e che la strada per far partire il processo di recupero degli attivi e smaltimento dei debiti sarà lungo e complicato. Vedo che lei ha raccolto sul campo preoccupazioni analoghe.

Delle prospettive della LCA si preoccupano anche i commissari Bonifazi e Del Barba (di stretta fede renziana) estensori delle dieci domande pubblicate sull’organo del Pd “Democratica”:

Luca Erzegovesi@lerzegov

Dai parlamentari Pd Bonifazi e Del Barba 10 domande sulle Popolari venete alla commissione d’inchiesta sulle banche https://www.democratica.com/focus/dal-pd-dieci-domande-alla-commissione-dinchiesta-sul-sistema-bancario/ 

Dal Pd dieci domande alla commissione d’inchiesta sul sistema bancario

I parlamentari Bonifazi e Del Barba hanno depositato dieci domande sulla Popolare di Vicenza e di Veneto Banca con particolare riferimento alle modalità con cui Banca d’Italia ha svolto il suo ruolo…

democratica.com

L’ultima delle dieci domande recita così:

Valore dei crediti deteriorati di Veneto/Vicenza non ceduti a Intesa. Quale è il reale rischio di nuove perdite per lo Stato?

  1. È stato Barbagallo a firmare che il valore recuperabile dai crediti deteriorati di Popolare Vicenza e Veneto Banca è €9.9bn, ovvero il 55% del valore nominale? Se è stato lui, si rende conto del potenziale danno per i risparmiatori di una valutazione di mercato di questi crediti inferiore al 55%? Oggi le banche Europee valutano i propri crediti deteriorati tra il 35% e il 45%. Una valutazione prudente, e attenta a salvaguardare i contribuenti – che sarebbero poi chiamati a coprirne le perdite – non avrebbe dato una valutazione del 55% ai crediti deteriorati delle due banche.

Pare che gli esponenti Pd paventino un buco del valore degli attivi rispetto ai debiti privilegiati, che potrebbe costare parecchio allo Stato, quindi ai contribuenti. Il DL 99 ha stimato in 700 milioni la perdita attesa derivante da questo rischio. Realisticamente, pare stimata per difetto. Se le cose stanno così, la probabilità per i risparmiatori di recuperare qualcosa dalla liquidazione sono remote.

Ed ecco che si cercano soluzioni parallele per assicurare una minima prospettiva di ristoro, come promesso dal sottosegretario Baretta, ambasciatore del Governo tra i risparmiatori delusi. Si tratta del provvedimento che lei cita e che al momento si configura così nella legge di bilancio per il 2018 approvata al Senato:

Luca Erzegovesi@lerzegov

Già, il Fondo di ristoro finanziario inserito nella Legge di bilancio 2018. Qui testo approvato al Senato http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01059008.pdf 
Sì, pannicello che crea lavoro per gli avvocati, delusione tra i risparmiatori truffati, rabbia, pannicelli futuri https://twitter.com/pontellif/status/936907861547872256 

francesco.pontelli@pontellif
In risposta a @federicofubini @lerzegov

Se successivamente al riconoscimento di un giusto diritto non consegue un’adeguata dotazione finanziaria…

Viene meno lo stesso riconoscimento del diritto ….http://www.ilpattosociale.it/news/5893/Il-costo-reale-del-rapporto-fiduciario.html 

Servirebbe un consulto di giuristi molto bravi per dare un senso concreto alle condizioni di questo inedito meccanismo di ristoro, alternativo a quelli già attivati (il fondo presso il Fitd con procedimento forfettario o arbitrato Anac, limitatamente ai titoli subordinati), ma non cumulabile. Si continua nell’ardita rappresentazione di un recupero dell’attivo che non configura insolvenza, e pertanto non fa scattare le temutissime fattipescie di reato per bancarotta (che darebbero una svolta ai procedimenti penali in corso) oltre ai meccanismi di tutela della par condicio creditorum. Come corollario, si apre una lista di attesa per risarcimenti in modalità first come, first served a favore dei risparmiatori che «hanno subito un danno ingiusto, riconosciuto con sentenza passata in giudicato o altro titolo equivalente». Un professionista che segue assiduamente il tema delle crisi bancarie congetturava che il decreto di attuazione di questo ristoro potrebbe assimilare a sentenza della Cassazione la semplice ammissione al passivo della LCA:

Luca Erzegovesi@lerzegov

Non ho idea di che cosa sia un titolo equivalente a una sentenza della Cassazione. Faranno un decreto-legge che le equipara un lodo arbitrale dell’Anac?
A quel punto potremo abolire il Senato con un’ordinanza del Prefetto di Roma. https://twitter.com/salcatal/status/936924860751552512 

Carmelo Catalano@salcatal

Capito! Probabilmente si tratta dell’ammissione al passivo delle banche in LCA, al fine di restringere, de facto, il fondo alle sole venete.

Ci vuole un concentrato di dottrina giuridica per approfondire la questione, e mi guardo bene dal farlo in modo dilettantesco. Si dovrebbe anche stimare il conquibus necessario per dar soddisfazione ai risparmiatori danneggiati, al netto dei ristori che passeranno dal canale Fitd. Ho il timore che 50 milioni in due anni non bastino, anche perché stiamo parlando di una richiesta di risarcimento o di rimborso a carattere ordinario, per cui ogni ricorrente dovrà farsi carico di spese legali significative.

Lei giustamente solleva un altro tema:

Perché lo Stato non dovrebbe poter riaprire un tavolo con Intesa?

Apprezzo molto il fatto che lei ponga la questione avendo a cuore tutti gli attori in gioco, mettendo le imprese che rischiano la revoca dei fidi prima dei risparmiatori che aspettano di essere in qualche modo ristorati. Questo secondo gruppo, di cui lei fa parte, ha le sue buone ragioni. Tuttavia, il DL 99 prevede numerose deroghe al diritto civile e fallimentare messe lì per blindare il gruppo acquirente dalle pretese risarcitorie degli ex clienti delle banche liquidate. Non so proprio come si potrebbe riaprire il tavolo. Forse lo si potrà fare dopo aver chiuso la due diligence e aver fatto un quadro più realistico dei tempi e dei valori del processo di recupero. Se dovesse emergere un disavanzo di cessione più ampio di quello stimato nello scorso giugno, cambierebbero tante cose, anche in termini di impegno per cassa dello Stato, verifica delle condizioni di non insolvenza, etc. Un campo minato. Non mine antiuomo, ma ordigni anticarro che potrebbero aprire delle voragini.

È prematuro fare qualsiasi anticipazione, e quindi non è ancora tempo di fasciarsi la testa prima di essersela rotta. È certo che, tra i molti fronti aperti, si dovrà tenere un occhio anche su quello degli azionisti truffati.

Il quadro giuridico, non meno di quello politico, è molto confuso. Ma la confusione è troppa perché prima o poi non si decida di fare qualcosa per disinnescarla. Perché si faccia qualcosa occorre prima che si abbia una misura del problema (quanti risparmiatori, a che titolo danneggiati, con quali pretese risarcitorie), e poi si vedrà che cosa si può fare. I 50 milioni appostati per la buona volontà del ssg Baretta potrebbero risultare offensivamente irrisori. A quel punto si dovrà decidere se dire “Spiacenti, il bar chiude a mezzanotte”, oppure procurare altre risorse.

Come ho più volte ricordato, c’è stato in Spagna il precedente di Bankia, dove la banca ricapitalizzata dallo Stato ha risarcito tutti i sottoscrittori dell’ultimo aumento di capitale. Quest’anno si è presentato il caso (ancora in fieri) del Banco Popular, dove questo compito è stato passato all’acquirente gruppo Santander. Come ricordavo, l’impianto inedito del salvataggio delle venete sembra concepito per dire di no all’una e all’altra via spagnola di tutela dei risparmiatori, nella piena legalità.

Tuttavia, la stessa Commissione di inchiesta sta dando un risalto esasperato alle mancanze commesse nella gestione delle crisi aventi rilievo penale, e tra queste spiccano le comunicazioni false e omissive in occasione delle più recenti emissioni di azioni e altri strumenti di capitale (falso in bilancio, falso in prospetto, aggiotaggio). Nel caso delle quattro banche, per le quali l’insolvenza è stata dichiarata, è aperta l’ipotesi di bancarotta fraudolenta o dissipativa. Sarà forse soltanto un polverone che si poserà dopo le elezioni, ma anche le Autorità di supervisione sono sotto attacco (irresponsabilmente, a mio parere). In questo clima, mi chiedo quale Governo si prenderà il rischio di far digerire agli azionisti di BPVi e Veneto banca il dura lex, sed lex del DL 99. Sarà molto difficile farlo se nel frattempo gli investitori delle quattro banche e di Mps riusciranno a far valere le loro ragioni.

Sarà una storia ancora lunga. Le consiglio di continuare a seguirla. C’è bisogno che i politici, i liquidatori, i dirigenti del nuovo ramo veneto di Banca Intesa abbiano di fronte persone come lei. È importante non soltanto per tutelare meglio i suoi diritti, ma soprattutto per risvegliare nei suoi interlocutori un senso del bene comune che nel clamore delle proteste sguaiate e delle promesse irrealizzabili andrebbe perso, irreparabilmente.

Banche venete a Intesa San Paolo, vince la legge del più forte

Fabrizio Patti linkiesta.it 22.6.17

Con un comunicato Intesa Sanpaolo ha reso chiare le sue richieste per comprare la parte sana di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Le condizioni sarebbero estremamente favorevoli. Un epilogo probabilmente cercato da tempo da Ca’ de Sass. Che comunque rimane l’unica banca di sistema in circolazione

Dopo tante indiscrezioni è arrivata la posizione ufficiale. Intesa Sanpaolo è effettivamente disponibile a rilevare, a prezzo simbolico, la parte sana di quelle che abbiamo imparato a conoscere come le “due banche venete”, ossia Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Dire parte sana è dire poco. Nel comunicato emesso dopo il cda Intesa detta delle condizioni draconiane: tutta l’operazione non potrà intaccare né il coefficiente patrimoniale, Cet1, né la propria politica di dividendi (solo poche ore prima Mediobanca aveva ipotizzato che l’operazione avrebbe ridotto il dividendo da distribuire del 90 per cento). Come potrà arrivarci? Togliendo dalla parte sana non solo le sofferenze, le inadempienze probabili e le posizioni scadute, ma anche riservandosi di filtrare i crediti in bonis considerati ad alto rischio. Non solo: parte delle attività potrebbero essere dismesse, vale a dire le “partecipazione e altri rapporti giuridici considerati non funzionali all’acquisizione”. Si andrebbe verso quello “spezzatino” di cui ha parlato domenica scorsa Roberta Paolini sul Mattino di Padova, articolo che dava anche conto di un incontro avvenuto due giorni prima tra il ministro dell’Economia e finanze Pier Carlo Padoan e Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo.

L’operazione è comunque ben lontana da una soluzione. I passaggi sono moltissimi, anche perché rispetto allo schema seguito finora, cioè una risoluzione portata avanti seguendo le regole della direttiva europea Brrd, si cambia spartito. Dopo che è caduta la richiesta della Commissione europea che dei soggetti privati mettessero 1,2-1,25 miliardi di euro, che avrebbero permesso la ricapitalizzazione precauzionale a cura dello Stato, la strada sarà quella della liquidazione coatta amministrativa (Lca). Strada che, dal punto di vista italiano, può avere dei vantaggi: una procedura del genere potrà essere gestita da Mef (per il decreto) e Banca d’Italia. Uscirà di fatto di scena la Bce, mentre rimarrà in campo la Commissione europea, attraverso la Dcomp guidata da Margrethe Vestager, per verificare la presenza di aiuti di Stato. Con questa strada vengono meno alcuni margini di manovra nella gestione delle attività garantite dalla Brrd, ma si eviterà il bail-in: a essere azzerati saranno gli azionisti e i possessori di bond subordinati ma non i possessori di bond senior. Lo sbocco è la divisione delle banche, con la creazione di una bad bank, in cui far confluire tutti i crediti deteriorati, e di una good bank. Non essendo più in gioco Atlante (troppo piccolo e comunque impegnato, con Atlante 2, a tappare la falla lasciata in Mps dall’uscita dei fondi Fortressed Elliott dalla trattativa sulla cartolarizzazione degli Npl della banca toscana), sarà lo Stato a intervenire direttamente, probabilmente attraverso delle garanzie.

Meglio però usare il condizionale e mille cautele, perché un ok dalla Commissione europea, se arriverà in presenza di un intervendo diretto dello Stato in una bad bank (impensabile fino a pochi mesifa), dipenderà da molti dettagli, come i valori di conferimento degli Npl nella stessa bad bank. Se si pensasse che tutto è già stato pensato e discusso con Bruxelles si sarebbe fuori strada. Una spiegazione di dettaglio utilissima per la sua chiarezza si ritrova nel post del professor Luca Erzegovesi, sul blog Pane-e-Finanza.

Nel comunicato emesso dopo il cda Intesa detta delle condizioni draconiane: tutta l’operazione non potrà intaccare né il coefficiente patrimoniale, Cet1, né la propria politica di dividendi. Come potrà arrivarci? Lasciando alla bad bank non solo le sofferenze, le inadempienze probabili, i crediti scaduti. Ma anche selezionando i crediti in bonis e procedendo allo spezzatino: quel che non serve non si prende

C’è poi un secondo passaggio, tutto politico. Questo intervento dello Stato non si può fare attingendo ai 20 miliardi a suo tempo destinati alle ricapitalizzazioni precauzionali. Serve un nuovo decreto, che andrà convertito entro 60 giorni dal Parlamento. Chi segue da vicino la vicenda pensa che sia questo il passaggio più delicato, con un Pd su cui pesano le vicende del papà Boschi e di Consip e in un clima da resa dei conti in una maggioranza sempre più fragile e vicina alle elezioni.

Se anche le cose andassero in porto, c’è da riflettere su come interpretare la piega che hanno preso gli eventi nelle ultime due settimane. Le interpretazioni sono almeno due. Una è più benevola verso Intesa. Parte dal presupposto che il sistema bancario italiano non è stato più in grado di reagire alle richieste di Bruxelles. Dopo i prelievi di sangue non solo delle varie ricapitalizzazioni, ma anche degli interventi a supporto del fondo di tutela interbancario prima e poi di Atlante, i vari istituti di credito hanno risposto picche a una richiesta pur relativamente modesta, di 1,2 miliardi di euro. La stessa Unicredit, che dopo l’ultimo aumento di capitale vede le fondazioni italiane in posizione marginalissima, non si è detta disponibile a entrare in tandem con Ca’ de Sass dentro le due venete. Quindi non rimaneva che Intesa, la quale oggi ha tre caratteristiche: ha i conti molto in ordine, ha un marchio forte, al punto da poter far resuscitare quelli compromessi di Pop Vicenza e Veneto Banca (che tali sarebbero rimasti probabilmente anche in caso di rebranding) e soprattutto è l’unica banca di sistema rimasta.

L’ostacolo maggiore ora è politico. Per l’intervento dello Stato serve un nuovo decreto, da convertire entro 60 giorni in Parlamento. Chi segue da vicino la vicenda sa che non sarà facile farlo passare, con un Pd su cui pesano le vicende del papà Boschi e di Consip e in un clima da resa dei conti in una maggioranza sempre più fragile e vicina alle elezioni

Ma ci sono interpretazioni molto meno benevole. Basta dare un’occhiata al tono di un commento per gli investitori diffuso da Mediobanca (società che in questa partita ha supportato il breve affaccio sul campo da gioco di Iccrea). «Il nostro modello “plug and play“ conferma che se rimanessero tali condizioni, questo (…) porterebbe a una crescita dell’Eps (utile per azione) del 6%…o a un accordo quasi troppo buono per essere vero…primariamente per Isp (Intesa Sanpaolo, ndr)…ma anche per le banche italiane che avrebbero altrimenti dovuto sopportare i costi materiali delle perdite». Finito? No. «La situazione – continua Mediobanca – rimane ambigua e sarà probabilmente confermata nei prossimi giorni, con la principale ambiguità che pende su chi alla fine pagherà il conto della banca, ossia o lo Stato (i contribuenti) o il fondo di risoluzione/fondo di garanzia dei depositi (banche)». E via così, con la prospettiva di una «via lassista per facilitare una conclusione positiva della storia». Fino al colpetto finale. «Ci chiediamo se a condizioni tanto favorevoli altri grandi e credibili offerenti si sarebbero seduti a bordocampo».

Un’altra interpretazione meno benevola parla di un calcolo fatto da Intesa, che ora raccoglie i frutti della strategia. È stato scientifico, è il ragionamento, aver detto, da parte del Ceo di Intesa Carlo Messina e del presidente della Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti, che Ca’ de Sass non avrebbe messo neanche un euro nelle due banche. Senza il primo passo della banca più forte italiana non si sarebbero mosse neanche quelle gregarie, e così in effetti è stato. Poi è stata questione di tempo. Con il passare delle settimane la sfiducia nelle due banche venete si è aggravata, qualsiasi attività commerciale si è bloccata. Intesa ha avuto gioco facile a presentarsi al governo come l’unica banca solida rimasta sul mercato italiano, o meglio l’unica banca di sistema (perché interessata era anche la francese Bnp Paribas). Sulla base di questa posizione di forza, ha potuto permettersi richieste molto più favorevoli, per esempio, rispetto a quelle che nelle scorse settimane hanno permesso a Santander di acquisire Banco Popular, in Spagna: sì acquisto a un euro, ma anche impegno a fare aumenti di capitle negli anni successivi per 7 miliardi di euro. La differenza è però nel fatto che Banco Popular, pur gravato da scandali, era commercialmente ancora valido e con un cost/income basso. Le due venete hanno alti costi di gestione e un mercato fortemente compromesso.

«Ci chiediamo se a condizioni tanto favorevoli altri grandi e credibili offerenti si sarebbero seduti a bordocampo»

Mediobanca, commento per investitori

Chi pensa che l’operazione di sistema, con risoluzione, si sarebbe potuta fare, pensa che le due banche, ridenominate, avrebbero potuto avere un futuro commerciale. È un punto del ragionamento su cui si può dubitare. Con l’arrivo di Intesa, in ogni caso, i tagli saranno in ogni caso molto più pesanti di quelli previsti dai piani precedenti delle due venete, perché non si tratta più di integrare due reti ma tre: c’è anche quella della stessa Intesa Sanpaolo, che avrebbe quindi la possibilità di fare tagli nelle proprie filiali nel Nord-Est. Tirando le somme, Intesa si ritroverebbe in posizione dominante sul mercato veneto con il minimo sforzo.

Di certo, quale delle due interpretazioni si voglia sposare, c’è il fatto che il sistema bancario italiano deve fare i conti con la presenza di un solo soggetto di sistema. Il suo ruolo è diventato quasi egemone. Basti pensare ai vari fatti di cronaca finanziaria dell’ultimo anno. Intesa ha vinto la battaglia per Rcs, dove sosteneva Urbano Cairo contro la cordata Bonomi supportata da Mediobanca. Ha vinto la gara per l’acquisto dell’Ilva, dove affianca Arcelor Mittal e Marcegaglia. Si è proposta, in un’altra lotta con il mondo Mediobanca-Unicredit, come il campione nazionale che avrebbe garantito l’Italianità delle assicurazioni Generali. Ha fatto sentire forte la voce dei privati sull’impossibilità di mettere altri soldi in Alitalia. Il rapporto con gli ultimi governi sembra simbiotico. Vista in questi termini, il finale a cui si sta assistendo sulle banche venete sembra scontato.

Resta il fatto che il sistema bancario italiano deve fare i conti con la presenza di un solo soggetto di sistema, Intesa Sanpaolo, il cui ruolo è diventato egemone. Basti pensare alle vicende di Rcs, Ilva, Alitalia

Dedicato a chi non ha capito nulla delle due Banche Venete

Massimo Bordin 27.6.17 micidial.it

Se uno vuol capirci qualcosa fa davvero fatica, perché tra crediti deteriorati, il rifugio di Zonin in Sudafrica, bail-in e bail-out, davvero si fa fatica. Una cosa è certa: anche se ci piace lavorare, anche se ci piace produrre, noi veneti ci abbiamo fatto una figura di merda epocale.

Se si vuol capire la partita delle due banche venete occorre coglierne l’aspetto politico locale, più che quello tecnico.

I veneti sono gran lavoratori, e sono più solidali di come li dipingono e gli piace molto fare volontariato. Ma sopra a tutte queste cose ci sono i soldi, i mitici schei, visti come una forma di riscatto da un passato postunitario fatto di miseria, di emigrazione, e di isolamento politico.

Le donne venete ritratte nei film di Cinecittà erano tutte serve, e il maschio veniva raffigurato anche nella commedia dell’arte come Pantalone, un tirchio un po’ stupido (da noi si direbbe “mona”), costretto sempre a pagare il conto. Quindi il lavoro duro e una forte propensione al risparmio permise ai veneti il riscatto ed ancor oggi il territorio a destra dell’Adige può essere considerato, a ragione, la locomotiva del Paese, soprattutto per le esportazioni.

Ma con le Banche i veneti hanno agito come tutti gli altri, e forse anche peggio.

Sulla soluzione non c’è molto da dire: l’Europa ha pubblicizzato il bail-in, cioè il fallimento interno senza aiuti statali, ma siccome quegli IDIOTI di Bruxelles si sono resi conto che ogni volta sarebbe stato un nuovo caso Lehman Brothers, concedono adesso che si faccia un bail-out, cioè che lo Stato ci metta una toppa. In pratica succederà questo: le 2 banche venete verranno digerite da Banca Intesa SanPaolo, il più grosso istituto di credito italiano, grazie ad un contributo plurimiliardario del Governo (cioè, paghiamo noi).

Ciò non basterà, ovviamente, e un ramo molto grosso dei due istituti è costretto a cadere e sfracellarsi, con migliaia di lavoratori chiappe a terra.

Cose già viste in Germania, in Spagna, in Inghilterra. Insomma, in Italia non si farà niente che non si sia già visto all’estero, ove questi salvataggi al ribasso li hanno già fatti in passato e anche più consistenti.

Ciò che mi fa incazzare è l’analisi, cioè il COME si sia arrivati a questo punto.

La vogliamo dire chiara chiara?

I veneti hanno concesso enormi prestiti a terzi che non erano solvibili. Hanno prestato ad imprenditori amici, con prezzi inferiori  a quelli degli istituti concorrenti.

Delusi? Pensavate a chissà cosa? Invece, è tutto qua: la solita manfrina dell’amico dell’amico dell’amico. Nel miglior blog sulle banche presente online, linker di Fabio Bolognini, si ricorda che “tra il 2008 e il 2012, gli impieghi di Veneto Banca sono saliti del 64% e per Popolare di Vicenza del 35%. Era anche facile fare questi numeri, perché nel frattempo le altre banche si andavano ritirando.

Con una metafora, i veneti si sono comportati come Alberto Sordi e Vittorio Gassman nel film la Grande Guerra di Mario Monicelli. Si sono addormentati (sugli allori) e quando si sono risvegliati i nemici avevano da tempo occupato tutto il dormitorio.

Non solo: Veneto Banca e Popolare di Vicenza hanno accantonato prestiti in misura inferiore ai concorrenti, trovandosi con meno denaro in cassa. Poi è arrivata la crisi che conosciamo tutti e molte imprese in Veneto sono fallite, facendo crescere il problema in maniera esponenziale.

Infine, ciliegina sulla torta, quando risultò evidente che le sofferenze erano troppe, alle banche venne concesso di raccogliere soldi dalla clientela normale, senza regole.

Quest’ultimo aspetto è un pallino “keynesiano” di questo sito: senza regole rigide in ambito finanziario ci sono i fallimenti, ANCHE per i virtuosi. Senza regole non c’è speranza di riettere in piedi il paese, ma il capitalismo globalizzato non le vuole.

Come sono stati concessi nuovi prestiti? Prima con al sottoscrizione di azioni, poi con le obbligazioni subordinate. Sono i cosiddetti “prestiti baciati”, e il buco si è allargato fino alle dimensioni attuali

Come si è scoperto tutto questo meccanismo alla Madoff? Grazie a due ispezioni, la prima della Banca d’Italia, la seconda della Bce. In mezzo al marasma che ne è subito seguito troviamo Atlante e la S.p.a. e blablabla, i rimedi della nonna che sappiamo e che non sono bastati.

Due osservazioni meritano attenzione:

  • sul ramo marcio sono seduti in tanti, risparmiatori e soprattutto lavoratori dipendenti
  • i politici veneti, e io ci metterei anche il governatore Zaia seppur alla lontana, non hanno più “banche del territorio che possano consentire altri giri di giostra, cioè prestiti agli amici, comode poltroncine, ecc. ecc. Speriamo almeno che i pezzi grossi rimasti sul territorio, come la Banca di Credito Cooperativo di Tarzo, leggano e capiscano bene ciò che scrivo qui e che non cadano nella tentazione che fu fatale alla Popolare di Vincenza e alla montebellunese Veneto Banca.

Cdp, Ferrovie, Tesoro. Che cosa si dice nella maggioranza di governo

 startmag.it 21.6.18

Cassa depositi e prestiti

Nessun accordo ancora sui vertici della Cassa depositi e prestiti appannaggio del ministero dell’Economia.

E’ questa l’indiscrezione raccolta da Start Magazine da fonti dell’esecutivo dopo il vertice che, secondo il Sole 24 Ore, si è tenuto ieri sera tra Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Giovanni Tria.

La data clou in calendario per l’assemblea è il 28 giugno, in prima convocazione. Ma per gli elenchi dei candidati la scadenza è il 25 (dovrebbero essere depositate quattro giorni prima dell’assemblea,nota oggi Mf/Milano Finanza, ma il 24 è domenica).

Per quella data si dovrebbe arrivare a una lista unitaria tra il ministero dell’Economia, che detiene l’83% di Cdp e ne esprime l’amministratore delegato, e le fondazioni bancarie, al 16%, cui spetta la nomina del presidente.

Tuttavia – ha scritto Repubblica – i tecnici di via XX settembre stanno studiando le formalità per tenere aperta l’assemblea, che per legge deve approvare il bilancio 2017 entro fine giugno, così da presentare entro i 45 giorni successivi una lista unica di nomi per il cda.

Ieri la scelta degli enti rappresentati dall’Acri, all’unanimità, è caduta su Massimo Tononi, già in Goldman Sachs, in passato sottosegretario al Tesoro nel governo Prodi, ex presidente di Mps (uscì dalla banca dopo rapporti deteriorati con il Tesoro di Padoan che su mandato su Renzi defenestrò Fabrizio Viola da capo azienda di Mps).

Resta da decidere il nome dell’amministratore delegato. E si parla anche della figura di direttore generale. Lo schema su cui governo, Tesoro e maggioranza stanno ragionando prevede come amministratore delegato Dario Scannapieco, attuale vicepresidente della Bei (Banca europea per gli investimenti), e come direttore generale Fabrizio Palermo, ora direttore finanziario della Cassa depositi e prestiti.

Scannapieco, un tecnico non organico né al Movimento 5 Stelle né alla Lega, già direttore privatizzazioni al Tesoro con Mario Draghi dg ai tempi del governo Ciampi, non trova contrarietà di principio da parte dei vertici dei Pentastellati né da parte della Lega. Anzi. Giancarlo Giorgetti, figura di peso della Lega di Salvini nella partita delle nomine, conosce da svariati anni Scannapieco con cui ha avuto rapporti istituzionali per gli incarichi parlamentari e governativi ricoperti in passato.

Fabrizio Palermo è gradito da ambienti del Movimento 5 Stelle. Ma sulle nomine in Cdp potrebbe esserci un “effetto Lanzalone” (qui l’approfondimento di Start Magazine).

La continuità con la passata gestione di Cdp che di fatto, seppure in parte, costituirebbe la nomina di Palermo provoca rilievi e domande in ambienti sia dei pentastellati che dei leghisti. Malumori che si riverbererebbero sull’intero pacchetto di nomine alla Cassa.

A complicare il quadro in Cdp c’è la volontà di chiudere il cerchio anche su Ferrovie Italiane (l’amministratore delegato, Renato Mazzoncini, nominato dal governo Renzi, è stato rinviato a giudizio) e sulla direzione generale del Tesoro dopo l’uscita di Vincenzo La Via: “I grillini vorrebbero Antonio Guglielmi, già capo degli analisti di Mediobanca a Londra, ma in corsa ci sarebbero anche Alessandro Rivera (a capo della direzione Banche e sistema finanziario del Mef) e Antonino Turicchi, ex dirigente di via XX settembre che ora siede nel cda di Mps”, ha scritto il Giornale.

Tutto potrebbe chiarirsi, se non decidersi, nel fine settimana.

Papa Francesco: allo Ior buona idea Christine Lagarde

Papa Francesco nella "sua" America Latina: viaggio in Ecuador, Bolivia e Paraguay

In viaggio verso Ginevra, per un “pellegrinaggio ecumenico”, il Pontefice ha parlato anche del futuro della Banca vaticana e a proposito del rinnovo del board ha fatto il nome della responsabile del Fondo Monetario Internazionale

21 giugno 2018 Papa Francesco vuole una maggior presenza femminile nella Santa Sede. Nei giorni scorsi in un’intervista ha detto che “sarebbe possibile una donna capodicastero” e oggi sull’aereo che lo portava a Ginevra, ha aggiunto che per lo Ior, quando si rinnoverà il board, sarebbe una buona idea chiamare la responsabile del FMI Christine Lagarde. “Siamo in trattative”, ha detto ai giornalisti, sorridendo.  Il viaggio a Ginevra Lo scopo del “pellegrinaggio ecumenico a Ginevra” di Papa Francesco, in occasione del settantesimo anniversario del Consiglio ecumenico delle Chiese è “specialmente incrementare il dialogo”. Lo ha scritto lui stesso al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricordando tuttavia che nella cittaà della Svizzera intende anche “incontrare la comunità cattolica”. “Mi è caro rivolgere a Lei, signor Presidente – si legge el consueto messaggio del Pontefice indirizzato al Capo dello Stato al momento del decollo – il mio deferente saluto, che accompagno con fervidi auspici per il benessere spirituale, civile e sociale cui invio volentieri la mia benedizione”.  Durante il viaggio, parlando con i giornalisti, il Papa ha ribadito che si tratta di “un viaggio verso l’unità. Desiderio di unità”, ha ripetuto facendo riferimento al cammino ecumenico al centro di questo suo ventitreesimo viaggio internazionale. “Grazie per il vostro lavoro, per tutto quello che farete per il successo del viaggio ” ha aggiunto il Papa rivolto ai giornalisti.

IOR, MAMMETA E TU – PAPA FRANCESCO VUOLE CHRISTINE LAGARDE AI VERTICI DELL’ISTITUTO PER LE OPERE DI RELIGIONE – IN VISTA DEL RINNOVO DEL BOARD DELLA BANCA, PARLANDO CON I GIORNALISTI A BORDO DEL VOLO PER GINEVRA, SI E’ LASCIATO SFUGGIRE IL CONTATTO CON LA FRANCESE: “SIAMO IN TRATTATIVE…” –

dagospia.com 21.6.18

Luca Romano per www.ilgiornale.it

Papa Francesco pensa ad un rinnovo della board dello Ior. Il pontefice ne ha parlato con i giornalisti a bordo del volo per Ginevra. Il Papa di fatto vorrebbe una presenz afemminile maggiore nella governance dello Ior e così ha lanciato l’idea di una possibile donna capodicastero. E sempre secondo il Pontefice sarebbe una buona idea poter chiamare alla guida dello Ior una donna come la responsabile del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde: “Siamo in trattative”, ha affermato sul volo per Ginevra il Papa scherzando (forse non poi così tanto) con i cronisti.

bergoglioBERGOGLIO

Il Papa in seguito è stato accolto all’aeroporto di Ginevra dal presidente della Confederazione elvetica, Alain Berset. Ad attendere il Papa anche due ex Guardie Svizzere Pontifice in divisa e due bimbi con gli abiti tradizionali che hanno offerto al Pontefice un mazzo di fiori. Subito dopo il Papa ha mandato un saluto alla Federazione delle Chiese Evangeliche svizzere Gottfried Locher. Infine si recato nel Pavillon Vip per un incontro privato con Berset.

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BORGHI, RUOCCO E BAGNAI PRESIDENTI COMMISSIONI: GLI AUGURI DI BUON LAVORO DA SCENARIECONOMICI.IT

 scenarieconomici.it 21.6.18

Gli autori di Scenarieconomici.it desiderano esprimere i loro più sentiti auguri ai neo eletti Presidenti di Commissione alla Camera, On.le CLAUDIO BORGHI AQUILINI, al Bilancio e On.le CARLA RUOCCO alle Finanze e alla Commissione Finanze del Senato il Sen. ALBERTO BAGNAI.

Naturalmente estendiamo a tutti gli altri Presidenti e membri delle Commissioni Camera e Senato buon lavoro!!! 🇮🇹🇮🇹🇮🇹

Elenco completo Commissioni: